LA PRIMA VOLTA
Michele Messinese, introdotto da Brigida Catalano, fece il suo ingresso nello studio casalingo di Concetto Scalavino dove ad attenderlo, seduta alla scrivania, c'era una giovane donna che, porgendogli la mano, si presentò come Rebecca Scalavino.
La governante uscì chiudendo la porta e Michele Messinese si trovò vis a vis, per la prima volta, con la mancata sposa di suo fratello. Il severo abito scuro e i capelli tizianeschi serrati in una treccia che serpeggiava su una spalla, espedienti per sembrare più grande d'anni e meno appariscente, che anziché sminuire ne aumentavano lo splendore. E la malia di un sottile, diafano profumo che irretiva i sensi.
La governante uscì chiudendo la porta e Michele Messinese si trovò vis a vis, per la prima volta, con la mancata sposa di suo fratello. Il severo abito scuro e i capelli tizianeschi serrati in una treccia che serpeggiava su una spalla, espedienti per sembrare più grande d'anni e meno appariscente, che anziché sminuire ne aumentavano lo splendore. E la malia di un sottile, diafano profumo che irretiva i sensi.
Come aveva potuto Giandomenico rifiutarla? Si ritrovò a pensare, ammaliato, Michele Messinese.
Fu la voce di Rebecca a riportarlo alla realtà, distogliendolo dalla ridda di emozioni che rischiavano di sopraffarlo.
Lei annuì pensierosa «Si guarisce più facilmente da un male d'amore che da un senso di colpa. E vostro fratello si sta distruggendo per una colpa che non ha.»
«Mio padre è ancora convalescente così ha delegato me a fare le sue veci, perché attendere un ulteriore miglioramento delle sue condizioni avrebbe allungato i tempi e sappiamo, invece, che di quel legname ne avete bisogno subito. Spero che per voi non rappresenti un problema che ci sia io al suo posto.»
Michele Messinese contraccambiò la stretta «Nessun problema.» La rassicurò «Detesto i formalismi e sono nuovo in questo incarico. Era mio padre a gestire le pratiche amministrative della nostra azienda, così mi sento un pesce fuor d'acqua a parlare di cifre e postille e, in realtà, questa sarebbe anche la mia prima volta.»
Rebecca scoppiò in una genuina risata «Cifre e postille? Niente di tutto questo!» Aprì il cassetto della scrivania da cui trasse un foglio dattiloscritto «E' tutto qui. Dovete leggerlo e firmarlo se siete d'accordo sui termini.»
Michele scorse rapidamente il contratto e lo firmò.
«Giandomenico come sta?» Quella domanda le era fiorita spontanea sulle labbra, prima ancora che lei avesse ragionato sulla sua opportunità. D'altronde Giovanni Basile era stato chiaro riguardo al mandato che le aveva assegnato, che era quello di attenersi solo alla neutra formalizzazione del contratto, senza scavare nei recenti dissidi e in memoria dell'antica amicizia fra suo padre e Mimì.
«Dovrei imparare anch'io a scrivere a macchina: su questo foglio non ci sono sbavature né correzioni e nessuna cancellatura. Le cancellature sono zone d'ombra atte a nascondere i pensieri scritti d'istinto che la mano, in un impeto di verità, ha vergato di getto per poi subito dopo pentirsene ed eliminare con un tratto deciso di penna. Ma la dattilografia, nel suo ordinato nitore, ha il merito di nascondere i sentimenti molto più efficacemente di una cancellatura.» Le restituì il foglio con un piccolo sorriso.
La giovane rilesse le righe ordinate con cui si stabilivano le modalità per la consegna del legname a Giandomenico: un elenco di cifre e indirizzi, asettico e impersonale. Michele aveva ragione, su quel foglio non c'erano zone d'ombra perché quelle erano dentro ognuno di loro.
E, come se le avesse letto nella mente, la voce di Michele fece eco a quel suo pensiero «Giandomenico sta male e il morbo di quel malessere si annida nella sua anima, non credo che la distanza lo aiuterà a guarire, sebbene sia quello che noi tutti ci sforziamo di credere.»
Lei annuì pensierosa «Si guarisce più facilmente da un male d'amore che da un senso di colpa. E vostro fratello si sta distruggendo per una colpa che non ha.»
«Neppure voi.» Lui affermò con convinzione.
Rebecca lo guardò con gratitudine.
Imbarazzati, restarono in silenzio per non infrangere i limiti che quella conversazione imponeva, e che non prevedeva né un vinto né un vincitore.
Nell'accomiatarsi si strinsero la mano, consapevoli della comune disfatta.
UNA PROPOSTA INOPPORTUNA
«Aspettate!»
Michele Messinese aveva appena varcato il cancello di casa Scalavino che Gemma, correndo, lo aveva raggiunto. A quell'ingiunzione il giovane s'era fermato sorpreso, ancor di più quando si trovò di fronte una giovane dai capelli rossi, che se non fosse stato per l'abito chiaro, benissimo avrebbe potuto essere la gemella di Rebecca, ma senza la sottile malia del suo profumo.
«Aspettate!»
Michele Messinese aveva appena varcato il cancello di casa Scalavino che Gemma, correndo, lo aveva raggiunto. A quell'ingiunzione il giovane s'era fermato sorpreso, ancor di più quando si trovò di fronte una giovane dai capelli rossi, che se non fosse stato per l'abito chiaro, benissimo avrebbe potuto essere la gemella di Rebecca, ma senza la sottile malia del suo profumo.
«Devo parlarvi, possiamo fare un tratto di strada insieme, se non vi spiace.» Aveva chiesto Gemma, leggermente trafelata. Poi, rendendosi conto di esser per lui una sconosciuta, si era presentata: «Gemma Scalavino, sorella di Rebecca.» Specificò, porgendogli la mano.
«Se non fosse stato per il colore dell'abito vi avrei scambiata per lei.» Disse Michele, contraccambiando la stretta di mano con un sorriso.
«Eppure, vi assicuro, che siamo molto diverse.» Ribadì Gemma in tono criptico.
Fecero un piccolo tratto di strada senza parlare, poi fu la giovane, in tono deciso, a rompere il silenzio.
Fecero un piccolo tratto di strada senza parlare, poi fu la giovane, in tono deciso, a rompere il silenzio.
«Avrei bisogno di parlare con vostro fratello ma, vista l'imprevedibilità del suo carattere, vorrei che foste voi ad introdurmi in modo adeguato, per non compromettere quella tregua a stento raggiunta dalle nostre rispettive famiglie e che oggi avete siglato con mia sorella.»
A quella richiesta, Michele, s'arrestò di botto, sbalordito: « E di cosa, se è lecito chiedere, dovreste parlare con Giandomenico?»
A quella richiesta, Michele, s'arrestò di botto, sbalordito: « E di cosa, se è lecito chiedere, dovreste parlare con Giandomenico?»
A quella domanda Gemma s'alzò leggermente sulle punte dei piedi e, a distanza ravvicinata, guardandolo negli occhi, disse: «Della possibilità d'imbarcarmi anch'io per Roma.» E, davanti al genuino stupore di Michele, scoppiò in una piccola risata: «Tranquillizzatevi, non voglio compromettere l'onorabilità di vostro fratello, il suo aiuto mi serve solo per andarmene via da qui. E comunque nessuno verrebbe mai a saperlo.»
«Non state dicendo sul serio!» Esclamò incredulo, trattenendola per un braccio.
«Oh si, sono serissima. E, vi prego, di non farne parola con nessuno. Neppure con Giandomenico. Non sto chiedendo la vostra complicità ma solo d'indicarmi un modo, o un luogo, dove io possa parlarci. Sarà lui, in ultimo, a decidere sulla fattibilità della mia richiesta. Quello che io vi sto chiedendo...»
Il giovane la interruppe brusco: «Signorina Gemma non farò niente di quello che che mi avete chiesto. Non farò nulla che possa ulteriormente aggravare la già, fin troppo compromessa, situazione di Giandomenico, e pregiudicare anche la vostra. Per il vostro bene dimenticherò questa conversazione, pregandovi di fare altrettanto.»
E, opportunamente prese le distanze, s'allontanò per la sua strada.
OMBRE CINESI
La voce spazientita di suo padre e quella infantile di sua madre, raggiunsero Gemma fuori dalla porta di casa. Si fermò ad ascoltarli sorpresa perché da tanto tempo, ancor prima che Rosa si ammalasse, i due non avevano più contatti di nessun genere. Delle esigenze di sua madre se ne occupava la governante ma, ancor prima, quel compito era stato imposto a lei. Ricordava i lunghi pomeriggi invernali trascorsi ad intrattenerla con le bambole, come anziché sua madre fosse una sua sorellina minore, o ad assecondarla nel suo gioco preferito che era quello di guardare dentro un caleidoscopio le mutazioni della luce e delle forme, con i suoi gridolini di meraviglia e i battimani infantili che sempre accompagnavano questa esperienza. Chiusa nella sua stanza a Rosa veniva impedito di rincorrere, per tutta la casa e il giardino, la scia luminosa delle comete che solo lei vedeva, per catturarle poi con un retino. Il gioco di ombre cinesi che Gemma aveva escogitato per distrarla non sortiva effetto, perché sua madre era attratta dalla lucentezza e non dall'evanescenza. E di alcune di quelle innocenti sagomate proiettate sul muro ne aveva perfino paura. Alle fallimentari ombre cinesi subentrò la novità di una lanterna magica che proiettava sul muro fantastiche immagini planetarie di stelle e corpi celesti, dipinte sui vetrini in esclusiva per lei, e che sortì un buon effetto ricreativo fino al momento in cui Rosa, nel goffo tentativo di afferrare la coda sgargiante e teatrale di una cometa, le sue dita impattarono contro la solidità della parete anziché nell'immaterialità dell'aria. Disillusa e arrabbiata, dopo aver invano tentato di liberare la cometa, e se stessa, dalla prigionia della stanza cadde, per molti giorni, in uno stato di preoccupante prostrazione, dove alternava momenti di apatia a imprevedibile furia. E, in, quella sua stanza, aveva iniziato a soffrire di nevrosi d'angoscia, con crampi al cuore e fame d'aria. Questo suo stato depressivo indusse il marito a restituirle di nuovo libertà di movimento e ad assumere una governante che si occupasse di lei.
A strappare Gemma ai ricordi e riportarla alla realtà, fu un tonfo metallico che, sovrapponendosi alle voci, ristabilì il silenzio, inducendola a precipitarsi nell'atrio dove, rovesciata a terra, c'era la sedia a rotelle di Concetto Scalavino che giaceva immobile, con la testa riversa sul primo gradino della scala.
Si guardò intorno cercando sua madre, ma di lei non c'era traccia.
Si guardò intorno cercando sua madre, ma di lei non c'era traccia.
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