Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.
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mercoledì 9 ottobre 2024

Soli di fuoco. Lune di ghiaccio



 

Il futuro influenza il presente tanto quanto il passato.
(Friedrich Wilhelm Nietzsche)


Facciamo che domani sia oggi
"Facciamo che domani sia oggi", me lo ripeto tutte le mattine al momento d'iniziare la giornata, consapevole d'ipotizzare una missione impossibile, con l'innocente tentativo di guadagnare un giorno in più nella mia vita. Tutti quei domani anticipati, alla fine, potrebbero diventare, con una certa costanza, addirittura settimane, mesi. Magari anni.

Riuscire a precorrere i giorni è la moltiplicazione del tempo. Forse il preludio all'eternità.

"Facciamo che domani sia oggi", un proposito che si rivelerebbe la madre di tutte le rivoluzioni se servisse a renderci consapevoli di cosa nel futuro ci attende partendo dalla realtà oggettiva di questo presente, perché nel domani ci siamo già. E in virtù di questo, forse, dovremmo iniziare a misurare i passi e se occorre rallentare, perfino fermarci, per riflettere e per capire quello che su di noi incombe.
Perché non basta immaginare o presagire, occorre vedere, poiché i segnali dell'imminente catastrofe ci sono già e, tutto quello che è stato ipotizzato, di sicuro accadrà. Sta già preparandosi ad accadere. E probabilmente è già accaduto in un tempo lontano così, quando noi ipotizziamo che lo scoppio apocalittico del Big Bang sia stato l'inizio della vita, era forse la sepoltura di quella precedente.


Lune di ghiaccio. Soli di fuoco.
Un domani dove le albe e i tramonti si compenetrano in un orizzonte antracite e rame, striato da repentini bagliori di luce e subitanei coni di buio, a dominare una geografia ermetica, primitiva. In agguato. Brulicante di vita sulla superficie terrena e nei gomiti d'acqua, nelle faglie d'argilla e nella lava deposta nei seni dei vulcani, così come negli sciami opachi trasportati dal capriccio del vento, come furia di pioggia o dissolvenza di nebbia.

Un  domani dove il sole è fuoco e la luna ghiaccio. Un domani primevo, minaccioso e biblico, (questi due aggettivi, volutamente accomunati, ben chiariscono il senso della visione). Un modo da domare e addomesticare, come nel passato, alle nostre esigenze, anche in maniera brutale, ma che dovremmo invece plasmare con intelligenza sensibile e mani di donna. E rispettarlo nella forza così come  nella vulnerabilità dei suoi elementi, senza violentarlo. Deturparlo. Contraffarlo. Tramutarlo ostile.
 
Soli di fuoco e lune di ghiaccio, un mondo incandescente ed artico, lo sfondo dell'ultima frontiera tra polvere ed abissi.
Un remake del passato, che diventa futuro, per un fallito back up della memoria.

domenica 8 gennaio 2017

Moto Perpetuo

Fuori si gela, ma ancora induco sulla soglia, ipnotizzata dal bianco frastornante della neve che ha invaso il giardino e il mondo circostante.
Così anche il silenzio è freddo e bianco
...un silenzio assoluto, da purgatorio.
Una quiete letale da respingere facendo appello alla razionalità e all'istinto di sopravvivenza, perché facilmente la neve ottunde i sensi e leviga le percezioni, in maniera suadente e ingannatrice, per indurre, in fine, al suo mortale oblio.

Pericolo che io però non corro, protetta da quel mio freddo, endemico ed interno, che mai disgela, intatto anche nelle estati più roventi, e che mantiene alto il mio livello di guardia affilando i miei sensi tesi alla ricerca di una fonte di calore.
Di un focolare generoso a cui scaldarmi (che siano braccia o voci poco importa: l'effetto terapeutico, seppur momentaneo, è sperimentato e garantito).
Ovvio che sono solo espedienti per sopravvivere, perché quando il fuoco si spegne non c'è coperta che mi scaldi o illusione che mi conforti, ed allora eccomi di nuovo in marcia verso una nuova, ipotetica sorgente di calore, che io so non esserci, ma del cui pretesto ho bisogno per scampare all'assideramento
...perché seppur non riesco a generare energia bastevole per  una salvifica autocombustione, in compenso ne produco a sufficienza per alimentare questo mio moto perpetuo.

Energia autoprodotta senza alcun artificio, sicché potrei benissimo brevettarmi come unico esemplare sulla faccia della terra, ed agiatamente vivere di rendita, se non fosse per il mio rifiuto di adeguarmi alla vita di un animale da baraccone, e in ultimo essere sezionata dalla scienza per scoprire la cellula aliena, il fattore discordante da cui origina la mia diversità.

Uno scempio inutile, perché se il bisturi anziché esplorare i miei visceri alla ricerca degli organi degenerati, senza  per altro rilevare nulla di anomalo o di così straordinario che mi diversifichi dal resto del mondo, avesse invece scrutato nel mio cuore, il segreto della mia discordanza si sarebbe spontaneamente, e da subito rivelato nella sua unica dimensione possibile: quella umana.



venerdì 26 giugno 2015

Esplorazioni & Sperimentazioni

Ti criticheranno sempre,
parleranno male di te
e sarà difficile che incontri qualcuno
al quale tu possa andare bene come sei.
Quindi: vivi come credi, fai quello che ti dice il cuore...
la vita è un’opera di teatro che non ha prove iniziali.
Canta, ridi, balla, ama...
e vivi intensamente ogni momento della tua vita...
prima che cali il sipario e l’opera finisca senza applausi....

( Charlie Chaplin )


 Inutile girarci attorno perché è agli applausi che noi tutti miriamo, ad aver successo in quello in cui appassionatamente crediamo, tanto da indurci a far ricorso a tutto il nostro sapere e, ancor di più, a inoltrarci alla ricerca di sentieri inesplorati, pur essendo consapevoli che quell'ignoto che noi cerchiamo di portare alla luce, e sotto cui apporre la nostra firma, è magari già stato contaminato da altri, subito modifiche di cui nulla mai sapremo poiché si presenta, per quella prima volta, vergine ai nostri occhi.
Ed ecco che piantiamo semi già dove altri hanno interrato il loro, e il frutto che ne nascerà sarà un ibrido che però noi, ignari, riterremo puro.

Questo per dire che è un impresa davvero ardua cercare la diversificazione, quel marchio d'autore che ci renda eccellenze in coda, però, ad una lunga fila di geni, compresi o meno, arrivati prima di noi a reclamare il brevetto per il loro innesto, in buona fede ritenuto il prototipo.

Un piccolo affollamento di personaggi strampalati, ma tutti così simili in quella esasperata diversificazione, da parere cloni gli uni degli altri, così uguali da rendere impossibile stabilire chi sia il genitore e chi il figlio.
Un caos da fiera dove ognuno espone le proprie cianfrusaglie come fossero divine reliquie, nel convincimento che prima o poi s'affaccerà alla piazza del mercato quell'intenditore capace di scovare nel comune ciarpame il gioiello grezzo.

Pura illusione.
Possibilità remota.
Ma tanto ci basta per tirar fuori il meglio, o il peggio (secondo i punti di vista) di cui siamo capaci.
Alcuni puntano su se stessi per focalizzare l'attenzione del probabile mecenate, vestendosi della propria presunta originalità, come di un abito fastoso o sgargiante, mentre altri, sempre in virtù della ricercata diversificazione, di plumbee palandrane, che però scenicamente risalteranno con la luminosità di una nube scura all'interno di un arcobaleno.
Altri, ancora, punteranno sulla propria mercanzia, sicuri dell'incontestabile genuinità del proprio prodotto, il migliore in assoluto.

Non prendo in considerazione, in questo contesto, i mercificatori e i plagiatori, pirati e truffatori, infiltrati nelle fila degli entusiasti novelli scrittori/esploratori.
Consapevolmente li ignoro, riservando a loro un ampio e successivo capitolo.

Anch'io, dunque, e non troppo modestamente, sono alla ricerca della mia diversificazione, dell'inconfondibile impronta d'autore, pur essendo consapevole che quasi mai niente si crea ma tutto si reinventa, perchè nulla è rimasto vergine, intoccato, dopo il fragoroso scoppio del Big Bang.

Ho però riservato un margine ristretto all'esplorazione dedicandomi maggiormente alla sperimentazione, creando connessioni tra il mio blog, il mio profilo fb e la pagina di Amaranta. Mi piacerebbe anche ampliare il discorso coinvolgendo altre pagine fb, strutturate come la mia, per costruire un mondo dove personaggi di fantasia interagiscono tra di loro, dando vita ad un network parallelo.
Ma sono ancora molto circoscritta per dar vita ad un simile tentativo, che sto conquistando, lentamente e a fatica, piccole zolle di territorio, dove già altri hanno immensi possedimenti.
E questo a sfatare il mito che la rete sia una sorta di astronave che può condurti dapertutto.
Troppo affollamento crea un deserto.
E come in ogni percorso ci sono le scorciatoie.
Ma io preferisco tracciare, seppur a fatica, centimetro per centimetro il mio sentiero, così da esser certa che ogni minimo avanzamento è il risultato genuino della mia intraprendenza di esploratrice.

sabato 20 giugno 2015

Una donna libera è l'assoluto contrario di una donna leggera



Una donna libera è l'assoluto contrario di una donna leggera
(Simone de Beauvoir)

Entusiasta della mia nuova avventura intrapresa in FB, con la complicità della mia alter sorellina, nonché autrice di questo blog, che all'inizio pure aveva tentato, in tutti i modi, di dissuadermi.
Ed eccola, invece, lei stessa completamente coinvolta, che sono io ora a dover porre un limite alle sue ardite scorribande esplorative in territori ingannevolmente accoglienti, dove s'avventura armata solo di un piccolo coltellino nascosto nel fondo usurato dei suoi stivaletti messicani, ripescati, tra gli innumerevoli cimeli che lei gelosamente conserva come testimonianze di una qualche rilevanza storica/antropologica della sua emigrazione in Blogosphere, da quel suo vetusto, pesante baule, che da quasi otto anni si trascina dietro, colmo di cianfrusaglie, souvenir da bancarella e le  reliquie dei tanti naufragi: feticci, per lei, dotati di potere magico.

Che io sia esattamente l'opposto della mia alter sorellina, questo è ormai noto a tutti quelli che leggono questo blog, che di certo avrei fallito nel mio ruolo se io fossi stata come lei, o anche solo abbastanza simile.
Lei è intraprendente, provocatoria, eccessiva, diretta, per quanto io, invece, sono all'opposto, prudente, moderata, conciliante.
 E tra noi le differenze sono nette e sostanziali

Complementari e salvifiche per entrambe, come esplicitato in questo breve inciso di Amaranta:
"e così, in virtù del mio carattere, ho da subito messo in chiaro le cose: sono la tua alter ego, quindi non sono te. Ho una mia vita che prescinde la tua e nella quale non gradisco intromissioni. Sei tu ad aver bisogno di me e non viceversa
...e questo a sfatare la leggenda che noi, alter ego, siamo blocco unico con l'altro"

Ma in questa nuova avventura siamo davvero unite, io e la mia sorellina alter, leali e solidali l'una con l'altra, come si conviene a buone compagne di viaggio, decise a non compromettere, con piccoli egoismi e stupidi orgogli personali, il raggiungimento della meta.
...che ancora non abbiamo deciso quale sia.
Ma questa incognita, anzichè demoralizzarci, ci esalta, spronandoci verso ipotesi fantastiche, che più sono irraggiungibili più paiono alla nostra portata.

Anche se, durante il percorso, ci siamo già scontrate con l'ottusità e il pregiudizio di chi a parole si fa paladino della libertà delle donne e poi, nei fatti, clamorosamente si smentisce.
Ma è una storia antica questa, che nel vostro vecchio mondo ancora vige come regola, etica e morale, pregiudizievole nei riguardi delle donne.
Il sessismo è un preconcetto che è tutt'altro dall'esser stato debellato, e lo si vede dalle reazioni che un'immagine o una frase possono scatenare.
Questo pregiudizio poi, rilevato in quelle menti che si definiscono aperte, è ancora più stridente con il livore moralizzatore e spiccio col quale sbrigativamente definiscono la questione: se ti mostri troppo libera, troppo ironica, troppo estroversa, troppo disinibita  (ed ovviamente quel "troppo" è stabilito su basi personali, quindi opinabili)  così da poter esser definita con un giudizio mite, una donna leggera, fino a quello più pesante di puttana. In ogni caso una donna priva d'intelligenza viva, incapace di elaborare altre argomentazioni al di fuori da quelle fornite dal proprio fisico.

La solita storia di sempre: un uomo che parla di sesso è un conoscitore, una donna, invece, è una puttana.

La mia sorellina alter, come al solito, se l'è presa (nonostante le esperienze accumulate nel corso degli anni nella frequentazione dei paralleli del reale e in quelli del virtuale) ancora ingenuamente stupita della prontezza con cui certuni ti puntano il dito contro, come fosse una pistola, per uccidere la tua intraprendenza e la tua libertà.
BANG!
Anche stavolta il colpo è partito, ma la pistola fumante era nelle mie mani.
E per il denigratore non c'è stato scampo.
Amaranta

venerdì 14 marzo 2014

L'inizio del viaggio

Viaggiatrice entusiasta, di viaggi però brevi e circoscritti, che il mio senso d'orientamento è inesistente, cosicché, pur avvalendomi dell'ausilio della bussola, facilmente confondo i punti cardinali, che nella mia fantasia il nord si configura ialino e boreale; il sud acceso da un immenso sole mandarancio; l'ovest, crepuscolare; l'est pervaso da bagliori dorati di minareto.
E se davvero così visivamente fosse, non avrei bisogno della mia bisaccia colma di sassolini fosforescenti coi quali tracciare la strada a ritroso.
Stratagemma collaudato con successo già dai tempi di Pollicino, cosicché affrancandomi dall'angosciante assillo mnemonico del percorso, mi concedo ardite esplorazioni su sentieri secondari e spericolate escursioni nelle retrovie più recondite, a privilegio dell'avventura, intesa come scoperta, entusiasmante e sorprendente, di luoghi e di genti.
Emancipata dalla mia dislessia verso le carte geografiche, pienamente godo dei paesaggi così come degli incontri con altri viaggiatori, quando talvolta accade, per empatia ed affinità, di proseguire insieme un tratto di strada.
Compagni occasionali con i quali è naturale dividere una sigaretta, un margarita o un bicchiere d'orzata, un ombrello sotto cui riparare da un temporale improvviso, la stessa coperta a mitigare il gelo della notte
Compagni di strada coi quali ci si racconta secondo l'estro e il bisogno, senza dover esibire alcuna credenziale.
Ci si accetta sulla fiducia, consapevoli che talvolta le biografie sono menzognere ma, alla summa dei fatti,  irrilevante, che altrimenti, se non c'è la predisposizione all'accettazione della storia dell'altro, la scelta più opportuna è il proseguir da soli.
Lungo la strada ci si racconta, volentieri si ride, spesso s'impreca, talvolta ci s'innamora.
Mai, però, si piange.
Le lacrime son faccende private.
E' la prima cosa che s'impara all'inizio del viaggio.
E alla fine si scopre essere un vantaggio, che è pur giusto che qualcosa rimanga di solo nostro, perché il dolore, quasi sempre, risulta essere la parte più intima e privata del luogo che abbiamo lasciato e a cui forse, un giorno, faremo ritorno.
Perché le lacrime sono paragrafi di storie più articolate che non è possibile riassumere in poche parole, rischiando, con gli accenti dell'amarezza, di trasformare la complessità della storia in un racconto triste.
Meglio, quindi, saltare il capitolo e condividere con l'occasionale compagno di viaggio l'umido del cielo, il conforto del  bivacco improvvisato, la tazza di caffè che sa di orzo, e quell'unica notte d'amore, perché allo spuntar del sole, al primo bivio, le strade si divideranno e ancora da soli si proseguirà il cammino.

mercoledì 28 agosto 2013

Configurazione di un continente


Così mi sono assunta l'incarico della configurazione, orizzontale e verticale, di Blogosphere e, per assolvere con più precisione a questo compito, ho fatto ricorso, sia pur con qualche azzardo, alle componenti della fisica per delineare con maggiori e più precisi dettagli, i miei esiti.
Ed eccomi dottamente a dissertare di atto di moto, sistema di riferimento, posizione d'equilibrio, distribuzione elettronica (in attinenza ai magnetismi) e raffigurazione di campo. Il tutto trascritto in bella grafia sul mio diario di bordo, che ha sempre meno pagine dal momento che la mia ossessione per la perfezione mi vieta cancellature e fuoriuscita dai margini, per cui ad ogni errore strappo il foglio e riscrivo da capo.
Cosicchè questo mio brogliaccio è simile, in tutto e per tutto, alla tela di Penelope, a quella faticosa e leggendaria intraprendenza notturna, che lei puntualmente disfaceva all'alba per prolungare i tempi dell'attesa, e concedere ad Ulisse una possibilità ulteriore di giungere in tempo per il lieto fine.
Ma le similitudini si limitano a questa strategia di femmine perchè io, invece, dopo aver smesso di consumare le mie notti nell'attesa di un sogno premonitore, e trascorrere i giorni a scrutare, dietro una porta o una finestra, le tracce di un auspicio favorevole, coscientemente in questo viaggio esplorativo ho indossato i panni di Ulisse.

Una zattera bianca e la mia gonna rossa, tramutata in vela, che svetta come un vessillo corsaro, gonfia di vento e di pioggia e di sole, splendente come un astro novello ed immaturo, che i secoli su Blogosphere sono ancora a venire, e così le giornate sono imprecise, con ritmi  incoerenti a determinare gli intervalli del giorno e della notte, alla stessa stregua delle maree, imprevedibili  nell'indecifrabile alternarsi delle correnti direzionali,  estemporanee ai corrispondenti cicli dell'atmosfera.

Un mondo in fermento, dove nulla è definito e niente è stabile.
Una enorme massa di creta da plasmare con le dita forti di un titano e le carezze di una dea.
La vitalità di Blogosphere è nel suo dinamismo convulso, affannato perfino, in quel suo battito cardiaco accelerato che rimbomba interno ai vulcani e dirompe sotto la crosta terrestre e quella marina, insinuandosi tra le grige rocce ignee e i rossi banchi di corallo, per esplodere poi, in superficie, in roboanti geyser.

I confini tra il mare e la terra, in Blogosphere, non sono ancora delineati, e così è tutto sfumato e promiscuo, fertile e concupiscente. Una soffice natura, dolcemente lasciva, mollemente fluida, ancora invertebrata, che riluce con trasparenze di medusa e riflessi di acquamarina. Ad una occhiata più attenta, però, s'evidenziano, inglobate nel cristallino, minute inclusioni, le impronte cromosomiche di un destino programmato ad evolvere, nel travaglio delle ere a venire, in artigli e becchi e zanne.

mercoledì 2 gennaio 2013

Figli di un dio minore

Sono uscito stamattina
non credevo ai miei occhi
Cento miliardi di bottiglie
trascinate sulla spiaggia
Sembra che non sia solo nella mia solitudine
Cento miliardi di naufraghi
cercano casa 

(Message in a bottle - Police)

FIGLI DI UN DIO MINORE
La costa si materializza, solida e scura, sgombra d'alberi e d'artifici umani.
Deserta, nel lungo tratto che il mio sguardo abbraccia.
Mare e terra divise da una scriminatura di bianche conchiglie marine.
 Una riga netta, tracciata senza tentennamenti, a stabilire i confini.

Ma il mio approdo da subito si rivela una curva geodetica, una superficie iperbolica affatto inconsistente, collocata in uno spazio/tempo quadrimensionale, così come appare ai miei occhi: curvo, astratto ed arbitrario.
Una realtà inesplorata che, anziché sgomentarmi mi attrae come un luogo di rivelazioni di cui solo io, per un caso emblematico del destino, sono stata chiamata in qualità di testimone oculare a redigerne l'esistenza.

C'è in questo morbido mondo a sella un silenzio filtrato, prestabilito per l'occasione, seppur io sono consapevole delle felpate presenze, al di là dello spazio geodetico, che premono per pacificamente invaderlo con i loro messaggi rivelatori da incidere  sulle pietre ancora vergini nell'utero delle caverne, a testimonianza del loro passaggio.
 E del loro genio.

Una folla di naufraghi, esploratori, pionieri della macchina del tempo, sono gli scrittori di blog che dai frastagliati lidi del globo terracqueo noto sono approdati in questo nuovo mondo per conquistarsi quella zolla di terra su cui piantare la propria bandiera, e forse, nel tempo erigervi il monolite che li consegnerà alla gloria.

Gli scrittori di blog, figli di un dio minore, parolai naif, fabbricanti di storie, mestieranti del dramma e della commedia,  stralunati venditori di sogni, spericolati illusionisti talora preda dei loro stessi inganni.
Ed è a quest'ultima categoria a cui io pure m'ascrivo.



venerdì 26 ottobre 2012

Dalle paludi dello Stige alle sponde del Mississippi

 


Non c’è in natura una passione più diabolicamente impaziente di quella di colui che, tremando sull’orlo di un precipizio, medita di gettarvisi.
 (Edgar Allan Poe)

 a Poe
 mio mentore e mio salvatore


Dalle paludi dello Stige alle sponde del Mississippi,  un viaggio senza mappe, iniziato con delirante incoscienza, assecondando le necessità di una emotività esaltata che abbisognava di uno sfogo per non implodere, e proseguito poi con giocosa consapevolezza, via via che acquisivo maggior dimestichezza  nel mio guscio galleggiante, imparando a padroneggiare gli elementi, temporali e marini, all'inizio adottando ingenue ma poi sempre più elaborate astuzie, giungendo perfino a farmi gioco della mia tremebonda ombra in balia delle burrasche, esortandola ed irridendola, quasi non fossi io a dondolare follemente sulla schiuma nera di quelle onde trasbordanti ira violenta.

Se guarderai a lungo nell'abisso anche l'abisso vorrà guardare in te.
Questa l'esortazione che Allan Poe, psicopompo incaricato di traghettarmi oltre la palude Stigia, mi andava instancabile ripetendo, quando, lungo la costa atlantica norvegese avemmo la sventura d'imbatterci nei gorghi apocalittici del maelstrom.
E, seguendo il consiglio del mio mentore, guardai dentro l'abisso, penetrandolo e facendomi penetrare.
 Ho guardato così a lungo nei vortici del suo buio tempestoso cuore, fino a condividere tutti i suoi mortali segreti, e non averne più paura.
E' così che sopravvissi al Maelstrom, non come sua schiava ma come sua partner, consenziente ed appassionata.
Sua pari.

Questo mi ha permesso di proseguire il mio viaggio, nonostante la stanchezza e la solitudine e la tentazione di approdare da qualche parte, gettarvi le ancore, scavarmi un rifugio ed attendere
Come tante donne ho consumato gran parte della mia vita nell'attesa di un uomo, di un evento, di una possibilità o di un colpo di fortuna.
Perché attendere ancora?
Sarei stata Ulisse e non Penelope.

 Sono approdata sulle sponde del Mississippi, in piena epopea western tra pendagli da forca, prodi sceriffi e maitresse mercenarie, sullo sfondo di un paesaggio ancora rurale dove però i saloon, i bordelli e le banche, già ne preannunciavano la gloria di grande metropoli.
 Ma presto mi metterò di nuovo in viaggio, nonostante la mia lunga sosta in Blogosphere, in questa landa desertica ubicata in un punto cardinale ignoto ai moderni planisferi, disconosciuto tra quegli ortogonali e quelli intermedi, già da secoli noti ai geografi.

 Da qui a qualche tempo, avvolta nei miei crespi neri, trascinandomi dietro il voluminoso baule pesante del carico di tutti i miei racconti, riprenderò di nuovo il mare.

Atlantide, sarà la mia prossima meta.

lunedì 9 gennaio 2012

Alla ricerca di un rifugio

 


Era il 9 Gennaio 2008
Indecifrabile, mimetizzato negli stessi brulli colori del paesaggio, l'antro risultava essere assolutamente invisibile e, se non fosse stato per quel debole rumore sotterraneo, simile al battere dei denti quando si ha troppo freddo, di sicuro avrei proseguito oltre, nella mia ricerca di un rifugio provvisorio.
Ma fu quell'eco interrata ad indurmi nell'esplorazione di quell'area depressa battuta dal gelido vento di Gennaio, ignorata perfino dagli stormi in volo che procedevano compatti, in file serrate, trascinandosi come pellegrini esausti nello sfilacciamento convulso di nubi cineree, deliberatamente ignorando l'appoggio spartano offerto dagli arbusti precari e dalle rocce puntute, i soli elementi della natura confacenti a quel luogo.
Il pomeriggio volgeva al declino, col cielo livido che s'inabissava verso i flutti scuri del tramonto,  il vento che spirava in preghiera, e la mia solitudine di naufraga che agognava solo al calore della rena asciutta.
Sapevo che se non avessi fatto in fretta a trovare un pertugio, un'apertura qualsiasi in collegamento con i visceri lamentosi del sottosuolo, avrei dovuto passare la notte all'addiaccio in compagnia dei fantasmi sonnambuli che, di certo, avrebbero trasformato in un Halloween il mio isterico bivaccamento.
Abbisognavo di un luogo chiuso dove avrei potuto, in qualche maniera, estrometterli, così iniziai una minuziosa perlustrazione, battendo palmo a palmo il terreno, e con l'orecchio teso all'eco sotterranea, unico suono percepito in quel silenzio da purgatorio.
E finalmente, quando già disperavo, vidi la falla, la piccola bocca che immetteva nella gola liscia di un tubo dirompente nei visceri della terra.
Una stretta entratura, un utero ipogeo in cui avrei potuto calarmi dopo essermi spogliata dell'ingombro eccessivo delle mie sottane, indossate in soprannumero, alla maniera zingara, per combattere il freddo ed alleggerire il voluminoso bagaglio che m'andavo trascinando dietro.
Lavorai di buona lena  per liberare l'esiguo boccaporto dall'ostinazione pervasiva delle piante endemiche che, rifiutando l'aria e la luce, crescevano invece copiose nell'umido buio di quella trincea.
Nella convulsiva opera di scavo persi un anello a cui particolarmente tenevo, ma guadagnai speranza: ora mi giungeva sempre più nitido quel battito sommesso che non era di denti ma piuttosto il pulsare generoso di un cuore grande, ed intatto, che s'offriva ad accogliermi.

E' su questo buco di cratere che ho iniziato a costruire il mio antro, tra il cielo e l'abisso, apprendista funambola, in costante precario equilibrio, su una corda tesa tra un mondo buio e l'utopia della luce.

Ho deciso di tendere le mie braccia verso quel pezzetto di cielo, polveroso e sbiadito, ma pur sempre orizzonte, e magari non ce la farò a volare davvero, ma bisogna pur sempre tentare l'ebbrezza dello slancio, qualunque sia il risultato finale.

Voglio farlo parlando d'amore.
Voglio parole forti e dolci.
Voglio che vengano gridate o anche solo sussurrate.
Voglio i colori intensi di un cielo vero.
Voglio tutte le sfumature delle nubi.
Voglio puntare verso il sole.
Voglio le ali dell'angelo.

Do il benvenuto in questo antro a tutti coloro che hanno urgenza di parole di vita e di amore
Mai fermarsi davanti ad una porta sbarrata
Nessun divieto d'accesso alla polveriera

mercoledì 7 luglio 2010

E' buio anche a mezzogiorno



 Ho attraversato su una zattera l'immenso Oceano di Blogosphere approdando, in ultimo, su questa landa da cui oggi, per via di una infausta contrapposizione di correnti, me ne sto lentamente allontanando, sospinta all'indietro dalle avverse forze metereologiche a cui non riesco opporre una valida resistenza.
Invano ho riempito le tasche della mia gonna di pietre pesanti e di conchiglie giganti, zavorra solida per impedire al vento di trascinarmi via.
Invano ho legato ai miei capelli rami di albero grevi di frutti, ed appeso alla mia cintura, come macroscopici monili, pesi di stadera che penduli gemono all'intemperanza del vento, con straziante sussulto di campana.
E' buio anche a mezzogiorno.
Ho così trasformato mio baule di transumante in una bara per le ignare eroine dei miei racconti che ora, stordite ed inconsapevoli, giacciono nel caos di abiti ed alambicchi, saldamente immobilizzate con i fili delle mie lunghe collane.
Di nuovo in viaggio.

martedì 8 dicembre 2009

Notte ermetica

La pesante porta dell'antro si richiude alle mie spalle.
Lasciandomi sull'uscio buio della notte.
Notte nera. Compatta.
Notte da naufragio.
In una terra priva di contorni.
E senza sciabordio di onde.
E così mi sento squilibrata. E transitoria.
Come Morgana, che privata dei suoi poteri, immemore vaga nelle terre di Avalon.
Con passi accorti m'incammino.
Perché il terreno è ostile.
Ed i miei piedi intuiscono nodi di radici.
E trappole di terra.
E mi spaventa l'ipotesi di un dirupo nascosto.
O di un sentiero che confini col nulla.
Nessun luccichio di stella all'interno di questo buio insondabile.
Notte ermetica.
In cui trascino la pesantezza della mia anima.
E quella della mia treccia.
Perché anche i capelli possono essere zavorra durante il tragitto.
Seppur non spiri alito di vento.
E la mia treccia ballonzola docile, come coda di cane.
Senza gioia. Né tristezza.
Rassegnata al pettine, che l'ha prima dipanata.
E alle dita, che l'hanno poi serrata.
Sciolti, i miei capelli avrebbero assecondato i respiri dell'aria.
Sottili, come di quelli di una bimba.
O di una donna che si avvia ad invecchiare.
Perché gli anni passano.
Come le lune nel cielo.
Con le albe sempre più brevi.
Ed i tramonti sempre più lunghi.
Con le ore della veglia che si mangiano quelle del sonno.
Sonno che non ristora.
Ma piuttosto è un cedere alla quiete del buio.
Alla notte ermetica che così tanto somiglia alla morte.
Ma che ha ancora traccia di respiro.
Quindi è ancora vita.
O forse solo entratura di coma.
O chissà quale imbroglio.
Quale magia.
Che mi fa sembrare viva.
E se è questo, oppur altro ancora, allora è giusto che io tenti questo cammino.
Ma con prudenza.
Attenta a non cadere nelle trappole predatorie della notte ermetica.

domenica 25 ottobre 2009

Mondi paralleli. Ed intersecanti

Questo racconto è dedicato a tutti coloro che perpetrano, con entusiasmo e convincimento, l'imperitura arte della narrazione.

A Lucy (Felinità)
A Massimo (achab-aleister-achab)

MONDI PARALLELI. ED INTERSECANTI

La porta non è chiusa a chiave (fiducia o distrazione?) e così, per entrare, basta solo pigiare la maniglia e ritrovarsi nel raffinato set fotografico di Lucy.
A quest'ora deserto.
Atmosfere morbide. Luci soffuse.
Molta penombra.
Spicca, con la compatta luminescenza di una cera bianca, la statua di marmo raffigurante un giovanissimo Cristoforo Colombo che, un tempo, scrutava il mare dalla loggia panoramica del Castello del Capitano De Albertis. Dalle alture ventose di Genova.
Mentre ora medita assiso in questo elegante studio, con lo sguardo rivolto verso l'ampio riquadro di una porta-finestra.
Lucy ha volutamente privilegiato la scultura di una luce fredda.
Per sottolineare l'assenza d'anima di questo giovane Colombo che continua a perpetrare la sua vacua fissità di esploratore.
Indifferente ai luoghi di appartenenza.
E di collocazione.
Lo sguardo ostinatamente proteso verso il mare.
Ogni altra prospettiva gli è negata.
Perchè questo è stato il volere artistico dello scultore.
Il giovane marinaio continuerà così, nella sua eterna fissità, a cercare il mare anche là dove il mare non c'è.
Mare, che ora intravede nell'incoerente distesa di tetti e colombaie, sommersi dalla spuma delle nubi più basse del cielo di Genova.
Con le tegole che ne emergono come isolotti illusori. E promontori irrangiungibili.
Terre da esplorare.
Altitudini su cui piantare una bandiera.
Lucy ha usato come tenda, per quell'apertura, un sontuoso panneggio di broccato verde proveniente da Tara. L'antica residenza yankee della famiglia O'Hara.
Unico tendaggio sopravvissuto giacchè con l'altro Rossella ci confezionò, in stato di bisogno, l'abito per un ballo.
Così, il mare illusorio che la statua del giovane Colombo ingannevolmente continua a mirare, è quel sontuoso broccato proveniente dalle Americhe.
Dietro la pesante cortina una lucida alba ametista dilaga su un paesaggio di tronchi neri. E rami spioventi. Piegati, sotto il peso squilibrato delle foglie e dei fiori.
E dei nidi strategici dei papppagalli.
E delle scimmie ancora assonnate. Precariamente abbarbicate alle liane.
Mi aggredisce il profumo olfattivo della frutta matura.
E quello paludoso delle polle circoscritte.
Quello pregnante dell'humus.
Della terra fecondata.
Perennemente gravida.
La porta- finestra dello studio fotografico di Lucy si apre su un mondo immaginifico.
Forse per la distrazione di un meridiano.
O per l'amnesia di un parallelo.
Ma non è più Genova. Transitoria e portuale.
Notturna. Nell'ora dei meridiani terrestri.
Ma la leggendaria Foresta Viola.
Affiorata in quest'alba ipnotica. Fantascientifica.
Il paradiso dell'Eden, che nessun esploratore è riuscito mai ad intercettare nel travaglio delle rotte e dei marosi.
O via terra.
Battendo regioni desertiche e giungle labirintiche.
Con gli aghi impazziti delle bussole, senza più funzione alcuna d'orientamento che, ossessivi, indicano sempre e solo un unico, ipocondriaco, punto
Nord. Nord. Nord. Nord.
I quattro punti cardinali sconfessati dalla certezza, sempre più preponderante, della possibile realtà di un quinto.
Da decodificare negli ingarbugliati teoremi delle scienze geografiche.
E di quelle astrofisiche.
Ed ecco affiorare, nella vetrosa trasparenza dell'aurora, l'illusoria Foresta Viola.
Che si espande nell'insondabile intrigo delle liane e delle piante pioniere.
Nel morbido inganno dei funghi saprofiti stimolati dall'insidia, fucsia e tentatrice, delle orchidee.
Tra afrodisiaci effluvi di pepe, vaniglia e noce moscata.
E sciami d'insetti trasparenti.
Luccicante velo della Fata Dea.
Strascico vivo della sua veste boreale.
Fata benefica della flora e della fauna.
E delle albe rosate. E dei tramonti purpurei.
Signora assoluta, nell'incorruttibile cuore, del saggio principe achab-aleister-achab.
Sovrano di questo vergine dominio, per fortuna irragiungibile dai crocevia terrestri.
E, sulla scia luminescente dei piccoli insetti, m'addentro nel cuore animalesco della Foresta Viola.
Seguendo le orme della Fata Dea.

martedì 29 settembre 2009

Calamity Jane alla conquista di Blogosphere.

In preda alla febbre del distacco, e del rinnovamento, stanotte ho bruciato i crespi del lutto e le palandrane da ipnotizzatrice.
Gli specchi compensativi e gli elisir delle lacrime.
Lo scapolare della penitenza. E quello della passione.
I pettinini d'argento delle malie. E tutti i miei feticci illusivi.
Ancora conturbanti.
Ancora capaci d'irretirmi, nonostante la iattura della cattiva sorte.
Portentoso falò, esaltato dall'esplosione pirotecnica di una bomboletta spray, finita tra le fiamme nell'euforia del rinnovamento.
Un moderno incantesimo acquistato su ebay.
Un aerosol terapeutico, disciplinato all'equilibrio dell'umore. E della ragione.
 Lenitivo ai tormenti delle reminiscenze. Cicatrizzante per le ferite dell'anima.
Effetti collaterali: apatia, sonnolenza, amnesia.
Obnubilamento irreversibile. Coma.
Lo scoppiettare del fuoco, e gli spari della mia carabina mirati a far cadere le stelle, hanno richiamato il coro aggiuntivo di uno sparuto branco di coyote, attratti dal trambusto e dalle fiamme.
Che ad ogni colpo, e con enfasi, hanno ululato alla luna la loro partecipazione emotiva.
Ingollo un sorso di delicious per scacciare i fantasmi che gemono con voce di vento in questa notte scura.
 Notte da fandango.
Sciolgo i capelli.
Mi sento bella. E travolgente.
Pronta alla sfida.
Calamity Jane alla conquista di Blogosphere.


domenica 2 agosto 2009

Welcome to Blogosphere


Brevissima e doverosa premessa.
In questo post sono citati nomi di blogger che hanno fatto presa sulla mia fantasia.
Prassi corretta sarebbe stata chiedere un'autorizzazione preventiva a tutti.
Ma, aggiungo subito, che il loro inserimento all'interno di questo post è dettato solo dalla simpatia e dall'affetto che nutro per loro.
Mi sarebbe piaciuto inserirne tanti altri, ma il mio racconto sarebbe diventato chilometrico!
Se tale inserimento però non è gradito, basterà solo farmelo presente, che immediatamente provvederò a rimuovere.

WELCOME IN BLOGOSPHERE
In una buia serata di un freddo gennaio, a cavallo di una palla di cannone, come il barone di Munchausen mi  sono catapultata su questo fazzoletto di terra nella regione più estrema, a settentrione di Blogosphere.
Una landa desolata.
Terra di coyote e di lucertole.
Di roccia viva. E di sabbia.
E di vento turbinoso.
In un viluppo tempestoso di sottane e di foglie, ho sparso le ceneri di mio padre.
Polvere di cipria. Il belletto per i morti, che non hanno più una faccia.
L'ho reso randagio. Restituendogli la libertà.
Welcome in Blogosphere.
Ed ho acceso un falò. Al riparo di una roccia.
Perchè il vento soffiava maligno.
E maledicente.
Avidamente ho ingollato una lunga sorsata di delicious.
Aggressivo come acquavite.
Che ha pervaso la mia gola come una lingua di fiamma. Aquietandomi.
E tutta la notte le fiamme distorte del falò hanno continuato a scaldarmi e a contorcersi, come fuochi fatui,  nell' isteria di una danza epilettica.
Proteggendomi dai lupi. E dai fantasmi.
E dalla nenia ossessiva di mia madre.
Che, instancabile, ripeteva il mio nome.
Delirante richiamo psicologico.
Nella mia prima notte clandestina
Welcome in Blogosphere.
Ed oggi, Blogosphere, non è più solo una ipotesi pionieristica ma una realtà geografica.
Un punto preciso sulle mappe.
La mia landa, desolata e battuta dai venti, approdo di viaggiatori spaesati o di esperti girovaghi.
Alcuni giungono trascinandosi dietro il pesante fardello d'ingombranti bauli.
Chini sotto il peso dei loro bagagli.
E con una luce disperata negli occhi.
Alla ricerca della terra promessa.
Cercatori d'oro. Principi in esilio.
Schiave in fuga. Avventurieri.
Esploratori esausti.
Domatori di leoni. Ed incantatori di serpenti.
Imbonitori. Ed affabulatrici.
Splendide puttane. E poeti crepuscolari.
Bussano alla porta del mio antro.
Acqua e cibo.
Ed in cambio il racconto delle loro storie.
Fanfaluche. Leggende. Deliri.
Cronache.
Quelle stesse che io, poi, condivido con voi.
Welcome in Blogosphere.
E' passata di qui Fernanda Castillia, col cadavere di Ignacio Amaral nascosto nel suo baule.
E La Mangiatrice di Farfalle, in fuga dalle ombre ostinate dei morti che non sono morti e dei vivi che non sono vivi.
Ed Achab, l'enigmatico principe della foresta viola. Mi ha regalato una pietra di luce.
E la profondità ermetica del suo sguardo.
E Logos, l'illuminato, il filosofo stratega di un mondo futurista. Mi ha fatto ridere e piangere. Lasciandomi in dono un anello d'argento e la certezza dell'amore.
In una notte d'eclissi qui è approdata Amaranta, con appeso alla sua treccia, come un lugubre orpello, lo psicotico Iggy.
E nessun bagaglio. Non è più ripartita.
E Francy274, fatina diurna ed ape siderale, messaggera in avanscoperta nei cieli elettrici di Blogosphere, è planata nella mia landa desertica, nel pieno di una tempesta di sole.
Preannunciata, invece, da una insondabile nube di polvere, l'irruenta e passionale subcomandante Alba Viola, in sella ad uno strano cavallo munito di una psichedelica criniera rasta. In missione, per unirsi al popolo clandestino di Utopia.
E di qui è passato Drummer, il batterista, leggendario capitano di ventura, così soprannominato per quella sua capacità di sparare pallottole  con un fraseggio ritmico, come se picchiasse con le bacchette su un piatto crash. E per l'assolo, enfatico e definitivo, col quale è solito chiudere le sue solitarie jam session.
Ed i bevitori di birra, hobos e diseredati alla ricerca della libertà e d' improbabili giacimenti d'oro.
Affascinanti narratori.
Meravigliosi bugiardi.
Dispensatori di storie fantastiche.
E di bizzarre teorie.
Welcome in Blogosphere
Welcome, a chi busserà alla porta del mio antro.

venerdì 8 maggio 2009

In viaggio verso Blogosphere : geografia metafisica

Confina con i territori nebbiosi di Utopia, dalle cui recondite alture è possibile intravedere, in situazioni metereologiche favorevoli, e con l'ausilio di un potente cannocchiale puntato verso nord, i labili contorni dell'Isola Che Non C'è. Focalizzando le lenti verso sud, invece, nitidissimi emergono i bastioni decadenti del Deserto dei Tartari. Immemore avamposto di una frontiera morta. Che ad est fiancheggia la monotonia uniforme, ed ingannevolmente sconfinata, di un anonimo tavoliere, in origine pianura di sollevamento, trasversalmente percorso da una lunga dorsale montuosa, che rammenta il profilo radiologico di una colonna vertebrale scoliotica.
Modeste altitudini che però spiccano evidentissime nella desolante depressione paesaggistica, con una rilevanza abnorme e fittizia. Cime e pinnacoli puntano perentori contro un cielo ardente, circumnavigato dal volo ossessivo dei piccoli passeri dal petto nero.
Ed ancora s'intravede il tracciato indicativo di un fiume denutrito. Ormai quasi del tutto prosciugato. Nel cui letto hanno un tempo dimorato, in pacifica coesistenza, le specie endemiche con quelle aliene.
Sottili alberelli dal tronco refrattario, alla cui base parassitano cespugli anemici.
Ed una moltitudine, spontanea ed invasiva, di funghi ibridi e di radici filamentose.
Questi sommariamente i contorni morfologici, con dettagli di flora e di fauna, della regione metafisica che mi appresto a percorrere in sella ad un ronzino distrofico e sordo, ma devoto e paziente. Che, in virtù del suo lodevole carattere, ho battezzato Mahatma.
Convinta come sono che, per intraprendere questa audace esplorazione, avrò bisogno più di un compagno fidato che di un motore efficiente. Così per non gravargli come soma aggiuntiva diventerò incorporea, percorrendo a piedi i tratti più disagevoli.
Un tascapane ed un barilotto di acqua, un'essenziale cambio d'abiti ed una coperta notturna. Questo il volume totale del bagaglio stabilito per fronteggiare le necessità del viaggio.
Verso la leggendaria regione di Blogosphere.
Che all'inizio, anch'io come tutti, erroneamente avevo ipotizzato si dovesse trovare nell' insondabile intrico dei labirinti siderali.
E, per questo, irrangiungibile.
Ma, dopo attenta rilettura di pergamene indiziarie e di mappe geografiche approssimative, mi sono lasciata permeare dall'idea che l'ubicazione di Blogosphere sia contenuta, in realtà, in un enigma irrisolto di meridiani e paralleli terrestri.
E' quanto ci apprestiamo ad appurare, in questo viaggio ardimentoso, Mahatma ed io.