...però qualcosa si è spezzato in me, nonostante la mia risolutezza e la mia caparbietà di andare avanti, nulla è più come prima, nè forse sarebbe giusto lo fosse. Sarebbe come voler credere che il valore dell'esperienza è circoscritto al momento del presente, che non lascia code, positive o negative, o solo d'intensa riflessione.
Tanto di quello che io ho profondamente amato è parte di un mondo che non c'è più: e questo è la prova che l'eternità è solo un concetto umano, che il tempo è composto da fasi, e che noi viviamo tante vite ed abitiamo tanti mondi, in una unica esistenza.
Il mondo dell'infanzia, dell'adolescenza, del mio periodo matrimoniale e quello del dopo, non esistono più, cioè, continuano ad esistere i luoghi ma molti di coloro che li abitavano sono morti, altri andati via, altri ancora diventati estranei.
Ciò che prima mi apparteneva un giorno non è più stato mio: cancellati i miei punti di riferimento, annullate le parentele, universi interi inghiottiti da una morte o da un abbandono.
Ma pur rimane sempre l'esperienza.
Dio, quanto ci piace questa parola e quanto a sproposito la usiamo.
Se fosse vero il valore assoluto dell'esperienza non si farebbero più errori o, almeno, non si ripeterebbero, ma tante e diverse sono le occasioni che ci offrono opportunità di sbagli, che non abbiamo che l'imbarazzo della scelta per commetterne di nuovi.
Poi, dalle rovine, quasi sempre subentra l'imperativo della ricostruzione.
Dallo sfacelo di un mondo se ne ricava uno nuovo (passando attraverso il detto del "chiudi una porta, si spalanca un portone" peccato, però, che non valga per tutti) più bello, più solido, con dentro più opportunità.
Personalmente è da un bel po' di anni a questa parte che cerco di ricostruire salvando dalle macerie il salvabile, ma il portone, per me, non si è mai aperto nonostante mi sia spellata le dita a bussare e a gridare per palesare la mia presenza, e la mia volontà di passare dalla porta dei vincenti.
La mia timidezza esistenziale, l'insicurezza, i rifiuti e gli schiaffi, le occasioni mancate, il non esser davvero capita e, forse, qualche volta di troppo, solo usata, questo di certo non m'incentiva nel tentativo di ricostruire ancora una volta un mondo, forse l'ultimo, che gli anni non sono più dalla mia parte.
Un mondo possibilmente stabile, equilibrato quando occorre dal supporto dei farmaci e dal mio sempre più stentato autocontrollo; libero, dove quello che conta è la mia volontà e le mie esigenze (non desideri, che quelli sono altra cosa); indipendente, che questa è la conquista più bella, e forse l'unica cosa davvero positiva, che io abbia prodotto.
L'amore, in questa ipotesi di nuovo mondo...non lo so, io sono una persona strana, timidissima nel pubblico quanto tumultuosa nel privato, di certo non ho mai lesinato sui sentimenti.
Oggi sono di nuovo sola, ma in realtà, se vado a rileggere le mie due passate e più importanti esperienze sentimentali, il mio rapporto matrimoniale durato ventitre anni e questa lunga relazione durata, tra prendersi e lasciarsi, più di dieci anni, mi rendo conto di non averle sapute gestire, togliendo troppe opportunità nel primo caso e concedendone, invece, in sovrabbondanza nel secondo.
Ma è pur vero che il periodo del mio matrimonio è stato il più rassicurante della mia vita, quello dei progetti e della loro realizzazione, quello del calore della casa e della famiglia, soprattutto della condivisione.
Tutto quello che è accaduto dopo è stato un salto nel buio e senza rete.
Ma non è un vuoto recriminare il mio, o dare voti, (che a me stessa darei uno zero assoluto) ma una presa di coscienza, un capire quanto si può sbagliare e ostinatamente continuare nello sbaglio, sapendo poi che nella desolazione che sempre sopraggiunge, non ci sarà nessuna parola capace di consolarmi, nessuna carezza in grado di rianimarmi.
Guardo le mie macerie esistenziali e piango.
Ma vado avanti.
Perché al bivio della vita c'è solo quello della morte.
Altre ipotesi non riesco a prenderle in considerazione.