Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.
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lunedì 2 settembre 2013

Ritorno a casa

Leggera è la strada che ci riporta verso casa, sia essa appena dietro la steccato o ancora indistinta, oltre il confine, e già ci avvolge un caldo odore di minestra e l'onesto profumo del vino scuro.
Il divano sdrucito con sopra un libro dimenticato e, in un angolo, la bambola con gli occhi dipinti e una treccia sciolta, e le tende spalancate su altri interni, in una sequenza infinita di strade/pavimento luccicanti sotto la luce rassicurante degli aba tjour.

Io, sempre, ritornavo a casa perché non avevo un altro posto dove andare.
Oggi vorrei ritornarci, per poter dire ai fantasmi che ancora l'abitano, che nella mia anima ho costruito una casa vera dove c'è una stanza anche per loro.



martedì 22 novembre 2011

Un mondo possibilmente stabile

...però qualcosa si è spezzato in me, nonostante  la mia risolutezza e la mia caparbietà di andare avanti, nulla è più come prima, nè forse sarebbe giusto lo fosse. Sarebbe come voler credere che il valore dell'esperienza è circoscritto al momento del presente, che non lascia code, positive o negative, o solo d'intensa riflessione.

Tanto di quello che io ho profondamente amato è parte di un mondo che non c'è più: e questo è la prova che l'eternità è solo un concetto umano, che il tempo è composto da fasi, e che noi viviamo tante vite ed abitiamo tanti mondi, in una unica esistenza.
Il mondo dell'infanzia, dell'adolescenza, del mio periodo matrimoniale e quello del dopo, non esistono più, cioè, continuano ad esistere i luoghi ma molti di coloro che li abitavano sono morti, altri andati via, altri ancora diventati estranei.
Ciò che prima mi apparteneva un giorno non è più stato mio: cancellati i miei punti di riferimento, annullate le parentele, universi interi inghiottiti da una morte o da un abbandono.
Ma pur rimane sempre l'esperienza.
Dio, quanto ci piace questa parola e quanto a sproposito la usiamo.
Se fosse vero il valore assoluto dell'esperienza non si farebbero più errori o, almeno, non si ripeterebbero, ma tante e diverse sono le occasioni che ci offrono opportunità di sbagli, che non abbiamo che l'imbarazzo della scelta per commetterne di nuovi.
Poi, dalle rovine, quasi sempre subentra l'imperativo della ricostruzione.
Dallo sfacelo di un mondo se ne ricava uno nuovo (passando attraverso il detto del "chiudi una porta, si spalanca un portone" peccato, però, che non valga per tutti) più bello, più solido, con dentro più opportunità.
Personalmente è da un bel po' di anni a questa parte che cerco di ricostruire salvando dalle macerie il salvabile, ma il portone, per me, non si è mai aperto nonostante mi sia spellata le dita a bussare e a gridare per palesare la mia presenza, e la mia volontà di passare dalla porta dei vincenti.
La mia timidezza esistenziale, l'insicurezza, i rifiuti e gli schiaffi, le occasioni mancate, il non esser davvero capita e, forse, qualche volta di troppo, solo usata, questo di certo non m'incentiva nel tentativo di ricostruire ancora una volta un mondo, forse l'ultimo, che gli anni non sono più dalla mia parte.
Un mondo possibilmente stabile, equilibrato quando occorre dal supporto dei farmaci e dal mio sempre più stentato autocontrollo; libero, dove quello che conta è la mia volontà e le mie esigenze  (non desideri, che quelli sono altra cosa); indipendente, che questa è la conquista più bella, e forse l'unica cosa davvero positiva, che io abbia prodotto.
L'amore, in questa ipotesi di nuovo mondo...non lo so, io sono una persona strana, timidissima nel pubblico quanto tumultuosa nel privato, di certo non ho mai lesinato sui sentimenti.
Oggi sono di nuovo sola, ma in realtà, se vado a rileggere le mie due passate e più importanti esperienze sentimentali, il mio rapporto matrimoniale durato ventitre anni e questa lunga relazione durata, tra prendersi e lasciarsi, più di dieci anni, mi rendo conto di non averle sapute gestire, togliendo troppe opportunità nel primo caso e concedendone, invece, in sovrabbondanza nel secondo.
Ma è pur vero che il periodo del mio matrimonio è stato il più rassicurante della mia vita, quello dei progetti e della loro realizzazione, quello del calore della casa e della famiglia, soprattutto della condivisione.
Tutto quello che è accaduto dopo è stato un salto nel buio e senza rete.

Ma non è un vuoto recriminare il mio, o dare voti, (che a me stessa darei uno zero assoluto) ma una presa di coscienza, un capire quanto si può sbagliare e ostinatamente continuare nello sbaglio, sapendo poi che nella desolazione che sempre sopraggiunge, non ci sarà nessuna parola capace di consolarmi, nessuna carezza in grado di rianimarmi.
Guardo le mie macerie esistenziali e piango.
Ma vado avanti.
Perché al bivio della vita c'è solo quello della morte.
Altre ipotesi non riesco a prenderle in considerazione.


lunedì 8 dicembre 2008

Dimore

...e la luce comunque penetra tra i pertugi e le assi sconnesse della mia buia dimora mediando così, in solidale connubio con l'oscurità più profonda, la tranquillità rassicurante della penombra.
Una casa antro.
Una casa utero.
Una casa anima.

In tutti i luoghi in cui ho dimorato nessuno è stato più accogliente del mio antro.
Nemmeno la mia casa reale, che io adoro e che mi somiglia.
Il mio antro costruito ai margini di quel "non luogo" di cui nessuna mappa reca traccia.
Il mio antro, scuro ed irraggiungibile, abitato da quei fantasmi che la mia depressione ha scoperto, invece, essere umanissimi.
Anime inquiete come me, deliranti e febbrili.
Fragili. Granitiche.
Ossimori, anche loro alla ricerca di un posto in cui sopravvivere, inaccessibile alla devastante invasione delle presenze esterne.
Quelle presenze che avevano nomi e occhi conosciuti e parole...ipocrisia ed indifferenza.
Non importa più ora.
La mia casa poggia su fondamenta solidissime: sono le mie braccia e la consapevolezza della mia forza.







lunedì 27 ottobre 2008

L'antro inviolabile del nostro io

Credo fermamente che ci sia, in ognuno di noi, una zona assolutamente inaccessibile alle intrusioni esterne.
L'antro inviolabile del nostro IO più profondo, quello delle emozioni non costruite, nè indagabili.
Un luogo sacro, dove nessuno ha il diritto di entrare.
Nessuno.

Per un tempo lunghissimo ho vissuto nel buio più completo.
Mi muovevo con la sicurezza dei ciechi, sulla scia degli odori e sull'eco dei fruscii.
In quell' universo completamente buio l'oscurità non mi ha mai davvero spaventata: era naturale
Poi la luce, con la sua punta di coltellino, si è infiltrata graffiando nel buio.
Ha invaso.
Ha profanato.
Ha oltraggiato.

mercoledì 1 ottobre 2008

Infanzia

Se fossi nata dal ventre di un ghiacciaio non avrei patito così tanto freddo come è stato, invece, essere partorita da mia madre.
Il freddo della mia infanzia è un gelo perenne che d'allora non mi ha più lasciato, me lo sono portata dentro per tutta la vita come una realtà biologica, una tara ereditaria, una devastazione invisibile, tutta interna.
Spesso ho rischiato di distaccarmi dal mondo, a volte, invece, ho lottato anche contro me stessa per riuscire ad avere accesso ai sentimenti.
Perché è questo che comporta il freddo dell'infanzia: l'estraneità ai sentimenti.

Quando è nato mio figlio non riuscivo a pronunciare la parola mamma, mi sembrava una bestemmia sulle mie labbra. I primi tempi della sua nascita non riuscivo, soprattutto in presenza di altri, a stringermelo al petto e soffocarlo con tutta l'irruenza di quell'amore infinito e nuovo, che sentivo eruttare dentro con la violenza di un vulcano in attività. Poi, quando eravamo soli, lo sommergevo con la lava calda e benefica di quel vulcano: spariva inghiottito tra le mie braccia, coperto da tutti quei baci che io forse non ho avuto, e sapevo che per lui non aveva nessuna importanza se io non riuscivo a pronunciare la parola mamma, perchè, ne ero sicura, sentiva il mio calore e il mio odore.
Mamma, è un luogo in cui avere la certezza di trovare rifugio.

Ogni volta che la vado a trovare porto sempre con me un pò di quella cenere bollente di vulcano per scaldare l'antro, buio e freddo, del suo alzheimer, e la cullo tra le braccia per farle sentire il mio calore e il mio odore.

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