Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

venerdì 21 febbraio 2020

Rebecca (cap. 15)


DIETRO UN MURO D'OMBRA
Giandomenico l'aveva guidata in una stanza disadorna, composta da pochi essenziali arredi, quali uno scrittoio, sul cui ripiano era sparsi, alla rinfusa, dei fogli da disegno, una branda e una sedia. Una luce clandestina filtrava dalle assi delle persiane socchiuse. L'aria era immota, permeata dall'odore dolce del legno e da quello aspro delle vernici. E da quello remoto della disperazione.
In quella penombra da purgatorio lui le aveva indicato quell'unica seggiola: «Perdonatemi, non ho di meglio da offrirvi.» Aveva detto a voce bassa, impacciato.
Rebecca aveva con gentilezza respinto l'invito a sedersi: «Perdonate me, piuttosto, non avrei mai voluto importunarvi in un momento così particolare ed intimo se non fosse stato per una necessità indifferibile, e che direttamente vi coinvolge.»
A questa premessa era seguito un breve silenzio. Erano a pochi passi l'uno dall'altra, ma pure una distanza infinita li separava. Da quella distanza la voce di Giandomenico l'aveva  raggiunta: «Continuate, vi prego.» L'aveva sollecitata con una nota d'impazienza.
«So che ritenete mio padre responsabile della morte del vostro, ma non è così. A modo suo gli voleva bene, lo stimava. Il dolore per la sua morte lo ha precipitato nel baratro della depressione.Temiamo per la sua salute.»
«Davvero, Rebecca, siete convinta che la causa della depressione di vostro padre sia la morte di Mimì piuttosto che la certezza di veder completamente fallito il suo progetto... o ancor meglio, il suo indegno affare? Mio padre era un ingenuo che si è fatto irretire dal vostro, così come ora voi state tentando di fare con me. E pensare che vi facevo diversa da lui! Ma io non sono...»
Lo schiaffo era risuonato secco e inappellabile, smorzando la frase sulla bocca di Giandomenico.

«Non sono venuta qui a difendere mio padre, ma siete così pieno di risentimento e di rabbia che nulla di quanto ho da dirvi riuscirà ad indurvi alla consapevolezza. State cercando un capro espiatorio perché altrimenti dovreste incolpare voi stesso. Ma sbagliereste ancora.»

Quello schiaffo lo aveva sorpreso, così come quell'invettiva, pronunciata, però, senza i toni della collera. Anche questo lo aveva sorpreso. Ma se non era venuta a difendere il suo indegno padre era venuta ad accusare lui: «Andate via. Non rendete più penosa questa vostra messa in scena. Per un momento mi sono illuso che voi...che tu... che tu fossi diversa da tutti. Ho pensato che valessi la pena della mia rinuncia che ho poi brandito come una spada contro di lui. E con quella gli ho trafitto il cuore. Hai ragione, non devo cercare un capro espiatorio: mio padre l'ho ucciso io, ma la mia mano l'ha armata il tuo!»

Rebecca, gli si era fatta allora più vicina. A pochi passi da lui, che i loro visi quasi si toccavano: «State delirando. Ma forse il delirio è il vostro ultimo rifugio. Un rifugio sicuro, accessibile solo a voi e alla vostra rabbia. Vi pensavo diverso: ho scambiato la vostra debolezza per la vostra forza. Un errore imperdonabile.»

Queste parole risuonavano accusatorie. Ingiuste. Come quel suo schiaffo. Giandomenico sapeva di dover reagire, di doversi almeno difendere, se non da lei dalla sua stessa impotenza.

«Non riesco a perdonare. Né perdonarmi.» Aveva mormorato dietro il suo muro d'ombra.
Ma Rebecca era già andata via.


ECCESSO D'AMORE
Vanni Basile e Rebecca Scalavino s'erano incontrati sulla soglia di casa mentre lei stava entrando e lui stava uscendo. L'uomo alto e scuro, che indossava stivali da cacciatore e un cappello da mandriano, cavallerescamente, con un sorriso, s'era fatto di lato per farla passare.

«Chi è l'uomo che ho intravisto nell'atrio?» Rebecca aveva domandato a Brigida.

 «Vanni Basile: il braccio destro di vostro padre. Da quando s'è infortunato viene spesso in visita. E a proposito di visite: come è andata la vostra?»

«Un fallimento. Giandomenico Messinese ritiene, seppur per ragioni diverse, sé stesso e papà colpevoli della morte di Mimì. Nello stato d'animo in cui versa non sono riuscita a farlo ragionare.»

Rebecca, succintamente, ma senza omettere nulla, le aveva raccontato la dinamica dell'incontro: una cronaca sintetica ma esaustiva dell'accaduto. Un resoconto esposto con voce ferma, imparziale, all'apparenza priva di emozioni, come se la cosa riguardasse qualcun'altra e non lei. Ma Brigida, che l'andava attentamente osservando, aveva intuito, dietro  che quel suo ferreo autocontrollo, il turbamento. Una tempesta di emozioni sconosciute, che lei, cucciolo di lupo, andava al momento sotterrando nel fondo della sua anima, per impedire che il loro odore, propagando, venisse inquinato dall'esterno. Poi, quando sarebbe stata sola, le avrebbe dissotterrate, annusate ed assaggiate,  supportando con l'istinto la mancanza d'esperienza.
L'istinto, però, non le sarebbe servito a decodificare i sofisticati machiavellismi delle emozioni, soprattutto a livello inconscio.
Brigida, da profonda conoscitrice dell'animo umano, aveva visto la trappola in cui il cucciolo di lupo si sarebbe andato a cacciare e aveva allora provveduto ad erigere una barriera di protezione, instillando il dubbio nelle sue percezioni.

«Non sempre tutto è come appare. Per emergere alla luce, talvolta, è necessario esplorare il buio più profondo. La fiammella che voi avete cercato di far filtrare nell'oscurità impenetrabile in cui Giandomenico si dibatte ha prodotto solo uno squarcio che gli ha ferito gli occhi, paradossalmente acuendo il senso di cecità e di smarrimento. Quel bagliore lo ha spinto a rintanarsi, ancor più se possibile, nel suo fondo. Respingendovi.»

«Se sapevate che la conseguenza era questa, perché non mi avete dissuasa?» Aveva chiesto Rebecca, stupita.

«Il risultato non era affatto scontato. Ad ogni modo era quello che sentivate di dover fare. Ed era quello che andava fatto.»

«Mi disprezza con la stessa forza con cui disprezza papà.»

«Al contrario: vi ama con la stessa disperazione con cui odia vostro padre e sé stesso. Ma lo avete destabilizzato perché vi immaginava dalla sua stessa parte. E così, per rinnegare quella sua illusione, ha dovuto deturpare la vostra immagine per punirsi, in maniera ancora più aspra.»

«Mi ama? E da cosa genera questa vostra deduzione?  Vi ricordo che a quella cena non c'è stato seguito.»

«Sinceramente, Rebecca, avreste voluto ci fosse un seguito?»

«No, perché questo contemplava il matrimonio.»

«E quale altro seguito può esserci per una ragazza perbene e di buona famiglia?» Aveva controbattuto Brigida, con amara ironia.
 
«L'indipendenza. Il lavoro. Le scelte personali. Una vita come la vostra.»

 « L'indipendenza e il lavoro sono conquiste, e le scelte personali una loro conseguenza. E tutto questo esige un prezzo. Io sono stata facilitata, o forse obbligata, in tal senso. Non ho dovuto lottare per avere la mia indipendenza che era già forse insita nel mio destino. Ma non per tutte è così. » Aveva concluso con un sospiro. Ma subito dopo, senza dar tempo all'altra di rispondere, aveva aggiunto: «Non c'è stato seguito a quella cena perché Giandomenico vi ama a tal punto da lasciarvi libera.»


«Amarmi? Come fate ad affermare che si tratti di amore e non piuttosto della sua mancanza? »
Rebecca aveva chiesto stupita dinnanzi a quell'incredibile paradosso. L'amore, che mai aveva conosciuto, lo aveva immaginato fino a quel momento come un sentimento piano ed elementare. Simile a quello che provava per Gemma. Ma ora lo andava scoprendo oscuro, intricato. Indecifrabile.

« Perché solo un eccesso d'amore può provocare un simile dramma.» Aveva sottolineato Brigida, con convinzione.

venerdì 31 gennaio 2020

Rebecca (cap.14)



SULL'ORLO DEL PRECIPIZIO
La morte di Mimì aveva provocato terremoti all'interno della famiglia Messinese perché Giandomenico, pur incolpando di quella Concetto Scalavino, se ne sentiva parimenti responsabile. Avrebbe dovuto mostrarsi più clemente con suo padre, mitigare quei suoi toni apertamente accusatori e non arroccarsi nel fortino delle sue ragioni. Era stata la sua supposta superiorità morale contrapposta alla totale assenza in Concetto Scalavino, a condurlo alla morte.
Era giusto che entrambi ora ne pagassero le conseguenze.
Avrebbe affrontato lo Scalavino inchiodandolo alle sue responsabilità, dopo di che sarebbe partito non alla volta di Roma, ma verso un luogo lontano, irraggiungibile, dove poter espiare la sua colpa.
Avrebbe rinunciato alla sua arte, ai suoi affetti e ai voti, di cui non se ne sentiva più degno, ma prima avrebbe pareggiato i conti con l'uomo che lo aveva condotto sull'orlo di quel precipizio.

Brigida Catalano, intanto, aveva raccontato a Gemma e Rebecca del suo breve incontro con Pietra Messinese, preoccupata dal messaggio intimidatorio di quest'ultima, ma anche dallo stato di profondo abbattimento in cui era caduto, dal giorno della morte di Mimì, Concetto Scalavino.
Una cronaca asciutta, quella della governante, con cui rendeva partecipi le due giovani della freddezza con cui Pietra aveva accolto la corona di fiori e il messaggio di cordoglio, e l'anteprima della notizia della cessazione di ogni tipo di rapporto con la famiglia Scalavino. Il suo racconto terminava con il minaccioso suggerimento di Pietra "nel frattempo fate in modo che non prenda nessuna iniziativa personale. E' un consiglio per il suo bene"

 «Visto lo stato di depressione in cui versa vostra padre non gli ho fatto menzione né della fredda accoglienza della vedova né della prevista rottura dei rapporti con la famiglia Messinese, e tanto meno di questa intimidazione. Prima di prendere qualsiasi iniziativa ho pensato fosse opportuno discuterne con voi, dal momento che il comportamento di Pietra Messinese stride con l'atteggiamento amichevole di Mimì in visita a vostro padre.»

Rebecca e Gemma avevano ascoltato in silenzio, e senza mai interrompere, il racconto di Brigida, e solo quando lei s'era taciuta, Gemma, con voce gelida aveva detto: « Sbagliate a preoccuparvi per lui: il diavolo non teme certo gli orrori del suo inferno.»

Ma a sorpresa, Rebecca, aveva preso le difese del padre: «Sei ingiusta, Gemma, a tutti dovrebbe essere concesso il diritto di difendersi. E con questo non intendo la facoltà di sottrarsi al giudizio e poi alla pena, ma almeno conoscere i capi d'accusa e potervi replicare, anche se quei capi d'accusa sono noti e le responsabilità evidenti.»

 « Una farsa, quindi. » Era stata la fredda replica di Gemma

 « L'affetto e la stima di papà verso Mimì Messinese sono vere. E il suo dolore è sincero. Nessuno potrà convincermi del contrario. »

 « Alla fine ha corrotto anche te. » Aveva detto Gemma, amara, uscendo dalla stanza.

Rebecca non aveva fatto alcun gesto per trattenerla, ma era rimasta in silenzio, colpita da quella critica, confusa su sé stessa e sulla legittimità della sua affermazione riguardo i sentimenti di suo padre. In definitiva neppure lei lo conosceva nell'intimo per pronunciarsi in una dichiarazione così esplicita, che se anche non lo scagionava dalle sue colpe di certo gli concedeva un'attenuante.
Ma lo stato di prostrazione in cui suo padre era caduto non poteva essere una finzione, perché in realtà lui era un pessimo attore e risultava convincente solo nelle parti in cui poteva genuinamente interpretare sé stesso, come in quel caso.
D'altro canto capiva che la mancanza di obiettività di Gemma scaturiva dall'amarezza delle umiliazioni che lui, incurante dei suoi sentimenti, le aveva inferto per perseguire il suo scopo.
Come si poteva credere che un uomo così profondamente egoista  fosse dotato di sentimenti?
...eppure il senso di smarrimento che lo aveva pervaso alla morte di Mimì, e che lo stava precipitando nella depressione, testimoniava di questa sua capacità, per questo trovava ingiusto il comportamento della famiglia Messinese, quel loro prendere freddamente le distanze da lui che li aveva sempre favoriti nel campo degli affari e per i quali nutriva una sincera, incondizionata ammirazione, e per Mimì un affetto vero
...anche se in ultimo, per pervenire ai suoi scopi, l'indole sotterranea del manipolatore aveva di nuovo preso il sopravvento.

 «Pietra Messinese addebita a papà la morte di Mimì.» Aveva detto Rebecca a Brigida Catalano. E poi dopo una breve riflessione aveva aggiunto: «Ma non è lei ad esserne convinta quanto Giandomenico. Devo parlare con lui.»

S'era già avviata alla porta ma Brigida l'aveva fermata, trattenendola per un braccio: «Non andrete da nessuna parte senza il mio permesso. Sono responsabile per voi, in assenza di vostro padre. E converrete con me che in questo momento lui è come se non ci fosse. Raccontatemi cosa è accaduto e poi studieremo la maniera opportuna per sistemare la faccenda.» Aveva concluso con dolcezza, liberandola dalla sua stretta.

Rebecca l'aveva guardata stupita perché lei si stava proponendo sua alleata. Dov'era il tranello?
Al pari di Gemma le rimaneva difficile fidarsi degli adulti, delle loro promesse che spesso celavano inganni, così come del loro opportunismo e delle loro incoerenze.
Il cucciolo di lupo che albergava in lei era in allerta, ma pure l'istinto la induceva a fidarsi di Brigida che, in quel suo profumo pulito di lavanda, non aveva subodorato insidie
...così le aveva raccontato la storia nella nuda sequenza dei fatti. Una narrazione epurata, per quanto possibile, da quell'emotività che avrebbe potuto condizionare il giudizio della governante.

Brigida aveva ascoltato attenta quel resoconto sciorinato senza enfasi anche in quei passaggi che pure intuiva dovessero avere, per la giovane narratrice, un intenso coinvolgimento personale.
Nella compostezza di Rebecca e nei toni pacati della voce, aveva rivisto sé stessa, poco più che adolescente, all'indomani della morte di sua madre intenta ad asciugare dagli occhi di suo padre le lacrime dello smarrimento, e a indurlo a riprendere la via del mare, rassicurandolo che sul porto della loro casa, e sulla piccola ciurma dei suoi fratelli, avrebbe vigilato lei. Una promessa mantenuta.

Quando Rebecca aveva concluso il suo racconto, Brigida aveva detto: «Convengo anch'io che dobbiate parlare con Giandomenico, e farlo subito, prima che la situazione degeneri. Sono certa che troverete le parole giuste per indurlo alla ragione.»

DIVIETO D'ACCESSO
S'era avviata, Rebecca, alla ricerca del giovane, riflettendo sui luoghi dove potesse trovarlo, sperando che quell'incontro avvenisse senza testimoni, per poter parlare più liberamente e senza mezzi termini.
D'istinto aveva imboccato la stretta stradina che conduceva al laboratorio d'ebanisteria, immaginando che fosse quello il posto dove lui avesse trovato solitario rifugio: sarebbe stato quello che lei avrebbe scelto se fosse stata nel suo stesso stato d'animo. Chiuso per lutto, inaccessibile agli estranei e ai curiosi, con la maschera della mestizia e la retorica delle frasi di condoglianze.
Per un istante si soffermò a pensare che forse anche lei rientrava in quella categoria. Che anche per lei valeva quel divieto d'accesso. Sarebbe stato, comunque, un diritto di Giandomenico rifiutare la visita della figlia dell'uomo che riteneva responsabile della morte del padre.
Cosa avrebbe fatto se lui l'avesse respinta?
In cerca di risposte, Rebecca si guardò intorno.
Il vicolo in cui ubicava il laboratorio era deserto in quell'ora d'intensa calura pomeridiana. Chiuso il portone dell'atrio e sbarrate le persiane alle finestre. Sembrava non ci fosse nessuno, eppure il suo istinto le diceva che Giandomenico era dietro quella porta, a pochi passi da lei. Batté al portoncino, e i colpi del picchiotto propagarono cupi nel silenzio della strada. Inutilmente. Sottovoce, da dietro quella porta che ostinatamente rimaneva chiusa, lo implorò: «Giandomenico, per favore, aprite, ho assoluto bisogno di parlarvi.» Ancora le rispose il silenzio.
Testarda, reiterò di nuovo, e invano, quella supplica.
Rassegnata, stava per andar via, quando la porta s'aprì.

continua...

mercoledì 15 gennaio 2020

Rebecca (cap. 13)


LA REALTA' DIETRO L'APPARENZA
La notizia della morte di Mimì Messinese aveva profondamente sconvolto Concetto Scalavino, che pretendeva di partecipare ai suoi funerali, pur avendogli il medico imposto l'immobilità assoluta.

Non c'era modo di acquietarlo, che non se ne faceva una ragione di quella morte non annunciata, e riandava col pensiero all'ultimo pomeriggio trascorso insieme, che non v'erano stati segnali che lasciassero presagire l'evento funesto. Stava bene, Mimì, ne era certo, forse un po' stanco, forse un po' teso, ma questo lo aveva attribuito ai preparativi dell'imminente partenza di Giandomenico.
All'inizio s'era addirittura rifiutato di crederci, etichettando la luttuosa notizia come lo scherzo macabro di qualche buontempone, anche se non avrebbe saputo spiegarsene il motivo, ma i Messinese di dicerie cattive e fraudolente erano stati, anche nel passato, i destinatari.
Aveva chiesto a Brigida Catalano di sincerarsi di questa chiacchiera, che altro non poteva essere, ma quando lei gliel'aveva confermata lui era piombato in uno stato di prostrazione tale che l'aveva fatta spaventare, per cui era stato necessario l'intervento del medico che gli aveva prescritto un iperico.

La corona di fiori che Concetto Scalavino aveva commissionato per i funerali di Mimì Messinese era degna di un imperatore e il messaggio di condoglianze, personalmente recapitato da Brigida Catalano alla vedova, esprimeva il dispiacere più grande, e il dolore infinito, per la perdita di un amico e di un grande uomo.
Pietra, quel messaggio lo aveva letto e poi, sotto gli occhi di Brigida, lo aveva stracciato.
«Ringraziatelo da parte mia, per la corona e le parole, ma dissuadetelo da qualsiasi altro atto di cortesia. La morte di mio marito sancisce la fine di ogni rapporto tra la nostra famiglia e il signor Scalavino. Per la liquidazione degli affari in corso se ne occuperà mio figlio Giovanni: sarà lui a contattarlo, ma nel frattempo fate in modo che non prenda nessuna iniziativa personale. E' un consiglio per il suo bene.» Aveva detto Pietra, senza altre spiegazioni, congedando Brigida.

In realtà, la maestosa corona di fiori di Concetto Scalavino, aveva suscitato le ire di Giandomenico che lo riteneva responsabile della morte del padre, e s'opponeva che fosse al seguito del corteo funebre.
«Non voglio scandali » aveva tagliato corto Pietra «La corona di Concetto Scalavino ci sarà come quella di chiunque altro abbia voluto rendere omaggio alla memoria di tuo padre. »

«Non potere impormi questa finzione.» Giandomenico aveva battuto un gran pugno sul tavolo.
«Allora non venire!» aveva ribadito con gli occhi asciutti e con fermezza Pietra «Ma se vieni esigo il tuo rispetto per la mia volontà. » Poi, carezzandogli la mano ancora chiusa a pugno, e sfiorandogli la guancia con un bacio, aveva aggiunto con dolcezza «Non tramutare il tuo dolore in rabbia. Soprattutto non cercare un colpevole su cui scaricarla. Non è questo il caso.»

Giandomenico aveva presenziato alle esequie tenendosi in disparte, al margine del gruppo di famiglia: la barba incolta e gli occhi bui, impenetrabile nel suo lutto e nel suo dolore. In quella sua evidente disperazione, che non tollerava né voci né contatti, nessuno degli astanti aveva trovato il coraggio di avvicinarglisi e stringergli la mano per espletare i riti consolatori del cordoglio.

All'oscuro delle dinamiche della famiglia Scalavino, Brigida, del messaggio di Pietra Messinese, prudentemente aveva riferito solo dei ringraziamenti, che l'ansia febbrile con cui lui l'aveva sottoposta al fuoco di fila di domande a cui lei non sapeva dare risposta, l'aveva indotta a mantenersi nel campo delle rassicurazioni. Lui le chiedeva dettagli che lei non era in grado di fornirgli, poiché il brevissimo scambio di parole con Pietra Messinese era avvenuto sulla soglia di casa, dove non era stata invitata ad entrare. Anche questo particolare, Brigida, aveva omesso nel suo resoconto, decisa, però, ad approfondire quella storia per non trovarsi impreparata a doverne gestire i futuri, e forse imprevisti risvolti, perché l'atteggiamento di Pietra Messinese e quello di Concetto Scalavino, raccontavano due versioni contrastanti della medesima trama.
Per venirne a capo avrebbe chiesto chiarimenti a Gemma e Rebecca.

Tra Brigida Catalano e le due ragazze  Scalavino, s'era da subito, e in maniera spontanea, stabilita un'intesa che basava sulla schiettezza dei caratteri, seppure Gemma, ferita dai comportamenti del padre, s'era mostrata se non restia, comunque guardinga, nei confronti della governante.
 Brigida, da parte sua, non aveva fatto pressioni, non aveva invaso spazi e neppure preteso di assumere un ruolo diverso da quello per cui era stata assunta, ma non per questo s'era resa invisibile o, peggio ancora, ininfluente. Dall'esperienza acquisita nel dover gestire la sua numerosa, e problematica famiglia, e per lavoro altre ancora, aveva sviluppato quelle doti psicologiche necessarie all'interagire anche con caratteri difficili senza sopraffare o lasciarsi sopraffare. La sua eccezionale sensibilità, in sinergia col suo altrettanto eccezionale pragmatismo, impediva all'emotività di prendere il sopravvento, ma piuttosto di ragionare e di decidere.
Era stato con Silvestro, il fratello nato con lo sguardo degli angeli, nel tempo passato con lui che aveva sviluppato le virtù della pazienza, della tenacia, e della speranza che non cede allo sconforto. Era stato l'amore per quel fratello nato diverso a forgiarle il carattere e l'anima. Ad introdurla nei segreti delle parole mute e dei pensieri bisbigliati; del tempo a clessidra (l'evoluzione senza la sua dispersione) e degli equilibri concentrici (non esiste un unico equilibrio, ma diversi e di varia  natura, tutti circolanti intorno ad un unico ganglio che ne regola il bilanciamento) e del sonno liquido (la capacità d'immaginare ad occhi aperti, integrante all'arsura delle insonnie).
Con questo immenso bagaglio di conoscenze e di esperienza, Brigida Catalano aveva fatto il suo ingresso in casa Scalavino, in punta di piedi e senza rumore, ma prendendo atto con il colpo d'occhio dello specialista, della realtà dietro l'apparenza.

 RINASCITE
Nel suo primo giorno in casa Scalavino, Brigida aveva spalancato le finestre, sprimacciato cuscini e materassi e ravvivato le tende, liberato gli uccelli dalla prigionia delle voliere, chiesto l'intervento di un giardiniere nonostante le proteste e le ironie di Concetto Scalavino, che indifferente all'estetica, e al benessere psicologico che può derivare dal panorama di un giardino fiorito anziché da uno, come quello loro, spelacchiato ed eternamente invernale, che invece predisponeva alla malinconia, opponeva infantile resistenza.

«L'unica rosa di cui dovete prendervi cura è mia moglie.» Aveva ironizzato, per chiudere il discorso, giocando sul nome della moglie: Rosa, appunto.
Senza scomporsi, Brigida, gli aveva sorriso e sistemandogli il cuscino sotto il capo aveva detto: «Non è solo questione di estetica ma anche di bonifica, che le formiche stanno invadendo i piani bassi, e tra non molto ve le troverete anche nel letto. E vi assicuro che averci a che fare con loro non è affatto piacevole. Ho trattato un unico, convenientissimo prezzo, per entrambe le cose: opera di bonifica e di abbellimento. Una cosa non esclude l'altra, e voi non andrete fallito. » E stavolta era stata lei a fare ironia, uscendo dalla stanza senza dargli il tempo di ribattere.

Sotto la direzione di Brigida Catalano non solo il giardino era rigenerato in una nuova stagione ma  anche Rosa, che s'aggirava per i suoi viali vestita con impalpabili tuniche color dell'aria,  intenta a raccogliere sassolini dorati, pietruzze di madreperla e scaglie di cristallo, opportunamente disseminati da Brigida per la sua quotidiana caccia al tesoro. Rosa ne faceva incetta durante le sue escursioni diurne, e quando dormiva, la governante tornava a spargerle per i viali, come briciole di Pollicino, affinché lei non smarrisse la strada di casa
...o come la coda di quelle comete irraggiungibili a cui Rosa, grazie a questo espediente, aveva smesso di dar la caccia a favore di un bottino terrestre, meno rischioso e più alla sua portata.




lunedì 6 gennaio 2020

Rebecca (cap.12)


UN PROVVIDENZIALE INCIDENTE
«Convengo con voi, Mimì, sull'armonia del legno di abete, che le arpe e i violini degli angeli sono di sicuro fatti con quello, ma i liuti degli arcangeli, quelli sono di mogano, quello stesso che ho commissionato per Giandomenico per gli arredi di Papa Leone XIII. Il mogano più pregiato, proveniente dal centro America, ad impreziosire con l'arte di vostro figlio per la stanza privata di Sua Santità che direttamente spalanca sul Paradiso. »

Concetto Scalavino,  adagiato nel suo letto, nella stanza inondata di luce e permeata dalla fragranza della lavanda, amabilmente conversava con Mimì Messinese, che seduto su una poltroncina sorseggiava da un bicchiere di vetro acqua e zammù, che Brigida Catalano s'era premurata di offrirgli a conforto del caldo, prematuro ed eccessivo, di quell'inizio di primavera che sapeva già di estate.
Mimì Messinese, seduto al capezzale del letto del mercante, non riusciva però ad ignorare la sensazione di disagio che gli procurava quell'intimità inedita, che sapeva molto di famigliarità, soprattutto dopo le confidenze che l'altro gli andava svelando sulla malattia della moglie.

  «Di questa sciagura, Mimì, ne siete voi solo al corrente, e naturalmente la signora Catalano, ai cui servigi, a causa di questo, ho dovuto far ricorso in previsione di quella mia programmata, e mai più avvenuta, partenza per l'America. Non potevo gravare Gemma e Rebecca del carico della madre che nella sua follia è davvero imprevedibile. E questo ne è la prova. » Aveva detto indicando la gamba ingessata. Poi sospirando aveva aggiunto: «Avessi avuto un figlio maschio avrei incaricato lui di compiere quel viaggio in mia vece, ma Rosa, mia moglie, ha saputo germogliare solo boccioli femmine...»
 Amaramente aveva riso alla sua stessa battuta, cosicché l'altro s'era sentito in dovere di solidarizzare: «Avete ragione, un figlio maschio avrebbe di certo alleviato il vostro fardello. » Ma di più non s'era sentito di dire per timore che il discorso da generico diventasse personale e si tornasse a parlare dell'ipotesi di matrimonio tra Giandomenico e Rebecca, non sentendosi di assumere impegni di nessun tipo e né tanto meno di elargire promesse, che la paura di un altro passo falso, come quello dell'invito a pranzo che solo quel provvidenziale incidente aveva al momento evitato, lo costringeva ad un vigile autocontrollo sulle parole e sulle emozioni.
Quella caduta dalle scale che per Concetto Scalavino era stata una iattura, per lui, invece, s'era rivelata una salvezza, perché quando l'incidente era avvenuto di quell'invito non ne aveva ancora  fatto menzione con Giandomenico, che ne era quindi all'oscuro, seppure l'eventualità che lo venisse a sapere dallo stesso Scalavino, al quale suo figlio presto avrebbe fatto visita anche, e soprattutto, per ringraziarlo della fornitura del pregiato legno di mogano, oscillava sulla sua testa come la spada di Damocle, tanto che, alla fine, risolse che il male minore sarebbe stato parlargliene quella sera stessa.
A questa prospettiva, però, dentro di lui montava l'ansia, che già avrebbe voluto tutto fosse concluso. Definito. Timoroso che la sua apprensione diventasse visibile perché consapevole di non essere capace di schermare le proprie emozioni, Mimì Messinese cercava il modo opportuno per accomiatarsi, quando a trarlo d'impaccio fu la governante che entrò ad annunciare una visita.
«Tornerò presto a trovarvi.» Aveva promesso salutandolo e, avviandosi all'uscita, aveva incrociato il nuovo visitatore, un uomo alto, scuro, in tenuta da caccia. S'erano salutati, senza essersi presentati, con un breve cenno del capo. La governante lo aveva poi accompagnato fino alla porta d'ingresso, salutandolo con un sorriso gentile. Da lei emanava una fragranza sottile di lavanda, lo stesso aroma che permeava la stanza dello Scalavino. E forse la casa intera
... perché donne, come i gatti, marcano il loro territorio. Rifletté divertito. Tutte le donne lo fanno, anche Pietra, sua moglie, il cui profumo di zagara aleggiava nella casa e nel suo cuore. Inebriante. Suadente. Predominante.

Al pensiero della moglie si sentì pervadere da un senso di gratitudine e d'infinita tenerezza.
L'immagine di lei lo distolse, per un momento, dai pensieri amari che lo avevano accompagnato nel corso della giornata, e al difficile confronto che lo attendeva, al suo rientro, con Giandomenico.
Era stata lei, tanti anni prima, a sceglierlo fra quelli che aspiravano alla sua mano. Era stata ancora lei a prendere l'iniziativa, che lui, schivo e timido, non avrebbe mai trovato il coraggio di dichiararsi.
S'era innamorata di lui per la sua dolcezza, perché arrossiva quando i loro sguardi s'incontravano, ancora nel presente come era stato nel passato, per quelle emozioni che lei continuava a suscitargli dentro, nonostante il passare degli anni, le tante gravidanze, i capelli ingrigiti e gli occhiali da vista.
Avevano tirato su una nidiata di figli dividendosi i compiti, ma Mimì sempre aveva riconosciuto alla moglie di aver svolto il ruolo più difficile: a me è toccato il compito di mantenere la famiglia, a Pietra, invece, quello di costruirla. Tanti anni assieme e nessuna nube, nessuna incomprensione così insormontabile da minare il loro rapporto. Nessuna. Neppure le dicerie, alla nascita di Giandomenico, sul supposto adulterio di Pietra, che avevano, invece,  contribuito a consolidare, render granitico, il loro matrimonio.
Anche ora, nel conflitto famigliare con Giandomenico, s'era schierata dalla sua parte, e non perché  non ritenesse validi i motivi di dissenso del figlio, ma perché riconosceva a Mimì l'attenuante di avere agito per eccesso d'amore
...e d'altronde, da come la vedeva lei, non c'era nulla d'irreparabile in quella situazione. Nulla che non potesse risolversi con un onesto chiarimento tra le parti. Nulla che valesse la pena di tutta quella sofferenza.


LA MORTE DI UN UOMO MITE
«No, non avete sbagliato ad invitare a pranzo Concetto Scalavino e la sua famiglia, una formalità a cui non ci possiamo sottrarre, ma avreste dovuto comunque consultarvi prima con me visto che anche io sono parte in causa, e in qualche modo da questa storia dobbiamo trarci onorevolmente d'impaccio senza umiliare la ragazza né il padre. »
Giandomenico aveva parlato in tono freddo, senza balbettare, guardando suo padre negli occhi, che si limitava ad ascoltare quelle recriminazioni a testa bassa, senza replicare e neppure discolparsi.
Un breve silenzio aveva fatto seguito al discorso asciutto del giovane che poi aveva aggiunto: «Andrò a trovare il nostro fornitore e gli esporrò i motivi per cui non mi è possibile sposare sua figlia così come nessun'altra. Non potrà obiettare nulla davanti alla mia decisione di prendere i voti. Lo scopo è rendere libera la ragazza, che a quanto pare in questa storia non ha alcuna voce in capitolo, e mettere fine a questa vergognosa farsa.»
«Sono addolorato di averti coinvolto in questa situazione che è sfuggita ai miei stessi intenti, ma il mio proposito, ti confesso, era quello di offrirti una prospettiva diversa da quella del monastero.»
«Comprandomi una moglie?» Il giovane aveva replicato in tono sarcastico, arrossendo violentemente e stringendo le mani a pugno. «Come avete potuto anche solo per un momento immaginare che io avrei accettato? E dei sentimenti di Rebecca? Neppure quelli avete tenuto in considerazione. »
«Non era quello il mio intento Giandomenico.» Aveva replicato Mimì con voce intrisa di pianto e schermandosi il volto con le mani, scatenando così la reazione esasperata del giovane: « Guardatemi! Non vi nascondete, papà, e prendete finalmente atto di quello che sono, o meglio, di quello che non sono, e fatevene una ragione. »
«E cosa non sei, figlio mio?» Mimì, aveva chiesto accorato.
«Adattabile al vostro mondo.» Aveva replicato con durezza Giandomenico prima di uscire sbattendo la porta.
Infinitamente stanco, stremato dall'ansia che per tutto il giorno lo aveva perseguitato, affranto dai sensi di colpa e dalla consapevolezza della sua inettitudine, senza più forze e né volontà, Mimì Messinese s'era accasciato su una sedia, e senza opporre resistenza aveva rimesso la sua anima a Dio: era morto senza serbar rancore, con la stessa mitezza con la quale era vissuto.

domenica 8 dicembre 2019

Rebecca (cap. 11)




IL FANTASTICO MOMENTO DI CONCETTO SCALAVINO
«Non c'era bisogno di una governante, avremmo provveduto noi alla mamma e alla casa. Non temete che un'estranea possa rivelare ad altri le sue condizioni di salute dopo che avete in tutti i modi cercato di nasconderle al mondo? O forse sono cambiati i vostri progetti? »

Aveva domandato Gemma,in tono ironico, a suo padre, quando Brigida Catalano era andata via.
Lo fronteggiava calma e con una sicurezza nuova, pacata. Adulta.
Un sorriso lieve, leggermente beffardo, le increspava le labbra, e i bellissimi occhi scuri lo sfidavano.
Non c'era più nessuna traccia in lei di quell'emotività che la rendeva guardinga e vulnerabile, inducendola all'invisibilità: autodifesa, questa, che l'aveva indotta a privarsi del suo odore e spogliarsi della sua ombra. Per tutto quel tempo era rimasta in attesa che suo padre rilevasse la sua presenza per amore e non per convenienza, come invece era stato. Aveva così smesso ogni attesa, ogni illusione, riguardo l'uomo che l'aveva generata, al quale avrebbe anche perdonato quella sua vita da orfana se solo avesse compiuto nei suoi riguardi un riconoscimento. Che però non c'era stato.
Così come non c'era stato verso nessuna delle sue altre sorelle, tranne per Rebecca.
Ma di questo non era gelosa. Gemma, per sua natura, non era portata, al pari della sorella, al sentimento dell'invidia o del predominio, cosicché quella loro intesa s'andava evolvendo in maniera schietta e naturale, assolutamente priva d'incresciosi imbarazzi o speciose ipocrisie.

«Starò via per un periodo piuttosto lungo e la signora Catalano sarà, in questa circostanza, la mia e la vostra referente. Dovrete essere, per questo, collaborative e rispettose. In quanto alle condizioni della mamma... la signora saprà gestire la situazione con la dovuta discrezione. Confido su di voi affinché durante la mia assenza non accada nulla di spiacevole. Nulla di cui io debba chiedervene ragione.» L'ultima frase, anche se pronunciata nel tono asciutto delle altre, sapeva di minaccia.

Assorto dai preparativi del viaggio, e dal disbrigo degli affari in corso che contemplavano anche una visita a Mimì Messinese per metterlo al corrente della sua partenza imminente e rassicurarlo che la fornitura di legname per Giandomenico era cosa già fatta, e sollecitando così, in modo subliminale, quell'invito a cena che ancora non c'era stato.

«Il legname è in deposito nel mio magazzino di Palermo, pronto per essere spedito a Roma quando il vostro figliolo lo riterrà opportuno. Pregiatissimo mogano per il quale non esigo alcun compenso.»
Aveva detto stracciando il vecchio contratto e porgendogli il nuovo. Mimì Messinese era arrossito: «E' una cifra ingente. Siete sicuro?» Aveva domandato confuso da quel gesto.
Per tutta risposta, Concetto Scalavino, gli aveva sorriso: «Caro Mimì, posso permettermelo questo  mio omaggio all'arte dell'ebanisteria e all'artista che magnificamente la rappresenta: una questione superiore dove gli affari non c'entrano. Un gesto simbolico. Sentimentale. Un sincero riconoscimento nei riguardi di un giovane, ma già così grande artista, qual'è il vostro Giandomenico. Siete un uomo fortunato. E lo sono anch'io che posso vantare il il privilegio della sua conoscenza.» Aveva concluso in tono commosso nell'atto di congedarsi. Era stato allora che Mimì, stringendogli grato la mano, aveva contraccambiato l'invito: «Domenica a pranzo, naturalmente con la vostra famiglia.»

"Domenica a pranzo, naturalmente con la vostra famiglia."
Andava ripetendosi soddisfatto Concetto Scalavino, per quell'evento da espletarsi alla luce del sole, senza formalismi o messinscene. Soprattutto senza alibi di facciata con cui motivare alla comunità le ragioni di quel convivio
...che su tutte, comunque, agli occhi della gente, sarebbe prevalsa quella di un probabile apparentamento tra le due famiglie.
Ipotesi realistica, supportata dall'esistenza di un giovane scapolo e di due signorine ancora nubili.

Nessun dubbio, per il mercante, che quella fosse l'ufficializzazione del fidanzamento tra Giandomenico e Rebecca, mentre invece la possibilità che si potesse a ragione equivocare su quel suo invito, atto dovuto a contraccambiare l'ospitalità ricevuta ma anche nei riguardi dello Scalavino mecenate, aveva cominciato a farsi strada nella mente di Mimì Messinese, gettandolo nell'apprensione sulle possibili reazioni di Giandomenico per non averlo concordato insieme.
Era stato troppo impulsivo.
E sentimentale.
Ma l'invito era stato fatto e non c'era modo di tornare indietro.



LA CATTIVA SORTE
Il fantastico momento che Concetto Scalavino stava vivendo s'era bruscamente interrotto in un pomeriggio casalingo quando s'era ritrovato a ruzzolar lungo la scala che stava scendendo, nel tentativo di schivare la moglie che avvolta in un lenzuolo, i capelli spioventi sul viso e armata di  retino, la percorreva, invece, in senso inverso, correndo trafelata dietro a qualche suo invisibile fantasma. Fallendo la manovra era rovinosamente precipitato lungo le scale, mentre lei non s'era neppure voltata a guardare, incurante (ma più giusto sarebbe dire inconsapevole, che lo stato di follia in cui versava la rendeva assolutamente innocente)  delle sorti del marito che, inerte, giaceva ai piedi della scala.

Immobilità per un periodo di due mesi, il tempo necessario al rimargino delle fratture della gamba sinistra, costretta all'inerzia dalle fasce del gesso. Questo il verdetto del medico a cui Concetto Scalavino, seppur di malavoglia, aveva dovuto soggiacere. Due mesi, un tempo infinito per chi, come lui, aveva progetti nell'immediato presente, e tempi circoscritti per realizzarli. Ma era ben deciso, nonostante la sorte ostile, a portare comunque a termine i suoi programmi, che non sarebbe stato di certo quell'accidente a deviarlo dai suoi piani facendogli riscrivere quella storia che fino a quel momento, pur con fatica e qualche forzatura, pareva finalmente avviarsi al lieto fine.
Quel lieto fine che nessuno, nonostante quell'increscioso incidente di percorso, gli avrebbe scippato e che anzi, invece, con più determinazione avrebbe perseguito, avendo la sorte, che lui forse in maniera eccessivamente sbrigativa aveva etichettato cattiva, voluto ricordargli in quel modo la caducità degli uomini e la brevità della vita. Un sollecito, quindi, a non sprecare altro tempo in inutili arzigogoli esistenziali e teoremi filosofici, cosicché dal suo letto d'esiliato avrebbe comunque fatto fronte alle avversità della sorte, a dimostrare che l'invincibilità non è un derivato del caso ma piuttosto del talento, e così ben sarebbe stato in grado di ribaltare, a suo vantaggio, quella sciagura.

No, non sarebbe stata quella caduta a metterlo in ginocchio.
Sorrise al suo stesso gioco di parole.
L'unica variazione ai suoi programmi sarebbe stata l'entrata in scena anticipata di Brigida Catalano.

D'altronde, in previsione della sua partenza, era certo di aver serrato con tripla mandata il chiavistello e aver diligentemente assicurato le catene al gancio più robusto della casa, famiglia e averi, tutto responsabilmente tutelato sotto il suo più stretto controllo.

Ma se così fosse la storia dell'uomo si ridurrebbe a ben pochi capitoli, se davvero catene e lucchetti risultassero così efficacemente intimidatori da dissuadere gli oppressi dai tentativi di libertà, saremmo solo stirpe di padroni e di schiavi, facile da governare perfino a quel Padreterno, che pur disponendo di strumenti molto più potenti e sofisticati di quelli umani per l'assoggettamento delle masse, come la terribile minaccia dell'inferno e del suo diavolo e quella sempre incombente della fine del mondo
... ma che nei dati di fatto neppure a lui è riuscito di domare, in modo definitivo, disobbedienze e anarchie.

mercoledì 27 novembre 2019

Appunti per una canzone


Hey baby, stai giocando col mio sistema nervoso
 e prima o poi la miccia prenderà fuoco ed io esploderò.
I miei neuroni  sono pronti all'attacco
faresti meglio a smettere quel sorriso stronzo.

Hey baby, le mie notti insonni hanno un prezzo davvero pesante,
nessuna pillola mi fa dormire
 e i miei occhi accesi sono sulle tue tracce.
Ti porti addosso gli odori di altre donne, profumi costosi.


Hey baby, con me è un gioco in cui t'impegni solo quando decidi tu.
Non posso più accettarlo, ora sarò io a stabilire le regole.
La tua anarchia è solo un pretesto se poi ti fai regalare collari di smeraldo.
Quanto chiedi per le tue performance?

Hey baby, togliti la maschera e guarda i miei occhi accesi
non scherzo bambino quando ti parlo con questa voce calma
sai che presto arriverà la violenza dello scroscio
dovresti ormai presagire dal tono i miei umori.

Hey baby, stai camminando su terra minata e il detonatore è in agguato nel fondo dei miei stivali.

domenica 24 novembre 2019

Il gatto dietro la porta



Il gatto dietro la porta
inutilmente tenta d'entrare
spingendo con la zampa il battente
che però non s'apre.

Gatta e miagola
a palesare la sua presenza
o meglio ancora la sua assenza
che lo scrittore avrebbe dovuto già da un po' rilevare
dalla calma inusuale della casa
e dal silenzio degli oggetti
stabili al loro posto.

Nessun vaso, per dispetto frantumato.
Nessuna lampada, nell'enfasi del gioco, gettata a terra.
Nessuna morbida zampina ad interporsi
fra le sue dita e la tastiera
a tracciare sul foglio bianco
una sequenza incoerente di lettere
indecifrabili agli occhi
ma chiarissime al cuore.

Il gatto dietro la porta
s'interroga sull'oltraggiosa indifferenza dello scrittore
cieco su quella sua assenza
e sordo ai suoi incessanti miagolii
cosicché è impellente per lui capire i motivi di quel distacco
e in base a quelli decidere se rimanere o andarsene via
che farsi mettere da parte non è nel suo carattere.

Se non può accedere dall'uscio entrerà dalla finestra.
Con un balzo raggiunge il davanzale
e quieto vi si accovaccia
invisibile tra i vasi di gerani e di basilico
in attesa che lo scrittore sgombri la postazione
e su quel suo stesso foglio, fittamente infarcito di parole,
quelle si senza senso,
scriverà il suo messaggio d'addio
coinciso e chiaro
inequivocabile
come è nello stile di un gatto.

E quando lo scrittore s'alza e s'avvia alla cucina
con un balzo salta sulla scrivania per metter nero su bianco
in prosa e in poesia
le ragioni della sua delusione.

E il gatto di uno scrittore sa bene quali termini usare!

Ma sul foglio solo un rigo è scritto:
ho sperimentato che è il gatto la fonte delle mie ispirazioni, e in sua assenza, questa pagina bianca lo attesta.

Molto più di una dichiarazione d'amore, quello dello scrittore
è un atto di fede indissolubile che lega i loro destini.

Soddisfatto di quell'attestazione che ristabilisce una verità fondamentale
e colloca le cose al posto giusto,
il gatto si concede all'attesa,
e tornato dietro la porta riprende a miagolare dal punto in cui s'era interrotto.

martedì 19 novembre 2019

Rebecca (cap. 10)



GENERALESSE IN CAMPO
Ed eccole insieme,  Rebecca e Gemma, sedute allo stesso tavolo, confabulare a bassa voce, novelle cospiratrici,  ravvicinate, per la prima volta nella loro vita, dal perseguimento di uno scopo comune che abbisognava, per esser raggiunto, del credito di una fiducia illimitata l'una nell'altra.
Rebecca aveva così reso partecipe la sorella delle proprie positive impressioni riguardo a quel suo pretendente, che le era parso anch'egli essere vittima degli scopi esistenziali di Concetto Scalavino. Ma di questo occorreva acquisire la certezza assoluta, prima di proporgli una compartecipazione in quel loro piano, ancora tutto da imbastire, per far fallire il progetto matrimoniale

Generalesse in campo, concordarono sull'esigenza di stabilire una strategia comune basata sull'apparente sottomissione alla volontà paterna, cosicché conquistando la sua fiducia avrebbero goduto di una maggior libertà di azione. Occorreva poi fare in modo che Rebecca potesse liberamente parlare con Giandomenico, al quale avrebbe confidato francamente la sua propensione all'indipendenza, al voler gestire da sola la propria vita e le proprie scelte, nella convinzione che nessun marito, per quanto condiscendente, le avrebbe mai permesso di attuarle in piena libertà e senza previo consenso, ed essendo lei dotata, per virtù o per disgrazia, di una natura orgogliosa che rifiutava a priori genuflessioni e piaggerie, le sarebbe stato dunque impossibile adempiere, convenientemente, al ruolo di moglie
...e per questo necessitava a Rebecca uno schietto confronto col giovane ebanista, senza testimoni inopportuni ad influenzarlo.
Occorreva quindi organizzare quest'incontro in gran segreto per non suscitare nessun interrogativo esterno, nessuna curiosità che potesse dar vita a pettegolezzi e illazioni.
Che niente giungesse alle orecchie paterne.
Bisognava, quindi, aver pazienza ed aspettare il momento giusto
...anche se dopo quella cena di matrimonio non s'era più parlato.

Ripristinata la routine casalinga, gli umori però s'erano fatti indecifrabili, soprattutto quelli del capo famiglia che passava lunga parte della giornata chiuso nello studio a dirigere i suoi affari o brevemente assentandosi per seguire quelli che necessitavano della sua presenza. In realtà, Concetto Scalavino, cominciava a non sopportare più quella clausura che s'era auto imposto per senso di dovere verso la moglie demente e le due figlie minorenni, divenuta ancor più intollerabile dopo la battuta d'arresto del suo progetto di matrimonio tra Rebecca e Giandomenico. Un disastro, quella cena, ma non certo un fallimento perché il giovane Messinese una risposta non l'aveva data
... e se gli erano dispiaciuti i suoi modi di sicuro non gli era dispiaciuta Rebecca, e questo poteva affermarlo con certezza perché aveva notato, nonostante l'apparente dissimulazione, quanto lui ne fosse, invece, rimasto affascinato.
Non disperava, lo Scalavino, di porre di nuovo mano a quel progetto che considerava al momento solo accantonato perché l'etichetta imponeva ai Messinese un invito a cena a contraccambiare l'ospitalità da lui offerta
... senza contare che a garanzia di futuri contatti c'era la consegna del legname commissionato per le opere di Roma.
No, non disperava affatto di realizzare il suo disegno, considerando che l'amo lo aveva teso e il giovane, nonostante l'apparente resistenza, sarebbe stato ben felice di rimanere intrappolato in quella stessa rete dove guizzava la magnifica sirena dai capelli rossi e dal profumo conturbante
... sempre che Giandomenico fosse realmente uomo e non, come si mormorava e come anche a  lui stesso era parso, solo una parodia. In quel caso nemmeno il profumo tentatore di Rebecca avrebbe potuto esercitare la sua malia.

Rebecca e Gemma, dal canto loro, con cura evitavano ogni possibile contrasto col padre, facilitate dalle sue sempre più frequenti assenze da casa, iniziando perfino a nutrire qualche speranza che il progetto di matrimonio fosse sfumato, dal momento che di quello non s'era più parlato.
S'era parlato, invece, di un probabile viaggio del capofamiglia nelle Americhe, per motivi di lavoro, e della sua intenzione, durante quell'assenza, di assumere una governante che si prendesse cura della casa, ma soprattutto sorvegliasse la moglie e le figlie.

«Cercherò di tornare al più presto, nel frattempo affido la gestione della casa alla signora Brigida Catalano, alla quale sono certo porterete rispetto ed obbedienza.»  Aveva detto presentando la governante, una donna minuta, di un'età indecifrabile, vestita di scuro.
«La signora Catalano alloggerà nella stanza di Gemma, che è contigua a quella della mamma, e Gemma condividerà la stanza con Rebecca, che è ampia abbastanza per ospitare un letto ed un armadio supplementari.» Poi, rivolto alle figlie, aggiunse severo: «Conto sulla vostra collaborazione.»


BRIGIDA CATALANO
Brigida Catalano era la secondogenita, ed unica femmina, della nutrita stirpe di figli maschi del capitano di marina Filippo Maria Catalano, che rimasto vedovo e costretto dalla sua professione alle lunghe assenze delle traversate in mare, aveva delegato a lei, poco più che adolescente, la responsabilità della casa e degli altri quattro fratelli. Compito di cui Brigida mai s'era lagnata, ma anzi aveva assolto con dedizione ed allegria, crescendo quella nidiata di fratelli, di cui il maggiore, di neppure un anno più grande di lei, era nato ostile al mondo, e la levatrice aveva dovuto usare il forcipe per convincerlo a lasciare l'eremo uterino, nel cui interno s'era barricato. Così, Silvestro, questo il suo nome, era nato con una lieve paresi facciale e lo sguardo ermetico degli angeli.
Era, fra tutti i fratelli, il suo preferito, e di lui si prese maternamente cura fin quando morì, appena trentenne, stroncato da una polmonite tardivamente diagnosticata.
Per sua scelta, Brigida non s'era mai sposata, anche se di pretendenti ne aveva avuti, che bella lo era: minuta, ma ben proporzionata, occhi verdi e capelli biondi, dotata di una personalità schietta e brillante, che s'imponeva all'attenzione. A chi le chiedeva il motivo di questa sua avversione al matrimonio, Brigida, ridendo, obiettava: «Dopo aver svezzato e cresciuto quattro fratelli non sento l'esigenza di dover svezzare e crescere anche un marito.»
Essendo l'unica donna in una famiglia di maschi aveva imparato a fronteggiare le situazioni, anche le più scabrose, senza troppi sofismi e in maniera risolutiva, per non doverci ritornare sopra una seconda volta
... così, quando s'era resa conto, da certe inconfondibili macchie sulle lenzuola di Silvestro, della sua esigenza di un contatto fisico con una donna, s'era rivolta alla maitresse della più rinomata casa d'appuntamento di Palermo, per una ragazza: «Non importa che sia la più bella, ma importa che sia la più dolce. La più gentile.» Aveva specificato all'esterrefatta tenutaria che aveva ribadito: «Di solito l'educazione sessuale dei figli maschi è compito del padre, sono loro a portarli qui, e invece voi siete una donna e troppo giovane per vantare un figlio adolescente. E' forse per voi la ragazza? Ne abbiamo di specializzate in amore saffico.»
Brigida l'aveva guardata divertita: «Se fosse stata una mia esigenza non avrei avuto alcuna difficoltà a dirvelo, ma la richiesta è per mio fratello.» Porgendole la somma pattuita, aveva ripetuto: «Voglio per lui la più dolce e la più gentile delle vostre ragazze.»

Quando il padre era morto, e tutti i suoi fratelli s'erano felicemente incamminati nella vita,, Brigida, rifiutando i generosi aiuti economici da loro  offerti, aveva fatto i bagagli ed aveva iniziato a viaggiare per l'Italia, mantenendosi col lavoro di segretaria  o di governante, secondo le opportunità e le proposte
... ed era da poco ritornata in Sicilia che era stata contattata da Concetto Scalavino alla ricerca di una referenziatissima governante a cui affidare la casa e gli affetti, in previsione del suo viaggio nelle Americhe.
«Per un periodo breve » Aveva specificato alla stipula dell'accordo « Ma con uno stipendio ottimo e trattamento famigliare.»

E così Brigida Catalano, quel giorno, aveva fatto la sua comparsa nella vita di Rebecca e Gemma, anche se sarebbe stato solo  per un periodo breve, come era nei programmi di Concetto Scalavino che nonostante le avvisaglie più recenti continuava a riporre cieca fiducia in se stesso e nel suo destino.

continua...


venerdì 8 novembre 2019

Sulle tracce di Leon (cap. 2)



BEATRIZ E CONSUELO
Gli incontri ai giardinetti divennero frequenti e le confidenze tra Beatriz e Consuelo si fecero fitte.
E sorprendenti.
«Mi piacciono le donne » Aveva rivelato Consuelo «Ed è il motivo per cui i miei mi hanno ripudiato» Rise, ma si capiva che quell'allegria era la maschera un dolore ancora vivo. «Quando lo dissi a mia madre, lei cercò  di redimermi con un bel po' di schiaffi.» Istintivamente si era toccata la guancia . «Era mamma che portava i pantaloni. Papà si adeguava. D'altronde lui non c'era mai. Così era lei a dettare le regole e stabilire, sulla sua personale scala dei valori, cosa fosse giusto e cosa sbagliato. Ed essere lesbica era tra le cose più sbagliate.»
 Beatriz, l'aveva baciata sulla guancia, dove invisibile permaneva l'impronta di quegli schiaffi.
«E tu, invece, cosa sei? » Consuelo chiese a Beatriz
«Una vedova, che non è mai stata sposata. «
Teatralmente, Consuelo, s'era inginocchiata: « La sposerei io, signora... se solo vestisse un po' meglio!.»
« Chi critica il  mio stile non mi merita! Sono io a non volervi sposare!» Da dietro un invisibile ventaglio, la replica sdegnata di Beatriz. Ma, gettando un'occhiata perplessa al suo look multistrato, chiese in tono semi serio: «Cosa non va nel mio abbigliamento?»
 Consuelo le girò intorno emettendo piccoli mugugni di disapprovazione: «Tutto! » Concluse sconsolata, allargando le braccia.
 A quell'inappellabile responso Beatriz scoppiò a ridere, cementando un'amicizia che sarebbe durata tutta la vita.

Quegli incontri al parco erano diventati, per entrambe, una piacevole abitudine. Sedute su una panchina si dividevano un panino e una birra, godendo di quella loro vicinanza. Ridevano molto. Litigavano anche. Litigi però, di breve entità e di breve durata, che non necessitavano di pretesti per riappacificarsi: ritrovarsi per loro era semplice e spontaneo.
Talvolta, invece, rimanevano in silenzio, a leggere un libro o guardare Jorge giocare.
 Beatriz amava teneramente il bambino che la chiamava zia Bea
Ed era stato durante uno di quei momenti di silenziosa vicinanza che Consuelo le disse : «Se dovesse accadermi qualcosa, giura che ti prenderai cura di Jorge, che non lo abbandonerai, perché non ci sarà nessuno a reclamarlo.»
Beatriz  promise: «Nessuno? Nemmeno un padre?»

«Il padre...cioè l'uomo col quale l'ho concepito, non sa dell'esistenza di Jorge. Quello che  è accaduto tra noi è stato imprevisto: ero ubriaca e ci sono finita a letto. In quel periodo ci andavo giù pesante con l'alcool, ma droghe no... di quelle non ne ho mai fatto uso. Ed è stato un bene per Jorge perché non mi sono resa subito conto di essere incinta. Non ho un ciclo regolare.» Aveva tenuto a precisare.«Ricordo solo di essermi svegliata con un mal di testa da ospedale e di aver vomitato tutto il giorno. E lui non c'era più.»

«Davvero non ricordi niente dell'unico uomo col quale sei stata a letto? »
 «Te l'ho detto, ero ubriaca, se fossi stata lucida credi che ci sarei andata?.»
« Hai mai pensato di cercarlo?»
«No.»
«Perché era un uomo?»
Consuelo scosse la testa: «Sono attratta dalle donne ma non per questo odio gli uomini. Anche se  avessi voluto cercarlo non avrei saputo da dove cominciare. Non avevo alcun indizio che mi potesse condurre a lui. Sarebbe stato come dare la caccia ad un fantasma. E poi chissà una volta trovato, avrebbe avanzato pretese nei riguardi di Jorge. Non ero disposta a correre rischi.»

JORGE E LEON
Era stato dopo quella confessione che Beatriz aveva deciso di rivelare all'amica le sue supposizioni sull'identità del padre del bambino. Una rivelazione che non l'avrebbe esposta a nessuno di quei rischi che lei paventava, perché Leon era morto e non avrebbe potuto insidiare il suo status di genitore unico e né avanzare richieste di nessun altro tipo. E con la sua fedina penale nessun giudice gli avrebbe affidato il bambino.
La sua scoperta, piuttosto, le avrebbe invece offerto l'opportunità di colmare quei vuoti che sarebbero emersi quando Jorge le avrebbe fatto domande sul padre, e lei non avrebbe avuto risposte.

« Credo di sapere chi è il padre di Jorge»
«Davvero? E come avresti fatto a scoprirlo in mancanza di un qualsiasi riferimento? » Domandò Consuelo stupita, e già sulla difensiva.

Beatriz le mostrò una fotografia di Leon: un primo piano nitido che evidenziava la straordinaria somiglianza con Jorge.
 Consuelo, guardò la foto: « E allora? Una somiglianza che non prova nulla. »

«E' più di una somiglianza: è quasi un dna.»

«E' solo la tua immaginazione» Sarcastica, le restituì la foto.

«Lo stesso colore d'occhi, la fossetta sul mento e il ciuffo ribelle sulla fronte: forse non hai guardato con attenzione.»  Beatriz le porse nuovamente la foto ma Consuelo la respinse: « Perché mi stai facendo questo?» Domandò aspra.
« Perché un giorno dovrai dare delle risposte a Jorge. »
«E' un problema che non ti riguarda. Stanne fuori! » Intimò Consuelo infuriata.
Se ne andò sbattendo la porta ma dopo un paio d'ore la chiamò al cellulare: «Chi è l'uomo della foto?»

«Era... perché è morto. Leon Molina, era l'uomo che amavo.»
 Dopo un breve silenzio, Consuelo ingiunse aggressiva: «Mi devi delle spiegazioni. E fa in modo che siano convincenti.»

LEON
Consuelo aveva ascoltato attenta, e senza mai interrompere il racconto di Beatriz, al termine del quale esplose furibonda: «Dovrei raccontare a Jorge che suo padre era un piccolo delinquente, che entrava ed usciva di galera, e quando era in libertà, condizionata presumo, sfruttava una donna, stupida ed innamorata, che lo manteneva col suo lavoro, e che lui, per ringraziamento, tradiva? Sono certa che di questo suo padre, Jorge, ne andrebbe davvero fiero. »

« In questa tua cinica, approssimativa e sgradevolissima sintesi, il sentimento è del tutto assente.»  Replicò, altrettanto infuriata, Beatriz. «Mi hai descritto come una donnetta stupida, succube di un delinquente, ma io non mi sento così: ho amato Leon, nonostante fosse Leon, consapevolmente, ma non si può dire lo stesso di te che ti sei data a lui nei fumi dell'alcool, ubriaca al punto da non essere cosciente delle tue azioni. Non farmi quindi la morale e...»

«Ho sentito abbastanza, me ne vado.» Consuelo si diresse alla porta ma Beatriz, precedendola, la chiuse a chiave, e poi, senza troppi complimenti, la spintonò verso una sedia.
«No, non vai da nessuna parte. Ti siedi qui e mi ascolterai fino alla fine. Solo dopo potrai andartene.»
 Sorpresa, Consuelo non oppose resistenza, e Beatriz riprese il suo racconto.
«Voglio bene a Jorge non perché presumo sia il figlio di Leon ma perché è il tuo. Sei tu che lo hai cresciuto, ed hai fatto uno splendido lavoro. Ma un giorno, inevitabilmente, ti chiederà di suo padre e se  tu non gli darai delle risposte le cercherà altrove, col rischio d'imbattersi nella verità, e di interpretarla al tuo stesso modo. Ma potremmo, con una sua biografia leggermente modificata, prevenire questa eventualità.»
« Una biografia leggermente modificata? »  Aveva fatto eco, sarcastica, Consuelo «Sei fuori di testa. Dovresti smetterla di farti di marijuana.»
Beatriz, non rivelò la provocazione e proseguì il suo racconto
«Leon, come ti ho detto, era dedito ai furti, molti dei quali eseguiti in maniera spericolata, motivo per cui era diventato una leggenda negli ambienti della malavita, e non solo. I requisiti per essere popolare li aveva tutti: era bello e temerario, e viveva fuori dal sistema. Fino a questo punto è tutto assolutamente vero. Nella parte modificata, invece, risulterà che beneficiari dei furti di Leon erano i più poveri, gli emarginati: i disperati della periferia di Madrid. Insomma, i suoi non erano furti ma espropri applicati al Vangelo.Questo, però, non risultava scritto in nessun verbale di polizia e neppure alleggeriva  la sua fedina penale, perché la legge non fa differenza sui motivi per cui si ruba, per cui anche lui finiva in prigione come un ladro qualsiasi.Con la differenza che di Leon Molina anche la polizia ne aveva rispetto. E i giudici, costretti però, loro malgrado, ad applicare la legge e condannarlo per quei furti che, in realtà, erano atti di giustizia sociale.»

«Sinceramente, sei davvero convinta che qualcuno crederebbe a questa storia ai confini della realtà? » Il tono della domanda era beffardo, ma anche stavolta Beatriz non ne prese atto.
«Assolutamente si. Una storia che nessuno potrà smentire perché testimoni di quel periodo non ce ne sono più. Ho fatto ricerche molto accurate perché solo alla morte di Leon ho realizzato di aver vissuto in una realtà circoscritta e scandita da soli due tempi: Leon in prigione e Leon fuori di prigione. Ma quando è morto mi sono resa conto che di lui, in realtà, non sapevo niente, e che nessuno mi avrebbe aiutato a colmare quel vuoto. Non fare a tuo figlio quello che io ho fatto a me stessa. Non lasciare che quel vuoto diventi per lui irrimediabile. Il capitolo della tua storia con Leon si esaurisce in poche righe, non sarai costretta a troppi dettagli e a lunghe spiegazioni. Gli dirai che quando hai deciso di avere un figlio, hai scelto lui come padre, perché incarnava i tuoi ideali e il tuo bisogno di giustizia. Lui, però, non ha mai saputo della sua nascita perché le vostre strade, quando hai scoperto di essere incinta, s'erano già divise. Così non hai saputo più niente di lui fino a quando ci siamo incontrate.» Trasse di tasca le chiavi e gliele consegnò: « Non c'è altro. Puoi andartene. »
Ma Consuelo, invece, era rimasta.

«Lo hai davvero amato così tanto il tuo Leon? » Chiese con inaspettata dolcezza
« Di più » Rispose Beatriz stringendo fra le mani la foto di Leon. «Mai più misteri fra noi, amore mio.» Aveva sussurrato riponendola sullo scaffale. Dallo stesso ripiano trasse le poesie di Prevert e i racconti di King, e mostrandoli con aria perplessa all'amica, sospirò « Ecco, invece, un mistero destinato a rimanere irrisolto: il collegamento tra Leon e questi due libri, dai quali non si separava mai. Quando gliene chiesi il motivo si limitò a sorridermi, senza però soddisfare la mia curiosità. »

«Il tuo Leon, secondo me, giocava a fare il misterioso per mantenere inalterato il tuo interesse e non perdere, ai tuoi occhi, il suo fascino di fuorilegge bello e maledetto. E tu  ne eri troppo innamorata per renderti conto di quella sua montatura psicologica. Non c'è nessun mistero nella vita di Leon se non quelli che tu hai voluto vedere. Hai una fantasia fenomenale, Beatriz, ma l'hai messa al servizio esclusivo di Leon. Forse è giunto il momento che tu la riscatti per te stessa, realizzando il tuo sogno di scrivere. Ma tornando ai libri di Leon... io credo che siano il bottino del suo primo colpo andato a segno. Due libri trafugati a caso , forse dalla biblioteca della sua scuola. Un furto giovanile: il primo della sua carriera. Strano che tu non ci abbia mai pensato, eppure Leon di mestiere faceva il ladro. »

«Refurtiva!»  Beatriz, colpita dall'intuizione dell'amica, schioccò le dita: « Ma certo! Refurtiva. Cercare il nesso tra Leon e quei suoi due libri tra loro antitetici è stato il mio rompicapo per tutti questi anni, e la soluzione invece era di una semplicità elementare.»
«Se fossi stata meno innamorata lo avresti almeno supposto.»
Risero. Di nuovo complici. Di nuovo amiche.


 «Allora, sei ancora in collera con me? »
«No, non più Volevi solo che Jorge avesse un padre. E che quel padre fosse speciale. Il tuo è stato un atto d'amore.»
«Accrediterai quindi la mia versione? » Domandò speranzosa
«Certo che no! » Esclamò Consuelo fingendosi scandalizzata. « A Jorge racconterò esattamente come sono andate le cose. Cercherò le parole giuste, ma sarà il racconto originale.»
«Converrai almeno che la rassomiglianza c'è.»
«Solo nella tua testa.» Rispose Consuelo abbracciandola «E nel tuo cuore» Aggiunse commossa.

venerdì 1 novembre 2019

Sulle tracce di Leon (cap. 1)


BEATRIZ E LEON
Entrata in casa, Beatriz, si tolse le scarpe e gettò la borsa sul divano, e dopo aver poggiato l'urna cineraria su un ripiano della libreria, si riempì il bicchiere di una generosa dose di "Tinto de verano" per un momentaneo ristoro dalla calura e dalla disperazione. In camera da letto si sfilò l'abito da lutto, e sintonizzò la radio su una stazione di musica leggera, perché il silenzio la deprimeva e lei non voleva più piangere, ed entrò in bagno per una doccia che la restituisse ai sensi e alla vita.
Leon era morto e a lei erano rimaste solo le sue ceneri. Niente altro.
Prima di morire le aveva afferrato le mani e con un filo di voce aveva mormorato: «Beatriz, se credi di poterti finalmente liberare di me, ti sbagli!»
Questo il suo testamento, e la sua tardiva dichiarazione d'amore.

Quando era spirato gli aveva chiuso gli occhi, raccolto le braccia sul petto, e scattato una foto.
Era una sua mania quella di fotografare Leon. E lo aveva fatto anche nel momento della sua morte.  « Per ricordarmi che non tornerai mai più ma che neppure andrai più via.» Aveva sussurrato dandogli l'ultimo bacio.
Alla commemorazione funebre c'erano solo lei e il prete che, in mancanza di un pubblico, si era limitato alla semplice benedizione della salma. Dopo due giorni le era arrivata la comunicazione dell'avvenuta cremazione e la convocazione per il ritiro dell'urna cineraria, quella stessa che aveva posto sul ripiano della libreria tra una raccolta di poesie di Jacques Prevert e un'antologia di racconti di Stephen King: i libri di Leon. Tutti gli altri, invece, erano suoi.
Inutilmente s'era sforzata di trovare la connessione tra quella raccolta di poesie e i racconti horror, perché alla sua richiesta di una spiegazione lui le aveva sorriso enigmatico, senza darle una risposta.
Ma le zone d'ombra erano insite nel suo modus vivendi.
Ve ne erano altre, e forse di più grande importanza, con le quali  lei aveva convissuto fingendo che non ve ne fossero. Che tutto avvenisse alla luce del sole.
Quel piccolo mistero, però, aveva solleticato per molto tempo la sua fantasia. Poi aveva smesso di pensarci fino al momento in cui, d'istinto, aveva deposto l'urna e la foto di Leon scattata sul suo letto di morte, proprio fra quei due libri.
«Non voglio liberarmi di te » sussurrò con dolcezza all'uomo all'interno della cornice «se lo avessi voluto lo avrei fatto tanto tempo fa.»

Quando s'erano conosciuti Beatriz aveva diciassette anni, sognava di fare la scrittrice ed era in fuga dal mondo borghese della sua famiglia. Vestiva come una hippy e fumava marijuana, graziosa, ma senza eccedere in bellezza, era dotata di una personalità prorompente che la poneva al centro degli sguardi. Viveva alla giornata senza però essere una sbandata.
Leon, occhi verdi screziati di azzurro e faccia d'angelo, era un teppista che a vent'anni era già detentore di un sostanzioso curriculum delinquenziale. Noto alla polizia locale per l'audacia dei suoi misfatti, s'era conquistato, presso gli emarginati delle periferie di Madrid, l'aura di bello e  maledetto: una rock star del crimine.
Di quel personaggio da romanzo Beatriz s'innamorò perdutamente.
Leon, abituato a suscitare passione nelle donne, benignamente s'era concesso al suo amore a patto che non ne reclamasse l'esclusiva, ma, soprattutto, che non cercasse di redimerlo, perché lui era quello che era e non intendeva cambiare.
Sarebbe stata comunque libera di andarsene quando la storia non fosse stata più di suo gradimento.
Erano trascorsi gli anni, Beatriz era rimasta e Leon non era cambiato
... così il romanzo che lei avrebbe voluto scrivere lo aveva invece vissuto nella trama quotidiana dei tradimenti e delle bugie e, quando lui era in galera o in fuga, nella solitudine delle attese.
Ma sempre da lei ritornava, se non per amore per attingerne dal suo.
E Beatriz lo sapeva.
Avrebbe potuto andarsene, ma invece era rimasta.

SULLE TRACCE DI LEON
Beatriz, dopo la morte di Leon, rispolverò i suoi vestiti da hippy, riprese a fumare marijuana e a frequentare la periferia di Madrid.

Le strade dei sobborghi erano da sempre il rifugio degli emarginati e dei disperati. Dei fuggitivi.
A nessuna di queste categorie lei poteva più ascriversi, che la vita con Leon, paradossalmente l'aveva imborghesita: a lui l'avventura e a lei la routine, con un lavoro stabile e uno stipendio con cui pagare l'affitto di una casa e la proprietà  di una macchina, al solo fine di garantire a Leon un rifugio sicuro dove riposarsi dalle sue fughe. E forse da se stesso.
Lui tornava e lei lo accoglieva. Nessuna messa in scena. Nessuna forzatura.
Se qualcuno avesse insinuato di una violenza psicologica ai suoi danni, Beatriz di cuore ne avrebbe riso. Ma aveva smesso di dar spiegazioni su quella sua ostinazione ad amare un uomo che non la ricambiava, perché nessuno empatizzava con quel suo sentimento
... e forse, da quella visuale esterna, neppure a lei sarebbe riuscito.

Non era più tentata dalla vita di strada come lo era stata a diciassette anni, allora fuggiva da un destino borghese di agi e certezze, con un presente già previsto e un  futuro prevedibile, mentre lei che sognava di scrivere, aveva bisogno, invece, di materia prima, grezza ed inesplorata, e nell'audacia del giovane criminale ne aveva intravisto il nucleo fiammeggiante.

Strutturalmente la periferia di Madrid era rimasta immutata ma di Leon, però, aveva smarrito la memoria. Nessuno si ricordava più di lui, di quello che lei immaginava fosse continuato ad essere, perché davanti a tutti quei non so chi sia, non lo conosco, mai visto, si rese conto d'averne perso le tracce lei per prima e già da lungo tempo.
Chi era davvero Leon?


CONSUELO E JORGE
Il pallone era rotolato sulla strada dove le macchine sfrecciavano veloci, Beatriz lo raccolse e fece cenno al bambino che s'apprestava ad attraversarla, di non muoversi che glielo avrebbe riportato lei. Era giunta nel frattempo una donna che lo aveva preso per mano ed ora, insieme, attendevano che Beatriz li raggiungesse.
Quando lei fu alla loro portata, la donna, capelli corti corvini, jeans strappati e t-shirt nera, esordì cordiale: «Grazie, è stata davvero gentile, Jorge lsa che non deve attraversare la strada e neppure...»

«...e neppure dovrebbe essergli permesso di giocare a pallone vicino ad una strada così pericolosa.»
Beatriz puntualizzò in tono accusatorio.
A quell'accusa la donna si tolse gli occhiali da sole e guardandola in faccia seccamente rispose: «ma vaffanculo!»
Prima che lei potesse ribattere per le rime, Jorge s'intromise: «La mamma mi porta a giocare ai giardinetti, era lì che stavamo andando, ma il pallone mi è scivolato dalle mani.»

Il tono sereno del ragazzino le fece considerare di aver giudicato frettolosamente e solo sulla base di una sua supposizione, per giunta errata. Non aveva giustificazioni per quella sua aggressione verbale. Poteva solo scusarsi.

« Soddisfatta della spiegazione? » Chiese sarcastica l'altra  «Oppure intende segnalarmi ai servizi sociali?»

«Le faccio le mie scuse. Sono stata impulsiva ed inopportuna. Chiedo scusa anche a te»
Beatriz s'era chinata verso il ragazzino ed era stato allora che aveva notato che il colore dei suoi occhi era della stessa tonalità di verde screziato di quelli di Leon. Un colore raro. Ma la rassomiglianza era anche nella fossetta sul mento e nel ciuffo ribelle che gli ricadeva sulla fronte: Leon in miniatura.  Leon da bambino.
Doveva essere visibilmente impallidita tanto che l'altra le chiese se stesse male.
Nonostante fosse sconvolta riuscì a ricomporsi e porgendo la mano si presentò: «Beatriz Flores»

«Consuelo e Jorge Soler» Disse la donna accomunando il suo nome, e quello del figlio, sotto lo stesso cognome. Con un sospiro di sollievo, Beatriz, prese nota che il bambino non si chiamava Molina come Leon. Jorge poteva essere il figlio di un parente. Poteva essere...no, non  poteva essere altro che suo figlio, perché tra i due era di quelle che non lasciano dubbi.

«Ora dobbiamo proprio andare» Disse la donna distogliendola dalla sua riflessione.
«Possiamo rivederci?» Beatriz chiese d'impulso.
 «Perché» Domandò sorpresa Consuelo
«Sono arrivata da poco in città e non conosco nessuno.» Mentì «Tu e Jorge siete i primi coi quali ho avuto un'interessante, seppur vivace, scambio d'opinioni.»
Alla battuta Consuelo scoppiò a ridere: «Certo. Ci farà molto piacere, vero Jorge? Quando c'è bel tempo andiamo sempre a giocare ai giardinetti.» Con la mano indicò la direzione. «Ci trovi lì.»
Al semaforo si voltò per un ultimo saluto: «Benvenuta a Madrid.» Disse strizzandole l'occhio mentre Jorge le faceva ciao con la mano.