Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.
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domenica 18 aprile 2021

Gina Colombo's Restaurant (cap 6)


 

Incontri/Scontri

Il suono della radio propagava ad alto volume lungo le scale, segno che Olimpia Collins era tornata. Il primo istinto di Angie Rose fu quello di farle visita per avere notizie di Bob, ma desistette per tema di un’accoglienza fredda, o peggio ancora di una scenata, quando la porta si aprì e Olimpia s’affacciò sulla soglia. 
«Ciao, Rose. Hai un momento?» Con un cenno del capo Olimpia la invitò ad entrare.
«Certo» rispose la ragazza «Come sta Bob?» Chiese, entrando in casa.
«Meglio». Rispose asciutta la vecchia signora, poi saltando ogni preambolo, disse«Durante la mia assenza qualcuno è entrato in casa e mi ha derubato»
«Mi spiace. Hai sporto denuncia?».
«Perché me lo chiedi? Sai bene che non avrei potuto!» Esclamò stizzita Olimpia.
Angie Rose si limitò ad un’alzata di spalle: «Perché no?.. se si sono portati via cose di tua proprietà».
«Qualcuno è entrato nel mio appartamento, ha frugato messo in subbuglio i cassetti e gli armadi e...e se fossi stata in casa magari mi avrebbe uccisa!»
«Io te lo avevo detto che le cose potevano mettersi male».Ribadì paziente, Angie Rose.
«Oh si, tu mi avevi avvertito e guarda caso è proprio quello che è avvenuto!».
«Cosa intendi dire?» Chiese l'altra, fingendo stupore. 
Che la borsa l’hai rubata tu» Sibilò Olimpia, puntandole un dito contro.
Angie Rose, davanti a quell’accusa rimase per un attimo frastornata poi, cedendo alla rabbia, l’afferrò per un braccio e la condusse alla porta: «Sali a controllare!» Le intimò furiosa, mentre Hamlet ringhiava di sottofondo.
L’anziana donna si liberò dalla stretta e proruppe in una risata sarcastica: «Non ti faccio così stupida! Avrai nascosto la borsa da qualche altra parte al sicuro».
«Sei davvero meschina, Olimpia. Non abbiamo altro da dirci». Mormorò amareggiata Angie Rose andando via.

Entrata in casa azionò la segreteria telefonica. Tra i messaggi c’era quello di Christine Logan che le comunicava che Andrew Saint Just era uscito dal coma e se poteva richiamarla. Cosa che fece immediatamente.
Dall’altro capo del filo le rispose Christine, cordiale e rilassata: «Andrew si è risvegliato».
«E’ una notizia splendida».
«Sta bene e non ha riportato nessun tipo di trauma. Direi che le cose vanno indirizzandosi nel verso giusto.
«Giusto, per chi?» Angie Rose domandò ironica
«Per tutti, visto che Andrew non intende denunciare Peter Newton e neppure Alfred Hayden» Ribatté tranquilla l’altra.
«Christine...pensi davvero che sia giusto? Poteva morire o riportare gravi conseguenze, così ...».
«Ma per fortuna, non è successo » La interruppe impaziente, Christine: «E’ la decisione di Andrew, e va rispettata. Ti consiglio di non prendere iniziative personali, di non metterti di traverso, perché non troveresti nessuno dalla tua parte».
«Neppure Andrew, scommetto, troverebbe qualcuno disposto a supportarlo in caso di denuncia. E’ per questo che ha lasciato perdere?».
«Sei un’irriducibile idealista, amica mia. E se fosse per un ricco risarcimento? Una cifra con molti zeri?»
«Lo sai per certo?» Domandò delusa Angie Rose.
«E’ quello che si dice dopo la visita precipitosa di Hayden al capezzale di Andrew e l’espulsione di Peter Newton dall’Accademia». Concluse, sarcastica, Christine Logan.
Terminata la telefonata, Angie Rose si sentì pervadere dalla rabbia e dal disgusto, verso il mondo e verso sé stessa, soggiogata dal peso della sua impotenza a poter cambiare le cose e permettere alla verità e alla giustizia di trionfare. Christine Logan l’aveva definita “irriducibile idealista”, ma non era vero perché altrimenti, a dispetto della volontà di Andrew, avrebbe lei stessa denunciato l’abominevole baratto del denaro in cambio della verità. Si guardò intorno in cerca di una via di fuga, così come aveva fatto nel passato, quando non riuscendo ad opporsi a sua madre e far valere le sue ragioni, era andata via. Ma allora, dalla sua, aveva le attenuanti della giovane età: una giustificazione che non riteneva più valida nel presente. Nell’ultimo periodo aveva disertato le lezioni, ma nessuno pareva essersene accorto. Nessuno l’aveva cercata, tranne l’ufficio amministrativo che con una lettera le ricordava che a fine semestre le sarebbero state addebitate anche le lezioni a cui non aveva partecipato. Un mondo cannibale, quello della “Alfred Hayden’s Acting School”, dove non contavano le persone ma i ruoli, e la sua assenza aveva costituito per qualcuno la possibilità di prendere il suo posto. Anche se nessuno, in verità, poteva reclamare il proprio posto, perché quello veniva stabilito, di volta in volta, dagli umori di Hayden.
La nausea l’assalì prepotente e corse in bagno a vomitare. Hamlet la seguì, arrestandosi sulla soglia. Conscia della sua presenza, Angie Rose, si chinò su di lui stringendolo in un abbraccio: «Grazie di esserci, amico» mormorò, accarezzandolo. Il cane la gratificò di uno sguardo adorante e di un guaito d’intesa.

«Angie » Sentendosi chiamare col suo nome dimezzato, s’era voltata sorpresa, mentre Hamlet, con un agile scarto, era corso verso l’ingresso del parco abbaiando festoso verso Simon ed Aretha.
Simon, liberata Aretha dal collare, la raggiunse: «Ciao, come va?» domandò, e senza attendere risposta aggiunse: «Speravo di ritrovarti».
«Direi proprio di si» Rispose Simon, che non aveva rilevato il sarcasmo. «Ma a dire il vero la fortuna c’entra poco, in realtà ti ho aspettato tutti i giorni».
«Ha tutta l’aria di un appostamento: non è che sei uno stalker?».
«Se lo fossi mi avresti trovato sotto casa tua».
«Ma avresti prima dovuto scoprire dove abito».
«Non è così difficile per un detective».
Angie Rose si fermò e lo fronteggiò furiosa: «Sei un detective? Su incarico di chi stai lavorando? Di mia madre o di mio padre? Tanto non fa differenza, non voglio averci a che fare con nessuno dei due. Puoi riferirglielo e, in quanto a te, non farti più vedere».
«Aspetta!» Esclamò lui, cercando di trattenerla: «Deve esserci un malinteso... non so niente delle tue storie di famiglia e nessuno mi ha incaricato di rintracciarti. Il nostro incontro è stato del tutto casuale».
«Come questo? Scusami, ma mi riesce difficile crederti» Disse mentre metteva il collare ad Hamlet che attirato dalle voci concitate era tornato indietro seguito da Aretha.
«Stai lontano da me!» Lo ammonì infuriata, correndo verso l’uscita.
Ma lei era già andata via.
«Dobbiamo ritrovarla per restituirle questo» Disse ad Aretha, mostrandole il libro « ma soprattutto per chiarire il malinteso. Sei d’accordo?» Aretha approvò dimenando la coda.

La luce filtrava morbida, schermata dagli studiati panneggi delle tende alla finestra del lussuoso ufficio di Alfred Hayden. Quando Angie Rose entrò lui era alla scrivania intento a firmare delle carte, e al suo ingresso non alzò gli occhi a guardarla e neppure le fece cenno di sedersi. Solo dopo aver terminato il suo lavoro, e riposto la penna nell’astuccio, la fissò freddamente e le porse i fogli su cui l’attimo prima stava scrivendo.
«Le sue dimissioni dall’Accademia, signorina Hathaway».
Angie Rose prese il fascicoletto dalle mani di Hayden e rimase incerta, in piedi davanti a lui.
«Non c’è altro. Può andare» Disse congedandola e tornando a concentrarsi sui fogli di una cartella.
Ma lei era rimasta ferma al suo posto, costringendolo ad alzare lo sguardo e prendere atto della sua presenza.
«Non m’interessano i suoi motivi». Replicò indifferente
«Ma io intendo comunque dirglieli, e non me ne andrò di qui senza averlo fatto» Angie Rose si avviò alla porta e la chiuse a chiave.
«Cosa diavolo pensa di fare? E’ sequestro di persona, questo!» Scattò rabbioso. Era impallidito e una grossa vena pulsava sulla sua tempia sinistra.
«Io lo definirei un confronto privato sul cosi detto "incidente" accaduto ad Andrew Saint Just».
«Chiamo la polizia» Disse Hayden allungando la mano verso il telefono.
«Faccia pure. Quando chiederanno spiegazioni avrò molte cose da raccontare. In ogni caso sarebbe il secondo “incidente” che accade nella sua scuola, a distanza di pochi giorni.» disse guardandolo ironica «e credo che qualche sospetto lo desterebbe. Una cattiva pubblicità per la sua Accademia».
Alfred Hayden scoppiò in una risata: «L’ho sopravvalutata, signorina Hathaway, non è poi una così brillante attrice come avevo creduto. E sta recitando un copione già visto».
«Esattamente come lei che da anni interpreta un unico ruolo: sé stesso. E vive di luce riflessa». Disse indicando gli attestati e i premi della sua passata carriera.
«Ma questi cimeli non sono bastati a riempire la sua vita non più sotto la luce dei riflettori, mentre lei voleva si continuasse a parlare di lei. E lo ha fatto con la collera di un uomo frustrato che ogni giorno scarica sui suoi studenti il suo livore, solo per ricordare a loro, e a sé stesso, la sua trascorsa grandezza. La odiano tutti ma a lei non importa, perché è da quest’odio che trae lo spunto per le sue piccole angherie quotidiane con cui umilia i suoi studenti, colpevoli di avere un futuro mentre lei ha solo un passato».
In un impeto d’ira, lui tentò di mettersi in piedi ma non gli riuscì, e così afferrò un pesante fermacarte e glielo lanciò contro. Poi s’accasciò sul sedile della carrozzina, tremante e con il fiato smorzato.
Qualcuno prese a battere con forza alla porta, dopo aver tentato inutilmente di aprirla.
« Alfred...cosa sta succedendo?» Chiese preoccupata una donna dietro l’uscio : «Per l’amor di Dio, rispondi!»
Angie Rose aprì la porta e quella, nel precipitarsi a soccorrere Hayden, quasi la travolse.
Nel cortile s’imbattè in Christine Logan e Jasmine Wright, ma le ignorò tirando dritta per la sua strada.

Splendida nel suo abito da sera rosso, un colore inusuale per lei che preferiva le tinte fredde, come il verde e il turchese, che risaltavano i suoi occhi, Gina Colombo s’era esibita, poco prima della chiusura, nello spettacolo della rottura dei bicchieri, infrangendo, con la potenza della sua voce, quelli apparecchiati sulle tavole e quelli nelle vetrine. Gli avventori, che erano stato adunati in una zona sicura del ristorante dove le schegge non potevano arrivare, applaudivano alla pioggia di cristallo e alla dea vestita di rosso che l’aveva provocata. Gina li aveva stregati con la sua voce e la sua presenza, ma i suoi occhi guardavano il fondo della sala dove c’era Apache. Angie Rose intercettò quello sguardo ma se ne distolse imbarazzata, come stesse violando un segreto che non le apparteneva, anche se, in quel momento, tutto pareva intriso di magia, palpitante e chiaro: alla luce del sole. Solo il suo cuore rimaneva buio, amareggiato dalle menzogne del mondo fuori la porta del Colombo’s Restaurant. Quel mondo a cui inevitabilmente avrebbe dovuto far ritorno quando il ristorante avrebbe spento le luci e chiuso i battenti. Ma di tornare a casa non se la sentiva e avrebbe chiesto a Gina di potersi fermare a dormire li, nella stanza che un tempo era stata di Apache. Hamlet era con lei e non c’era nessun altro a cui avrebbe dovuto rendere conto del suo mancato rientro.

«Puoi venire da me. La mia stanza degli ospiti è di certo più confortevole» Le propose Gina.
«Grazie» Rispose riconoscente « ma se per te va bene, vorrei stare qui».
Gina assentì, comprensiva: «A volte si ha necessità di restare soli...che è diverso, però, dall’essere soli...così di qualunque cosa tu abbia bisogno, chiamami». Disse indicando il telefono.
Già sulla strada, tornò indietro per un ultimo abbraccio.

Rimasta sola, Angie Rose uscì con Hamlet nel cortiletto della cucina. La notte primaverile, brulicante di stelle, profumava di gelsomino. In lontananza si snodava il nastro scuro della strada punteggiato dalle luci dei fari delle auto in transito. Il paesaggio era tutto lì, racchiuso in quegli scarni fotogrammi: non c’era altro da vedere. Si sedette sulla soglia ed Hamlet le si accucciò accanto, col muso nel suo grembo. C’era una gran pace. Tornò a guardare la strada che, attraverso le assi orizzontali dello steccato, appariva segmentata in porzioni ordinatamente intervallate, nella distanza e nell’ampiezza. Ogni tratto d’asfalto conduceva verso luoghi e destini diversi. Quello percorso da lei l’aveva portata fin lì. Punto d’arrivo o di partenza?
Angie Rose non lo sapeva ancora, e forse non era poi così importante stabilirlo in quel momento.

domenica 17 gennaio 2021

Gina Colombo's Restaurant (cap 5)


Storie

Quella sera, quando giunse al ristorante, trovò Apache e Gina vestiti elegantemente e in procinto di uscire. Dalla cucina giungevano le voci di Jean Baptiste e Marta che discutevano sulla supposta supremazia dell'arte culinaria francese. La piccola messicana lo sfotteva con dolcezza mentre lui, invece, mancando totalmente d'ironia, s'accalorava nel difendere la sua tesi partigiana.

«Nuestras tortillas, por ejemplo, son mucho màs ricas ay apetitosas che tu crepes, y te satisfacen mas.»
Lo provocava Marta, in tono semiserio, deliziandosi delle reazioni molto teatrali di lui.
«Mon dieu que dois-je entendre». Rispondeva Jean Baptiste tappandosi le orecchie e scuotendo il capo : «tes tortillas rassasient l'estomac.» obiettava, inspirando l'aria e gonfiando le guance «mes crepes, par contre, nourrissent  l'ame» concludeva, espirando con un'espressione beata.

Gina, splendente di paillettes, le andò incontro sorridente: «quei due non sono quasi d'accordo su niente...vedrai che prima o poi si sposano.» Indicò ridendo la cucina, dove la disputa ancora continuava.

«Siete bellissimi» esclamò Angie Rose abbracciando in un solo sguardo Gina e Apache: «andate da qualche parte?»
«Al Majestic danno "Il fantasma dell'opera" ma trovare i i biglietti, t'assicuro, è stato davvero un'impresa, ma che ci dà l'opportunità di festeggiare il successo di un'altra impresa, quella di Apache». Lui annuì sorridendo, alzando il pollice in segno di vittoria.

«Ad ogni modo non volevamo andar via senza averti rassicurato sul buon esito della vicenda sui suoi sviluppi.» Aggiunse Apache, visibilmente soddisfatto «ho consegnato la borsa ad un mio amico, un ispettore di polizia che mi doveva un favore, e che ha provveduto a pattugliare la zona con agenti in borghese. Alla vecchia signora non verrà imputato niente e non risulterà in alcun modo coinvolta nella vicenda. Quei soldi, finiti nel vostro cortile, sono i proventi del riscatto per un rapimento. L'aver indicato dove la borsa è stata ritrovata favorirà la cattura dei sequestratori, sebbene uno di loro è già nella mani della polizia. A proposito, le banconote erano segnate e la tua amica non avrebbe mai potuto spenderle, ma in cambio avrebbe corso grossi rischi  perché quella è gente che non scherza».
«Grazie» Angie Rose lo baciò su una guancia. Era la prima volta che lo faceva. Lui accolse con naturalezza quel gesto spontaneo «E di cosa, piccola? Sarebbe stato impossibile fallire un piano perfetto come il nostro».
Gina, con discrezione, s'era allontanata dirigendosi alla cucina, per ritornare con Jean Baptiste e Marta. Poi, dal ripiano di una credenza, trasse un vassoio con cinque flute e una bottiglia di Bollinger.
Alla vista dell apreziosa bottiglia, Jean Baptiste declamò inspirato: «Champagne: le nectare des dieux est francais. Pas italien, pas amèrican... » e, lanciando un'occhiata significativa a Marta concluse «encore moins mexicain »
«Touchè» Rispose lei ridendo.
«Jean Baptiste, ho notato che quando discuti con Marta le parli in francese. Perché?» Domand Gina
«Così non può sopraffarmi con la sua parlantina.» Rispose lui sornione.
«In realtà è sempre lui che parla, e così il francese ora lo capisco abbastanza bene, e posso rispondergli a tono». Spiegò Marta ridendo, nel tono di chi la sa lunga. Poi, rivolta allo chef «tout ce que tu fais c'est me parler en francais...Je pourrais vouis repondre immediatement...mais je vous laisse parler pour en savoir plus». Marta pronunciò il suo discorso in maniera fluida, senza tentennamenti e in un piacevole mix di accenti ispano-francesi.
«Diable de femme!» Esclamò Jean Baptiste, alzando le mani in segno di resa.
Apache rise: «Non so cosa abbia detto Marta perché, a differenza di lei non parlo la tua lingua, ma il tuo commento, amico mio, è inequivocabile». Poi, sollevando il calice, disse: «Brindiamo alle donne».
Tutti alzarono i bicchieri toccando quelli degli altri.
«E all'amicizia». Propose Gina.
I bicchieri tintinnarono di nuovo.
«E alle imprese riuscite». Le fece eco Angie Rose, sollevando il suo calice verso Apache.

«Sono una bellissima coppia» sospirò Marta dopo che Apache e Gina furono usciti «è un vero peccato che non stiano insieme».
«Magari non è così». Obiettò Jean Baptiste, con l'aria di chi è ben informato.
Marta ed Angie Rose lo guardarono sorprese.
«Tu li conosci  da molto...cosa sai di loro?» Domandò la piccola maya. «Non è curiosità la mia, mi piacerebbe saperne di più perché voglio bene ad entrambi.»
Erano seduti a cenare, come sempre a quell'ora, prima dell'apertura del ristorante al pubblico. Jean Baptiste, al centro dell'attenzione, non si fece pregare. Quella sera, poi, si sentiva particolarmente ispirato dall'atmosfera, romantica e corsara, che continuava ad aleggiare nella sala, anche dopo che Gina ed  Apache erano andati via.

«Quando Gina rimase vedova, la sua bellezza strepitosa attirò molti pretendenti dell'alta borghesia, e persino qualche aristocratico, ma lei aveva le sue idee e non volle risposarsi. Con il sostanzioso lascito del marito, un altro dirigente della Citibank, aprì questo ristorante. La decisione non piacque alla famiglia, una delle più influenti della città, che la osteggiò in tutti i modi per indurla a desistere e sposare uno dei suoi facoltosi corteggiatori. Ma lei tenne duro e perseguì il suo obiettivo. Fu in quel periodo che conobbe Apache. Colpo di fulmine per entrambi. Ma alla famiglia di lei neppure quella scelta andava bene: un ex stunt-man caduto in disgrazia e con problemi di alcol, quando aveva rifiutato uomini di altissima reputazione e con ingenti patrimoni. Inaccettabile per la sua famiglia. Ma benché pressata e in tutti i modi ostacoli, lei non cedette e il padre la diseredò.» Jean Baptiste s'interruppe per versarsi una dose di Bordeaux Rouge e tagliare il suo filetto allo chateaubriand (era la sera della cucina francese) ancora intatto nel suo piatto. «Dèlicieux.»Mormorò, approvando sè stesso.
«E' davvero squisito.» Convenne Angie Rose, intenta ad intingere pezzetti di carne nella salsa bernese.
«E poi...cosa è accaduto dopo?» Incalzò Marta che, presa dal racconto, non aveva ancora iniziato a mangiare.
«Perché non mangi? Non ti piace?» Domandò apprensivo lo chef indicando il piatto ancora pieno. Nonostante le loro schermaglie si vedeva che teneva molto a lei e al suo giudizio.
«Mi delizio del suo profumo in attesa che tu termini la storia.» Rispose la giovane messicana, sollecitandolo in quel modo a riprendere il racconto.
«Apache, quando seppe che per lui Gina era entrata in collisione con i genitori, la pregò di lasciarlo e riappacificarsi con loro. Ma lei fu irremovibile, Era molto innamorata e mai avrebbe rinunciato a lui. Le cose andarono avanti fin quando di Gina iniziò ad occuparsene la stampa, per via di quella sua voce che infrangeva il vetro, e poi anche Hollywwod che ne avrebbe voluto fare una star. Tutto questo interesse per Gina toccò anche lui, che non la prese bene.»
Jean Baptiste fece una pausa per bere un sorso di vino e i suoi occhi andarono al piato di Marta ancora intatto, così s'affrettò a riprendere il racconto: «Di Apache venne tirato in ballo il suo passato, l'incidente che lo aveva reso zoppo e la sua caduta nell'alcolismo. Perfino quella sua mancata storia d'amore con l'assistente sociale che l'aveva aiutato a ricostruirsi , divenne materia di gossip. tutto manipolato e romanzato. Sarcasticamente, e con spregio, venne soprannominato "il signor Colombo", un appellativo per arrampicatore sociale o, peggio ancora, mantenuto, nonostante Gina fosse stata ripudiata dalla sua famiglia e diseredata. Quell'insulto denigratorio era stato per Apache la goccia che aveva fatto traboccare il vaso e, nonostante fosse innamorato di lei, se ne andò. Ma quando Gina fu costretta a letto per le gravi complicazioni di una polmonite, lui tornò per offrirle conforto ed aiuto, e quel suo cuore che mai aveva smesso di battere per lei. Si occupò della sua convalescenza e della gestione del ristorante. Nel frattempo il clangore della loro storia s'era chetato e, seppur a un paio di giornaletti da gossip quel suo ritorno non era apparso inosservato, la notizia non destò più molta curiosità. Si amavano, ma quello che era accaduto li aveva profondamente scossi, soprattutto Apache, umiliato dall'appellativo di "signor Colombo" a cui, immaginava il matrimonio lo avrebbe legato. Ma alle nozze non mirava neppure Gina, refrattaria per natura ai legami imposti, alle formule di rito e alle catene sociali di qualsiasi specie. Insieme stabilirono che il loro rapporto non aveva bisogno di alcun tipo di convalida e che sarebbe durato il tempo della passione, non un giorno di più. Per questo avrebbero condotto vite indipendenti pur continuando a lavorare insieme (se Gina è il cuore di questo ristorante, Apache ne è il motore), consumando nel segreto i meravigliosi momento del desiderio. E a quanto pare la cosa funziona». Concluse compiaciuto. Poi, vedendo nel piatto di Marta il filetto appena piluccato le intimò severo: «L'historie est finie. Maintenant tu peux manger.»
«Oui». Sospirò lei con aria sognante, accingendosi a consumare la pietanza ormai fredda.

Angie Rose aveva ascoltato la storia in silenzio, senza mai interrompere né porre domande. Non c'era niente da chiedere perché nel suo breve racconto Jean Baptiste era stato esaustivo. Un grande amore quello fra Gina e Apache che ancora, dopo tanti anni, non s'era offuscato ma anzi brillava di luce purissima, quella stessa che aveva percepito nei loro modo d'intendersi. Si sentì invadere da una gamma infinita di sensazioni e, tra queste, anche una punta di gelosia, ma non verso Gina, nei confronti della quale non avrebbe mai potuto nutrire sentimenti malevoli, ma per quell' amore così grande e generoso, da farle desiderare di essere, anche solo per un momento, al posto dell'amica, perché mai aveva amato e mai nessuno l'aveva amata con quell'intensità. Quelle che aveva definito, fino a quel giorno, le storie più  importanti della sua vita, le apparivano ora prive di anima, banali flirt privi della possanza e della poesia di quell'amore così romantico e carnale. Immaginò che un bacio di Apache l'avrebbe fatta risplendere, trasformandola da particelle in atomo, e colmando la sua esiguità in pienezza, sarebbe emersa dalla penombra come una luce viva, abbagliante di sentimento.
Si riscosse dal suo sogno ad occhi aperti e notò che Jean Baptiste la stava osservando e allora si riscosse, temendo che quei suoi pensieri trapelassero dallo sguardo e potessero venir fraintesi.
«Preparo i tavoli.» Disse alzandosi e tirando fuori da uno stipo la mise en place primaverile.

Era stata lei a suggerire di allestire la sala con tovaglie e stoviglie in tema con la stagione e Gina, con entusiasmo, l'aveva accolta. Insieme erano andate a scegliere i tessuti e il vasellame d'abbinarci. 

trasse dallo stipo la pila delle tovaglie di lino nella raffinata fantasia botanical primaverile, e sorrise al ricordo di quel piacevole pomeriggio di shopping di fine febbraio. Un pomeriggio limpido ma freddo, così dopo gli acquisti per scaldarsi s'erano rifugiate in una piccola sala da thè, molto accogliente e poco rumorosa, dove la cameriera le aveva scambiate per madre e figlia. Entrambe avevano sorriso di quella svista, senza però smentirla e stando al gioco.

«E' bello averti come madre.» Aveva detto Angie Rose quando la cameriera se ne fu andata.
Gina aveva avvertito nel tono leggero della voce una nota di profonda tristezza «Non parli mai della tua famiglia ed io, per discrezione, non ti ho mai fatto domande.»
«Non c'è molto da dire. E' ormai una storia del passato che , però, continua a far male. E credo che farà male per il resto della vita.» Rispose, continuando a rimestare, con un gesto meccanico, col cucchiaino il fondo della tazzina, e lo sguardo lontano.
«Mia madre è una donna impossibile, di quelle che non ascolta e non dialoga. Una donna piena di certezze perché la sua visione del mondo, nettamente diviso tra il bene ed il male, non lascia posto al dubbio. Così, quando a diciassette anni sono rimasta incinta, ha saputo esattamente da che parte collocarmi, con un verdetto immediato ed inappellabile di colpevolezza. Non ha avuto dubbio nel condannarmi, non mi ha chiesto spiegazioni e neppure concesso attenuanti. Ero scivolata dalla parte del male, e per farmi di nuovo instradare sulla retta via mi ha messo alle strette: o mi sposavo o abortivo. Io non volevo sposarmi, non amavo Luke...mi piaceva ma non lo amavo. Era solo una storia di sesso, la nostra. E poi neppure lui voleva quel matrimonio, una facciata per giustificare la nascita del bambino che io, però, avrei comunque voluto per me sola. Ma lei, invece, davanti al mio diniego, aveva incrudito il suo ultimatum: o abortivo oppure avrebbe denunciato Luke. Mia madre è figlia di un magistrato molto influente, e Luke era maggiorenne e passibile di pena, denunciarlo sarebbe stato rovinargli la vita, così ho abortito, ma compiuti diciotto anni sono andata via di casa.» 
«E tuo padre cosa ha detto? Che reazioni ha avuto?» 
«Mio padre è uno che non vuole problemi, soprattutto con mia madre. Per questo ha sempre lasciato a lei le decisioni importanti. adeguandosi alle sue scelte. Lui ama la sua vita tranquilla e programmata che ruota attorno al suo studio d'architetto e al circolo del golf, i pranzi domenicali coi nonni  e alle partite a poker con gli amici. Un mondo circoscritto e selettivo, quello dei miei genitori, dove non c'è posto per l'imprevisto. E quando questo accade si fa in modo di cancellarlo.»
«Ma la tua famiglia, dopo che sei andata via, non ti ha mai cercata?»
«Si, mio padre, tramite un detective. Presumo, però, che abbia dovuto discutere a lungo con la mamma per farle accettare questa sua iniziativa di cui, ad ogni modo, gliene sono grata, perché quella, forse, è stata l'unica volta che ha fatto valere una sua decisione: un atto di coraggio.» Aveva sorriso, ma gli occhi erano tristi. «Ma quando ha saputo della mia aspirazione di fare l'attrice non mi ha più cercata anche se, sospetto, che siano al corrente di ogni mia attività e controllare che non mi cacci in qualche casino a scapito del buon nome della famiglia.» 
«E' una bella storia.» Disse Gina, carezzandole una mano.
Angie Rose la guardò stupita «Davvero? Non pensi che sia triste?»
«Per il bambino che non hai potuto avere...si quella è la parte più triste perché ponendoti davanti alla scelta tra la vita di Luke e quella di tuo figlio, in realtà non ti ha dato nessuna scelta. In quanto minorenne non potevi decidere niente anche se ti hanno fatto credere che tutto dipendesse da te. Ti hanno abilmente manovrata.» S'interruppe per darle il tempo di riflettere su quest'ultima constatazione, e poi proseguì: «Ma tutto quello che è accaduto dopo non è affatto triste, perché è il racconto della tua rinascita: sei andata via di casa, non ti sei cacciata nei guai, sei indipendente e persegui il tuo sogno. Hai trovato il coraggio di voltare pagina. Di ricominciare. Una storia decisamente positiva.»

Una storia decisamente positiva, aveva detto Gina, e riflettendoci su era vero, anche se lei non l'aveva mai vista in quel modo, perché sopraffatta dai sensi di colpa nel non aver saputo opporsi a sua madre e tenersi il bambino aveva, fino a quel momento, vissuto la sua giovane vita come un fallimento, fino al momento in cui Gina in quella sua storia ci aveva visto una rinascita. E così, d'un tratto, quel peso immane che le gravava sull'anima era diventato più sopportabile. S'era affievolito anche il rancore che ancora sentiva nei confronti di Luke per averla messa in quella situazione in cui lui se l'era cavata col trasferimento in un'altra città mentre lei, ogni anno contava i compleanni di quel loro figlio che sarebbe dovuto nascere in Febbraio, stabilendo come data simbolica il quattordici, la festa di San Valentino. Ogni anno,  in quel giorno, comprava un pelouche. Ne aveva collezionati sei.
«Smetti di farti del male. Conti forse gli anni ai sogni e alle cose belle? » Le aveva chiesto con dolcezza «No, perché  sai che non hanno età, non invecchieranno mai a dispetto di te stessa e del tempo che passa. Stabilire una data è mettere un vincolo. Una scadenza. Lascia andare il tuo bambino, non tenerlo imprigionato in un calendario o su una mensola, ma tienilo al sicuro nel tuo cuore, l'unico posto dove vorrebbe stare.»

Angie Rose sorrise al ricordo di quel pomeriggio quando Gina, inducendola a guardare dentro di se, le aveva svelato il segreto della sua infelicità ma anche quello della sua forza, e un senso di gratitudine la pervase.
Apparecchiato l'ultimo tavolo, pose al suo centro un elegante vaso di cristallo con tre splendide rose rosse, e chiese a Jean Baptiste: «Credi che dopo il teatro, Gina e Apache, verranno a cena?»
Lui le rispose con un sorriso malizioso.
«Non importa» disse mettendo in bella vista il cartellino" riservato" «stasera questo tavolo è per loro.»

lunedì 30 novembre 2020

Gina Colombo's Restaurant (cap 4)


 Umori

Angie Rose lottò contro la tentazione di scendere nel cortiletto per dare un supporto ad Apache, ma in quello lui era stato irremovibile: «Non avertela a male ma mi saresti d’intralcio.» Così si limitò a vigilare dietro i vetri della finestra con i sensi tesi a captare i rumori esterni, pronta ad accorrere in suo aiuto se il caso lo avesse richiesto.
Prima di salire al suo appartamento s’era comunque sincerata del perdurare dell’assenza di Olimpia Collins, immaginando che sarebbe rimasta a vegliare il marito in ospedale. Ipotesi confermata da Helen Bennet: «Sono stata tutto questo tempo con la porta socchiusa per sentirla rientrare e avere notizie di Bob, ma evidentemente ha deciso di restare con lui al Queens Hospital. Le avevo lasciato in serbo anche una porzione di arrosto per la cena…posso offrirla a te, cara? Non sono brava con l’arrosto ma questa volta mi è venuto davvero buono.»
«Grazie, signora Bennet, ma ho già cenato.» Rispose avviandosi alle scale..
«Hai paura che ti avveleni?» Chiese, offesa, Helen Bennet, dalla tromba delle scale.
Quella domanda strappò una risata ad Angie Rose e un guaito ad Hamlet.

Aveva trascorso la notte insonne, poi al mattino la telefonata di Apache  la tranquillizzò:
«Tutto ok, piccola.» Niente altro Ma avrebbe saputo i particolari la sera stessa, perché raccontarli al telefono sarebbe stato imprudente.
Le dispiaceva che al suo ritorno, Olimpia Collins trovasse violato il suo appartamento, ma era stato necessario per evitarle mali peggiori. Ad ogni modo immaginava che questa disavventura avrebbe posto la vecchia signora al centro dell’attenzione, una volta tanto per un motivo diverso da quello del volume troppo alto della sua radio. E questo, ad Olimpia, non sarebbe dispiaciuto. Ma forse, soppesando attentamente i pro e i contro, non ne avrebbe fatto parola con nessuno. Ed era quello che Angie Rose s'augurava.

Confortata dalla notizia che tutto fosse filato nel verso giusto, si predispose, come d’abitudine, seppure in forte anticipo sull’orario consueto, alla consueta passeggiata mattutina al parco con Hamlet. Non aveva dormito quella notte, ma il cielo terso, che preannunciava una giornata finalmente primaverile, la confortò predisponendola all’ottimismo. Il supporto di una tazza di caffè forte e nero, rinforzato con un’abbondante dose di zucchero, contribuì a cancellare ogni residuo di stanchezza e di ansia.
Rise, quando traendo dal ripostiglio il sacchetto blu contenente guanti, paletta e bustina, il necessaire per le escursioni al parco, Hamlet, al colmo dell’eccitazione, iniziò con la coda a spazzare l’aria e saltarle addosso, per quell’uscita fuori orario.
Al secondo piano, davanti la porta di Olimpia Collins, Angie Rose rallentò l’andatura di Hamlet tirando con dolcezza il collare, e sostò in ascolto sull’uscio. Dall’interno non proveniva alcun rumore, ma dalla porta accanto le parve di percepire lo sguardo assonnato di Helen Bennet, osservarla dallo spioncino. 
Ad ogni modo, fino a quel momento, nessuno dei condomini s’era accorto dell’intrusione notturna di Apache nell’appartamento di Olimpia. 

Uscita dal portone gettò uno sguardo verso il cortiletto, luogo d’azione di Apache, per vedere se fossero rimaste tracce del suo passaggio, ma non ne scorse. Aveva fatto uno splendido lavoro, anche se può sembrare cinico definire “uno splendido lavoro” il furto nell’appartamento di un’anziana signora.
Apache s’era dimostrato all’altezza delle sue passate imprese di stunt man, ma che fosse anche un affascinante complice, questo lo aveva scoperto nelle ore trascorse assieme. Si chiese se si stesse innamorando di lui. Lo aveva apprezzato, all’interno della famiglia allargata del “Gina Colombo’s Restaurant” per la sua forza, la sua sagacia e la sua generosità. Ed anche perché era l’unico che riusciva ad imporsi a Gina, con quel suo modo paziente, saggio ed ironico, davanti al quale le furie appassionate di lei si stemperavano in ruvida arrendevolezza che lui accoglieva con cavalleresca, amorevole gratitudine. Sempre un passo dietro di lei, ma in realtà era lui che la guidava. Angie Rose sapeva che in passato avevano avuto una relazione, ma non conosceva i motivi per cui fosse finita. E se davvero fosse mai finita, perché nel loro modo di guardarsi, di sfiorarsi, di parlarsi, trapelava un’emozione luminosa che sapeva di sentimento.

Si stava innamorando di lui? Continuò ad interrogarsi sulla strada del parco in quell’azzurro mattino di primavera, felicemente confusa e senza sentirsi in colpa nei confronti di Gina. Non le doveva spiegazioni: quello che lei provava per Apache, era solo suo. Non ne avrebbe parlato neppure con lui, ma non avrebbe finto con sé stessa, (le finzioni erano appannaggio dell’attrice non della donna) rinnegando e respingendo quell'emozione come una cosa di cui vergognarsi. Piuttosto, quell’onestà verso sé stessa l’avrebbe messa al riparo dagli inganni psicologici, in cui altrimenti sarebbe incorsa, stabilendo da subito che era solo lei ad essere innamorata: questo l'avrebbe resa consapevole di quel particolare momento della sua vita. Le tornò alla mente la frase del poeta tedesco Friedrich Holderlin “ti amo, ma la cosa non ti riguarda”, trovando in quella la radice dell’amore perfetto, o meglio “del perfetto modo d’amare”. Si sentì in pace col mondo e con sé stessa.
 
Giunti al parco, tolse il collare ad Hamlet che subito era corso via per tornare subito indietro e saltarle gioioso intorno. Lei si chinò a stampargli un grosso bacio sulla testa e il cane la ricambio con amorevoli leccatine sulle mani. Rimasero seduti nell’erba a scambiarsi effusioni umane e canine fino a quando una palla rossa rotolò nella loro direzione, rincorsa da un altro cane lupo che quando vide Hamlet si fermò, per sollecitarlo, con brevi latrati acuti, a partecipare al gioco. Hamlet accettò l’invito e corse verso di lui. Era lo stesso cane col quale aveva giocato il pomeriggio precedente. Entrambi rincorrevano la palla rossa che il padrone dell'altro cane scoccava con una potenza di braccia degna di un lanciatore di baseball, mentre avanzava nella sua direzione, continuando a rilanciare la palla che i cani, a turno, riportavano indietro. Quando fu a pochi passi la salutò con la mano.
«Simon, dog sitter di Aretha.» Disse presentandosi ed indicando il compagno di giochi di Hamlet, uno splendido lupo dal mantello nero compatto.
«Ah, dunque è una lei.» Disse Angie Rose, carezzando il cane che docile le si era avvicinato. 
«Decisamente!» Esclamò Simon, esibendo un collare fucsia. «E’ il suo colore preferito.»
La ragazza rise alla battuta ed espletò le presentazioni: «Angie Rose e Hamlet.» 
«Posso?» Chiese Simon, sedendosi nell’erba accanto a lei, mentre Aretha ed Hamlet esploravano, con qualche prudenza, l'interno di un cespuglio. Ora le differenze fra i due cani lupo risaltavano più evidenti,   nel colore del pelo, nero compatto quello di Aretha, focato quello di Hamlet, ma anche nelle proporzioni:  leggermente più piccola e slanciata lei, più massiccio e poderoso lui. 
«E' bellissima Ne accudisci altri?» Chiese Angie Ros
«No.  Solo lei. Aretha è il mio cane.»
«Scusa, devo aver frainteso, mi sembrava d’aver capito che fossi il suo dog sitter.»
«Mi qualifico come dog sitter perché detesto i termini “proprietario” e “padrone” riferiti ai nostri amici a quattro zampe. Posso definirmi il proprietario di una macchina, di una casa, di un qualsiasi oggetto, ma non di un altro essere vivente. Non di Aretha.»
Aretha, sentendosi chiamata in causa, era venuta ad accucciarsi vicino a lui, con il muso sulle sue gambe e lo sguardo da innamorata.
«Hai ragione, ma non credo che chi ha un cane, il termine proprietario, lo usi in quel senso. Io, almeno, non l’ho mai inteso così» Obiettò, perplessa.
Da sotto lo zuccotto nero, gli occhi verde bosco di Simon, sorrisero.
«Sono sicuro che tu non l’abbia mai inteso in quel modo, e forse nessuno di quelli che ha un cane, ma a me proprio non mi riesce di dirlo. Dog sitter mi sembra più appropriato, e poi è quello che nella realtà per loro siamo.»
Angie Rose assentì.
«Stabilito che io non faccio il dog sitter per professione ma solo per amore, tu, invece, cosa fai nella vita?»
«La cameriera ai tavoli, in un ristorante di Brooklyn.» Rispose laconica. 
Con i ragazzi che le piacevano evitava di aggiungere al suo scarno curriculum vitae i suoi studi recitazione e la volontà di diventare un’attrice, perché nelle due storie sentimentali più importanti, al momento della rottura s’era rivelata un’arma a doppio taglio, entrambe le volte accusata “di essere stata una brava attrice”. Insomma di aver recitato. Di aver finto.
«Scommetto che avrai buone mance. Di solito i clienti sono generosi con le cameriere carine.»
Lei rise: «E’ un complimento o sei un esattore del fisco in incognito?»
«Sei molto bella.» Rispose lui serio. «Potresti fare l’attrice o la fotomodella.»
«Ci vuole talento, ed io non ne ho.» Tagliò corto Angie Rose, togliendogli così la possibilità di una replica. Perché gli uomini negli approcci andavano sempre a parare in quel campo? «Ed ora devo proprio andare.» Radunò le sue poche cose sparse a terra e chiamò Hamlet.
Simon rilevò dal cambiamento di tono, che da cordiale s'era fatto brusco, che lei s’era messa sulla difensiva, ma chiederle scusa gli sembrava di avvallare un’intenzione con secondi fini che non aveva mai avuto. Si diede dello stupido a non aver avuto più tatto, perché chissà quante volte, rifletté, le era stato rivolto quell’apprezzamento con finalità più esplicite. Ma ormai il pasticcio era fatto e non gli rimaneva, nel salutarla, che darsi un contegno spontaneo per non incrementare dubbi sulle sue reali intenzioni. «Magari ci si rivede. Aretha e Hamlet, a quanto sembra sono diventati inseparabili. Dico bene, Hamlet?»
Al suo interrogativo il cane diede conferma con una serie di ululati che riscossero l’approvazione di Aretha.
«Certo, magari ci si rivede». Rispose lei in tono asciutto, accomiatandosi.

Angie Rose, prima di salire al suo appartamento, aveva chiesto ad Helen Bennet aggiornamenti sui Collins.
«Proprio stamane, Olimpia è tornata per prendere un cambio pulito per Bob. Andava di fretta, come puoi ben immaginare, ma a quanto pare lui ora sta meglio, respira autonomamente e a breve potrà tornare a casa.»
«Una gran bella notizia, signora Bennet.» Disse Angie Rose sollevata per lo stato di salute di Bob ma anche per il fatto che Olimpia non aveva fatto alcun cenno del furto subito: una conferma delle previsioni di Apache.
A casa, nella segreteria telefonica, trovò il messaggio di Christine Logan che l’informava che Andrew Saint Just non s’era ancora risvegliato, ma dalla tac, però, non era stata rilevata nessuna lesione cerebrale.
Richiamò Christine per avere più dettagli sulle condizioni cliniche di Andrew ma anche per discutere con lei dei dubbi sopravvenuti riguardo le testimonianze rilasciate alla polizia.
«Non è stato un incidente ma un'aggressione. Peter lo ha colpito alle spalle. Lo abbiamo visto tutti. Credo che le nostre dichiarazioni vadano riviste.»
«Io ci andrei cauta a rimettere in discussione l'accaduto. Ad insinuare sospetti. Avremmo tutti da perderci. Noi per primi se i motivi alla base della discussione tra Andrew e Peter fossero resi pubblici, con l’inevitabile coinvolgimento di Hayden. I giornali comincerebbero a parlare di bullismo e omofobia in una delle Accademie più prestigiose dello Stato, e magari si spingerebbe per la sua chiusura. »
«Quindi, secondo te, i metodi di Hayden sono etici? »
«No, sono odiosi, ma nessuno è costretto ad accettarli. A sottomettersi. Chi non tollera il suo sistema è libero di andarsene, come ha fatto Jason, ma senza per questo impedire agli altri di restare.»
«Dimentichi che tutto è nato proprio dalle offese omofobe di Hayden verso Jason. E se Andrew non si risvegliasse più? Continueremo a fingere che non sia successo niente?» Chiese, in tono duro, all'amica.
«Andrew si risveglierà! Ad ogni modo lascerei decidere a lui il da farsi.»
«E nel caso decidesse di denunciare, saresti dalla sua parte?» La incalzò, Angie Rose.
«Ti ho detto come la penso. La tua domanda è solo una provocazione.» Christine Logan riagganciò arrabbiata, senza darle il tempo di controbattere.
Angie Rose rimase male, non se lo sarebbe mai aspettato da Christine un atteggiamento simile, ma immaginò che non fosse la sola a pensarla in quel modo. Dal canto suo se Andrew, uscito dal coma, avesse deciso di denunciare, sarebbe stata al suo fianco. Non lo avrebbe lasciato solo.

venerdì 30 ottobre 2020

Gina Colombo's Restaurant (cap. 3)

 


 Piani

Olimpia, dalla finestra, aveva visto Angie Rose rientrare, così l'attendeva sull’uscio e, senza darle il tempo di profferire parola, la tirò dentro.
«Devo mostrarti una cosa, ma tu, però, non devi dirlo a nessuno.» Disse cavando fuori dalla credenza della cucina una grossa sacca di cuoio verde.
«Guarda!» Esclamò, mostrandole la montagna di banconote al suo interno.
Angie Rose rimase un momento a fissare stupita quella ricchezza ordinatamente stipata, poi ritrovando la voce, domandò: «Da dove proviene tutto questo denaro?»
«Non lo so. La borsa l’ho trovata stamattina quando sono uscita a gettare la spazzatura. Era sotterrata in una buca nel cortile, ma  forse non troppo in profondità. La pioggia ha smosso il terreno e un manico ne è fuoriuscito. È stato quello che ha attirato la mia attenzione. Ho scavato un pochino e tirato su senza fatica.» Spiegò eccitata Olimpia.
«Evidentemente chi l’ha nascosta aveva una gran fretta. Magari stava fuggendo. Ad ogni modo questi soldi non puoi tenerli, sicuramente sono il provento di qualche malaffare. Devi consegnarli alla polizia!»
A quelle parole, Olimpia indietreggiò, stringendo la borsa al petto: «Cosa dici? Pensavo mi potessi fidare di te. Che fossi mia amica.» Mormorò incredula, guardandola con sospetto.
«Sono tua amica!» Ribadì con fermezza Angie Rose «Ma questi soldi devi consegnarli alla polizia, perché chi li ha nascosti tornerà a riprenderseli e non trovandoli verrà a cercarli qui, in questo palazzo. Stai mettendo in pericolo la tua vita e quella di tutti noi, Olimpia.»
«Questo denaro è un dono della provvidenza. Potrò usarli per un bel po’ di cose, come il trasporto di Bob per trasferirci da Rose in California o da Margareth in Arizona. E ancora ne avanzerebbero per una casetta e una polizza sanitaria per entrambi. Siamo vecchi, non abbiamo troppe pretese.» Poi, guardandola con aria furba, aggiunse: «Ce ne sarà anche per te, se starai dalla mia parte.»
Angie Rose scosse il capo in segno di diniego: «Non miro ai soldi ma a farti ragionare sulle spiacevoli conseguenze che potrebbero scaturire da questa situazione se non li restituisci. Devi portare la borsa alla polizia e devi farlo subito, prima che quelli vengano a cercarla casa per casa. Vuoi far correre rischi anche a Bob?»
«No.» Sussurrò Olimpia, lasciando cadere la borsa sul tavolo.
Sollevata, Angie Rose disse con dolcezza: «Ti accompagno alla polizia. Salgo su a prendere il mio trolley per trasportare la sacca col denaro, daremo meno nell'occhio, e intanto telefono per un taxi.»
Olimpia fece cenno di si, ma quando la ragazza fu sul pianerottolo, chiuse la porta col chiavistello.
«Stai alla larga dalla mia casa o te ne pentirai.» Minacciò da dietro la porta sbarrata

Angie Rose ed Hamlet quella sera giunsero in ritardo al ristorante, dove Gina, Jean Baptiste, Marta e Apache, erano intenti a cenare tutti insieme, come di consueto, prima dell’apertura del locale. Al suo ingresso Marta andò subito in cucina ad apparecchiare il suo posto con le pietanze tenute in caldo, mentre Hamlet le andava dietro festoso, già pregustando i bocconcini in serbo per lui.
«Eravamo preoccupati di non vederti arrivare, perché di solito sei sempre molto puntuale. Tutto bene?» Domandò Gina, alla quale non era sfuggita l'espressione pensierosa nello sguardo. 
«A dire il vero... non troppo.» Rispose, con un sorriso imbarazzato.
Apache si alzò per versarle un generoso bicchiere di vino rosso: «Butta fuori il rospo, piccola.» La spronò,  incoraggiante.
Lei lo guardò con gratitudine, ma scosse il capo: «Ho promesso di non dir nulla.»
«Ok.» Concordò lui, tornando a sedersi «Ma se avessi bisogno di un consiglio o di un aiuto... noi ci siamo.»
«Hai ragione, Angie Rose, la parola data va mantenuta.» Intervenne bruscamente Gina: «Ma se riguarda un problema di cui tu non trovi la soluzione, e di quella soluzione hai invece un disperato bisogno, significa che la faccenda ti tocca personalmente, e rimanendo fedele alla regola del silenzio metti il tuo destino nelle mani dell’altro. Riflettici.» 
Quel discorso, per certi versi duro, basava su una logica rigorosa che portò Angie Rose a considerare sotto una nuova luce l’intera vicenda, perché era vero che quella faccenda la riguardava personalmente, e non era solo il suo destino ad essere nelle mani di Olimpia, ma anche quello di tutti gli altri condomini. Mantenere la promessa l'avrebbe resa sua complice.
Così Angie Rose raccontò la storia della borsa trovata da Olimpia Collins.

«…ho creduto di averla convinta, ma quando sono uscita ha sbarrato la porta con il chiavistello.» Terminò il suo racconto, e poi disse. «Non voglio che le accada nulla di male, ma cosa posso fare? Denunciarla? Non me la sento. Senza di lei, Bob, il marito rimarrebbe solo e  probabilmente finirebbe in un ospizio. Olimpia è una donna perbene ma molto  provata dalla vita, e la vista di tutto quel denaro non la fa ragionare, ma è innegabile che con la sua testardaggine sta mettendo a repentaglio la sua vita e quella di tutti gli altri inquilini.» Concluse angosciata.
«Intanto, finché la faccenda non si risolve puoi venire a stare da me.» Le propose Gina. «Ho una casa grande e spazio in abbondanza anche per Hamlet.» Poi, guardandola negli occhi aggiunse: «Non riuscirei a dormire sapendoti in pericolo quindi prendila come la richiesta di un favore personale.
«Gina ha ragione.» Convenne Marta «Te lo avrei proposto anch’io se a casa mia ci fosse un angolo libero.»
Angie Rose le sorrise grata.
«Ad ogni modo bisogna trovare una soluzione prima che accada il peggio. Una denuncia anonima?» Suggerì Jean Baptiste «E’ una vecchia signora, di cosa può venire incriminata?»
«Di complicità, ad esempio.» Rispose Gina
«Quei soldi non li ha mica rubati lei!» Ribadì Jean Baptiste
«Ma non li ha neppure restituiti. Appropriazione indebita, anche questo è un reato» Sottolineò Gina
«Angie Rose, però, non intende denunciarla, quindi bisogna trovare un’altra soluzione.» Intervenne Marta, riportando tutti al nocciolo del problema.
«Andrò io a recuperare quella borsa.» Disse Apache, che fino a quel momento era rimasto in silenzio. «Scalare l’appartamento di un secondo piano per me sarà un gioco da ragazzi, cosi come entrare in casa dalla finestra, praticando un foro nel vetro in prossimità della maniglia, con l’ausilio di una ventosa ed un diamante. L'anello di Gina  può benissimo fare al caso...e  poi uno sturalavandino…di sicuro ne avremo in cucina.» Guardò Jean Baptiste che parve non aver afferrato il senso della richiesta e lo fissava con aria smarrita.
«Una ventosa.» Specificò Apache.
«Ventouse! Oui oui, bien sur.» Confermò lo chef, con un largo sorriso.
«Perfetto, abbiamo tutto quello che ci occorre, allora possiamo passare... »
Gina lo interruppe «E se chi ha nascosto la borsa si fosse già messo in azione? Se nel frattempo avesse scoperto che è stata Olimpia Collins ad averla?»
«Gina ha ragione, Apache.» Disse Angie Rose «Non sappiamo cosa è accaduto in questo lasso di tempo, e neppure voglio che tu ti ponga in una situazione di pericolo. Domani troverò argomenti più convincenti per indurla ad andare alla polizia.»
«Domani potrebbe essere tardi.» Ribadì lui in tono deciso «Se davvero ti sta a cuore l’incolumità della tua amica non abbiamo tempo da perdere.»
Angie Rose guardò Gina che assenti: «Chiamerò Lucy per sostituirti ai tavoli.» Si sfilò l’anello col diamante che consegnò ad Apache: «Infrangerei con la mia voce quella finestra se fossi certa di non far rumore.»
«Lo so.» Rispose lui, sfiorandole una mano.
«Anche Hamlet è della partita?» Domandò Marta, indicando il cane accucciato ai suoi piedi che sentendosi chiamato in causa aveva aperto gli occhi «Altrimenti posso badarci io. Mi fermo a dormire qui e domattina, in tutta tranquillità, Angie Rose può venire a riprenderlo.»
«Preferirei venisse con noi, daremo meno nell’occhio. Una coppia che porta a spasso il cane non desta sospetti, e magari all’occorrenza Hamlet può esserci d’aiuto.» Suggerì Apache 
«Certo.» Convenne Angie Rose infilando il collare al cane che alla prospettiva di quell’uscita fuori programma, abbaiava festoso.
Jean Baptiste, nel frattempo, era tornato dalla cucina con uno sturalavandino, esibito come un trofeo, che la ragazza occultò nella sua capace borsa

Raggiunsero il Queens in taxi, ma scesero un isolato prima e proseguirono a piedi per non destare la curiosità degli inquilini, in particolare quella di Olimpia Collins, anche se la presenza di Apache al suo fianco non sarebbe passata inosservata, poiché la sua fisicità s’imponeva allo sguardo. Ma questo avrebbe potuto essere un punto di vantaggio, la prova, qualunque cosa fosse successa, o dovesse succedere, della loro estraneità ai fatti, perché la prima preoccupazione di chi vuole commettere un reato è quello di rendersi invisibile, e per Apache, questo, era davvero difficile. Oltretutto la sua zoppia, che volutamente ora accentuava per quella messinscena, lo avrebbe messo al riparo da qualsiasi sospetto di un suo coinvolgimento nel furto.

Giunti al cancello condominiale, Angie Rose guardò verso la finestra del secondo piano sperando di scorgere l’ombra di Olimpia dietro i vetri: quello sarebbe stato l’indizio che tutto era nella normalità. Ma lei non c’era e la luce era spenta, e questo la precipitò nell’angoscia perché Olimpia aveva l’abitudine di tenere sempre accesa una lampada nella camera di Bob. E la finestra era appunto quella.
«Potrebbe essere uscita dimenticandosi di accendere la luce.» Ipotizzò, Apache, per tranquillizzarla.
Angie Rose respinse con forza questa supposizione «Olimpia non esce mai a quest’ora così come non dimentica mai di accendere la lampada in camera del marito. E questo non fa presagire nulla di buono. Andrò da lei per verificare che sia tutto a posto.»
«Mi sembrava di aver capito che non gradisse più la tua presenza, probabile quindi che neppure ti apra.»
«Riuscirò a farmi aprire.» Disse in tono deciso: « E’ una precauzione necessaria prima che tu t’introduca nel suo appartamento. Io e Hamlet andremo a verificare.» Era lei ora a gestire la situazione.
Apache alzò il pollice in segno di approvazione.

Angie Rose salì di corsa le scale fino al secondo piano insolitamente silenzioso senza l’alto volume della radio di Olimpia. Bussò ripetutamente, ma senza esito. Fu l’inquilina della porta accanto, Helen Baker, a darle la notizia che Olimpia era al  Queens Center Hospital perché Bob aveva avuto una crisi respiratoria.
La ringraziò per quella informazione che almeno, al momento, la rassicurava sulla sorte dei Collins: erano al Queens Hospital un luogo di gran lunga più sicuro della loro casa. Scese a comunicare la notizia ad Apache, ed insieme stabilirono che questo facilitava il loro progetto perché nella casa vuota lui avrebbe agito con minor affanno. Seduti ad una tavola calda ripassarono il piano: Apache sarebbe penetrato dalla finestra della cucina che s’affacciava sul cortiletto interno privo d’illuminazione, avvalendosi del sostegno di un alberello ibrido i cui rami più alti quasi toccavano il davanzale della finestra di Olimpia. Una volta entrato avrebbe preso la sacca di cuoio verde nella prima anta in basso a destra della credenza in cucina, perché era lì che Olimpia l’aveva nascosta. Una volta recuperata la borsa si sarebbe diretto alla stazione dei taxi per far ritorno a Brooklyn, dove abitava. Il giorno dopo, in maniera anonima, avrebbe provveduto a recapitare la sacca coi soldi alla polizia.
Lei insistette per una sua partecipazione più attiva al piano: «Non è giusto che sia tu solo a rischiare per un qualcosa che neppure ti riguarda».
«Ma riguarda te». Ribadì lui, senza incertezze.
La ragazza accennò un sorriso che non riuscì, però, a nascondere la sua preoccupazione. Apache se ne accorse e le strinse forte la mano, poi sottovoce e con aria da cospiratore, cercò di rassicurarla: «Tranquilla non corro alcun pericolo perché il nostro piano è assolutamente perfetto.»
«Quasi perfetto.» Lo corresse lei «perché non abbiamo provveduto ad un paio di guanti per non lasciare impronte.»
«Non ci servono. Olimpia non andrà di certo a denunciare la scomparsa di una borsa piena di soldi che non le appartiene ma nasconde in casa. Penserà che gli autori del furto siano gli stessi malviventi a cui lei l'ha sottratta. Piuttosto mi toccherà creare un po' di scompiglio negli armadi per non farle sospettare che sei tu il mandante: l'unica a sapere dove la sacca è nascosta.»
Uscirono dalla tavola calda che era già buio. Percorsero un tratto di strada affiancati, con Hamlet che teneva il loro stesso passo, quasi avesse compreso la complessità del momento. Qualche metro prima del cancello condominiale si salutarono.
Angie Rose perorò di nuovo, appassionatamente, per un suo coinvolgimento nell'azione, ma Apache fu ancora una volta irremovibile: «Durante la mia carriera di stunt man ho scalato grattacieli e profanato finestre, alcune pure in fiamme, quindi cosa vuoi che sia per me arrampicarmi a quella di un secondo piano?» Concluse in tono scherzoso. Poi, tornato serio, la tranquillizzò un'ultima volta: «Andrà tutto come previsto, perché il nostro piano è assolutamente perfetto.»
Lei fece cenno di si col capo. «Promettimi che se qualcosa non fila nel verso giusto troverai il modo di farmelo sapere. Io e Hamlet saremo due sentinelle in allerta.»
«Promesso, piccola.» La rassicurò Apache allontanandosi nel buio.

martedì 13 ottobre 2020

Gina Colombo's Restaurant (cap. 2)


 

Universi

Angie Rose ed Hamlet s’erano avventurati al parco nonostante il tempo minacciasse pioggia. Sarebbe stata una passeggiata breve ma indispensabile alle esigenze del cane che quella sera probabilmente, proprio a causa del cattivo tempo, non avrebbe potuto portare con sé.
Era stato un inizio di primavera freddo e piovoso, con pochi colori e senza troppa poesia. Le piogge frequenti avevano infoltito il suolo di erbette e fiori spauriti, che schiaffeggiati dal vento e insultati dall’acqua, sfiniti declinavano le corolle ancora acerbe a marcire in quell’humus vegetale. Hamlet, attratto dalle loro ingannevoli macchie nell’erba, si fermava ad annusarli nel loro ultimo, evanescente profumo, per poi mestamente tornare sui suoi passi, Avevano raggiunto l’area riservata ai cani, Angie Rose lo aveva sciolto dal collare, lasciandolo  libero di correre ed esplorare, mentre lei, seduta su una panchina, si predisponeva a leggere un libro, senza però perdere di vista Hamlet che  ora giocava con un altro cane, anche quello un lupo, a rincorrersi e  riportare indietro una palla rossa che qualcuno, dall’altra parte del viale, lanciava. Dei soliti che frequentavano il parco con i loro cani, e con i quali aveva un cordiale scambio di saluti e di battute, a quell’ora non ve n’era nessuno, ma Hamlet aveva comunque trovato un compagno di giochi e lei l’opportunità di terminare la sua lettura.
S’era alzato un vento leggero che recava stille di pioggia frammiste ad un lieve sentore di fragola, ed era ormai ora di avviarsi verso casa dove avrebbe velocemente pranzato per poi correre alle lezioni di Alfred Hayden. Diede di voce ad Hamlet che, accomiatandosi dal nuovo compagno di giochi, era prontamente corso al suo richiamo.


Lungo le scale propagava un buon odore di cucina e Angie Rose sospirò alla prospettiva del suo pasto preconfezionato, inodore ed insapore. Avrebbe comunque recuperato con la sempre ottima cena al ristorante di Gina, prima dell’orario di apertura, insieme a tutti gli altri dello staff.
Era giunta al pianerottolo del secondo piano quando cui Olimpia Collins, in tuta e bigodini, aprì la porta.
«Ciao Rose (la chiamava solo Rose perché quello era il nome di una delle sue figlie) hai tempo? Vorrei mostrati una cosa». Con un cenno della mano la invitò ad entrare.
Olimpia Collins aveva sempre un pretesto per farti entrare a casa sua per scambiare due parole. Angie Rose ricordò la prima volta che era stata abbordata dalla vecchia signora con la scusa d’infilarle un ago da cucito.

«I miei occhi non sono più buoni, nonostante questi.» Le aveva sorriso e indicato gli occhiali dalla montatura antiquata
«Forse dovrebbe rifare le lenti» Aveva suggerito, con garbo, Angie Rose.
Con un gesto della mano, Olimpia, aveva scacciato quell’ipotesi e indicando lo spiraglio della porta della camera da letto da cui s’intravedeva un uomo adagiato supino, aveva detto «Ho altre priorità.»
Così aveva conosciuto anche Bob, il marito di lei, affetto da una malattia degenerativa che gli aveva atrofizzato prima i muscoli e poi i sensi. Le loro due figlie, Rose e Margareth, vivevano in altri stati, e la lontananza e il tempo avevano reso sempre più sporadici i loro incontri che alla fine s’erano ridotti ai solo contatti telefonici. A casa dei Collins la radio era sempre accesa e ad un volume piuttosto alto, e questo era costante motivo di discussione con gli altri inquilini: «Ma perché non la metti in camera di Bob così può ascoltarla ad un volume più basso?» qualcuno le aveva suggerito.
«Bob è completamente sordo, che se ne fa della radio?» Aveva risposto Olimpia: «Sono io che l’ascolto, ma ad un volume più basso non potrei sentirla da una stanza all’altra.»

Era il silenzio, l’assillo di Olimpia. E la solitudine. Per questo stazionava sulla porta per abbordare chi era di passaggio, e ascoltare la radio, ventiquattro ore su ventiquattro, ad un volume elevato.
Angie Rose lo aveva capito e avrebbe voluto fare qualcosa per lei, ma oltre ad accettare un invito per un caffè o scambiare due parole sul pianerottolo, non aveva tempo per altro.
«Scusami, Olimpia, ma oggi vado proprio di fretta.» Cercò di tagliar corto, ma l’altra la trattenne per un braccio: «A qualunque ora rientri, prometti di venire a vedere. E' della massima importanza.»
Angie Rose promise.

Dal Queens, dove lei abitava, raggiunse in metro il quartiere Dumbo, dove in una ex cartiera ristrutturata risiedeva la prestigiosa “Alfred Hayden’s Acting Shool”, e fece il suo ingresso proprio mentre stava andando in scena la parte finale di una furibonda lite tra Alfred Hayden e Jason Taller, uno degli studenti.
E non stavano recitando.
«…ti assicuro, Taller, che non metterai più piede in nessun'altra scuola di recitazione di questo stato.» Hayden scandì la minaccia con rabbia, stringendo i braccioli della sedia a rotelle e sporgendosi col busto in avanti, nel tentativo di mettersi in piedi per sbatterlo lui stesso fuori dall’aula.
Jason accolse quella minaccia con un’alzata di spalle: «Vorrà dire che passerò direttamente al palcoscenico.»  Poi, in tono amaro, aggiunse: «Hayden, nel tuo passato sarai stato anche un grande attore ma nel presente, come uomo, vali meno di zero.» Disse avviandosi alla porta
«Cosa ne sai Taller di come deve essere un uomo?» Lo schernì sarcastico, Hayden
A quella provocazione Jason era tornato indietro col chiaro intento di sferrargli un pugno, ma poi si fermò: «Non mi abbasserò al tuo livello, Hayden.» Lanciò un’occhiata circolare al silenzioso auditorio degli studenti: «Per quanto ancora continuerete a farvi bullizare da lui?» Domandò tagliente.
Senza attendere risposta, uscì dall’aula. «Visto che non lo sai, Taller, di come deve essere un uomo?» Urlò Hayden. Poi, in tono gelido, congedò i suoi allievi: «Per oggi la lezione è terminata.»
Nessuno di loro obiettò.

Fuori, in gruppo, si stava ancora commentando l’accaduto e Angie Rose chiese spiegazioni sui motivi del litigio.
«Ha tolto a Jasmine Wright la parte di “Anna Christie”, adducendo che lei non era all’altezza di quel ruolo che competeva, invece, ad una prima donna del calibro di Jason Taller.» Spiegò Peter Newton ridendo divertito «Poi ha chiesto chi di noi ragazzi si proponeva per la parte di Mat.» Rise ancora più forte «C’è da dire che Hayden ha un perverso senso dell’umorismo.»
«Peter, sei un povero stronzo!» Christine Logan esclamò con disprezzo, accingendosi a spiegare ad Angie Rose la dinamica dei fatti: «Jason aveva lo smalto alle unghie, è stato quello a mandare Hayden in paranoia, così quando Jasmine ha iniziato a leggere le sue battute lui l’ha interrotta dicendo che non era nel personaggio, che Anna Christie era una prostituta abituata a mentire sulla sua vera identità, per cui quella parte sembrava scritta proprio per Jason Taller, che di certo l’avrebbe meglio, e più di chiunque altro, realisticamente interpretata: “oltretutto, Taller, si è presentato in costume di scena” il riferimento era, appunto, allo smalto alle mani»
«Non c'è niente di divertente» S’intromise Andrew Saint Just vibrante di rabbia: « Hayden è un maledetto figlio di puttana»
«Ammettilo, vorresti anche tu smaltarti le unghie ma non ne hai il coraggio.» Lo schernì Peter Newton.
A quella provocazione Andrew gli si avventò contro gettandolo a terra. «Non vali i miei pugni e neppure il mio disprezzo.» Disse, voltandosi per andar via. Ma Peter si rialzò, lo afferrò per le spalle e con una violentissima spinta lo mandò a sbattere contro un muro. Andrew cadde al suolo privo di sensi.
«E’ stato lui ad iniziare. Lui mi ha mandato a terra. Lo avete visto tutti. Io mi sono solo difeso.» Peter Newton, smarrito, cercava conferma tra quelli che avevano assistito alla scena.
Nel frattempo era stata chiamata un’ambulanza e avvertita la famiglia di Andrew.
Alfred Hayden, messo al corrente dell’accaduto, uscì sul piazzale ammonendo gli studenti ad essere accorti nell’uso delle parole con i poliziotti e con i giornalisti, che di sicuro la stampa si sarebbe interessata alla vicenda, e una pubblicità negativa non avrebbe giovato a nessuno: «Quello che è accaduto è un deprecabile incidente senza intenzione di dolo, e come tale va trattato.» 
L’autoambulanza e la polizia erano giunte a sirene spiegate nello stesso momento. Andrew venne caricato sulla prima e Peter Newton sulla seconda, mentre venivano prese le generalità e raccolte le testimonianze di quelli che avevano assistito all'accaduto: tutti concordarono sulla versione dell’incidente.
Immobile, dietro i vetri della finestra del suo ufficio, Alfred Hayden aveva assistito a tutta la scena.

 Era pomeriggio inoltrato quando Angie Rose fece ritorno al suo appartamento. Imbruniva, ma le nubi s’erano diradate allontanando la minaccia di pioggia, e avrebbe potuto portare con sé Hamlet. Questo la rasserenò, distogliendola per un momento dal malessere per quanto accaduto accaduto quel pomeriggio alla “Alfred Hayden’s Acting Shool”. Il dubbio di aver troppo frettolosamente avvallato come incidente la vigliacca aggressione di Peter Newton ai danni di Andrew Saint Just la tormentava.  Era vero che Andrew era stato il primo a menar le mani, ma la reazione insensata di Peter che lo aveva assalito alle spalle non giustificava la legittima difesa. Posta in questi termini la faccenda non poteva essere etichettata come "incidente". Forse avrebbe dovuto rivedere la sua testimonianza. Ne avrebbe parlato con Christine Logan.

Salendo le scale, diretta al suo appartamento, si ricordò della promessa fatta ad Olimpia Collins, ma in quel lungo pomeriggio erano saltati tutti gli orari e aveva appena il tempo di una doccia e di un cambio d’abiti, e poi di nuovo in metro alla volta di Brooklyn, per il suo turno di lavoro al ristorante, già valutando l'ipotesi, se fosse stata troppo stanca per il viaggio di ritorno, di fermarsi a dormire nella stanzetta adiacente alla cucina. In origine un piccolo vano ristrutturato per offrire una stanza ad Apache, e usato poi per le situazioni d’emergenza. Angie Rose aveva pensato più volte di trovarsi un appartamento nelle vicinanze del ristorante, ma gli affitti nella zona erano troppo alti in aggiunta alle spese per la scuola di recitazione, e il suo stipendio di cameriera, nonostante i generosi arrotondamenti di Gina, non sarebbe bastato per tutto. Avrebbe potuto cercarsi un lavoro più vicino al quartiere dove lei ora abitava, ma da nessun’altra parte avrebbe trovato il calore e l’empatia del “Gina Colombo’s Restaurant”. Gina, Marta, Apache e Jean Baptiste erano come una famiglia: si comprendevano e si sostenevano. Questioni gravi, fra loro, non c’erano mai state, almeno da quando lei vi lavorava: era tutto alla luce del giorno. I mugugni non avevano ragione di sostare nelle profondità delle viscere, quando portati in superficie trovavano una voce, uno sfogo e quasi sempre una soluzione.
Comparò il mondo luminoso e caldo di Gina Colombo a quello buio e freddo di Alfred Hayden: due universi asismetrici e incompatibili, distanti fra loro anni luce.
E lei vi sostava nel mezzo.

mercoledì 30 settembre 2020

“Gina Colombo's Restaurant” (cap.1)

 


Famiglie

Angie Rose era andata a vivere in quel condominio abitato da vedove e pensionati perché la zona era tranquilla, l’affitto buono e le era permesso di tenere Hamlet, il suo cane lupo. Così s’erano installati nel piccolo appartamento all’ultimo piano, senza ascensore, con vista su un cortiletto interno buio d’inverno così come d’estate. Ma questo non era un cruccio per lei che di tempo per guardare il paesaggio ne aveva poco, e comunque avrebbe colmato l’assenza di luce e di sole con le passeggiate quotidiane al parco per sopperire alle necessità di Hamlet.
Angie Rose si rammaricava solo di non poter offrire al suo cane uno spazio più ampio (avevano sempre abitato appartamenti molto piccoli) magari con un giardinetto, e più tempo per le uscite al parco. Ma Hamlet s’era sempre adattato a quelle carenze senza mai mostrare insofferenza: era un cane molto collaborativo e di questo gliene era grata. Lui era tutta la sua famiglia, ovvero quella che lei si era scelta. L’altra sua famiglia, invece, era quella del “Gina Colombo’s Restaurant” a Brooklyn, dove lei svolgeva la mansione di cameriera. Gina Colombo, la proprietaria, una gigantessa barocca dai capelli corvini e dagli occhi di smeraldo, americana di origini genovesi, s’era conquistata la notorietà non solo per la bontà della sua cucina ma per la sua voce prodigiosa che propagava, come un’eco smerigliata, dal retro della cucina e culminava nel prodigio della frantumazione dei bicchieri e dei cristalli. Allora scattava la standing ovation di quelli seduti ai tavoli e di quelli fuori la porta, inchiodati sul marciapiede dalla gagliardia dei suoi assoli. Perfino ad Hollywood s’erano interessati a lei, ma lei aveva liquidato la faccenda con un sarcastico: non sono un fenomeno da baraccone!
A Broadway, invece, mirava Angie Rose, motivo per cui risparmiava sui metri quadrati delle sue abitazioni e investiva il suo stipendio nella prestigiosa, e costosissima, scuola di recitazione di Alfred Hayden, un tempo enfant prodige del teatro, la cui carriera era stata stroncata da un incidente stradale che lo aveva inchiodato su una sedia a rotelle, che aveva reso il suo carattere, di natura altezzoso, ancor più intollerante ed aspro. Ma pure i giovani aspiranti attori si sottomettevano alle umiliazioni delle sue sfuriate perché in assoluto era ancora il più bravo, il più talentuoso attore di teatro che avesse mai calcato un palcoscenico. Avere accesso ai suoi corsi era già di per sé un attestato di merito, perché la selezione era severissima ed intransigente.
Per la sua innata predisposizione alla recitazione, anche Angie Rose era entrata nell'elite della "Alfred Hayden Acting School" 

Quel tardo pomeriggio, come di consueto, Angie Rose si diresse in metro al ristorante di Gina, in compagnia di Hamlet, al quale era permesso di attendere la fine del turno di lavoro, nel cortile sul retro della cucina, dove era stata per lui predisposta una comoda cuccia. Ma in caso di freddo eccessivo o pioggia, preferiva lasciarlo a casa, al caldo e al coperto.
Hamlet era la mascotte della piccola famiglia del “Gina Colombo’s Restaurant” che tra i suoi membri annoverava Apache, il  braccio destro della proprietaria, Jean Baptiste Cassel lo chef“, e Marta Oropeza l’aiuto chef.  Loro erano il nucleo fisso intorno al quale ruotavano figure di supporto, come un gruppetto di camerieri volanti e un paio di cuochi freelance, da chiamare in caso si necessitasse di  un aiuto aggiuntivo o di una sostituzione.
 Uno staff molto unito, soprattutto nei momenti più difficili, come quando il celebre critico culinario, Jordan Baker, con un articolo al vetriolo, così descrisse il locale: “Al “Colombo’s Restaurant” non si va per mangiare, perché la cucina sinceramente è scadente: i piatti sono commestibili ma alquanto indecifrabili, per cui non conviene indagare sul loro contenuto, che per altro neppure è interamente riportato sulla lista del menù. E non ci si va neppure per bere, visto che spesso i bicchieri finiscono in frantumi, demoliti dalla potenza vocale della proprietaria. Il "Colombo's Restaurant"  deve il suo successo unicamente a questo curioso spettacolino messo in scena per attirare i clienti che altrimenti diserterebbero il locale.” 
Quell’articolo aveva mandato su tutte le furie Gina che non ebbe timore di andare a casa di Jordan Baker e ridurgli in pezzi vetri e cristallerie, non con la potenza della sua voce ma con una mazza da baseball.
Respinse le dimissioni di Jean Baptiste, mortificato per il mancato apprezzamento della sua cucina,  deciso a tornarsene in Francia dove era certo avrebbe ricevuto più degni riconoscimenti.
«Non dovrai temere la mia concorrenza, Gina, ci sono troppi chilometri di distanza fra New York e Parigi» Poi, con un sospiro, aggiunse: «E comunque a te non farei mai concorrenza».
Lei lo rassicurò: «Se abbiamo il locale pieno tutte le sere, Jean Baptiste, è per merito della tua cucina. Nessuno è così stupido da spendere i propri soldi per procurarsi un’indigestione, motivo per cui tu rimarrai qui a fare la concorrenza a tutti gli altri ristoranti di Brooklyn».
La querelle tra Gina Colombo e Jordan Baker si spostò dalle colonne dei giornali all’aula di un tribunale dove prevalse la tesi di lei “nessuno è così stupido da spendere i propri soldi per procurarsi un’indigestione”. E a testimoniare in suo favore si proposero molti dei suoi clienti. Jordan Baker venne condannato al pagamento di un'ingente cifra, in risarcimento per i danni arrecati da quella sua pubblicità negativa, tesa al dileggio.
«La signora Colombo è una potenziale avvelenatrice». Tuonò il critico culinario, alla lettura della sentenza.
«Ma a quanto pare, signor Baker, il giudice non è dello stesso parere, visto che é vivo e vegeto e cliente abituale del mio ristorante». Fu l’ironica risposta di lei.
Il risarcimento fu diviso da Gina tra i suoi collaboratori, con una piccola maggiorazione per Jean Baptiste, ferito nell’orgoglio.
«In famiglia si divide ogni cosa. E noi siamo una famiglia!» Fu questa la sua motivazione per quel premio extra.
Ed era vero che considerava i suoi collaboratori la sua famiglia. Rimasta vedova ancora giovane e senza figli, non s’era più risposata, nonostante le innumerevoli richieste e i tanti corteggiatori, s’era goduta in piena libertà il ricco lascito del marito, un alto dirigente della Citibank. Tolti gli sfizi e le curiosità, s’era ripresa il proprio cognome e lanciata nell’imprenditoria, aprendo quel ristorante a Brooklyn. Della sua famiglia d’origine, una delle più facoltose e in vista della città, non ne parlava mai, e nessun suo parente era mai venuto a farle visita al ristorante.

Jean Baptiste era stato il secondo, dopo Apache, ad essere ingaggiato stabilmente da Gina. 
Reduce del naufragio del mercantile che lo aveva condotto a New York, (dove s’era pagato il viaggio svolgendo mansioni di aiuto cuoco) e a quello ancor più devastante della sua vita a Parigi, (una storia d'amore finita male, era il motivo per cui s'era imbarcato) era approdato a Brooklyn, determinato a spuntarla sul destino malevolo, ed era capitato sul marciapiede del Colombo’s Restaurant proprio il giorno che lo chef s’era licenziato per passare alla concorrenza, portandosi via anche l’aiuto cuoco. Attirato dalle voci provenienti dal retro della cucina, s'era affacciato giusto in tempo per vedere quello darsela a gambe sotto la minaccia di un coltellaccio brandito da una gigantessa vestita di azzurro e rilucente di ori: una Liz Taylor dagli occhi verdi e in versione macro.
«Jean Baptiste Cassel di professione chef, e per voi l’uomo della provvidenza». Si presentò con grande savoir fair e molta faccia tosta. Sorridente, senza però mai perdere di vista il coltello di cui lei era armata, e pronto alla fuga se avesse dato segni di nervosismo.
Ma alla vista di quel giovane mingherlino, con due grandi occhi scuri e le orecchie a sventola, lei era scoppiata a ridere: «Davvero sei un cuoco? E cosa cucini, le pappe per i neonati?»
«Ho molti più anni di quelli che dimostro, Madame» Aveva risposto compunto Jean Baptiste.
«E sei anche l’uomo della provvidenza, eh?»
«Oui, madame» Asserì lui, senza  nessuna ironia.»
« E forse è vero, visto che non ho alternative. Seguimi, che ti mostro la cucina» Disse Gina, di natura scaramantica, incline ad interpretare quella situazione come un segno del destino.

Se l’incontro con Jean Baptiste era stato casuale, quello con Marta Oropeza, fu  da lei stessa programmato. Gina vedeva tutti i giorni la giovane messicana giungere con un carretto carico di cibarie e posizionarsi sul marciapiede opposto a quello del suo ristorante, vicino la fermata dei bus. In ogni stagione, e con qualsiasi tempo, lei era sempre a quella sua postazione a cielo aperto. Impossibile non notarla con quelle sue bluse dai colori sgargianti che nelle giornate grigie risaltavano come spruzzi di arcobaleno. Per Gina era diventata un’abitudine vederla col suo carretto sul marciapiede di fronte, così quando per un certo periodo la giovane disertò il suo posto, lei s’interrogò sui possibili motivi. Non era banale curiosità la sua, ma davvero avrebbe voluto sapere cosa le era accaduto, rimproverandosi di non aver mai tentato un approccio più diretto, limitando i contatti all'acquisto di qualche sua prelibatezza. Ma poi riapparve al suo solito angolo e quel giorno, complice una pioggia torrenziale ed improvvisa, Gina afferrò due ombrelli e la raggiunse per offrirle un riparo nel suo ristorante. Scoprì che Marta era la terza dei sei figli di una famiglia numerosa e che quella piccola attività abusiva era per incrementare il bilancio famigliare. La sua assenza era dipesa dal fatto che i due fratelli più piccoli, gemelli, avevano contratto entrambi l’influenza e dal momento che né il padre e neppure le due sorelle più grandi potevano permettersi assenze dal lavoro, era toccato a lei accudirli, perché la mamma, malata di cancro, per evitare contagi, s’era trasferita da una zia.
Marta raccontò la sua storia senza acredine e senza lamenti, e questo la colpì molto, così le propose di lavorare nel ristorante, come aiuto cuoca: «Avrai uno stipendio garantito e non dovrai stare tutto il giorno, e con qualsiasi tempo, per strada e, se non ti dovessi trovar bene, potrai sempre riprendere la tua attività». Le propose Gina nel suo modo schietto.
Marta accettò grata. Il difficile, invece, fu convincere Jean Baptiste che vedeva in quell’intrusa nella sua cucina un impaccio più che un aiuto, di cui lui, asseriva, non aver assolutamente bisogno.
«In questo modo, Jean Baptiste, avrai più tempo per elaborare le tue ricette, e Marta, invece, espleterà tutte quelle noiose incombenze da mozzo di cucina e non da chef».
Gina argomentò a lungo e in maniera convincente, finché lui non oppose più obiezioni. E così, Jean Baptiste si trovò a condividere lo spazio sacro della sua cucina con quella giovane maya dai dolci occhi a mandorla e i lisci capelli neri.
E non tardò molto a provare per lei un affetto sincero.

Apache, (all’anagrafe Russel Joseph Littlefeather), invece, era con Gina fin dall’inizio della sua avventura da imprenditrice, perché lavorava nella squadra edile adibita alla ristrutturazione del ristorante e quando i lavori furono terminati lei lo assunse come factotum, per una serie di motivi, primo fra tutti perché Apache l'aveva salvata da un tentativo di stupro, in pieno giorno ad opera di un balordo che lui aveva spedito prima all’ospedale e poi in galera. Il muscoloso pellerossa in gioventù era stato uno stunt man molto famoso, ma poi una banale caduta dalle scale lo aveva reso zoppo ed inabile alla sua spericolata professione. Dalla depressione era scivolato nell'alcolismo. Da quell’inferno era emerso, però, grazie all’aiuto devoto di un’assistente sociale che s’era innamorata di lui, che dopo averlo aiutato a risollevarsi gli offrì anche il suo cuore. Apache, quello non poté accettarlo, ma le promise, però, che non avrebbe vanificato il percorso compiuto col suo aiuto, di redenzione dall'alcol. E fu di parola. Nonostante il suo handicap, grazie al suo fisico muscoloso, aveva trovato diversi lavori come scaricatore, operaio edile, e buttafuori.
Fino al momento in cui entrò in scena Gina Colombo che lo assunse come uomo di fiducia.