Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

mercoledì 27 novembre 2019

Appunti per una canzone


Hey baby, stai giocando col mio sistema nervoso
 e prima o poi la miccia prenderà fuoco ed io esploderò.
I miei neuroni  sono pronti all'attacco
faresti meglio a smettere quel sorriso stronzo.

Hey baby, le mie notti insonni hanno un prezzo davvero pesante,
nessuna pillola mi fa dormire
 e i miei occhi accesi sono sulle tue tracce.
Ti porti addosso gli odori di altre donne, profumi costosi.


Hey baby, con me è un gioco in cui t'impegni solo quando decidi tu.
Non posso più accettarlo, ora sarò io a stabilire le regole.
La tua anarchia è solo un pretesto se poi ti fai regalare collari di smeraldo.
Quanto chiedi per le tue performance?

Hey baby, togliti la maschera e guarda i miei occhi accesi
non scherzo bambino quando ti parlo con questa voce calma
sai che presto arriverà la violenza dello scroscio
dovresti ormai presagire dal tono i miei umori.

Hey baby, stai camminando su terra minata e il detonatore è in agguato nel fondo dei miei stivali.

domenica 24 novembre 2019

Il gatto dietro la porta



Il gatto dietro la porta
inutilmente tenta d'entrare
spingendo con la zampa il battente
che però non s'apre.

Gatta e miagola
a palesare la sua presenza
o meglio ancora la sua assenza
che lo scrittore avrebbe dovuto già da un po' rilevare
dalla calma inusuale della casa
e dal silenzio degli oggetti
stabili al loro posto.

Nessun vaso, per dispetto frantumato.
Nessuna lampada, nell'enfasi del gioco, gettata a terra.
Nessuna morbida zampina ad interporsi
fra le sue dita e la tastiera
a tracciare sul foglio bianco
una sequenza incoerente di lettere
indecifrabili agli occhi
ma chiarissime al cuore.

Il gatto dietro la porta
s'interroga sull'oltraggiosa indifferenza dello scrittore
cieco su quella sua assenza
e sordo ai suoi incessanti miagolii
cosicché è impellente per lui capire i motivi di quel distacco
e in base a quelli decidere se rimanere o andarsene via
che farsi mettere da parte non è nel suo carattere.

Se non può accedere dall'uscio entrerà dalla finestra.
Con un balzo raggiunge il davanzale
e quieto vi si accovaccia
invisibile tra i vasi di gerani e di basilico
in attesa che lo scrittore sgombri la postazione
e su quel suo stesso foglio, fittamente infarcito di parole,
quelle si senza senso,
scriverà il suo messaggio d'addio
coinciso e chiaro
inequivocabile
come è nello stile di un gatto.

E quando lo scrittore s'alza e s'avvia alla cucina
con un balzo salta sulla scrivania per metter nero su bianco
in prosa e in poesia
le ragioni della sua delusione.

E il gatto di uno scrittore sa bene quali termini usare!

Ma sul foglio solo un rigo è scritto:
ho sperimentato che è il gatto la fonte delle mie ispirazioni, e in sua assenza, questa pagina bianca lo attesta.

Molto più di una dichiarazione d'amore, quello dello scrittore
è un atto di fede indissolubile che lega i loro destini.

Soddisfatto di quell'attestazione che ristabilisce una verità fondamentale
e colloca le cose al posto giusto,
il gatto si concede all'attesa,
e tornato dietro la porta riprende a miagolare dal punto in cui s'era interrotto.

martedì 19 novembre 2019

Rebecca (cap. 10)



GENERALESSE IN CAMPO
Ed eccole insieme,  Rebecca e Gemma, sedute allo stesso tavolo, confabulare a bassa voce, novelle cospiratrici,  ravvicinate, per la prima volta nella loro vita, dal perseguimento di uno scopo comune che abbisognava, per esser raggiunto, del credito di una fiducia illimitata l'una nell'altra.
Rebecca aveva così reso partecipe la sorella delle proprie positive impressioni riguardo a quel suo pretendente, che le era parso anch'egli essere vittima degli scopi esistenziali di Concetto Scalavino. Ma di questo occorreva acquisire la certezza assoluta, prima di proporgli una compartecipazione in quel loro piano, ancora tutto da imbastire, per far fallire il progetto matrimoniale

Generalesse in campo, concordarono sull'esigenza di stabilire una strategia comune basata sull'apparente sottomissione alla volontà paterna, cosicché conquistando la sua fiducia avrebbero goduto di una maggior libertà di azione. Occorreva poi fare in modo che Rebecca potesse liberamente parlare con Giandomenico, al quale avrebbe confidato francamente la sua propensione all'indipendenza, al voler gestire da sola la propria vita e le proprie scelte, nella convinzione che nessun marito, per quanto condiscendente, le avrebbe mai permesso di attuarle in piena libertà e senza previo consenso, ed essendo lei dotata, per virtù o per disgrazia, di una natura orgogliosa che rifiutava a priori genuflessioni e piaggerie, le sarebbe stato dunque impossibile adempiere, convenientemente, al ruolo di moglie
...e per questo necessitava a Rebecca uno schietto confronto col giovane ebanista, senza testimoni inopportuni ad influenzarlo.
Occorreva quindi organizzare quest'incontro in gran segreto per non suscitare nessun interrogativo esterno, nessuna curiosità che potesse dar vita a pettegolezzi e illazioni.
Che niente giungesse alle orecchie paterne.
Bisognava, quindi, aver pazienza ed aspettare il momento giusto
...anche se dopo quella cena di matrimonio non s'era più parlato.

Ripristinata la routine casalinga, gli umori però s'erano fatti indecifrabili, soprattutto quelli del capo famiglia che passava lunga parte della giornata chiuso nello studio a dirigere i suoi affari o brevemente assentandosi per seguire quelli che necessitavano della sua presenza. In realtà, Concetto Scalavino, cominciava a non sopportare più quella clausura che s'era auto imposto per senso di dovere verso la moglie demente e le due figlie minorenni, divenuta ancor più intollerabile dopo la battuta d'arresto del suo progetto di matrimonio tra Rebecca e Giandomenico. Un disastro, quella cena, ma non certo un fallimento perché il giovane Messinese una risposta non l'aveva data
... e se gli erano dispiaciuti i suoi modi di sicuro non gli era dispiaciuta Rebecca, e questo poteva affermarlo con certezza perché aveva notato, nonostante l'apparente dissimulazione, quanto lui ne fosse, invece, rimasto affascinato.
Non disperava, lo Scalavino, di porre di nuovo mano a quel progetto che considerava al momento solo accantonato perché l'etichetta imponeva ai Messinese un invito a cena a contraccambiare l'ospitalità da lui offerta
... senza contare che a garanzia di futuri contatti c'era la consegna del legname commissionato per le opere di Roma.
No, non disperava affatto di realizzare il suo disegno, considerando che l'amo lo aveva teso e il giovane, nonostante l'apparente resistenza, sarebbe stato ben felice di rimanere intrappolato in quella stessa rete dove guizzava la magnifica sirena dai capelli rossi e dal profumo conturbante
... sempre che Giandomenico fosse realmente uomo e non, come si mormorava e come anche a  lui stesso era parso, solo una parodia. In quel caso nemmeno il profumo tentatore di Rebecca avrebbe potuto esercitare la sua malia.

Rebecca e Gemma, dal canto loro, con cura evitavano ogni possibile contrasto col padre, facilitate dalle sue sempre più frequenti assenze da casa, iniziando perfino a nutrire qualche speranza che il progetto di matrimonio fosse sfumato, dal momento che di quello non s'era più parlato.
S'era parlato, invece, di un probabile viaggio del capofamiglia nelle Americhe, per motivi di lavoro, e della sua intenzione, durante quell'assenza, di assumere una governante che si prendesse cura della casa, ma soprattutto sorvegliasse la moglie e le figlie.

«Cercherò di tornare al più presto, nel frattempo affido la gestione della casa alla signora Brigida Catalano, alla quale sono certo porterete rispetto ed obbedienza.»  Aveva detto presentando la governante, una donna minuta, di un'età indecifrabile, vestita di scuro.
«La signora Catalano alloggerà nella stanza di Gemma, che è contigua a quella della mamma, e Gemma condividerà la stanza con Rebecca, che è ampia abbastanza per ospitare un letto ed un armadio supplementari.» Poi, rivolto alle figlie, aggiunse severo: «Conto sulla vostra collaborazione.»


BRIGIDA CATALANO
Brigida Catalano era la secondogenita, ed unica femmina, della nutrita stirpe di figli maschi del capitano di marina Filippo Maria Catalano, che rimasto vedovo e costretto dalla sua professione alle lunghe assenze delle traversate in mare, aveva delegato a lei, poco più che adolescente, la responsabilità della casa e degli altri quattro fratelli. Compito di cui Brigida mai s'era lagnata, ma anzi aveva assolto con dedizione ed allegria, crescendo quella nidiata di fratelli, di cui il maggiore, di neppure un anno più grande di lei, era nato ostile al mondo, e la levatrice aveva dovuto usare il forcipe per convincerlo a lasciare l'eremo uterino, nel cui interno s'era barricato. Così, Silvestro, questo il suo nome, era nato con una lieve paresi facciale e lo sguardo ermetico degli angeli.
Era, fra tutti i fratelli, il suo preferito, e di lui si prese maternamente cura fin quando morì, appena trentenne, stroncato da una polmonite tardivamente diagnosticata.
Per sua scelta, Brigida non s'era mai sposata, anche se di pretendenti ne aveva avuti, che bella lo era: minuta, ma ben proporzionata, occhi verdi e capelli biondi, dotata di una personalità schietta e brillante, che s'imponeva all'attenzione. A chi le chiedeva il motivo di questa sua avversione al matrimonio, Brigida, ridendo, obiettava: «Dopo aver svezzato e cresciuto quattro fratelli non sento l'esigenza di dover svezzare e crescere anche un marito.»
Essendo l'unica donna in una famiglia di maschi aveva imparato a fronteggiare le situazioni, anche le più scabrose, senza troppi sofismi e in maniera risolutiva, per non doverci ritornare sopra una seconda volta
... così, quando s'era resa conto, da certe inconfondibili macchie sulle lenzuola di Silvestro, della sua esigenza di un contatto fisico con una donna, s'era rivolta alla maitresse della più rinomata casa d'appuntamento di Palermo, per una ragazza: «Non importa che sia la più bella, ma importa che sia la più dolce. La più gentile.» Aveva specificato all'esterrefatta tenutaria che aveva ribadito: «Di solito l'educazione sessuale dei figli maschi è compito del padre, sono loro a portarli qui, e invece voi siete una donna e troppo giovane per vantare un figlio adolescente. E' forse per voi la ragazza? Ne abbiamo di specializzate in amore saffico.»
Brigida l'aveva guardata divertita: «Se fosse stata una mia esigenza non avrei avuto alcuna difficoltà a dirvelo, ma la richiesta è per mio fratello.» Porgendole la somma pattuita, aveva ripetuto: «Voglio per lui la più dolce e la più gentile delle vostre ragazze.»

Quando il padre era morto, e tutti i suoi fratelli s'erano felicemente incamminati nella vita,, Brigida, rifiutando i generosi aiuti economici da loro  offerti, aveva fatto i bagagli ed aveva iniziato a viaggiare per l'Italia, mantenendosi col lavoro di segretaria  o di governante, secondo le opportunità e le proposte
... ed era da poco ritornata in Sicilia che era stata contattata da Concetto Scalavino alla ricerca di una referenziatissima governante a cui affidare la casa e gli affetti, in previsione del suo viaggio nelle Americhe.
«Per un periodo breve » Aveva specificato alla stipula dell'accordo « Ma con uno stipendio ottimo e trattamento famigliare.»

E così Brigida Catalano, quel giorno, aveva fatto la sua comparsa nella vita di Rebecca e Gemma, anche se sarebbe stato solo  per un periodo breve, come era nei programmi di Concetto Scalavino che nonostante le avvisaglie più recenti continuava a riporre cieca fiducia in se stesso e nel suo destino.

continua...


venerdì 8 novembre 2019

Sulle tracce di Leon (cap. 2)



BEATRIZ E CONSUELO
Gli incontri ai giardinetti divennero frequenti e le confidenze tra Beatriz e Consuelo si fecero fitte.
E sorprendenti.
«Mi piacciono le donne » Aveva rivelato Consuelo «Ed è il motivo per cui i miei mi hanno ripudiato» Rise, ma si capiva che quell'allegria era la maschera un dolore ancora vivo. «Quando lo dissi a mia madre, lei cercò  di redimermi con un bel po' di schiaffi.» Istintivamente si era toccata la guancia . «Era mamma che portava i pantaloni. Papà si adeguava. D'altronde lui non c'era mai. Così era lei a dettare le regole e stabilire, sulla sua personale scala dei valori, cosa fosse giusto e cosa sbagliato. Ed essere lesbica era tra le cose più sbagliate.»
 Beatriz, l'aveva baciata sulla guancia, dove invisibile permaneva l'impronta di quegli schiaffi.
«E tu, invece, cosa sei? » Consuelo chiese a Beatriz
«Una vedova, che non è mai stata sposata. «
Teatralmente, Consuelo, s'era inginocchiata: « La sposerei io, signora... se solo vestisse un po' meglio!.»
« Chi critica il  mio stile non mi merita! Sono io a non volervi sposare!» Da dietro un invisibile ventaglio, la replica sdegnata di Beatriz. Ma, gettando un'occhiata perplessa al suo look multistrato, chiese in tono semi serio: «Cosa non va nel mio abbigliamento?»
 Consuelo le girò intorno emettendo piccoli mugugni di disapprovazione: «Tutto! » Concluse sconsolata, allargando le braccia.
 A quell'inappellabile responso Beatriz scoppiò a ridere, cementando un'amicizia che sarebbe durata tutta la vita.

Quegli incontri al parco erano diventati, per entrambe, una piacevole abitudine. Sedute su una panchina si dividevano un panino e una birra, godendo di quella loro vicinanza. Ridevano molto. Litigavano anche. Litigi però, di breve entità e di breve durata, che non necessitavano di pretesti per riappacificarsi: ritrovarsi per loro era semplice e spontaneo.
Talvolta, invece, rimanevano in silenzio, a leggere un libro o guardare Jorge giocare.
 Beatriz amava teneramente il bambino che la chiamava zia Bea
Ed era stato durante uno di quei momenti di silenziosa vicinanza che Consuelo le disse : «Se dovesse accadermi qualcosa, giura che ti prenderai cura di Jorge, che non lo abbandonerai, perché non ci sarà nessuno a reclamarlo.»
Beatriz  promise: «Nessuno? Nemmeno un padre?»

«Il padre...cioè l'uomo col quale l'ho concepito, non sa dell'esistenza di Jorge. Quello che  è accaduto tra noi è stato imprevisto: ero ubriaca e ci sono finita a letto. In quel periodo ci andavo giù pesante con l'alcool, ma droghe no... di quelle non ne ho mai fatto uso. Ed è stato un bene per Jorge perché non mi sono resa subito conto di essere incinta. Non ho un ciclo regolare.» Aveva tenuto a precisare.«Ricordo solo di essermi svegliata con un mal di testa da ospedale e di aver vomitato tutto il giorno. E lui non c'era più.»

«Davvero non ricordi niente dell'unico uomo col quale sei stata a letto? »
 «Te l'ho detto, ero ubriaca, se fossi stata lucida credi che ci sarei andata?.»
« Hai mai pensato di cercarlo?»
«No.»
«Perché era un uomo?»
Consuelo scosse la testa: «Sono attratta dalle donne ma non per questo odio gli uomini. Anche se  avessi voluto cercarlo non avrei saputo da dove cominciare. Non avevo alcun indizio che mi potesse condurre a lui. Sarebbe stato come dare la caccia ad un fantasma. E poi chissà una volta trovato, avrebbe avanzato pretese nei riguardi di Jorge. Non ero disposta a correre rischi.»

JORGE E LEON
Era stato dopo quella confessione che Beatriz aveva deciso di rivelare all'amica le sue supposizioni sull'identità del padre del bambino. Una rivelazione che non l'avrebbe esposta a nessuno di quei rischi che lei paventava, perché Leon era morto e non avrebbe potuto insidiare il suo status di genitore unico e né avanzare richieste di nessun altro tipo. E con la sua fedina penale nessun giudice gli avrebbe affidato il bambino.
La sua scoperta, piuttosto, le avrebbe invece offerto l'opportunità di colmare quei vuoti che sarebbero emersi quando Jorge le avrebbe fatto domande sul padre, e lei non avrebbe avuto risposte.

« Credo di sapere chi è il padre di Jorge»
«Davvero? E come avresti fatto a scoprirlo in mancanza di un qualsiasi riferimento? » Domandò Consuelo stupita, e già sulla difensiva.

Beatriz le mostrò una fotografia di Leon: un primo piano nitido che evidenziava la straordinaria somiglianza con Jorge.
 Consuelo, guardò la foto: « E allora? Una somiglianza che non prova nulla. »

«E' più di una somiglianza: è quasi un dna.»

«E' solo la tua immaginazione» Sarcastica, le restituì la foto.

«Lo stesso colore d'occhi, la fossetta sul mento e il ciuffo ribelle sulla fronte: forse non hai guardato con attenzione.»  Beatriz le porse nuovamente la foto ma Consuelo la respinse: « Perché mi stai facendo questo?» Domandò aspra.
« Perché un giorno dovrai dare delle risposte a Jorge. »
«E' un problema che non ti riguarda. Stanne fuori! » Intimò Consuelo infuriata.
Se ne andò sbattendo la porta ma dopo un paio d'ore la chiamò al cellulare: «Chi è l'uomo della foto?»

«Era... perché è morto. Leon Molina, era l'uomo che amavo.»
 Dopo un breve silenzio, Consuelo ingiunse aggressiva: «Mi devi delle spiegazioni. E fa in modo che siano convincenti.»

LEON
Consuelo aveva ascoltato attenta, e senza mai interrompere il racconto di Beatriz, al termine del quale esplose furibonda: «Dovrei raccontare a Jorge che suo padre era un piccolo delinquente, che entrava ed usciva di galera, e quando era in libertà, condizionata presumo, sfruttava una donna, stupida ed innamorata, che lo manteneva col suo lavoro, e che lui, per ringraziamento, tradiva? Sono certa che di questo suo padre, Jorge, ne andrebbe davvero fiero. »

« In questa tua cinica, approssimativa e sgradevolissima sintesi, il sentimento è del tutto assente.»  Replicò, altrettanto infuriata, Beatriz. «Mi hai descritto come una donnetta stupida, succube di un delinquente, ma io non mi sento così: ho amato Leon, nonostante fosse Leon, consapevolmente, ma non si può dire lo stesso di te che ti sei data a lui nei fumi dell'alcool, ubriaca al punto da non essere cosciente delle tue azioni. Non farmi quindi la morale e...»

«Ho sentito abbastanza, me ne vado.» Consuelo si diresse alla porta ma Beatriz, precedendola, la chiuse a chiave, e poi, senza troppi complimenti, la spintonò verso una sedia.
«No, non vai da nessuna parte. Ti siedi qui e mi ascolterai fino alla fine. Solo dopo potrai andartene.»
 Sorpresa, Consuelo non oppose resistenza, e Beatriz riprese il suo racconto.
«Voglio bene a Jorge non perché presumo sia il figlio di Leon ma perché è il tuo. Sei tu che lo hai cresciuto, ed hai fatto uno splendido lavoro. Ma un giorno, inevitabilmente, ti chiederà di suo padre e se  tu non gli darai delle risposte le cercherà altrove, col rischio d'imbattersi nella verità, e di interpretarla al tuo stesso modo. Ma potremmo, con una sua biografia leggermente modificata, prevenire questa eventualità.»
« Una biografia leggermente modificata? »  Aveva fatto eco, sarcastica, Consuelo «Sei fuori di testa. Dovresti smetterla di farti di marijuana.»
Beatriz, non rivelò la provocazione e proseguì il suo racconto
«Leon, come ti ho detto, era dedito ai furti, molti dei quali eseguiti in maniera spericolata, motivo per cui era diventato una leggenda negli ambienti della malavita, e non solo. I requisiti per essere popolare li aveva tutti: era bello e temerario, e viveva fuori dal sistema. Fino a questo punto è tutto assolutamente vero. Nella parte modificata, invece, risulterà che beneficiari dei furti di Leon erano i più poveri, gli emarginati: i disperati della periferia di Madrid. Insomma, i suoi non erano furti ma espropri applicati al Vangelo.Questo, però, non risultava scritto in nessun verbale di polizia e neppure alleggeriva  la sua fedina penale, perché la legge non fa differenza sui motivi per cui si ruba, per cui anche lui finiva in prigione come un ladro qualsiasi.Con la differenza che di Leon Molina anche la polizia ne aveva rispetto. E i giudici, costretti però, loro malgrado, ad applicare la legge e condannarlo per quei furti che, in realtà, erano atti di giustizia sociale.»

«Sinceramente, sei davvero convinta che qualcuno crederebbe a questa storia ai confini della realtà? » Il tono della domanda era beffardo, ma anche stavolta Beatriz non ne prese atto.
«Assolutamente si. Una storia che nessuno potrà smentire perché testimoni di quel periodo non ce ne sono più. Ho fatto ricerche molto accurate perché solo alla morte di Leon ho realizzato di aver vissuto in una realtà circoscritta e scandita da soli due tempi: Leon in prigione e Leon fuori di prigione. Ma quando è morto mi sono resa conto che di lui, in realtà, non sapevo niente, e che nessuno mi avrebbe aiutato a colmare quel vuoto. Non fare a tuo figlio quello che io ho fatto a me stessa. Non lasciare che quel vuoto diventi per lui irrimediabile. Il capitolo della tua storia con Leon si esaurisce in poche righe, non sarai costretta a troppi dettagli e a lunghe spiegazioni. Gli dirai che quando hai deciso di avere un figlio, hai scelto lui come padre, perché incarnava i tuoi ideali e il tuo bisogno di giustizia. Lui, però, non ha mai saputo della sua nascita perché le vostre strade, quando hai scoperto di essere incinta, s'erano già divise. Così non hai saputo più niente di lui fino a quando ci siamo incontrate.» Trasse di tasca le chiavi e gliele consegnò: « Non c'è altro. Puoi andartene. »
Ma Consuelo, invece, era rimasta.

«Lo hai davvero amato così tanto il tuo Leon? » Chiese con inaspettata dolcezza
« Di più » Rispose Beatriz stringendo fra le mani la foto di Leon. «Mai più misteri fra noi, amore mio.» Aveva sussurrato riponendola sullo scaffale. Dallo stesso ripiano trasse le poesie di Prevert e i racconti di King, e mostrandoli con aria perplessa all'amica, sospirò « Ecco, invece, un mistero destinato a rimanere irrisolto: il collegamento tra Leon e questi due libri, dai quali non si separava mai. Quando gliene chiesi il motivo si limitò a sorridermi, senza però soddisfare la mia curiosità. »

«Il tuo Leon, secondo me, giocava a fare il misterioso per mantenere inalterato il tuo interesse e non perdere, ai tuoi occhi, il suo fascino di fuorilegge bello e maledetto. E tu  ne eri troppo innamorata per renderti conto di quella sua montatura psicologica. Non c'è nessun mistero nella vita di Leon se non quelli che tu hai voluto vedere. Hai una fantasia fenomenale, Beatriz, ma l'hai messa al servizio esclusivo di Leon. Forse è giunto il momento che tu la riscatti per te stessa, realizzando il tuo sogno di scrivere. Ma tornando ai libri di Leon... io credo che siano il bottino del suo primo colpo andato a segno. Due libri trafugati a caso , forse dalla biblioteca della sua scuola. Un furto giovanile: il primo della sua carriera. Strano che tu non ci abbia mai pensato, eppure Leon di mestiere faceva il ladro. »

«Refurtiva!»  Beatriz, colpita dall'intuizione dell'amica, schioccò le dita: « Ma certo! Refurtiva. Cercare il nesso tra Leon e quei suoi due libri tra loro antitetici è stato il mio rompicapo per tutti questi anni, e la soluzione invece era di una semplicità elementare.»
«Se fossi stata meno innamorata lo avresti almeno supposto.»
Risero. Di nuovo complici. Di nuovo amiche.


 «Allora, sei ancora in collera con me? »
«No, non più Volevi solo che Jorge avesse un padre. E che quel padre fosse speciale. Il tuo è stato un atto d'amore.»
«Accrediterai quindi la mia versione? » Domandò speranzosa
«Certo che no! » Esclamò Consuelo fingendosi scandalizzata. « A Jorge racconterò esattamente come sono andate le cose. Cercherò le parole giuste, ma sarà il racconto originale.»
«Converrai almeno che la rassomiglianza c'è.»
«Solo nella tua testa.» Rispose Consuelo abbracciandola «E nel tuo cuore» Aggiunse commossa.

venerdì 1 novembre 2019

Sulle tracce di Leon (cap. 1)


BEATRIZ E LEON
Entrata in casa, Beatriz, si tolse le scarpe e gettò la borsa sul divano, e dopo aver poggiato l'urna cineraria su un ripiano della libreria, si riempì il bicchiere di una generosa dose di "Tinto de verano" per un momentaneo ristoro dalla calura e dalla disperazione. In camera da letto si sfilò l'abito da lutto, e sintonizzò la radio su una stazione di musica leggera, perché il silenzio la deprimeva e lei non voleva più piangere, ed entrò in bagno per una doccia che la restituisse ai sensi e alla vita.
Leon era morto e a lei erano rimaste solo le sue ceneri. Niente altro.
Prima di morire le aveva afferrato le mani e con un filo di voce aveva mormorato: «Beatriz, se credi di poterti finalmente liberare di me, ti sbagli!»
Questo il suo testamento, e la sua tardiva dichiarazione d'amore.

Quando era spirato gli aveva chiuso gli occhi, raccolto le braccia sul petto, e scattato una foto.
Era una sua mania quella di fotografare Leon. E lo aveva fatto anche nel momento della sua morte.  « Per ricordarmi che non tornerai mai più ma che neppure andrai più via.» Aveva sussurrato dandogli l'ultimo bacio.
Alla commemorazione funebre c'erano solo lei e il prete che, in mancanza di un pubblico, si era limitato alla semplice benedizione della salma. Dopo due giorni le era arrivata la comunicazione dell'avvenuta cremazione e la convocazione per il ritiro dell'urna cineraria, quella stessa che aveva posto sul ripiano della libreria tra una raccolta di poesie di Jacques Prevert e un'antologia di racconti di Stephen King: i libri di Leon. Tutti gli altri, invece, erano suoi.
Inutilmente s'era sforzata di trovare la connessione tra quella raccolta di poesie e i racconti horror, perché alla sua richiesta di una spiegazione lui le aveva sorriso enigmatico, senza darle una risposta.
Ma le zone d'ombra erano insite nel suo modus vivendi.
Ve ne erano altre, e forse di più grande importanza, con le quali  lei aveva convissuto fingendo che non ve ne fossero. Che tutto avvenisse alla luce del sole.
Quel piccolo mistero, però, aveva solleticato per molto tempo la sua fantasia. Poi aveva smesso di pensarci fino al momento in cui, d'istinto, aveva deposto l'urna e la foto di Leon scattata sul suo letto di morte, proprio fra quei due libri.
«Non voglio liberarmi di te » sussurrò con dolcezza all'uomo all'interno della cornice «se lo avessi voluto lo avrei fatto tanto tempo fa.»

Quando s'erano conosciuti Beatriz aveva diciassette anni, sognava di fare la scrittrice ed era in fuga dal mondo borghese della sua famiglia. Vestiva come una hippy e fumava marijuana, graziosa, ma senza eccedere in bellezza, era dotata di una personalità prorompente che la poneva al centro degli sguardi. Viveva alla giornata senza però essere una sbandata.
Leon, occhi verdi screziati di azzurro e faccia d'angelo, era un teppista che a vent'anni era già detentore di un sostanzioso curriculum delinquenziale. Noto alla polizia locale per l'audacia dei suoi misfatti, s'era conquistato, presso gli emarginati delle periferie di Madrid, l'aura di bello e  maledetto: una rock star del crimine.
Di quel personaggio da romanzo Beatriz s'innamorò perdutamente.
Leon, abituato a suscitare passione nelle donne, benignamente s'era concesso al suo amore a patto che non ne reclamasse l'esclusiva, ma, soprattutto, che non cercasse di redimerlo, perché lui era quello che era e non intendeva cambiare.
Sarebbe stata comunque libera di andarsene quando la storia non fosse stata più di suo gradimento.
Erano trascorsi gli anni, Beatriz era rimasta e Leon non era cambiato
... così il romanzo che lei avrebbe voluto scrivere lo aveva invece vissuto nella trama quotidiana dei tradimenti e delle bugie e, quando lui era in galera o in fuga, nella solitudine delle attese.
Ma sempre da lei ritornava, se non per amore per attingerne dal suo.
E Beatriz lo sapeva.
Avrebbe potuto andarsene, ma invece era rimasta.

SULLE TRACCE DI LEON
Beatriz, dopo la morte di Leon, rispolverò i suoi vestiti da hippy, riprese a fumare marijuana e a frequentare la periferia di Madrid.

Le strade dei sobborghi erano da sempre il rifugio degli emarginati e dei disperati. Dei fuggitivi.
A nessuna di queste categorie lei poteva più ascriversi, che la vita con Leon, paradossalmente l'aveva imborghesita: a lui l'avventura e a lei la routine, con un lavoro stabile e uno stipendio con cui pagare l'affitto di una casa e la proprietà  di una macchina, al solo fine di garantire a Leon un rifugio sicuro dove riposarsi dalle sue fughe. E forse da se stesso.
Lui tornava e lei lo accoglieva. Nessuna messa in scena. Nessuna forzatura.
Se qualcuno avesse insinuato di una violenza psicologica ai suoi danni, Beatriz di cuore ne avrebbe riso. Ma aveva smesso di dar spiegazioni su quella sua ostinazione ad amare un uomo che non la ricambiava, perché nessuno empatizzava con quel suo sentimento
... e forse, da quella visuale esterna, neppure a lei sarebbe riuscito.

Non era più tentata dalla vita di strada come lo era stata a diciassette anni, allora fuggiva da un destino borghese di agi e certezze, con un presente già previsto e un  futuro prevedibile, mentre lei che sognava di scrivere, aveva bisogno, invece, di materia prima, grezza ed inesplorata, e nell'audacia del giovane criminale ne aveva intravisto il nucleo fiammeggiante.

Strutturalmente la periferia di Madrid era rimasta immutata ma di Leon, però, aveva smarrito la memoria. Nessuno si ricordava più di lui, di quello che lei immaginava fosse continuato ad essere, perché davanti a tutti quei non so chi sia, non lo conosco, mai visto, si rese conto d'averne perso le tracce lei per prima e già da lungo tempo.
Chi era davvero Leon?


CONSUELO E JORGE
Il pallone era rotolato sulla strada dove le macchine sfrecciavano veloci, Beatriz lo raccolse e fece cenno al bambino che s'apprestava ad attraversarla, di non muoversi che glielo avrebbe riportato lei. Era giunta nel frattempo una donna che lo aveva preso per mano ed ora, insieme, attendevano che Beatriz li raggiungesse.
Quando lei fu alla loro portata, la donna, capelli corti corvini, jeans strappati e t-shirt nera, esordì cordiale: «Grazie, è stata davvero gentile, Jorge lsa che non deve attraversare la strada e neppure...»

«...e neppure dovrebbe essergli permesso di giocare a pallone vicino ad una strada così pericolosa.»
Beatriz puntualizzò in tono accusatorio.
A quell'accusa la donna si tolse gli occhiali da sole e guardandola in faccia seccamente rispose: «ma vaffanculo!»
Prima che lei potesse ribattere per le rime, Jorge s'intromise: «La mamma mi porta a giocare ai giardinetti, era lì che stavamo andando, ma il pallone mi è scivolato dalle mani.»

Il tono sereno del ragazzino le fece considerare di aver giudicato frettolosamente e solo sulla base di una sua supposizione, per giunta errata. Non aveva giustificazioni per quella sua aggressione verbale. Poteva solo scusarsi.

« Soddisfatta della spiegazione? » Chiese sarcastica l'altra  «Oppure intende segnalarmi ai servizi sociali?»

«Le faccio le mie scuse. Sono stata impulsiva ed inopportuna. Chiedo scusa anche a te»
Beatriz s'era chinata verso il ragazzino ed era stato allora che aveva notato che il colore dei suoi occhi era della stessa tonalità di verde screziato di quelli di Leon. Un colore raro. Ma la rassomiglianza era anche nella fossetta sul mento e nel ciuffo ribelle che gli ricadeva sulla fronte: Leon in miniatura.  Leon da bambino.
Doveva essere visibilmente impallidita tanto che l'altra le chiese se stesse male.
Nonostante fosse sconvolta riuscì a ricomporsi e porgendo la mano si presentò: «Beatriz Flores»

«Consuelo e Jorge Soler» Disse la donna accomunando il suo nome, e quello del figlio, sotto lo stesso cognome. Con un sospiro di sollievo, Beatriz, prese nota che il bambino non si chiamava Molina come Leon. Jorge poteva essere il figlio di un parente. Poteva essere...no, non  poteva essere altro che suo figlio, perché tra i due era di quelle che non lasciano dubbi.

«Ora dobbiamo proprio andare» Disse la donna distogliendola dalla sua riflessione.
«Possiamo rivederci?» Beatriz chiese d'impulso.
 «Perché» Domandò sorpresa Consuelo
«Sono arrivata da poco in città e non conosco nessuno.» Mentì «Tu e Jorge siete i primi coi quali ho avuto un'interessante, seppur vivace, scambio d'opinioni.»
Alla battuta Consuelo scoppiò a ridere: «Certo. Ci farà molto piacere, vero Jorge? Quando c'è bel tempo andiamo sempre a giocare ai giardinetti.» Con la mano indicò la direzione. «Ci trovi lì.»
Al semaforo si voltò per un ultimo saluto: «Benvenuta a Madrid.» Disse strizzandole l'occhio mentre Jorge le faceva ciao con la mano.