Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.
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venerdì 5 gennaio 2018

Maria Verena Valduga. La storia. La leggenda (cap 7)


UNO SQUARCIO SULLA VERITA'
Dall'accurata ispezione della casa non emerse nulla di rilevante: nessuna impronta, nessun indizio.

«Come se ogni cosa, là dentro non fosse stata neppure sfiorata. Un vero rompicapo.» Confida perplesso il commissario al dottore
«Non crederà anche lei alla storia del fantasma?» Domanda ironico il medico.
«Certo che no! ma chi ha orchestrato il tutto sapeva il fatto suo. Abbiamo minuziosamente ispezionato ogni angolo, ogni suppellettile all'interno e all'esterno alla casa. Perfino il vaso del geranio e quello del basilico, e la gabbia per uccelli: oggetti comuni che non celano alcun segreto.» Sospira il poliziotto, accendendosi una sigaretta.
«Nel linguaggio delle piante il geranio è la malinconia che aspira al conforto; il basilico, invece, tra le sue tante accezioni, ha anche quella del lutto. La gabbietta aperta, ovviamente, rappresenta la libertà. Ma, di quest'ultima, se vogliamo approfondirne la decodificazione, potemmo suppore che la porticina spalancata simbolizzi una partenza, o una fuga, e la presenza di cibo, invece, un ritorno. Elementi, quindi, non solo casuali, ma latori di un messaggio preciso: un chiaro avvertimento.» Spiega il dottore, e allo sguardo sorpreso dell'altro, replica schernendosi: «Ovviamente, le mie, sono solo supposizioni.»
«Un medico esperto del linguaggio dei fiori: sono colpito!» Esclama stupito il poliziotto.
«Mia madre era l'esperta, aveva un negozio di fiori e di ogni fiore ne conosceva i segreti.» Sorride il dottore al ricordo.
«Eppure un fondamento di verità nella vostra ipotesi potrebbe benissimo esserci. Maria Verena, o qualcuno per lei, è tornato dal lontano passato per vendicarsi o farsi giustizia, che il confine morale tra le due finalità è spesso nebbioso.» Riflette, assentendo, il commissario.
«Eppoi... in chiesa...quel magistrale coup de theatre, con il guanto gettato in faccia al prete.» Completa, il quadro d'insieme, il dottore.
«Una morte annunciata, quella di don Rigamonti, en plein aire e al mondo intero. Una questione di giustizia, quindi, e non di vendetta, perché se la prima la si reclama alla luce del sole, la seconda, invece, la si consuma nel buio.»
«E niente, in questa faccenda, è stato lasciato al caso.» Commenta il medico in tono ammirato.

« Ho l'impressione che,  nonostante la deduzione della verità,  non caveremo un ragno dal buco, perché tra amnesie e reticenze, nessuno pare voglia davvero collaborare, come se la verità non interessasse più. Neppure al vecchio Valduga, che di certo sa molto di più di quello che ha detto...e in definitiva non ha aggiunto nulla di nuovo a ciò che già si conosceva, tranne il particolare inedito che il principe Sigmaringen, rimasto vedovo, avrebbe sposato lui stesso Maria Verena, e questo ha scatenato la ribellione della ragazza fino a spingerla nel campo degli zingari giostrai e intraprendere la relazione con Django, in modo da far desistere il principe. E questa parte di storia perfettamente si collega con quella raccontata da Orso. Don Rigamonti, a suo tempo, ha ricoperto un ruolo primario in tutto questo, oltre le sue stesse funzioni, se è vero che la ragazza lo aveva accusato di un tentativo di stupro. Ed è ancora lui è il regista della messinscena della messa solenne celebrata per l'entrata in convento di Maria Verena, quando lei, invece, era già aggregata con i partigiani.» Fa il punto, il commissario, accendendosi l'ennesima sigaretta.
«E magari è anche il responsabile dell'agguato in cui sono morti tutti i componenti la brigata partigiana.» 
«Non tutti.» Rettifica il commissario: «Orso e Lupo sono scampati, e forse la stessa  Maria Verena, della cui morte non abbiamo alcuna prova se non le dichiarazioni di Orso, che rimangono inattendibili senza un reale riscontro. Ricapitolando: senza prove siamo al punto di partenza.»
Il dottore amaramente assente: «Eppure la storia è delle più semplici, direi perfino priva di mistero, perché vittima, colpevoli e motivazioni sono sotto i nostri occhi.»
«Visibili ma impalpabili: l'opera di un fantasma.» Sorride il poliziotto mentre cerca di afferrare con le dita la nebbia del fumo della sua sigaretta, e mostrare poi, al medico, la mano vuota.
Ma l'altro scuote la testa, amichevolmente schernendolo: «Andiamo commissario, non vorrete mica darla vinta ad un fantasma? Un fantasma che se ne va a spasso con un cane, lo trovo davvero bizzarro, anche perché il cane in questione era ben vivo e pronto ad azzannare chiunque le si avvicinasse. Maria Verena, che non è affatto morta come sostiene Orso, suo complice in questa storia. Il prete lo hanno ucciso insieme, da sola lei non ce l'avrebbe mai fatta, quello era un omone, e mettergli un cappio al collo, issarlo e poi impiccarlo, soprattutto se privo di sensi...da sola non ce l'avrebbe mai fatta. Quei due gli hanno teso un tranello, e poi costretto a scrivere il messaggio ritrovato in canonica, avendo tutto il tempo così di agire indisturbati.  Ed è stato sempre Orso ad avvertirla dell'irruzione, così lei ha avuto tutto il tempo per eclissarsi, magari a bordo di una macchina...» Si ferma, il dottore, nel suo ragionamento, che la logica dei fatti si svela d'improvviso ad entrambi.
«Lo chauffeur!» Esclamano all'unisono.


«Anche lo zio è un complice! Questo spiega l'inserimento, nel suo racconto, di dettagli scabrosi come la proposta di matrimonio del principe Sigmaringen e del tentativo di stupro da parte del prete. Particolari da tener gelosamente nascosti per tutelare il buon nome dei Valduga, e la cui rivelazione spontanea getta una luce ancor più nefanda sulla famiglia e sul prete. Quelle indiscrezioni dovevano essere, nelle sue intenzioni, attenuanti per l'assassina. Maria Verena, dunque, un alleato in famiglia lo aveva.» E su questa considerazione il commissario batte un pugno sul tavolo.

Seguendo lo stesso ragionamento, il dottore, ispirato, completa la sequenza degli atti criminali: «La mattina in cui è stato rinvenuto il cadavere di don Rigamonti, la donna, allertata da Orso che, come tutti era a conoscenza della premeditata intrusione nel palazzo dei Valduga, si era già allontanata. Nascosta da qualche parte ha atteso che lo zio, convocato da prassi, ha preso il posto dello chauffeur. Nessuno ha fatto caso all'autista, neppure quando il vecchio è sceso allo spaccio, concentrando l'attenzione su di sé. Lei è sempre stata qui, sotto i nostri occhi, visibile ed invisibile, a suo piacimento, interprete di una trama molto ben congegnata. Nella casa, dove comunque è avvenuto il delitto, lei non vi ha mai davvero soggiornato, è stata solo un'ingannevole scenografia per distrarre con la storia del fantasma. Nascosta chissà dove, vi faceva ritorno prima dell'alba per mostrarsi al balconcino, poi usciva col cane su strade secondarie diretta in un qualche rifugio su quella montagna dove era stata partigiana, e di cui benissimo conosceva sentieri ed anfratti. E questo giustifica anche la mancanza di tracce abitative all'interno della casa.»

«Questo spiega tutto, direi.» Gli fa eco il commissario: «Non mi resta che convocare  di nuovo Bartolomeo Valduga per un altro interrogatorio dal quale non caverò nulla, e nel frattempo la nipote si sarà definitivamente eclissata, cosa in cui pare essere davvero molto esperta dal momento che per decenni è riuscita a rendersi invisibile. Interrogherò di nuovo Orso, che proseguirà nella sua magistrale interpretazione dell'alcolizzato amnesico, e ovviamente convocherò anche lo chaffeur, seppure immagino che testimonierà, per affetto o per una lauta mancia, di essere sempre stato lui alla guida della macchina. Un piano davvero ben architettato!» Esclama in tono ammirato. «Continuerò, però, a cercare indizi che possano inchiodare gli assassini alle loro responsabilità, perché questo è il mio compito, seppure mi viene da dire che don Rigamonti aveva sulla coscienza molti più peccati di quelli di chi lo ha ucciso.» Conclude amaro, su quest'ultima riflessione.

LA FINE DELLA GUERRA 
Nel frattempo, Orso, s'è già inerpicato verso l'anfratto, un buco sotterraneo invisibile da cielo e da terra, che era stato un tempo rifugio partigiano, e nel presente, base d'appoggio per Maria Verena, da dove ha portato a compimento la sua giustizia. Con cura, l'anarchico, cancella ogni traccia di quel soggiorno con un piccolo falò,  dove solo in ultimo, e con  molta riluttanza, si risolve a bruciarvi anche il suo guanto destro, gemello dello stesso con cui Maria Verena ha sfidato il prete.
Lo getta nel fuoco, esitando, che a stringerlo gli pare di sentire ancora il calore di quella sua mano mutilata
...e con quello, finalmente, brucia anche il suo passato di cui, in tutti quegli anni, è stato prigioniero.
Per lui, la guerra, finisce quel giorno.

mercoledì 3 gennaio 2018

Maria Verena Valduga. La storia. La leggenda (cap 6)


LE VERITA' SEPOLTE
Di  Maria Verena, o chiunque quella donna fosse, s'erano perse le tracce. La casa stessa sembrava essere sempre stata disabitata, con il mobilio coperto dai teli impolverati e le finestre sprangate.
...ma sul balconcino, però, erano rimasti a testimoniare della sua presenza i vasi del geranio e del basilico, e la gabbietta vuota.

«Non può essere andata poi così lontano a piedi.» 
«Di certo avrà avuto un complice.»
«Che tempismo però, fuggita il giorno stesso del ritrovamento del cadavere dl prete.»
«Dici che qualcuno l'ha avvertita?»
«Che altra spiegazione può esserci?»
«Già...e neppure troppo difficile sospettare chi.»
«Orso?»
«Sicuramente.»

Dopo un estenuante interrogatorio, l'ex partigiano, però, venne rilasciato, che nessun reato si poteva ascrivere a suo carico, seppure s'era maturata la convinzione che fosse lui quel potenziale complice, non lo si poteva accusare di nulla, neppure di non ricordare l'ubicazione della fossa comune dove aveva raccontato di aver sepolto, con l'ausilio di Lupo, Maria Verena e gli altri partigiani.
Lupo era morto ormai da anni, portandosi nella tomba le sue verità, e scavare l'intera montagna per dare conferma alla storia di Orso, era quanto meno impossibile.
...e quanto attendibili avrebbero potuto essere considerate le dichiarazioni di un testimone come lui, alcolista all'ultimo stadio che nel corso dell'interrogatorio era caduto più volte in contraddizione smentendo ciò che l'attimo prima aveva dichiarato?
Quanto intenzionalmente?
Incriminarlo per reticenza e depistaggio quando, invece, si puntava al favoreggiamento?
Ma era un osso duro, Orso, e il suo gioco aveva saputo condurlo
... e così, alla fine, era stato rilasciato.

«E' un uomo intelligentissimo, commissario, quello sa come sono andate le cose, ma gioca la carta dell'ubriaco.» Aveva asserito con convinzione il dottore.
«Ne sono certo anch'io, ma non possiamo muovergli nessuna accusa, almeno per ora, in attesa dei riscontri con la testimonianza di Bartolomeo Valduga, zio paterno di Maria Verena e unico parente ancora in vita.»

DESTINI IN AGGUATO
Appena arrivato, e contro ogni aspettativa, Bartolomeo Valduga, s'è da subito concesso alla curiosità pubblica scendendo dalla lussuosa berlina con l'ausilio del bastone e dello chaffeur, per una sosta ristoratrice nella bettola di quel piccolo avamposto dove un tempo ci aveva vissuto da padrone e dove ora vi aveva fatto ritorno da forestiero.
Poi, è risalito in macchina diretto alla volta del commissariato.

Un uomo dall'ossatura fragile e dal cuore impenetrabile: questa l'impressione che ne ricava il commissario, già dal primo scambio di battute, nonostante Bartolomeo Valduga si fosse mostrato affabilmente collaborativo.

«C'era stato quel progetto di matrimonio tra Maria Verena e il principe Giovanni Cuza Sigmaringen. Matrimonio combinato tra le due famiglie e conveniente per entrambe, perché quell'unione avrebbe portato nuova ricchezza nelle casse esangui del casato principesco in cambio di quel tanto agognato titolo nobiliare, ambiziosamente perseguito da mio fratello. In prospettiva di quelle nozze s'erano strette relazioni d'affari e consolidate intese politiche, soprattutto in seno al nascente partito nazista tedesco di cui il casato Sigmaringen era fervido sostenitore. Poi, a ribaltare i destini, c'era stata la morte prematura del principe Giovanni, promesso sposo di Maria Verena, che aveva prodotto nefaste conseguenze all'interno della sua stessa  famiglia, col suicidio della principessa madre, e poi con la rottura dei rapporti coi parenti di lei, di tutt'altre vedute politiche. Ma l'intesa dei Sigmaringen con la famiglia Valduga continuava ad essere stabile, addirittura il principe s'era proposto, con trattative ufficiose, di sposare lui stesso, ormai vedovo, Maria Verena.»
 
Bartolomeo Valduga s'è interrotto, fissando con lo sguardo acquoso dei vecchi un punto remoto, circoscritto nella memoria. Poi come riemergendo da quel lontano passato, riprende il suo racconto: «In realtà quella mia nipote è sempre stata una testa calda, ostinata e irragionevole, come possono esserlo le cosi dette ragazze moderne, che invece ai miei tempi, commissario, quando ero giovane io, sottostavano senza discutere, alla volontà di Dio e a quella dei genitori. E proprio per far capire a Maria Verena questo principio che venne chiesto l'ausilio di padre Rigamonti che molto si prodigò per il bene di tutti noi, ricevendo in cambio, da mia nipote, solo dileggio e  accuse infamanti, tra i quali quella di un tentativo di violenza carnale. Come si poteva credere a lei che scappava di notte, nonostante i chiavistelli e i cani alle porte, per raggiungere il campo degli zingari e comportarsi come una donnaccia? Uno scandalo che a mala pena riuscimmo a contenere, seppur qualcosa alle orecchie del principe era pervenuto, e così di matrimonio non se ne parlò più, perché si sa che il dubbio scava fossati e distrugge reputazioni, e questo determinò una rottura fra le nostre famiglie, perché il principe era un fervente hitleriano e lei s'era contaminata con gli impuri. Un piano ben orchestrato, da quella scapestrata, per far sfumare il matrimonio. Lei fuggì con uno di loro, ma a casa non viveva già più, che mio fratello l'aveva cacciata via, e neppure ha voluto si cercasse. La storia di Maria Verena in convento è stata un'idea di padre Rigamonti per far zittire le malelingue. Di mia nipote non abbiamo voluto sapere più niente, e a maggior ragione, quindi, non saprei dirvi se la donna vista nel nostro antico palazzo sia davvero lei o un'impostora.» Guarda il commissario negli occhi, e in tono severo chiede: «Perché nessuno è andato a farle visita, almeno per sincerarsi che non fosse un'abusiva nella nostra dimora?» 

Il commissario assente, imbarazzato: «Si è dato per scontato che fosse lei... ma ha ragione, avremmo dovuto almeno verificare la sua identità dal momento che c'è qualcuno pronto a giurare che Maria Verena, che s'era fatta partigiana fu poi uccisa in un agguato e sepolta in montagna, in una fossa comune.» Spiega il commissario, offrendo al vecchio una delle sue sigarette, che lui cortesemente respinge: «Grazie, ma resto fedele alla presa di tabacco.» Dice, cavando di tasca un'elegante scatola d'argento, da cui pizzica una piccola presa da fiutare. Poi, in tono sottilmente caustico  suggerisce: «Per accertarsene basterà scavare nel luogo della sepoltura.»
«Sono passati tanti anni e il testimone non ricorda dove, e non è possibile sterrare un'intera montagna.»
«Per noi Maria Verena è morta da quando è fuggita con quello zingaro: una storia chiusa. Non l'abbiamo cercata allora, non intendiamo farlo adesso. Lei non fa più parte della nostra famiglia. Vi ho raccontato tutto, non c'è altro. Spero solo che troviate l'assassino di padre Rigamonti, un uomo di Dio che ha sempre perseguito il bene.»
E già gli porge la mano per accomiatarsi, quando il commissario lo ferma con un'ultima domanda: « Vi ricordate di Dante Cipriani, detto Orso?»
Bartolomeo Valduga scuote la testa in segno di diniego: «Non conosco nessuno con questo nome.»
«Non ricorda o non conosce?» Lo sollecita il commissario.
«Non conosco.» Risponde deciso il vecchio, stringendogli la mano prima di uscire.
Nel cortile la macchina lo attende col motore acceso.

mercoledì 27 dicembre 2017

Maria Verena Valduga. La storia. La leggenda (cap 5)


SILENZIOSE TESTIMONIANZE
Sul balcone della casa dei Valduga fiorivano il geranio e il basilico, mentre la gabbietta vuota con la porticina spalancata, reiterava agli invisibili viandanti dell'aria la sua ospitale offerta.
Questo era ciò che alzando lo sguardo si vedeva. Niente trapelava, invece, dall'interno buio della casa. Mentre era facile, però, di mattina presto, vedere Maria Verena, o chiunque altra fosse, al balconcino, intenta a spazzolarsi i capelli.

«E' una donna in carne e ossa.» 
«Se ha messo in fuga il prete con tutte le sue protezioni altolocate, non può essere che un fantasma.»
«Di quali protezioni parli? quelle di Dio o del prefetto?»
«Orso dice che la figlia dei Valduga è morta partigiana.»
«Quello sarebbe disposto ad inventare qualunque storia in cambio di una bevuta.»
«Per come la vedo io racconta più verità lui da ubriaco che il prete da sobrio.»
«Ma pure se lei fosse un fantasma  non mi suscita lo stesso terrore che m'incute mia moglie.»
E quest'affermazione scatena l'ilarità generale.
«Eppure un modo ci sarebbe per accertarsi della verità, una verifica sul posto quando lei non c'è.»

ALLA RICERCA DELLA VERITA'
Questa proposta, bocciata dalla maggioranza come atto lesivo della proprietà privata, era stata invece accolta con entusiasmo dalle solite teste calde, più per il gusto dell'avventura che per una ricerca della verità
...e già s'era delineato un piano molto semplice e all'apparenza privo di rischi, che per scassinare il portoncino d'entrata, corroso dal tempo e dalla ruggine, sarebbe stata sufficiente una piccola leva, e per tutto il resto, invece, buona vista e agilità di gambe se la situazione fosse precipitata.

Qualcuno dei presenti aveva tentato di dissuaderli da quell'impresa, ma a dir la verità con argomenti blandi e senza troppo fervore, subissati dagli incitamenti di quelli che invece li spronavano all'impresa, cosicché il gruppetto si sentì autorizzato a procedere nel suo piano.  

...così quando la donna era uscita col suo cane, il manipolo s'era subito messo all'opera per forzare il portoncino d'ingresso, che pure facilmente s'era aperto su un interno completamente buio, e dopo aver imprecato sulla dimenticanza di una torcia elettrica che avrebbe illuminato la scala sconnessa che recava alle stanze del primo piano, s'erano accinti a salire. Procedevano con cautela, celiando per farsi coraggio ma con i sensi tesi, pronti ad indietreggiare alla prima avvisaglia di pericolo quando, con scenografico tempismo, un rosso raggio di luce, filtrato da una crepa, si era posato sulla sagoma penzolante dal soffitto.
Il corpo di una donna, come testimoniava la lunga veste che dall'alto pendeva.

Ed eccoli gridare, a quello che faceva da palo, di chiamare soccorsi, che lì c'era il cadavere di un'impiccata.
...e già un ragazzetto correva a perdifiato lungo la strada del commissariato, e un drappello di volontari s'era posto sulle tracce di Maria Verena, mentre il dottore, che pure era nei paraggi, prese il controllo dell'operazione, impedendo l'accesso ai curiosi per non inquinare la scena del delitto.

Ma non è una donna, è don Rigamonti, l'impiccato.
Aveva tratto in inganno la  tonaca, nel buio scambiata per un abito da donna.

«Ecco dunque che fine ha fatto il prete!»
«Mai partito, è sempre stato qui.»
«Lo ha ucciso lei!»
«Ma con l'aiuto di un complice, che quello era un omone e da una donna avrebbe ben saputo difendersi.» 
«Gli avrà teso un tranello. Certe ne sanno una più del diavolo.»
«Ha fatto perdere le tracce. Volatilizzata. Aveva tutto programmato.»
«Eh si, non si sparisce così da un momento all'altro, qui c'è un piano ed un complice.»
«Ma il movente di questo delitto?»
«Una storia vecchia, di convento e di partigiani. Una vendetta.»

«O magari una giustizia.» Interloquisce Orso
«Tu ne sai qualcosa? Magari c'è anche il tuo zampino!»
«A  questo zampino ti riferisci?» E, con una risata roca, mostra il moncherino. «Sono un invalido ed un ubriacone, non riesco nemmeno ad allacciarmi le scarpe... figurati uccidere un uomo.»
«Ma tu la conosci quella donna.»
«Quella che conoscevo è morta, sepolta in montagna con tutti gli altri partigiani.»
«E allora basta scavare dov'è sepolta per confermare la tua verità.»
«Ho la memoria labile, conseguenza delle sbronze, perfino quando sono sobrio vedo insetti sulle pareti. Non saprei dove condurvi.»

  «Io invece scommetto che lo sai. Certe cose non si dimenticano. Lo hai detto tu.» La voce del dottore sovrasta le altre.
«Ah, dottore, giungi sempre alle spalle!» E di nuovo quella risata cupa, senza allegria
«La verità, Orso, porterebbe giustizia anche nei confronti di quella donna, se un torto ha subito.»
«La verità non ha mai portato giustizia, dottore, almeno per quello che mi riguarda e per quello che ho visto. Limitati a curare i corpi, che è il tuo mestiere, perché a curare le anime ci pensano i preti.» Conclude, scolando il bicchiere.

lunedì 18 dicembre 2017

Maria Verena Valduga. La storia. La leggenda (cap 4)


VERITA' E REALTA' NON SEMPRE SONO PRESENTI ALLO STESSO MOMENTO
Ma non è detto quello che a noi pare reale sia poi vero, perché non sempre realtà e verità sono presenti allo stesso momento.

La donna al balcone aveva una frezza bianca sul lato destro della fronte: un particolare che tutti avevano notato, ma quanto bastante a confermare la sua identità?
...perché nessuno l'aveva mai vista a viso scoperto, ma sempre schermata da una veletta.

Quell'apparizione un fatto, però, l'aveva prodotto: la fuga del prete.
Cosa l'aveva fatto scappare: il ritorno di un fantasma o un ritrovato senso di colpa?

Di certo questi interrogativi eccitavano la curiosità popolare verso una storia che, all'epoca dei fatti, non ne avevano scatenata alcuna.
Una vicenda circoscritta in un ambito famigliare davvero impenetrabile, che i Valduga, arroccati in quel loro palazzo, con le loro pretese di nobiltà, mai avevano tentato un'integrazione nel tessuto sociale, neppure di facciata.

Ma pure in quel palazzo così appartato s'erano tessute trame, e stretto relazioni, che avrebbero poi influito, allo scoppio della guerra, sul destino di molti
...allo stesso modo che la morte prematura del giovane principe Giovanni Cuza Sigmaringen, era andata tragicamente ad impattare quello di Maria Verena

LA VERSIONE DI ORSO
«Maria Verena Valduga, "la monaca" è morta sulle montagne dove s'era unita al nostro gruppo di partigiani.?
«E allora chi è la donna che abita il palazzo padronale?»
«Cosa volete ne sappia? forse il suo fantasma.» Risponde Orso, beffardo.

«Ne hai di fantasia, Orso.» Gli fa eco una voce alle sue spalle
«Si chiama memoria, dottore, e se mi paghi da bere, ti racconto come sono andati i fatti, ma versa tu, per favore, che la mia mano trema così forte che pare abbia il parkinson.»

«Eravamo in perlustrazione all'alba, io e Lupo, quando ci siamo imbattuti in due fuggiaschi, un uomo e una donna, lei zoppicava e lui la sosteneva, erano esausti e infreddoliti, non avevano cognizione del luogo e ancor meno della situazione in cui s'erano venuti a trovare, con me e Lupo che li fronteggiavamo armati. Li abbiamo portati al campo, non c'è stato neppure bisogno di legarli, erano talmente stremati che ci hanno seguito quasi con riconoscenza. Lei, la ragazza, è stata subito identificata, per via  di quella ciocca bianca, essere la figlia dei Valduga. Lui, invece, uno degli zingari sinti che s'erano accampati con le loro giostre all'entrata del paese. Non era una fuga d'amore, quella loro, ma più semplicemente lei non voleva entrare in convento e lui non voleva finire in un campo di concentramento. Avevano così concertato, per sfuggire ai rispettivi destini, di unirsi a noi partigiani. All'inizio non volevamo saperne di una donna nelle nostre fila, soprattutto di una come lei abituata agli agi e di famiglia fascista, ma poi si è rivelata essere all'altezza, così tanto che alla fine è stata arruolata nel gruppo di azione, avendo dimostrato di possedere un carattere determinato ed una mira infallibile. Doti che però non le hanno impedito di essere ironicamente ribattezzata con il nome di battaglia "la monaca", per via di quella balla, messa in giro dalla sua famiglia, di essere entrata in convento. In realtà era Django ad entrare tutte le notti nella sua tenda. Se quei due se la intendessero anche prima non saprei dirtelo, per noi non ha mai avuto importanza. Il loro stare in coppia  ha evitato che la presenza di Maria Verena creasse scompiglio nel nostro gruppo di soli maschi. Django era un carattere solitario, un tipo irrequieto, portato all'azione, sempre in prima linea, di coraggio ne aveva da vendere, non ha parlato sotto tortura, e con lui si sono divertiti, non gli hanno risparmiato nulla, mai visto così tanto accanimento contro un essere umano.»
Orso interrompe il suo racconto per attingere una lunga sorsata dal suo bicchiere e porgerlo poi, con un gesto significativo, all'altro perché lo riempia di nuovo: «Versa ancora, dottore, che tutto questo parlare mi ha asciugato la gola.»
Solo dopo che la richiesta è esaudita, riprende la sua narrazione: «Maria Verena è morta sul campo in un tranello. E' stato un massacro. Un tradimento da confessionale. Chiedetelo al prete quando torna...se torna.» Dice guardando il dottore con un sorriso enigmatico, e dopo un breve silenzio aggiunge: « Morire non è stata la cosa peggiore, perché la sorte più atroce è toccata a chi, come Django, è stato catturato. Da quella retata siamo scampati solo io e Lupo, in missione di approvvigionamento. Abbiamo seppellito i morti e poi le nostre strade si sono divise.»

«Questa è la tua versione, ma non c'è nessun altro, oltre te, a confermarla.» Il dottore ribadisce perplesso.
 «Ed io sono un alcolizzato: dilla tutta dottore.» Orso lo guarda e scoppia in una risata: «Mi hanno mutilato di una mano ma non della memoria.» Obietta sarcastico, mostrandogli il moncherino: «La mano me l'hanno strappata via un pezzo per volta... una cosa difficile da dimenticare.»
«Se Maria Verena è morta, allora chi è la donna che abita il palazzo dei Valduga?»
« A me non importa sapere chi sia. La mia storia te l'ho raccontata, ora versa da bere!»

mercoledì 13 dicembre 2017

Maria Verena Valduga. La storia. La leggenda (cap 3)


AMNESIE. E MANIPOLAZIONI.
Dunque, Maria Verena era tornata e il prete, invece, se ne era partito, adducendo la motivazione puerile di un grave problema di famiglia, come asseriva il foglio sul tavolo della canonica.
Ovviamente la sua partenza frettolosa aveva suscitato un vespaio d'illazioni, perché era evidente che la motivazione di quella sua fuga era da collegarsi con la scena avvenuta la domenica in chiesa.
...e così gli occhi dei passanti andavano al balconcino, a quella presenza misteriosa che pure vi si affacciava a rendersi visibile, a sollecitare quegli sguardi e quei pensieri che da basso salivano fino a lei, che intenzionalmente si concedeva alla loro curiosità seppur attraverso una distanza siderale, un confine che nessuno avrebbe varcato per paura dell'ignoto.

La si vedeva incamminarsi su sentieri secondari, con lo splendido alano al guinzaglio e il viso schermato da una veletta. E sempre sola.
...anche se il circondario del suo palazzo era diventato luogo di pellegrinaggio, inesauribile fonte di curiosità e fantasiose ipotesi, come ad esempio quella gabbietta esposta al balcone, vuota ma fornita di cibo, che nell'immaginario popolare era stato stabilito fosse un approdo per le anime dannate.
...e quel geranio, coi petali color di fiamma, che in così poco tempo s'era sviluppato come un'edera, tendendo verso il basso come la corda di un fuggitivo; e il basilico, un cespuglio che pervadeva l'aria col suo profumo stordente, per ingarbugliare sensi e pensieri.

Nessuno ricordava più quella storia, che in quel tempo di guerra gli uomini adulti erano soldati al fronte o partigiani sulle montagne, e le donne intente alla propria sopravvivenza e a quella dei figli, avevano altro a cui pensare che non all'improvvisa scomparsa di Maria Verena, la cui vicenda non venne vissuta con l'attenzione morbosa che sempre caratterizza fatti del genere.
...e così la famiglia ebbe gioco facile per accreditare nell'opinione pubblica la sua entrata in convento, supportata dalla complicità dei notabili, in primis da don Rigamonti, che inscenò una messa, in pompa magna, in onore di Maria Verena sposa di Dio.
E a render tutto più vero la famiglia, per solennizzare l'evento, fece dono alla comunità di pacchi di pasta, conserve e coperte.
Ad archiviare definitivamente il tutto ci aveva pensato il capo della polizia con una retata avente la duplice funzione di ottemperare agli ordini del nuovo codice fascista sulle leggi razziali, che ascriveva tra gli impuri anche gli zingari, e cancellare in questo modo ogni possibile testimonianza riguardo la fuga di Maria Verena e Django. E soffocare lo scandalo.

ORSO
Ma pure ancora c'è qualcuno che ricorda, e ride dello scompiglio che la comparsa della donna ha generato nella fantasia dei paesani
... che neppure la cruda lezione della guerra è valsa a portare un barlume di ragionevolezza nel buio superstizioso delle loro menti, riflette Orso l'anarchico, il partigiano, il sopravvissuto. L'alcolizzato. Ingollando sorsate dalla fiasca che sorregge con la mano sinistra, che della destra è mutilato.

domenica 10 dicembre 2017

Maria Verena Valduga. La storia. La leggenda (cap 2)


LA SFIDA
A quel balconcino dove s'era mostrata Maria Verena Valduga (che i più s'erano ormai convinti che fosse lei, rediviva) ora vi facevano bella mostra un vaso di gerani e uno di basilico, e una gabbietta per uccelli, vuota e con la porticina spalancata.
Elementi questi sufficienti a convalidare la tesi del ritorno della fuggitiva alla casa paterna.
...che di altro oramai non si parlava in paese, se non di questo straordinario evento.
 La domenica s'era poi mostrata alla funzione della messa, con un'entrata scenografica scioccante: il volto coperto da un velo di pizzo nero, una mano vestita da un guanto, e al guinzaglio un superbo alano bianco.
Nel silenzio più grande aveva percorso il tragitto fino all'altare maggiore, col cane che da lei non si discostava di un passo. Poi s'era sfilata quell'unico guanto e lo aveva gettato, con disprezzo, in faccia al prete.
Senza una parola s'era avviata verso l'uscita, e quando uno dei fedeli s'era interposto a sbarrarle la strada, il ringhio minaccioso del grosso cane lo aveva convinto a farsi da parte

«Sarà un fantasma.»
«Forse lei...ma il cane no di certo.» Aveva obiettato, con un qualche nervosismo, il coraggioso che aveva tentato di sbarrarle il passo.
«Allora è davvero tornata!»
«Tornata, e da dove?»
«Dovremmo chiederlo al prete: i preti sanno sempre tutto.»
«Oh si, loro sanno sempre tutto, ma raccontano solo quello che gli pare.»
« E quel guanto in faccia...una sfida o un avvertimento?»
«Un gesto così sprezzante può essere solo di sfida.»
«Eh già, uno schiaffo pubblico a cui don Rigamonti non ha reagito.»
«Reagire...reagire...si fa presto a dire, lo ha colto di sorpresa, cosa avrebbe dovuto fare?»

Queste, ed altre, le congetture che andavano maturando sul sagrato della chiesa alla fine della funzione terminata con anticipo, che l'officiante aveva saltato l'omelia domenicale e congedandosi con evidente premura, ad evitare qualsiasi spiegazione, s'era eclissato da una porta secondaria.


UN RACCONTO DESTINATO ALL'OBLIO
Spiegazioni che neppure gli anziani avrebbero saputo dare, perché della sorte di Maria Verena sapevano solo ciò che alla famiglia era convenuto dire, senza altri riscontri se non le testimonianze mercenarie dei notabili dell'epoca, tra cui lo stesso prete.
Non c'era poi molto da ricordare se non che la famiglia poco dopo s'era trasferita in un imprecisato nord, e di loro non s'era saputo più nulla.
Una storia senza un vero inizio e una vera fine, e neppure una vera trama, che se la verità ufficiale era quella dell'entrata in convento di Maria Verena, altre verità ufficiose, relegate nell'ambito del sospetto, parevano essere più plausibili di quell'unica conclamata.
...e mentre i Valduga emigravano verso i loro possedimenti al nord, la polizia irrompeva tra le tende degli zingari giostrai per caricarli su camionette, anche queste dirette a nord, ma verso i campi di concentramento.
Neppure di loro si seppe più nulla.

Un racconto senza interpreti e né testimonianze è destinato all'oblio
...e ancora più facilmente se nessuno, per le verifiche postume, si è assunto l'onere degli appunti: nomi, date, orari e luoghi.
Ci sarebbero allora state, all'occorrenza, conferme e non supposizioni, anziché il silenzio dei vuoti di memoria, reali oppure omertosi, che a piacimento si possono gestire in mancanza di riscontri.

venerdì 8 dicembre 2017

Maria Verena Valduga. La storia. La leggenda (cap 1)


IN UN GIORNO MENZIONATO SU NESSUN CALENDARIO
A quel balcone da cui nessuno s'era più affacciato, essendo l'antico palazzo padronale ormai disabitato e mezzo caduto in rovina, era d'improvviso apparsa, in un giorno menzionato su nessun calendario, una donna intenta a spazzolarsi i capelli.
Capelli neri con una frezza bianca che originava nitida sul lato destro della fronte, come la traccia di una cometa in un cielo notturno.
La donna al balcone l'avevano vista i pescatori al rientro dalla loro battuta di pesca notturna, e quelli che s'apprestavano a quella diurna; i contadini che s'avviavano ai campi; il dottore e il prete che insieme tornavano dopo aver trascorso parte della notte al capezzale di un moribondo.
L'avevano vista a quell'affaccio, che credevano disabitato, spazzolarsi i capelli, che nella luce ancora incerta dell'alba altri particolari non erano riusciti ad intravedere.
Vestita di scuro, qualcuno asseriva.
Vestita di rosso, qualcun altro ribatteva.
Chi poteva essere quella donna al balcone di una dimora disabitata se non un fantasma inquieto, insofferente alle pene del limbo?
 ...così, più d'uno s'era fatto il segno della croce, e affrettato il passo.

In quel giorno menzionato su nessun calendario, Maria Verena Valduga, aveva fatto la sua comparsa (apparizione, qualcuno avrebbe detto), a quel balconcino dismesso, scatenando da subito la fantasia dormiente degli abitanti, che di novità non ne capitava quasi nessuna in quel borgo profondamente incassato tra le montagne e il mare, difficilmente intercettabile dagli sguardi umani e da quelli divini, da poterlo considerare un piccolo pianeta all'interno di un pianeta più grande.
...eppure quella comparsa inaspettata aveva sortito la capacità di mettere in moto meccanismi caduti in disuso come, ad esempio, quello della memoria, esercizio che i vecchi avevano da lungo tempo dimenticato e i giovani assolutamente non conoscevano, essendo abituati da sempre a vivere in un'immobilità temporale dettata dai ritmi delle stagioni e scandita dalle regole comunitarie.
Nascevano e morivano così come fanno le piante e gli animali, senz'altro scopo che quello di trascorrere in un qualche modo gli anni intermedi tra i due eventi.

NEI MEANDRI DELLA MEMORIA
Ambiziosa, quanto sfortunata, la famiglia dei Valduga, nobili senza blasone, a cui invano avevano da sempre aspirato, una contea o una baronia, più facili d'acquisire con l'arte dell'ossequio e dell'adulazione, che al principato, invece, solo con un matrimonio si sarebbe potuto accedere.
...seppure a quello c'erano andati davvero vicino, con la nascita di Maria Verena, promessa sposa al principe Giovanni Cuza Sigmaringen, il cui destino, però, fu quello di non arrivare all'età dell'adolescenza, prematuramente ucciso da una malattia di languore.
Dopo di che nessun'altra richiesta di matrimonio, di così alto lignaggio, era pervenuta a Maria Verena, che superati i vent'anni, ancora nubile, vedeva profilarsi l'ombra sinistra del convento, da preferirsi a quella di un apparentamento di basso profilo.
Meglio badessa che zitella.
Questo il sunto di un destino segnato, deciso dalla famiglia, che lei, dopo esser stata quasi principessa, non avrebbe potuto accontentarsi di qualcosa di meno.
Eh si che bella lo era.
Particolare, di certo, con quella ciocca bianca che ancora giovinetta le conferiva una parvenza già adulta, e forse, a vent'anni, già di donna matura.
Era anche per questo, nel suo destino, la sorte del convento.
Così cercavano di convincerla i famigliari, che per vincere il suo disappunto adducevano ragionamenti assurdi, tentando di persuaderla che quella ciocca bianca, nel folto velo corvino dei capelli, rappresentasse il soggolo con cui Dio la designava sua sposa.
...e la morte prematura del giovane principe Giovanni Cuza Sigmaringen, ne era la conferma.

Fu così che quando in paese arrivarono gli zingari giostrai lei scappò con uno di loro.
Di lui si conosceva solo il nome, Django, e l'ombra buia nei suoi occhi.
Di lei non si seppe più nulla.
Di lei non si volle sapere più nulla.
Nessuna ricerca venne messa in atto, e per soffocare lo scandalo si accreditò la notizia della sua entrata in convento.