Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

domenica 27 febbraio 2022

Nazzareno/Banderas, l'intruso in Chicago Blues (Caccia all'uomo)


«
Hai ventiquattro ore, da questo momento, per sistemare la faccenda. Non un minuto di più.»
Mi aveva intimato Jack Randazzo prima di andar via, ed io, conoscendolo nel profondo (l'immagine tramandata ai lettori del tirapiedi di Vito Lo Cascio, corrisponde solo in piccola parte alla realtà perché, come ho già esplicitato nel capitolo precedente, Jack è uno psicopatico manifesto, ma per esigenze del racconto è stato epurato delle sue caratteristiche più compromettenti) l'ho preso in parola e senza porre indugi mi sono subito messa al lavoro. Dopo aver silenziato il cellulare e sprangata la porta di casa, mi sono seduta alla scrivania munita di un grosso thermos del caffè e di un pacchetto di Chesterfield Blue, che giaceva da tempo immemore  nel fondo di un cassetto (sono una ex fumatrice ormai da decenni), poeticamente conservato, in caso di apocalisse, come ultimo peccato e ultimo conforto. E cos'altro è la minaccia di Jack se non il suo preannuncio?

Da dove inizio? Mi sono chiesta accingendomi a sfogliare le pagine del romanzo, consapevole di non avere un tempo illimitato e quindi di non poterlo rileggere dal primo capitolo.
Da quale varco del racconto, Nazzareno/Banderas, si è intrufolato? Mnemonicamente ho iniziato a vagliare i vari passaggi del racconto, immaginando che il primo contatto tra Nazzareno/Banderas e Paddy O'Reilly, verosimilmente doveva essere avvenuto in un luogo molto affollato, dove l'approccio è più facile ed immediato, e non desta troppi sospetti. Basandomi su questa ipotesi ho da subito escluso tutti quei capitoli dove Paddy non viene mai tirato in ballo, ed anche quelli dove la scena è circoscritta a lui e ai personaggi principali. Questa considerazione mi ha permesso di scartare dalla ricerca anche determinate, location come la palestra di Sam e il "Blues Serenade", luoghi aperti al pubblico ma controllati dai tirapiedi di Vito Lo Cascio. Così non mi è rimasto che esplorare gli spazi esterni, quelli che per le esigenze della trama avevamo gremito di anonimi figuranti, senza volto e senza storia, letteralmente presi dalla strada. Questa selezione mi ha permesso a restringere il campo a soli quattro capitoli: "L'Assemblea" (cap. 33);" Incontro In City Hall"(cap. 39); "L'Agguato" (cap. 41); "Sweet Home Chicago" (cap. 47).
Da subito escludo "L'Agguato" perché credo sia impossibile per Nazzareno/Banderas, dai tratti fortemente latini e l'accento marchigiano, (anche se qualche somiglianza ce l'ha con Farrel Montero, uno dei capi dell'I.R.A in territorio americano, ma giuro che è del tutto casuale), potersi mimetizzare con gli uomini dell'I.R.A , preposti a portare in salvo in Irlanda, Paddy O'Reilly. Ma elimino anche "Sweet Home Chicago" e l'ipotesi che possa essersi intrufolato nella folla dei giornalisti che accolgono Paddy, novello scrittore dell'acclamato, seppur controverso, best seller "Chicago Blues" all'uscita dell'aeroporto, o tra quelli che l'indomani gremiscono, per la sua conferenza stampa, la sala del Drake Hotel, perché su tutti vigila come un mastino Hetta Delaney, la sua agente negli U.S.A.

Febbrilmente mi predispongo ad una full immersion tra le pagine de "L'Assemblea": l'aula gremita all'inverosimile, voci che si sovrappongono; il fumo delle sigarette e dei sigari è tutt'uno con quello delle parole; applausi e fischi; qualche battuta volgare che vorrebbe essere ironica (ma qui, d'altronde sono tutti uomini...) Intercetto Paddy O'Reilly, seduto sul palco dietro il tavolo dei rappresentanti sindacali, un po' defilato, ma dell'intruso, Nazzareno/Banderas, neppure l'ombra. Inizio ad innervosirmi. Guardo l'orologio e al posto delle lancette si materializza la minacciosa canna della Colt 1911 di Jack Randazzo. E così mi precipito a setacciare il capitolo 39 "Incontro in City Hall". Bla bla bla bla bla...anche qui non si fa altro che parlare e allora mi concentro sulle presenze ma soprattutto sulle assenze, dato che di Banderas e O'Reilly, non rilevo alcuna traccia. Niente che mi conduca a loro, almeno fino a pagina 288 dove, nella spaziatura che indica un scambio di scena c'è un vuoto temporale, forse il varco attraverso cui l'intruso si è infiltrato nella trama.
Cito testualmente da pagina 288, in questo inizio di dialogo tra il segretario Soundstrom e Hoffman, il sindacalista avversato da Paddy.

«Mi pare che manchi qualcuno», disse il segretario Soundstrom aprendo la riunione del direttivo sindacale.
Hoffman si guardò in giro.
«Si, ha ragione, manca quell'irlandese, O'Reilly».

Bingo!

Anche se non ho la più pallida idea di dove Paddy si sia cacciato, in compagnia di chi, però, potrei darlo per certo!

continua...

domenica 13 febbraio 2022

Nazzareno/Banderas, l'intruso, in "Chicago Blues" (L'antefatto)


 «Mi è giunta voce che lo conosci. Dov'è? Vito Lo Cascio lo sta cercando!» Jack Randazzo sibila minaccioso nel mio orecchio, sbattendomi sotto gli occhi la fotografia di Nazzareno Banderas.»
«Ti hanno informato male, l'ho visto una sola volta e non ho la più pallida idea di dove sia.» Controbatto, spostando la sua manaccia e cercando di non mostrarmi intimorita anche se, invece, ho una fottuta paura, perché io ed Angelo  Fabbri, in "Chicago Blues" abbiamo sottaciuto che Jack è un soggetto borderline.

In realtà, per quel che ci riguarda, è stata una scelta forzata, davanti alla sua minaccia di finire in fondo al Tevere con i piedi incatramati in due casse piene di cemento, la stessa tecnica usata per far fuori i due stupratori di Tina   (cap 16 "Up The River")  cosicché entrambi saremmo stati disposti a giurare, e spergiurare, che quel losco figuro fosse l'aiutante di camera del Papa anziché il braccio destro di Don Vito Lo Cascio.  Anche se, a onor del vero, ad accomunare Sandro Mariotti, l'assistente di Sua Santità, e Jack Randazzo, il tirapiedi di un mafioso, c'è solo la stessa stazza imponente e la mascella volitiva, ché le somiglianze, per fortuna, si fermano qui. Diversi i caratteri; diversi i datori di lavoro; diversa la missione che sono chiamati a svolgere. Soprattutto diversi i loro modus operandi.

Fingo disinvoltura mentre frugo nella borsetta alla ricerca delle chiavi, come se ritenessi la faccenda chiusa, quando quello, con un ghigno, mi spiana sotto il naso una Colt 1911 semiautomatica (realizzo in un lampo che era la pistola  preferita da Al Capone e...come lo so? Bè, per scrivere "Chicago Blues" io e Angelo abbiamo fatto una full immersion nei fatti e misfatti di quel periodo, tenendo conto anche dei gingilli allora in uso) e con un cenno del capo mi fa segno di entrare in casa.

«Cristo, Jack...metti via quell'arma!»
Per tutta risposta lui mi spintona dentro e con un calcio chiude la porta, e senza troppi complimenti mi spinge verso la cucina.
«Posso offrirti un caffè?» Domando conciliante, abbozzando un sorriso che vorrebbe essere seducente ma che mi viene sghembo. Una smorfia per niente attraente.
«Siediti!» Mi ordina indicandomi con la colt la sedia incuneata tra la parete ed il tavolo. Così non ha bisogno neppure di legarmi.
«Non ho molto tempo, Jack, devo andare a lavorare (lavoro in una ditta di pulizie perché almeno ho di che pagare le bollette e la connessione ad Internet, in attesa dei diritti di autore, semmai verranno) e se non mi vedono quelli si preoccupano e mi vengono a cercare. Quindi facciamo presto.» Dico, deglutendo.
Lui tira indietro il capo e scoppia in una fragorosa risata, battendosi le mani sulle cosce: «No so se hai più fantasia o senso dell'humor, piccerè.» Poi, in tono di nuovo minaccioso, aggiunge: «Te lo chiedo per l'ultima volta: dov'è Nazzareno Banderas?»
A questa domanda rispondo irata: «Ti ho già detto che non lo so! Non lo conosco. L'ho visto una sola volta, quando ha accompagnato qui mia madre che si era persa. Devi credermi!»
«Se non lo conosci, spiegami come diavolo è finito nella trama di "Chicago Blues"? Urla, battendo un pugno sul tavolo. «E' entrato in combutta con  Paddy O'Reilly e lo ha convinto a cambiare il finale della storia, per avere un ruolo di primo piano, mettendo così  a repentaglio gli affari e la carriera politica di don Vito.»
«Paddy O'Reilly non può cambiare il finale: siamo solo io ed Angelo Fabbri, gli autori, a poterlo fare, e non c'è possibilità per altri di manomettere la trama.» Ribatto ridendo, sollevata dalla soluzione così facile ed immediata dell'intera faccenda.
«Paddy O' Reilly non può cambiare il finale» Mi fa eco, Jack, facendomi il verso. «Allora spiegami come mai don Vito è finito sotto processo, insieme ad Al Capone, per evasione fiscale?» Replica sarcastico, con una luce omicida negli occhi.
«Non ci credo...non è possibile.» Ripeto smarrita, scuotendo la testa e fissandolo attonita.
«Non mi è mai piaciuto quell'irlandese, avrei dovuto farlo fuori già dalla sua prima apparizione. Ma questo Nazzareno Banderas mi piace ancora meno.» Poi scandendo le parole e mostrandomi la pistola, intima: «Hai ventiquattro ore, da questo momento, per sistemare la faccenda. Non un minuto di più.»
«Perché sei venuto a cercare me e non Angelo Fabbri? Il romanzo lo abbiamo scritto insieme e quindi, in tutto questo, anche lui ha una parte di responsabilità.» Chiedo, mentre lui è già sulla porta.
«Perché in "Chicago Blues" Nazzareno Banderas, l'intruso, è giunto tramite te, quindi sei tu a dover rimettere a posto le cose!» Esclama chiudendosi la porta alle spalle e negandomi ogni possibilità di replica.

sabato 20 novembre 2021

La trappola di carta


(Pubblicato nell'antologia "Progetto Gostwriter" da "Quelli di Writer Monkey.it" Dicembre 2019)

GHOSTWRITER (1)
«Questo è il materiale che mi avete commissionato. Ovviamente, se non è sufficiente posso produrne altro. Ma credo sia meglio non esagerare. Nella trama ci sono le slabbrature necessarie a creare l'illusione di un'opera prima. Lo stile è leggermente ibrido, immaturo, quel tanto che basta a conferirgli un marchio di autenticità» aveva sottolineato il ragazzo, visibilmente soddisfatto, porgendo la pennetta USB a Rene Malvasi, direttore della casa editrice “Lo stilo di Calliope”.
«È tutto qui dentro». 
Renè aveva allungato una mano per prenderla, riuscendo però solo a sfiorarla poiché il giovane prontamente l'aveva tirata via.
«Ovviamente il mio avvocato ha in consegna la prova documentale del mio lavoro svolto per voi. Una tutela necessaria nel caso si verificasse un malaugurato inadempimento al nostro accordo».  
Di nuovo aveva sorriso strizzandogli l'occhio e posando la chiavetta internet sulla scrivania.
«Non ci sarà nessun problema» replicò seccamente l’altro senza ricambiare il sorriso.
«Sarà un bene per tutti».
Il tono del ragazzo era rilassato. Ironico perfino. Sulla soglia si voltò indietro per un'ultima raccomandazione: «Non dimentichi che la macchina da scrivere deve essere una “Olivetti Lettera 22” perché Nicola Sapiero usava solo quella». 

ALICE SAPIERO (1)
La notizia del ritrovamento dell'inedito di Nicola Sapiero aveva sollevato negli ambienti letterari pochi entusiasmi e molti scetticismi, poiché alla sua facondia letteraria erano stati attribuiti, già nel passato, ritrovamenti di originali rivelatesi poi fasulli. 
Autore prolifico come pochi altri, aveva fecondato col suo seme creativo la metà del secolo passato e diverse signore che lo avevano attraversato. Il numero dei figli che avevano reclamato un riconoscimento di paternità era pari a quello degli inediti, scoperti post mortem, che aspiravano alla legittimazione del suo nome.
La notizia di questo ennesimo ritrovamento, data con discrezione da Alice Sapiero, nipote dello scrittore, passò all'inizio inosservata: un trafiletto scarno, semi nascosto tra la pubblicità chiassosa di una nota casa di lingerie e il roboante annuncio del divorzio della diva tal dei tali.
Uno spazio angusto in antitesi alla grandezza letteraria di Sapiero.

Ad ampliare quello spazio, però, fu proprio quella nipote ospite in un banale talk show, di quelli dove il pettegolezzo è spacciato per cultura, s'impose all'attenzione degli spettatori quando all'ennesima provocatoria domanda sulla vita privata del nonno s'era alzata e aveva schiaffeggiato il conduttore.
Vertiginoso picco d'ascolti per una trasmissione mediocre, dove quella reazione spontanea aveva messo a tacere l'odioso sgarbo delle parole.

Alice Sapiero s’era mostrata aggressiva perché mortalmente ferita nel nome e negli affetti”: questo il commento dei giornali schierati dalla sua parte. 
Era intervenuta in suo sostegno anche la lobby degli intellettuali, che mai s'era posizionata a difesa se non dello scrittore almeno delle sue opere, e mai aveva contestato il fatto che troppo spesso, e ad arte, s'era andata strumentalmente creando una perversa correlazione tra le trame dei suoi romanzi e la sua vita reale, alienandogli il consenso della più vasta fetta di lettori.
...ma ora, fra le troppe ombre e le poche luci che s'erano nuovamente accese sulla vita di Sapiero, a cercar di riportare il tutto ai toni discreti della penombra, ci avrebbe pensato quella sua nipote battagliera.

LO SCOOP EDITORIALE
Anche la stampa più conservatrice aveva plaudito al gesto di Alice, intendendolo come un atto di pietà a proteggere la memoria del nonno la cui biografia basava più sulla sua leggenda, nei decenni rimaneggiata ed ampliata, che su una cronologia veritiera.
Il tentativo della donna era quello di far accendere i riflettori sullo scrittore piuttosto che sul libertino. Che si parlasse, una volta tanto, solo delle sue opere, e in particolare di questo inedito, l'ennesimo tra i tanti ritrovati e mai, dagli esperti, validati.
Chiaramente falsi, perché se lo stile dello scrittore era assai scarno, privo di quegli stilemi che lo avrebbero reso difficile da imitare, era nella trama che si rivelava il suo inconfondibile marchio, in quel suo modo sottile, diabolico, di sparigliare le carte fin dal primo capitolo, sapientemente trascinando il lettore in un machiavellico gioco di chiaroscuri e di realtà apparenti.

"Leggere un racconto di Nicola Sapiero è penetrare le geometrie interconnesse, le costruzioni impossibili, le distorsioni dell'infinito, di Maurits Escher: un'irrazionalità logica".
Questa la definizione data dalla Enciclopedia Treccani delle opere dello scrittore.

Opere che dopo la sua morte erano cadute nel dimenticatoio, e se ancora se ne parlava era per via delle tracce che Sapiero aveva lasciato quando era in vita.
...e da quel passato s’era materializzata quella sua nipote bellicosa che andava affermando che l'inedito era indiscutibilmente autentico perché da lei stessa ritrovato quando, frugando nell'archivio di casa alla ricerca di un atto notarile, da un'anonima cartelletta era fuoriuscito il fascio di fogli dattiloscritti, perfettamente conservato (salvo l'ingiallimento della carta dovuto al tempo) di quel racconto giovanile del nonno, sepolto tra i documenti di famiglia.

Nascosto, perché il padre di Nicola (il bisnonno di Alice),era assolutamente contrario al fatto che il figlio scrivesse, avendo ipotizzato per lui una carriera, sulle sue stesse orme, nel campo della cardiochirurgia.

«Ed è giusto affermare che il nonno, amando così tante signore, sempre di cuori, infine, si è occupato». Con questa battuta leggera Alice Sapiero si era conquistata le simpatie e gli applausi della platea.
…ma sulla trama del racconto il giornalista non le aveva cavato una parola di bocca.

«È al vaglio degli esperti, toccherà a loro stabilire se il materiale che ho ritrovato nella casa del nonno, tra le sue cose, appartenga a lui» aveva puntualizzato con sferzante ironia. «Assurdo, ma è così. Un paradosso, questo, di cui anche lui avrebbe riso e forse ricavato un racconto: il canovaccio ideale per una delle sue storie/labirinto» aveva replicato sarcastica, concludendo l’intervista.

STORIE/LABIRINTO
"Storie/labirinto": anche questa sua suggestiva definizione delle opere del nonno fece velocemente il giro degli ambienti letterari. Coincisa e asciutta, perfettamente rappresentativa della narrativa dello scrittore.
"Storie/labirinto" poteva benissimo diventare il titolo con cui editare, se il dattiloscritto si fosse rivelato originale, una collana coi suoi racconti più di successo e proporli ad un pubblico giovane, non condizionato dalla cattiva fama dello scrittore o forse, proprio in virtù di questa, maggiormente attraente.
...in attesa dell’esito dell'esame documentale materiale, che era stato affidato al massimo esperto del settore, quel professor Donato Cristofari al cui vaglio erano stati sottoposti, già nel passato, gli inediti attribuiti a Nicola Sapiero e da lui smentiti.

PERIZIA E VERDETTO
Delle ingenti spese di quella costosa consulenza se ne era interamente fatta carico lo "Stilo di Calliope" la storica casa editrice dello scrittore, dopo che la nipote aveva sottoposto ad un loro primo giudizio il dattiloscritto.

«Opera di Nicola Sapiero. Senza alcun dubbio», aveva affermato Edmondo Spada, biografo ufficiale e profondo conoscitore delle sue opere, che seppur ormai molto avanti con gli anni e afflitto da una cecità progressiva, conservava una mente lucidissima ed una memoria di ferro.
«Non mi occorre la vista per stabilire, senza alcuna incertezza, che questo scritto è di Nicola: sofismi, paralogismi, paradossi e astruserie, magistralmente confezionate per menti altrettanto contorte quanto la sua. A pochi è data tanta immaginifica fantasia. E a nessun altro nel suo stile. Ma questo inedito è assolutamente fantastico. Geniale. Supera di gran lunga tutti i suoi altri racconti».

Autentico!
Avevano stabilito all'unisono il professor Donato Cristofari, in qualità di consulente tecnico grafico, e il professor Edmondo Spada, critico, biografo e studioso delle opere dello scrittore.

Autentico!
Avevano titolato, a caratteri cubitali, le riviste letterarie, con il resto dei media a far da cassa di risonanza.

Autentico!
«Autentico lo era fin dall'inizio, ma ora con l'avvallo degli esperti lo è definitivamente» aveva ribadito, con pungente ironia, Alice Sapiero all'intervistatore.
«Possiamo quindi chiudere questo capitolo. Riguardo la trama non mi è possibile rivelare nulla, è top secret. Posso però anticipare che solo una fantasia fuori dal comune, fervida e possente come quella del nonno, avrebbe potuto concepire una storia così assolutamente singolare. Sono certa che ne riparleremo a pubblicazione avvenuta».

GHOSTWRITER (2)
Il giovane ghostwriter aveva fatto irruzione nello studio di Renè Malvasi, visibilmente agitato: «C'è una falla nella trama!» aveva detto in tono melodrammatico.
«Impossibile. La storia è stata studiata, documentata e vagliata in ogni sua minima parte. Escludo qualsiasi tipo d'errore» aveva ribadito freddamente Renè Malvasi.
«L'errore c'è, ovviamente involontario, anche se non balza istantaneo agli occhi: un minuscolo rammendo in un tessuto perfetto. Nessuno lo ha rilevato, neppure quel professor Spada, il massimo esperto delle opere di Sapiero, ma all'interno del penultimo capitolo c'è l'utilizzo del termine "virale" inteso come contagio sociale, mentre all'epoca era usato solo in campo medico. Un errore madornale. Considero quel libro il mio capolavoro, anche se non reca il mio nome l'ho pur sempre scritto io. Mi sono fedelmente attenuto ai dettami stabiliti, anzi, imposti, ché se avessi goduto di libertà d'azione la storia l'avrei concepita con più ardite e spericolate circonvoluzioni. E quell'errore, di certo, non ci sarebbe stato. Ma io l'ho commesso ed io vorrei porci rimedio».
Il tono del giovane era risoluto.
«Il tuo lavoro, ragazzo mio, per il quale sei stato profumatamente pagato, è terminato. Tutto quello che riguarderà i destini del libro non è più affar tuo. L'autore del racconto non sei tu, ma Nicola Sapiero: memorizza questo concetto, per il tuo bene. È il mio amichevole consiglio. Non c'è altro d'aggiungere. Puoi andare».
Renè lo aveva congedato indicandogli la porta.

IN STAMPA
Uscito il ragazzo, l'uomo s'era affrettato al cellulare e strappando via la maschera dell'autocontrollo aveva inveito contro il suo interlocutore.
«Mi era stato assicurato un lavoro perfetto ed ecco che invece esce fuori quest'errore. Il ghostwriter…un genio senza alcuna esperienza. Il mio peggior timore, quello di una sua svista, alla fine si è avverato. No…non mi calmo! Il libro è già in stampa e non è possibile sospendere niente, e poi è già stato tutto programmato, presentazione e conferenza. E gli ordini…i maledetti ordini che ci sono piovuti copiosi, perfino dagli USA! E bloccare tutto non si può, potrebbe destare sospetti. Dobbiamo vederci. No...non qui, meglio incontrarci in un luogo neutro. Va bene, ci vediamo lì, tra un’ora».

ALICE SAPIERO (2)
«Non capisco, Renè, perché abbiamo dovuto vederci qui e non nel tuo studio. Stupido è questo incontrarsi così, di nascosto, come due cospiratori. O due amanti clandestini. Anche se un tempo lo siamo stati».
Alice aveva sfiorato la mano dell'uomo che però aveva sottratto la sua.
«Non so come fai a rimanere così calma davanti ad una catastrofe simile!» disse lui, arrabbiato.
«Perché non c'è nessuna catastrofe, ma la potresti provocare tu, con i tuoi isterismi. Allora qual'è il problema? Dov'è la falla?».
«Nell'aver usato, ante litteram, e in ambito sociologico, il termine "virale", quando invece nel secolo scorso lo si adoperava esclusivamente in campo medico. Il ghostwriter si è reso conto di averlo inserito, nel penultimo capitolo, nella sua accezione moderna. Avremmo potuto facilmente sostituirlo se il libro non fosse già in fase di pubblicazione».

«E come lo avremmo sostituito? L'ultima risma di fogli d’epoca è stata tutta utilizzata per la stesura finale del racconto. E quei fogli, come ben sai, li ho poi donati, mi occorre ricordarti, su tuo suggerimento, alla "Biblioteca Nazionale delle Arti della Scrittura" che inaugurerà una sala alla memoria di Nicola Sapiero. Ma chi vuoi che vada a rileggere quei dattiloscritti che giaceranno seppelliti in una teca per i prossimi secoli? E per quel che riguarda il neologismo, incautamente usato, potremmo attribuirlo ad un errore di stampa».

«Un errore di stampa per giustificare un termine di nuova generazione in uno scritto del secolo scorso?
Ti rammento che il termine “virale” stampigliato da un’obsoleta macchina da scrivere su fogli d’epoca custoditi nella teca di un Museo, e spacciato come racconto originale, è sotto la vista di tutti» disse René Malvasi, sempre più nervoso, faticando a mantenere l'autocontrollo.

«E allora non rimane che mettere in risalto ciò che si vorrebbe invece nascondere. Il nonno, negli ambienti letterari, è sempre stato ritenuto un precursore dei tempi, nulla di strano, quindi, di un suo utilizzo ante litteram del termine "virale"».

«Ma come fai ad essere così, Alice? A non prendere mai nulla sul serio? Questo è uno dei motivi per cui è finita tra noi. Inutile parlare con te. Me ne vado!» sbottò esasperato nell'atto di alzarsi, ma lei lo bloccò con un perentorio “siediti!” a cui lui, prontamente, obbedì.

«Tra noi è finita perché tu hai sposato la figlia del grande editore, e non me: hai scelto la sicurezza e la vita facile. E la carriera. Seppure non ti sei dimostrato molto abile neppure in questo. Sposare la figlia del capo non ti ha dotato di quel carisma che non hai mai posseduto. Credo di averla scampata a non essere stata io la prescelta. Sei rimasto il piccolo vigliacco di un tempo.  Puoi anche recitare con i tuoi sottoposti la parte dell'uomo di ghiaccio, ma non con me che ti ho visto piangere, asciugato quelle tue lacrime e quietato le tue angosce. A causa della tua assoluta mancanza di lungimiranza hai portato sull'orlo del fallimento la casa editrice ereditata da tuo suocero, perché hai sempre preferito vivere nelle certezze, fossero anche quelle degli altri, e non rischiare mai nulla di tuo. Anche ora pensi solo a te stesso, dimenticando che in questo affaire altri stanno correndo rischi: il giovane ghostwriter, consapevole di star confezionando un falso; il dottor Cristofari che lo ha autenticato; l’onesto, ed innocente, professor Spada, che lo ha avallato; io stessa che ho ideato la messa in scena. Se ci riesce questa mano di poker portiamo a casa tutti qualcosa: tu salvi la tua casa editrice, i tuoi agi e forse anche il tuo matrimonio; il ghostwriter avrà un cospicuo bottino che gli permetterà di scrivere per se stesso e far conoscere al mondo il suo genio letterario; il professor Cristofari…lui è il personaggio del momento, condurrà un programma televisivo dove svelerà i segreti della grafologia analizzando la scrittura dei vip, mentre io, finalmente, potrò riabilitare il nome di mio nonno, al quale non è mai stato perdonato il peccato di aver pienamente vissuto e di averlo fatto a modo suo. Per tutti questi motivi siamo costretti, continuando freddamente a barare, a giocare fino alla fine questa nostra mano di poker».

LA TRAPPOLA DI CARTA
«Questo è il materiale che mi avete commissionato. Ovviamente, se non è sufficiente, posso produrne altro. Ma credo sia meglio non esagerare. Nella trama ci sono slabbrature necessarie a creare l'illusione di un'opera prima. Lo stile è leggermente ibrido, immaturo, quel tanto che basta a conferirgli un marchio di autenticità».
Con voce sicura, Alice Sapiero, in piedi davanti ad un leggio, aveva dato inizio alla conferenza stampa.

«Questo che ho letto è l'incipit de "La Trappola Di Carta", l'inedito di Nicola Sapiero, mio nonno. Un racconto straordinario, non solo per la trama ma per come è stato concepito, attraverso una perfetta concatenazione di eventi affinché tutto si realizzasse, a distanza di decenni, secondo il piano da lui elaborato, dove fantasia e realtà, strettamente connesse, si sarebbero rivelate inscindibili l'una dall'altra, in modo che la trama del racconto diventasse quella della realtà».

Pausa strategica.

Alice s'interruppe il tempo occorrente per far assimilare all'auditorio questa parte del suo discorso, godendosi, nel frattempo, lo stupore che le sue parole avevano prodotto.
Punti interrogativi che guizzavano come luminescenti fiammelle nel buio.
Luci al neon in una notte di eclissi: così Nicola Sapiero avrebbe descritto quello stupore.

«Luci al neon in una notte d'eclissi».
Come se riflettesse a voce alta, Alice aveva ripreso a parlare catturando l'attenzione degli astanti.

«È questa la metafora di cui il nonno si sarebbe servito per raccontare lo stupore che leggo nei vostri occhi. Il vostro stupore...ma anche il mio, che sono ancora letteralmente scioccata dagli straordinari machiavellismi della sua mente e dalle loro conseguenze. Prestate la massima attenzione a questo passaggio».

In un silenzio colmo d'attesa, Alice riprese a leggere:
 "La notizia del ritrovamento dell'inedito di Nicola Sapiero aveva sollevato negli ambienti letterari pochi entusiasmi e molti scetticismi, che pure a lui e alla sua facondia letteraria erano stati attribuiti, già nel passato, ritrovamenti di originali rivelatesi poi fasulli".

E qui lei s'interruppe strategicamente per dar modo alla platea di elaborare la straordinarietà di quello che andava proponendo non come ipotesi, ma come realtà: la trama di quel racconto progettato per diventare storia vera.


DUELLO AL CALOR BIANCO
«Le prove...dove sono le prove che è tutto vero e non una squallida, per quanto ingegnosa, trovata pubblicitaria? Dov'è l'imbroglio?».

La voce, dal fondo della sala, s'era levata imponendosi su tutte le altre nel silenzio conseguente alla formulazione di quel pressante interrogativo: dov'è l'imbroglio?

«Nessun imbroglio, ma solo la prova della straordinaria genialità di Nicola Sapiero. Io stessa, all'inizio, avevo creduto che il mio ritrovamento di quel suo inedito fosse casuale. Ho immaginato che il nonno lo avesse occultato fra i documenti di famiglia perché suo padre non accettava il fatto che lui scrivesse. Nascosto e poi dimenticato. In realtà, invece, è il risultato di una singolare strategia per favorirne il ritrovamento. Niente di fortuito quando, alla ricerca di un atto notarile per riscattare una proprietà in scadenza, sono andata a frugare nell'archivio di casa e mi sono imbattuta in quel suo dattiloscritto stipato nella stessa cartella. Un caso? No! Lui era perfettamente a conoscenza del fatto che in un futuro prossimo qualcuno di famiglia avrebbe dovuto farsi carico di quella pratica, e allora ha nascosto i suoi dattiloscritti in quello stesso faldone. Ovviamente neppure lui poteva avere la certezza assoluta del ritrovamento del suo racconto, troppi fattori esterni avrebbero potuto renderlo impossibile, come ad esempio la sua distruzione causata dall’incuria; il suo smarrimento durante un trasloco; l'assenza di eredi e quindi di responsabili diretti nella gestione degli affari di famiglia. Incognite ipotizzabili ma non gestibili. A lui, però, piacevano le sfide impossibili: i percorsi circolari privi di un punto di partenza e di arrivo; i livelli infiniti e le false prospettive dei labirinti frattali; i dedali sotterranei, intersecati ed intersecanti, dove la via di uscita è quasi mai esterna».

«Intersecati ed intersecanti, come le bislacche teorie che lei, signora, ci sta propinando da un'ora» la interruppe nuovamente la voce tenorile.
Alice, senza la minima esitazione, invitò il suo interlocutore a salire sul palco per un confronto diretto. Invito che il giornalista accolse prontamente tra gli applausi del pubblico.

«Michele Damiani, editorialista del quotidiano "L'Attacco"», si presentò lui, porgendole la mano.
«Questo spiega tutto!» sottolineò con garbata ironia Alice, accogliendolo con un sorriso e scatenando, con quella battuta, l'ilarità della platea.

«Dunque, signor Damiani, dubita della veridicità degli eventi? Sta dando del bugiardo a un numero rilevante di persone, se ne rende conto?».
«Ammetto di nutrire più di un dubbio. È tutto così romanzato da poter essere assurdamente vero oppure, come sospetto io, diabolicamente falso».
«Eppure i dattiloscritti sono stati autenticati da un perito grafologo di indiscusso valore, qual è il dottor Cristofari, e per la legittimazione del contenuto ci si è affidati ai riscontri del professor Spada, il massimo esperto delle opere di Nicola Sapiero. E lei, signor Damiani, oltre la loro onestà sta mettendo in discussione anche la mia, visto che sono stata io a ritrovare il manoscritto».
«Ho la brutta abitudine di cercare il pelo nell'uovo ed in questa storia ogni cosa va troppo facilmente ad incastrarsi alla perfezione: soprattutto le sue deduzioni, signora Sapiero».
«Lei sta rischiando almeno tre querele, e non credo che il suo giornale possa permetterselo»
«Quattro. Sono quattro le querele in cui potrei incorrere. Non ha contato quella della casa editrice "Lo Stilo di Calliope" che a quanto mi risulta, prima di questo miracoloso ritrovamento era sull'orlo del fallimento»
«Ne conti solo tre di probabili denunce, signor Damiani, perché io non ho nessuna intenzione di querelarla. Né ora né mai. Se lo facessi sono certa che il nonno mi disapproverebbe. Trovo perfino somiglianza tra voi nella stessa fantasia malsana che sfiora il divino. Dovrebbe scrivere un libro, scommetto sarebbe un best seller».
«Io non invento storie, racconto fatti. E la realtà, a saperla leggere, spesso supera di gran lunga la fantasia. Direi che dovrebbe scriverlo lei quel libro. Ma forse già lo ha fatto».

ALICE SAPIERO (3)
«Non vedo cos'altro dovremmo dirci io e Michele Damiani oltre quello che ci siamo già detti» aveva tagliato corto Alice in risposta alle pressanti richieste dei mass media che, con insistenza, la reclamavano per un nuovo confronto con il giornalista de "L'Attacco".

A dire il vero dopo quella conferenza stampa lei aveva diradato le sue apparizioni pubbliche, partecipando solo a quegli eventi a cui non poteva assolutamente sottrarsi.
"La Trappola Di Carta" s'era rivelato uno straordinario successo editoriale, ed era già alla sua seconda ristampa. Nicola Sapiero, il visionario, il ribelle, era assurto a nuova icona dei giovani, anche se questa fascinazione li vedeva coinvolti maggiormente per i suoi eccessi esistenziali piuttosto che intellettuali. 
Una figura troppo complessa per poter essere inglobata nella sua interezza da una platea dalle esigenze elementari ed immediate, e così s'era proceduto, per ragioni di marketing, al suo smembramento: cervello, cuore e visceri, resi accessibili a tutti e a prezzi popolari.
E di queste inique mutilazioni Alice ne stava prendendo atto con dolorosa consapevolezza. Pentita di quello scempio, se fosse potuta tornare indietro avrebbe azzerato tutto, ma questo ormai non era più possibile perché la poderosa macchina del successo correva inarrestabile su quella che sembrava essere una strada liscia, sgombra e perfettamente asfaltata.
E con il diritto di precedenza.

Sempre più pressante, però, sentiva il bisogno di confessarsi come l’autrice materiale di quell’oltraggio e di rimettere quel suo peccato in mani non troppo misericordiose che le infliggessero un feroce castigo. Se solo avesse avuto certezza della possibilità di una condanna solo per sé stessa, senza trascinare nel suo limbo gli altri complici, avrebbe reso pubblica quella sua confessione, ricomposto l'immagine del nonno (cervello, cuore e visceri, di nuovo al loro posto) sottraendolo definitivamente al chiassoso carosello brasiliano del successo per ricollocarlo nel silenzioso eremo degli scrittori dimenticati.

A causa di questo impellente bisogno di ristabilire la verità, con tutte le sue conseguenze, Alice Sapiero aveva iniziato a disertare, quanto più possibile, gli inviti a talk e conferenze stampa. Temeva di non farcela, davanti all'insidia di una qualche domanda, o alla perfidia di un'illazione, a trattenere le parole e le lacrime, e svelare l’imbroglio.

Alla fine aveva stabilito che la sua condanna sarebbe stata quella dell'esilio. Sarebbe sparita e di lei non si sarebbe saputo più nulla. E forse, con quel suo dileguarsi, sarebbe svanito anche il suo misfatto. Non essendoci più alcuna traccia riconducibile alle sue menzogne, tutta quella fantastica storia sarebbe stata solo concepita dal genio di Nicola Sapiero.

UNA SFIDA AD ARMI PARI
"Io non invento storie, racconto fatti. E la realtà, a saperla leggere, spesso supera di gran lunga la fantasia. Direi che dovrebbe scriverlo lei quel libro. Ma forse già lo ha fatto."

Per la prima volta nella sua vita Alice s'era sentita scoperta e messa al muro, pervasa d'un tratto da un malessere sconosciuto, un disgusto verso  stessa e quella sua innata propensione alla manipolazione che esercitava senza perseguire la specifica del dolo, ma in modo naturale, schietto. Apparteneva a quella categoria di donne che seducono per un'affermazione di sé stesse ai loro stessi occhi piuttosto che per un’esigenza di conquista, utilizzando il suo femminino non per un tornaconto personale ma in senso sociale, a favore della causa di cui al momento era paladina. Ne aveva sempre una per cui combattere al fine di chetare il suo spasmodico bisogno di giustizia.
E Nicola Sapiero rappresentava per lei il paradigma di tutte le ingiustizie.

Michele Damiani l’aveva incolpata pubblicamente, senza mezzi termini, di essere a capo di quell’imbroglio, ma Alice nelle sue tante battaglie di accuse ne aveva ricevute di ben peggiori, senza che queste la distogliesse dai suoi obiettivi. O le creassero crisi di coscienza riguardo i mezzi di cui si serviva per raggiungere lo scopo.
Smarrita, rifletteva sul perché, fra le tante cause da lei sostenute e con convinzione perseguite, il dubbio avesse fatto capolino proprio in quella che le stava più a cuore.
E in cui stava trionfando.

Il giornalista, però, nonostante l’accusa pesante che le aveva mosso, le era piaciuto da subito: un uomo di grande carattere e come lei determinato nel perseguire i propri obiettivi anche se con metodi antitetici ai suoi.
Considerava Michele Damiani un avversario di valore con cui confrontarsi, e non un nemico dal quale guardarsi
… ma immaginava che per lui, invece, lei fosse solo una scaltra impostora da smascherare e consegnare, con uno scoop, alla prima pagina del suo giornale.
Era quindi consapevole che le accuse del giornalista non sarebbero rimaste circoscritte a quel diverbio iniziale, perché lui avrebbe indagato alla ricerca di un fondamento ai suoi sospetti e, sebbene fosse certa della solidità dell’impalcatura su cui poggiava l’imbroglio, quella sfida, ad armi pari, la seduceva.
… ma qualunque sarebbe stato l’esito finale quella, per lei, sarebbe stata l’ultima.


IL LABIRINTO DI ALICE
«Signora Sapiero, possiamo vederci per parlare? E' importante».
Quella richiesta da parte di Michele Damiani l'aveva trovata impreparata ma non sorpresa, perché il giornalista l'era parso da subito un osso duro, uno di quelli che pur di non mollare la presa è disposto a rimetterci i denti.
Un carattere deciso. Incorruttibile.
Forse.
Perché la schiera degli incorruttibili non risulta mai essere troppo affollata.
Nicola Sapiero lo era. A modo suo, ma lo era.
Non lei, però, che per riabilitarne la memoria s'era servita di mezzi esecrabili.
Ma se Michele Damiani, come lei auspicava, s’ascriveva a quelle fila, avrebbe svelato il suo inganno inchiodandola alle sue responsabilità.

«Voglio farle le mie scuse private prima ancora che pubbliche, Alice, per quel mio attacco in conferenza stampa, un'aggressione non supportata da nessuna prova concreta ma sollevata dai dubbi circa le modalità del ritrovamento dell'inedito. Mi sono comportato come l'avvocato dell'accusa che declama la sua arringa finale senza essersi debitamente documentato. Di solito sono molto più cauto nelle mie esternazioni, prima verifico e poi lancio le mie accuse. Ho finalmente letto "La Trappola Di Carta" e poi intervistato il professor Edmondo Spada, che mi ha introdotto negli algoritmi mentali di suo nonno. Pazientemente egli mi ha spiegato quei passaggi del racconto che a me sembravano costruiti ad arte, rapportandoli con la visione della vita di Nicola Sapiero e spazzando via ogni mio dubbio. Il professore è una persona profondamente onesta, cristallina, non influenzato nei suoi giudizi neppure dall'amicizia intima con lo scrittore, di cui conosceva benissimo i lati oscuri. Un uomo assolutamente obiettivo, il professor Spada. Suo nonno non avrebbe potuto aspirare ad una difesa migliore. Domani "L'Attacco" pubblicherà un editoriale con le mie doverose scuse».

Esterrefatta, Alice aveva ascoltato con la mente in subbuglio le parole del giornalista, e per un lungo momento aveva stentato ad afferrarne il significato, cercando in esse l'ambiguità di un'affermazione che ironicamente ne sottintendesse un'altra.
Un pungente doppio senso. E nella voce il tono irridente di uno sberleffo. 
Ma nulla di tutto questo era trapelato nelle sue parole e nei suoi accenti, e nella disarmante sincerità con cui le chiedeva scusa. 
Non era preparata a questo epilogo che mai avrebbe immaginato possibile se non in una storia/labirinto ideata dal nonno. 
Ma forse nella sua sterminata opera qualcuna di simile pure c'era.
E se Damiani l'avesse letta e se ne stesse servendo per metterla alla prova?

Per sapere quanto lui fosse realmente addentrato nella verità le sarebbe bastato raccontare la reale dinamica dei fatti, la cronologia degli eventi, omettendo l'elenco emotivo delle giustificazioni che, era consapevole, non le sarebbero valse come attenuanti, che neppure voleva. Quella confessione che l'avrebbe salvata da sé stessa, ma che avrebbe distrutto altre vite, tra cui anche quella di Edmondo Spada, il cui unico reato era stato la svista su un neologismo. 
L'innocente professore sarebbe stato trascinato nello scandalo insieme a tutti gli altri davvero colpevoli. 
Quanto colpevoli? 
… perché era stata lei, facendo leva sulle loro necessità, prima a tentarli, poi a deviarli, e infine renderli complici di quell'imbroglio.
Era lei l’ignobile corruttrice, l'unica responsabile.
E la sua ammissione di colpa avrebbe definitivamente riabilitato il nonno oppure, più verosimilmente, sarebbero stati entrambi etichettati come incurabili cialtroni, afflitti dal morbo deleterio di una fantasia diabolica?
Una tara ereditaria di cui non era possibile evitare il contagio, e per la quale non esisteva cura.
No, per salvare i vivi e i morti non le rimaneva altra scelta che quella di tacere. 
Condannando sé stessa alla perdizione eterna.

«Accetto volentieri le sue scuse, signor Damiani, e apprezzo la sua onestà morale. Non sento la necessità di un’ammenda pubblica dopo le toccanti parole di stima elargite nei confronti del nonno e del professor Spada. Le sono anzi grata per questa sua verifica, un'attestazione definitiva dell'autenticità de "La Trappola di Carta"».
«Quell'articolo di scuse può anche non scriverlo» ripeté, sinceramente commossa, accomiatandosi dal giornalista.
«Sento il dovere di farlo. Lo devo alla memoria di Nicola Sapiero» rispose lui, mostrandole una copia del libro dove campeggiava la foto sorridente dello scrittore.

Lo stesso accattivante sorriso che spiccava nelle vetrine di tutte le librerie della città, e a cui Alice avrebbe voluto dar fuoco solo per distruggere quell'unico libro.
E il suo racconto menzognero.


lunedì 1 novembre 2021

Associazione a delinquere di stampo Disney




In quest'ultimo periodo ho imputato a Drugo, il piccolo tuxedo di due anni, tutte le malefatte di una certa rilevanza, attribuendole al suo carattere temerario e alla sua irruenta nel gioco.
Beccato sulla scena del crimine, a disfare o ad arrampicarsi sulle tende nuove della camera da letto, reato perpetrato per qualche tempo da Cagliostro, il gatto nero di sei anni, che si avvaleva di tale espediente per richiamare la mia attenzione quando non potevo accordargliela, e lui, che non ammette d'essere ignorato, in questo modo l'otteneva all'istante. Delle sgridate e delle minacce non ha mai avuto paura, anzi, prendendosene gioco, attendeva attaccato alla tenda che m'avvicinassi per poi sfuggirmi l'attimo prima per correre ad acquattarsi nell'angolo più remoto sotto il letto. Che fosse diventato un gioco o un dispetto (propendo per quest'ultima ipotesi, perché quando io non ero in casa, le tende stavano al loro posto, intoccate, e la scena si animava solo al mio rientro) non cambia minimamente i fatti, dal momento che il fetente sapeva benissimo che stava facendo qualcosa di sbagliato, per di più con l'aggravante per la presa per i fondelli. Poi, dopo un breve armistizio, durante il quale m'ero illusa che quel gioco non l'interessasse più (non ho mai pensato ad una sua resa, perché questa ipotesi non è nel suo dna, e neppure ad un'amnesia, che lui non è tipo da dimenticare o rimuovere, e quando meno te lo aspetti si ripropone nel suo repertorio), ha iniziato Drugo a scalare e disfare le tende.
E Cagliostro sembrava non essere minimamente compartecipe, anzi, non era mai presente, e neppure di passaggio, sulla scena del crimine.
Un comportamento imitativo, quello di Drugo?
Capita nella razza umana che i piccoli emulino i fratelli più grandi, nulla di strano, quindi, se accade anche in quella felina.

Cosa fare?
Armarsi di pazienza e sperare che quel comportamento, non più riproposto, venga definitivamente abiurato come modello a cui ispirarsi.

Poi, durante uno dei tanti arrembaggi alle tende del pirata Drugo, capto un movimento felpato, e  scorgo la punta della coda di Cagliostro sporgere da sotto il letto. Sbircio, ma del gattone nero non c'è traccia
In ogni caso, anche se avessi accertato la sua presenza sul luogo del crimine, cosa avrei potuto imputargli?
Può capitare, per un caso qualsiasi, di essere presenti sulla scena di un delitto, ma essere testimoni  non ci rende certo complici di chi lo compie
...anche se quel testimone si chiama Cagliostro.

Meow...meow...meow. Mi sfida Drugo che stavolta, però, perde la presa e rotola a terra. Io cerco di afferrarlo trattenendolo per la coda...ma non è il sottile, flessuoso frustino, della coda dello tuxedo che sfioro con le mani, ma l'evanescente ventaglio da pavone di Cagliostro.
Hanno code diverse, i miei due gatti, e per me riconoscibilissime al semplice tatto.
Anche lui, però, sfugge la presa, e per un breve momento, dalla cornice della porta, intravedo le due code che prendono direzioni opposte: Cagliostro "il mandante" s'è rifugiato in salone, dietro la postazione del computer; Drugo "l'esecutore" s'è invece nascosto in cucina sotto la credenza,

Figli di puttana! Li apostrofo dal crocevia dell'ingresso.
Figli di puttana! E scoppio a ridere, per questa "associazione a delinquere di stampo Disney" che i miei due gatti, di comune accordo, hanno messo in atto alle mie spalle. 
Un gioco. Un divertissement. 
Una magia, che ha riportato in superficie la mia anima bambina, e lasciandomi intravedere dietro quelle tende contese, l'azzurro, fiabesco incanto di Wonderland.

martedì 26 ottobre 2021

Nazzareno/Banderas: un personaggio in cerca d'autore


 Ho già scritto più volte che parlo con i morti, in realtà non con tutti ma con quelli di una ristretta cerchia dell'ambito famigliare e delle amicizie. Allo stesso modo interloquisco con i personaggi dei miei racconti. Mi riesce molto più facile parlare con loro che con certi integralisti del pensiero ancora in vita, sarà forse perché i morti e i personaggi di fantasia, essendo calati nella dimensione dell'eternità, hanno acquisito uno stile di confronto molto rilassato, perfino ironico, sdrammatizzante, ecco questo è il termine giusto, che riporta le discussioni al gradevole livello di uno sfottò. Non tutti, però, perché anche tra loro ci sono gli irriducibili, e senza scendere nei particolari, mia mamma, ad esempio, è una di questi. Continua a rimanere ferma sulle sue posizioni, sulle sue inappellabili verità, perché neppure la morte l'ha resa più malleabile, più incline al compromesso o alla concertazione. Così, ieri, senza nessun preavviso  mi è apparsa, inaspettata, a mattino inoltrato (che ci crediate o meno anche per i fantasmi vige un'etica che riguarda le apparizioni, che devono essere preannunciate in maniera discreta da un colpetto di tosse oppure da una fredda folata di vento, o ancora da un respiro ravvicinato, questo per evitare che al prescelto possa venire un infarto. Insomma, un accorgimento per scongiurare una morte prima del tempo, visto che anche nei quartieri dell'oltretomba si registra un notevole sovraffollamento. E già che stiamo in argomento sfatiamo anche la leggenda che i fantasmi appaiono solo di notte, perché i miei si materializzano a qualsiasi ora e nei posti da me frequentati), e non era sola, ma in compagnia di un tipo identico ad Antonio Banderas, se non fosse stato per l'accento marchigiano che è trapelato al momento delle presentazioni, avrei giurato fosse proprio lui.
Mia madre, invece, è sempre identica a se stessa. La tiro in disparte per avere chiarimenti sul Banderas di Macerata, che in realtà si chiama Nazzareno Ermini, ma ottengo in risposta una laconica scrollata di spalle: «...e cosa vuoi che ne sappia!» 
«Mamma che significa che non lo sai?» Ribatto paziente.
«Non ricordavo più la strada e lui mi ha accompagnata.» Mi guarda stupita che una cosa così semplice abbia bisogno di tante spiegazioni.
« Ma se non vi conoscevate e tu non ricordavi il mio indirizzo, come poteva sapere dove eri diretta?» Mia mamma, anche nell'aldilà, reca i postumi dell'alzheimer, insomma non è ancora guarita del tutto (anche i miracoli necessitano dei loro tempi) e ogni tanto è soggetta a ricadute, a blackout  della memoria e dell'orientamento, ed insistere per avere spiegazioni sul perché, il come e il quando, delle sue stramberie, non mi porterebbe a niente.
Discorso quindi chiuso. Nel frattempo ha tirato fuori dalla credenza la moka per fare il caffè (in realtà materialmente non può farlo, mima solo l'azione), dandomi il modo di rivolgere la mia attenzione a Nazzareno/Banderas che ha colto il mio sguardo e mi sorride amichevole. 
 
«Signor Ermini...» esordisco, ma lui, con un gesto gentile della mano, m'interrompe: «La prego, mi chiami Nazzareno.» mi dice fissandomi con quei suoi occhi scuri, profondi, e il sorriso più seducente del mondo. Se non fosse per l'accento marchigiano, e per il fatto che sia un fantasma, potrei credere di parlare con Antonio Banderas in persona, che nel presente, per fortuna, appartiene al mondo dei vivi.
Questa sua incredibile somiglianza con l'attore sex simbol mi confonde. Arrossisco. Farfuglio, mentre lui è perfettamente cosciente dell'impatto che ha su di me e lo usa a suo vantaggio.

« Lo sa Nazzareno, per me è un conforto sapere che mia mamma anche nell'aldilà ha persone che le vogliono bene, e amici, come lei, che se ne prendono cura. Da quanto tempo vi conoscete?» Chiedo con simulata noncuranza per non farlo sembrare un interrogatorio e, al contempo, m'impongo di non fissarlo, come mi verrebbe di fare, (uno sforzo notevole visto che sono attratta da lui come una falena dalla luce) così il suo accento marchigiano mi conforterà nell'idea di stare interagendo con il fantasma di Nazzareno Ermini, e non con  l'attore Antonio Banderas.
Devo quindi bandire gli sguardi e concentrarmi solo sulla sua voce.

«In realtà io e sua madre ci siamo conosciuti solo stamattina.» Risponde scrutando le mie reazioni.
La mia emotività deve essergli stata da subito evidente, e credo che un pochino questo lo diverta.« Sono una new entry nell'aldilà.» 

« Mi spiace davvero tanto...spero almeno non abbia troppo sofferto...è  così ingiusto che la morte...»
Prima che io dia il via alla sfilza delle banalità del caso, m'interrompe sorridendo: «Si tranquillizzi, non è come crede, io non sono morto... non come sua madre,...difficile da spiegare...sono stato...ecco... interrotto.» 
«Interrotto?» Ripeto incredula. «Cosa vuol dire?»

«Succede ai personaggi immaginari "ripudiati" dall'autore quando si rende conto che quel prototipo lo ha progettato sbagliato.» Nella sua voce percepisco l'amarezza di chi è consapevole di aver subito un torto irreparabile a cui mai verrà data giustizia.

Tace il tempo necessario che io comprenda l'enormità dell'accaduto, ma la mia espressione costernata lo induce a riprendere subito il racconto: «E' una barbarie in uso presso la maggior parte degli scrittori che ripudiano la propria creatura "interrompendola", non  ultimandola, per tema che svilupperà poi malformazioni, tare genetiche, comportamenti border line. In realtà, noi personaggi "interrotti", siamo  il risultato dell'inadeguatezza dello scrittore al ruolo. La sua conclamata incapacità a sviluppare, correggere, modellare, l'eroe del racconto. In questo modo, semplicemente, se ne sbarazza!»

«E posso chiederle quale sarebbe la tara che il suo autore ha rilevato in lei?»

«La perfezione. Anche questa, per  svariati motivi, viene considerata da molti autori un difetto. E tra i più gravi.»

«Anche la modestia rientra nelle sue tare?» Domando ironica. Ma lui ignora la battuta.

Ho ancora molte domande da fargli che l'argomento mi coinvolge e, a tal proposito avverto anche la necessità di un'accurata autoanalisi per capire se di quest'abominio anche io mi sia macchiata, ma nel mentre sopraggiunge mia mamma con un elegante vassoio su cui  tintinnano, in precario equilibrio, una zuccheriera e tre tazzine colme di caffè. Le vado incontro per prenderlo nelle mie più sicure mani, ma come sempre capita, mi trovo ad afferrare l'aria. Nonostante la mia decennale frequentazione con i defunti, che contempla anche una buona conoscenza del loro modus operandi, cado sempre nell'inganno di questa loro pseudo materialità che rende le loro performance maledettamente vere.
Ci sediamo intorno al tavolo del salotto dove mia madre, che stamani è d'umore socievole, espleta ai convenevoli dell'ospitalità: «Quanto zucchero, Nazzareno?» Chiede premurosa, immergendo un cucchiaino virtuale in una zuccheriera altrettanto virtuale.

«Niente zucchero, signora Maria, lo prendo amaro. Amaro come la morte!»
 
Mia mamma assente comprensiva, e in silenzio sorseggiamo quel caffè immaginario il cui aroma, però, è altrettanto intenso di quello reale.  

«E così vi siete conosciuti stamattina. Come è successo? Nell'aldilà capitano spesso incontri di questo tipo? » Domando nel tono più naturale possibile, anche se sono certa che non siano affatto frequenti, così come sono altrettanto sicura che mia madre non abbia idea dell'eccezionalità del caso, mentre invece nutro molti dubbi sull'inconsapevolezza di Nazzareno/Banderas che, come se mi avesse letto nel pensiero si affretta a precisare: «No, non sono frequenti, ma nell'incontro con la signora Maria non c'è stato niente di premeditato.» 
Non ho tempo di chiedere altro perché mia madre, innocentemente, racconta come effettivamente  sono andate le cose, aggravandone la posizione: «Sono uscita di casa per venire da te e invece mi sono persa, per fortuna c'era Nazzareno che si è offerto di accompagnarmi.» 

«Un'insperata fortuna che il signor Nazzareno si trovasse nei tuoi paraggi.!»  Esclamo sarcastica.
Mia mamma non rileva l'ironia ma lui, invece, si, perché abbassa lo sguardo e rimesta col cucchiaino nel suo caffè senza zucchero.


Lascio cadere l'argomento e conversiamo del più e del meno: il tempo e il caro prezzi, sono gli argomenti più gettonati anche nell'oltretomba.  A quanto pare la quotidianità dei defunti basa sulle stesse problematiche dei vivi, ovviamente in maniera molto più soft. Più che altro, quella loro, è una recita esistenziale. Un rappresentazione per proteggere se stessi dalla calma piatta dell'eternità.
 
Poi, mia mamma, radunate sul vassoio le tazzine sporche s'avvia in cucina dove l'attimo dopo la raggiungo e la sottopongo ad una vera e propria requisitoria: «E se fosse stato un malintenzionato?Neppure lo conoscevi! Come hai potuto fidarti di un perfetto estraneo? Poteva essere un serial killer!» 

«Non farmi ridere: sono morta, cos'altro ancora potrebbe capitarmi!» Risponde con lugubre ironia, togliendomi così il diritto di replica

Le argomentazioni di mia mamma hanno un loro fondamento, ma pure non riesco a  giustificare il comportamento di Nazzareno/Banderas, così mentre lei rigoverna le stoviglie, lo raggiungo in salotto dove, vis a vis, gli dirò quello che penso di lui. 

 Quando faccio il mio ingresso, lo trovo intento a sbirciare i volumi sulle mensole della libreria: «Ha pubblicato un solo romanzo?» Indica "Chicago Blues" «Non è un'autrice molto prolifica» Colgo una nota di delusione nella sua voce.

«Non è nel numero dei romanzi pubblicati che si valuta la grandezza di un autore.» Obietto, leggermente risentita «Ad ogni buon conto io non ho mai "interrotto" nessun personaggio. E comunque non devo rendere conto a lei della mia produzione letteraria...anzi, è lei che dovrebbe giustificarsi, e scusarsi, per essersi servito di mia madre per arrivare a me. Trovo scorretto il suo sistema per intrufolarsi nelle vite altrui. Un comportamento riprovevole, che la dice lunga su chi lei sia veramente!»

 «E chi sarei veramente?» Domanda sornione, senza scomporsi

Se fosse Antonio Banderas saprei cosa rispondergli! Sua fan da sempre, fin dalle prime apparizioni cinematografiche è entrato a far parte della galleria dei miei uomini ideali, posizionandosi per lunghissimi periodi in cima alle top ten, scalzando, a seconda dei film in uscita, personaggi del calibro di Johnny Deep, Brad Pitt, Leonardo di Caprio, Sean Penn, Richard Gere, George Clooney, (solo per citarne alcuni) mentre di questo Nazzareno Ermini non so proprio nulla, tranne che è un "personaggio abortito dal suo autore": troppo poco e troppo vago per tracciarne un profilo veritiero.

 « Chi sono io?» Ripete amaro «Non ho avuto il tempo di scoprirlo perché dopo pochi capitoli non esistevo già più. Fatto a pezzi e gettato nel water dal mio sedicente autore: una morte orribile!» E dopo un significativo e calcolato silenzio (uno spunto d'attore innegabilmente è nel suo dna), esclama: « E senza aver commesso peccato! Non ho scelto io di essere come sono, sono stato così plasmato, e se poi il risultato è stato un eccesso di perfezione, non ne ho colpa.» Mi guarda e nel suo sguardo c'è tutta la tristezza e la disperazione del mondo. «Credo d'aver diritto anch'io, come tutti, ad una seconda possibilità!» Conclude con veemenza oratoria, inchiodandomi sul banco degli imputati.

 «E perché è convinto che dovrei dargliela io questa seconda chance?»  

 «Perché lei non ha niente da perdere.» Risponde senza alcun sarcasmo. «Scrive, ma è consapevole di non essere una vera scrittrice, così come sa che i protagonisti delle sue storie sono alquanto elementari. Geneticamente immaturi, squilibrati, contraddittori, in poche parole concepiti  "a sua immagine e somiglianza", piuttosto anonimi, e dei quali nessuno, alla sua dipartita, ne conserverà memoria. Mentre, invece, potrei essere io, il personaggio abortito da un altro autore e per questo così diverso da tutti i suoi cliché, il suo asso vincente, quello che, sorprendendo tutti, editore, lettori e critica, le farà sbancare il botteghino.»

Addossato alla parete del mio soggiorno c'è Antonio Banderas, con i capelli neri spioventi sul volto, che mi guarda suadente ed enigmatico, buio e impenetrabile come una notte andalusa. Affascinante, come nessun altro uomo potrebbe esserlo sulla faccia del pianeta, e mi sta chiedendo di poter essere il personaggio di un mio racconto.
C'è da perderci la ragione.
  

Ancora una volta, come se mi leggesse nel pensiero, Nazzareno precorre le mie errate conclusioni: «Quello che le sto prospettando va al di là delle sue roboanti, e mi permetta, pretenziose congetture. Le sto proponendo di unire le nostre forze per sfidare il destino avverso e la cattiva sorte, che a quanto pare perseguita entrambi, allo scopo di poterci finalmente affermare, io come personaggio e lei come autrice. Sono certo che insieme possiamo farcela.»


 «Una proposta che potrei prendere in considerazione.» Rispondo cercando d'imprimere alla mia voce, e alle mie emozioni, un tono neutro. Ma non sono brava in questo, e per evitare che lui si faccia l'idea di una mia resa facile, m'aggrappo alla collaudata formula del "mi lasci un po' di tempo per pensarci"»  

«Non ci pensi troppo, però, perché  noi, personaggi "interrotti" abbiamo un'estensione del tempo diversa e più  limitata del vostro. In sintesi: per noi l'eternità non esiste.» 

Non ho il tempo di replicare perché mia mamma è comparsa sulla soglia e, volutamente ignorandomi, si rivolge a lui: «E' ora di andare. Qui non ho più niente da fare. Mi riaccompagna a casa? »

«Certo, signora Maria, con vero piacere.» Risponde gentile, porgendole il braccio.

L'attimo prima che entrambi scompaiono attraverso la porta, Nazzareno/Banderas si volta e guardandomi negli occhi, sussurra: «La prego, * non lasci che le sfugga di mano il vento del fato soffiato sul mio destino»*

Una frase sibillina...ma non per me.


 * La frase,  scritta in corsivo e compresa tra i due asterischi, è la citazione, parziale e da me riadattata, della  battuta di Antonio Banderas, doppiatore nel film "Schrek terzo".
La frase originale è: Ti sfugge di mano, senorita, il vento del fato soffiato sul mio destino, ma non dimenticherò mai, tu sei l'amore della mia vita.


mercoledì 20 ottobre 2021

Il capitolo primo

 


Regalate ai vostri figli e ai vostri nipoti i ricordi più cari.
Abbelliteli, e se occorre, romanzateli.
Trasformati in poesia, o nell'incipit di un romanzo, sarà la più preziosa delle eredità: il capitolo prima che li accompagnerà nel percorso della vita.



mercoledì 6 ottobre 2021

Si avvera un sogno


 Si avvera un sogno, talmente grande, che io fatico a crederci, perché la verità è che nel subconscio siamo convinti che i desideri più belli siano quelli irrealizzabili, e poi, invece, un giorno si avverano, proprio come accade nelle favole, in sinergia con la scrittura incisiva di Angelo Fabbri e la collaborazione appassionata della WM Edizioni, che a questo romanzo ha creduto e lo ha pubblicato.
La splendida copertina è stata disegnata da Ilaria Agostini, la "boss" della casa editrice, e la prefazione  è di Mario Donatone, uno dei bluesman più noti, ed apprezzati, sulla scena blues italiana.

Per chi fosse interessato questo è il link dove poter acquistare il libro
La versione kindle è già in vendita.



domenica 19 settembre 2021

E l'autunno è alle porte

 



Flebile, la fiammella irrompe dal fornello della cucina a gas. Cagliostro, che dorme acciambellato nella cesta sopra la lavatrice, apre un occhio annoiato e subito lo richiude. Immagino lo abbia aperto per pura cortesia, è il suo modo di dirmi buongiorno e poi ritornare ai suoi sogni. E' mattina presto ma io sono già in piedi cercando il ristoro del primo caffè. L'aria è piacevolmente fresca nell'imminenza dell'autunno, colma dei suoi profumi ancora remoti, più immaginati che reali. Ma nelle tinte di quest'ora precoce ci sono già i suoi colori d'ambra e di sottobosco, e nei suoi vetrosi baluginii di brina si riflette, offuscata dal chiarore nascente, una luna assonnata color mandorla.
Anche il caffè ha sapore d'autunno: caldo e avvolgente come un mantello scuro, lievemente ruvido. Confortevole rifugio.
Poesia pura, questo momento, quando i fantasmi tornano a dimora e le fate e gli elfi, invece, si svegliano e illuminano il mondo coi loro occhi di smeraldo e di zaffiro, e così per una frazione infinitesimale non c'è più nella geografia terrestre un angolo buio, un anfratto nascosto o un fosso invisibile in cui incautamente inciampare. Sorrido al pensiero di un mondo en plein air, completamente piano, senza intralci o insidie mimetiche da cui guardarsi, sarebbe come camminare sul pavimento levigato di un appartamento: solo uno scalpiccio felpato e nessun fruscio sotterraneo. Per questa ragione le fate e gli elfi, creature del sottobosco, per meri motivi di sopravvivenza si limitano ad aprire gli occhi sul nostro mondo solo per un brevissimo istante per poi richiuderli e tornare al loro. Esattamente come ha fatto Cagliostro, quando per un momento, il suo occhio d'ambra ha irradiato nella penombra della cucina propagando la sua luce nel perimetro circoscritto dalla credenza e dagli elettrodomestici, e dove ora tutto mi appare più intimo e caldo. Mistico.
Rigenerata da quel suo sguardo remoto assaporo il mio caffè profumato d'autunno mentre Drugo, passo pigro e coda dritta, viene ad acciambellarsi in grembo avviando il motorino delle fusa e offrendosi languido alle mie carezze.
Nel momento in cui le fate e gli elfi hanno chiuso gli occhi è iniziato a piovere. Una pioggia sottile, di filigrana, scende dietro la finestra come una scia di stelle cadenti, attirando l'attenzione di Drugo che balza agile sul davanzale per tentare di catturarne le gocce attraverso il vetro. Nella sua cesta sopra la lavatrice, Cagliostro osserva sornione il piccolo tuxedo agitarsi nella sua impossibile caccia, poi mi guarda e socchiude gli occhi in un atto di tenerezza e di complicità. Adoro questa meravigliosa creatura, insondabile eppure così limpidamente cristallina, che mi fissa col suo sguardo di sfinge mentre il mondo fuori si colora d'ambra, perché la luna e le stelle  e il sole, per magia s'affacciano insieme nella stessa porzione di cielo. Gli astri notturni hanno ritardato il tramonto, mentre il sole, invece, ha anticipato l'alba,   rivelando, nel paesaggio piano, il fugace passaggio delle fate e degli elfi diretti alle loro culle di foglia, e un fantasma insonne alla ricerca di una zona buia dove trovar riparo. Ha smesso di piovere, mentre dietro i vetri una tardiva goccia di pioggia, colma dei riflessi d'oro di quell'incredibile cielo, si adagia languida sul davanzale. Socchiudo la finestra affinché Drugo possa sincerarsi della sua materialità liquida, che saggia stupito con tocco delicato, incredulo della sua effimera consistenza: nulla da cui trarre nutrimento o gloria. Ce n'è quanto basta perché se ne disdegni e torni ad occuparsi di cose più serie e soddisfacenti, come la pallina azzurra e rossa che fa capolino da sotto la credenza dove lui stesso l'ha cacciata nell'impeto del gioco, e che inutilmente poi si è provato a recuperare. Pallina ignorata fra le tante altre nel cesto dei suoi giochi ma che ora, incastrata in quello spazio inaccessibile, ha destato di nuovo il suo interesse. Cagliostro, che non può certo lasciargli il predominio di quell'area di cucina acquisita ai suoi territori, con un agile balzo lo coglie alle spalle per rammentargli i confini e l'altro, più piccolo ma altrettanto battagliero, non ci sta a lasciare la sua pallina in ostaggio del nemico, ed iniziano così ad azzuffarsi e a rincorrersi per tutta la casa, rompendo l'incantesimo di quel mondo parallelo. Ma la solitaria goccia di pioggia, caduta sul davanzale della finestra, continua a baluginare dei riflessi d'oro di quell'incredibile cielo intravisto, o forse solo immaginato, come una piccola stella cadente, a cui confidare i miei desideri: così la magia continua. 
E l'autunno è alle porte.