Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.
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mercoledì 11 maggio 2011

L'Isola (capitolo 6)


 LA REGINA NERA DAI CAPELLI DI SOLE
Kalifa, dalla terrazza della sua casa, aveva visto la piccola imbarcazione dibattersi per rimanere in equilibrio sul mare che montava in burrasca, tentando disperatamente di portarsi verso la riva.
Le campane avevano suonato per allertare gli isolani, e già gli uomini correvano per prestare i primi soccorsi, ma l'imbarcazione era ancora troppo lontana dall'approdo, schiaffeggiata dal vento e dall'acqua, girava in mulinello senza riuscire a recuperare la rotta.
Era troppo distante dalla riva per poter tentare un incerto, quanto rischioso, avvicinamento, perché le fragili barche dei pescatori, in balia del vento fortissimo, sarebbero state facilmente capovolte.
Bisognava domare il vento.
«Se il vento attenua la sua forza l'acqua si cheta.» Aveva detto Kalifa agli uomini assembrati nella Capitaneria.
«Se il sedare il vento rientra tra i tuoi tanti poteri, dimostracelo.» La provocò, beffardo, un giovane capitano.
«Dobbiamo intervenire solo nell'area di mare dove è posizionata l'imbarcazione, e dobbiamo farlo prima che il vento diventi tempesta.»  Aveva spiegato lei, paziente.
«E come si doma il vento, Kalifa?» Domandò più d'uno.
«Con l'affiancamento di due navi di grande stazza che garantirebbero la protezione di un corridoio riparato. Il vento andrebbe ad impattarsi sulle fiancate più solide delle navi di soccorso che offrirebbero una copertura all'imbarcazione più fragile.» Aveva risposto lei con convinzione
«E' un rischio troppo grande, col vento che sale di forza nessuna imbarcazione si può definire solida, e nessuno sarà così folle da voler tentare l'impresa.» Aveva ribadito, in tono ostile, il giovane capitano del mercantile "Genova".
«Tentiamo noi della"Queen Cristina".»
La voce, dal forte accento straniero, s'era alzata decisa sovrastando le altre e ristabilendo il silenzio.
L'uomo, che aveva parlato, indossava stivaloni e cerata, e fumava la pipa.
 «La vostra offerta, capitano, è generosa, ma la vostra nave da sola non basta, ne occorre un'altra.» Obiettò qualcuno dal fondo della sala, ma lo straniero che aveva accolto la proposta di Kalifa, rilanciò la sfida:  «L'idea della signora è buona, e noi stiamo sprecando tempo prezioso. Avanti, chi di voi se la sente di tentare con noi?» 
Il giovane capitano che aveva bocciato la proposta, punto nell'orgoglio, si dichiarò pronto a collaborare. 
Così la notizia del tentativo di salvataggio aveva allertato tutti, isolani e stranieri, che avevano allestito  bivaccamenti per il primo soccorso, con bevande calde e coperte per accogliere i naufraghi, mentre donna Reparata e Kalifa, a capo di un gruppo di volontari, avrebbero provveduto alle emergenze mediche.
Don Saverio, con la toga svolazzante nel vento, s'aggirava come un grosso fantasma scuro, con l'ampolla dell'olio benedetto per salvare almeno dalle fiamme dell'inferno coloro che non fossero scampati all'apocalisse delle acque.
Le due grosse imbarcazioni s'avventurarono tra i flutti irascibili e le bestemmie del vento, per soccorrere la piccola imbarcazione in pericolo, che con le vele squarciate ed il ponte divelto, iniziava ad imbarcare acqua.
Il vento saliva d'intensità e al largo ruggiva ancora più forte, mentre le navi preposte al salvataggio avanzavano lentamente dopo sfibranti scaramucce tra le chiglie ed i flutti.
Le campane avevano smesso di suonare.
C'era solo la furia del vento armato di lame di sole che micidiali oscuravano la vista.
Il mercantile "Genova" e la nave passeggeri "Queen Cristina" procedevano a tentoni, un paio di volte rischiando di perdere di vista la piccola imbarcazione esausta.
Quando finalmente  la raggiunsero si posero come sentinelle di scorta ai suoi fianchi, mentre la navicella, a pelo dell'acqua, faticosamente riacquistava l'equilibrio.
Avanzavano come lente ombre nere sul mare incendiato dal vento colore di fiamma, in formazione compatta, con le due navi più grandi ai lati e la piccola al centro.
Le tre imbarcazioni giunsero a riva appena in tempo, miracolosamente schivando la rappresaglia di una tromba marina, una colonna d'aria di proporzioni immani sospinta, al loro inseguimento, da un vento che soffiava a 100 Km/h.
Quella sera  le campane suonarono a festa in onore del coraggio dei due capitani e di Kalifa-domatrice-del-vento.

Lo diamo qui il finale, nel bel mezzo dei festeggiamenti, sotto la pioggia che sferza irruenta e di cui nessuno pare accorgersi, tutti presi come sono a sentirsi invincibili, una volta almeno nella vita, che qualche goccia d'acqua cosa volete che sia?
Anzi, le donne paiono ancora più belle, i capelli liberati dagli scialli che il vento ha strappato via, splendono di stille luminose di pioggia, con gli abiti bagnati che aderiscono e rivelano i corpi.
Questa notte tutte le isolane sono dee.
Donna Reparata con la borsa del pronto soccorso e don Saverio con l'olio dell'estrema unzione, non hanno, per fortuna, granché di lavoro da svolgere, tranne che suturare qualche lieve ferita, rincuorare qualcuno, distribuire coperte e cercare un alloggio per i naufraghi che le due locande, dio santo, due sole locande sono davvero insufficienti per gli afflussi sull'Isola.
 «Bisognerà pensare alla costruzione di un albergo più moderno.» Pensa, a voce alta, donna Reparata.
«E di una cattedrale.» Le fa eco don Saverio,
Gli scampati al naufragio donano oggetti personali all'emporio che custodisce le reliquie dei naufraghi: ex voti da esporre in una futura, nuova ala.
«E perché non farne un museo?» Suggerisce un imprenditore.
Le imbarcazioni sono attraccate al molo nella formazione in cui sono giunte: le due grosse navi di fianco a proteggere quella più piccola.
I capitani sono andati alla locanda a festeggiare.
L'inglese Johnson della Queen Cristina, ed il giovane capitano italiano del mercantile Genova, sono propensi a prendersi  una sbornia epocale che, in alcuni momenti dell'operazione, la paura c'è stata, e tanta.

«Il vostro secondo non si unisce a noi? »  chiede l'italiano al capitano Johnson che spiega con un sorriso: «Jericho Lloyd non è il mio secondo, è un fotografo del National Geographic, è qui per un reportage sull'Isola e per intervistare la regina nera dai capelli di sole.» 
Kalifa, invece, si è appartata.
Ha bisogno di star sola.
Deve analizzare lucidamente ciò che è avvenuto, si rende conto di aver indotto a rischiare la vita ai capitani delle due navi sulla base di una semplice intuizione.
E con quanta supponenza ha imposto il suo punto di vista, pur senza averne alcun diritto!
Non si limita a pensarlo ma lo dice a voce alta, perché i pensieri, quando sono evocati, acquistano peso e volume.
 «Hai fatto ciò che andava fatto. Non devi rammaricartene.»
La voce, alle sue spalle, la fa sussultare.
Riconosce, nel buio, lo straniero che ha appoggiato il suo progetto e contribuito ad attuarlo.
« E' stata una intuizione formidabile.» Lui afferma, convinto. « Alla spiaggia stanno festeggiando così come alla locanda. Domani ci saranno molti postumi da sbornia. » Ride.
Ha una risata aperta, contagiosa.
Kalifa sente allentarsi la tensione perché lui l'ha alleggerita dal peso immane di quella responsabilità istintivamente assunta e che solo ora, che tutto è positivamente risolto, valuta nella sua pienezza.
«Grazie per avermi appoggiata, capitano.» Risponde grata, con un sorriso.
«Prego, ma non sono capitano. Mi chiamo Jericho Lloyd, fotografo del National Geographic, giunto fin qui per parlare delle meraviglie dell'Isola e di quelle della sua regina nera dai capelli di sole. E stanotte ho assistito ad un prodigio...d'intuito, certo, ma pur sempre prodigio. Allora, Kalifa, mi concederai l'onore di questa intervista? E poi quello ancora più grande d'invitarti a cena?» Le chiede con un sorriso accattivante.
Ci sono inviti ed incontri scritti nel destino, a cui non ci può sottrarre. O non ci si vuole sottrarre.
L'incontro con Jericho e il suo invito fanno parte di questi.
Kalifa lo sa: sorride e gli risponde si.

domenica 8 maggio 2011

L'Isola (capitolo 5)


LA FIGLIA ESULE DELLA REGINA D'AFRICA
Kalifa aveva molti talenti, alcuni innati ed altri improvvisati, come quello d'indovinare il sesso di un nascituro dalla pezzuola intrisa del sudore della mamma.
Amaro, per una femminuccia, aspro, invece, per un maschietto.
Odori difficili da individuare perché su tutti primeggiava quello della stanchezza delle puerpere.
Così le gravide le portavano il loro straccetto d'annusare e Kalifa dava la notizia buona di un maschio o quella meno buona di una femmina, che in tutto il mondo valevano gli stessi principi, in terra d'Africa così come in Italia, dove la nascita di una femmina quasi mai era motivo di festa.
Aveva un fiuto infallibile e non sbagliava un pronostico, cosicché la voce si sparse in fretta, ed ecco, allora, capitani e mozzi portarle i fazzoletti intrisi del sudore delle loro donne per conoscere in anticipo il sesso del nascituro.
Era una divinazione che non costava nulla, che mai Kalifa avrebbe speculato su un evento di nascita, cercata o casuale, fonte di gioia o di tristezza, secondo i punti di vista e le necessità.
Quando questa novità giunse alle orecchie di donna Reparata, l'ostetrica dell'Isola, e a quelle di don Saverio, il prete, si ebbero sussulti e reazioni opposte.
La prima cercò di scoprirne la tecnica, giungendo alla conclusione che si trattava di un dono congenito, nessuna stregoneria, come qualcuno teatralmente supponeva con  ipotesi fantasiose e dal prete avvallate, seppur con tatto ed in attesa di riscontri, prima di ricorrere ad anatemi e scomuniche.
Ma perché quelli come don Saverio, che pure credevano al parto di una vergine, s'intestardivano a negare le capacità divinatorie di Kalifa?
Una vergine che da alla luce un figlio è una santa. Una donna dall'olfatto diagnostico è una strega.
Questo il ragionamento scettico di donna Reparata, cattolica per tradizione di famiglia  ma che al momento giusto, però, riusciva  a far chiarezza nell'intrigo tra scienza e fede, mentre don Saverio dal suo pulpito esortava i fedeli a non essere indotti dall'arroganza a credere che fosse dato all'uomo possedere poteri appartenenti solo a Dio, che già  il supporlo era peccato mortale.
Ad ognuno il suo, concludeva filosoficamente il popolo, che di domenica gremiva la chiesa e tutti gli altri giorni, invece, il patio dove Kalifa intratteneva i bambini con le storie rivisitate della vita dei santi, e gli adulti con lo spettacolo straordinario dell'uccello delle tempeste che la seguiva appollaiato sulla spalla, e quello del gallo orbo che lanciava i suoi aggressivi richiami tutte le volte che qualcuno tentava di varcare l'uscio di casa. 
Farina, zucchero, semi per il giardino, qualche pesce, uno scampolo di tessuto, era questo il contante con cui Kalifa veniva pagata dagli isolani per la sua opera di maestra e d'indovina, che di denaro ne circolava poco ed il baratto costituiva la moneta corrente.
In quello stesso patio, nei giorni di festa, si ritrovavano gli adulti, alla luce fantasmagorica delle luminarie, per sorseggiare un liquore d'erbe, fare un po' di musica o ascoltare le storie di Kalifa,. Quelle stesse che le aveva raccontato il Dottore alla Missione, allo scopo di suscitare stupore e conclamare le sue virtù di veggente.
Ma quale veggenza! Piuttosto una straordinaria carica di empatia, aveva stabilito donna Reparata, che sempre più spesso si avvaleva della collaborazione di Kalifa, della sua mano ferma e delle sue capacità intuitive, per mandare avanti la piccola condotta medica. I marinai e i turisti, invece, facevano la fila sull'uscio della casa di Kalifa, con le pezzuole intrise di sudore e di speranza. Per tutti, lei, aveva una parola buona, ma non illudeva nessuno sulla sua presupposta attitudine a compiere miracoli, limitando le sue divinazioni alle pezzuole e a ciò che il buon senso le suggeriva.
Il nome di Kalifa veniva sempre più spesso associato all'Isola, e la sua casa divenne meta di pellegrinaggi, incrementando così l'economia collettiva.
Nonostante l'opera dissuasiva di Don Saverio, gli isolani continuavano a frequentarla e, soprattutto, ad affidarle la figliolanza, così che in seguito, addossata alla casa, venne costruita una nuova ala adibita a scuola, e lei insignita dell'incarico ufficiale di maestra, con un piccolo stipendio elargito dalla comunità.
Quell'edificio aggiunto fu il primo di uno svariato numero di costruzioni e rifacimenti che avrebbero trasformato, negli anni, la sua casa in un bizzarro, quanto suggestivo, monumento.

venerdì 6 maggio 2011

L'Isola (capitolo 4)


TANTE VITE QUANTE NE POSSIAMO VIVERE

Kalifa l'affabulatrice, la figlia esule della regina d'Africa, l'infermiera senza diploma e divinatrice all'occorrenza, aveva da subito stregato gli isolani con la sua grazia esotica e l'eccentricità della sua chioma circense, luminosa come l'aureola sfolgorante sul capo della Madonna.
L'Isola l'accolse e lei ne divenne parte.
La vita vi scorreva monotona, cadenzata da abitudini secolari, radicate dalla posizione geografica e dalle intemperanze del clima.
Una economia povera, derivata in maggior parte dal mare e dalle scarse ricchezze del suolo, che inesorabilmente si stava traducendo nell'emigrazione dei più giovani verso il Continente.
Una terra destinata all'abbandono, fino alla notte in cui Kalifa, figlia povera dell'Africa, vi giunse per restare.
La differenza tra l'Isola, e l'angolo di Niger che l'aveva partorita, era essenzialmente nel paesaggio, ma identica, invece, nella qualità della miseria, perché anche qui le donne si coprivano il capo, i bambini giravano nudi e gli uomini lottavano per sopravvivere.
La vita attiva si svolgeva per lo più sul molo, punto d'attracco delle navi, ben poche per la verità, perché quel tratto di mare era solo meta per gli equipaggi più esperti che si fermavano per una sosta transitoria, il tempo necessario al commercio per poi riprendere il largo.
Approdavano le navi, per lo più mercantili diretti verso il Continente, ed imbarcazioni girovaghe costrette dagli imperativi del mare a gettare le ancore.
Un paio di locande, alquanto pretenziose, erano preposte all'accoglienza degli sbarcati; una piccola chiesa marina, dove il sagrestano aveva il compito di scrutare l'orizzonte e, quando una nave si accingeva all'ancoraggio, di suonare a festa le campane come segno di benvenuto; un bazar, con l'esposizione delle reliquie ritrovate dei naufragi, ed un vasto assortimento di conchiglie dorate, coralli purpurei e fragili fossili, di cui i collezionisti facevano incetta; un ambulatorio medico, con annessa una modesta farmacia, completava il tutto.
La piccola comunità dell'Isola, all'arrivo delle navi, si riversava sul molo, le donne avvolte nei loro scialli, le ragazze da marito con gli abiti più belli, e le anziane che sorvegliavano le une e le altre, mentre gli uomini barattavano merci e rifornivano le cambuse delle imbarcazioni con gli stentati raccolti della terra e del mare.
La prima volta che Kalifa discese al porto fu per ordinare al traghetto, incaricato degli approvvigionamenti, la tintura per i capelli.

Le suore, per candore religioso, e per democrazia, chiamavano tutte le bambine Maria.
Il secondo nome, invece, era quello dell'individualità.
Alla Missione vigevano regole imposte per necessità e disciplina, e tutti avevano un compito d'assolvere.
Il suo era quello d'infermiera senza diploma, come diceva il Dottore.
Un talento innato, una mano ferma ed una volontà decisa che, in quell'angolo di giungla, stava diventando indispensabile alla comunità, ma non alla realizzazione di se stessa.
Per questo, il Dottore, l'aveva convinta a quel viaggio clandestino: «Esplora il mondo, Kalifa, vale la pena di essere visto e di vivere tante vite quante ne possiamo immaginare. Alla Missione ci saranno altre buone infermiere, la pratica a questo serve, ma un talento vero va riconosciuto ed affermato, e tu ne hai tanti, molti più di quelli che qui ti è dato sperimentare.» 
Il Dottore l'aveva spronata ad intraprendere quel viaggio che l'avrebbe condotta verso la conoscenza di se stessa, e quella del mondo che si espandeva dietro la cortina sontuosa degli arbusti dei tamarischi e dei karitè.
Kalifa ascoltava, sedotta dall'eco di risacca delle onde di quel mare inesplorato che s'infrangeva contro le mura della Missione, dove anche  l'harmattan odorava di sale.
Tante vite quante ne possiamo vivere, le aveva suggerito Il Dottore, quando ancora lei nulla sapeva dei destini di Kalifa-l'affabulatrice; Kalifa-figlia-esule-della-regina-d'Africa; Kalifa-infermiera-senza-diploma; Kalifa-divinatrice-all'occorrenza.
  «Imparerò  a nuotare, Dottore, e la tua Isola sarà il primo porto in cui io approderò.»

domenica 1 maggio 2011

L'Isola (capitolo 3)


L'ORO NEI CAPELLI
Kalifa spalancò la casa al vento salino per liberare i fantasmi dei suoi antichi abitanti, i cui lamenti salivano lungo le tubature per soffocare nelle muffe dilaganti. Poi la tinteggiò con i colori della frutta.
Era attratta dalle sfumature arroganti e dai contrasti stridenti, come il biondo sfolgorante dei capelli ed il colore notturno della sua pelle.
Come guardiano della casa aveva adottato un gallo arruffato ed orbo di un occhio, che vigilava, spavaldo ed aggressivo, come un vecchio pirata sulla tolda, dividendosi gli spazi con un uccello delle tempeste che, sulla scia della nave su cui Kalifa aveva viaggiato da clandestina, s'era invaghito di lei e l'aveva seguita fino all'Isola, dove aveva rinnegato la sua indole errabonda, limitandosi a far la spola tra la spiaggia e la casa dove poteva liberamente intrufolarsi, come un pipistrello, in tutte le stanze.
Kalifa aveva costruito un sentiero marino di ciottoli, conchiglie e pietruzze iridescenti che, da un gomito di spiaggia, s'inerpicava verso la sua casa, e rinverdito il giardino che anche negli inverni più cupi avrebbe rispleso come un faro, con le fiammelle degli stoppini intrappolate dentro prismi di vetro, per illuminare l'oscurità con la fantasmagoria di stelle illusorie, a rischiarare le buie notti dei fantasmi dei naufraghi e quelle degli spiriti degli  abitanti della casa che lei aveva sfrattato, senza troppe cerimonie, per prenderne possesso
In futuro, quelle luminarie, sarebbero diventate un riferimento stabile su cui organizzare la rotta per le imbarcazioni  in navigazione notturna.
All'inizio gli isolani avevano seguito a distanza, con curiosità e discrezione, il lavorio infaticabile della nuova arrivata, rifornendola di cibo e generi di prima necessità che lei, grata, aveva accettato come un dono che avrebbe presto contraccambiato, perché alla Missione questo le era stato insegnato: accettare sempre ciò che spontaneamente ci viene dato affinché un giorno si possa, con lo stesso spirito, disobbligarsi. Così, Kalifa, accettava col sorriso quei doni spontanei, contraccambiando con le immaginifiche rielaborazioni delle storie dei Santi come le erano state narrate dalle suore.

Un giorno, alla missione, era accaduto che il corto velo, malamente annodato, che avvolgeva il capo di suor Nazzarena, era scivolato via sciogliendo la treccia bionda dei suoi capelli: Kalifa ne fu abbagliata.
Fino a quel momento aveva immaginato che i capelli delle suore fossero neri come i suoi, o castani come quello delle immaginette della Madonna, oppure grigi o bianchi, secondo l'età, e mai avrebbe supposto che un velo potesse celare una meraviglia simile.
Avere i capelli di quel colore diventò la sua ossessione.
Troppo timida per chiedere il segreto di quell'abbagliante colore, sperimentò nel laboratorio del Dottore intrugli a base di fiori e di spezie di colore giallo che diligentemente si spalmava con cura certosina sui capelli, un rito interminabile, vista l'abbondanza delle sue chiome, quanto inutile, dal momento che nessuna sostanza, e nessuna formula, sembrava avesse il potere di mutarne il colore.
Quel miracolo lo compì, per lei, proprio il Dottore, che aveva notato il furtivo andirivieni nel suo laboratorio della sua migliore allieva.
Quando gliene aveva chiesto spiegazione, Kalifa, tra le lacrime, aveva ammesso la sua colpa e poi confidato la sua aspirazione.
Il Dottore, che ben conosceva le donne, aveva capito che nessuna ragionevolezza avrebbe scalfito la determinazione di quella ragazza, così decise di aiutarla rivelandole i segreti del perossido d'idrogeno, usato in cosmesi come base  per la preparazione delle tinture dei capelli.
Le promise di farsene inviare un flacone dall'Italia ma avrebbero prima dovuto parlarne alle suore, le quali, sicuramente, avrebbero cercato di dissuaderla.
Stava a lei convincerle.
Questa richiesta, fuori dall'ordinario, creò trambusto tra le religiose che si trovarono divise in due fazioni: quelle propense a perorare la causa di Kalifa, giustificandola come una innocente vanità adolescenziale, e le altre che in quella richiesta ci ravvisavano una bizzarria con la quale avrebbe, invece, deturpato la sua bellezza.
Pareri di donne, quindi, e non di religiose.
Suor Nazzarena, che seppur incolpevole aveva causato un tale putiferio, tentò di parlare con Kalifa, di convincerla dell'insensatezza della sua richiesta, che il biondo simulato sarebbe stato solo temporaneo perché i suoi capelli nella ricrescita sarebbero tornati di nuovo ad esser neri, essendo quello il colore determinato dal suo codice genetico.
Kalifa, all'apparenza, era sembrata rassegnarsi, ma aveva, però, iniziato a tagliuzzarsi i capelli e nascondere lo scempio sotto un turbante.
Alla fine le missionarie cedettero a quel suo aspetto derelitto di passerotto implume: all'aria malinconica, e sempre più distaccata, con cui s'accingeva a compiere i suoi compiti usuali; allo smagrimento causato dall'inappetenza e dall'insonnia. E alla nenia che il Dottore andava ripetendo loro, di non potersi permettere di perdere la sua assistente più brava.
Così, in aggiunta alla lista di cibo e medicine, venne inoltrata la richiesta insolita di un paio di flaconi di tintura per capelli.

sabato 30 aprile 2011

L'Isola (capitolo 2)


 L'ORO DELLA TERRA
Kalifa non raccontò mai della sua vita in Niger, e neppure di essere stata allieva del Dottore, l'unico personaggio illustre, anche se caduto in disgrazia, a cui l'Isola aveva dato i natali.
Si sarebbe servita, invece, con parsimonia e discrezione, della sua conoscenza dei segreti dell'Isola che Il Dottore le aveva rivelato e sui quali avrebbe costruito la sua fama d'indovina e consolidato la sua leggenda, supportata da un empatia naturale, una intelligenza sensibile, ed un intuito istintivo davvero notevole.
E la sua fervida fantasia avrebbe fatto il resto.
Si stabilì in una casupola abbandonata, su un'altura dell'Isola, al riparo dai micidiali marosi e dalla valanga delle cose, vive o morte, che scagliavano a riva.
Negli anni avrebbe trasformato quella casetta dimessa, abitata dai ragni, dalle lucertole e da qualche topo naufrago, in un fantastico monumento surreale, una cattedrale pagana che sarebbe assurta, nel tempo, come meta per  turisti, studenti d'architettura e ingegneria, artisti in cerca d'ispirazione, e tutte le anime inquiete che tra quelle mura ritrovavano la pace.
Ma, allora, era solo una casetta ad un piano, dalle mura lebbrose e le persiane divelte, munita sul retro di un giardinetto in rovina invaso dall'erba gramigna e da colonie aggressive di formiche predatrici.
Kalifa avrebbe dovuto ricostruire dalle fondamenta, un pezzetto per volta, accingendosi nell'opera ciclopica di un insetto che aspiri a tirar su una torre partendo da una pietruzza, e per compiere tale impresa si sarebbe imposta lo stesso rigore col quale le suore l'avevano allevata.

Le suore della Missione erano rigorose ma non dispotiche: dispensavano il corpo di Dio in maniera pratica, attraverso i pasti, coscienti che per nutrire l'anima bisognava prima saziare il corpo.
Insegnavano come un gioco il segno della croce, invece dei salmi cantavano filastrocche e raccontavano, sotto forma di fiaba, le vite dei Santi, rielaborate con spirito materno, epurate dal fanatismo religioso e dall'orrore conseguente del martirio, perché nelle terre d'Africa di martiri ce ne erano a migliaia ogni giorno, uccisi dalle carestie e dalla siccità, massacrati dalle malattie e dalle guerre. 
Le missionarie sapevano che molti dei loro piccoli ospiti, bambini abbandonati e orfani, erano solo dei sopravvissuti temporanei, testimoni indifesi della brutalità dell'uomo e alla mercé di una natura prodiga ed avara al tempo stesso.
Da quelle parti si moriva giovani e senza neppure aver avuto il tempo di peccare.
Kalifa, sotto la guida del Dottore, espletava alle funzioni infermieristiche nel piccolo ospedale della Missione, ed era, tra le sue allieve, la più brava: mano sicura e cuore indomito, non si lasciava spaventare dal sangue e dagli orrori inflitti alla carne, interveniva con prontezza supplendo, con intuito brillante, alla carenza di formazione specifica, seguendo alla lettera il primo insegnamento del suo maestro: «Non mostrare mai la tua paura né la tua inadeguatezza, devi essere rassicurante e professionale anche nei momenti dell'impotenza, agire sulla base delle tue conoscenze e, se queste non bastano, sul tuo istinto e sul buon senso, solo così avrai pienamente adempiuto al tuo compito.»
La Missione era un microcosmo abitato per lo più da donne e bambini, con la presenza stabile del Dottore e di due factotum indigeni che si occupavano dei lavori più pesanti, assolvendo anche alla funzione di guida. Durante il giorno la Missione espletava infaticabilmente i compiti di assistenza spirituale e materiale al servizio di chi vi ricorreva, con la cucina e l'ospedale che entravano in funzione già alle prime luci dell'alba.
Un piccolo pozzo miracoloso che attingeva direttamente dal fiume Niger, ed un paio di vasconi per la raccolta delle acque piovane, consentivano alle suore di gestire un campicello coltivato a mais e patate, e poter rifornire gli indigeni che percorrevano tragitti assurdi per raggiungere la Missione e riempire d'acqua i pesanti orci di terracotta che le donne trasportavano sul capo, ed  i giovani in grandi secchi in bilico sulle spalle, attenti a non disperderne neppure una goccia, consapevoli della responsabilità di quel prezioso carico che le suore definivano "l'oro della terra"

martedì 26 aprile 2011

L'Isola (capitolo 1)


TRA LE PIEGHE TURCHINE DEL  MANTELLO DEL DIOMARE
Kalifa amava raccontare di essere approdata all'Isola nuotando tra le pieghe turchine del mantello del Diomare, sospinta dai generosi soffi del vento di grecale, affinché non corresse rischio di naufragio.
In realtà fu uno scalo silenzioso e notturno, privo di testimoni, quando lei, in prossimità delle coste, sgattaiolò dal sottopancia della nave sbilenca che l'aveva clandestinamente ospitata, per raggiungere a nuoto la riva.
Passò la notte sotto il porticato buio di una costruzione in rovina, nuda, dopo essersi spogliata degli abiti fradici che, come vele multicolori, aveva steso ad asciugare ai raggi della luna.
Al primo chiarore si era rivestita e, dopo aver ravvivato come meglio poteva l'intrico selvaggio dei capelli, aveva atteso paziente che la spiaggia si popolasse.
E gli isolani accolsero, con buona disposizione d'animo, quella negra altissima che si era materializzata sul far dell'alba con le sue anche lussuriose ed i seni puntuti, la chioma di un biondo raggiante quanto innaturale, vestita di uno strato di gonne arcobaleno, arancio, rosa e turchese, che raccontava, in perfetto italiano, di essere la  figlia dell'ultima regina d'Africa, unica sopravvissuta, grazie alle sue capacità divinatorie, al sanguinoso complotto che aveva sterminato tutta la sua famiglia.  E così ora lei vagava, esule, nello sterminato mondo, in cerca di una terra ospitale e di un popolo accogliente.
Questa storia immaginifica fece colpo sugli isolani che, pur non credendola del tutto vera, furono pronti ad accogliere l'esule, entusiasti di rompere la monotonia che imperava su quel lembo di terra circoscritto dal mare, punto di passaggio dove si approdava solo per poi ripartire, e dove nulla di memorabile sembrava fosse mai accaduto, né mai dovesse accadere.
Kalifa, invece, era giunta per restare.

Kalifa era cresciuta nella Missione italiana delle Suore Apostoline di Gesù Bambino nell'entroterra del Niger, sulla cui soglia si era materializzata, sul far dell'alba, con una borraccina d'acqua legata al collo ed una coperta sulle spalle.
Una bambina gracile, dall'apparente età di otto anni, con evidenti difficoltà caratteriali e di linguaggio.
Le suore le avevano insegnato l'italiano ed avevano provato a ribattezzarla con un nome cristiano a cui lei, però, si rifiutava di rispondere.
Maria Addolorata, Maria Assunta, Maria Immacolata, Maria Crocefissa, Maria Benedetta, Maria Annunziata.
Un lungo elenco di Marie a cui lei, caparbiamente, si sottraeva poiché non ravvedeva nessun suo possibile, e neppur ipotetico, apparentamento con le Madonnine diafane delle immaginette.
Non riusciva a credere che un frutto bianco potesse generarne uno nero.
E di bianco, in quell'angolo di mondo, oltre le nuvole ed un pericolosa orchidea dai candidi petali di carne viva, c'erano solo le suore.
E il Dottore.
Un omone rubicondo ed entusiasta che albergava fuori dalla missione, nel minuscolo ospedale dove le suore e le ragazze più grandi, a turno, andavano ad aiutarlo.
Il Dottore era stato un chirurgo di grande talento che aveva dilapidato credibilità e patrimonio tra i tavoli da gioco e le case d'appuntamento.
In fuga dai creditori, e dai boss, si era rifugiato in quell'angolo d'Africa ad espiare le sue dissolutezze.
Ma, quando la malinconia aveva la meglio sul suo spirito esuberante, gli si inumidivano gli occhi ed iniziava a raccontare dell'Isola su cui era nato, della sabbia finissima e chiara che si disfaceva tra le dita, delle acque terse come specchi che lambivano scogli di madreperla, e del sole bastardo che dilagava sul mare divampando come fuoco liquido che inibiva, col suo micidiale riverbero, perfino la navigazione. E di come le onde, assoggettate alle nevrosi dei venti, tramutassero in marosi apocalittici che trascinavano a riva interi banchi di pesci dai riflessi opalini, molluschi trasparenti, rametti e gemme di flora sottomarina dai colori estivi, insieme alle ossa spolpate dei naufraghi ed alle loro povere reliquie.
Poi, per respingere il singhiozzo amaro che gli saliva alla gola, raccontava le sue avventure amorose, profondendosi in particolari piccanti che scandalizzavano le suore e creavano buon umore tra gli astanti.
Kalifa, allieva silenziosa ma diligente, apprendeva da lui, oltre i segreti dell'ostetricia e le tecniche basilari del soccorso, il carisma dell'affabulazione.
«Se sai raccontarla puoi cavare un dente, o togliere un'appendicite, senza anestesia » amava ripeterle.
«La parola è l'arte del convincimento, e in questo, le suore, sono grandi esperte.» Concludeva ridendo di cuore.