Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.
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lunedì 19 febbraio 2018

Tra Centocelle e Disneyland (passando per Hollywood)



Esattamente in quel tratto di mondo dove le albe sono più chiare e le notti più scure e le stagioni sfumano, impercettibili, l'una nell'altra, e il vento che soffia da nord odora di oceano mentre quello che spira da sud sa di deserto, esiste un'area del pianeta non configurata su nessuna mappa perché sconosciuta al Meridiano di Greenwich, esente dalla burocrazia dei calendari e da quella delle ore legali e solari, perché non regolamentata, come tutto il resto del mondo, dalla suddivisione in decimali del tempo e dello spazio

Chiariamo subito che invisibile non è sinonimo di inesistente, e d'altronde basta porre la dovuta attenzione agli indizi, che pure ci sono a comprovarne l'esistenza, per giungervi senza neppure troppo sforzo.
In poche parole, se non trovate la strada è perché non sapete vedere.

La mia casa è ubicata nel centro esatto in cui questi due mondi convergono o confinano (a seconda di come la si vuol vedere), con una vista mozzafiato su un panorama diurno di nubi e notturno di stelle, se non fosse che talvolta, l'intenso traffico aereo di mongolfiere, aquiloni e tappeti volanti, reca qualche disturbo alla visuale, ma poi capita d'intravedere il Barone di Munchausen, viaggiare spedito a cavalcioni di una palla di cannone, e con lui amabilmente conversare
- Ehilà, Barone, le posso offrire una tazza di the? -
- La prossima volta, mia cara, che oggi vado di fretta. -

Nel respiro della terra puoi sentire il defluire dell'humus nelle sue grosse vene nere, e il pulsare del suo grande cuore, il cui ritmo regola i tempi del letargo e quelli della rinascita, e poi quelli variabili della stagione degli amori
Dietro le fitte colonne degli ebani e dei banani schierate a ranghi serrati si spalanca, abbagliante alla vista, la macchia verde smeraldo della foresta Writer Monkey, sul cui confine s'erige, opaco e minaccioso come un bastione militare, DarkRock Castle, impenetrabile dimora del leggendario mago alchimista Angel Devil, l'unico della stirpe degli stregoni ad avere acquisito il dono dell'immortalità, in virtù della sua breve, e tumultuosa liaison, con la bellissima e ambigua vampira, Carmilla.

Ai piedi di DarkRock Castle, nella zona paludosa, si ammassano, le une sulle altre, le casupole color malva e ginestra delle matriarche del posto, le fondatrici della confraternita delle Writer Witchs.
All'apparenza è l'irascibile stregone a detenere le redini del potere, ma in realtà sono loro, le matriarche, a gestire questo lembo di terra, non solo in virtù delle arti magiche della seduzione ma, soprattutto, per via di una schiacciante maggioranza numerica.
Unico posto al mondo dove vige una democrazia perfetta mascherata da dittatura,
Le abitazioni delle Witch Writers sono così strettamente connesse tra loro da un coacervo di passaggi  e sottopassaggi, di ponti e di scale, intersecanti in un inestricabile labirinto a più piani, progettato dal genio architettonico di Maurits Cornelis Escher che nacque proprio qui, in questo lembo di terra tra Centocelle e Disneyland,  e non in Frisia, come erroneamente riportano tutte le enciclopedie e le biografie, mai smentite, però, su richiesta dello stesso, un tipo riservato, refrattario al successo, che qui, nella sua casa natale, veniva a ritemprarsi dalle fatiche del suo genio e trovare nuove ispirazioni.

La casa di Escher è una semplice palafitta che poggia su pali altissimi, così come ce ne sono centinaia d'altre nell'entroterra della foresta Writer Monkey, dove le mamme vengono a dare alla luce i propri figli, nel convincimento che i primi mesi di vita trascorsi in quella realtà sospesa stimoli nei neonati l'intelletto, la spiritualità e la fantasia.
La casa è assegnata di diritto al  nuovo nato così da garantirgli un luogo dove far ritorno in qualsiasi momento della sua vita.

"Writer Monkey"(lo scrittore scimmia) è l'eroe simbolo rappresentativo di questo posto così come Guglielmo Tell lo è per la Svizzera. La leggenda racconta che durante le riprese del film "La corazzata Potemkin", mentre Eisenstein s'apprestava a girare la famosa scena della carrozzina che precipita lungo le scale, quella gli sfuggì di mano e continuò la sua rovinosa discesa anche dopo l'ultimo gradino. Inghiottita da un gorgo temporale, la carrozzina col suo piccolo passeggero era poi emersa nella foresta Writer Monkey (ma che allora non si chiamava ancora così) dove le scimmie si presero cura del bambino scampato alle scene più cruente del film allevandolo sulle palafitte come avrebbe fatto una mamma umana, ed iniziandolo alle arti acrobatiche e ai segreti dello scautismo, discipline in cui eccellevano. Fu però un grillo parlante (quello stesso al quale Pinocchio non volle dare ascolto) a svelargli i segreti della grammatica e della comunicazione, tanto da indurlo, ormai giovane adulto, ad intraprendere la strada della narrativa. E così, in mancanza di carta, i suoi racconti li scriveva sulle foglie delle ninfee, usando come inchiostro un distillato di fiori. Poi affidava quei suoi manoscritti ai corsi d'acqua affinché qualcuno, trovandoli, li leggesse (prototipo del più moderno bookcrossing) Racconti magnifici, seppure un po strampalati, di certo originali. Talmente affascinanti, che quando una foglia di ninfea giunse nelle mani di Shahrazad, la più seducente affabulatrice di tutti i tempi, questa se ne innamorò perdutamente e dalla lontana Persia giunse fino a lui, seguendo la traccia di quegli indizi minuti che un cuore innamorato, però, riesce a vedere.
E dall'amore dei due nacque la stirpe degli scrittori scimmia, che popolano tutt'oggi la foresta "Writer Monkey", chiamata così in onore del leggendario capostipite.

Ora, alla fine di questa mia storia (un po' stravagante, ne convengo, ma è la bizzarria creativa il  marchio d'autore che autentifica un vero Writer Monkey), qualcuno di certo si sarà incuriosito a voler tentare un'incursione in questa regione estranea al Meridiano di Greenwich, e visitare i favolosi luoghi che io ho qui descritto. Ma se a me è vietato dalla Costituzione vigente rilasciare le coordinate geografiche per non svelarne l'ubicazione, a nessuno però è proibito di tentare l'impresa  di giungere fin qui seguendo le minuscole tracce, disseminate come briciole di pollicino dagli scrittori scimmia, per indicarne la strada.
Quella stessa che un tempo percorse Shahrazad.

sabato 10 febbraio 2018

Un gatto miracoloso


Il primo incontro era stato una mattina che Sara, dinamica signora di una certa età...

(ehy tu, ti ho autorizzata a raccontare questa storia non a spifferare in giro gli affari miei)

Questa tra parentesi è la voce di Sara, che pure ha un certo caratterino e non le manda mica a dire, è molto permalosa, quindi mi toccherà fare attenzione a quello che scrivo

Sara, quella mattina, era alla guida della sua vecchia utilitaria color ciliegia (unica macchina al mondo di quel colore), quando all'improvviso era balzato fuori dalle grate di un cancello un gatto nero con in bocca un pezzo di pane, di certo rubato alla credenza di qualche casa.

(ehy tu, brutto ladruncolo, per poco non mi mandi fuori strada)

Sara aveva l'abitudine di appellare tutti con un "ehy tu" perfino il marito, pluridecorato colonnello in pensione, non lo chiamava mai per nome ma "ehy tu, colonnello", e sempre in questo modo aveva gridato inviperita alla volta di quel gatto nero che le aveva tagliato la strada, costringendola ad una brusca frenata, ma che lesto, però, se l'era filata prima ancora che lei terminasse l'invettiva.

Il secondo incontro era stato quando Sara, aprendo la portiera della macchina per andare a fare la spesa, il diabolico felino ne era schizzato fuori, cogliendola di sorpresa e facendola quasi cadere.

(ehy tu, diavolaccio, chi ti ha dato il permesso di bivaccare nella mia macchina? Trovo la tua padrona e gliene dico quattro!)

Ma quello di nuovo, senza darle ascolto, s'era eclissato con la velocità di un fulmine.

Il terzo incontro fu il più sorprendente, quando Sara tornando dal consueto tè pomeridiano con le amiche, era rimasta sbalordita nel sentire il colonnello dialogare con qualcuno. Davvero strano, perché lui da quando s'era ammalato aveva interrotto i rapporti col mondo e viveva una vita  solitaria, da recluso.

(ehy tu, colonnello, con chi stai parlando?)

Gli aveva chiesto entrando in casa, curiosa di vedere l'ospite di suo marito ed offrirgli un caffè, perché il colonnello soffriva di un tremore alle mani che gli impediva di afferrare le cose e di tenerle senza farle cadere, e così non gli riusciva di fare quasi più niente.

- Sara, guarda chi è venuto a farci visita!- Le aveva risposto allegro.

 Un evento questo, perché lui se ne stava triste e silenzioso, sulla sua sedia a rotelle, perso dietro a qualche ricordo che però non condivideva con lei. Sara cercava di distrarlo, d'interessarlo alle vicende del mondo, d'incuriosirlo e farglielo riscoprire, ma lui non si mostrava interessato, e allora lei smetteva di parlare. In silenzio passavano le ore, lui a fissare una parete, lei a lavorare all'uncinetto o sfogliare una rivista. Per questo era rimasta sorpresa da quella sua allegria.

Ma ancora più sorpresa quando scoprì che il motivo di quella felicità era proprio quel gatto randagio che ultimamente pareva perseguitarla e che ora beatamente stava dormendo sulle gambe del marito.
Ma alla voce della donna, però, s'era svegliato e istintivamente era scattato verso la porta per darsi alla fuga, ma quella era chiusa e l'unica altra via era data dalla finestra da cui era entrato, e che lui con un salto acrobatico era riuscito a scavalcare, guadagnando l'uscita.

(ehy tu...)

Ma stavolta la minaccia all'indirizzo del felino, Sara non l'aveva neppure terminata perché aveva visto il colonnello ridiventare di nuovo triste e una lacrima brillare nei suoi occhi, e allora lo aveva abbracciato, gli aveva preso fra le sue quelle sue mani che tremavano forte, e dopo avergli dato un bacio sulla fronte lo aveva rassicurato: vedrai che torna o altrimenti te lo vado a cercare io.

Una promessa è sacra, e mai Sara in vita sua ne aveva disattesa una, figuriamoci questa fatta al colonnello che lei amava teneramente, perché nonostante quei suoi modi bruschi, Sara era una donna molto dolce e...

(ehy tu, smettila con queste sdolcinature, piuttosto bada a raccontare per benino questa storia senza perderti in chiacchiere)

Su questa sua sollecitazione riprendo il filo del racconto ripartendo da quella sua promessa fatta di ritrovare il gatto transfugo, che pure aveva riportato un momento di gioia nella vita del marito, e così aveva disseminato il cortile di ciotole colme di leccornie feline, e quando usciva lasciava sempre porta e finestre aperte, caso mai quello avesse voluto fare di nuovo visita al colonnello. Pure i finestrini della macchina lasciava abbassati, pure nei giorni di pioggia (anche se poi le toccava sempre asciugare sedili e tappezzeria, ma non se ne lamentava, perché era per una buona causa), semmai avesse avuto bisogno di un riparo come era già accaduto una volta. Aveva allertato anche le amiche a tenere gli occhi aperti ed avvisarla se nei loro paraggi circolava un gatto nero dall'aria malandrina. Una descrizione vaga, verrebbe di pensare, che i gatti neri si somigliano tutti, ma quello era un piccolo posto dove tutti si conoscevano e quel gatto, di certo, non apparteneva a nessuno: un clandestino all'interno di quella comunità.

(ehy tu, per caso ti è capitato di vedere gironzolare da queste parti un gatto nero vagabondo?)

Era questa la domanda che Sara poneva a tutti quelli che incontrava, ma nessuno lo aveva visto. Sparito nel nulla. Volatilizzato. Eppure un effetto positivo quel gatto lo aveva prodotto perché il colonnello ora non fissava più una parete ma guardava la finestra nella speranza di vederlo arrivare. Poi, un giorno, addirittura s'era spinto, con la sua sedia a rotelle, nel cortiletto: era passato così tanto tempo dall'ultima volta che lui era uscito che a Sara quello era parso un miracolo.

(ehy tu, colonnello, che ne dici se lo andiamo a cercare insieme?)

A questa sua proposta Sara s'era aspettata un rifiuto, e invece lui aveva detto si. E così s'erano incamminati insieme, lui sulla sua sedia a rotelle e lei a spingerlo, verso quell'avventura condivisa. Avevano camminato tanto e ancora avrebbero continuato a farlo, spinti dalla speranza di ritrovare quel gatto speciale che aveva operato il miracolo di restituire suo marito al mondo, se non che stava facendo buio ed iniziava a piovere.

(ehy tu, colonnello, non essere triste, domani riprendiamo la ricerca)

Sara aveva dato alla sua voce un tono incoraggiante per non cedere, lei stessa, al pessimismo, consapevole che le possibilità di ritrovarlo diminuivano col passare dei giorni. Così erano tornati a casa, zuppi di pioggia e di tristezza, e Sara prima ancora di togliersi gli abiti fradici era corsa a serrare porte e finestre per impedire un probabile allagamento, quando aveva intravisto il gatto al riparo sotto la pergola del cortile, e così la finestra del salotto l'aveva lasciata aperta, lasciandogli la possibilità d'accesso. Poi s'era infilata un trench ed era uscita, lasciando però aperta anche la porta d'ingresso.

(ehy tu, colonnello, vado a controllare se ho chiuso i finestrini della macchina. Torno subito)

Sara sapeva che quei due si stavano per ritrovare e chissà quante cose avevano da raccontarsi, e forse la sua presenza sarebbe stata di troppo. Era certa, anzi certissima, che il colonnello lo avrebbe convinto a rimanere perché era sempre stato un uomo molto persuasivo, soprattutto nel campo degli armistizi, e avrebbe fatto in modo di stabilire, fra lei e il gatto, una tregua, il tempo necessario per conoscersi ed apprezzarsi.
E non ce ne sarebbe voluto molto, che Sara a quel gatto miracoloso già voleva un bene immenso.




lunedì 29 gennaio 2018

City of Light

Dedico questa fiaba alla memoria di mia nonna Rosa, ipovedente ma meravigliosamente immaginifica, che mi ha preso per mano, come quando ero bambina, per guidarmi lungo il sentiero di questa storia.


(Pubblicato nell'antologia "La radice dell'infinito"da "Writer Monkey" Luglio 2018)



NEL PAESE SENZA SPECCHI

C'era una volta una regina molto irritabile, la più nevrotica mai esistita nel mondo reale e in quello della fantasia, e terribilmente brutta, seppure, in verità, nessuno l'avesse mai vista in volto dal momento che lei, le rare volte in cui usciva, s'imbacuccava in un mantello il cui cappuccio le nascondeva la faccia, e per rendersi ancora più invisibile, la regina indossava occhiali scuri (questa favola è ambientata in un regno ancora da scoprire, per alcuni versi moderno, per altri, invece, ancora medievale). Affinché nessuno vedesse la sua bruttezza, ma neppure si facesse vanto della propria bellezza, aveva imposto ai suoi sudditi  l'obbligo del mantello e degli occhiali scuri, che mai avrebbero dovuto togliere, neppure in casa. Vietati anche gli specchi, per evitare paragoni a suo sfavore. Aveva persino fatto prosciugare l'unico laghetto del regno, meta di gite domenicali per le famiglie e qualche casuale turista, per impedire che vi si specchiassero. E come se non bastasse aveva preteso, in cucina, l'uso di pentole dal fondo brunito e posate in resina, per impedire qualsiasi tentazione di specchiarsi nell'acciaio. Ovviamente bandito l'uso dell'energia elettrica, pena i lavori forzati a vita a scavare miniere nel ventre freddo, eternamente notturno, della montagna.
 Avrebbe anche oscurato il sole, se le fosse stato possibile, e costretto tutti a vivere in una impenetrabile notte.
In questo regno, di cui s'ignora nome e ubicazione, (di fatto non appare su Google Maps e neppure menzionato in Wikipedia, quindi per noi, davvero sconosciuto) imperavano oscurità e tristezza, che il mondo filtrato dagli occhiali neri pareva senza contorno e senza colore: un universo notturno, popolato di ombre.
Nessuno era contento di vivere lì, e se solo gli abitanti avessero avuto un posto verso cui  emigrare ci sarebbe stato un esodo di massa, e 'fanculo (ops) la regina e le sue ingiuste leggi.
Anche se, a onor del vero, a quei divieti gli abitanti di quel regno senza nome, (uno però dovrò trovarglielo, almeno per orientarmi in tutta questa penombra) continuamente trasgredivano, come gli innamorati, ad esempio, che romanticamente trascorrevano ore a rimirarsi nel buio fitto, carezzandosi il viso con la punta delle dita e scoprendosi bellissimi anche senza vedersi, e le mamme e i papà portavano nei loro occhi le immagini dei figli, come fotografie da mostrare a parenti ed amici.
Insomma, come si dice qui da noi: fatta la legge trovato l'inganno.
Un inganno per riparare ad una palese ingiustizia, per cui, ne sono certa, nessuno punterà il dito contro i trasgressori.

IL GIOVANE SCULTORE CIECO

Ora accadde che in questo regno vivesse anche un giovane Scultore, cieco alla nascita, ma che  nonostante l'handicap creava opere meravigliose che un giorno, di sicuro, lo avrebbero reso famoso.
Lui aveva imparato a vedere attraverso il tatto, ma non lo considerava un privilegio, piuttosto un far di necessità virtù, che ben gli sarebbe invece piaciuto avere il senso della vista. S'era dovuto adeguare, ma  trovava inaccettabile che chi avesse la vista dovesse vivere nel suo stesso mondo di tenebra, solo perché così aveva deciso la Regina.
Il giovane Scultore cieco aveva anche un carattere ribelle e apertamente trasgrediva alle leggi ingiuste della Regina. Nel suo laboratorio, ad esempio, le tende erano sempre spalancate, seppure per lui non facesse una grande differenza, ma era sottostare all'imposizione a risultargli intollerabile.
 Così s'era convinto a dover essere lui a rimettere a posto le cose per tutti.

- Possono pure condannarmi ai lavori forzati nelle cave della  montagna, vorrà dire che avrò materiale di prima mano per le mie opere, ma questa storia deve finire, che quello di godere della luce è un diritto sacrosanto e nessuno può impedirlo. Nemmeno una Regina -

E con spirito battagliero s'incamminò a viso scoperto e supportato dal suo bastone bianco, alla volta del Castello, ben determinato a ristabilire la giustizia.

LO SCONTRO CON LA REGINA

Il giovane scultore cieco s'avventurò quindi alla volta del Palazzo Reale, incespicando lungo la strada, che quello era un percorso a lui sconosciuto e non aveva avuto il tempo di memorizzarne il tracciato, affidandosi all'istinto e alla sua buona stella, sperando di giungere incolume per chiedere udienza alla Regina, quando ad un bivio venne travolto da qualcuno che sopraggiungeva di corsa dalla parte opposta. Nello scontro, entrambi ruzzolarono a terra.
Il giovane, rialzatosi per primo, si preoccupò di  prestar soccorso al suo investitore, che però in malo modo lo respinse, facendolo di nuovo cadere a terra.

- Certo le buone maniere vi sono sconosciute -
Ironizzò lo scultore

- Non osare toccarmi! -
Intimò una voce aggressiva di donna

- Una donna: avevo ben captato la fragranza di un profumo -
Ribadì lo Scultore con un sorriso galante

- Togliti quel sorriso imbecille dalla faccia e preparati a passare il resto dei tuoi giorni in galera! -
Sibilò, quella, stizzita.

- Perché? Cadere non è reato e, se lo fosse, sareste voi, cara signora, a dover scontare la pena, dal momento che mi siete arrivata addosso come una valanga facendomi perdere l'equilibrio -
Per niente intimorito, lo Scultore, sorrise di quella rabbia senza senso.

- A nessuno è permesso farsi beffe della Regina e tu hai passato ogni limite col tuo atteggiamento irrispettoso, e per di più impunemente trasgredendo alla regola che impone, nelle uscite pubbliche, l'obbligo del mantello e degli occhiali neri -

Nel frattempo lei si era rimessa in piedi sovrastandolo in tutta la sua regale altezza (in realtà la sua era una statura media, seppure con la corona e le scarpe coi tacchi sembrasse più alta, ma non quel giorno che, uscendo a fare jogging, indossava scarpe da corsa e un cappellino con la visiera)

- Gli occhiali da sole ad un cieco non servono, e in quanto al mantello fa troppo caldo per indossarlo. E comunque è proprio al Castello che ero diretto per discutere con voi di questa legge assurda che vieta  specchi e suppellettili in cui ci possa riflettere, solo perché madre natura non è stata generosa e vi ha fatto brutta, o almeno così si vocifera. E se girano queste voci, signora, la colpa è solo vostra che pure le alimentate promulgando questi bizzarri editti -
Lo Scultore, che non aveva peli sulla lingua, colse al volo quella magnifica opportunità per dire alla Regina come stavano le cose e quello che di lei si mormorava

- La gente pensa che non solo dovete essere brutta ma anche matta. Brutta, però, non lo siete affatto, ed io posso testimoniarlo -

- La testimonianza di un cieco! E poi la matta sarei io?-
Lo irrise beffarda

- Statura media, capelli mossi, scuri (se fossero stati biondi avreste avuto un carattere più dolce, rossi, invece, sareste stata un po' più equilibrata) carnagione chiarissima, lentiggini e qualche neo, possibilità di ustioni solari (il mantello serve a proteggervi), occhi grandi, di colore violetto o azzurro o verde (non posso essere più preciso, la visiera del vostro cappellino me lo impedisce). Soffrite d'insonnia e di notte leggete romanzi d'amore su cui versate molte lacrime: l'ho percepito dalle palpebre pesanti e dalle ciglia umide. Le mani non sono troppo curate, odorano di terra e di erba, perché fate giardinaggio, è profumo di fiori quello che che ho sentito quando mi siete ruzzolata addosso. Siete una sportiva perché non vi siete lamentata della caduta né di esservi fatta male. Non siete arrabbiata con me per il capitombolo ma per le mie giuste accuse -

LA REAZIONE DELLA REGINA

La Regina era rimasta senza parole. Per la prima volta in vita sua non trovava di che ribattere. Avrebbe potuto, in virtù del suo potere, con un'accusa qualsiasi mettere in prigione quello sfrontato, ma la meraviglia di quella sua descrizione così perfetta, l'aveva destabilizzata. Che lo Scultore fosse davvero cieco non aveva dubbi, non solo per via del bastone bianco ma perché le pupille erano opache,velate da una patina, si muovevano in maniera involontaria.

- Vi state chiedendo come posso io, un cieco, aver fatto di voi un ritratto così preciso, dal momento che a nessuno mai è stato concesso il privilegio di guardarvi in viso. Non è poi così difficile, oltre la vista abbiamo altri quattro sensi che suppliscono al mancante. Essere nati ciechi è tremendo, ma  ancor più tremendo, però, è rendere cieco il proprio popolo solo per una vanità personale. L'essere belli o brutti dipende da tanti fattori, come il nascere con il dono della vista o meno, ma in nessun caso si può costringere gli altri a vivere il nostro stesso destino. Io vedo, nonostante la cecità, il sole e le nubi, la luna e le stelle, le rondini e le formiche, il volto di mia madre e quello dei miei amici, e li traduco in sculture. Voi, invece, vi negate questa gioia negandola a tutti gli altri. Mi verrebbe da dire che siete malvagia, che è peggio di esser brutta, ma di notte leggete romanzi d'amore e piangete: quello che a voi manca non è la bellezza ma un sogno in cui credere -

A queste parole lacrime sgorgarono dagli occhi della Regina, e pure lo Scultore se ne avvide e con la punta delle dita ne asciugò una, sfiorandole la guancia con una carezza.

- Non piangete, non è mai troppo tardi per credere a un sogno o un inventarsene uno. I sogni originano con la luce della luna e vivificano in quella del sole: restituite la luce al vostro popolo, e con quella la possibilità di sognare, e troverete anche voi, ne sono certo, il vostro sogno. -

Piangeva la Regina senza più vergogna di mostrare le proprie lacrime, poi prese la mano del giovane guidando le sue dite sulle piccole cicatrici rugose che le frastagliavano metà del viso
 - Questo particolare deve esserti sfuggito -
Aveva detto in tono amaro, scostandosi bruscamente da lui
- Non mi è sfuggito, ma non è la cosa che maggiormente mi ha colpito di voi. E il rilevarlo vi avrebbe fatto male, per questo l'ho taciuto. Siete bella, Maestà, solo che voi non lo vedete. Date la possibilità a tutti di amarvi come io già vi amo e spariranno anche quelle cicatrici, non le vedranno gli altri e nemmeno più voi -
A dimostrare la sincerità delle sue parole, baciò quelle sue cicatrici, una ad una, con infinita dolcezza.

CITY OF LIGHT

Specchi di tutte le dimensioni e forme, e in gran profusione, arredano ora le case di questo Regno a cui io, giunta all'ultimo capitolo, non ho ancora dato un nome, ma che ora ho l'obbligo di farlo affinché Wikipedia e Google Maps possano posizionarlo sulle loro mappe, caso mai qualcuno volesse farci una capatina e sincerarsi della veridicità del mio racconto, e così ho pensato a "City of Light", che forse non è il nome più originale del mondo ma di sicuro il più appropriato. Avrei potuto chiamarla anche "City of Love" perché la gente che qui vive è incredibilmente felice; oppure "City of Mirrors" che questa è diventata l'attività principale del regno; oppure "City of the Queen", in onore della donna che con saggezza governa e che il suo popolo appassionatamente ama, anche se nessuno potrà mai eguagliare l'amore del RE, che non ha mai voluto, però, indossare la corona, trovandola antiquata e non in linea coi tempi, soprattutto, non in linea col suo pensiero. E chissà che la forza del suo amore, e le sue indubbie capacità di convincimento, non inducano la Regina a promulgare un referendum per far decidere al suo popolo se tramutare la Monarchia in Repubblica.
Una magia non troppo difficile da realizzare per il giovane artista che ha saputo regalare un sogno ad una Regina
...perché quel Re senza corona è proprio lui, lo Scultore cieco.