Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

domenica 18 aprile 2021

Gina Colombo's Restaurant (cap 6)


 

Incontri/Scontri

Il suono della radio propagava ad alto volume lungo le scale, segno che Olimpia Collins era tornata. Il primo istinto di Angie Rose fu quello di farle visita per avere notizie di Bob, ma desistette per tema di un’accoglienza fredda, o peggio ancora di una scenata, quando la porta si aprì e Olimpia s’affacciò sulla soglia. 
«Ciao, Rose. Hai un momento?» Con un cenno del capo Olimpia la invitò ad entrare.
«Certo» rispose Angie Rose «Come sta Bob?» Chiese, entrando in casa.
«Meglio». Rispose asciutta la vecchia signora, poi saltando ogni preambolo, disse«Durante la mia assenza qualcuno è entrato in casa e mi ha derubato»
«Mi spiace. Hai sporto denuncia?».
«Perché me lo chiedi? Sai bene che non avrei potuto!» Esclamò stizzita Olimpia.
Angie Rose si limitò ad un’alzata di spalle: «Perché no? Se si sono portati via cose di tua proprietà».
«Qualcuno è entrato nel mio appartamento, ha frugato messo in subbuglio i cassetti e gli armadi e...e se fossi stata in casa magari mi avrebbe uccisa!»
«Io te lo avevo detto che le cose potevano mettersi male».Ribadì paziente, Angie Rose.
«Oh si, tu mi avevi avvertito e guarda caso è proprio quello che è avvenuto!».
«Cosa intendi dire?» Domandò esterrefatta la ragazza
Che la borsa l’hai rubata tu» Sibilò Olimpia, puntandole un dito contro.
Angie Rose, davanti a quell’accusa rimase per un attimo frastornata poi, cedendo alla rabbia, l’afferrò per un braccio e la condusse alla porta: «Salicontrollare a controllare!» Le intimò furiosa, mentre Hamlet ringhiava di sottofondo.
L’anziana donna si liberò dalla stretta e proruppe in una risata sarcastica: «Non ti faccio così stupida! Avrai nascosto la borsa da qualche altra parte al sicuro».
«Sei davvero meschina, Olimpia. Non abbiamo altro da dirci». Mormorò amareggiata Angie Rose, andando via.

Entrata in casa azionò la segreteria telefonica. Tra i messaggi c’era quello di Christine Logan che le comunicava che Andrew Saint Just era uscito dal coma e se poteva richiamarla. Cosa che fece immediatamente.
Dall’altro capo del filo le rispose Christine, cordiale e rilassata: «Andrew si è risvegliato».
«E’ una notizia splendida».
«Sta bene e non ha riportato nessun tipo di trauma. Direi che le cose vanno indirizzandosi nel verso giusto.
«Giusto, per chi?» Angie Rose domandò ironica
«Per tutti, visto che Andrew non intende denunciare Peter Newton e neppure Alfred Hayden» Ribatté tranquilla l’altra.
«Christine...pensi davvero che sia giusto? Poteva morire o riportare gravi conseguenze, così ...».
«Ma per fortuna, non è successo » La interruppe impaziente, Christine: «E’ la decisione di Andrew, e va rispettata. Ti consiglio di non prendere iniziative personali, di non metterti di traverso, perché non troveresti nessuno dalla tua parte».
«Neppure Andrew, scommetto, troverebbe qualcuno disposto a supportarlo in caso di denuncia. E’ per questo che ha lasciato perdere?».
«Sei un’irriducibile idealista, amica mia. E se fosse per un ricco risarcimento? Una cifra con molti zeri?»
«Lo sai per certo?» Domandò delusa Angie Rose.
«E’ quello che si dice dopo la visita precipitosa di Hayden al capezzale di Andrew e l’espulsione di Peter Newton dall’Accademia». Concluse, sarcastica, Christine Logan.
Terminata la telefonata, Angie Rose si sentì pervadere dalla rabbia e dal disgusto, verso il mondo e verso sé stessa, soggiogata dal peso della sua impotenza a poter cambiare le cose e permettere alla verità e alla giustizia di trionfare. Christine Logan l’aveva definita “irriducibile idealista”, ma non era vero perché altrimenti, a dispetto della volontà di Andrew, avrebbe lei stessa denunciato l’abominevole baratto del denaro in cambio della verità. Si guardò intorno in cerca di una via di fuga, così come aveva fatto nel passato, quando non riuscendo ad opporsi a sua madre e far valere le sue ragioni, era fuggita. Ma allora, dalla sua, aveva le attenuanti della giovane età: una giustificazione che non riteneva più valida nel presente. Nell’ultimo periodo aveva disertato le lezioni, ma nessuno pareva essersene accorto. Nessuno l’aveva cercata, tranne l’ufficio amministrativo che con una lettera le ricordava che a fine semestre le sarebbero state addebitate anche le lezioni a cui non aveva partecipato. Un mondo cannibale, quello della “Alfred Hayden’s Acting School”, dove non contavano le persone ma i ruoli, e la sua assenza aveva costituito per qualcuno la possibilità di prendere il suo posto. Anche se nessuno, in verità, poteva reclamare il proprio posto, perché quello veniva stabilito, di volta in volta, dagli umori di Hayden.
La nausea l’assalì prepotente e corse in bagno a vomitare. Hamlet la seguì, arrestandosi sulla soglia. Conscia della sua presenza, Angie Rose, si chinò su di lui stringendolo in un abbraccio: «Grazie di esserci, amico» mormorò, accarezzandolo. Il cane la gratificò di uno sguardo adorante e di un guaito d’intesa.


«Angie » Sentendosi chiamare col suo nome dimezzato, s’era voltata sorpresa, mentre Hamlet, con un agile scarto, era corso verso l’ingresso del parco abbaiando festoso verso Simon ed Aretha.
Simon, liberata Aretha dal collare, la raggiunse: «Ciao, come va?» domandò, e senza attendere risposta aggiunse: «Speravo di ritrovarti».
«Deve essere il tuo giorno fortunato, allora» Disse lei, se con una punta d’ironia.
«Direi proprio di si» Rispose Simon, che non aveva rilevato il sarcasmo. «Ma a dire il vero la fortuna c’entra poco, in realtà ti ho aspettato tutti i giorni».
«Ha tutta l’aria di un appostamento: non è che sei uno stalker?».
«Se lo fossi mi avresti trovato sotto casa tua».
«Ma avresti prima dovuto scoprire dove abito».
«Non è così difficile per un detective».
Angie Rose si fermò e lo fronteggiò furiosa: «Sei un detective? Su incarico di chi stai lavorando? Di mia madre o di mio padre? Tanto non fa differenza, non voglio averci a che fare con nessuno dei due. Puoi riferirglielo e, in quanto a te, non farti più vedere».
«Aspetta!» Esclamò lui, cercando di trattenerla: «Deve esserci un malinteso... non so niente delle tue storie di famiglia e nessuno mi ha incaricato di rintracciarti. Il nostro incontro è stato del tutto casuale».
«Come questo? Scusami, ma mi riesce difficile crederti» Disse mentre metteva il collare ad Hamlet che attirato dalle voci concitate era tornato indietro seguito da Aretha.
«E invece dovresti! Se le cose fossero come tu immagini, cosa ci avrei ricavato a dirti che sono un detective?». Le urlò dietro esasperato.
«Stai lontano da me!» Lo ammonì infuriata, correndo verso l’uscita.
Nella concitazione del momento, dalla sua borsa era scivolato un libro “The Power Of The Actor”, declamava il titolo. Simon lo raccolse e la rincorse: «Ehy... Angie...il tuo libro».
Ma lei era già andata via.
«Dobbiamo ritrovarla per restituirle questo» Disse ad Aretha, mostrandole il libro « ma soprattutto per chiarire il malinteso. Sei d’accordo?» Aretha approvò dimenando la coda.



La luce filtrava morbida, schermata dagli studiati panneggi delle tende alla finestra del lussuoso ufficio di Alfred Hayden. Quando Angie Rose entrò lui era alla scrivania intento a firmare delle carte, e al suo ingresso non alzò gli occhi a guardarla e neppure le fece cenno di sedersi. Solo dopo aver terminato il suo lavoro, e riposto la penna nell’astuccio, la fissò freddamente e le porse i fogli su cui l’attimo prima stava scrivendo.
«Le sue dimissioni dall’Accademia, signorina Hathaway».
Angie Rose prese il fascicoletto dalle mani di Hayden e rimase incerta, in piedi davanti a lui.
«Non c’è altro. Può andare» Disse congedandola e tornando a concentrarsi sui fogli di una cartella.
Ma lei era rimasta ferma al suo posto, costringendolo ad alzare lo sguardo e prendere atto della sua presenza.
«Non me ne vado senza prima renderle note le ragioni per cui lascio la sua scuola»
«Non m’interessano i suoi motivi». Replicò indifferente
«Ma io intendo comunque dirglieli, e non me ne andrò di qui senza averlo fatto» Angie Rose si avviò alla porta e la chiuse a chiave.
«Cosa diavolo pensa di fare? E’ sequestro di persona, questo!» Scattò rabbioso. Era impallidito e una grossa vena pulsava sulla sua tempia sinistra.
«Io lo definirei un confronto privato su riguardo quanto accaduto ad Andrew Saint Just».
«Chiamo la polizia» Disse Hayden allungando la mano verso il telefono.
«Faccia pure. Quando chiederanno spiegazioni avrò molte cose da raccontare. In ogni caso sarebbe un secondo “incidente” che accade nella sua scuola, a distanza di pochi giorni. » disse guardandolo ironica «e credo che qualche sospetto lo desterebbe. Una cattiva pubblicità per la sua Accademia».
Alfred Hayden scoppiò in una risata: «L’ho sopravvalutata, signorina Hathaway, non è poi una così brillante attrice come avevo creduto. E sta recitando un copione già visto».
«Esattamente come lei, che da anni interpreta un unico ruolo: sé stesso. E vive di luce riflessa». Disse indicando gli attestati e i premi della sua passata carriera.
«Ma questi cimeli non sono bastati a riempire la sua vita non più sotto la luce dei riflettori, mentre lei voleva si continuasse a parlare di lei. E lo ha fatto con la collera di un uomo frustrato che ogni giorno scarica sui suoi studenti il suo livore, solo per ricordare a loro, e a sé stesso, la sua trascorsa grandezza. La odiano tutti ma a lei non importa, perché è da quest’odio che trae lo spunto per le sue piccole angherie quotidiane con cui umilia i suoi studenti, colpevoli di avere un futuro mentre lei ha solo un passato».
In un impeto d’ira tentò di mettersi in piedi ma non gli riuscì, e così afferrò un pesante fermacarte e glielo lanciò contro. Poi s’accasciò sul sedile della carrozzina, tremante e con il fiato smorzato.
Qualcuno prese a battere con forza alla porta, dopo aver tentato inutilmente di aprirla.
« Alfred...cosa sta succedendo?» Chiese preoccupata una donna dietro l’uscio : «Per l’amor di Dio, rispondi!»
Angie Rose aprì la porta e quella quasi la travolse, nel precipitarsi a soccorrere Hayden.
Nel cortile s’imbattè in Christine Logan e Jasmine Wright, ma le ignorò tirando dritta per la sua strada.


Splendida nel suo abito da sera rosso, un colore inusuale per lei che preferiva le tinte fredde, come il verde e il turchese, che risaltavano i suoi occhi, Gina Colombo s’era esibita, poco prima della chiusura, nello spettacolo della rottura dei bicchieri, infrangendo, con la potenza della sua voce, quelli apparecchiati sulle tavole e quelli nelle vetrine. Gli avventori, che erano stato adunati in una zona sicura del ristorante dove le schegge non potevano arrivare, applaudivano alla pioggia di cristallo e alla dea vestita di rosso che l’aveva provocata. Gina li aveva stregati con la sua voce e la sua presenza, ma i suoi occhi guardavano il fondo della sala dove c’era Apache. Angie Rose intercettò quello sguardo ma se ne distolse imbarazzata, come stesse violando un segreto che non le apparteneva, anche se, in quel momento, tutto pareva intriso di magia, palpitante e chiaro: alla luce del sole. Solo il suo cuore rimaneva buio, amareggiato dalle menzogne del mondo fuori la porta del Colombo’s Restaurant. Quel mondo a cui inevitabilmente avrebbe dovuto far ritorno quando il ristorante avrebbe spento le luci e chiuso i battenti. Ma di tornare a casa non se la sentiva e avrebbe chiesto a Gina di potersi fermare a dormire li, nella stanza che un tempo era stata di Apache. Hamlet era con lei e non c’era nessun altro a cui avrebbe dovuto rendere conto del suo mancato rientro.
«Puoi venire da me. La mia stanza degli ospiti è di certo più confortevole» Le propose Gina.
«Grazie» Rispose riconoscente « ma se per te va bene, vorrei stare qui».
Gina assentì, comprensiva: «A volte si ha necessità di restare soli...che è diverso, però, dall’essere soli...così di qualunque cosa tu abbia bisogno, chiamami». Disse indicando il telefono.
Già sulla strada, tornò indietro per un ultimo abbraccio.



Rimasta sola,
Angie Rose uscì con Hamlet nel cortiletto della cucina. La notte primaverile, brulicante di stelle, profumava di gelsomino. In lontananza si snodava il nastro scuro della strada punteggiato dalle luci dei fari delle auto in transito. Il paesaggio era tutto lì, racchiuso in quegli scarni fotogrammi: non c’era altro da vedere. Si sedette sulla soglia ed Hamlet le si accucciò accanto, col muso nel suo grembo. C’era una gran pace. Tornò a guardare la strada che, attraverso le assi orizzontali dello steccato, appariva segmentata in porzioni ordinatamente intervallate, nella distanza e nell’ampiezza. Ogni tratto d’asfalto conduceva verso luoghi e destini diversi. Quello percorso da lei l’aveva portata fin lì. Punto d’arrivo o di partenza?
Angie Rose non lo sapeva ancora, e forse non era poi così importante stabilirlo in quel momento.




































































































martedì 30 marzo 2021

La solitudine di una regina



Nello sfavillio delle luci e dei cristalli
lei, vestita del suo abito più bello
s'aggira nei saloni vuoti
dove non c'è nessuno che la inviti a ballare
nessuno che le porga un fiore
e le dica quanto sia bella.

Regina solitaria, nel suo fantastico regno
reclusa, nella sua inaccessibile torre
senza armigeri alle porte del castello
né lacchè ai cancelli dei giardini.

Avrebbe potuto gremire il palazzo
di corpi e di voci
pretendere, alla sua presenza, la poesia e l'amore:
ordini inderogabili i desideri di una regina 
con la postilla che chi aspira alla sua mano 
non avrà voce nella gestione del regno
che d'amare non è la donna che siede sul trono
ma quella che con lui dividerà il letto.

Avrebbe potuto allestire la scena
contentarsi di un inchino
e dell'assenso muto di una promessa
credere amore la quiescenza
e appagamento la sottomissione
perché nessuno rifiuta la mano di una regina.


Avrebbe potuto, con un battito di ciglia
inginocchiare, tra i suoi pretendenti,
l'eroe più ardito, il più bello e fiero,
e farlo suo sposo.
Ma lui avrebbe finto l'amore o provato davvero?








domenica 14 febbraio 2021

Un incontro a San Valentino

 

 


 

Esterno giorno: Parco di Villa Gordiani, Roma est

Cupid siede esausto su un rudere dell'antica casa patrizia, dopo aver scagliato a desta e a manca tutte le sue frecce. Quando mi scorge, seduta su una panchina intenta a sbocconcellare un enorme maritozzo con la panna, vola nella mia direzione e inizia a ronzarmi attorno. E' diverso da come lo immaginavo: piccolo e grassottello, con due alucce celesti e la voce piccina

Cupid: sembra buono (indica il maritozzo)
Io: non sembra, lo è! (rispondo con la bocca piena)

E' sospeso all'altezza del mio viso così vicino che lo sento sospirare. Immergo un dito nella panna per offrirgli un assaggio.

Cupid: grazie, non posso, sono in servizio

Io: ho notato che non hai più frecce nella faretra, tecnicamente hai terminato il tuo turno
Cupid: mi sono fatto prendere dall'entusiasmo.

Malizioso mi strizza un occhio. Lo tento di nuovo con la panna, ma lui fa cenno di no col capo.

Cupid: anche se non ho più frecce stacco comunque a mezzanotte: oggi è San Valentino
Io: ma senza attrezzatura come proseguirai la tua mission?

Cupid: le frecce non sono indispensabili: le sostituisco con le atmosfere dei paesaggi.
Io: davvero?
Cupid: si, anche se scagliare dardi è molto più divertente.

Mentre mi lecco le dita dalle briciole del maritozzo lui si è seduto sulla spalliera della panchina. Fa freddo, ma sullo sfondo dirama una luce tenera, primaverile, mentre un passerotto canta una romanza d'amore alla sua lei che sta affacciata ai rami più alti dell'acero davanti la panchina.

Io: ma guarda che mattinata fulgida sta venendo fuori. Opera tua?
Cupid: no, figurati, so far di meglio.
Io: ad ogni modo anche così è bello.

Traggo dalla borsa il cellulare ed inizio a scattare foto: alla luce, ai passerotti ed anche a Cupid che si mette in posa e sorride.

Nello scatto la sua immagine però non appare.

Sono delusa anche se un p' me lo aspettavo.

Cupid: non ti sei persa niente: non sono fotogenico.
Io: se per questo neppure io.

Ridiamo.

Cupid: sei single?
Io: dovresti saperlo.
Cupid: no, mica posso conoscere lo stato civile di tutti.
Io: allora quando scagli le tue frecce i bersagli sono casuali?
Cupid: più o meno.
Io: ora si chiariscono un bel po' di cose!
Cupid: sei delusa?
Io: direi confusa, perché se questo spiega il colpo di fulmine crea, però, zone d'ombra riguardo le affinità elettive.
Cupid:  ma non è un tuo problema visto che sei single

Rilevo un tono ironico e mi pongo sulla difensiva.

Io: cosa vuoi dire?
Cupid: niente di più di quello che ho detto.
Io: eh no, adesso mi spieghi.
Cupid: ma cosa devo spiegarti?
Io: che intendevi con: non è un tuo problema, visto che sei single?
Cupid: che, in quanto single, la faccenda non ti tocca. Noi angeli non usiamo i doppi sensi.
Io: e pensi che ti creda...così...sulla parola?
Cupid: se non mi credi me ne farò una ragione. Ad ogni modo ho terminato la mia pausa. Ti saluto.

Sta per involarsi ma io riesco a trattenerlo per una gamba

Io: non vai da nessuna parte se prima non chiarisci cosa intendevi con...
Cupid: sei un caso impossibile! Ti basta come spiegazione?

Scuote le piccole ali, si libera dalla mia presa e sparisce alla vista.
Ma io gli urlo dietro: quando non si hanno argomenti la via più facile è la fuga.

Sono perplessa e anche delusa da questo incontro con Cupid.
Chissà poi cosa intendeva quando ha detto: sei un caso impossibile!


 

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giovedì 28 gennaio 2021

Deja vù


 



Apro gli occhi e mi ritrovo sempre nello stesso de javù. Anche stamani nulla di nuovo sotto il sole, nel paesaggio immutato, ed immutabile, della mia casa e del mondo esterno. Perfino le parole che mi salgono alle labbra sono sempre le stesse anche se pronunciate con sfumature diverse, e non sempre a causa dell'umore, piuttosto  della memoria e delle percezioni del momento.

"La vita a modo mio" io non sono stata capace di realizzarla, che se ne avessi avuto il coraggio forse mi sarei salvata dalla monotonia del deja vù e dall'oppressione della rimozione d'interi periodi della mia esistenza, non necessariamente i più tristi o dolorosi, ma quelli dove la mia presenza era un ingombro anche per me stessa. "Non essere mai stata sul posto" è la gomma con la quale ho cancellato intere pagine del mio vissuto, senza nemmeno prendermi la briga di riscriverle in una versione migliore. Ma la rimozione non ha portato nessun beneficio, nessuna salvezza, perché quei vuoti, a distanza di anni, sono a me visibili, ed ancora più dolorosi, a causa della mia impotenza a ricordare correttamente, e alla mia onestà a non volermi servire di ricostruzioni fantasiose e a me più congeniali.
Così quei deja vù che pure dovrebbero rassicurarmi, operano, invece, in senso contrario, rammentandomi che le scarne proiezioni sono i residui di scene più complesse a cui io, scientemente, ho apportato tagli e censure.




venerdì 22 gennaio 2021

mercoledì 20 gennaio 2021

Il paradiso perduto


  L'angelo era tornato a spiare il giovane pastore intento al pascolo del suo piccolo gregge, sulle colline dell'Arcadia. Gli piaceva guardarlo anche se non riusciva a spiegarsi il perché di quell'attrazione. Forse per la sua bellezza, seppur terrena ed imperfetta, e con il tempo destinata a sciuparsi. Dura pochi anni lo splendore negli uomini, e per chi è povero ancor meno Così dell'oro di quei capelli, del rosa dell'incarnato e dell'azzurro degli occhi, non ne sarebbe rimasta alcuna traccia, sepolti sotto una polvere di grigio, il colore della vita degli indigenti. L'attrazione per quella fragile bellezza, però, non era sufficiente a spiegare il motivo del suo interesse, perché dove l'angelo dimorava tutto era improntato all'incanto e alla magnificenza. All'armonia e alla perfezione. E lui stesso ne era l'emblema. 
Il giovane pastore, tutt'altro che perfetto, aveva un modo contadinesco di muoversi e di gesticolare, e una voce acuta, che diventava aspra, nel richiamare le greggi. Eppure l'angelo trascorreva  le sue ore ad ammirarlo, affascinato da quei contrasti che lo seducevano. Lo divertivano e lo ammaliavano. Provava sensazioni sconosciute, dolci ed irruente insieme, senza però riuscire a definire quel calore che dal ventre propagava al cuore. E lo stordiva. Lo confondeva. Precipitandolo in un abisso inesplorato di gioia e di disperazione.

Il pastore, quasi ne avesse avvertito l'impalpabile presenza, guardò verso l'alto, ma abbacinato dal sole, distolse lo sguardo.
L'angelo allora odiò il sole che invadeva il cielo con la sua luce di fuoco e tornò di notte, quando il chiarore della luna avrebbe permesso ai loro sguardi d'incontrarsi. E soffiò via le stelle, per nettare il firmamento da qualsiasi altra luce che non fosse la sua. Il pastore dormiva nel suo riparo di fortuna, steso su un pagliericcio, il bel volto reclinato su una spalla, la bocca leggermente dischiusa e i biondi capelli ad ombreggiargli gli occhi. La corta tunica, scomposta nel sonno, scopriva un corpo levigato d'adolescente, ma già ruvidi gli arti e le mani callose.
Il tempo aveva già iniziato la sua opera di distruzione.

Una lacrima sgorgò dagli occhi dell'angelo chino su di lui, e si posò, lieve come un bacio, sulle labbra del giovane che, nei riflessi del sonno, la nettò con la lingua. Quel tocco, leggero ed umido, l'angelo lo avvertì sulle propria bocca, e gli pervase i sensi con un ardore sconosciuto ed avvolgente, impudico e carnale. Sconvolto da quella tentazione che sapeva di peccato, si ritrasse e volò via.
Ma tornò la sera dopo, perché guardarlo alla distanza ormai non gli bastava più, e si stese accanto per vederlo dormire e respirare il suo respiro. Ma quella vicinanza, anziché acquietarlo, lo pervase come una febbre senza cura, e il delirio muto in cui si dibatteva lo rese temerario. Con mano tremante sfiorò i capelli del giovane con una casta carezza, poi con dita lievi indugiò sulle sue labbra e, sempre più ardito, scivolò sul petto glabro, sui fianchi stretti e i glutei lisci. Dal contatto della sua pelle si lasciò inebriare senza più opporre resistenza.
Il pastore aprì un attimo gli occhi (che all'angelo parvero più azzurri di tutti i cieli esplorati) confuso, pervaso dalla sensazione di un languido sogno, e a quello s'offrì docile. A quello e alle sue mani.
E lui lo colse, penetrandolo piano, con infinita dolcezza, per non travolgere nell'onda dei sensi la poesia sublime di quell'amore innocente, ma più di tutti peccaminoso.
Lo vegliò tutta la notte su quel letto di paglia, con disperazione e amore infinito, consapevole che per il giovane al suo risveglio sarebbe stato il ricordo di un sogno bagnato, e per lui, invece, il paradiso perduto.

 

 

 





domenica 17 gennaio 2021

Gina Colombo's Restaurant (cap 5)


Umori

Angie Rose lottò contro la tentazione di scendere nel cortiletto per dare un supporto ad Apache, ma in quello lui era stato irremovibile: «Non avertela a male ma mi saresti d’intralcio.» Così si limitò a vigilare dietro i vetri della finestra con i sensi tesi a captare i rumori esterni, pronta ad accorrere in suo aiuto se il caso lo avesse richiesto.
Prima di salire al suo appartamento s’era comunque sincerata del perdurare dell’assenza di Olimpia Collins, immaginando che sarebbe rimasta a vegliare il marito in ospedale. Ipotesi confermata da Helen Bennet: «Sono stata tutto questo tempo con la porta socchiusa per sentirla rientrare e avere notizie di Bob, ma evidentemente ha deciso di restare con lui al Queens Hospital. Le avevo lasciato in serbo anche una porzione di arrosto per la cena…posso offrirla a te, cara? Non sono brava con l’arrosto ma questa volta mi è venuto davvero buono.»
«Grazie, signora Bennet, ma ho già cenato.» Rispose avviandosi alle scale..
«Hai paura che ti avveleni?» Chiese, offesa, Helen Bennet, dalla tromba delle scale.
Quella domanda strappò una risata ad Angie Rose e un guaito ad Hamlet.

Aveva trascorso la notte insonne, poi al mattino la telefonata di Apache  la tranquillizzò: 
«Tutto ok, piccola.» Niente altro Ma avrebbe saputo i particolari la sera stessa, perché raccontarli al telefono sarebbe stato imprudente.
Le dispiaceva che al suo ritorno, Olimpia Collins trovasse violato il suo appartamento, ma era stato necessario per evitarle mali peggiori. Ad ogni modo immaginava che questa disavventura avrebbe posto la vecchia signora al centro dell’attenzione, una volta tanto per un motivo diverso da quello del volume troppo alto della sua radio. E questo, ad Olimpia, non sarebbe dispiaciuto. Ma forse, soppesando attentamente i pro e i contro, non ne avrebbe fatto parola con nessuno. Ed era quello che Angie Rose s'augurava.

Confortata dalla notizia che tutto fosse filato nel verso giusto, si predispose, come d’abitudine, seppure in forte anticipo sull’orario consueto, alla consueta passeggiata mattutina al parco con Hamlet. Non aveva dormito quella notte, ma il cielo terso, che preannunciava una giornata finalmente primaverile, la confortò predisponendola all’ottimismo. Il supporto di una tazza di caffè forte e nero, rinforzato con un’abbondante dose di zucchero, contribuì a cancellare ogni residuo di stanchezza e di ansia.
Rise, quando traendo dal ripostiglio il sacchetto blu contenente guanti, paletta e bustina, il necessaire per le escursioni al parco, Hamlet, al colmo dell’eccitazione, iniziò con la coda a spazzare l’aria e saltarle addosso, per quell’uscita fuori orario.
Al secondo piano, davanti la porta di Olimpia Collins, Angie Rose rallentò l’andatura di Hamlet tirando con dolcezza il collare, e sostò in ascolto sull’uscio. Dall’interno non proveniva alcun rumore, ma dalla porta accanto le parve di percepire lo sguardo assonnato di Helen Bennet, osservarla dallo spioncino. 
Ad ogni modo, fino a quel momento, nessuno dei condomini s’era accorto dell’intrusione notturna di Apache nell’appartamento di Olimpia. 


Uscita dal portone gettò uno sguardo verso il cortiletto, luogo d’azione di Apache, per vedere se fossero rimaste tracce del suo passaggio, ma non ne scorse. Aveva fatto uno splendido lavoro, anche se può sembrare cinico definire “uno splendido lavoro” il furto nell’appartamento di un’anziana signora.
Apache s’era dimostrato all’altezza delle sue passate imprese di stunt man, ma che fosse anche un affascinante complice, questo lo aveva scoperto nelle ore trascorse assieme. Si chiese se si stesse innamorando di lui. Lo aveva apprezzato, all’interno della famiglia allargata del “Gina Colombo’s Restaurant” per la sua forza, la sua sagacia e la sua generosità. Ed anche perché era l’unico che riusciva ad imporsi a Gina, con quel suo modo paziente, saggio ed ironico, davanti al quale le furie appassionate di lei si stemperavano in ruvida arrendevolezza che lui accoglieva con cavalleresca, amorevole gratitudine. Sempre un passo dietro di lei, ma in realtà era lui che la guidava. Angie Rose sapeva che in passato avevano avuto una relazione, ma non conosceva i motivi per cui fosse finita. E se davvero fosse mai finita, perché nel loro modo di guardarsi, di sfiorarsi, di parlarsi, trapelava un’emozione luminosa che sapeva di sentimento.
Si stava innamorando di lui? Continuò ad interrogarsi sulla strada del parco in quell’azzurro mattino di primavera, felicemente confusa e senza sentirsi in colpa nei confronti di Gina. Non le doveva spiegazioni: quello che lei provava per Apache, era solo suo. Non ne avrebbe parlato neppure con lui, ma non avrebbe finto con sé stessa, (le finzioni erano appannaggio dell’attrice non della donna) rinnegando e respingendo quell'emozione come una cosa di cui vergognarsi. Piuttosto, quell’onestà verso sé stessa l’avrebbe messa al riparo dagli inganni psicologici, in cui altrimenti sarebbe incorsa, stabilendo da subito che era solo lei ad essere innamorata: questo l'avrebbe resa consapevole di quel particolare momento della sua vita. Le tornò alla mente la frase del poeta tedesco Friedrich Holderlin “ti amo, ma la cosa non ti riguarda”, trovando in quella la radice dell’amore perfetto, o meglio “del perfetto modo d’amare”. Si sentì in pace col mondo e con sé stessa.
 
Giunti al parco, tolse il collare ad Hamlet che subito era corso via per tornare subito indietro e saltarle gioioso intorno. Lei si chinò a stampargli un grosso bacio sulla testa e il cane la ricambio con amorevoli leccatine sulle mani. Rimasero seduti nell’erba a scambiarsi effusioni umane e canine fino a quando una palla rossa rotolò nella loro direzione, rincorsa da un altro cane lupo che quando vide Hamlet si fermò, per sollecitarlo, con brevi latrati brevi acuti, a partecipare al gioco. Hamlet accettò l’invito e corse verso di lui. Era lo stesso cane col quale aveva giocato il pomeriggio precedente. Entrambi rincorrevano la palla rossa che il padrone dell'altro cane scoccava con una potenza di braccia degna di un lanciatore di baseball, che avanzava nella sua direzione, continuando a rilanciare la palla che i cani, a turno, riportavano indietro. Quando fu a pochi passi la salutò con la mano.
«Simon, dog sitter di Aretha.» Disse presentandosi ed indicando il compagno di giochi di Hamlet, uno splendido lupo dal mantello nero compatto.
«Ah, dunque è una lei.» Disse Angie Rose, carezzando il cane che docile le si era avvicinato. 
«Decisamente!» Esclamò Simon, esibendo un collare fucsia. «E’ il suo colore preferito.»
La ragazza rise alla battuta ed espletò le presentazioni: «Angie Rose e Hamlet.» 
«Posso?» Chiese Simon, sedendosi nell’erba accanto a lei, mentre Aretha ed Hamlet esploravano, con qualche prudenza, l'interno di un cespuglio. Ora le differenze fra i due cani lupo risaltavano più evidenti,   nel colore del pelo, nero compatto quello di Aretha, focato quello di Hamlet, ma anche nelle proporzioni:  leggermente più piccola e slanciata lei, più massiccio e poderoso lui. 
«E' bellissima Ne accudisci altri?» Chiese Angie Ros
«No.  Solo lei. Aretha è il mio cane.»
«Scusa, devo aver frainteso, mi sembrava d’aver capito che fossi il suo dog sitter.»
«Mi qualifico come dog sitter perché detesto i termini “proprietario” e “padrone” riferiti ai nostri amici a quattro zampe. Posso definirmi il proprietario di una macchina, di una casa, di un qualsiasi oggetto, ma non di un altro essere vivente. Non di Aretha.»
Aretha, sentendosi chiamata in causa, era venuta ad accucciarsi vicino a lui, con il muso sulle sue gambe e lo guardava con occhi da innamorata.
«Hai ragione, ma non credo che chi ha un cane lo usi in quel senso. Io, almeno, non l’ho mai inteso così» Obiettò, perplessa.
Da sotto lo zuccotto nero, gli occhi verde bosco di Simon, sorrisero.
«Sono sicuro che tu non l’abbia mai inteso in quel modo, e forse nessuno di quelli che ha un cane, ma a me proprio non mi riesce di dirlo. Dog sitter mi sembra più appropriato, e poi è quello che nella realtà per loro siamo.»
Angie Rose assentì.
«Stabilito che io non faccio il dog sitter per professione ma solo per amore, tu, invece, cosa fai nella vita?»
«La cameriera ai tavoli, in un ristorante di Brooklyn.» Rispose laconica. 
Con i ragazzi che le piacevano evitava di aggiungere al suo scarno curriculum vitae i suoi studi recitazione e la volontà di diventare un’attrice, perché nelle due storie sentimentali più importanti, al momento della rottura s’era rivelata un’arma a doppio taglio, entrambe le volte accusata “di essere stata una brava attrice”. Insomma di aver recitato. Di aver finto.
«Scommetto che avrai buone mance. Di solito i clienti sono generosi con le cameriere carine.»
Lei rise: «E’ un complimento o sei un esattore del fisco in incognito?»
«Sei molto bella.» Rispose lui serio. «Potresti fare l’attrice o la fotomodella.»
«Ci vuole talento, ed io non ne ho.» Tagliò corto Angie Rose, togliendogli così la possibilità di una replica. Perché gli uomini negli approcci andavano sempre a parare in quel campo? «Ed ora devo proprio andare.» Radunò le sue poche cose sparse a terra e chiamò Hamlet.
Simon rilevò dal cambiamento di tono, che da cordiale s'era fatto brusco, che lei s’era messa sulla difensiva, ma chiederle scusa gli sembrava di avvallare un’intenzione con secondi fini che non aveva mai avuto. Si diede dello stupido a non aver avuto più tatto, perché chissà quante volte, rifletté, le era stato rivolto quell’apprezzamento con finalità più esplicite. Ma ormai il pasticcio era fatto e non gli rimaneva, nel salutarla, che darsi un contegno spontaneo per non incrementare dubbi sulle sue reali intenzioni. «Magari ci si rivede. Aretha e Hamlet, a quanto sembra sono diventati inseparabili. Dico bene, Hamlet?»
Al suo interrogativo il cane diede conferma con una serie di ululati che riscossero l’approvazione di Aretha.
«Certo, magari ci si rivede». Rispose lei in tono asciutto, accomiatandosi.


Angie Rose, prima di salire al suo appartamento, aveva chiesto ad Helen Bennet aggiornamenti sui Collins.
«Proprio stamane, Olimpia è tornata per prendere un cambio pulito per Bob. Andava di fretta, come puoi ben immaginare, ma a quanto pare lui ora sta meglio, respira autonomamente e a breve potrà tornare a casa.»
«Una gran bella notizia, signora Bennet.» Disse Angie Rose sollevata per lo stato di salute di Bob ma anche per il fatto che Olimpia non aveva fatto alcun cenno del furto subito: una conferma delle previsioni di Apache.
A casa, nella segreteria telefonica, trovò il messaggio di Christine Logan che l’informava che Andrew Saint Just non s’era ancora risvegliato, ma dalla tac, però, non era stata rilevata nessuna lesione cerebrale.
Richiamò Christine per avere più dettagli sulle condizioni cliniche di Andrew ma anche per discutere con lei dei dubbi sopravvenuti riguardo le testimonianze rilasciate alla polizia.
«Non è stato un incidente ma un'aggressione. Peter lo ha colpito alle spalle. Lo abbiamo visto tutti. Credo che le nostre dichiarazioni vadano riviste.»
«Io ci andrei cauta a rimettere in discussione l'accaduto. Ad insinuare sospetti. Avremmo tutti da perderci. Noi per primi se i motivi alla base della discussione tra Andrew e Peter fossero resi pubblici, con l’inevitabile coinvolgimento di Hayden. I giornali comincerebbero a parlare di bullismo e omofobia in una delle Accademie più prestigiose dello Stato, e magari si spingerebbe per la sua chiusura. »
«Quindi, secondo te, i metodi di Hayden sono etici? »
«No, sono odiosi, ma nessuno è costretto ad accettarli. A sottomettersi. Chi non tollera il suo sistema è libero di andarsene, come ha fatto Jason, ma senza per questo impedire agli altri di restare.»
«Dimentichi che tutto è nato proprio dalle offese omofobe di Hayden verso Jason. E se Andrew non si risvegliasse più? Continueremo a fingere che non sia successo niente?» Chiese, in tono duro, all'amica.
«Andrew si risveglierà! Ad ogni modo lascerei decidere a lui il da farsi.»
«E nel caso decidesse di denunciare, saresti dalla sua parte?» La incalzò, Angie Rose.
«Ti ho detto come la penso. La tua domanda è solo una provocazione.» Christine Logan riagganciò arrabbiata, senza darle il tempo di controbattere.
Angie Rose rimase male, non se lo sarebbe mai aspettato da Christine un atteggiamento simile, ma immaginò che non fosse la sola a pensarla in quel modo. Dal canto suo se Andrew, uscito dal coma, avesse deciso di denunciare, sarebbe stata al suo fianco. Non lo avrebbe lasciato solo.

 

 




  

sabato 9 gennaio 2021

Words

Strano come a volte ci si trovi definiti nelle parole di un altro, quasi fossero le nostre.



 

mercoledì 16 dicembre 2020