Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

giovedì 28 gennaio 2021

Deja vù


 



Apro gli occhi e mi ritrovo sempre nello stesso de javù. Anche stamani nulla di nuovo sotto il sole, nel paesaggio immutato, ed immutabile, della mia casa e del mondo esterno. Perfino le parole che mi salgono alle labbra sono sempre le stesse anche se pronunciate con sfumature diverse, e non sempre a causa dell'umore, piuttosto  della memoria e delle percezioni del momento.

"La vita a modo mio" io non sono stata capace di realizzarla, che se ne avessi avuto il coraggio forse mi sarei salvata dalla monotonia del deja vù e dall'oppressione della rimozione d'interi periodi della mia esistenza, non necessariamente i più tristi o dolorosi, ma quelli dove la mia presenza era un ingombro anche per me stessa. "Non essere mai stata sul posto" è la gomma con la quale ho cancellato intere pagine del mio vissuto, senza nemmeno prendermi la briga di riscriverle in una versione migliore. Ma la rimozione non ha portato nessun beneficio, nessuna salvezza, perché quei vuoti, a distanza di anni, sono a me visibili, ed ancora più dolorosi, a causa della mia impotenza a ricordare correttamente, e alla mia onestà a non volermi servire di ricostruzioni fantasiose e a me più congeniali.
Così quei deja vù che pure dovrebbero rassicurarmi, operano, invece, in senso contrario, rammentandomi che le scarne proiezioni sono i residui di scene più complesse a cui io, scientemente, ho apportato tagli e censure.

mercoledì 20 gennaio 2021

Il paradiso perduto


  L'angelo era tornato a spiare il giovane pastore intento al pascolo del suo piccolo gregge, sulle colline dell'Arcadia. Gli piaceva guardarlo anche se non riusciva a spiegarsi il perché di quell'attrazione. Forse per la sua bellezza, seppur terrena ed imperfetta, e con il tempo destinata a sciuparsi. Dura pochi anni lo splendore negli uomini, e per chi è povero ancor meno Così dell'oro di quei capelli, del rosa dell'incarnato e dell'azzurro degli occhi, non ne sarebbe rimasta alcuna traccia, sepolti sotto una polvere di grigio, il colore della vita degli indigenti. L'attrazione per quella fragile bellezza, però, non era sufficiente a spiegare il motivo del suo interesse, perché dove l'angelo dimorava tutto era improntato all'incanto e alla magnificenza. All'armonia e alla perfezione. E lui stesso ne era l'emblema. 
Il giovane pastore, tutt'altro che perfetto, aveva un modo contadinesco di muoversi e di gesticolare, e una voce acuta, che diventava aspra, nel richiamare le greggi. Eppure l'angelo trascorreva  le sue ore ad ammirarlo, affascinato da quei contrasti che lo seducevano. Lo divertivano e lo ammaliavano. Provava sensazioni sconosciute, dolci ed irruente insieme, senza però riuscire a definire quel calore che dal ventre propagava al cuore. E lo stordiva. Lo confondeva. Precipitandolo in un abisso inesplorato di gioia e di disperazione.

Il pastore, quasi ne avesse avvertito l'impalpabile presenza, guardò verso l'alto, ma abbacinato dal sole, distolse lo sguardo.
L'angelo allora odiò il sole che invadeva il cielo con la sua luce di fuoco e tornò di notte, quando il chiarore della luna avrebbe permesso ai loro sguardi d'incontrarsi. E soffiò via le stelle per nettare il firmamento da qualsiasi altra luce che non fosse la sua. Il pastore dormiva nel suo riparo di fortuna, steso su un pagliericcio, il bel volto reclinato su una spalla, la bocca leggermente dischiusa e i biondi capelli ad ombreggiargli gli occhi. La corta tunica, scomposta nel sonno, scopriva un corpo levigato d'adolescente, ma già ruvidi gli arti e le mani callose.
Il tempo aveva iniziato la sua opera di distruzione.

Una lacrima sgorgò dagli occhi dell'angelo chino su di lui, e si posò, lieve come un bacio, sulle labbra del giovane che, nei riflessi del sonno, la nettò con la lingua. Quel tocco, leggero ed umido, l'angelo lo avvertì sulle propria bocca, e gli pervase i sensi con un ardore sconosciuto ed avvolgente, impudico e carnale. Sconvolto da quella tentazione che sapeva di peccato, si ritrasse e volò via.
Tornò la sera dopo, perché guardarlo alla distanza ormai non gli bastava più, e si stese accanto per vederlo dormire e respirare il suo respiro. Ma quella vicinanza, anziché acquietarlo, lo pervase come una febbre senza cura, e il delirio muto in cui si dibatteva lo rese temerario. Con mano tremante sfiorò i capelli del giovane con una casta carezza, poi con dita lievi indugiò sulle sue labbra e, sempre più ardito, scivolò sul petto glabro, sui fianchi stretti e i glutei lisci. Dal contatto della sua pelle si lasciò inebriare senza più opporre resistenza.
Il pastore aprì un attimo gli occhi (che all'angelo parvero più azzurri di tutti i cieli esplorati) confuso, pervaso dalla sensazione di un languido sogno, e a quello s'offrì docile. A quello e alle sue mani.
E lui lo colse, penetrandolo piano, con infinita dolcezza, per non travolgere nell'onda dei sensi la poesia sublime di quell'amore innocente, ma più di tutti peccaminoso.
Lo vegliò tutta la notte su quel letto di paglia, con disperazione e amore infinito, consapevole che per il giovane al suo risveglio sarebbe stato il ricordo di un sogno bagnato, e per lui, invece, il paradiso perduto.

 

 

 





domenica 17 gennaio 2021

Gina Colombo's Restaurant (cap 5)


Storie

Quella sera, quando giunse al ristorante, trovò Apache e Gina vestiti elegantemente e in procinto di uscire. Dalla cucina giungevano le voci di Jean Baptiste e Marta che discutevano sulla supposta supremazia dell'arte culinaria francese. La piccola messicana lo sfotteva con dolcezza mentre lui, invece, mancando totalmente d'ironia, s'accalorava nel difendere la sua tesi partigiana.

«Nuestras tortillas, por ejemplo, son mucho màs ricas ay apetitosas che tu crepes, y te satisfacen mas.»
Lo provocava Marta, in tono semiserio, deliziandosi delle reazioni molto teatrali di lui.
«Mon dieu que dois-je entendre». Rispondeva Jean Baptiste tappandosi le orecchie e scuotendo il capo : «tes tortillas rassasient l'estomac.» obiettava, inspirando l'aria e gonfiando le guance «mes crepes, par contre, nourrissent  l'ame» concludeva, espirando con un'espressione beata.

Gina, splendente di paillettes, le andò incontro sorridente: «quei due non sono quasi d'accordo su niente...vedrai che prima o poi si sposano.» Indicò ridendo la cucina, dove la disputa ancora continuava.

«Siete bellissimi» esclamò Angie Rose abbracciando in un solo sguardo Gina e Apache: «andate da qualche parte?»
«Al Majestic danno "Il fantasma dell'opera" ma trovare i i biglietti, t'assicuro, è stato davvero un'impresa, ma che ci dà l'opportunità di festeggiare il successo di un'altra impresa, quella di Apache». Lui annuì sorridendo, alzando il pollice in segno di vittoria.

«Ad ogni modo non volevamo andar via senza averti rassicurato sul buon esito della vicenda sui suoi sviluppi.» Aggiunse Apache, visibilmente soddisfatto «ho consegnato la borsa ad un mio amico, un ispettore di polizia che mi doveva un favore, e che ha provveduto a pattugliare la zona con agenti in borghese. Alla vecchia signora non verrà imputato niente e non risulterà in alcun modo coinvolta nella vicenda. Quei soldi, finiti nel vostro cortile, sono i proventi del riscatto per un rapimento. L'aver indicato dove la borsa è stata ritrovata favorirà la cattura dei sequestratori, sebbene uno di loro è già nella mani della polizia. A proposito, le banconote erano segnate e la tua amica non avrebbe mai potuto spenderle, ma in cambio avrebbe corso grossi rischi  perché quella è gente che non scherza».
«Grazie» Angie Rose lo baciò su una guancia. Era la prima volta che lo faceva. Lui accolse con naturalezza quel gesto spontaneo «E di cosa, piccola? Sarebbe stato impossibile fallire un piano perfetto come il nostro».
Gina, con discrezione, s'era allontanata dirigendosi alla cucina, per ritornare con Jean Baptiste e Marta. Poi, dal ripiano di una credenza, trasse un vassoio con cinque flute e una bottiglia di Bollinger.
Alla vista dell apreziosa bottiglia, Jean Baptiste declamò inspirato: «Champagne: le nectare des dieux est francais. Pas italien, pas amèrican... » e, lanciando un'occhiata significativa a Marta concluse «encore moins mexicain »
«Touchè» Rispose lei ridendo.
«Jean Baptiste, ho notato che quando discuti con Marta le parli in francese. Perché?» Domand Gina
«Così non può sopraffarmi con la sua parlantina.» Rispose lui sornione.
«In realtà è sempre lui che parla, e così il francese ora lo capisco abbastanza bene, e posso rispondergli a tono». Spiegò Marta ridendo, nel tono di chi la sa lunga. Poi, rivolta allo chef «tout ce que tu fais c'est me parler en francais...Je pourrais vouis repondre immediatement...mais je vous laisse parler pour en savoir plus». Marta pronunciò il suo discorso in maniera fluida, senza tentennamenti e in un piacevole mix di accenti ispano-francesi.
«Diable de femme!» Esclamò Jean Baptiste, alzando le mani in segno di resa.
Apache rise: «Non so cosa abbia detto Marta perché, a differenza di lei non parlo la tua lingua, ma il tuo commento, amico mio, è inequivocabile». Poi, sollevando il calice, disse: «Brindiamo alle donne».
Tutti alzarono i bicchieri toccando quelli degli altri.
«E all'amicizia». Propose Gina.
I bicchieri tintinnarono di nuovo.
«E alle imprese riuscite». Le fece eco Angie Rose, sollevando il suo calice verso Apache.

«Sono una bellissima coppia» sospirò Marta dopo che Apache e Gina furono usciti «è un vero peccato che non stiano insieme».
«Magari non è così». Obiettò Jean Baptiste, con l'aria di chi è ben informato.
Marta ed Angie Rose lo guardarono sorprese.
«Tu li conosci  da molto...cosa sai di loro?» Domandò la piccola maya. «Non è curiosità la mia, mi piacerebbe saperne di più perché voglio bene ad entrambi.»
Erano seduti a cenare, come sempre a quell'ora, prima dell'apertura del ristorante al pubblico. Jean Baptiste, al centro dell'attenzione, non si fece pregare. Quella sera, poi, si sentiva particolarmente ispirato dall'atmosfera, romantica e corsara, che continuava ad aleggiare nella sala, anche dopo che Gina ed  Apache erano andati via.

«Quando Gina rimase vedova, la sua bellezza strepitosa attirò molti pretendenti dell'alta borghesia, e persino qualche aristocratico, ma lei aveva le sue idee e non volle risposarsi. Con il sostanzioso lascito del marito, un altro dirigente della Citibank, aprì questo ristorante. La decisione non piacque alla famiglia, una delle più influenti della città, che la osteggiò in tutti i modi per indurla a desistere e sposare uno dei suoi facoltosi corteggiatori. Ma lei tenne duro e perseguì il suo obiettivo. Fu in quel periodo che conobbe Apache. Colpo di fulmine per entrambi. Ma alla famiglia di lei neppure quella scelta andava bene: un ex stunt-man caduto in disgrazia e con problemi di alcol, quando aveva rifiutato uomini di altissima reputazione e con ingenti patrimoni. Inaccettabile per la sua famiglia. Ma benché pressata e in tutti i modi ostacoli, lei non cedette e il padre la diseredò.» Jean Baptiste s'interruppe per versarsi una dose di Bordeaux Rouge e tagliare il suo filetto allo chateaubriand (era la sera della cucina francese) ancora intatto nel suo piatto. «Dèlicieux.»Mormorò, approvando sè stesso.
«E' davvero squisito.» Convenne Angie Rose, intenta ad intingere pezzetti di carne nella salsa bernese.
«E poi...cosa è accaduto dopo?» Incalzò Marta che, presa dal racconto, non aveva ancora iniziato a mangiare.
«Perché non mangi? Non ti piace?» Domandò apprensivo lo chef indicando il piatto ancora pieno. Nonostante le loro schermaglie si vedeva che teneva molto a lei e al suo giudizio.
«Mi delizio del suo profumo in attesa che tu termini la storia.» Rispose la giovane messicana, sollecitandolo in quel modo a riprendere il racconto.
«Apache, quando seppe che per lui Gina era entrata in collisione con i genitori, la pregò di lasciarlo e riappacificarsi con loro. Ma lei fu irremovibile, Era molto innamorata e mai avrebbe rinunciato a lui. Le cose andarono avanti fin quando di Gina iniziò ad occuparsene la stampa, per via di quella sua voce che infrangeva il vetro, e poi anche Hollywwod che ne avrebbe voluto fare una star. Tutto questo interesse per Gina toccò anche lui, che non la prese bene.»
Jean Baptiste fece una pausa per bere un sorso di vino e i suoi occhi andarono al piato di Marta ancora intatto, così s'affrettò a riprendere il racconto: «Di Apache venne tirato in ballo il suo passato, l'incidente che lo aveva reso zoppo e la sua caduta nell'alcolismo. Perfino quella sua mancata storia d'amore con l'assistente sociale che l'aveva aiutato a ricostruirsi , divenne materia di gossip. tutto manipolato e romanzato. Sarcasticamente, e con spregio, venne soprannominato "il signor Colombo", un appellativo per arrampicatore sociale o, peggio ancora, mantenuto, nonostante Gina fosse stata ripudiata dalla sua famiglia e diseredata. Quell'insulto denigratorio era stato per Apache la goccia che aveva fatto traboccare il vaso e, nonostante fosse innamorato di lei, se ne andò. Ma quando Gina fu costretta a letto per le gravi complicazioni di una polmonite, lui tornò per offrirle conforto ed aiuto, e quel suo cuore che mai aveva smesso di battere per lei. Si occupò della sua convalescenza e della gestione del ristorante. Nel frattempo il clangore della loro storia s'era chetato e, seppur a un paio di giornaletti da gossip quel suo ritorno non era apparso inosservato, la notizia non destò più molta curiosità. Si amavano, ma quello che era accaduto li aveva profondamente scossi, soprattutto Apache, umiliato dall'appellativo di "signor Colombo" a cui, immaginava il matrimonio lo avrebbe legato. Ma alle nozze non mirava neppure Gina, refrattaria per natura ai legami imposti, alle formule di rito e alle catene sociali di qualsiasi specie. Insieme stabilirono che il loro rapporto non aveva bisogno di alcun tipo di convalida e che sarebbe durato il tempo della passione, non un giorno di più. Per questo avrebbero condotto vite indipendenti pur continuando a lavorare insieme (se Gina è il cuore di questo ristorante, Apache ne è il motore), consumando nel segreto i meravigliosi momento del desiderio. E a quanto pare la cosa funziona». Concluse compiaciuto. Poi, vedendo nel piatto di Marta il filetto appena piluccato le intimò severo: «L'historie est finie. Maintenant tu peux manger.»
«Oui». Sospirò lei con aria sognante, accingendosi a consumare la pietanza ormai fredda.

Angie Rose aveva ascoltato la storia in silenzio, senza mai interrompere né porre domande. Non c'era niente da chiedere perché nel suo breve racconto Jean Baptiste era stato esaustivo. Un grande amore quello fra Gina e Apache che ancora, dopo tanti anni, non s'era offuscato ma anzi brillava di luce purissima, quella stessa che aveva percepito nei loro modo d'intendersi. Si sentì invadere da una gamma infinita di sensazioni e, tra queste, anche una punta di gelosia, ma non verso Gina, nei confronti della quale non avrebbe mai potuto nutrire sentimenti malevoli, ma per quell' amore così grande e generoso, da farle desiderare di essere, anche solo per un momento, al posto dell'amica, perché mai aveva amato e mai nessuno l'aveva amata con quell'intensità. Quelle che aveva definito, fino a quel giorno, le storie più  importanti della sua vita, le apparivano ora prive di anima, banali flirt privi della possanza e della poesia di quell'amore così romantico e carnale. Immaginò che un bacio di Apache l'avrebbe fatta risplendere, trasformandola da particelle in atomo, e colmando la sua esiguità in pienezza, sarebbe emersa dalla penombra come una luce viva, abbagliante di sentimento.
Si riscosse dal suo sogno ad occhi aperti e notò che Jean Baptiste la stava osservando e allora si riscosse, temendo che quei suoi pensieri trapelassero dallo sguardo e potessero venir fraintesi.
«Preparo i tavoli.» Disse alzandosi e tirando fuori da uno stipo la mise en place primaverile.

Era stata lei a suggerire di allestire la sala con tovaglie e stoviglie in tema con la stagione e Gina, con entusiasmo, l'aveva accolta. Insieme erano andate a scegliere i tessuti e il vasellame d'abbinarci. 

trasse dallo stipo la pila delle tovaglie di lino nella raffinata fantasia botanical primaverile, e sorrise al ricordo di quel piacevole pomeriggio di shopping di fine febbraio. Un pomeriggio limpido ma freddo, così dopo gli acquisti per scaldarsi s'erano rifugiate in una piccola sala da thè, molto accogliente e poco rumorosa, dove la cameriera le aveva scambiate per madre e figlia. Entrambe avevano sorriso di quella svista, senza però smentirla e stando al gioco.

«E' bello averti come madre.» Aveva detto Angie Rose quando la cameriera se ne fu andata.
Gina aveva avvertito nel tono leggero della voce una nota di profonda tristezza «Non parli mai della tua famiglia ed io, per discrezione, non ti ho mai fatto domande.»
«Non c'è molto da dire. E' ormai una storia del passato che , però, continua a far male. E credo che farà male per il resto della vita.» Rispose, continuando a rimestare, con un gesto meccanico, col cucchiaino il fondo della tazzina, e lo sguardo lontano.
«Mia madre è una donna impossibile, di quelle che non ascolta e non dialoga. Una donna piena di certezze perché la sua visione del mondo, nettamente diviso tra il bene ed il male, non lascia posto al dubbio. Così, quando a diciassette anni sono rimasta incinta, ha saputo esattamente da che parte collocarmi, con un verdetto immediato ed inappellabile di colpevolezza. Non ha avuto dubbio nel condannarmi, non mi ha chiesto spiegazioni e neppure concesso attenuanti. Ero scivolata dalla parte del male, e per farmi di nuovo instradare sulla retta via mi ha messo alle strette: o mi sposavo o abortivo. Io non volevo sposarmi, non amavo Luke...mi piaceva ma non lo amavo. Era solo una storia di sesso, la nostra. E poi neppure lui voleva quel matrimonio, una facciata per giustificare la nascita del bambino che io, però, avrei comunque voluto per me sola. Ma lei, invece, davanti al mio diniego, aveva incrudito il suo ultimatum: o abortivo oppure avrebbe denunciato Luke. Mia madre è figlia di un magistrato molto influente, e Luke era maggiorenne e passibile di pena, denunciarlo sarebbe stato rovinargli la vita, così ho abortito, ma compiuti diciotto anni sono andata via di casa.» 
«E tuo padre cosa ha detto? Che reazioni ha avuto?» 
«Mio padre è uno che non vuole problemi, soprattutto con mia madre. Per questo ha sempre lasciato a lei le decisioni importanti. adeguandosi alle sue scelte. Lui ama la sua vita tranquilla e programmata che ruota attorno al suo studio d'architetto e al circolo del golf, i pranzi domenicali coi nonni  e alle partite a poker con gli amici. Un mondo circoscritto e selettivo, quello dei miei genitori, dove non c'è posto per l'imprevisto. E quando questo accade si fa in modo di cancellarlo.»
«Ma la tua famiglia, dopo che sei andata via, non ti ha mai cercata?»
«Si, mio padre, tramite un detective. Presumo, però, che abbia dovuto discutere a lungo con la mamma per farle accettare questa sua iniziativa di cui, ad ogni modo, gliene sono grata, perché quella, forse, è stata l'unica volta che ha fatto valere una sua decisione: un atto di coraggio.» Aveva sorriso, ma gli occhi erano tristi. «Ma quando ha saputo della mia aspirazione di fare l'attrice non mi ha più cercata anche se, sospetto, che siano al corrente di ogni mia attività e controllare che non mi cacci in qualche casino a scapito del buon nome della famiglia.» 
«E' una bella storia.» Disse Gina, carezzandole una mano.
Angie Rose la guardò stupita «Davvero? Non pensi che sia triste?»
«Per il bambino che non hai potuto avere...si quella è la parte più triste perché ponendoti davanti alla scelta tra la vita di Luke e quella di tuo figlio, in realtà non ti ha dato nessuna scelta. In quanto minorenne non potevi decidere niente anche se ti hanno fatto credere che tutto dipendesse da te. Ti hanno abilmente manovrata.» S'interruppe per darle il tempo di riflettere su quest'ultima constatazione, e poi proseguì: «Ma tutto quello che è accaduto dopo non è affatto triste, perché è il racconto della tua rinascita: sei andata via di casa, non ti sei cacciata nei guai, sei indipendente e persegui il tuo sogno. Hai trovato il coraggio di voltare pagina. Di ricominciare. Una storia decisamente positiva.»

Una storia decisamente positiva, aveva detto Gina, e riflettendoci su era vero, anche se lei non l'aveva mai vista in quel modo, perché sopraffatta dai sensi di colpa nel non aver saputo opporsi a sua madre e tenersi il bambino aveva, fino a quel momento, vissuto la sua giovane vita come un fallimento, fino al momento in cui Gina in quella sua storia ci aveva visto una rinascita. E così, d'un tratto, quel peso immane che le gravava sull'anima era diventato più sopportabile. S'era affievolito anche il rancore che ancora sentiva nei confronti di Luke per averla messa in quella situazione in cui lui se l'era cavata col trasferimento in un'altra città mentre lei, ogni anno contava i compleanni di quel loro figlio che sarebbe dovuto nascere in Febbraio, stabilendo come data simbolica il quattordici, la festa di San Valentino. Ogni anno,  in quel giorno, comprava un pelouche. Ne aveva collezionati sei.
«Smetti di farti del male. Conti forse gli anni ai sogni e alle cose belle? » Le aveva chiesto con dolcezza «No, perché  sai che non hanno età, non invecchieranno mai a dispetto di te stessa e del tempo che passa. Stabilire una data è mettere un vincolo. Una scadenza. Lascia andare il tuo bambino, non tenerlo imprigionato in un calendario o su una mensola, ma tienilo al sicuro nel tuo cuore, l'unico posto dove vorrebbe stare.»

Angie Rose sorrise al ricordo di quel pomeriggio quando Gina, inducendola a guardare dentro di se, le aveva svelato il segreto della sua infelicità ma anche quello della sua forza, e un senso di gratitudine la pervase.
Apparecchiato l'ultimo tavolo, pose al suo centro un elegante vaso di cristallo con tre splendide rose rosse, e chiese a Jean Baptiste: «Credi che dopo il teatro, Gina e Apache, verranno a cena?»
Lui le rispose con un sorriso malizioso.
«Non importa» disse mettendo in bella vista il cartellino" riservato" «stasera questo tavolo è per loro.»

sabato 9 gennaio 2021

Words

Strano come a volte ci si trovi definiti nelle parole di un altro, quasi fossero le nostre.