Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.
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giovedì 9 gennaio 2025

Améthyste


Ho eseguito un  gesto irreparabile, ho stabilito un legame.
(Jorge Luis Borges)


Queste nella foto siamo io e Améthyste a passeggio nel nostro quartiere. 
Non pensate che questa sia un'inquadratura sbagliata, semplicemente non amo essere fotografata ma, dal momento che questo racconto include in qualche modo anche la mia presenza, ho deciso che un dettaglio di me, seppur parziale, dovevo pur darlo.
A ben guardare quest'immagine, niente affatto casuale, esplica molto di noi due, della  stagione e del posto in cui viviamo. Non vi saranno certamente sfuggiti i particolari, impressi in questo scatto in bianco e nero, del marciapiede dissestato, dell'erba incolta abbarbicata al muro, della fredda luce pomeridiana invernale.
Améthyste ed io viviamo in periferia, non importa di quale città, perché le periferie si somigliano un po' tutte, e la descrizione del luogo non aggiungerebbe niente alla nostra storia. E' una periferia rugosa e arruffata, nelle stagioni fredde così come in quelle più calde.
Credo, con questa sintesi, di aver dato il quadro esatto della location.
Altro particolare che accomuna me ed Améthyste, è che abbiamo entrambe una predilezione per il nero: lei per via del suo DNA, io per scelta esistenziale. L'avrei amata qualunque fosse stato il colore della sua pelliccia, ma il fatto che sia nera me la rende ancora più cara. Più vicina.
In realtà, Améthyste, non è completamente nera, perché alla luce il suo manto si rivela cangiante con meravigliose sfumature metalliche, bronzo e blu intenso con pennellate di rosso e di viola. Un arcobaleno notturno che magicamente si palesa alla luce del giorno.

Se avessi avuto una figlia l'avrei chiamata Améthyste. Ma non ho figli perché non ne ho mai sentito imponderabile il desiderio, e non è capitato, neppure per sbaglio.
Doveva essere nel mio destino: fine della storia.
Ed un'Améthyste, nella mia vita, comunque c'è.

Ci siamo incontrate proprio su questa strada. C'era questa micia ferma ad un angolo, come in attesa. D'impulso le ho fatto una carezza. Lei mi ha guardato e non è fuggita via. Dopo quel contatto mi sono staccata a fatica da quel pezzo di marciapiede. Sapevo che non avrei dovuto farlo. Che non avrei dovuto stabilire un legame, neppure momentaneo. Non c'è niente di più oscuro e drammatico della commozione: una melassa dove rischi di rimanere impantanata. E allo scoperto.
Così ho ripreso a camminare a passo svelto, e lei ha iniziato a seguirmi. Qualche passante ci guardava incuriosito. Dovevamo apparire, agli occhi della gente, una coppia strampalata ma anche molto ben assortita, io con le mie sottane nere e lei che di nero aveva il manto: la strega e la sua gatta.
Non mi piace essere guardata. Non mi piace attirare l'attenzione, per questo lavoro come receptionist notturna in un hotel del centro. Chi sta alla reception non ha bisogno di una fisionomia che s'imprima nella memoria, è solo una voce che risponde alle chiamate e una mano che scrive su un registro.
Ma tornando a quel mio incontro con  Améthyste, ricordo di aver percorso un lungo tratto di strada e lei era sempre lì, a pochi centimetri da me, aveva calibrato la sua andatura con la mia e procedeva, senza ripensamenti, sinuosa ed elegante, al mio fianco, con la coda dritta come lo scettro di una regina.
Ovvio che in quel momento non potevo sapere se Améthyste fosse una lei o un lui, anche se il mio istinto, da subito, l'ha presagita femmina, e neppure avrei immaginato che quello fosse l'inizio di un qualcosa. Di un'intesa o, ancor più impensabile, di una convivenza, perché non avevo alcuna intenzione di modificare il mio modus vivendi di animale crepuscolare, con le ore vissute nell'arco temporale che va dal tramonto all'alba, e le brevi pause di un sonno asciutto, senza sogni. Il mio tempo è quello di un orologio le cui lancette girano al contrario, così, senza troppi rimpianti ho imparato, al di là di una facile metafora, a scoprire nei tramonti le albe e nelle stelle gli arcobaleni.

Davanti al portoncino nero fumo della palazzina dove vivo, mi sono fermata sulla soglia. Un momento d'indecisione poi ho girato la chiave nella toppa e affrontato la breve rampa di scale che conduce al mio appartamento al primo piano. Ho finto che fossi sola. Ho aperto la porta e Améthyste, senza nessuna indecisione, è entrata e ha cominciato ad annusare tutti gli angoli e gli spazi delle camere. Poi, soddisfatta, è venuta a strusciarsi contro le mie gambe. Mi ha accettata senza che io le avessi fatto alcuna promessa. Senza nessuna rassicurazione da parte mia e nonostante la mia ritrosia.
Semplicemente si è fidata.

Queste nella foto siamo io e  Améthyste, durante la consueta passeggiata pomeridiana nel nostro quartiere. Tra un po' rientreremo a casa per preparare la cena prima d'iniziare la nostra anomala quotidianità: io diretta al lavoro e lei alle sue scorribande notturne. Ci incammineremo entrambe verso la fermata della metro, io come sempre un po' impacciata nel tailleur nero e leggermente traballante sui tacchi d'ordinanza della mia divisa da receptionist, e sulla spalla una capace tracolla che ospita Améthyste durante il nostro percorso verso il centro, da cui sgattaiolerà fuori appena giunte davanti all'Hotel dove prenderò servizio. C'è sempre, ormai da un po' di tempo, un piccolo gruppo di gatti che l'attende all'angolo dell'elegante palazzo, e con i quali s'avvia nelle sue segrete avventure urbane: battute di caccia e spericolate esplorazioni di quei luoghi inibiti a noi umani.
Dal canto mio, con molta discrezione, dalla mia postazione sempre getto uno sguardo al portoncino smerigliato dell'Hotel per vedere quando si palesa al di là del vetro la sua piccola ombra scura, perché stanca delle sue scorrerie o più semplicemente perché vuole starsene un po' con me. Accucciata sotto il bancone dove sgranocchia crocchini e se ne ha voglia schiaccia un pisolino, al caldo d'inverno, al fresco d'estate, gratificandomi con la morbida carezza del suo respiro che mi sfiora le gambe.
Siamo molto avvedute e nessuno, nell'hotel, si è accorto mai della sua presenza. Ma l'ha notata, invece, la mia dirimpettaia, che ora spesso lascia davanti la porta di casa qualche leccornia felina. Una premura che Améthyste di certo non disdegna, e ricambia la gentilezza con affettuose strusciatine le volte che ci è dato incrociarla sulle scale. La mia vicina esce di rado perché afflitta da una severa patologia alle gambe, e così sono convinta che quegli incontri non siano affatto casuali.
Ultimamente, tra gli estimatori di Améthyste, che per via di queste nostre passeggiate è diventata una celebrità nel quartiere, si è aggiunto anche il proprietario del negozio di libri, che  s'affaccia, e ci saluta, ogni volta che passiamo davanti alla sua libreria. Per lei, sulla soglia del suo negozio, ha posto due ciotoline viola, una  per l'acqua e l'altra per i crocchini, e scritto col pennarello dorato il suo nome. Così la sosta nella libreria è diventata parte integrante del nostro percorso, e una delle abitudini irrinunciabili di Améthyste. E mentre lei si ristora, e non ci sono acquirenti, c'è anche tempo per una breve, cordiale conversazione. Ieri, nonostante il mio evidente imbarazzo, lui mi ha voluto regalare un libro che tratta di psicologia felina. Me lo ha porto con un sorriso, quasi scusandosi: «Si vede che lei ed  Améthyste siete molto affiatate e probabilmente questo manuale non aggiungerà nulla alla sua esperienza, ma mi farebbe comunque piacere se lo accettasse.»

Quel regalo inaspettato conteneva un'interessante miniera d'informazioni di cui nulla sapevo, anche se credo che nessuno, davvero nessuno, potrà mai esplorare completamente, al di là della sua esteriorità, il complesso, enigmatico, meraviglioso mondo felino.
E credo che questo sia un bene.

martedì 21 maggio 2024

Crodino e Sapphire: una storia ai confini della realtà

Stamani, sciorinando un lenzuolo dal davanzale della finestra, con grande stupore ho visto che anziché pencolare verso il basso i due lembi inferiori erano assurdamente tesi verso l'alto. Dritti. Rigidi. Conferivano al lenzuolo l'aspetto di una culla improvvisata. Sono rimasta a fissare incredula quell'inverosimile amaca, quando Crodino, il mio gatto arancione, scavezzacollo e casinista, è saltato sul davanzale e ha iniziato agilmente ad arrampicarsi su una di queste improvvisate funi, rimanendo saldo e pacifico come un pirata sulla tolda in fase di avvistamento di un vascello da depredare o, molto più verosimilmente, di uno dei tanti piccioni che da generazioni alloggiano abusivamente sopra i cornicioni del condominio. Nessuna minaccia e nessuna blandizia l'ha convinto a scendere dal suo surreale avamposto dove, per altro, sembrava stare a suo agio e godersi il panorama, in attesa di una preda. Ho valutato di tirare verso di me il lenzuolo, ma poi il timore che quel movimento inaspettato potesse fargli perdere l'equilibrio e farlo precipitare nel vuoto, mi ha fermata. Una situazione davvero spinosa. E senza spiegazione alcuna quel sovvertimento delle leggi della fisica e della natura...oltreché delle buone maniere, che a quanto pare il mio gatto non conosce affatto. O di cui non gli importa nulla.

«Crodino, scendi ti prego, vuoi farmi prendere un infarto?» Lo imploro «Ti giuro che non ci saranno ripercussioni, anzi ti preparerò doppia razione di tonno e gamberetti, ma per favore, vieni giù!»

Alle mie suppliche sommesse (importante in questi casi è non farsi prendere dall'isteria, gridare o lasciarsi andare a movimenti bruschi) è accorso Sapphire, l'altro gatto di casa, un Blu di Russia, un aristocratico che detesta il chiasso e le situazioni imbarazzanti, e il cui contributo è stato quello di gettare un'occhiata infastidita a Crodino che svetta impavido, attaccato alla cima del lenzuolo, come alle sartie di una barca, e un'altra più severa, gelidamente accusatoria nei miei riguardi:
Sono certa che se avesse potuto denunciarmi ai servizi sociali lo avrebbe fatto, non perché temesse per Crodino, (il quale non è nuovo a queste situazioni al cardiopalma), ma perché seccato da tutto quel trambusto. Sapphire, che mi conosce bene, è consapevole che quella mia calma è solo apparente e da lì a breve, se quel pestifero gatto color carota non si fosse deciso a scendere sul davanzale, sarebbe culminata almeno con una chiamata ai vigili del fuoco, con l'inevitabile certezza di finire sui social, dal momento che, in questo nuovo secolo, i gatti ne sono diventati straordinari protagonisti. Una vera mania che ha contagiato la razza umana di religioso fervore verso i felini di ogni specie, colore e indole.
Un culto a cui Sapphire, fin dal nostro primo contatto, mi ha reso chiaro che avrei potuto officiare solo, e quando, lo avesse deciso lui.

Mentre siamo in questa situazione di stallo (confesso di non essere, per carattere, una decisionista), e non volendo al pari di Sapphire, seppure per motivi diversi, assurgere alle cronache dei social, e di fare via web il giro del mondo, con questa storia ai limiti della realtà, mi sovviene l'idea di tentare Crodino con una generosa offerta di snack al salmone e formaggio, di cui è molto goloso. Un espediente di cui spesso, e quasi sempre con successo, mi servo per indurlo a palesarsi quando decide di fare orecchie da mercante ai miei richiami. Gli snack, però, sono in cucina, il che richiede il mio allontanamento dalla finestra, e so di non poter lasciare Sapphire di guardia perché, appena avrà intuito la mia intenzione, mi avrà già preceduta alla credenza.
Non è un piano attuabile. Non è un rischio che posso correre.

Sembra che sia un passato un tempo infinito da quando si è creata questa incresciosa situazione ma, in realtà, si tratta solo di minuti. E, nel mentre cerco una soluzione, il nutrito stormo di piccioni abusivi che abitano la grondaia, si sono assiepati sui tubi pluviali, incuriositi dalla strana performance di Crodino, che mai si è trovato a così poca distanza da loro. Anche lui li vede e, con l'istinto del cacciatore, si protende a valutare la distanza e l'ampiezza del balzo che dovrebbe spiccare per agguantarli. Dalle rispettive postazioni, il gruppo dei piccioni, e il micio, si osservano studiandosi.
Crodino, perfettamente immobile si staglia, con quel suo color carota, come un lucente, minaccioso avatar, sullo sfondo azzurrino del cielo, mentre dalla compagine dei volatili, i più temerari, incuranti del pericolo, all'inizio con qualche prudenza ma poi sempre più spavaldi, gli si fanno sotto. Hanno preso nota della sua impotenza e lo provocano. Così sospeso può solo subire l'oltraggio. Seppure, con buona probabilità, quella di Crodino potrebbe non essere debolezza ma tattica, dal momento che non ha distolto neppure per un secondo lo sguardo dal manipolo dei volatili, e questa ipotesi mi spaventa ancora di più perché ben conosco la sua temerarietà, quando l'ho sorpreso a passeggiare sulla balaustra del terrazzo col chiaro intento d'irrompere in quello del vicino. Da quella volta, a scongiurare imprese del genere, ho recintato la ringhiera con un'alta rete ricurva verso l'interno.

L'idea di battere sul tubo dello scolo, così da produrre un rumore per mettere in fuga i piccioni, mi attraversa fulminea la mente ma, l'attimo dopo, l'ho  già respinta, perché quello stesso rumore spaventerebbe anche il micio. D'altro canto una soluzione devo pur trovarla presumendo che Crodino non potrà rimanere in quella posizione ancora per chissà quanto.
Intanto, Sapphire, inizia a miagolare e a strusciarsi sulle mie gambe, segno che ha fame. Non sgarra di un secondo sugli orari delle pappe e non tollera ritardi, perché dalle strusciatine passa d'un subito ai morsi alle caviglie. E non sono morsetti per gioco!


Ed eccomi qui, presa tra due fuochi!
Urge che elabori un piano per uscire fuori da questa sorte di limbo dantesco, che me lo raffiguro su una tela michelangiolesca, diviso su 4 livelli: il primo, è la gronda dove sono appostati i piccioni; il secondo, è a mezz'aria dove sosta Crodino, sospeso tra il vuoto e il davanzale; il terzo, è il riquadro della finestra dove io sono sporta metà fuori e metà dentro; il quarto, è il pavimento dove Sapphire, novello Cerbero, infierisce sulle mie caviglie.
Cerco di scalciarlo via  senza fargli male, ma quando il gattaccio infernale snuda gli artigli e s'inerpica lungo le mie gambe, urlo con tutto il fiato che ho nei polmoni, spaventando i piccioni che si levano in volo in un disordinato sfarfallio di penne e di piume, mentre Crodino, atterrito dal mio grido agghiacciante, si stacca dal suo sostegno di fortuna per atterrare sul davanzale, dove io, col cuore che batte a mille e mani tremanti, lo stringo nella morsa delle mie braccia e lo tiro verso l'interno.
Una volta al sicuro, e come ringraziamento, il furfante pel di carota si divincola dalla mia presa e, come se niente fosse accaduto, raggiunge Sapphire che, prevedendo la mala parata, nel frattempo è andato a nascondersi sotto il letto dove, come da copione, iniziano a rincorrersi e poi ad azzuffarsi, in una gara senza esclusioni di colpi per arrivare primi alle ciotole.
 
Prenditi un gatto, dicevano, vedrai che renderà la tua vita migliore.
Prenditi un gatto, dicevano, vedrai che sarà divertente. Dicevano.
Ed io ci ho creduto così tanto che ne ho presi due!

... e la mia vita, Crodino e Sapphire l'hanno di certo movimentata!

martedì 16 maggio 2023

La straordinaria avventura di Mauricio Duarte a Sponge Island

 


 Sponge Island

Quando Mauricio Duarte approdò su quel lembo di spiaggia ocra e cobalto, capì che il suo destino era compiuto e che nessun mezzo di terra, di aria e ancor meno di mare, lo avrebbe riportato al punto di partenza, e verso cui, neppure, vi avrebbe voluto far ritorno.
E al diavolo i rimorsi e i rimpianti, perché tutto quello che era stato nella vita passata non avrebbe mai potuto cancellarlo, ma con un po' di fantasia avrebbe però potuto ripensarlo in termini diversi, e più consoni, alla sua nuova ipotesi esistenziale. E d'immaginazione, di cui  Mauricio Duarte di certo non difettava essendo un romanziere, anche se più noto ai lettori di gossip che di narrativa.
Con un breve sguardo abbracciò il piatto paesaggio di acqua e di sabbia e sorrise soddisfatto di trovarsi completamente allo scoperto, visibile agli occhi di Dio e degli uomini, perché non c'è modo migliore di rendersi invisibili quanto quello di mostrarsi.
Pagò il prezzo pattuito al marinaio che lo aveva fin lì traghettato e, in aggiunta alla stretta di mano, lo elargì di una generosa mancia, che quello accettò con un largo sorriso.
Rimasto solo si tolse le scarpe e la giacca, e dopo essersi rimboccato le maniche della camicia, si sedette sulla sabbia a guardare l'orizzonte attraverso le lenti scure dei suoi occhiali da turista e, nell'attesa che quel lembo di mondo prendesse vita, s'accese una sigaretta.

«Dovete spegnere la sigaretta, sulla spiaggia vige il divieto di fumo. Non avete visto il cartello?»

La voce alle spalle lo fece sobbalzare. Si voltò verso la donna che lo aveva redarguito e, con un sorriso innocente, s'accinse a spegnere la sigaretta nella sabbia, ma lei, impaziente, lo ammonì di nuovo: «Spegnetela qui» Disse porgendogli una scatolina a forma di conchiglia. 
Mauricio, dopo aver deposto la sigaretta nel contenitore, alzò le mani in segno di resa: «Chiedo scusa, non ho visto il cartello».

La donna, da sotto il turbante multicolor, obiettò con un ironico: «Già» e dopo aver riposto la scatolina in una capace sacca di tela, s'allontanò senza neppure salutarlo.

«La ringrazio per il caloroso benvenuto» Le gridò dietro, in tono scherzoso, Mauricio.

Ma lei non si girò neppure.

La vide allontanarsi lungo il bagnasciuga; la gonna rossa avvoltolata  sulle generose cosce brune, e la sacca penzolante dalla spalla.

Qualche chilo di meno e sarebbe una donna strepitosa, pensò Duarte nell'osservarla allontanarsi.

«Quella è Yara, il nume tutelare dell'Isola. Io, invece, sono Anita...Anita e basta». La ragazza precisò porgendogli  la mano  con un sorriso amichevole. Dopo di che s'era seduta accanto a lui: «Benvenuto a Sponge Island» aggiunse con divertito sarcasmo.

«Piacere di conoscerla, Anita Io sono Mauricio Duarte». Nel presentarsi s'era tolto gli occhiali, curioso di vedere se il suo nome da vip producesse su di lei un qualche effetto. Ma la ragazza si limitò ad un cenno del capo e ad un sorriso. 

 «Siete qui per turismo, per devozione o per affari?» Domandò lei curiosa.

«Niente di tutto questo: sono qui per restare». Mauricio aveva risposto inforcando gli occhiali per studiare con più agio, e senza darlo a vedere, la ragazza che, decisamente, non rientrava nei suoi standard di bellezza femminile. Troppo pallida, troppo esile, quasi androgina, mentre lui prediligeva le donne brune e formose, quelle con le curve e le rientranze giuste.

«Davvero avete intenzione di rimanere qui?» La genuina sorpresa nella voce di Anita lo colpì in maniera diretta.  «Cosa avete commesso di così riprovevole per scontare una simile punizione?»

Il tono era scherzoso, ma solo all'apparenza, tanto che Mauricio, per rassicurare se stesso, si sentì in dovere di replicare: «Punizione? C'è il mare, il sole e bellissime donne.» Quest'ultima frase non era nei riguardi di Anita, ma pensò che fosse doveroso includere anche lei nell'ancora inesplorata fauna femminile dell'isola, gratificandola di uno sguardo insolente, da intenditore.

«Se lo dici tu!» Esclamò lei ridendo e dandogli del tu, prima di accomiatarsi con un sospiro di rammarico: «Devo proprio andare. E' stato un piacere conoscerti, Mauricio.»

«Piacere tutto mio, Anita.» S'era alzato per salutarla. «Ad ogni modo ci si rivede.»

«Sicuro.» Aveva confermato la ragazza .

Al primo affaccio, nel riquadro della finestra, un paesaggio fauves

Sponge Island propagava, nella luce meridiana, sullo sfondo cobalto e ocra, compatto e privo di sfumature, come sulla tela di un dipinto fauves. Mauricio Duarte, affacciato alla finestra della sua stanza del "Long Beach Hotels", alla vista di quel paesaggio fu quasi sopraffatto da un mancamento, col cuore che gli batteva pesante in petto, e un senso furioso di vertigine. A stento riuscì a ritrarsi dalla finestra, lottando con un'improvvisa fame d'aria e la conseguente sensazione d'asfissia. In qualche modo si riprese, rassicurato dall'interno anonimo della stanza, ma quella sensazione, forse meglio definirla emozione, fino a quel momento sconosciuta, lo aveva lasciato tremante. Disorientato e dissociato da se stesso. Lottando contro l'oscura fascinazione che ancora lo pervadeva, tirò i tendaggi per oscurare il paesaggio. Sedette sul divano con lo sguardo fisso sulle pareti rassicuranti della camera. Questo contribuì a riscuoterlo e collocarlo nella realtà. Andò in bagno e con una salvietta spugnò d'acqua fredda la fronte. Provò sollievo e, al ritrovato se stesso nello specchio, confidò, con incerta spavalderia: «un banale attacco di panico, vecchio mio». E dopo essersi calcato il panama in testa, strizzando l'occhio alla sua immagine, esclamò: niente che non si possa neutralizzare con una sana bevuta e una bella donna!

Al "Barrier", prove di cittadinanza

Il paesaggio, che sul far della sera s'era andato man mano scolorendosi, confondendo mare e sabbia in un' unica tavolozza antracite a cui una fievole luna disdegnava dar luce, e solo lo svogliato sciabordio delle onde lasciava intuire l'esiguo confine tra l'elemento marino e quello terrestre, non produsse alcun effetto alienante su Mauricio Duarte che, da parte sua, aveva già accantonato l'esperienza del pomeriggio etichettandola come attacco di panico, e nel frattempo predisponendosi ad una serata esplorativa della fauna femminile dell'isola.
Si lasciò guidare dall'insegna al neon "Barrier", che lampeggiava ad intermittenza, rossa e verde, come un semaforo notturno, sul frontale di un basso edificio. Spinse la porta e si ritrovò in un locale ampio, lindo, disadorno e deserto, tranne per le presenze di un ragazzo dietro il bancone e di un paio d'avventori che parlavano fitto tra di loro, nel rumoroso sottofondo di "Good Time" degli Chic propagata da un juke box. Duarte entrò dopo aver gettato un'occhiata sconfortata al locale.

«Dove sono finiti tutti...c'è il coprifuoco?» Domandò, cercando d'imprimere alla sua voce un'allegra nota di stupore ma che, invece, risuonò vagamente ansiosa

«Turista, eh?» Bofonchiò, con una risatina di sarcasmo, uno degli avventori. 

 «No, sono qui per restare.» Rispose Mauricio avvicinandosi al bancone. 

Con un gesto della mano fece segno al barista di riempire i bicchieri, ma il ragazzo lo aveva prevenuto: «Questo giro lo offre la casa, in segno di benvenuto.»

L'avventore che aveva parlato per primo s'era diretto al jukebox e dopo aver  selezionato "Sunshine Day" degli Osibisa, era tornato verso il bancone. Era un tipo asciutto, con la faccia piena di rughe, da pescatore. 

«Perché vuole restare?» Domandò a Duarte, guardandolo incuriosito.

«Già...perché? » Gli aveva fatto eco il secondo avventore, forse parente dell'altro, perché si somigliavano.

«Mi sembra un buon posto dove potersi fermare.»  Duarte, fece cenno al barista di versare un secondo bicchiere.

«Mi spiace signore, ma l'ora della mescita è terminata. Dopo il tramonto, sull'isola, non si servono più liquori di alcun tipo.» Disse il ragazzo chiudendo la bottiglia e riponendola sullo scaffale.

«Ok, allora dammene una a portar via. Me la berrò in solitudine.» Mauricio sospirò teatralmente, cercando con un'occhiata la complicità degli altri due ma ricavandone, invece, solo una smorfia di disappunto.

«Non è possibile neppure l'asporto.» Obiettò il barista, in tono dispiaciuto.

«Ma a chi vuoi  che importi, non c'è nessuno  a controllare!|» Esclamò, e poi indicando i due uomini aggiunse in tono scherzoso: «A meno che non facciate la spia». Rise.
I due si limitarono ad una scrollata di spalle, guardandolo senza simpatia.

«Niente da fare, signore. Non vogliamo noie di nessun tipo: le leggi, sull'isola, si rispettano». Concluse il ragazzo in tono gentile ma deciso, che non ammetteva repliche.

I due avventori avevano ripreso a parlottare fra loro, ignorandolo, e a Duarte non rimase che inforcare la porta e poi la strada del ritorno.

Le coltivatrici di spugne

Attirato dalla luce della prima mattina, Mauricio, memore delle sensazioni respingenti della sera prima, s'avvicinò con cautela alla finestra che s'apriva sul vasto, piatto paesaggio di sabbia ed acqua,  visibilmente alienata dalla bassa marea del mattino, e dalle cui secche emergevano busti femminili con le teste protette dal sole, a quell'ora già dirompente, da grandi cappelli di paglia o da ampi fazzoletti, munite di maschere da snorkeling e boccagli, ognuna intenta ad armeggiare in silenzio, con reti e secchi, nel proprio appezzamento d'acqua delimitato da boe e funi. Il paesaggio animato non lo respinse come era accaduto nel pomeriggio precedente anche se, a dire il vero, era solo l'oceano ad essere movimentato dalle donne immerse, che la spiaggia, invece, risultava deserta. Anche il porto, posizionato qualche chilometro più avanti, con i pescherecci attraccati a riposo al rientro della pesca notturna, e le piccole imbarcazioni diurne che scivolavano silenziose sul dorso sottile delle onde a prendere il largo, sembrava deserto. I richiami dei marinai atti alla loro quotidianità, giungevano impaludati in una muta eco marina, con le voci roche attutite e smorzate dall'aria che andava velocemente scaldandosi. Tra i copricapi femminili di diversa foggia e colore, alcuni perfino deliziosamente strambi, riconobbe il turbante multicolor di Yara, intenta con movimenti lenti ed armoniosi, (acquatici, aveva pensato Mauricio nell'osservarla) ad armeggiare tra le boe e le funi, sparire con la fiocina sott'acqua ed emergerne con prede incolori  cautamente poste a dimora in una borsa di rete. Ad ogni movimento di Yara, i lembi della sua gonna rossa tingevano di fiamma il blu cobalto dell'acqua, mentre il seno generoso si disegnava, bruno e sodo, attraverso la tela bianca della camicetta bagnata, esercitando un sensuale, muto richiamo di sirena che lo indusse a scendere in spiaggia per tentare un approccio con la sensuale dea, il nume tutelare dell'isola, così come l'aveva definita l'incolore Anita.
Indossò il panama e gli occhiali, e dopo una rapida occhiata di approvazione allo specchio, uscì.

Jukebox mania 

La hall era deserta, non c'era nessuno, nemmeno il portiere, ma da qualche spiraglio dell'etere s'erano insinuate le note vivaci  di "Happy Days" di Pratt e McClain
Sembra che qui imperversi la mania dei juke box e delle allegre canzoni da hit, si ritrovò a riflettere Mauricio, scorgendo l'apparecchio dietro la reception. Sorrise di questa che gli sembrava una buffa fissazione degli isolani, ed uscì in spiaggia.
Ragazzini si rincorrevano sulla spiaggia mettendo a rischio l'ambulante che con fatica trainava, nella sabbia, il suo banchetto di frutta fresca e granite. Un nutrito gruppo di turisti, (tedeschi, ipotizzò Duarte), vestiti con bermuda e camice hawaiane e muniti di cellulari scattavano foto, entusiasti e rumorosi, si davano grandi pacche sulle spalle..
...ma la spiaggia, intravista dal riquadro del "Long Beach Hotels" non era quella!
Dove sono finite le coltivatrici di spugne? Duarte s chiese, smarrito, davanti a quell'ordinario panorama acquatico increspato di onde e di bagnanti.

«Dove sono finite le coltivatrici di spugne?» Domandò al barman intento ad asciugare bicchieri dietro al bancone del "Barrier".

«Quali coltivatrici di spugne?» Gli fece eco una voce incuriosita alle sue spalle.

 Si girò e riconobbe uno dei due avventori della sera precedente. 

«Le ho viste affacciandomi alla finestra del "Long Beach Hotels" dove alloggio. Tra loro c'era anche Yara...la conoscerete di certo Yara, la dea dell'isola». Esclamò incerto davanti allo sguardo perplesso dei due.


«Di cosa farneticate, amico?  Yara è morta e qui non si coltivano spugne da almeno un decennio, vi sarete lasciato influenzare dal nome dell'isola o, molto più probabilmente, da qualche drink di troppo». Obiettò l'uomo, guardandolo severo.

«Nessun drink. Neppure un goccio. Come avrei potuto ubriacarmi dal momento che su questa dannata isola esistono solo divieti?». Domandò sarcastico, e vagamente minaccioso, Duarte.

L'altro, raccogliendo il tono poco amichevole, gli si era fatto sotto, ma intervenne il barman a prevenire una probabile, inopportuna discussione.

«Niente risse qui!» S'intromise perentorio.

«Temi che si spaventino i clienti?» Domandò Duarte, indicando con disprezzo il locale vuoto

«Niente risse!» Ripeté il ragazzo.

«Ok...niente risse, allora riempi il bicchiere con qualcosa di forte. O c'è ancora il coprifuoco?»

«Niente da fare, siete troppo su di giri, e non sarebbe salutare né per voi, né per noi, un'ubriacatura. A me toglierebbero la licenza e voi finireste in gattabuia». Obiettò, stavolta in tono più conciliante, il barman.

«...e scommetto che anche lì ci troverei un juke box che suona briose canzoncine di benvenuto». Lo irrise Duarte, prima di andarsene.

Anita

«Mauricio...ehy, Mauricio, ti ricordi di me? Anita...»
Lui s'era voltato sorridendo: «Certo che mi ricordo di te, Anita, l'unica persona non ostile su quest'isola». Declamò, teatrale, Mauricio.
Lei aveva riso, prendendolo sottobraccio.
Indossava un cappellino blu con visiera e un prendisole rosso dai disegni minuti.
Sembrava molto giovane, ma anche molto sicura di sé. 

«Immagino ti riferisca agli isolani. Non badarci. Sono gelosi della loro isola e non amano troppo i turisti. Ma hanno bisogno di loro per sopravvivere. La fragile economia di questo luogo è legata ad un eco sistema molto vulnerabile..» s'interruppe indicando, con un gesto vago, il paesaggio «qui è tutto così...evanescente... per questo ci sono tanti divieti, per non...».

«...per non indurre nessuno a restare?» La interruppe lui con una smorfia divertita. Ma il tono era serio.

«Probabile». Assentì lei, ridendo. 

Il sole picchiava forte e il suo bagliore incandescente penetrava la schermatura scura degli occhiali.
In cerca di ristoro sedettero sotto un porticato che ombreggiava una fila di cabine in muratura, bianche e azzurre, e al momento disabitate. In un angolo campeggiavano un jukebox e un flipper.

Brevemente le raccontò lo scambio di battute avute con i due avventori del "Barrier", a proposito di Yara e delle coltivatrici di spugne.

«Io le ho viste, quando mi sono affacciato alla finestra della mia camera d'albergo, c'erano tutte queste donne in acqua intente al loro lavoro. C'era anche Yara». Disse, senza preamboli, Mauricio Duarte. Il tono era quello di un'affermazione netta che, per sicumera o per timore, non contempla smentite. 

«Yara è morta, e le spugne non si allevano più da circa dieci anni». Disse Anita, in tono incolore, confermando la veridicità dell'informazione.

«Come può essere morta se l'abbiamo incontrata ieri su questa spiaggia? Ci ho parlato e l'hai vista anche tu!» Esclamò stizzito, togliendosi gli occhiali per meglio valutare le reazioni della ragazza che si limitò, invece, ad un sorriso pensieroso.

«Yara è morta» Ripeté lei paziente «Ma questo non significa che tu...anzi, noi, non la posiamo vedere».

Duarte la guardò perplesso e poi feroce, stringendola malamente per un polso: «Mi stai prendendo in giro?»  

Anita, da quella stretta, cercò di liberarsi «Mi stai facendo male» Lo disse senza alcuna ostilità, come se volesse renderlo consapevole di un danno involontario che andava perpetrando nei suoi confronti.

Lui lasciò la presa: «Se provi dolore significa che sei viva». Rispose beffardo

«Non necessariamente chi prova dolore è vivo, ma si, io sono viva, almeno quanto te». S'era tolta gli occhiali e attraverso il tavolo gli tese la mano, ma Mauricio, deliberatamente ignorò il gesto.

«E le allevatrici di spugne? Anche loro morte?»

«Non tutte, solo quelle che hai visto. Intendo dire che non tutte le coltivatrici di spugne sono morte, ce ne sono ancora sull'isola, ma è un'attività che non si pratica più».

Mauricio scosse la testa: «Non credo a niente di quello che hai detto».

«Posso dimostrarlo». Anita s'era alzata ma lui era rimasto al suo posto.

«Non voglio convincerti di nulla. Voglio solo farti vedere, toccare e capire»

«Cosa fate qui? Depredate i turisti della loro volontà e poi dei loro averi? E' questa l'attività che ha preso il posto del commercio delle spugne?» 

«Vieni con me e capirai» Rispose la ragazza paziente, tendendogli di nuovo la mano.

Quella notte, quando la luna s'allontanò dalla terra

Percorsero il camino a ritroso, senza scambiarsi una parola, finché Anita ruppe il silenzio: « E' accaduto su quest'isola, circa un decennio fa, qualcosa d'inspiegabile. Avvenne una notte, quando una fitta cortina di buio avvolse Sponge Island, totalmente oscurando ogni cosa. Un buio labirintico, impenetrabile, così assoluto da confondere i sensi ed annullare le percezioni. All'inizio si ipotizzò una straordinaria eclissi di luna, ma poi i nostri scienziati convennero fosse dovuto ad un breve, imprevedibile, allontanamento della luna dalla terra. Ma non dall'intero pianeta, perché il blackout coinvolse solo, per qualche manciata di minuti, questa minuscola protuberanza di terra nel Pacifico. Poi...».

Ma Duarte la interruppe scettico: «...se fosse vero quello che tu dici il fenomeno avrebbe avuto risonanza mondiale, non credi? Non si può tener nascosto un evento del genere. Lo avrebbero di sicuro rilevato le postazioni della NASA presenti sul suolo lunare». 

Anita scosse la testa: «Deve essere accaduto qualcosa, in quei minuti che ha escluso dal rilevamento degli eventi la NASA. Non c'è altra spiegazione e, viste le conseguenze che per Sponge Island ne sono derivate, il nostro governo ha pensato bene di mantenere il silenzio su ciò che era accaduto, ma da quella notte, qui, niente è stato più come prima».

«E cos'è accaduto poi di così straordinario su questo fazzoletto di terra? Tranne per il sole assassino che crea scompensi alla vista e alla testa, e procura visioni non reali agli sconsiderati turisti sottomessi a divieti inflessibili, mi sembra che tutto sia nella norma». Obiettò Duarte, scoppiando in una risata forzata.

«Da quella notte, qui, niente è stato più come prima». Proseguì Anita testarda, volutamente ignorando il tono irridente di Mauricio. «Ma ora vedrai con i tuoi occhi, perché siamo giunti a destinazione». Annunciò, fermandosi nello spiazzo del "Barrier".

Ai bordi di una realtà limitrofa

Con sorpresa, Duarte, si accorse della presenza di tavolini e ombrelloni disseminati  nella piazzola del "Barrier", che nelle sue visite precedenti non c'erano. Stava per dirlo ad Anita, ma lei aveva già varcato la soglia. Il locale era gremito, voci estere si sovrapponevano al sottofondo discreto della musica e al tintinnio ghiacciato dei bicchieri. Le pareti erano tappezzate di stampe di Henry Matisse e Andrè Derain,  e, dietro al bancone, campeggiava un grande specchio rettangolare. A servire i clienti, due ragazze brune e formose, distribuivano drink e sorrisi, ricevendo in cambio generose mance, mentre una terza,  vestita di micro shorts e una camicetta annodata sotto il seno, faceva la spola tra i divanetti interni ed i tavoli esterni.

Quando vide Anita la salutò e con un cenno d'intesa le indicò un tavolino appartato, nel fondo del locale dove Duarte, frastornato, la seguì.

«Dove diavolo siamo?» Chiese in tono forzatamente neutro, ma percependo i sintomi dello smarrimento del pomeriggio precedente.

«Al "Barrier"». Rispose lei con naturalezza.


«Non è il "Barrier" dove io sono stato. Non c'erano  tavolini, né quadri e neppure specchi. A dirla breve non c'era niente, tranne un jukebox».

Per tutta risposta, Anita fece un cenno alla cameriera in shorts di avvicinarsi per poi chiederle: «Il mio amico dice che questo non è il "Barrier", per favore, Gracia, puoi confermargli che nei dintorni non c'è un altro locale simile?».

«Non ce ne sono altri, signore, il "Barrier" è l'unico». Confermò la ragazza in tono gentile e poi, in quello professionale domandò se volevano ordinare.

 «Ho bisogno d'aria». Duarte s'alzò di scatto facendo cadere la sedia e s'avviò a precipizio all'uscita. 
Fuori all'aria aperta, lottò contro la sensazione d'asfissia che lo lasciò tremante ed esausto e totalmente disorientato. 

«Ti prego dimmi che non sto diventando pazzo». Mormorò ad Anita che lo aveva raggiunto.

 «Non sei pazzo» Lo rincuorò lei, stringendogli la mano «E' l'effetto che l'isola produce sulle nostre sensazioni. Non su quelle di tutti, ma solo su chi è predisposto. Come me e te. E Yara». Disse Anita indicando la donna che pattugliava la battigia con un retino, ripulendola dalle intemperanze dei turisti.

«E' un fantasma. Un inganno della mente». Duarte, obiettò rancoroso, con un gesto della mano a voler scacciare la visione.

«E' qualcosa di più complesso di un fantasma o di un inganno della mente, e paradossalmente più spiegabile. In realtà Yara non è morta, ma è scivolata nel varco di un universo parallelo. Un passaggio che si è aperto nello spazio-tempo quella notte, quando la luna s'allontanò dalla terra». Tacque, per dar tempo a Duarte di elaborare la spiegazione e fare domande. Ma lui, invece, scoppiò in una risata senza allegria.

«Non sono io il pazzo ma piuttosto voi tutti su quest'isola. Avete orchestrato una combutta per i turisti gonzi...però, di fantasia non difettate...magari mi avvarrò di questa trama per scrivere un romanzo. Confesso che a me non sarebbe mai venuta in mente... ma ultimamente difetto in materia». 

Anita, ignorando il sarcasmo nelle parole di Duarte, proseguì in tono paziente la sua narrazione: «Quella notte una parte di noi venne inghiottita in questo varco, ma non ci rendemmo subito conto di cosa era realmente accaduto, ma il giorno dopo scoprimmo che centinaia di persone erano scomparse. Li cercammo ovunque, scandagliammo per giorni il fondo dell'oceano nonostante la temperatura dell'acqua si fosse elevata di diversi gradi, così come quella dell'aria. Il disastro ambientale fu di proporzioni immani. Molte specie marine, tra cui le spugne, su cui proliferava la nostra economia, si estinsero, e l'aria irrespirabile fece strage tra i fragili e gli anziani. Temendo il terremoto mediatico non demmo notizia dei fatti realmente accaduti quella notte, e attribuendo l'incremento delle temperature ad un drastico, inspiegabile surriscaldamento climatico. Degli scomparsi decretammo la morte, fino al momento in cui alcuni di noi iniziarono a vederli. Vedevamo loro e loro vedevano noi. E a pochi privilegiati, come è accaduto a te per inspiegabili ragioni, perfino d'interagire. Quello che tu hai visto dalla finestra del tuo hotel è una visione di Sponge Island come era prima di quella notte. Quella parte dell'isola, che ora non esiste più, restituita dalla visione dell'universo parallelo che l'ha inglobata. Stessa cosa per la tua esperienza al "Barrier", le persone con le quali tu hai parlato erano tra gli scomparsi. Ma il "Barrier" dove tu sei entrato non esiste più da molto tempo, soppiantato ormai da molti anni dal nuovo "Barrier". Riesci ora mettere a fuoco la differenza tra il prima e il dopo?».

«Prima vivevate in una società basata sui divieti e sulle cen...»

«No, era una società basata su scelte ecologiche consapevoli. Non erano divieti ma modus vivendi acquisiti ed accettati. Turismo selezionato e d'avanguardia. La nostra economia basata sulla sostenibilità ambientale non ammetteva infrangimenti alle regole. Poi, dopo quella notte, tutto è cambiato. Per sopravvivere abbiamo dovuto dar spazio al turismo di massa, accettare compromessi e tutto al ribasso. Anche se le temperature dell'aria e dell'acqua col tempo si sono stabilizzate su valori sopportabili, seppure all'insegna di un caldo desertico, Sponge Island non è più il paradiso terrestre. Non in questo universo, almeno». Concluse sconsolata.

«Il paradiso lo si può concepire in tanti modi, e il vostro, a mio avviso era alquanto noioso. Non sarei mai rimasto nella vecchia Sponge Island e dubito che nessuno lo abbia mai fatto» Ribatté ostile, al solo scopo di contraddirla.

«C'è qualcuno che voglio farti conoscere». Disse lei prendendolo sottobraccio e, senza dargli tempo di replicare, lo stava già guidando lungo il sentierino oltre il "Barrier".


Fernando Rey e  dog Rey

La stradina terminava di netto davanti al cancello di ferro battuto di una grande casa dai muri ocra e le persiane blu cobalto. Un cartello con l'effige minacciosa di un molosso rossiccio, con la bava alla bocca e gli occhi gialli, ordinava perentorio "Andatevene!".  Anita suonò il campanello e dal fondo del vialetto, come una saetta, s'avventò contro il cancello, abbaiando furiosamente, un meticcio di media corporatura, dal pelo arruffato Lo seguiva un uomo alto, stempiato, dall'andatura svogliata e un sigaro all'angolo della bocca. Quando vide Anita, sulla sua faccia comparve un ampio sorriso.

«Buono, Rey. Lei è di famiglia... anche se non la si vede quasi mai da queste parti». Il tono era ironico ma con un fondo di dolcezza.

 «Ciao papà. Hai preso un cane?». Domandò Anita, dandogli un bacio sulla guancia.

«Non è un cane, dog Rey è il mio body guard. Vero, dog Rey?» Sentendosi appellare per nome, il meticcio, dopo aver chiarito con un ultimo minaccioso ringhio che quello era proprio il suo ruolo nei confronti di Fernando, si pose al suo fianco, in silenzio e in vigile attesa.

«E il tuo amico chi è?» 

«Mauricio Duarte». Si presentò Mauricio, tendendogli la mano.

«Fate parte anche voi della consorteria dei nostalgici della vecchia, morigeratissima, Sponge Island?» Squadrò curioso Duarte che scosse la testa stupito: «Non ne so nulla, sono solo di passaggio». 

L'affermazione di Duarte, tra il pavido e l'impacciato, scatenò la brusca  risposta di Anita: «Avevi detto che restavi!»

«Le atmosfere di Sponge Island confondono le idee. Siete saggio a non fare progetti. Soprattutto non ascoltate mia figlia». Lo prevenne divertito Fernando, venendogli in soccorso. 

«Papà!» Esclamò, offesa, Anita.

Dog Rey, cogliendo il disappunto nel tono di Anita, s'intromise con un sordo, minaccioso, sibilo.

Fernando fece accomodare l'ospite nel salotto arieggiato da un'enorme ventilatore a soffitto munito di cinque pale, anche se il refrigerio era dato in massima parte da un più discreto, e meno scenografico, condizionatore. Ma in realtà, Mauricio notò, che tutta la stanza era arredata in maniera sofisticata e molto personale. Non c'era la mano di un architetto ma solo il gusto di Ferrnando Rey.

«A cosa devo l'onore di questa visita?» Aveva aperto lo stipite un fornitissimo mobile bar e, con un gesto della mano, invitato Duarte a servirsene.

«Mauricio, non solo riesce a vedere ma perfino ad interagire con la vecchia Sponge Island. Mi ha descritto il "Barrier" esattamente come era un decennio fa, e non essendo di qui non capisco come possa averlo fatto. E poi ha visto Yara...l'avevo vista anche io, ma lui ci ha anche parlato.» Raccontò Anita, in preda all'euforia.

«Ancora con questa storia, bambina?« Chiese in tono indulgente, scuotendo il capo. E poi, a Duarte, in tono marcatamente scettico: «Dunque, a quanto afferma mia figlia, avete conosciuto Yara. Anita vi ha detto che Yara è morta da un bel po' di anni ormai?»

«Si, me lo ha detto.» Confermò, Duarte a disagio.

«Siete un veggente, Mauricio? Di quelli che affermano di avere rapporti con l'al di là? E cosa davvero avete visto? O sarebbe più corretto chiedervi cosa vi è sembrato di vedere?» Domandò cortese, ma con nel sottofondo una nota di scherno.

«Cosa mi è sembrato di vedere...» Duarte era confuso. Mortifcato.

«Sembrare. Credere. Pensare. Non sono affermativi.» Obiettò, in punta di fioretto, Fernando.

«Papà, smettila! Lo stai volutamente confondendo.» Insorse esasperata Anita.

«No, a questo, ci hai già pensato tu » Replicò sarcastico Fernando. Poi, rivolto al suo ospite, nello stesso tono, confidò «Sono decenni che gira la leggenda di questo fantastico blackout cosmico che avrebbe colpito Sponge Island, e della voragine spazio-temporale, che avrebbe inghiottito, in un universo parallelo, una porzione d'isola coi suoi abitanti. Una fiaba a cui fanatici ecologisti, tra cui mia figlia, pur senza alcuna prova, si ostinano a dar credito.»

«Ecco...appunto... Anita, mi ha raccontato di quella notte, quando la luna si è allontanata dalla terra e...»

Fernando, sconsolato, allargò le braccia: «Mauricio, siete un uomo colto ed intelligente, davvero potete credere che né gli americani, o i russi, che hanno sul suolo lunare postazioni sofisticate e potenti, avrebbero potuto non rilevare tale evento?» Domandò incredulo, guardandolo negli occhi.

«In effetti è stata la mia prima obiezione al racconto». Ribadì Duarte, intimidito. Ma l'altro non gli diede tempo di uscire dall'angolo in cui lo aveva cacciato, per stenderlo definitivamente: 
«La verità, unica incontrovertibile è che, nonostante le demenziali politiche ecologiche perversamente basate sui divieti, a Sponge Island si è verificato un catastrofico rialzo delle temperature che ha distrutto le fonti  su cui basava l'intera economia di cui la stessa Yara era stata appassionata fautrice. Sua l'idea delle Sponge Farms e di quel turismo eco sostenibile che ha trasformato l'isola in una prigione a cielo aperto, inducendo gran parte degli abitanti ad andarsene. A causa delle intransigenti politiche ambientaliste Yara si era fatta molti nemici, ed è probabile che con lei non siano andati per il sottile. Mentre gli isolani scomparsi, di cui vaneggia mia figlia, non sono morti e neppure stati inghiottiti dal multiverso, semplicemente sono scappati verso esistenze più libere. Anche i turisti, quando hanno scoperto quanto restrittive erano le regole di questo paradiso, hanno cominciato a disertare l'isola. Il cambiamento climatico, disastroso ma in qualche modo provvidenziale, è stato l'alibi per nascondere il fallimento dell'impresa e giustificare il ritorno ad una società più inquinata ma molto più tollerante.» lo redarguì severamente, in tono quasi paternalistico «Per l'amor di Dio, Mauricio, lasciate questa storia inverosimile ad uso e consumo dei ragazzini e degli ecologisti più fanatici, e non dategli alcun credito. Sapete perché Anita vi ha portato qui? Per convincermi, tramite voi, ad aderire alla sua stramba causa, perché sono molto ricco ed è risaputo che gli ideali da soli non portano alla vittoria.» Concluse puntando il dito contro la figlia.

Quel gesto accusatorio scatenò la reazione incontrollata di Anita nei riguardi, però, di Mauricio: «Perché mi stai facendo questo? Perché rinneghi quello che hai visto e sentito? Yara non solo l'hai vista ma ci hai anche parlato. E mi hai fatto un'accurata descrizione del vecchio "Barrier", dove tu non sei mai stato ed ignoravi, fino ad oggi, la sua esistenza. Poi, quando sei venuto con me in quello che ora è il "Barrier", sei rimasto sconvolto. Non era il locale dove tu Gracia, una delle cameriere, ne è testimone.»

 Fernando, a sua volta, prese a pungolarlo provocatorio: «Avete davvero parlato con Yara o ve lo siete solo immaginato? Questo sole assassino non solo danneggia la vista ma provoca allucinazioni. Come avrete notato qui il paesaggio è abbacinante e il riverbero del sole non dà tregua. Non ci sono ombre né sfumature. Sponge Island è il luogo più innaturale del pianeta dove è facile essere preda delle suggestioni.»

Nell'ultima parte del discorso il tono di Fernando s'era sempre più ammorbidito, fino a diventare comprensivo. Solidale. Gli stava tendendo un appiglio per uscire dalle sabbie mobili dove s'era maldestramente impantanato, fornendogli una motivazione con cui giustificare la sua stupida credulità. Mauricio lo capì e s'affrettò ad afferrare quel ramoscello: «Razionalmente? Convengo con voi che non si è trattato altro che di suggestioni.»

«Me ne vado. Non ce la faccio a sentire i tuoi discorsi. La tua miscredenza, papà, anche davanti a prove evidenti, è oltraggiosa altrettanto come la tua disonestà intellettuale, Mauricio». Urlò furiosa ad entrambi, ed intimò a Duarte: «Andiamo via!».

La reazione scomposta di Anita, aveva allertato dog Rey, già pronto a scattare, ma Fernando lo prevenne: «Buono dog Rey, Anita ringhia ma non morde: è solo giovane ed intransigente. Una pulzella d'Orleans molto perentoria e poco educata, che non vi ha chiesto se volete andare oppure rimanere aper un altro bicchiere. Così ve lo chiedo io: rimanete? Non mi capita spesso di avere ospiti con i quali sono in così completa sintonia». 

«Accetto volentieri l'invito». Rispose pavido Duarte, gettando un'occhiata ingorda al mobile bar così ben provvisto. E poi, ad Anita «Non ti dispiace, vero?»

Per tutta risposta lei uscì sbattendo la porta. Solo allora Fernando vide che  aveva dimenticato gli occhiali da sole. 

«Scusate, Mauricio, la rincorro e glieli porto perché il riverbero del sole, a quest'ora del giorno, è micidiale. Ma vi prego, in mia assenza non fate complimenti e servitevi pure». Disse indicandogli una bottiglia di "Ron  Abuelo Centuria".


In attesa
 

Fernando Rey corse fuori e trovò Anita in attesa, vicino al cancello.

«Allora, cosa ne pensi di lui?» Domandò la ragazza, presagendo, però, la risposta.

«Non è adatto. E' troppo instabile ed influenzabile. Hai visto con quanta prontezza ha rinnegato la sua esperienza? Il nostro alleato dovrà essere psicologicamente solido, avere fede  nella sua capacità di giudizio ma, soprattutto credere nella sua missione. In poche parole non dovrà assolutamente essere manipolabile. Duarte, invece, è l'esatto contrario: egocentrico, malleabile, corruttibile ed incoerente. Puoi scommetterci che domani salirà sul primo traghetto senza neppure passare a salutarti.»

Anita, assentì con un sospiro. Fernando le porse gli occhiali: «Pazienza, tenteremo ancora. Non bisogna scoraggiarsi, prima o poi riusciremo a trovare qualcuno che possa per noi varcare quel confine e ricongiungerci agli altri.» 

«Con Duarte, però ci siamo scoperti forse troppo. E se  raccontasse a qualcuno di questa storia? Ci siamo sempre preoccupati che rimanesse segreta, che di quella notte nulla trapelasse.»

«E' uno scrittore, penseranno che è frutto della sua fantasia anche se, nel borsino della critica, Mauricio Duarte è da lungo tempo ormai in caduta libera. "Gioia di vivere," il suo libro d'esordio, è l'unico, nella sua scarna produzione, ad aver riscosso un certo successo, poi solo una sequela di libercoli senza alcun valore. Duarte è un donnaiolo, dedito essenzialmente ai piacere della vita piuttosto che a quelli della letteratura. Con le sue credenziali il nostro segreto è al sicuro, e con la sbornia che gli farò prendere magari non ricorderà più niente.» Rise, senza allegria

Anita era delusa «Un altro fallimento. Mi chiedo se troveremo mai qualcuno in grado di agire per noi.»

 «Non lo so, ma quello che posso garantirti è che continueremo a cercare. Te lo prometto.» La rassicurò Fernando, prima di tornare dal suo ospite.

lunedì 16 gennaio 2023

Una favola dark nel fragore della notte di San Silvestro



"Se volete un lieto fine, questo dipende, naturalmente, da dove interrompete la vostra storia"
(Orson Welles)

Passata la mezzanotte, quando le striature di fiamma degli ultimi fuochi d'artificio sono tramutati in liquide gocce d'inchiostro per essere subito dopo inghiottite dal buio dell'ultima notte dell'anno, mentre mi accingo a chiudere la finestra, sono balzati sul davanzale, e poi sul pavimento della mia camera da letto, due strane creature: un elfo con un cappello a punta e una coda di gatto che fuoriesce dal retro dei pantaloni alla zuava, e ai piedi indossa buffe scarpe con la punta ricurva. Con lui c'è una donnina somigliante ad bambola di pezza, vestita da una mantellina rossa dal cui cappuccio, calato sulle spalle, fuoriescono biondi riccioli di stoppa che incorniciano, nel viso di porcellana, due occhi enormi, color fiordaliso. La donnina stringe in una mano l'archetto di un violino.
Ho solo il tempo di tirarmi indietro che quelli, come un lampo, sono catapultati sul mio pavimento: l'elfo atterrando saldo sui propri piedi, la donnina di pezza, invece, flettendosi lievemente sulle ginocchia, ma riconquistando subito dopo, e con inaspettata grazia, la posizione eretta.
Dal canto mio non aspettavo visite, se non quelle che, data l'ora notturna, si fanno nei sogni o, come nel mio caso, nell'insonnia
Restiamo immobili, per un lungo momento, a studiarci nella luce bianca e fredda della stanza che mette in risalto, con dovizia di particolari, le straordinarie peculiarità dei miei inattesi ospiti, i quali, però, non sembrano gradire di essere al centro di quel troppo illuminato palcoscenico. Ed ecco che l'elfo, con uno schiocco di dita, ammorbidisce i toni crudi della lampadina al neon riportando la stanza alla penombra.

«Meglio, Ombretta?» domanda premuroso alla sua compagna, che muovendo l'archetto su un invisibile  violino gli risponde con la languida nota.

«Chi siete?» M'intrometto pronta a far valere i miei diritti di padrona di casa.

«Lei è Ombretta ed io sono Osv Ald». Risponde l'elfo con la voce affascinante di un doppiatore cinematografico, del quale, però mi sfugge il nome.

Colgo una nota irridente nella risposta dell'elfo, quasi che fosse sufficiente quella striminzita presentazione a giustificare l'irruzione a casa mia. Così ribadisco puntigliosa: «Si, ma oltre a questo, che ci fate qui? Cosa volete da me?».

«Ci siamo smarriti a causa delle improvvise, violente luci assordanti che, squarciando il cielo, ci hanno fatto perdere il senso dell'orientamento, deviandoci dalla nostra traiettoria». Recita l'elfo.

Luca Ward! ecco chi è il famoso doppiatore di cui mi sfuggiva il nome. Osv Ald ha la stessa voce di Luca Ward. Ma le similitudini si fermano a questo, perché la figuretta infantile, da libro di fiabe, non ha null'altro in comune con l'affascinante attore/doppiatore/conduttore radiofonico. E questa constatazione mi riporta al presente: «Qui, però, non potete stare». Polemizzo spalancando i vetri della finestra. «Prego» E con un gesto della mano l'invito ad andarsene. 

Mi risponde la nota straziante del violino invisibile di Ombretta. Una nota prolungata e singhiozzante come il pianto di un bambino strappato alla culla. 

«Chi siete?» chiedo di nuovo quando il suono svanisce, e invano tento di focalizzare nella penombra l'invisibile strumento che lo ha generato.

«Lei è Ombretta ed io sono Osv Ald. Ci siamo smarriti a causa delle improvvise, violente luci  assordanti che, squarciando il cielo, ci hanno fatto perdere il sen...». 

«Questo  l'ho capito, ma non basta!» Sbotto impaziente avviandomi verso l'interruttore della luce.

L'elfo schiocca di nuovo le dita e il pavimento, man mano che avanzo, duplica, triplica, quadruplica, quintuplica nel suo perimetro, allontanando sempre di più l'interruttore.

«Non serve la luce per vedere. Non ti fidi dei tuoi occhi? Hai visto tutto quello che c'era da vedere ma ancora dubiti di te stessa, ti ostini a cercare quello che non c'è ed ignorare, invece, quello di cui hai contezza». Osv Ald  mi guarda con tristezza e scuote la testa con disappunto. «Mi fai davvero pena perché pur avendo il dono della vista sei del tutto cieca». 

A sottolineare questa drastica affermazione c'è il suono malinconico del violino che si diffonde nell'aria come l'amaro profumo dell'artemisia, mentre Ombretta dirige con dita sicure l'archetto sulle corde invisibili del suo immateriale strumento. Quando la melodia tace, mi fissa coi suoi grandi occhi color fiordaliso che diventano azzurro violetto quando incontrano quelli di Osv Ald. Confusa ne distoglie lo sguardo, e le lunghe ciglia disegnano una mezzaluna scura sotto le palpebre socchiuse, come un morbido ventaglio di piume. 
Non ho mai avuto bambole con occhi così belli. Così vivi. E, ancor meno, che suonassero il violino, o interagissero con qualsiasi altro oggetto in maniera così veritiera. Così realista.
Ho avuto una bambola parlante, ma il suo vocabolario si limitava a poche, infantili parole, scandite con voce meccanica. Per farla parlare dovevo darle la carica attraverso un pulsante posizionato sulla schiena e lei diceva "sonno" "fame" "cacca" con tono incolore. In quel suo coinciso lessico mancavano le frasi "ti voglio bene" o "prendimi in braccio". La mia bambola parlante difettava dei vocaboli dell'amore. 

«Il violino è la voce di Ombretta che, per tua informazione, non è una bambola.». Fa eco ai miei pensieri la voce fascinosa di Osv Ald.
 
«Sai leggere il pensiero?» Domando incredula «Perché stavo giusto pensando ad una mia bambola»

«So fare molte cose». Risponde con una piroetta che lo trasporta, con un solo movimento, nella parte opposta della stanza, a scalarne le pareti, a camminare a testa in giù sul soffitto e poi, con agilità felina, cadere sui piedi. «So fare questo ed altro, come dilatare o restringere lo spazio; proiettare l'esterno nell'interno e viceversa; agire sulla forza di gravità e sulle dimensioni temporali multiple. A questo lungo elenco delle mie peculiarità, manca però la dote di mentalista. Ma voi siete così elementari e prevedibili che capire cosa vi passa per la testa non è affatto difficile». Mi fissa ironico, e poi procede con disappunto: «Una bambola! E' un pensiero davvero scontato nei confronti di Ombretta. E' quello che tutti pensano quando la vedono per la prima volta. E anche la seconda, e la terza, e così via di seguito. Una bambola di pezza, un essere inanimato, priva di anima e di pensiero. Una banale imitazione di voi esseri senzienti. Nessuno osa credere che Ombretta, esattamente come me sia di carne ed ossa».

«Mi stai dicendo che siete umani?» chiedo perplessa.

«Bè, la parola umani non è la più appropriata ma è l'unica similitudine che le vostre menti limitate, ma pure così straordinariamente arroganti, sono in grado di capire. Non esistete solo voi nell'immenso universo. Ci sono mondi strepitosi e diversi dal vostro che non vedete ma, ancor peggio, quando avete la fortuna d'incapparvi, li denigrate. Li disprezzate. Nella migliore delle ipotesi l'ignorate».

«Quindi voi due, così diversi, allora non provenite dallo stesso mondo».

«Non capisco se questa tua è una domanda o un'affermazione». Al tono divertito di Osv Ald fa eco il trillo brioso del violino di Ombretta. I due si scambiano uno sguardo d'intesa ed allora a rispondermi è lei, e lo fa a modo suo, attraverso quel suo violino fantasma, con una melodia di una tenerezza struggente che trapassa l'anima e i sensi. E quella musica è di certo la voce di un angelo o di una sirena, o di una donna innamorata che racconta la storia di un sentimento che sfida le differenze e le diffidenze, che non conosce barriere e s'affida alla incorrotta, e incorruttibile, certezza dell' amore.

 Quando il violino tace, Osv Ald riprende il discorso: «Si può essere diversi e non esserlo. Questo non significa abiurare la propria natura, disconoscere le proprie dissomiglianze ma, al contrario, farne un punto di forza e con quello costruire una più complessa, e completa, armonia. Io sono in perenne movimento, lei ha bisogno di un punto d'approdo. Io sono la trottola e lei è il perno su cui giro, la forza di gravità senza la quale rotolerei velocemente verso il nulla. Se Ombretta ha bisogno del mio movimento io, altrettanto, necessito della sua stabilità. Insieme ci completiamo. Insieme siamo un unico».

Confesso di provare una punta d'invidia per questa loro storia dove c'è materiale per un film Tim Burton. Lo penso d'istinto, senza tradurre il pensiero in parole.

«...o Guillermo del Toro» mi fa eco Osv Ald. Ma forse è solo la mia immaginazione.

Decido di tenere per me questo dubbio dal momento che mi è chiaro che lui, poiché gli fa gioco, non  ammetterà mai di avere doti da mentalista, così  mi limito a sorridere e ad assentire con il capo.
Ma pure ha ragione quando afferma che noi umani siamo elementari, prevedibili. Scontati. Per cui non ci sarebbe niente di diabolico nella sua capacità d'interpretare la logica umana e prevenirne il pensiero, essendo egli un attento osservatore, un fine psicologo, e un persuasivo affabulatore.
 Lo guardo per verificare se questa mia ultima, insinuante riflessione riesce a provocare una sua qualche istintiva reazione. Ma niente. La sua espressione non tradisce nulla. 
Sorrido del mio puerile riscontro, consapevole che se davvero possedesse capacità telepatiche, di ogni mia strategia programmata per indurlo a svelarsi, lui ne verrebbe, in tempo reale, a conoscenza, neutralizzandomi.
Contraccambia il mio sguardo con un misto d'indignazione ed ironia, poi si volta verso la sua compagna:« Ora che i cieli si sono placati, potremmo rimetterci in cammino, mia cara, naturalmente se non sei troppo stanca, e togliere così il disturbo, dal momento che qui non siamo i benvenuti».
Ombretta non ha il tempo di una risposta che lui l'ha già presa per mano, e la guida verso l'uscita
Lei si gira verso di me e mi guarda malinconica, con quei suoi splendidi occhi fiordaliso dove tutta la tristezza del mondo pare essersi, d'un tratto, annidata. 

D'improvviso, il sospetto che la donnina di pezza possa essere ostaggio dell'elfo, si fa strada nella mia mente. E il timore che il racconto del suo violino non fosse quello di una tenera storia d'amore, ma una sommessa, accorata invocazione di aiuto, diventa plausibile, così mi precipito verso la porta: «Di solito non sono così scortese.Vi prego di scusarmi. Non so cosa mi abbia preso. I botti di fine anno e quelli dei fuochi d'artificio innervosiscono anche me. Potete rimanere» Mi rivolgo ad Osv Ald, cercando di non far trapelare l'affanno nella mia voce: «Ombretta è visibilmente stanca. Lasciamola riposare ancora un pochino».

«Prima ci cacci e poi cambi idea. Ora ti preoccupi della stanchezza di Ombretta. Sei ben strana, anche per essere un'umana». Mi guarda sarcastico: «Ah, se solo potessi leggerti nella mente!». Non mi dà il tempo di rispondere che già è rivolto alla violinista e le domanda premuroso: «Sei ancora stanca, mia cara? Quanto stanca? Perché per la nostra ospite lo sei visibilmente». 

Ombretta poggia il suo violino fantasma sulla spalla e con l'archetto trae una piccola nota lamentosa, poi una breve pausa, e ancora la stessa nota, succeduta da un'altra pausa, e poi di nuovo, finché  Osv Ald, con un gesto della mano interrompe quella monotona esecuzione e, rivolgendosi a me, conferma: «Ammette di essere ancora stanca, così ci toccherà approfittare ancora un po' della tua squisita ospitalità ». Non mi sfugge il tono ironico con cui pronuncia l'ultima frase.

«Può stendersi sul mio letto». Suggerisco indicando un punto nella stanza.

Osv Ald, la prende fra le braccia e la depone sul letto, accomodandola sotto le coltri le toglie l'archetto dalle mani. Lei tenta un vago gesto per riprenderselo, ma poi rinuncia, cedendo a quel calore consolatorio. 
Nella stanza è calato il silenzio. Io e l'elfo, senza troppe finzioni, apertamente  ci stiamo studiamo. E' lui il primo a rompere gli indugi e a dare il via ad una probabile belligeranza: «Il gioco intuitivo mi annoia, anche perché per me è facile arrivar per primo al traguardo, quindi giochiamo a carte scoperte». 
La sua non è una proposta ma piuttosto un' ingiunzione.

«Come vuoi» rispondo io, in un finto tono di distacco. «Chi sa leggere il pensiero è di sicuro, in questo frangente, avvantaggiato». Butto lì, provocatoria. 

Lui non abbocca e specifica caustico: «Io sono oltre la mentalizzazione: io sono nella tua mente». Accomodandosi sulla poltroncina ai piedi del letto. Accavalla le gambe mettendo in mostra quelle sue buffe scarpe a punta a forma di gondola, sullo stile dei Leningrad Cowboy. Noto anche che la coda è sparita.

«Dov'è finita la tua coda?» Chiedo stupita.
 
«Ah, quella è retrattile. serve a confondere le idee. Me l'ha fornita Behemoth, ma se continui a fissarmi così tra poco mi spunteranno anche i suoi baffi da cavalleggero». Ride sottovoce, per non svegliare Ombretta.

«Chi sei? Cosa a che fare Behemoth con te?»

«E non mi chiedi di queste scarpe? Sono di Vladimir, il manager dei Leningrad Cowboys, me le ha prestate, dovresti saperlo visto che sei stata tu l'intermediaria».

«Io?» Domando incredula «Ma quando?»

«Quando?  Decenni fa, mia cara, prima che io nascessi. Meglio ancora, che mi assemblassi. In quegli anni, che potremmo definire della tua formazione, hai piluccato qua e là dettagli e assaporato atmosfere letterarie e musicali, molte delle quali, a mio avviso, discutibili, o che forse avresti dovuto approfondire, motivo per cui io sono come sono. Ma anche lo stravagante concepimento di Ombretta  è opera tua....lei è figlia delle tue malinconiche, romantiche tiritere esistenziali post adolescenziali, e di quelle successive, agguerrite e femministe». Scuote il capo e sorride.

«Non ricordo niente di tutto questo, ma in compenso mi sta venendo un gran mal di testa». Dico in tono dolorante.

Osv Ald, mi punta il dito contro: « E' il minimo!» Esclama alzandosi per dirigersi verso il letto, e un pezzetto di coda fa capolino dal retro dei suoi pantaloni.

Qual è il nesso tra il piccolo elfo e Behemoth, il diabolico gatto del romanzo "Il maestro e Margherita"? E quale, quello col gruppo musicale finlandese dei Leningrad Cowboys?
E qual è il ruolo di Ombretta in tutto questo?

Complice o vittima di Osv Ald? Rifletto in silenzio.

«E se, invece, fosse lei quella dalla quale guardarsi?» La voce di Osv Ald mi giunge da dietro le spalle.

 Mi volto. Sono entrambi davanti a me, si tengono per mano e mi sorridono enigmatici. 

 «Un'ipotesi che non hai nemmeno preso in considerazione, perché la muta, dolce ed indifesa Ombretta, forse un po' tocca, di certo stravagante, perché suona un violino che nessuno vede, ispira sentimenti di benevolenza e compassione, mentre io, invece, con questa coda di gatto, queste scarpe da clown, e le mie strepitose peculiarità acrobatiche, potrei essere, senza alcun dubbio, l'incarnazione del diavolo».  S'interrompe per darmi modo di elaborare la logica nel suo ragionamento. Poi, indicando la sua compagna, riprende il discorso: «Complice o vittima? Non l'hai mai, però, vista come una possibile minaccia. Ti sei fatta incantare da lei e ti  saresti battuta per lei. E se fossi io la sua vittima? Ipnotizzato da quel suo diabolico violino e sedotto dalla sua natura all'apparenza dolce, remissiva. Precaria. E tu...» prorompe in tono melodrammatico: « tu, saresti stata la prossima. L'ultima di un'interminabile serie».  

  Osv Ald guarda Ombretta e si sorridono complici. Lei si avvicina e lui le prende una mano. Le bacia le dita una ad una, e poi il braccio, tutto, fino alla spalla, dove indugia tra i capelli e l'orecchio, per posare, infine, la sua bocca sulla sua. Un lungo, sensuale bacio. E di quel bacio, Ombretta, ne risplende tutta. Sirena e fata. Madonna e cortigiana. Donna.
Poi l'elfo, premuroso, le porge l'archetto e lei, dal suo violino fantasma, trae note aliene, criptiche, di un linguaggio musicale a me sconosciuto. Indecifrabile. Ma che pure, in maniera inequivocabile, giunge al cuore e ai sensi.

Quando la musica tace, Osv Ald, con un guizzo mi si pone di fronte e senza darmi il tempo di obiettare nulla, incalza: «C'è sempre una terza via, mia cara, e in alcuni casi anche una quarta e forse una quinta. Mai fermarsi alla prima, potrebbe essere un tranello. Di queste vie, fino ad ora vagliate, quale sceglierai? Guillermo del Toro ha detto che la vera scelta politica oggi è scegliere l'amore e non la paura. Per il finale di questo racconto sceglierai l'amore o la paura? Noi lo sapremo solo a giochi fatti, e non ci resterà che accettare la tua scelta. Come vedi, tra i nostri tanti poteri, non abbiamo quello di decidere il nostro dest...». 

Sfuma la voce seducente di Osv Ald /Ward, quando le stelle residue di un fuoco d'artificio clandestino deflagrano, improvvise, accendendo la notte di bagliori psichedelici, e il rimbombo apocalittico di quell'ultima fiammata frantuma i vetri della finestra e una spessa, acre cortina di fumo, inonda la stanza. 

Con gli occhi che lacrimano, a tentoni, nella stanza d'improvviso deserta, cerco indizi a testimonianza dello straordinario passaggio dell'elfo con la coda di gatto e della bambola di pezza e del suo violino fantasma.
Li chiamo, e mi risponde il silenzio. Di loro più nessuna traccia.
Mi affaccio alla finestra sperando in un rewind, che la pellicola si riavvolga e tutto accada di nuovo.
Ma il mondo, oltre la barriera degli alberi e l'alta cinta dei palazzi, è tornato solitario e quieto.

Nella stanza silente riecheggiano le parole di Osv Ald: Guillermo del Toro ha detto che la vera scelta politica oggi è scegliere l'amore e non la paura. Per il finale di questo racconto sceglierai l'amore o la paura? 

L'amore, senza alcun dubbio, perché scegliere l'amore non è solo un lieto fine ma una rivoluzione. 
Lo sussurro nella mia mente, ma sono certa che Osv Ald ed Ombretta, in qualunque altro luogo dello sconfinato, inesplorato universo siano, presto lo scopriranno.

Scruto la notte, dove la densa cappa di fumo si è finalmente diradata e le stelle, con fervore, sono tornate a splendere.

sabato 20 novembre 2021

La trappola di carta


(Pubblicato nell'antologia "Progetto Gostwriter" da "Quelli di Writer Monkey.it" Dicembre 2019)

GHOSTWRITER (1)
«Questo è il materiale che mi avete commissionato. Ovviamente, se non è sufficiente posso produrne altro. Ma credo sia meglio non esagerare. Nella trama ci sono le slabbrature necessarie a creare l'illusione di un'opera prima. Lo stile è leggermente ibrido, immaturo, quel tanto che basta a conferirgli un marchio di autenticità» aveva sottolineato il ragazzo, visibilmente soddisfatto, porgendo la pennetta USB a Rene Malvasi, direttore della casa editrice “Lo stilo di Calliope”.
«È tutto qui dentro». 
Renè aveva allungato una mano per prenderla, riuscendo però solo a sfiorarla poiché il giovane prontamente l'aveva tirata via.
«Ovviamente il mio avvocato ha in consegna la prova documentale del mio lavoro svolto per voi. Una tutela necessaria nel caso si verificasse un malaugurato inadempimento al nostro accordo».  
Di nuovo aveva sorriso strizzandogli l'occhio e posando la chiavetta internet sulla scrivania.
«Non ci sarà nessun problema» replicò seccamente l’altro senza ricambiare il sorriso.
«Sarà un bene per tutti».
Il tono del ragazzo era rilassato. Ironico perfino. Sulla soglia si voltò indietro per un'ultima raccomandazione: «Non dimentichi che la macchina da scrivere deve essere una “Olivetti Lettera 22” perché Nicola Sapiero usava solo quella». 

ALICE SAPIERO (1)
La notizia del ritrovamento dell'inedito di Nicola Sapiero aveva sollevato negli ambienti letterari pochi entusiasmi e molti scetticismi, poiché alla sua facondia letteraria erano stati attribuiti, già nel passato, ritrovamenti di originali rivelatesi poi fasulli. 
Autore prolifico come pochi altri, aveva fecondato col suo seme creativo la metà del secolo passato e diverse signore che lo avevano attraversato. Il numero dei figli che avevano reclamato un riconoscimento di paternità era pari a quello degli inediti, scoperti post mortem, che aspiravano alla legittimazione del suo nome.
La notizia di questo ennesimo ritrovamento, data con discrezione da Alice Sapiero, nipote dello scrittore, passò all'inizio inosservata: un trafiletto scarno, semi nascosto tra la pubblicità chiassosa di una nota casa di lingerie e il roboante annuncio del divorzio della diva tal dei tali.
Uno spazio angusto in antitesi alla grandezza letteraria di Sapiero.

Ad ampliare quello spazio, però, fu proprio quella nipote ospite in un banale talk show, di quelli dove il pettegolezzo è spacciato per cultura, s'impose all'attenzione degli spettatori quando all'ennesima provocatoria domanda sulla vita privata del nonno s'era alzata e aveva schiaffeggiato il conduttore.
Vertiginoso picco d'ascolti per una trasmissione mediocre, dove quella reazione spontanea aveva messo a tacere l'odioso sgarbo delle parole.

Alice Sapiero s’era mostrata aggressiva perché mortalmente ferita nel nome e negli affetti”: questo il commento dei giornali schierati dalla sua parte. 
Era intervenuta in suo sostegno anche la lobby degli intellettuali, che mai s'era posizionata a difesa se non dello scrittore almeno delle sue opere, e mai aveva contestato il fatto che troppo spesso, e ad arte, s'era andata strumentalmente creando una perversa correlazione tra le trame dei suoi romanzi e la sua vita reale, alienandogli il consenso della più vasta fetta di lettori.
...ma ora, fra le troppe ombre e le poche luci che s'erano nuovamente accese sulla vita di Sapiero, a cercar di riportare il tutto ai toni discreti della penombra, ci avrebbe pensato quella sua nipote battagliera.

LO SCOOP EDITORIALE
Anche la stampa più conservatrice aveva plaudito al gesto di Alice, intendendolo come un atto di pietà a proteggere la memoria del nonno la cui biografia basava più sulla sua leggenda, nei decenni rimaneggiata ed ampliata, che su una cronologia veritiera.
Il tentativo della donna era quello di far accendere i riflettori sullo scrittore piuttosto che sul libertino. Che si parlasse, una volta tanto, solo delle sue opere, e in particolare di questo inedito, l'ennesimo tra i tanti ritrovati e mai, dagli esperti, validati.
Chiaramente falsi, perché se lo stile dello scrittore era assai scarno, privo di quegli stilemi che lo avrebbero reso difficile da imitare, era nella trama che si rivelava il suo inconfondibile marchio, in quel suo modo sottile, diabolico, di sparigliare le carte fin dal primo capitolo, sapientemente trascinando il lettore in un machiavellico gioco di chiaroscuri e di realtà apparenti.

"Leggere un racconto di Nicola Sapiero è penetrare le geometrie interconnesse, le costruzioni impossibili, le distorsioni dell'infinito, di Maurits Escher: un'irrazionalità logica".
Questa la definizione data dalla Enciclopedia Treccani delle opere dello scrittore.

Opere che dopo la sua morte erano cadute nel dimenticatoio, e se ancora se ne parlava era per via delle tracce che Sapiero aveva lasciato quando era in vita.
...e da quel passato s’era materializzata quella sua nipote bellicosa che andava affermando che l'inedito era indiscutibilmente autentico perché da lei stessa ritrovato quando, frugando nell'archivio di casa alla ricerca di un atto notarile, da un'anonima cartelletta era fuoriuscito il fascio di fogli dattiloscritti, perfettamente conservato (salvo l'ingiallimento della carta dovuto al tempo) di quel racconto giovanile del nonno, sepolto tra i documenti di famiglia.

Nascosto, perché il padre di Nicola (il bisnonno di Alice),era assolutamente contrario al fatto che il figlio scrivesse, avendo ipotizzato per lui una carriera, sulle sue stesse orme, nel campo della cardiochirurgia.

«Ed è giusto affermare che il nonno, amando così tante signore, sempre di cuori, infine, si è occupato». Con questa battuta leggera Alice Sapiero si era conquistata le simpatie e gli applausi della platea.
…ma sulla trama del racconto il giornalista non le aveva cavato una parola di bocca.

«È al vaglio degli esperti, toccherà a loro stabilire se il materiale che ho ritrovato nella casa del nonno, tra le sue cose, appartenga a lui» aveva puntualizzato con sferzante ironia. «Assurdo, ma è così. Un paradosso, questo, di cui anche lui avrebbe riso e forse ricavato un racconto: il canovaccio ideale per una delle sue storie/labirinto» aveva replicato sarcastica, concludendo l’intervista.

STORIE/LABIRINTO
"Storie/labirinto": anche questa sua suggestiva definizione delle opere del nonno fece velocemente il giro degli ambienti letterari. Coincisa e asciutta, perfettamente rappresentativa della narrativa dello scrittore.
"Storie/labirinto" poteva benissimo diventare il titolo con cui editare, se il dattiloscritto si fosse rivelato originale, una collana coi suoi racconti più di successo e proporli ad un pubblico giovane, non condizionato dalla cattiva fama dello scrittore o forse, proprio in virtù di questa, maggiormente attraente.
...in attesa dell’esito dell'esame documentale materiale, che era stato affidato al massimo esperto del settore, quel professor Donato Cristofari al cui vaglio erano stati sottoposti, già nel passato, gli inediti attribuiti a Nicola Sapiero e da lui smentiti.

PERIZIA E VERDETTO
Delle ingenti spese di quella costosa consulenza se ne era interamente fatta carico lo "Stilo di Calliope" la storica casa editrice dello scrittore, dopo che la nipote aveva sottoposto ad un loro primo giudizio il dattiloscritto.

«Opera di Nicola Sapiero. Senza alcun dubbio», aveva affermato Edmondo Spada, biografo ufficiale e profondo conoscitore delle sue opere, che seppur ormai molto avanti con gli anni e afflitto da una cecità progressiva, conservava una mente lucidissima ed una memoria di ferro.
«Non mi occorre la vista per stabilire, senza alcuna incertezza, che questo scritto è di Nicola: sofismi, paralogismi, paradossi e astruserie, magistralmente confezionate per menti altrettanto contorte quanto la sua. A pochi è data tanta immaginifica fantasia. E a nessun altro nel suo stile. Ma questo inedito è assolutamente fantastico. Geniale. Supera di gran lunga tutti i suoi altri racconti».

Autentico!
Avevano stabilito all'unisono il professor Donato Cristofari, in qualità di consulente tecnico grafico, e il professor Edmondo Spada, critico, biografo e studioso delle opere dello scrittore.

Autentico!
Avevano titolato, a caratteri cubitali, le riviste letterarie, con il resto dei media a far da cassa di risonanza.

Autentico!
«Autentico lo era fin dall'inizio, ma ora con l'avvallo degli esperti lo è definitivamente» aveva ribadito, con pungente ironia, Alice Sapiero all'intervistatore.
«Possiamo quindi chiudere questo capitolo. Riguardo la trama non mi è possibile rivelare nulla, è top secret. Posso però anticipare che solo una fantasia fuori dal comune, fervida e possente come quella del nonno, avrebbe potuto concepire una storia così assolutamente singolare. Sono certa che ne riparleremo a pubblicazione avvenuta».

GHOSTWRITER (2)
Il giovane ghostwriter aveva fatto irruzione nello studio di Renè Malvasi, visibilmente agitato: «C'è una falla nella trama!» aveva detto in tono melodrammatico.
«Impossibile. La storia è stata studiata, documentata e vagliata in ogni sua minima parte. Escludo qualsiasi tipo d'errore» aveva ribadito freddamente Renè Malvasi.
«L'errore c'è, ovviamente involontario, anche se non balza istantaneo agli occhi: un minuscolo rammendo in un tessuto perfetto. Nessuno lo ha rilevato, neppure quel professor Spada, il massimo esperto delle opere di Sapiero, ma all'interno del penultimo capitolo c'è l'utilizzo del termine "virale" inteso come contagio sociale, mentre all'epoca era usato solo in campo medico. Un errore madornale. Considero quel libro il mio capolavoro, anche se non reca il mio nome l'ho pur sempre scritto io. Mi sono fedelmente attenuto ai dettami stabiliti, anzi, imposti, ché se avessi goduto di libertà d'azione la storia l'avrei concepita con più ardite e spericolate circonvoluzioni. E quell'errore, di certo, non ci sarebbe stato. Ma io l'ho commesso ed io vorrei porci rimedio».
Il tono del giovane era risoluto.
«Il tuo lavoro, ragazzo mio, per il quale sei stato profumatamente pagato, è terminato. Tutto quello che riguarderà i destini del libro non è più affar tuo. L'autore del racconto non sei tu, ma Nicola Sapiero: memorizza questo concetto, per il tuo bene. È il mio amichevole consiglio. Non c'è altro d'aggiungere. Puoi andare».
Renè lo aveva congedato indicandogli la porta.

IN STAMPA
Uscito il ragazzo, l'uomo s'era affrettato al cellulare e strappando via la maschera dell'autocontrollo aveva inveito contro il suo interlocutore.
«Mi era stato assicurato un lavoro perfetto ed ecco che invece esce fuori quest'errore. Il ghostwriter…un genio senza alcuna esperienza. Il mio peggior timore, quello di una sua svista, alla fine si è avverato. No…non mi calmo! Il libro è già in stampa e non è possibile sospendere niente, e poi è già stato tutto programmato, presentazione e conferenza. E gli ordini…i maledetti ordini che ci sono piovuti copiosi, perfino dagli USA! E bloccare tutto non si può, potrebbe destare sospetti. Dobbiamo vederci. No...non qui, meglio incontrarci in un luogo neutro. Va bene, ci vediamo lì, tra un’ora».

ALICE SAPIERO (2)
«Non capisco, Renè, perché abbiamo dovuto vederci qui e non nel tuo studio. Stupido è questo incontrarsi così, di nascosto, come due cospiratori. O due amanti clandestini. Anche se un tempo lo siamo stati».
Alice aveva sfiorato la mano dell'uomo che però aveva sottratto la sua.
«Non so come fai a rimanere così calma davanti ad una catastrofe simile!» disse lui, arrabbiato.
«Perché non c'è nessuna catastrofe, ma la potresti provocare tu, con i tuoi isterismi. Allora qual'è il problema? Dov'è la falla?».
«Nell'aver usato, ante litteram, e in ambito sociologico, il termine "virale", quando invece nel secolo scorso lo si adoperava esclusivamente in campo medico. Il ghostwriter si è reso conto di averlo inserito, nel penultimo capitolo, nella sua accezione moderna. Avremmo potuto facilmente sostituirlo se il libro non fosse già in fase di pubblicazione».

«E come lo avremmo sostituito? L'ultima risma di fogli d’epoca è stata tutta utilizzata per la stesura finale del racconto. E quei fogli, come ben sai, li ho poi donati, mi occorre ricordarti, su tuo suggerimento, alla "Biblioteca Nazionale delle Arti della Scrittura" che inaugurerà una sala alla memoria di Nicola Sapiero. Ma chi vuoi che vada a rileggere quei dattiloscritti che giaceranno seppelliti in una teca per i prossimi secoli? E per quel che riguarda il neologismo, incautamente usato, potremmo attribuirlo ad un errore di stampa».

«Un errore di stampa per giustificare un termine di nuova generazione in uno scritto del secolo scorso?
Ti rammento che il termine “virale” stampigliato da un’obsoleta macchina da scrivere su fogli d’epoca custoditi nella teca di un Museo, e spacciato come racconto originale, è sotto la vista di tutti» disse René Malvasi, sempre più nervoso, faticando a mantenere l'autocontrollo.

«E allora non rimane che mettere in risalto ciò che si vorrebbe invece nascondere. Il nonno, negli ambienti letterari, è sempre stato ritenuto un precursore dei tempi, nulla di strano, quindi, di un suo utilizzo ante litteram del termine "virale"».

«Ma come fai ad essere così, Alice? A non prendere mai nulla sul serio? Questo è uno dei motivi per cui è finita tra noi. Inutile parlare con te. Me ne vado!» sbottò esasperato nell'atto di alzarsi, ma lei lo bloccò con un perentorio “siediti!” a cui lui, prontamente, obbedì.

«Tra noi è finita perché tu hai sposato la figlia del grande editore, e non me: hai scelto la sicurezza e la vita facile. E la carriera. Seppure non ti sei dimostrato molto abile neppure in questo. Sposare la figlia del capo non ti ha dotato di quel carisma che non hai mai posseduto. Credo di averla scampata a non essere stata io la prescelta. Sei rimasto il piccolo vigliacco di un tempo.  Puoi anche recitare con i tuoi sottoposti la parte dell'uomo di ghiaccio, ma non con me che ti ho visto piangere, asciugato quelle tue lacrime e quietato le tue angosce. A causa della tua assoluta mancanza di lungimiranza hai portato sull'orlo del fallimento la casa editrice ereditata da tuo suocero, perché hai sempre preferito vivere nelle certezze, fossero anche quelle degli altri, e non rischiare mai nulla di tuo. Anche ora pensi solo a te stesso, dimenticando che in questo affaire altri stanno correndo rischi: il giovane ghostwriter, consapevole di star confezionando un falso; il dottor Cristofari che lo ha autenticato; l’onesto, ed innocente, professor Spada, che lo ha avallato; io stessa che ho ideato la messa in scena. Se ci riesce questa mano di poker portiamo a casa tutti qualcosa: tu salvi la tua casa editrice, i tuoi agi e forse anche il tuo matrimonio; il ghostwriter avrà un cospicuo bottino che gli permetterà di scrivere per se stesso e far conoscere al mondo il suo genio letterario; il professor Cristofari…lui è il personaggio del momento, condurrà un programma televisivo dove svelerà i segreti della grafologia analizzando la scrittura dei vip, mentre io, finalmente, potrò riabilitare il nome di mio nonno, al quale non è mai stato perdonato il peccato di aver pienamente vissuto e di averlo fatto a modo suo. Per tutti questi motivi siamo costretti, continuando freddamente a barare, a giocare fino alla fine questa nostra mano di poker».

LA TRAPPOLA DI CARTA
«Questo è il materiale che mi avete commissionato. Ovviamente, se non è sufficiente, posso produrne altro. Ma credo sia meglio non esagerare. Nella trama ci sono slabbrature necessarie a creare l'illusione di un'opera prima. Lo stile è leggermente ibrido, immaturo, quel tanto che basta a conferirgli un marchio di autenticità».
Con voce sicura, Alice Sapiero, in piedi davanti ad un leggio, aveva dato inizio alla conferenza stampa.

«Questo che ho letto è l'incipit de "La Trappola Di Carta", l'inedito di Nicola Sapiero, mio nonno. Un racconto straordinario, non solo per la trama ma per come è stato concepito, attraverso una perfetta concatenazione di eventi affinché tutto si realizzasse, a distanza di decenni, secondo il piano da lui elaborato, dove fantasia e realtà, strettamente connesse, si sarebbero rivelate inscindibili l'una dall'altra, in modo che la trama del racconto diventasse quella della realtà».

Pausa strategica.

Alice s'interruppe il tempo occorrente per far assimilare all'auditorio questa parte del suo discorso, godendosi, nel frattempo, lo stupore che le sue parole avevano prodotto.
Punti interrogativi che guizzavano come luminescenti fiammelle nel buio.
Luci al neon in una notte di eclissi: così Nicola Sapiero avrebbe descritto quello stupore.

«Luci al neon in una notte d'eclissi».
Come se riflettesse a voce alta, Alice aveva ripreso a parlare catturando l'attenzione degli astanti.

«È questa la metafora di cui il nonno si sarebbe servito per raccontare lo stupore che leggo nei vostri occhi. Il vostro stupore...ma anche il mio, che sono ancora letteralmente scioccata dagli straordinari machiavellismi della sua mente e dalle loro conseguenze. Prestate la massima attenzione a questo passaggio».

In un silenzio colmo d'attesa, Alice riprese a leggere:
 "La notizia del ritrovamento dell'inedito di Nicola Sapiero aveva sollevato negli ambienti letterari pochi entusiasmi e molti scetticismi, che pure a lui e alla sua facondia letteraria erano stati attribuiti, già nel passato, ritrovamenti di originali rivelatesi poi fasulli".

E qui lei s'interruppe strategicamente per dar modo alla platea di elaborare la straordinarietà di quello che andava proponendo non come ipotesi, ma come realtà: la trama di quel racconto progettato per diventare storia vera.


DUELLO AL CALOR BIANCO
«Le prove...dove sono le prove che è tutto vero e non una squallida, per quanto ingegnosa, trovata pubblicitaria? Dov'è l'imbroglio?».

La voce, dal fondo della sala, s'era levata imponendosi su tutte le altre nel silenzio conseguente alla formulazione di quel pressante interrogativo: dov'è l'imbroglio?

«Nessun imbroglio, ma solo la prova della straordinaria genialità di Nicola Sapiero. Io stessa, all'inizio, avevo creduto che il mio ritrovamento di quel suo inedito fosse casuale. Ho immaginato che il nonno lo avesse occultato fra i documenti di famiglia perché suo padre non accettava il fatto che lui scrivesse. Nascosto e poi dimenticato. In realtà, invece, è il risultato di una singolare strategia per favorirne il ritrovamento. Niente di fortuito quando, alla ricerca di un atto notarile per riscattare una proprietà in scadenza, sono andata a frugare nell'archivio di casa e mi sono imbattuta in quel suo dattiloscritto stipato nella stessa cartella. Un caso? No! Lui era perfettamente a conoscenza del fatto che in un futuro prossimo qualcuno di famiglia avrebbe dovuto farsi carico di quella pratica, e allora ha nascosto i suoi dattiloscritti in quello stesso faldone. Ovviamente neppure lui poteva avere la certezza assoluta del ritrovamento del suo racconto, troppi fattori esterni avrebbero potuto renderlo impossibile, come ad esempio la sua distruzione causata dall’incuria; il suo smarrimento durante un trasloco; l'assenza di eredi e quindi di responsabili diretti nella gestione degli affari di famiglia. Incognite ipotizzabili ma non gestibili. A lui, però, piacevano le sfide impossibili: i percorsi circolari privi di un punto di partenza e di arrivo; i livelli infiniti e le false prospettive dei labirinti frattali; i dedali sotterranei, intersecati ed intersecanti, dove la via di uscita è quasi mai esterna».

«Intersecati ed intersecanti, come le bislacche teorie che lei, signora, ci sta propinando da un'ora» la interruppe nuovamente la voce tenorile.
Alice, senza la minima esitazione, invitò il suo interlocutore a salire sul palco per un confronto diretto. Invito che il giornalista accolse prontamente tra gli applausi del pubblico.

«Michele Damiani, editorialista del quotidiano "L'Attacco"», si presentò lui, porgendole la mano.
«Questo spiega tutto!» sottolineò con garbata ironia Alice, accogliendolo con un sorriso e scatenando, con quella battuta, l'ilarità della platea.

«Dunque, signor Damiani, dubita della veridicità degli eventi? Sta dando del bugiardo a un numero rilevante di persone, se ne rende conto?».
«Ammetto di nutrire più di un dubbio. È tutto così romanzato da poter essere assurdamente vero oppure, come sospetto io, diabolicamente falso».
«Eppure i dattiloscritti sono stati autenticati da un perito grafologo di indiscusso valore, qual è il dottor Cristofari, e per la legittimazione del contenuto ci si è affidati ai riscontri del professor Spada, il massimo esperto delle opere di Nicola Sapiero. E lei, signor Damiani, oltre la loro onestà sta mettendo in discussione anche la mia, visto che sono stata io a ritrovare il manoscritto».
«Ho la brutta abitudine di cercare il pelo nell'uovo ed in questa storia ogni cosa va troppo facilmente ad incastrarsi alla perfezione: soprattutto le sue deduzioni, signora Sapiero».
«Lei sta rischiando almeno tre querele, e non credo che il suo giornale possa permetterselo»
«Quattro. Sono quattro le querele in cui potrei incorrere. Non ha contato quella della casa editrice "Lo Stilo di Calliope" che a quanto mi risulta, prima di questo miracoloso ritrovamento era sull'orlo del fallimento»
«Ne conti solo tre di probabili denunce, signor Damiani, perché io non ho nessuna intenzione di querelarla. Né ora né mai. Se lo facessi sono certa che il nonno mi disapproverebbe. Trovo perfino somiglianza tra voi nella stessa fantasia malsana che sfiora il divino. Dovrebbe scrivere un libro, scommetto sarebbe un best seller».
«Io non invento storie, racconto fatti. E la realtà, a saperla leggere, spesso supera di gran lunga la fantasia. Direi che dovrebbe scriverlo lei quel libro. Ma forse già lo ha fatto».

ALICE SAPIERO (3)
«Non vedo cos'altro dovremmo dirci io e Michele Damiani oltre quello che ci siamo già detti» aveva tagliato corto Alice in risposta alle pressanti richieste dei mass media che, con insistenza, la reclamavano per un nuovo confronto con il giornalista de "L'Attacco".

A dire il vero dopo quella conferenza stampa lei aveva diradato le sue apparizioni pubbliche, partecipando solo a quegli eventi a cui non poteva assolutamente sottrarsi.
"La Trappola Di Carta" s'era rivelato uno straordinario successo editoriale, ed era già alla sua seconda ristampa. Nicola Sapiero, il visionario, il ribelle, era assurto a nuova icona dei giovani, anche se questa fascinazione li vedeva coinvolti maggiormente per i suoi eccessi esistenziali piuttosto che intellettuali. 
Una figura troppo complessa per poter essere inglobata nella sua interezza da una platea dalle esigenze elementari ed immediate, e così s'era proceduto, per ragioni di marketing, al suo smembramento: cervello, cuore e visceri, resi accessibili a tutti e a prezzi popolari.
E di queste inique mutilazioni Alice ne stava prendendo atto con dolorosa consapevolezza. Pentita di quello scempio, se fosse potuta tornare indietro avrebbe azzerato tutto, ma questo ormai non era più possibile perché la poderosa macchina del successo correva inarrestabile su quella che sembrava essere una strada liscia, sgombra e perfettamente asfaltata.
E con il diritto di precedenza.

Sempre più pressante, però, sentiva il bisogno di confessarsi come l’autrice materiale di quell’oltraggio e di rimettere quel suo peccato in mani non troppo misericordiose che le infliggessero un feroce castigo. Se solo avesse avuto certezza della possibilità di una condanna solo per sé stessa, senza trascinare nel suo limbo gli altri complici, avrebbe reso pubblica quella sua confessione, ricomposto l'immagine del nonno (cervello, cuore e visceri, di nuovo al loro posto) sottraendolo definitivamente al chiassoso carosello brasiliano del successo per ricollocarlo nel silenzioso eremo degli scrittori dimenticati.

A causa di questo impellente bisogno di ristabilire la verità, con tutte le sue conseguenze, Alice Sapiero aveva iniziato a disertare, quanto più possibile, gli inviti a talk e conferenze stampa. Temeva di non farcela, davanti all'insidia di una qualche domanda, o alla perfidia di un'illazione, a trattenere le parole e le lacrime, e svelare l’imbroglio.

Alla fine aveva stabilito che la sua condanna sarebbe stata quella dell'esilio. Sarebbe sparita e di lei non si sarebbe saputo più nulla. E forse, con quel suo dileguarsi, sarebbe svanito anche il suo misfatto. Non essendoci più alcuna traccia riconducibile alle sue menzogne, tutta quella fantastica storia sarebbe stata solo concepita dal genio di Nicola Sapiero.

UNA SFIDA AD ARMI PARI
"Io non invento storie, racconto fatti. E la realtà, a saperla leggere, spesso supera di gran lunga la fantasia. Direi che dovrebbe scriverlo lei quel libro. Ma forse già lo ha fatto."

Per la prima volta nella sua vita Alice s'era sentita scoperta e messa al muro, pervasa d'un tratto da un malessere sconosciuto, un disgusto verso  stessa e quella sua innata propensione alla manipolazione che esercitava senza perseguire la specifica del dolo, ma in modo naturale, schietto. Apparteneva a quella categoria di donne che seducono per un'affermazione di sé stesse ai loro stessi occhi piuttosto che per un’esigenza di conquista, utilizzando il suo femminino non per un tornaconto personale ma in senso sociale, a favore della causa di cui al momento era paladina. Ne aveva sempre una per cui combattere al fine di chetare il suo spasmodico bisogno di giustizia.
E Nicola Sapiero rappresentava per lei il paradigma di tutte le ingiustizie.

Michele Damiani l’aveva incolpata pubblicamente, senza mezzi termini, di essere a capo di quell’imbroglio, ma Alice nelle sue tante battaglie di accuse ne aveva ricevute di ben peggiori, senza che queste la distogliesse dai suoi obiettivi. O le creassero crisi di coscienza riguardo i mezzi di cui si serviva per raggiungere lo scopo.
Smarrita, rifletteva sul perché, fra le tante cause da lei sostenute e con convinzione perseguite, il dubbio avesse fatto capolino proprio in quella che le stava più a cuore.
E in cui stava trionfando.

Il giornalista, però, nonostante l’accusa pesante che le aveva mosso, le era piaciuto da subito: un uomo di grande carattere e come lei determinato nel perseguire i propri obiettivi anche se con metodi antitetici ai suoi.
Considerava Michele Damiani un avversario di valore con cui confrontarsi, e non un nemico dal quale guardarsi
… ma immaginava che per lui, invece, lei fosse solo una scaltra impostora da smascherare e consegnare, con uno scoop, alla prima pagina del suo giornale.
Era quindi consapevole che le accuse del giornalista non sarebbero rimaste circoscritte a quel diverbio iniziale, perché lui avrebbe indagato alla ricerca di un fondamento ai suoi sospetti e, sebbene fosse certa della solidità dell’impalcatura su cui poggiava l’imbroglio, quella sfida, ad armi pari, la seduceva.
… ma qualunque sarebbe stato l’esito finale quella, per lei, sarebbe stata l’ultima.


IL LABIRINTO DI ALICE
«Signora Sapiero, possiamo vederci per parlare? E' importante».
Quella richiesta da parte di Michele Damiani l'aveva trovata impreparata ma non sorpresa, perché il giornalista l'era parso da subito un osso duro, uno di quelli che pur di non mollare la presa è disposto a rimetterci i denti.
Un carattere deciso. Incorruttibile.
Forse.
Perché la schiera degli incorruttibili non risulta mai essere troppo affollata.
Nicola Sapiero lo era. A modo suo, ma lo era.
Non lei, però, che per riabilitarne la memoria s'era servita di mezzi esecrabili.
Ma se Michele Damiani, come lei auspicava, s’ascriveva a quelle fila, avrebbe svelato il suo inganno inchiodandola alle sue responsabilità.

«Voglio farle le mie scuse private prima ancora che pubbliche, Alice, per quel mio attacco in conferenza stampa, un'aggressione non supportata da nessuna prova concreta ma sollevata dai dubbi circa le modalità del ritrovamento dell'inedito. Mi sono comportato come l'avvocato dell'accusa che declama la sua arringa finale senza essersi debitamente documentato. Di solito sono molto più cauto nelle mie esternazioni, prima verifico e poi lancio le mie accuse. Ho finalmente letto "La Trappola Di Carta" e poi intervistato il professor Edmondo Spada, che mi ha introdotto negli algoritmi mentali di suo nonno. Pazientemente egli mi ha spiegato quei passaggi del racconto che a me sembravano costruiti ad arte, rapportandoli con la visione della vita di Nicola Sapiero e spazzando via ogni mio dubbio. Il professore è una persona profondamente onesta, cristallina, non influenzato nei suoi giudizi neppure dall'amicizia intima con lo scrittore, di cui conosceva benissimo i lati oscuri. Un uomo assolutamente obiettivo, il professor Spada. Suo nonno non avrebbe potuto aspirare ad una difesa migliore. Domani "L'Attacco" pubblicherà un editoriale con le mie doverose scuse».

Esterrefatta, Alice aveva ascoltato con la mente in subbuglio le parole del giornalista, e per un lungo momento aveva stentato ad afferrarne il significato, cercando in esse l'ambiguità di un'affermazione che ironicamente ne sottintendesse un'altra.
Un pungente doppio senso. E nella voce il tono irridente di uno sberleffo. 
Ma nulla di tutto questo era trapelato nelle sue parole e nei suoi accenti, e nella disarmante sincerità con cui le chiedeva scusa. 
Non era preparata a questo epilogo che mai avrebbe immaginato possibile se non in una storia/labirinto ideata dal nonno. 
Ma forse nella sua sterminata opera qualcuna di simile pure c'era.
E se Damiani l'avesse letta e se ne stesse servendo per metterla alla prova?

Per sapere quanto lui fosse realmente addentrato nella verità le sarebbe bastato raccontare la reale dinamica dei fatti, la cronologia degli eventi, omettendo l'elenco emotivo delle giustificazioni che, era consapevole, non le sarebbero valse come attenuanti, che neppure voleva. Quella confessione che l'avrebbe salvata da sé stessa, ma che avrebbe distrutto altre vite, tra cui anche quella di Edmondo Spada, il cui unico reato era stato la svista su un neologismo. 
L'innocente professore sarebbe stato trascinato nello scandalo insieme a tutti gli altri davvero colpevoli. 
Quanto colpevoli? 
… perché era stata lei, facendo leva sulle loro necessità, prima a tentarli, poi a deviarli, e infine renderli complici di quell'imbroglio.
Era lei l’ignobile corruttrice, l'unica responsabile.
E la sua ammissione di colpa avrebbe definitivamente riabilitato il nonno oppure, più verosimilmente, sarebbero stati entrambi etichettati come incurabili cialtroni, afflitti dal morbo deleterio di una fantasia diabolica?
Una tara ereditaria di cui non era possibile evitare il contagio, e per la quale non esisteva cura.
No, per salvare i vivi e i morti non le rimaneva altra scelta che quella di tacere. 
Condannando sé stessa alla perdizione eterna.

«Accetto volentieri le sue scuse, signor Damiani, e apprezzo la sua onestà morale. Non sento la necessità di un’ammenda pubblica dopo le toccanti parole di stima elargite nei confronti del nonno e del professor Spada. Le sono anzi grata per questa sua verifica, un'attestazione definitiva dell'autenticità de "La Trappola di Carta"».
«Quell'articolo di scuse può anche non scriverlo» ripeté, sinceramente commossa, accomiatandosi dal giornalista.
«Sento il dovere di farlo. Lo devo alla memoria di Nicola Sapiero» rispose lui, mostrandole una copia del libro dove campeggiava la foto sorridente dello scrittore.

Lo stesso accattivante sorriso che spiccava nelle vetrine di tutte le librerie della città, e a cui Alice avrebbe voluto dar fuoco solo per distruggere quell'unico libro.
E il suo racconto menzognero.