Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

domenica 15 novembre 2020

Turchese


E' color turchese, questa alba di Novembre, sfolgorante e lucida nel riflesso d'acqua dei marciapiedi. Polle piovane dove le stelle si rispecchiano opache e le foglie pigramente galleggiano come anemoni recisi dal serto funebre di Ofelia.

Caldo, nonostante il buio e il silenzio.
Caldo, nonostante sia Novembre.

Il turchese cola tra i rami sfoltiti un ingannevole, liquido riverbero marino, che lacca di vivido azzurro i  portoni e i balconi, e la coda pendula di un gatto di sentinella su una gronda.
Turchese, colore dinamico  che mal si coniuga con i battiti rallentati del mio cuore dal tumulto delle tempie sature dell'eco  dei miei pensieri, che solo la fitta, vorace penombra di un'alba gotica, riuscirebbe a ridurre al silenzio, piuttosto che lo sfarzo celebrativo di questo cielo marino che sovrasta la città col suo crudo alone salino.
Colate di vitreo azzurro simili a silenziosi, istantanei lampi verticali, dirompono dal lontano orizzonte, colmando di colore, per una frazione di secondo, gli interni bui delle case da cui emergono, come reliquie scampate al naufragio, il contorno di un mobile; la stoffa di un divano; la cromatura di una lampada; il bianco di una porcellana. 
Oggetti di vita quotidiana strappati alla loro oscura, segreta esistenza, ed impietosamente scaraventati alla deriva di questa insidiosa alba anomala, come quelle scarpine apolidi di donna che gli abissi pietosi hanno restituito alle onde, e le onde alla terra, per una più compassionevole sepoltura. 

Ma pure quegli oggetti mi commuovono, provo empatia per essi come fossero cose vive e sofferenti perché strappati alla ordinarietà della loro funzione e nudamente esposti nella precarietà della loro materia. Contenitori sviliti della loro essenza come della loro anima, semplici strutture di supporto al servizio delle nostre esigenze, pronti a disfarcene ai primi sintomi di erosione, logoramento, ingiallimento.
Anime innocenti. Ed indifese.
Continuo a pensare ad essi come detentori di una consapevolezza sia pur temporanea, che a noi umani, invece, sfugge. Nessun coltello penetrerebbe il petto di un uomo se non ci fosse la mano di un assassino ad indirizzarlo. Nessun fucile sputerebbe proiettili se non ci fosse l'ordine di un generale ad imporlo. 
Coltello e fucile se ne starebbero a poltrire, placidi ed innocui, in qualche ripostiglio, senza covare intenti malvagi, piuttosto familiarizzando con gli arnesi del contadino o quelli del falegname, e ancor più mitemente se lo sgabuzzino fosse quello di una massaia.


Ho spesso fantasticato quale oggetto vorrei essere semmai un giorno si verificasse una mia trasmutazione e, senza alcun dubbio, direi la cornice di uno specchio.
Una cornice barocca, eccessiva e trasbordante di geroglifici, ghirigori e volute, un intrico da giungla, al centro del quale come un placido lago immoto si spanderebbe la liscia superficie dello specchio. 
Un pezzo artistico, niente affatto informale e dotato di personalità preponderante. Che s'impone.
Una di quelle opere d'arte che prima ancora del nome dello scultore si visualizza la scultura.

Un oggetto magnetico che cattura lo sguardo e lo intrappola nel suo intrico floreale come in un inestricabile labirinto, mentre il riflesso d'acqua dello specchio devia la prospettiva e smarrisce i sensi.
Un oggetto diabolico ma non crudele. Un'enigma.

Un'enigma, come quest'alba turchese che gocciola sulla città naufraga il suo freddo, alieno incendio incandescente.

venerdì 30 ottobre 2020

Gina Colombo's Restaurant (cap. 3)

 


 Piani

Olimpia, dalla finestra, aveva visto Angie Rose rientrare perché l’attendeva sull’uscio e, senza darle il tempo di profferire parola, la tirò dentro.

«Devo mostrarti una cosa, ma tu, però, non devi dirlo a nessuno.» Disse cavando fuori dal ripiano di un’anta della credenza della cucina una grossa sacca in cuoio verde.

«Guarda!» Esclamò, mostrandole la montagna di banconote al suo interno.

Angie Rose rimase un momento a fissare stupita quella ricchezza ordinatamente stipata, poi ritrovando la voce domandò: «Da dove proviene tutto questo denaro?»

«Non lo so. La borsa l’ho trovata stamattina, quando sono uscita a gettare la spazzatura. Era sotterrata dentro una buca dietro lo steccato del cortile, ma in maniera approssimativa e non troppo in profondità. La pioggia ha smosso il terreno e un manico ne è fuoriuscito. È stato quello che ha attirato la mia attenzione. Ho scavato un pochino e tirato su senza fatica.» Spiegò eccitata Olimpia.

«Evidentemente chi l’ha nascosta andava di fretta. Ad ogni modo questi soldi non puoi tenerli, sicuramente sono il provento di qualche malaffare. Devi consegnarli alla polizia!»

A quelle parole, Olimpia indietreggiò con la borsa stretta al petto: «Pensavo mi potessi fidare di te. Che fossi mia amica.» Mormorò risentita, guardandola con sospetto.

«Sono tua amica!» Ribadì con fermezza Angie Rose «per questo ti dico che quei soldi devi consegnarli alla polizia, perché chi li ha nascosti verrà a riprenderseli e non trovandoli verrà a cercarli qui, in questo palazzo. Stai mettendo in pericolo la tua vita e quella di tutti noi, Olimpia.»

«Questi soldi sono un dono della provvidenza e non un accidente. Posso usarli per un bel po’ di cose, come il trasporto di Bob per trasferirci da Rose in California o da Margareth in Arizona. E ancora ne avanzerebbero per una casetta e una polizza sanitaria per entrambi. Siamo vecchi, non abbiamo troppe pretese.» Poi, guardandola con aria furba, aggiunse: «Ma ce ne sarà anche per te, se starai dalla mia parte.»

Angie Rose scosse il capo in segno di diniego: «Non miro ai soldi ma a farti ragionare sulle spiacevoli conseguenze che potrebbero scaturire da questa situazione se non li restituisci. Devi portare la borsa alla polizia e devi farlo subito, prima che quelli vengano a cercarla casa per casa. Vuoi far correre rischi anche a Bob?»

«No.» mormorò Olimpia, lasciando cadere la borsa sul tavolo.

Sollevata, Angie Rose disse: «Salgo su a prendere il mio trolley per trasportare la sacca col denaro, daremo meno nell'occhio, e intanto telefono per un taxi.»

Olimpia fece cenno di si, ma quando Angie Rose fu sul pianerottolo, chiuse la porta col chiavistello.

«Stai alla larga dalla mia casa o te ne pentirai.» Minacciò da dietro la porta sbarrata
.

Angie Rose ed Hamlet quella sera giunsero in ritardo al ristorante, dove Gina, Jean Baptiste, Marta e Apache, erano intenti a cenare tutti insieme, come di consueto, prima dell’apertura del locale. Al suo ingresso Marta andò subito in cucina ad apparecchiare il suo posto con le pietanze tenute in caldo, mentre Hamlet le andava dietro festoso, già pregustando i bocconcini in serbo per lui.

«Eravamo preoccupati di non vederti arrivare, perché di solito sei sempre molto puntuale. Tutto bene?» Chiese Gina

«A dire il vero no.»

Apache le versò un generoso bicchiere di vino rosso: «Butta fuori il rospo, piccola.»

Lei lo guardò con gratitudine, ma scosse il capo:
«Ho promesso di non dir nulla.»

«Le promesse… anche loro hanno una scadenza. Soprattutto quelle d’amore » Obiettò, amaro, Jean Baptiste.  

«Angie Rose se non te la senti d’infrangere la promessa è un tuo diritto. Ma se quella promessa comporta un problema di cui tu non trovi la soluzione, e di quella soluzione hai invece un disperato bisogno, significa che la faccenda ora ti riguarda personalmente, ma se rimani fedele alla promessa del silenzio metti il tuo destino nelle mani dell’altro. Riflettici.» L’ammonì Gina.

 
Quel discorso, che era risuonato a tratti duro, conteneva una logica ineccepibile che colpì Angie Rose e la portò a valutare sotto una nuova luce l’intera vicenda, perché era vero che quella storia, di cui non riusciva a trovare la soluzione, ora la riguardava personalmente. E non era solo il suo destino ad essere nelle mani di Olimpia, ma anche quello di tutti gli altri condomini.

 Gina, vedendola silenziosa, le era andata vicino: «Scusa se sono stata brusca, ma era per dirti che non devi sentirti sola, e se quella soluzione non l’hai ancora trovata, magari insieme ci riusciamo.»  

«Hai ragione, non avevo riflettuto abbastanza, soprattutto sulla mia implicazione e sulle conseguenze.»

Così Angie Rose raccontò la storia della borsa trovata da Olimpia Collins.

«…ho creduto di averla convinta, ma quando sono uscita ha sbarrato la porta con il chiavistello.» Concluse amareggiata. «Non voglio che le accada nulla di male, ma cosa posso fare? Denunciarla? Non me la sento. Senza di lei Bob, il marito, rimarrebbe solo, senza nessuno ad accudirlo. Ma con la sua testardaggine, Olimpia, sta mettendo a repentaglio la loro vita e quella di tutti gli altri inquilini.»

«Intanto, finché la faccenda non si risolve puoi venire a stare da me.» Le propose Gina. «Ho una casa grande e spazio in abbondanza anche per Hamlet.» Poi, guardandola negli occhi aggiunse: «Non riuscirei a dormire sapendoti in pericolo quindi prendila come la richiesta di un favore personale.

«Gina ha ragione.» Convenne Marta «Te lo avrei proposto anch’io se a casa mia ci fosse un angolo libero.»

Angie Rose, le sorrise grata.

«Ad ogni modo una soluzione va trovata prima che la situazione degeneri. Una denuncia anonima?» Suggerì Jean Baptiste «E’ una vecchia signora, di cosa può venire incriminata?»

«Di complicità, ad esempio.» Disse Gina

«Ma quei soldi non li ha mica rubati lei.» Ribadì ostinato Jean Baptiste

«Ma non li ha neppure restituiti. Appropriazione indebita, anche questo è un reato» Sottolineò Gina

« Ma Angie Rose ha detto che non intende denunciarla, quindi bisogna trovare un’altra soluzione.» Intervenne Marta, riportando tutti al nocciolo del problema.

«Andrò io a recuperare quella borsa.» Disse Apache, che fino a quel momento era rimasto in silenzio. «Scalare l’appartamento di un secondo piano per me sarà un gioco da ragazzi, cosi come entrare in casa dalla finestra, praticando un foro nel vetro in prossimità della maniglia, con l’ausilio di una ventosa ed un diamante. Quello sull’ anello di Gina  può benissimo fare al caso...e  poi uno sturalavandino…di sicuro ne avremo uno in cucina.» Guardò Jean Baptiste che sembrava non aver afferrato il senso della richiesta e lo fissava con aria smarrita.

«Una ventosa.» Specificò Apache.

«Ventouse! Oui oui, bien sur.» Confermò lo chef, con un largo sorriso.

«Perfetto, abbiamo tutto quello che ci occorre, allora possiamo… »

Ma Gina lo interruppe «E se chi ha nascosto la borsa si fosse già messo in azione? Se nel frattempo avesse scoperto che è stata Olimpia Collins ad averla?»

«Gina ha ragione, Apache.» Disse Angie Rose «Non sappiamo cosa è accaduto in questo lasso di tempo, e neppure voglio che tu ti ponga in una situazione di pericolo. Domani troverò argomenti più convincenti per indurla ad andare alla polizia.»

«Domani potrebbe essere tardi.» Ribadì lui in tono deciso «Se davvero ti sta a cuore l’incolumità della tua amica non abbiamo tempo da perdere.»

Angie Rose guardò Gina che assenti: «Chiamerò Lucy per sostituirti ai tavoli.» Si sfilò l’anello col diamante che consegnò ad Apache: «Infrangerei con la mia voce quella finestra se fossi certa di non far troppo rumore.»

«Lo so.» Rispose lui, sfiorandole una mano.

«Anche Hamlet è della partita?» Domandò Marta, indicando il cane accucciato ai suoi piedi che sentendosi chiamato in causa aveva aperto gli occhi «Altrimenti posso badarci io. Mi fermo a dormire qui e domattina, in tutta tranquillità, Angie Rose può venire a riprenderlo.»

«Se tu sei d’accordo, preferirei venisse con noi, daremo meno nell’occhio. Una coppia che porta a spasso il cane non desta sospetti, e magari all’occorrenza Hamlet può esserci d’aiuto.» Suggerì Apache.

«Certo.» Rispose Angie Rose infilando il collare al cane che alla prospettiva di quell’uscita suppletiva, abbaiava festoso.

Jean Baptiste, intanto, era tornato dalla cucina con uno sturalavandino, esibito come un trofeo, che Angie Rose occultò nella sua capace borsa

.

Raggiunsero il Queens in taxi ma scesero un isolato prima e proseguirono a piedi per non destare la curiosità degli inquilini, in particolare quella di Olimpia Collins, anche se la presenza di Apache al suo fianco non sarebbe passata inosservata poiché la sua fisicità s’imponeva allo sguardo. Ma questo avrebbe potuto essere un punto di vantaggio, la prova, qualunque cosa fosse successa o dovesse succedere, della loro estraneità ai fatti, perché la prima preoccupazione di chi vuole commettere un reato è quello di rendersi irriconoscibile, e per Apache, questo, era davvero impossibile. Oltretutto la sua zoppia, che in realtà aveva inficiato solo in minima parte la sua agilità di ex stunt man, ma che volutamente ora accentuava per quella messinscena, lo avrebbe messo al riparo da qualsiasi sospetto.

Giunti al cancello condominiale, Angie Rose istintivamente guardò verso la finestra del secondo piano sperando di scorgere l’ombra di Olimpia dietro i vetri: quello sarebbe stato l’indizio che tutto era nella normalità. Ma lei non c’era e la luce era spenta, e questo la precipitò nell’angoscia perché Olimpia aveva l’abitudine di tenere sempre accesa una lampada nella camera di Bob.
E la finestra era appunto quella.

«Potrebbe essere uscita dimenticandosi di accendere la luce.» Ipotizzò lui per tranquillizzarla.

Angie Rose respinse con forza questa supposizione «Olimpia non esce mai a quest’ora così come non dimentica mai di accendere la lampada in camera del marito. E questo non fa presagire nulla di buono.»

«Non posso scalare ora la finestra, c’è ancora troppa luce e troppa gente in giro». Disse Apache scrutando il cielo e la strada.

«Andrò da lei per verificare che sia tutto a posto.»

«Mi sembrava di aver capito che non avesse gradito il tuo suggerimento di portare la borsa alla polizia, probabile quindi che neppure ti apra.»

«Riuscirò a farmi aprire. E’ una precauzione necessaria prima che tu t’introduca nel suo appartamento. Io e Hamlet andremo a verificare.» Era lei ora a gestire la situazione.

Apache alzò il pollice in segno di approvazione.

Angie Rose salì di corsa le scale fino al secondo piano insolitamente silenzioso senza l’alto volume della radio di Olimpia. Bussò ripetutamente alla porta ma senza esito. Fu l’inquilina della porta accanto, Helen Baker, a darle la notizia che lei e Bob erano al Queens Center Hospital perché lui aveva avuto una crisi respiratoria.

Angie Rose ringraziò la signora Baker per quella informazione che almeno, al momento, la rassicurava sulla sorte dei Collins: erano al Queens Hospital un luogo di gran lunga più sicuro della loro casa. Scese a comunicare la notizia ad Apache, ed insieme stabilirono che questo facilitava il loro progetto perché nella casa vuota lui avrebbe agito con minor affanno. Seduti ad una tavola calda ripassarono il piano: Apache sarebbe penetrato dalla finestra della cucina che s’affacciava sul cortiletto interno privo d’illuminazione, avvalendosi del sostegno di un alberello ibrido i cui rami più alti oscillavano a distanza ravvicinata dal davanzale della finestra di Olimpia. Una volta entrato avrebbe trovato la sacca di cuoio verde nella prima anta in basso a destra della credenza in cucina, perché era lì che Olimpia l’aveva nascosta. Una volta recuperata la borsa sarebbe ridisceso dalla finestra, e diretto alla stazione dei taxi e far ritorno a Brooklin, dove abitava. Il giorno dopo, in maniera anonima, avrebbe provveduto a recapitare la sacca coi soldi alla polizia.

Angie Rose si ripropose per una sua partecipazione più attiva al piano: «Non è giusto che sia tu solo a rischiare per un qualcosa che neppure ti riguarda»

Lui sorrise: «Riguarda te, e quindi mi riguarda »

Angie Rose tentò un sorriso che non riuscì a nascondere la sua preoccupazione. Apache se ne accorse e le strinse forte la mano, poi sottovoce e con aria da cospiratore, cercò di rassicurarla: «Tranquilla non corro alcun pericolo perché il nostro piano è assolutamente perfetto.»

«Quasi perfetto.» Lo corresse lei, seria «perché non abbiamo provveduto ad un paio di guanti per non lasciare impronte.»

«Non ci servono. Olimpia non andrà di certo a denunciare la scomparsa di una borsa piena di soldi che non le appartiene ma che nasconde però in casa. Piuttosto penserà che gli autori del furto siano gli stessi malviventi a cui lei l'ha sottratta. Piuttosto mi toccherà creare un po' di scompiglio negli armadi per non farle sospettare che sei tu il mandante: l'unica a sapere dove la sacca è nascosta.»

Uscirono dalla tavola calda che era già buio. Percorsero un tratto di strada affiancati, con Hamlet che paziente e silenzioso teneva il loro stesso passo, quasi avesse compreso la complessità del momento. Qualche metro prima del cancello condominiale si salutarono.

Angie Rose perorò di nuovo, appassionatamente, per un suo coinvolgimento nell'azione, ma Apache fu irremovibile.

«Ho scalato grattacieli, piccola, e profanato decine di finestre, alcune pure in fiamme, quindi cosa vuoi che sia per me arrampicarmi alla finestra di un secondo piano?» Domandò in tono teatrale. Poi, tornato serio la rassicurò un’ultima volta: «Andrà tutto come previsto, perché il nostro piano è assolutamente perfetto.»

Angie Rose fece cenno di si col capo. «Promettimi che se qualcosa non fila nel verso giusto troverai il modo di farmelo sapere. Io e Hamlet saremo due sentinelle in allerta.»

«Promesso, piccola.» Disse Apache allontanandosi nel buio.

 

mercoledì 28 ottobre 2020

My Dreames

 A questo punto della vita cerco conferma ai miei sogni, non più per realizzarli ma per non dimenticarli.



martedì 13 ottobre 2020

Gina Colombo's Restaurant (cap. 2)


 

Universi

Angie Rose ed Hamlet s’erano avventurati al parco nonostante il tempo minacciasse pioggia. Sarebbe stata una passeggiata breve ma indispensabile alle esigenze del cane che quella sera probabilmente, proprio a causa del cattivo tempo, non avrebbe potuto portare con sé.

Era stato un inizio di primavera freddo e piovoso, con pochi colori e senza troppa poesia. Le piogge frequenti avevano infoltito il suolo di erbette e fiori spauriti, che schiaffeggiati dal vento e insultati dall’acqua, sfiniti declinavano le corolle ancora acerbe a marcire in quell’humus vegetale. Hamlet, attratto dalle loro ingannevoli ombre nell’erba, si fermava ad annusarli nel loro ultimo, evanescente profumo, e poi mestamente tornare sui suoi passi, Avevano raggiunto l’area riservata ai cani, e Angie Rose lo aveva liberato dal collare e lasciato libero di correre ed esplorare a proprio agio, mentre lei, poggiata allo steccato si predisponeva a leggere un libro, senza però perdere di vista Hamlet che giocava con altro cane, anche quello un lupo, a rincorrere e poi riportare indietro una palla rossa che qualcuno dall’altra parte del prato, lanciava. Dei soliti che frequentavano il parco con i loro cani, e con i quali aveva un cordiale scambio di saluti e di battute, a quell’ora non ve n’era nessuno, ma Hamlet aveva comunque trovato un compagno di giochi e lei l’opportunità di terminare la sua lettura.
S’era alzato un vento leggero che recava stille di pioggia frammiste ad un lieve sentore di fragola, ed era ormai ora di avviarsi verso casa dove avrebbe velocemente pranzato per poi correre alle lezioni di Alfred Hayden. Diede di voce ad Hamlet che, accomiatandosi festosamente dal nuovo compagno di giochi e scodinzolando alla carezza del suo padrone, era prontamente corso al suo richiamo.
Lungo le scale propagava un buon odore di cucina e Angie Rose sospirò alla prospettiva del suo pasto preconfezionato, inodore ed insapore. Avrebbe comunque recuperato con la sempre ottima cena al ristorante di Gina, prima dell’orario di apertura, insieme a tutti gli altri dello staff.

Era giunta al pianerottolo del secondo piano nel momento in cui Olimpia Collins, in tuta e bigodini, aveva aperto la porta.

«Ciao Rose (la chiamava solo Rose perché quello era il nome di una delle sue figlie)  hai tempo? Vorrei mostrati una cosa». Era rimasta sulla soglia invitandola con un gesto ad entrare.


Olimpia Collins aveva sempre un pretesto per farti entrare a casa sua per scambiare due parole. Angie Rose ricordò la prima volta che era stata abbordata dalla vecchia signora con la scusa d’infilarle un ago da cucito.

«I miei occhi non sono più buoni, nonostante questi.» Le aveva sorriso e indicato gli occhiali dalla montatura antiquata

«Forse dovrebbe rifare le lenti» Aveva suggerito Angie rose.

Con un gesto della mano, Olimpia, aveva scacciato quell’ipotesi e indicando lo spiraglio della porta della camera da letto da cui s’intravedeva un uomo disteso supino, aveva detto «Ho altre priorità»
Così aveva conosciuto anche Bob, il marito di lei, affetto da una malattia degenerativa che gli aveva atrofizzato prima i muscoli e poi i sensi. Le loro due figlie, Rose e Margareth, vivevano in altri stati, e la lontananza e il tempo avevano reso sempre più sporadici i loro incontri, che alla fine s’erano ridotti ai solo contatti telefonici. A casa dei Collins la radio era sempre accesa e ad un volume piuttosto alto, e questo era costante motivo di discussione con gli altri inquilini: «Ma perché non la metti in camera di Bob così può ascoltarla ad un volume più basso?» qualcuno le aveva suggerito.

«Bob è completamente sordo. Che se ne fa della radio?» Aveva risposto divertita Olimpia: «Sono io che l’ascolto, ma ad un volume più basso non potrei sentirla da una stanza all’altra».

Era il silenzio, l’assillo di Olimpia. E la solitudine. Allora cercava d’ingannarle stazionando sulla porta per abbordare chi era di passaggio e ascoltare la radio, ventiquattro ore su ventiquattro, ad un volume elevato.
Angie Rose lo aveva capito e avrebbe voluto fare qualcosa per lei, ma oltre ad accettare un invito per un caffè o scambiare due parole sul pianerottolo, non aveva tempo per altro.

«Mi scusi Olimpia, ma oggi vado proprio di fretta.» Cercò di tagliar corto, ma l’altra la trattenne per un braccio: «A qualunque ora rientri, prometti di venire a vedere. E’della massima importanza.»
Angie Rose promise.


Dal Queens, dove lei abitava, aveva raggiunto in metro il quartiere Dumbo, dove in una ex  cartiera ristrutturata risiedeva la prestigiosa “Alfred Hayden’s Acting Shool”, e aveva fatto il suo ingresso proprio mentre stava andando in scena la parte finale  di una furibonda lite tra Alfred Hayden e Jason Taller, uno dei suoi studenti: e non stavano recitando.

«…e non solo non metterai più piede nella mia scuola di recitazione, ma in nessun’altra.» Hayden scandì l’ultima frase con rabbia, stringendo i braccioli della sedia a rotelle e sporgendosi col busto in avanti come per mettersi in piedi per sbatterlo lui stesso fuori dall’aula.

Jason aveva accolto quella minaccia con un’alzata di spalle: «Vorrà dire che passerò direttamente al palcoscenico.»  Poi, in tono amaro, aggiunse: «Hayden, nel tuo passato sarai stato anche un grande attore ma nel presente, come uomo, vali meno di zero.» Disse avviandosi alla porta

«Cosa ne sai, tu, Taller, di come deve essere un uomo?»

A quella provocazione Jason era tornato indietro col chiaro intento di sferrargli un pugno, ma poi s’era fermato. «Non mi abbasserò al tuo livello, Hayden.» Lanciò un’occhiata circolare al silenzioso auditorio degli studenti: «Per quanto ancora continuerete a farvi bullizzare da lui?» Chiese.
Senza attendere risposta, uscì dall’aula.

«Visto che non lo sai, Taller, di come deve essere un uomo?» Urlò Hayden in direzione della porta. Poi, in tono gelido, congedò i suoi allievi: «Per oggi la lezione è terminata.»
Nessuno di loro obiettò.

Fuori, in gruppo, si stava ancora commentando l’accaduto e Angie Rose chiese spiegazioni sui motivi del litigio.

«Ha tolto a Jasmine Wright la parte di “Anna Christie”, adducendo che lei non era all’altezza di quel ruolo che competeva, invece, ad una prima donna del calibro di Jason Taller.» Spiegò Peter Newton ridendo divertito «Poi ha chiesto chi di noi ragazzi si proponeva per la parte di Mat.» Rise ancora più forte «C’è da dire che Hayden ha un perverso senso dell’umorismo.»

«Peter, sei un povero stronzo!» Christine Logan esclamò con disprezzo, accingendosi a spiegare ad Angie Rose la dinamica dei fatti: «Jason aveva lo smalto alle unghie, è stato quello a mandare Hayden in paranoia, così quando Jasmine ha iniziato a leggere le sue battute lui l’ha interrotta dicendo che non era nel personaggio, che Anna Christie era una donna navigata nel sesso, una ex prostituta abituata a mentire sulla sua vera identità, per cui quella parte sembrava scritta per Jason Taller, che di certo l’avrebbe meglio, e più di chiunque altro, realisticamente interpretata: “oltretutto, Taller, si è presentato in costume di scena” il riferimento era, appunto, allo smalto alle mani»

 «E’ un maledetto figlio di puttana» S’intromise Andrew Saint Just vibrante di rabbia.

«Ammettilo, vorresti anche tu smaltarti le unghie ma non ne hai il coraggio.» Lo irrise Peter Newton.

A quella provocazione Andrew gli si era avventato contro gettandolo a terra. «Non vali i miei pugni e neppure il mio disprezzo.» Disse, voltandosi per andar via. Ma Peter s’era rialzato, lo aveva afferrato per le spalle e con una violentissima spinta lo aveva mandato a cozzare contro un muro. Andrew era caduto a terra privo di sensi, mentre un rivolo di sangue gli sgorgava da una tempia. 

«E’ stato lui ad iniziare. Lui mi ha mandato a terra. Lo avete visto tutti. Io mi sono solo difeso.» Peter Newton, smarrito ed accorato, cercava una conferma tra quelli che avevano assistito alla scena.
Nel frattempo dal telefono della scuola era stata chiamata un’ambulanza e avvertita la famiglia di Andrew.
Alfred Hayden, messo al corrente dell’accaduto, era uscito sul piazzale ammonendo gli studenti ad essere accorti nell’uso delle parole con i poliziotti ma anche con i giornalisti, che di sicuro anche la stampa si sarebbe interessata alla vicenda, e una pubblicità negativa non avrebbe giovato a nessuno.

«In fin dei conti si è trattato di un deprecabile incidente senza intenzione di dolo, e come tale va trattato.» Concluse, mentre il suo assistente cercava di tamponare il sangue che stillava dalla ferita alla tempia di Andrew Saint Just.

L’autoambulanza e la polizia erano giunte a sirene spiegate nello stesso momento. Andrew venne caricato sulla prima e Peter Newton sulla seconda, mentre venivano prese le generalità e raccolte le testimonianze di quelli che avevano assistito alla scena: tutti concordarono sulla versione dell’incidente.
Immobile, dietro i vetri della finestra del suo ufficio, Alfred Hayden aveva assistito a tutta la scena.

 

Era pomeriggio inoltrato quando Angie Rose fece ritorno al suo appartamento. Stava imbrunendo ma le nubi s’erano diradate allontanando la minaccia di pioggia, avrebbe così potuto portare con sé Hamlet. Questo la rasserenò e per un momento la catapultò nella sua caotica quotidianità, perché fino a quel momento era stata in balia di sensazioni contrastanti sugli avvenimenti accaduti quel pomeriggio nel cortile della “Alfred Hayden’s Acting Shool”. L’avere avvallato, nella sua testimonianza, come incidente la vigliacca aggressione di Peter Newton ai danni di Andrew Saint Just la tormentava, anche se era convinta che non era nelle sue intenzioni fargli fisicamente del male, e che era stato Andrew a menar prima le mani gettandolo a terra, anche se la miccia, però, l’aveva innescata lui con quella frase provocatoria. Un incidente…Peter però lo aveva aggredito alle spalle e spintonato con violenza contro il muro. Vista in questi termini la faccenda non poteva essere etichettata come incidente. Forse avrebbe dovuto rivedere la sua testimonianza. Ne avrebbe parlato con Christine Logan.

Al secondo piano si ricordò della promessa fatta ad Olimpia Collins, ma in quel lungo pomeriggio erano saltati tutti gli orari e aveva appena il tempo di una doccia e di un cambio d’abiti, e poi di nuovo in metro alla volta di Brooklyn, per il suo turno di lavoro al ristorante, e se fosse stata troppo stanca per il viaggio di ritorno avrebbe chiesto a Gina di poter usufruire della branda nel bugigattolo adiacente alla cucina, un ripostiglio ristrutturato in origine per offrire una stanza ad Apache, e usato poi per le situazioni d’emergenza. Angie Rose aveva valutato più volte di trovarsi un appartamento nelle vicinanze del ristorante ma gli affitti nella zona erano troppo alti in aggiunta alle spese per la scuola di recitazione, e il suo stipendio di cameriera, nonostante i generosi arrotondamenti di Gina, non sarebbe bastato per tutto. Avrebbe potuto cercarsi un lavoro più vicino al quartiere dove lei ora abitava, ma da nessun’altra parte avrebbe trovato il calore e l’empatia del “Gina Colombo’s Restaurant”. Gina, Marta, Apache e Jean Baptiste erano come una famiglia: si comprendevano e si sostenevano. Questioni gravi non c’erano mai state, almeno da quando lei vi lavorava, e neppure malintesi: era tutto alla luce del giorno, anche i mugugni non avevano ragione di perdurare nelle profondità delle viscere, quando portati in superficie trovavano uno sfogo e una soluzione.
Raffrontò il mondo luminoso e caldo di Gina Colombo e quello buio e freddo di Alfred Hayden: due universi contrastanti e distanti fra loro anni luce. E lei il ponte che mai, intenzionalmente, li avrebbe messi in contatto.

mercoledì 30 settembre 2020

“Gina Colombo's Restaurant” (cap.1)

 


Famiglie

Angie Rose era andata a vivere in quel condominio abitato da vedove e pensionati, perché la zona era tranquilla, l’affitto buono e le era permesso di tenere Hamlet, il suo cane lupo. Così s’erano installati nel piccolo appartamento all’ultimo piano, senza ascensore, con vista su un cortiletto interno buio d’inverno così come d’estate. Ma questo non era un cruccio per lei che di tempo per guardare il paesaggio ne aveva poco, e comunque avrebbe colmato l’assenza di luce e di sole con le passeggiate quotidiane al parco per sopperire alle necessità di Hamlet.
Angie Rose si rammaricava solo di non poter offrire al suo cane uno spazio più grande (avevano sempre abitato appartamenti molto piccoli) magari con un giardinetto, e più tempo per le uscite al parco. Ma Hamlet s’era sempre adattato a quelle carenze senza mai mostrare insofferenza: era un cane molto collaborativo e solidale, e di questo Angie Rose gliene era grata. Hamlet era tutta la sua famiglia, ovvero la famiglia che lei si era scelta. L’altra sua famiglia, invece, era quella del ristorante “Gina Colombo’s Restaurant” a Brooklin, dove lei svolgeva la mansione di cameriera. Gina Colombo, la proprietaria, una gigantessa barocca dai capelli corvini e dagli occhi di smeraldo, americana di origini genovesi, s’era conquistata la notorietà non per la bontà della sua cucina ma per la sua voce prodigiosa che propagava come un’eco gioiosamente apocalittica dal retro delle cucine e quando era in vena culminava nel prodigio della frantumazione dei bicchieri sulle tavole dei commensali. Allora scattava la standing ovation di quelli seduti ai tavoli e di quelli fuori la porta, inchiodati sul marciapiede dalla gagliardia dei suoi assoli micidiali. Perfino ad Hollywood s’erano interessati a lei, ma Gina aveva liquidato la faccenda con un no perentorio: non sono un fenomeno da baraccone. A Broadway, invece, mirava Angie Rose, motivo per cui risparmiava sui metri quadrati delle sue abitazioni e investiva il suo stipendio nella prestigiosa scuola di recitazione di Alfred Hayden, un tempo enfant prodige del teatro, la cui carriera era stata stroncata da un incidente stradale che lo aveva inchiodato su una sedia a rotelle, e questo aveva reso il suo carattere altezzoso da divo ancor più intollerante ed aspro. Ma pure i giovani aspiranti attori si sottomettevano alle umiliazioni e alle sue sfuriate, perché in assoluto era ancora il più bravo, il più talentuoso attore di teatro che avesse mai calcato un palcoscenico. Avere accesso ai suoi corsi era già di per sé un attestato di merito, che la selezione era severissima ed intransigente. Anche Angie Rose era rientrata tra gli eletti, non per la bellezza, seppure fosse molto attraente, ma per il suo talento.

Quel tardo pomeriggio Angie Rose e Hamlet si erano incamminati, alla solita ora, verso il ristorante di Gina, dove Hamlet poteva sostare nel cortile sul retro della cucina, in attesa che lei smontasse dal suo turno. Ovviamente se non faceva troppo freddo o pioveva, che altrimenti Angie Rose preferiva lasciarlo a casa, al caldo e al coperto.
Hamlet era la mascotte della piccola famiglia del “Gina Colombo’s Restaurant” che tra i suoi membri annoverava: Jean Baptiste, “l’uomo della provvidenza” come spesso lo etichettava lei, che la sua esperienza tra i fornelli l’aveva espletata come aiuto cuoco, e per breve tempo, su un mercantile.

Finché un giorno i piatti di Jean Baptiste erano stati etichettati da Logan Baker, celebre critico culinario attirato dalla leggenda della cucina di Gina Colombo, a verificare la bontà della cucina oltre la potenza vocale di lei, come mediocri.
“Al “Gina Colombo’s Restaurant” non si va per mangiare, che la cucina sinceramente è scadente: i piatti sono commestibili ma alquanto indecifrabili, per cui meglio non indagare sul loro contenuto, che per altro neppure viene riportato sul risibile menù offerto ai clienti. E non ci si va neppure per bere, visto che spesso i bicchieri finiscono in frantumi, ma per il curioso spettacolino messo in scena dalla proprietaria per attirare i clienti che altrimenti diserterebbero il suo locale.” precisò nell’articolo che aveva mandato su tutte le furie Gina che non s’era fatta scrupolo di andare a casa sua e ridurgli in pezzi vetri e cristallerie, non con la potenza della voce ma con una mazza da baseball.
Aveva poi respinto le dimissioni di Jean Baptiste, mortificato per il mancato apprezzamento della sua arte, e deciso a tornarsene in Francia dove avrebbe aperto un suo ristorante.
«Non dovrai temere la mia concorrenza, Gina, ci sono troppi chilometri di distanza fra new York e Parigi» Poi, con un sospiro che sapeva già di rimpianto, aggiunse: «E comunque a te non farei mai concorrenza».
Lei sorrise: «Se abbiamo avventori tutte le sere, Jean Baptiste, è per merito della tua cucina. Nessuno è così folle da spendere i propri soldi per rischiare un’indigestione, motivo per cui tu rimani qui a fare la concorrenza a tutti gli altri ristoranti di Brooklyn». Proclamò in tono convinto. E dello stesso avviso erano anche Marta, l’aiuto cuoca messicana, e Apache, il pellerossa che svolgeva mansioni di factotum.
 La querelle tra Gina Colombo e Logan Baker, s’era spostata dalle colonne dei giornali all’aula di un tribunale dove aveva vinto la tesi di Gina “nessuno è così folle da spendere i propri soldi per procurarsi un’indigestione”. Oltretutto a testimoniare in suo favore s’erano proposti molti dei suoi avventori. Logan Baker era stato condannato a pagarle un grosso risarcimento per i danni arrecati da quella sua pubblicità negativa, basata unicamente sulle percezioni del suo palato e quindi sul suo gusto personale, ma scientemente tesa a screditarla.
«La signora Colombo è una potenziale avvelenatrice». Aveva tuonato il critico culinario.
«E il signor Baker, invece, è un affamatore certificato». Era stata l’ironica risposta di lei.
Il risarcimento era stato diviso da Gina tra i suoi collaboratori, con una piccola maggiorazione consolatoria a Jean Baptiste, che stentava a riprendersi dall’onta subita.
«Perché in una famiglia che si rispetti si divide ogni cosa. E noi siamo una famiglia!». Era stata questa la frase più commovente e apprezzata delle sue motivazioni.
Un’affermazione vera, questa sua, perché ancora giovane era rimasta vedova e senza figli, non s’era più risposata, nonostante le innumerevoli richieste e i tanti corteggiatori, ma s’era goduta in piena libertà il  lascito del marito, che era stato un impiegato della Citibank, e poi, una volta tolti gli sfizi e le curiosità, s’era ripresa il proprio cognome e s’era lanciata nell’imprenditoria, aprendo quel ristorante a Brooklyn.
Jean Baptiste era stato il primo ad essere ingaggiato. Sopravvissuto al naufragio del mercantile che lo aveva condotto a New York, e a quello ancor più devastante della sua vita a Parigi, (il motivo per cui s’era imbarcato) era approdato a Brooklyn, determinato a spuntarla su quel suo destino persecutorio ed era capitato sul marciapiede del ristorante di Gina il giorno stesso che lo chef s’era licenziato per passare alla concorrenza, portandosi via anche l’aiuto cuoco. Attirato dalle voci irate provenienti dal retro delle cucine, era entrato giusto in tempo per vedere quello darsela a gambe sotto la minaccia di un coltellaccio da cucina brandito da una gigantessa vestita di verde e addobbata di ori come un albero di natale.
Liz Taylor, in versione macro e con gli occhi verdi: così gli era parsa Gina Colombo.
«Jean Baptiste Cassel; di professione chef, e per voi l’uomo della provvidenza». S’era presentato con grande savoir fair e molta faccia tosta. Sorrideva, all’apparenza tranquillo, senza però mai perdere di vista il coltellaccio, e pronto alla fuga se la gigantessa avesse dato segni di nervosismo.
Ma alla vista di quel giovane mingherlino, con due grandi occhi scuri e le orecchie a sventola, lei era scoppiata a ridere: «Davvero sei un cuoco? E cosa cucini, le pappe per i neonati?»
«Ho molti più anni di quelli che dimostro, Madame»
«E sei anche l’uomo della provvidenza, eh?»
«Oui, madame »

« E magari è vero, visto che non ho alternative. Seguimi, che ti mostro la cucine» Aveva detto Gina, di natura scaramantica, incline ad interpretare quella situazione come un segno del destino.

lunedì 21 settembre 2020

On the road

 Ogni viaggio, ogni tipo di viaggio, sempre c'insegna qualcosa, perché quello che davvero conta, al di là delle situazioni che lo determinano, delle circostanze in cui si svolge, e dello stato d'animo con cui ci si accinge ad intraprenderlo, è l'esperienza che se ne ricava, quella in grado di modificarci.





Ode alla leggerezza

 Circondiamoci di cose belle, poetiche, non visibili allo sguardo: le più leggere da portarci dietro, perché non hanno ombra.





sabato 1 agosto 2020

Il conte e lo zingaro



CONTE CAGLIOSTRO DEL VLAD
Antenati illustri, seppur discutibili, Cagliostro vanta nel suo albero genealogico, attraverso apparentamenti sotterranei e quasi sempre bastardi, come quello tra il casato palermitano dei Cagliostro e quello rumeno del principe Vlad III di Valacchia, al mondo noto come Vlad l'Impalatore o, meglio ancora, col suo nome patronimico Dracula.
Il mio piccolo conte nero dagli occhi d'ambra, sinuoso e indolente, pigro e tiranno, parco di fusa e di manierismi, domina la scena quotidiana con la regalità della sua presenza a cui affettuosamente, da subito e spontaneamente mi sono sottomessa, senza mai recriminare sul ruolo da lui assegnatomi che è quello di cameriera personale e addetta alla cucina.
Cagliostro ha una personalità strabiliante, misteriosa, impenetrabile, criptica, quasi soprannaturale, che unita ad una magnifica presenza lo rende unico e superiore, divo e divino.
Il piccolo Conte non chiede, si limita graziosamente ad accettare o rifiutare i miei doni, quali il cibo o le mie rumorose affettuosità.
Fermo, sulla soglia del salone, con quella sua meravigliosa coda imperiale svettante verso l'alto, significa che ha fame, che dobbiamo andare in cucina dove devo rifornire di cibo fresco il suo piattino, perché non ama le rimanenze, e i primi due bocconcini gradisce che glieli porga io col cucchiaino (sono convinta che se potesse farlo mangerebbe con le posate).
Con l'arrivo di Drugo, il gatto di Tiziano, mio figlio, questo rito irrinunciabile ha assunto un significato oltreché simbolico anche gerarchico: l'attestazione indiscussa della sua supremazia.
E così il momento dei pasti è diventato emblematico e anche cruciale, perché Cagliostro ha i suoi ritmi e i suoi tempi (piccoli bocconi di umido accompagnati ognuno da una presa di croccantini), consumati senza fretta e in perfetta tranquillità. Alla fine del pasto mi avverte che al momento ha terminato e posso sparecchiare.
Ma con l'arrivo di Drugo le cose si sono complicate.

DRUGO LO ZINGARO
Un motorino di fusa e gioia di vivere: questo è in sintesi Drugo.
Il piccolo tuxedo è una simpatica canaglia, di quel tipo che non puoi fare a meno di amare e nonostante ne combini di tutti i colori si è sempre disposti a perdonarlo.
Casinista, rumoroso, spericolato, gioioso, irruento, Drugo è l'esatto contrario di Cagliostro.
Vorace. Ha un appetito insaziabile. Spazzola la ciotola nel giro di un nano secondo e subito dopo attenta a quella di Cagliostro che, sdegnato dall'entusiastico trambusto che Drugo scatena all'ora dei pasti, mi ha fatto chiaramente capire che preferisce consumare i pasti in camera sua piuttosto che con quella peste.
Uno zingarello giostraio, un saltimbanco, un piccolo mendicante, uno spazzacamino: qualunque siano le sue origini Drugo non le rinnega ma se ne fa blasone, soprattutto dal momento che la dea fortuna, incantata dal suo temperamento, gli ha strizzato l'occhio e teso la mano quel giorno che, cucciolo minuscolo, vagava nel traffico e Tiziano ha inchiodato la macchina e lo ha preso a bordo: amore a prima vista per entrambi.
Fidandosi in chi lo ha salvato ha fatto il suo ingresso nella nostra casa e nelle nostre vite niente affatto spaventato e neppure timoroso, conquistando alla fine anche quell'osso duro di Cagliostro, che se è pur vero che non vuole averlo attorno all'ora dei pasti, non rifiuta però di lasciarsi coinvolgere nei giochi o di cimentarsi nella lotta. E anche di condividere, secondo la stagione, i luoghi più caldi o più freschi della casa.
Così come le affettuosità e le carezze, che distribuiamo in parti uguali, e nello stesso momento, per non alimentare possibili gelosie. Carezze che il conte accoglie benignamente come tributo dovuto al suo rango e alla sua magnificenza, mentre il piccolo zingaro, pancino all'aria, innesca il meraviglioso, dolcissimo motorino delle fusa, e riempie la casa, l'anima e l'intero mondo di quelle sue fantastiche vibrazioni.

Marilena
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giovedì 16 luglio 2020