Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.
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sabato 8 agosto 2026

Rebecca (cap.25)


 
LA PRIMA VOLTA
Michele Messinese, introdotto da Brigida Catalano, fece il suo ingresso nello studio casalingo di Concetto Scalavino dove ad attenderlo, seduta alla scrivania, c'era una giovane donna che, porgendogli la mano, si presentò come Rebecca Scalavino.

La governante uscì chiudendo la porta e Michele Messinese si trovò vis a vis, per la prima volta, con  la mancata sposa di suo fratello. Il severo abito scuro e i capelli tizianeschi serrati in una treccia che serpeggiava su una spalla, espedienti per sembrare più grande d'anni e meno appariscente, che anziché sminuire ne aumentavano lo splendore. E la malia di un sottile, diafano profumo che irretiva i sensi.

Come aveva potuto Giandomenico rifiutarla? Si ritrovò a pensare, ammaliato, Michele Messinese.

Fu la voce di Rebecca a riportarlo alla realtà, distogliendolo dalla ridda di emozioni che rischiavano di sopraffarlo.

«Mio padre è ancora convalescente così ha delegato me a fare le sue veci, perché attendere un ulteriore miglioramento delle sue condizioni avrebbe allungato i tempi e sappiamo, invece, che di quel legname ne avete bisogno subito. Spero che per voi non rappresenti un problema che ci sia io al suo posto.» 

Michele Messinese contraccambiò la stretta «Nessun problema.» La rassicurò «Detesto i formalismi e sono nuovo in questo incarico. Era mio padre a gestire le pratiche amministrative della nostra azienda, così mi sento un pesce fuor d'acqua a parlare di cifre e postille e, in realtà, questa sarebbe anche la mia prima volta.» 

Rebecca scoppiò in una genuina risata «Cifre e postille? Niente di tutto questo!» Aprì il cassetto della scrivania da cui trasse un foglio dattiloscritto «E' tutto qui. Dovete leggerlo e firmarlo se siete d'accordo sui termini.» 

Michele scorse rapidamente il contratto e lo firmò. 

«Giandomenico come sta?» Quella domanda le era fiorita spontanea sulle labbra, prima ancora che lei avesse  ragionato sulla sua opportunità. D'altronde Giovanni Basile era stato chiaro riguardo al mandato che le aveva assegnato, che era quello di attenersi solo alla neutra formalizzazione del contratto, senza scavare nei recenti dissidi e in memoria dell'antica amicizia fra suo padre e Mimì.

«Dovrei imparare anch'io a scrivere a macchina: su questo foglio non ci sono sbavature né correzioni e nessuna cancellatura. Le cancellature sono zone d'ombra atte a nascondere i pensieri scritti d'istinto che la mano, in un impeto di verità, ha vergato di getto per poi subito dopo pentirsene ed eliminare con un tratto deciso di penna. Ma la dattilografia, nel suo ordinato nitore, ha il merito di nascondere i sentimenti molto più efficacemente di una cancellatura.» Le restituì il foglio con un piccolo sorriso.

La giovane rilesse le righe ordinate con cui si stabilivano le modalità per la consegna del legname a Giandomenico: un elenco di cifre e indirizzi, asettico e impersonale. Michele aveva ragione, su quel foglio non c'erano zone d'ombra perché quelle erano dentro ognuno di loro.

E, come se le avesse letto nella mente, la voce di Michele fece eco a quel suo pensiero «Giandomenico sta male e il morbo di quel malessere si annida nella sua anima, non credo che la distanza lo aiuterà a guarire, sebbene sia quello che noi tutti ci sforziamo di credere.» 

Lei annuì pensierosa «Si guarisce più facilmente da un male d'amore che da un senso di colpa. E vostro fratello si sta distruggendo per una colpa che non ha.» 

«Neppure voi.» Lui affermò con convinzione.

Rebecca lo guardò con gratitudine.

Imbarazzati, restarono in silenzio per non infrangere i limiti che quella conversazione imponeva, e che non prevedeva né un vinto né un vincitore. 
Nell'accomiatarsi si strinsero la mano, consapevoli della comune disfatta.


UNA PROPOSTA INOPPORTUNA
«Aspettate!»
Michele Messinese aveva appena varcato il cancello di casa Scalavino che Gemma, correndo, lo aveva raggiunto. A quell'ingiunzione il giovane s'era fermato sorpreso, ancor di più quando si trovò di fronte una giovane dai capelli rossi, che se non fosse stato per l'abito chiaro, benissimo avrebbe potuto essere la gemella di Rebecca, ma senza la sottile malia del suo profumo. 

«Devo parlarvi, possiamo fare un tratto di strada insieme, se non vi spiace.» Aveva chiesto Gemma, leggermente trafelata. Poi, rendendosi conto di esser per lui una sconosciuta, si era presentata: «Gemma Scalavino, sorella di Rebecca.» Specificò, porgendogli la mano.

«Se non fosse stato per il colore dell'abito vi avrei scambiata per lei.» Disse Michele, contraccambiando la stretta di mano con un sorriso.

«Eppure, vi assicuro, che siamo molto diverse.» Ribadì Gemma in tono criptico.

Fecero un piccolo tratto di strada senza parlare, poi fu la giovane, in tono deciso, a rompere il silenzio.

«Avrei bisogno di parlare con vostro fratello ma, vista l'imprevedibilità del suo carattere, vorrei che foste voi ad introdurmi in modo adeguato, per non compromettere quella tregua a stento raggiunta dalle nostre rispettive famiglie e che oggi avete siglato con mia sorella.»

A quella richiesta, Michele, s'arrestò di botto, sbalordito: « E di cosa, se è lecito chiedere, dovreste parlare con Giandomenico?» 

A quella domanda Gemma s'alzò leggermente sulle punte dei piedi e, a distanza ravvicinata, guardandolo negli occhi, disse: «Della possibilità d'imbarcarmi anch'io per Roma.» E, davanti al genuino stupore di Michele, scoppiò in una piccola risata: «Tranquillizzatevi, non voglio compromettere l'onorabilità di vostro fratello, il suo aiuto mi serve solo per andarmene via da qui. E comunque nessuno verrebbe mai a saperlo.»

«Non state dicendo sul serio!» Esclamò incredulo, trattenendola per un braccio.

«Oh si, sono serissima. E, vi prego, di non farne parola con nessuno. Neppure con Giandomenico. Non sto chiedendo la vostra complicità ma solo d'indicarmi un modo, o un luogo, dove io possa parlarci. Sarà lui, in ultimo, a decidere sulla fattibilità della mia richiesta. Quello che io vi sto chiedendo...»

Il giovane la interruppe brusco: «Signorina Gemma non farò niente di quello che che mi avete chiesto. Non farò nulla che possa ulteriormente aggravare la già, fin troppo compromessa, situazione di Giandomenico, e pregiudicare anche la vostra. Per il vostro bene dimenticherò questa conversazione, pregandovi di fare altrettanto.» 
  
E, opportunamente prese le distanze, s'allontanò per la sua strada.

OMBRE CINESI. R LANTERNE MAGICHE.
La voce spazientita di suo padre e quella infantile di sua madre, raggiunsero Gemma fuori dalla porta di casa. Si fermò ad ascoltarli sorpresa perché da tanto tempo, ancor prima che Rosa si ammalasse, i due non avevano più contatti di nessun genere. Delle esigenze di sua madre se ne occupava la governante ma, ancor prima, quel compito era stato imposto a lei. Ricordava i lunghi pomeriggi invernali trascorsi ad intrattenerla con le bambole, come anziché sua madre fosse una sua sorellina minore, o ad assecondarla nel suo gioco preferito che era quello di guardare dentro un caleidoscopio le mutazioni della luce e delle forme, con i suoi gridolini di meraviglia e i battimani infantili che sempre accompagnavano questa esperienza. Chiusa nella sua stanza a Rosa veniva impedito di rincorrere, per tutta la casa e il giardino, la scia luminosa delle comete che solo lei vedeva, per catturarle poi con un retino. Il gioco di ombre cinesi che Gemma aveva escogitato per distrarla non sortiva effetto, perché sua madre era attratta dalla lucentezza e non dall'evanescenza. E di alcune di quelle innocenti sagomate proiettate sul muro ne aveva perfino paura. Alle fallimentari ombre cinesi subentrò la novità di una lanterna magica che proiettava sul muro fantastiche immagini planetarie di stelle e corpi celesti, dipinte sui vetrini in esclusiva per lei, e che sortì un buon effetto ricreativo fino al momento in cui Rosa, nel goffo tentativo di afferrare la coda sgargiante e teatrale di una cometa, le sue dita impattarono contro la solidità della parete anziché nell'immaterialità dell'aria. Disillusa e arrabbiata, dopo aver invano tentato di liberare la cometa, e se stessa, dalla prigionia della stanza cadde, per molti giorni, in uno stato di preoccupante prostrazione, dove alternava momenti di apatia a imprevedibile furia. E, in, quella sua stanza, aveva iniziato a soffrire di nevrosi d'angoscia, con crampi al cuore e fame d'aria. Questo suo stato depressivo indusse il marito a restituirle di nuovo libertà di movimento e ad assumere una governante che si occupasse di lei.
A strappare Gemma ai ricordi e riportarla alla realtà, fu un tonfo metallico che, sovrapponendosi alle voci, ristabilì il silenzio inducendola a precipitarsi nell'atrio dove, rovesciata a terra, c'era la sedia a rotelle di Concetto Scalavino che giaceva immobile, con il capo riverso sui gradini dello scalone.
Smarrita, cercò sua madre, ma di lei non c'era traccia.

martedì 27 gennaio 2026

Rebecca (cap. 24)



SCONTRO FISICO 
Giandomenico e Michele Messinese nella veemenza della lotta erano entrambi scivolati a terra, ma Michele, più forte e corporeo, aveva immobilizzato il fratello che invano, ansimando, si dibatteva per liberarsi da quella stretta che lo inchiodava al suolo. Il trambusto della zuffa, il rumore delle sedie e delle suppellettili rovesciate, aveva fatto accorrere Pietra che faticosamente era riuscita a dividerli. 
Michele, in un gesto di pace, aveva porto la mano a Giandomenico per rimettersi in piedi, ma lui lo aveva violentemente respinto mandandolo a cozzare contro una vetrina che s'era infranta, ferendolo al collo e ad una mano. Infuriato aveva lasciato la stanza, sbattendosi la porta alle spalle.

«Perché siete venuti alle mani?» Aveva chiesto Pietra mentre gli medicava le ferite.

«Gli ho riferito della mia richiesta a Giovanni Basile di chiedere a Concetto Scalavino di  poter comprare la fornitura di legname che avevamo rifiutato. E questo ha scatenato la sua rabbia.»

«Dovrà farsene una ragione.» Fu il commento coinciso di Pietra 

«Ad ogni modo quel Giovanni Basile è un uomo molto pacato e non mi è sembrato mal disposto.»

«Non è però da lui che dipende la risoluzione della faccenda, e il suo socio è di tutt'altra pasta.» Obiettò, lei, pensierosa.

«Ma anche Giandomenico non è affatto accomodante.» Rispose  Michele mostrando la mano ferita. «Quel suo maledetto orgoglio lo perderà.»

«Al contrario, senza quel suo orgoglio lui sarebbe già perso.» Pietra ribatté con inaspettata dolcezza.


UN PASSO VERSO IL FUTURO
«Sarete voi, Rebecca, a farvi portavoce con la famiglia Messinese della disponibilità di vostro padre affinché Giandomenico possa usufruire, fin da subito, della fornitura di legname in giacenza nel magazzino di Palermo. Michele Messinese sarà qui nel pomeriggio per definire il nuovo contratto e sarete sempre voi a condurre in porto la faccenda. Sono sicuro che saprete farlo nella maniera migliore, con garbo e discrezione, senza alcuna parvenza di rivincita per noi e di resa per loro. Non ci sarà da concordare un prezzo, che è quello stabilito dal mercato e non una lira di più, seppure i Messinese si sono detti disposti a pagare qualsiasi cifra, voi metterete in evidenza che questo accordo non basa sul denaro ma sull'amicizia di vostro padre con Mimì.» 

Così, Giovanni Basile, l'aveva ragguagliata sul comportamento da tenere e quando lei gli aveva chiesto «Perché io e non mio padre, o voi stesso?» Giovanni Basile, con un sorriso, aveva risposto: «Perché le donne, in determinate occasioni, sanno trovare le parole più adatte e dirle nel modo giusto e vostro padre, Rebecca, benché sia un fine uomo d'affari in questa faccenda è troppo coinvolto, e lo sono anch'io seppur per motivi diversi, per cui toccherà a voi chiudere questa vicenda e, sono certo, lo farete nel migliore dei modi. Troverete il contratto già stilato nel cassetto della scrivania, Michele Messinese dovrà solo apporvi la firma.» Nello stringerle la mano disse: «Considerate questo incarico come il primo passo verso il vostro futuro.»

«Cosa volete dire?» Domandò sorpresa Rebecca

«Che in mancanza di un erede maschio potete benissimo essere voi, se lo volete, a prendere in mano le redini dell'azienda di famiglia. Ne avete tutte le capacità ed io sono disposto ad aiutarvi ma di questo, almeno al momento, vorrei non ne faceste parola con nessuno. Bisogna dare tempo a vostro padre di guarire nella mente e nel corpo, e che inizi a fidarsi di voi.»


UNA PARTENZA NECESSARIA
Così, Rebecca, aveva ragguagliato la governante sulla prima parte del dialogo con Giovanni Basile, sulla fase che riguardava il suo incontro con Michele Messinese per la stipula del contratto, ma aveva taciuto sul resto. 

 «Il signor Basile ha ragione: a questa vicenda bisogna mettere un punto finale cercando di uscirne tutti indenni e, perché questo accada, bisogna saper calibrare i toni e le parole, dote di cui vostro padre, in questo particolare momento difetta, e credo anch'io che siete voi la più idonea a farvene interprete. » 

«E forse la partenza di Giandomenico aiuterà a chiudere in maniera definitiva questa storia.» Concluse con un sospiro Rebecca che, assorta nei propri pensieri, non s'era accorta della presenza di Gemma.


SCONTRO VERBALE
«Ne sembri dispiaciuta.»
La voce della sorella l'aveva colta di sorpresa. Erano settimane che Gemma evitava con cura ogni possibile contatto tra di loro, nonostante i suoi approcci per un chiarimento. Ma chiarire cosa? Il motivo per cui lei riteneva il padre non responsabile della morte di Mimì, oppure l'intesa che s'era andata stabilendo con Brigida Catalano? Rebecca avrebbe voluto confrontarsi con lei per fugare ogni dubbio sulla solidità della loro alleanza, ma ad ogni suo tentativo Gemma l'aveva respinta opponendo un glaciale silenzio, ed era questa la prima volta dopo tanti giorni che si rivolgeva a lei in maniera diretta, seppur provocatoria.

«E' vero, sono dispiaciuta perché non è stato possibile avere con Giandomenico un chiarimento. Il risentimento verso papà e i sensi di colpa verso se stesso lo stanno uccidendo e, temo, che questa nostra accondiscendenza, se male interpretata, potrebbe perfino esasperarlo nel suo rancore. Ma cos'altro avremmo potuto fare se non accogliere la richiesta della famiglia Messinese di poter usufruire di quel legname indispensabile per i lavori  presso la Santa Sede?  »

«Parli al plurale ora?» Domandò Gemma, canzonatoria «Sei diventata il portavoce dell'azienda di famiglia? Hai dimenticato che nostro padre voleva barattarti per i suoi scopi? Non sei niente per lui se non merce di scambio.» 

«Non ho dimenticato nulla e i suoi misfatti li ho chiari in mente, ma tra questi non c'è la morte di Mimì Messinese. Se deve essere punito che lo sia per le colpe commesse e non per quelle attribuite: la vendetta non è giustizia.»

«Pagare per una colpa non commessa dopo averne perpetrate molte altre...è anche questa una sorta di giustizia. Ma quella colpa lui l'ha commessa anche se, in ultimo, la morte non è la peggiore delle sorti. Alla mamma è toccato un destino ben più crudele.» Concluse, guardandola con disprezzo.

Rebecca scosse la testa, sorridendo triste «Ne sei davvero sicura?»

Per tutta risposta, Gemma, lasciò la stanza sbattendo la porta.

mercoledì 19 novembre 2025

Rebecca (cap. 23)

 


DONNE DA ISTRUIRE
Nel riverbero di remote punte di sole, una pioggerellina tiepida cadeva sull'erba folta del giardino e sul vialetto sassoso che conduceva alla casa degli Scalavino. Sedute al tavolo sotto il portico, Rosa e Brigida Catalano, stavano assemblando una composizione naif di vetrini e pietre luccicanti che non  combaciavano ma che la governante, con estrema pazienza, andava completando negli spazi vuoti con granella di zucchero variamente colorato. I gridolini di meraviglia di Rosa, quando le dita agili di Brigida riuscivano a dare parvenza di fiore, stella o farfalla, a quei suoi abbozzi informi e casuali,  avevano indotto Concetto Scalavino ad affacciarsi alla porta per accertarsi delle ragioni di quello scompiglio. Il medico lo aveva autorizzato all'uso di una sedia a rotelle, ponendo così fine all'esilio nella sua camera e ripristinando la legittimità dei suoi pieni poteri. Su suggerimento di Giovanni Basile aveva adibito una saletta di servizio ad uso studio, con una scrivania e delle comode poltrone, per disbrigare le pratiche e ricevere i clienti. Giovanni Basile gli aveva anche suggerito di avvalersi dell'ausilio di Rebecca in veste di segretaria, poiché il medico lo aveva minacciato di confinarlo di nuovo nella stanza da letto se avesse contravvenuto al suo ordine di alternare le ore del lavoro con quelle del riposo. Se avesse scupolosamente seguito questa regola presto sarebbe stato di nuovo in grado di riconquistare la più completa autonomia

...ma come sempre, però, la governante si adoperava in tutti i modi a rendergli la vita difficile, come ora che, nonostante la pioggia, intratteneva la moglie demente sotto il portico, in bella mostra, così che tutti potessero vederla.

«Signora Catalano, devo avvertirvi che da oggi mia moglie non avrà più accesso né al portico né al giardino.» Intimò brusco, appena la donna fu alla sua portata.

 « La volete murare in una stanza? Domandò ironica Brigida Catalano, dirigendosi verso la cucina. 

Lui le ostruì il passaggio con la sua ingombrante sedia a rotelle, costringendola a fermarsi «Ascoltatemi bene, da domani è qui che riceverò i miei clienti e non voglio che la vedano. La casa è grande, troverete di sicuro uno spazio dove intrattenerla, soprattutto farete in modo che non interferisca con le mie esigenze. Questo è il vostro compito ed è per questo che vi pago. Non c'è altro.» Concluse sferzante facendosi di lato per lasciarla passare.

«Non c'è bisogno di essere sgarbati, Tino.» Suggerì dall'uscio Giovanni Basile, cogliendolo di sorpresa perché che non lo aveva sentito arrivare «Piuttosto, dovresti piuttosto fartela alleata soprattutto ora che riceverai i tuoi clienti a casa e avrai bisogno della sua collaborazione.» Lo esortò gioviale, ponendogli una mano sulla spalla.

«Ho già mia figlia Rebecca tra i piedi...non voglio un'altra donna da istruire!» Protestò Concetto Scalavino.

«Non credo che la signora Catalano abbia bisogno d'essere istruita, mi dà l'idea che ne sappia molto più di noi e di tanti altri.» Rispose divertito Giovanni Basile. Poi, facendosi serio, aggiunse: «Stamani Ho chiarito con Michele Messinese i motivi che hanno indotto la sua famiglia a cessare la vostra collaborazione, ed è stato un incontro molto esplicativo. Andiamo a parlarne nel tuo studio.»

«No, nello studio c'è Rebecca che sta catalogando la corrispondenza.» 

«E allora?» Giovanni Basile, senza attendere risposta, spinse la sedia a rotelle verso lo studio.


NEL NOME DI MIMI'
Rebecca era seduta al tavolo intenta a trascrivere in un registro date, indirizzi ed ordini, da fatture che aveva cronologicamente selezionato. All'ingresso del padre e di Giovanni Basile smise il suo lavoro e, senza alcun preambolo, ammonì il padre: «Abbiamo bisogno di  una macchina da scrivere perché la vostra grafia è davvero illeggibile e la mia, a forza di copiare i vostri scarabocchi, sta diventando uguale. Così simile che potrei perfino spacciarla per la vostra!» 

«Cosa?» Proruppe contrariato Concetto Scalavino, la cui disapprovazione si era tramutata in un secco colpo di tosse

A quell'eccesso di sdegno fece eco la risata divertita di Giovanni Basile «Visto come stanno le cose, Tino, credo proprio che l'acquisto di una macchina da scrivere sia di primaria importanza.»

«Scommetto che questa cosa te l'ha messa in testa lei, la governante!» Poi, rivolto all'amico, allargò le braccia rassegnato «Che ti dicevo? Di quella donna non ci si può proprio fidare!»

Giovanni Basile scosse la testa in segno di diniego «Non sono d'accordo con te, Tino, ma non sono qui per farti ricredere sulle doti della tua governante quanto piuttosto per inoltrarti una richiesta della famiglia Messinese.»

Concetto Scalavino lo guardò stupito: «Una richiesta? Cosa possono volere da me dopo che mi hanno messo alla porta?» Domandò sdegnato. Poi, ricordandosi della presenza di Rebecca, le intimò di lasciarli soli ma, inaspettatamente, Giovanni Basile intervenne: «Riguardo a ciò che sto per dirti, Tino,  è opportuno che lei rimanga.» E, senza dargli tempo di controbattere, riferì la conversazione avuta quella mattina con Michele Messinese e la richiesta di ricomprare, a qualunque cifra, quella stessa fornitura di legname da Giandomenico rifiutata.

«Mi ritengono responsabile della morte di Mimì eppure non si fanno scrupolo di richiedere il mio aiuto.» Sbottò, amaro, Concetto Scalavino.

«Puoi negargliela, e avere la tua rivincita su Giandomenico, che sarà impossibilitato ad esaudire la richiesta di Papa Pio X, con le inevitabili ripercussioni sulla sua ascesa artistica e sulla credibilità della famiglia Messinese, oppure...oppure, in nome dell'antica amicizia con Mimì puoi soddisfare la loro richiesta ad un giusto prezzo e in maniera discreta. Lascia che sia Rebecca ad occuparsene, naturalmente su tue direttive. »

«Così, secondo il tuo modo di vedere, dovrei facilitare i Messinese, assistere al loro trionfo rimanendo zitto e buono dietro le quinte, addirittura delegando, in mia vece, Rebecca.» Lo beffeggiò, Concetto Scalavino, erompendo in una una risata sarcastica.

«Non sei tu ad esserti arreso, ma loro. »Replicò pacato Giovanni Basile «Sono i Messinese ad aver bisogno di te, di quel tuo aiuto che potresti facilmente negare ma che, invece, in virtù dell'amicizia con Mimì, concederai.»

Davanti alla perseveranza dell'amico, il mercante scosse la testa «Davvero ne sei convinto, Giovanni? E se questo invece venisse da tutti loro inteso come un risarcimento per aver causato la morte di Mimì?»

Giovanni Basile fece un gesto con la mano a scacciare quell'ipotesi «Non sei responsabile della morte di Mimì, Michele Messinese lo sa perfettamente ma, di contro, non concedendo quella fornitura potresti essere la causa della rovina della sua famiglia e della reputazione di Mimì.» E senza attendere replica si rivolse a Rebecca: «Cosa ne pensate?»

Quella domanda così diretta l'aveva colta di sorpresa perché Giovanni Basile, scavalcando il consenso del padre, la stava rendendo pienamente partecipe degli eventi.   

«Credo che concedendo quella fornitura nessuno potrà mai più mettere in discussione la sincerità della vostra amicizia nei confronti di Mimì Messinese, ed imputarvene la morte.» Rebecca s'era rivolta direttamente al padre «E' da voi che dipendono le loro sorti ma che senso avrebbe portarli alla rovina? Di contro, porgere la mano, sarebbe l'inequivocabile segno di rispetto per un uomo che avete sinceramente stimato e per il quale avete nutrito affetto. Fatelo in nome di Mìmì e di quella vostra amicizia.»

sabato 18 ottobre 2025

Rebecca (cap. 22)




CAUSE ED EFFETTO
«Sono qui per cercare di capire, e fare chiarezza, su quei motivi da voi definiti morali che vi hanno indotto a fare a meno dei nostri servizi dopo un lungo e corretto rapporto di lavoro iniziato circa vent'anni fa.» Così, senza troppi preamboli, Giovanni Basile aveva da subito chiarito a Michele Messinese lo scopo di quella sua visita neppure annunciata.

«Il vostro socio non ve li ha esposti?» Aveva risposto con un sorriso fugace il figlio maggiore di Mimì, indicandogli una sedia dove accomodarsi.

Giovanni ignorò l'invito. «Mi piacerebbe avere anche la vostra versione.» 

«Concetto Scalavino ha adottato un comportamento vessatorio nei confronti di mio padre con costanti pressioni, e insidiose manipolazioni, per realizzare quel progetto di matrimonio tra mio fratello e sua figlia, e a cui mio padre, un uomo dal carattere mite, non ha saputo opporsi. Questa sua incapacità, unita alla consapevolezza che Giandomenico non voleva questo matrimonio, lo ha precipitato in un profondo stato di sofferenza emotiva sfociata  nell'infarto.»

 Il tono crudo, ma privo di veemenza con cui  Michele Messinese aveva formulato il suo j'accuse, dove però non aveva mai pronunciato la parola "assassino", avevano colpito Giovanni Basile, come se quella opinione, appena espressa, non fosse la sua ma il giudizio di altri: lui era solo il latore della sentenza e non il giudice che l'aveva emessa. 

«Presumo che, per lanciare accuse così gravi, questo vostro convincimento basi su una conoscenza personale del mio socio e una partecipazione agli eventi.» Ipotizzò ironico, Giovanni Basile

Michele scosse il capo: «No, lo conosco solo di nome in quanto fornitore unico per i lavori di Giandomenico e per la nostra scuola d'ebanisteria di Parigi. Ad amministrare la società è sempre stato mio padre, io sono subentrato solo ora, alla sua morte, e confesso che questo del contabile è un incarico che non mi attrae ma che dovrò portare avanti. » 

«E di cosa vi occupavate prima?» Chiese, incuriosito da quella spontanea rivelazione.
 
«Dei terreni di famiglia, perché sono l'unico dei Messinese che non ha nessuna predisposizione all'arte dell'ebanisteria, e che gli alberi ama vederli eretti e non piallati. In definitiva sono un contadino.» Concluse con un certo compiacimento, accendendosi una sigaretta.

«Davvero credete che la causa della morte di vostro padre sia d'attribuirsi a Concetto Scalavino, oppure avete sposato la convinzione di vostro fratello?» Domandò, in tono pungente Giovanni Basile, entrando nel vivo dello scopo della sua visita.

« Le parole sono un'arma molto potente, quelle dette come quelle non dette, e come un'arma possono uccidere. Nel corso della sua vita mio padre ha imparato a decifrarle negli accenti e nelle pause perché sempre, nella loro apparente soavità c'era una traccia di veleno, e a neutralizzarle quando, giungendogli alle spalle, lo ferivano come coltellate. Da sempre ha dovuto fronteggiare la malevolenza dei nostri concittadini, soprattutto  nei confronti di mia madre, ritenuta un'adultera, e di Giandomenico, un invertito.» Lo guardò per valutare l'effetto del suo discorso crudo «Ma, nonostante tutto questo, aveva le spalle larghe e un'anima grande. Non sono state le calunnie ad ucciderlo, a quelle era abituato, ma l'ipocrisia a cui per un momento, lui stesso ha ceduto. Quella finzione, suggeritagli in modo così persuasivo dal signor Scalavino, e a cui ha sperato si piegasse mio fratello.» 

 «Perdonate la franchezza, ma siete certo di non aver trovato in Concetto Scalavino il capro espiatorio per pareggiare i conti con la malevolenza che da sempre vi perseguita? E' un uomo dal carattere difficile, talvolta perfino dispotico, lo riconosco, ma lo si può arginare con un atteggiamento deciso, perché se Mimì subiva passivamente la sua prepotenza, Giandomenico, invece, con la sua risolutezza sarebbe stato benissimo in grado di fronteggiarlo, e con fermezza chiarire la sua posizione. Per un uomo di grande sensibilità, come vostro fratello, non sarebbe stato difficile esporre le ragioni del suo rifiuto, senza umiliarlo Quindi, se vogliamo scavare nell'ambito delle concause che hanno, secondo il vostro punto di vista determinato la morte di Mimì, si potrebbe obiettare che anche vostro fratello abbia concorso a ....» 

 Michele Messinese lo interruppe sdegnato «Credete che Giandomenico non si senta colpevole? Che abbia interamente addossato tutta la responsabilità a lui?» Obiettò, il giovane, con durezza «Certo che si sente responsabile di non aver gestito lui la situazione, ma è stato per un eccesso di riguardo verso la ragazza, trattata da suo padre come un semplice oggetto di scambio. Ad ogni modo nemmeno lei voleva questo matrimonio. Era solo Concetto Scalavino a volerlo!» Esclamò risentito.

«Ne siete davvero convinto? Il sospetto che in cuor suo, anche Mimì lo desiderasse non vi ha mai sfiorato? Dubbio che, invece, deve aver avuto Giandomenico, tanto da sentirsi messo in discussione, per la prima volta in vita sua, da colui che lo aveva da sempre accettato nella sua essenza. E la scoperta che anche suo padre lo voleva forse diverso da quello che era, o sembrava essere, deve averlo sconvolto nel profondo, così da covare rancore nei suoi confronti e odio in quelli di Concetto Scalavino. Vi esorto quindi a vigilare su di lui: tenetelo d'occhio!» Avvertì in tono perentorio, avviandosi alla porta.

 Michele Messinese, lo fermò «Aspettate! Ho una richiesta per il signor Scalavino.» 

Giovanni Basile lo guardò stupito.

 «Capisco il vostro sbalordimento, ma se non mi aveste preceduto venendo qui, oggi stesso sarei andato da lui, per chiedergli se fosse ancora disponibile la fornitura di legname commissionata da mio padre per i lavori di Giandomenico presso la Santa Sede.»

Giovanni Basile assentì «Non una semplice fornitura ma un omaggio all'arte di vostro fratello, e da lui sdegnosamente rifiutata.» 

  «Devo confessarvi che non sono stato all'altezza del mio nuovo incarico non riuscendo a trovare un fornitore in grado d sostituirla in così breve tempo. .Questa mia incapacità rischia ora di danneggiare mio fratello e allora...al diavolo il mio orgoglio, perché se quel legname fosse ancora nel vostro magazzino sarei disposto a pagarlo qualsiasi prezzo.» 

 «Siete generoso ad assumervi tutta la responsabilità di un danno che non è dipeso essenzialmente da voi, a tornare sui vostri passi e chiedere aiuto a colui che la vostra famiglia ritiene essere l'assassino di vostro padre.» Tacque, il tempo necessario che le parole sortissero il loro impatto emotivo, per poi chiedere in tono asciutto «E...Giandomenico è a conoscenza di quanto state facendo?» 

Il giovane annuì.

«Immagino che per il suo orgoglio, questa prospettiva equivalga ad una disfatta personale.» Sorrise, senza allegria. «Il suo orgoglio, però, non è dello stesso valore del vostro. Non così altruista.»

«Vi sbagliate se credete che mio fratello possa avvalersi di meschini stratagemmi per giungere al suo scopo, mandando avanti me per i suoi interessi. Sarò schietto con voi perché lui non è affatto d'accordo su questo passo indietro, piuttosto rinuncerebbe al suo prestigioso incarico presso la Santa Sede, compromettendo così la sua reputazione e la sua carriera, se non fosse che questo avrebbe conseguenze disastrose sulla credibilità della nostra azienda che nell'ebanisteria ha fondato la sua ragion d'essere, col talento indiscutibile di Giandomenico e con la lungimiranza di Giacomo e Salvatore che a Parigi hanno istituito "L'Accademie Italienne d'Ebenisterie" frequentata dai giovani provenienti da ogni parte d' Europa per apprendere i segreti delle tecniche d'intarsio e finitura del legno degli artigiani italiani: un fiore all'occhiello, non solo per la Sicilia, ma per tutta la nostra penisola.» Tacque, il tempo per accendersi un'altra sigaretta «Ma a causa della mia imperizia, a cui oggi sto tentando di porre rimedio, ho messo a rischio tutto questo. Capita quando la ragione viene sopraffatta dall'emotività: avrei dovuto rendermi conto io per primo dell'irragionevolezza di mio fratello in questo contesto, in balia dei suoi demoni e della sua disperazione per la morte di nostro padre.» Alzò gli occhi a cercare il suo sguardo «Voglio essere completamente sincero con voi, signor Basile, perché non sono neppure certo, qualora voi vorreste acconsentire a questa richiesta, che Giandomenico sia disposto ad usare quel legname, ma semmai accadesse dovrebbe essere privo dell'egida di mecenate di Concetto Scalavino. Il prezzo per la fornitura lo stabilirete voi. Siamo disposti a pagare qualunque cifra voi decidiate.» 

Giovanni Basile lo guardò perplesso «Sapete cosa penso? Che vi attribuite colpe che non avete perché quel danno, vostro fratello, se l'è procurato da solo a causa del suo smisurato orgoglio, e temo che imporgli questa soluzione ve lo renderà ancora più ostile. Più furioso. Perché per lui, accettare questa via d'uscita  equivarrà ad abiurare le ragioni del suo risentimento, e renderà più grande ed insopportabile la sua umiliazione.» 

 Michele Messinese, con un sorriso mesto, assentì «Ma, in ultimo, dovrà accettarla perché non ci sono altre alternative. Dite al signor Scalavino che siamo nelle sue mani.» 

giovedì 4 settembre 2025

Rebecca (cap. 21)


 UNA PIU' REALE PROSPETTIVA
«Devo parlarvi.»
Rebecca, nell'approccio  asciutto di Giovanni Basile, aveva percepito l'urgenza di quella richiesta. Con la mano indicò la panchina sotto il pergolato, dove sedettero. Senza porre indugi Giovanni trasse di tasca la lettera di Concetto Scalavino e la porse alla giovane: «E' la lettera che vostro padre ha scritto a Mimì Messinese, vorrei avere la vostra opinione al riguardo.»

«La mia opinione?» Domandò sorpresa, guardandolo negli occhi. «E di questa vostra richiesta mio padre ne è al corrente?» 

«Vostro padre mi ha incaricato di far luce su una questione per lui di grande importanza ma che riguarda anche voi, per cui l'ho informato che avrei chiesto anche il vostro punto di vista.»

Rebecca lesse la lettera. Quando terminò era visibilmente impallidita. «E' una lettera indegna, e che l'autore sia mio padre, ai miei occhi ne accresce l'oltraggio.» Con disgusto la respinse lontana da sé, come fosse una cosa immonda. «Distruggetela! Se questa lettera cade nelle mani di Giandomenico credo che per mio padre non ci sarà scampo. Lo reputa responsabile della morte del suo.» Asserì in tono sommesso «Ma giudica anche se stesso colpevole: ed è una sentenza inappellabile.» 

«Come lo sapete?» 

«Ci ho parlato.» Rispose, con un percettibile tono di sfida.

Giovanni Basile scosse il capo in segno d'approvazione. «Si, andava fatto.» E, dopo un breve silenzio, chiese: «Come giudicate l'intera faccenda?»

«Era solo mio padre a volere questo matrimonio, ma non per questo è responsabile della morte di Mimì Messinese. Credo che per lui nutrisse un affetto sincero ed egoista al tempo stesso. Lo stimava. Lo ammirava. Forse anche lo invidiava. Ma a suo modo gli voleva bene. Sono convinta che mai, consapevolmente, avrebbe voluto nuocergli.» Un sorriso amaro le increspò le labbra. «Anche se le motivazioni con cui, in questa lettera, lo sprona a perseguire quel suo progetto, farebbero presupporre il contrario.»

«Di certo ha compiuto una enorme, ulteriore forzatura su un uomo che per tutta la vita si è visto costretto a doversi difendere, dalla maldicenza e dalle fandonie, con l'arma della sopportazione.» Convenne Giovanni Basile. «Ma forse lo stesso Mimì si era convinto che il matrimonio potesse essere la soluzione per metter fine alle calunnie, tranne poi scontrarsi col disappunto di Giandomenico...e col vostro.» 

«Il mio rifiuto non riguarda Giandomenico nella sua persona, ancor meno le dicerie che lo perseguitano.
Lo ritengo un uomo leale e, per lui, nutro il massimo rispetto, ma non accetto l'idea che si disponga di me al di là delle mie volontà. E, in queste, il matrimonio non è contemplato.» Asserì risoluta. 

Giovanni Basile fece il gesto di alzarsi, ma lei lo trattenne leggermente per un braccio: «Cosa farete ora?»

«Andrò a parlare con la famiglia Messinese. E poi col medico di vostro padre. L'isolamento forzato induce a vedere fantasmi, magari una sedia a rotelle contribuirà ad allontanare le ombre dell'immaginazione e ristabilire una più reale prospettiva.» 


UN PASSO INDIETRO
Che fossero fratelli, o più semplicemente consanguinei, Michele e Giandomenico Messinese, mai lo si sarebbe detto. Vigoroso, barbuto e bruno, Michele, figlio maggiore di Mimì, s'imponeva alla vista per quella fisicità marcata, tipica degli uomini della sua famiglia e, pur non essendo di un'altezza superiore alla media, pareva sovrastare gli altri. Di contro, Giandomenico, il più giovane dei fratelli, pur avendo la stessa altezza, ma esile di corporatura, chiaro di pelle e di capelli, risultava quasi incorporeo al suo cospetto. Un'ombra, che neppure il pesante pastrano in cui era intabarrato, riusciva a dargli un volume.

«Questo licenziamento va giustificato esclusivamente nell'ambito degli affari. Nessuna accusa, che non possa essere provata, deve essere mossa nei confronti di Concetto Scalavino.» In previsione della visita di Giovanni Basile, così Pietra s'era espressa. Poi, rivolgendosi direttamente a Giandomenico, lo aveva ammonito: «Perché nessun tribunale, sull'imputazione astratta del tuo risentimento, lo condannerebbe per la morte di tuo padre, e alimentare chiacchiere o, peggio ancora, uno scandalo, a pochi giorni dalla tua partenza per Roma sarebbe, per noi, dannoso.»

«Pochi giorni alla partenza per Roma...pochi anche per sostituire il legname dello Scalavino.» Michele s'era intromesso, togliendo al fratello la possibilità di replica «Non mi è stato possibile, in così breve tempo e nonostante i miei tanti tentativi, trovare un fornitore in grado di rimpiazzarlo per questa commessa.» 

«Stai dicendo che dovremmo fare un passo indietro?» La voce di Giandomenico era risuonata ostile.

Michele, aveva allargato le braccia in segno d'impotenza: «Mi spiace, ma in un tempo così breve nessun fornitore si è detto in grado di poter esaudire la nostra  richiesta. Siamo costretti, in questo frangente, ad acquistare il legname dalla Ditta Scalavino, già pronto, quello, per la spedizione.»

«Vuoi continuare a fare affari con l'assassino di nostro padre?» Sprezzante, Giandomenico, gli si era fatto sotto, i pugni serrati e lo sguardo febbrile, pronto a battersi per quell'oltraggio.

«Basta!» Pietra, esasperata, s'era frapposta fra loro «Con questo indegno atteggiamento state disonorando il nome di vostro padre, ed io non posso tollerarlo.» Non era avvezza ad alzare la voce, Pietra, abituata a risolvere le piccole e grandi questioni famigliari con pacata, ma decisa, energia. Una donna risolta che con autorevolezza aveva saputo gestire quella sua famiglia di maschi, compensando le irresolutezze e gli impacci del capofamiglia, assumendosene il ruolo.
Fino a quel momento, quando d'improvviso s'era resa conto d'esser non solo vedova di Mimì ma, al pari dei figli, anche la sua orfana. Perché ora che lui non era più nemmeno sullo sfondo percepiva, nella sua definitiva assenza, un inglorioso abbandono, perché la morte era stata una facile via di fuga che lo aveva messo al riparo dalle incognite di quella situazione che lui stesso, a causa della sua titubanza, aveva contribuito a creare. Così, ancora una volta, come le innumerevoli altre, sarebbe toccato a lei porvi un rimedio. 
Puntò il dito verso Giandomenico «Andrai a Roma e rispetterai l'impegno preso col Santo Padre. Non possiamo rischiare la credibilità della nostra azienda con un rifiuto così tardivo e difficilmente giustificabile. E neppure chiedere altro tempo, per trovare un nuovo fornitore, è più possibile. Non rischieremo, per il tuo orgoglio, il buon nome dei Messinese, e dal momento che non ci sono altre soluzioni ci serviremo, se sarà amcora disponibile, della fornitura di Concetto Scalavino. Sarà l'ultima volta. Esigeremo di pagarla un prezzo maggiore del suo valore, se questo aiuterà il tuo orgoglio. A sistemare la faccenda ci penserà Michele, perché è lui ora l'amministratore. Tu stanne fuori.»

Un sorriso di scherno s'era disegnato sulle labbra di Giandomenico che, a quell'intimidazione, mimò un ironico inchino «Avete, come sempre, predisposto tutto, e a noi non rimane che obbedire.» 

«Se hai un'alternativa valida, proponila» Obiettò impassibile Pietra. «Ma se non ne hai non ti resta che adeguarti. Da questa attività dipende il benessere della nostra famiglia. Tuo padre ci ha duramente lavorato per renderla solida. Ed anche io. Per questo andrai a Roma ad onorare l'impegno preso col Santo Padre, e se questo implica un passo indietro con il vecchio fornitore, faremo quel passo indietro. E' l'ultimo obbligo a cui ti chiedo di adempiere. Dopo, sarai libero di tutte le tue scelte.»

mercoledì 20 agosto 2025

Rebecca (cap. 20)


 

UNA LETTERA MAI SPEDITA
Dalla cucina, le voci di Giovanni Basile e Brigida Catalano raggiunsero Rebecca nel corridoio. L'uomo, in tono pacato ma fermo, chiedeva conto alla governante delle lettere sparite dalla camera di Concetto Scalavino, e in particolare di una indirizzata a Mimì Messinese.

«Sparite?» Chiese la governante in tono leggermente divertito, guardando Giovanni Basile diritto negli occhi. «E con "sparite" intendete trafugate?»

«Non vi sto accusando di nulla.» Ribadì lui, conciliante.

«Le lettere le ho io.» Disse Rebecca entrando in cucina. «La signora Catalano le ha raccolte ai piedi del letto di mio padre e le ha consegnate a me. Corrispondenza d'affari che sto copiando in una scrittura leggibile dal momento che il letto non è una scrivania e la postura, a cui mio è costretto, non ha di certo migliorato la sua già pessima grafia.»

«Una lodevole iniziativa di cui, immagino, ve ne sarà grato.»

«Ne dubito, signor Basile,  ma non l'ho fatto per avere la sua gratitudine quanto, invece, la sua attenzione.» Ribadì pensierosa.

«Non avete la sua attenzione?» Nell'interrogativo di Giovanni Basile c'era una nota di cordiale curiosità.

«Non del tipo che vorrei.» Rispose coincisa, per poi tornare all'argomento delle lettere: «Una dozzina tra fatture e pratiche amministrative, che ho letto, ed una lettera indirizzata a Mimì Messinese, di cui ignoro il contenuto, perché privata.»

«Quindi quella lettera non è mai stata recapitata? Non ha mai lasciato la casa?» Domandò lui, sollevato

La ragazza scosse la testa in segno di diniego. «Recapitata? E a chi?» C'era una nota di genuina sorpresa nella sua domanda. «Mimì Messinese è morto e, ad ogni modo, sarebbe toccato a mio padre impartire direttive al riguardo.»

«Potrei vederla?» Chiese Giovanni Basile.

«Certo. La vado a prendere.» 

Subito dopo era tornata con una dozzina di fogli che poggiò sul tavolo: nel mucchio spiccava una busta sigillata sul cui fronte era scritto Per Mimì.

«Questa la prendo io.» Giovanni Basile mise in tasca la lettera «Tutte le altre le lascio a voi per continuare nel lavoro di copiatura. Sono sicuro che, una volta messo al corrente, vostro padre lo apprezzerà.»


UN MITE FANTASMA
« Ecco la tua lettera.» Annunciò, in tono ironicamente trionfale, Giovanni Basile, porgendo la busta all'amico allettato. «E' intatta come vedi. Era scivolata sul pavimento insieme agli incartamenti commerciali a cui stavi lavorando e che tua figlia sta riscrivendo in bella calligrafia.»

«Rebecca? » Domandò sorpreso. « E perché? Non le ho mai affidato l'incarico di ricopiare la mia corrispondenza commerciale.» Scosse il capo dubbioso. «La zita dovrebbe interessarsi di cose da femmina, come il suo corredo da sposa invece che del commercio del legname. » 

Giovanni Basile allargò le braccia «Ma se fosse stata  un picciotto te ne saresti fatto meraviglia o, al contrario, ne saresti andato fiero? »

«Ne avrei fatto un gran vanto... e Dio solo sa quanto avrei voluto quel figlio maschio!» Esclamò amaro il mercante.

«Un figlio maschio, però, non è sempre sinonimo di garanzia di continuità. Il mondo è pieno di smidollati di buona famiglia che ne hanno dilapidato i capitali e disonorato il nome. Le persone vanno considerate per il loro carattere e la loro intelligenza. E tua figlia, di carattere ed intelligenza, ne ha da vendere.» 

 «Carattere ed intelligenza, dici? Ma se così fosse non avrebbe disdegnato il matrimonio con Giandomenico Messinese, e tutto quello che ne sarebbe derivato. Rebecca non è poi così intelligente come pensi, amico mio. E quello che chiami carattere, è solo testardaggine.» Rispose esausto.

«Cosa ne facciamo di questa? » Giovanni Basile indicò la busta sigillata.

«Distruggila! Mimì è morto e la sua famiglia mi è diventata ostile. »   

«Hai creduto che i Messinese avessero interrotto ogni rapporto con te per via di questa lettera?» Domandò, cauto, Giovanni Basile.

Concetto Scalavino assentì: «La famiglia Messinese... non so...ma Giandomenico si, lui si è rivelato da subito avverso quando, invece, avrebbe dovuto essermi grato per tutto quello che gli stavo offrendo.» 

Giovanni Basile sorrise a quest'ultima considerazione da cui dissentiva, ma non obiettò nulla, consapevole che non era quello il momento per i ragionamenti etici, quanto piuttosto quello che necessitava era di tirar fuori il suo amico da quella stanza dove, ai piedi del letto, immaginava fluttuasse il mite fantasma di Mimì Messinese, ostaggio del rammarico e della nostalgia  di Concetto Scalavino.


LA LETTERA SEGRETA
In altre circostanze mai lo avrebbe fatto, perché non era abitudine di Giovanni Basile leggere la corrispondenza altrui ma, stavolta, avrebbe trasgredito. Aveva bisogno di capire, nella maniera più diretta e veritiera, fino a che punto il suo amico s'era spinto nell'infausto progetto di matrimonio  concordato con Mimì Messinese, e in quella lettera segreta, da distruggere, avrebbe trovato la spiegazione. 
Senza esitare strappò la busta. Il foglio, al suo interno, era coperto da una grafia puntuta che avrebbe reso acuminate anche le parole più morbide, semmai ve ne fossero state.

Mio caro amico, non ve la starò a tirare per le lunghe ma, come è mia consuetudine, vado diritto al punto che interessa entrambi, ossia il matrimonio dei nostri figli, dal momento che anche oggi, durante la vostra ultima visita, non ne avete fatto menzione. Ne avete discusso con vostro figlio? Suppongo di no, visto che siete rimasto muto sull'argomento, così mi vedo costretto, per il buon esito del nostro progetto, a chiedervi una piccola, ma salutare forzatura, nei confronti di Giandomenico, che pure ho visto non indifferente alla mia Rebecca. Questo matrimonio, come ho già avuto modo di spiegare, metterebbe a tacere le chiacchiere sulla sua supposta mancanza di mascolinità che minano la sua immagine di uomo prima ancora che di artista. Chiacchiere che se giungessero al Santo Padre forse ne causerebbero il ripudio. Per questo il matrimonio dovrebbe essere celebrato prima della sua partenza per Roma, in modo che vi giunga con tutte le credenziali in ordine e magari con una moglie già pregna. Scusate la schiettezza con cui riassumo la situazione ma il tempo non gioca a nostro favore visto che Giandomenico a breve sarà in viaggio, e un matrimonio solenne, come quello che è nei nostri intenti, non s'improvvisa.
Conto sulla vostra determinazione, Mimì, che compito di un genitore è quello di guidare i figli, tenere salde le briglie e mostrare loro la strada. State certo che un giorno Giandomenico vi ringrazierà.

Una lettera più simile ad un messaggio ricattatorio che ad un'affettuosa sollecitazione verso il futuro consuocero. Ed anche se non era questo l'intento, ne aveva tutta l'apparenza.
Giovanni Basile ricacciò la lettera in tasca. Come promesso l'avrebbe poi distrutta.

martedì 12 maggio 2020

Rebecca (cap.19)


L'UOMO DELLE FORESTE
Giovanni Basile era figlio di Saro, un oscuro calzolaio che aveva inutilmente tentato, come tanti siciliani, la fortuna in terra d'America, prima a New York poi a Detroit. Nel frattempo mise su famiglia con Elsie, una giovane indiana di etnia Pueblo che morì di setticemia poco dopo aver dato alla luce suo figlio. La mancanza di lavoro, e le difficoltà ad allevare da solo il bambino, indussero Saro a tornare nel borgo natio di Terrasini, nell'entroterra di Palermo. Giovanni fu allevato con riluttanza dai nonni che non gli riconoscevano, per via della madre indigena e non cristiana, l'appartenenza al loro stesso ceppo, e crebbe quasi misconosciuto allo stesso Saro che, trasferitosi a Catania con la sua  nuova famiglia, lo lasciò alle loro cure. La nonna lo nutrì di un affetto aspro e frettoloso. Era già avanti con gli anni quando il figlio le mise tra le braccia quel fantolino dalla pelle di terracotta, i capelli lisci e gli occhi a mandorla, così diverso da tutti gli altri suoi nipoti, riccioluti e con gli occhi tondi. Il nonno, quel piccolo straniero, che portava il suo stesso nome, non lo respinse ma si limitò a trattarlo con la cortesia dovuta ald un ospite. Con gli anni, però, le distanze fra loro s'erano accorciate: uniti dalla passione per la pesca e per il silenzio, si riscoprirono consanguinei. Seduti sullo stesso ciottolo, le gambe immerse nell'acqua, erano un tutt'uno, senza bisogno di parlarsi.

«Te vogghiu beni, abbrazzami.» Gli aveva detto il nonno prima di morire.
Era la prima volta che glielo diceva Era anche la prima volta che gli chiedeva qualcosa.
Giovanni si stese nel letto accanto a lui e lo strinse fra le braccia.
Fu quello il loro primo abbraccio. E quella la loro ultima battuta di pesca.
Il vecchio gli aveva lasciato in eredità, oltre la dichiarazione del suo affetto, anche una piccola somma di denaro che Giovanni spese per intraprendere il suo primo viaggio in America, nel Michigan, sulle orme della madre. Ma l'unica traccia che trovò di lei fu una lapide disadorna e dimenticata. Nemmeno una fotografia, o il ricordo di qualcuno che l'avesse conosciuta: di Elsie, il mondo aveva perso la memoria. Ma l' America lo attraeva coi suoi cieli enormi sotto cui anche il più sconfinato dei paesaggi rimpiccioliva alla dimensione di una cartolina. Sotto quei cieli immensi e deserti si sentiva al sicuro. Decise di rimanere. Iniziò una vita nomade e frastagliata, continuamente interrotta e continuamente ripresa, secondo il suo umore e i suoi bisogni. Non aveva legami fissi e neppure li cercava. Non aveva particolari esigenze personali se non quelle di una presa di tabacco. Si spostava continuamente da uno stato all'altro, libero di scegliere se dormire in una stanza al coperto o all'addiaccio sotto le stelle. Non aveva un progetto esistenziale, viveva di piccoli lavori temporanei e non impegnativi, poiché non era alla stabilità economica che mirava ma alla libertà, che intendeva a largo raggio.
Niente legami. Niente contratti. Nessun vincolo.
In virtù di questo accettò l'incarico di aiutante sul campo di Albert Young, un giovane, intraprendente biologo che s'apprestava a mappare tutte le specie, vecchie e nuove, delle formiche predatrici nella foresta di Semuc Champey in Guatemala, per ottenere finanziamenti per un suo rivoluzionario progetto nell'ambito della genetica.
«Quello che le offro, Giovanni, è un  lavoro faticoso e certosino, in un ambiente caldo-umido, difficile. La paga non è gran ché ma il panorama è mozzafiato.» Lo irretì il biologo, e lui consapevolmente si lasciò irretire. E non se ne pentì mai: Albert Young era stato di parola, perché il paesaggio era quello verde smeraldo di un mondo impenetrabile, nebbioso ed incantato, del quale immediatamente s'innamorò. Ad incarico ultimato, con il compenso ricevuto comprò un cavallo, si lasciò crescere i capelli che legò in una treccia, e iniziò la vita da esploratore delle grandi foreste pluviali del centro America, dal Belize a Panama. Si guadagnava da vivere come guida per chiunque fosse interessato a scoprire i  segreti e gli splendori di quei paesaggi grezzi, ancora selvaggi ed incontaminati.
Albert Young, che quei finanziamenti aveva poi ottenuti, non si dimenticò di lui, e provvide a fargli avere un extra sul compenso pattuito, riconoscendogli pubblicamente in un intervista rilasciata a "La Hora" il quotidiano più diffuso nella capitale Città del Guatemala, un ruolo fondamentale nel successo della sua impresa: per la sua intelligenza pratica, la prodigiosa memoria visiva, lo straordinario senso d'orientamento, l'audacia temperata dal buon senso. Doti che nel loro soggiorno nella foresta di Semuc Champeny li avevano tratti d'impaccio da alcune situazioni rischiose.
Quella pubblicità gli procurò fama e clienti, trasformandolo in un personaggio da film.
Fu così che nacque  "l'uomo delle foreste".

STORIA DI UN'AMICIZIA
Concetto Scalavino, già affermato nel settore del legname, aveva saputo di Giovanni Basile da un articolo sul "Giornale di Sicilia", dove il botanico Guglielmo Gaudio raccontava il suo soggiorno nella foresta umida di Sierra de las Minas in Guatemala, esaltando la pregiatissima qualità e la prodigiosa varietà delle specie degli alberi presenti "pini, ebani, cipressi, querce e abeti, alti come torri e solenni come cattedrali" Nell'ultima parte dell'articolo, lo studioso menzionava l'italiano come la straordinaria guida che lo aveva protetto dalle nebulose insidie della foresta, "perché anche le foreste, come tutte le creature viventi, hanno un'anima esterna, fluttuante e luminosa, ed una interna, più fitta e buia"

Espandere, ma anche differenziare la sua azienda nel mercato del legname, era stato per Concetto Scalavino, fin dagli inizi della sua attività imprenditoriale, il traguardo prefissato, non solo per un fattore economico ma anche, e soprattutto, per esaudire la sua passione per l'arte dell'ebanisteria.
Quell'articolo sul "Giornale di Sicilia" era stato per lui illuminante, fortificandolo nei suoi progetti di espansione aziendale. Dalle foreste del centro America avrebbe importato il legname più pregiato per i maestri ebanisti siciliani, e di quelli oltre confine. Sarebbe stata l'eccellenza del suo prodotto a giustificarne i costi elevati: la differenziazione, il salto di qualità che gli avrebbe permesso, se non il monopolio nel settore, di sicuro il predominio.
S'imbarcò alla volta del Guatemala, nonostante la sua predisposizione al mal di mare e la sua scarsa propensione ai viaggi, con l'intento di convincere "l'uomo delle foreste" a lavorare per lui. Un tentativo andato a vuoto, che gli riuscì  solo quando Giovanni Basile, ammalatosi di febbre gialla, dovette rinunciare al suo lavoro di guida perché l'ambiente delle foreste gli era diventato ostile. Tornato in Sicilia per il periodo della convalescenza, Concetto Scalavino gli sveva rinnovato la sua offerta di arruolamento, e questa volta Giovanni aveva accettato.
«Non voglio un ufficio, non intendo occuparmi di scartoffie. Il mio lavoro lo svolgo all'aria aperta, nei miei tempi e nei miei modi.» Era stata la sua richiesta alla firma del contratto a cui Concetto Scalavino non si era opposto. A questa come a nessun'altra delle sue condizioni.
In realtà di un ufficio Giovanni Basile non aveva affatto bisogno visto che il suo compito era quello di visitare le piantagioni di alberi dell'America centrale e selezionare il legname da esportare, mentre delle pratiche e dei contratti  se ne sarebbe occupata la rappresentanza della "Scalavino Timber Exported "a Città del Guatemala.
Un sodalizio, il loro, che s'era trasformato nel corso degli anni in un'amicizia ruvida ed onesta. Un'amicizia alla distanza ma più solida di quelle a stretto contatto, perché necessitava di una fiducia illimitata nel reciproco operato, vista l'impossibilità delle verifiche sul campo e in tempo reale.

Al momento dei fatti Giovanni Basile era tornato in Sicilia per comunicare a Concetto Scalavino la sua intenzione di lasciare il lavoro ed imbarcarsi per l'Argentina dove avrebbe messo su un allevamento di cavalli e, se non era troppo tardi, anche famiglia. Gli avrebbe dato il tempo, però, di trovare un sostituto. La vita nomade lo aveva deteriorato. Era stanco. La solitudine l'opprimeva e il silenzio lo immalinconiva. La sensazione di fluttuare nel vuoto lo induceva ad ancorarsi al suolo. Consapevole della sua impotenza a gestire quel suo malessere, iniziò a soffrire d'insonnia. Passava la notte a rigirarsi nel letto in preda ad un'oscura angoscia che neppure la presa di tabacco, fortificata dall'hashish, rendeva sopportabile
...ma lo stato critico in cui versava l'amico lo indusse a tacere sui suoi propositi e rimandare la partenza.

martedì 5 maggio 2020

Rebecca (Cap.18)



ALLA RICERCA DI UN PARTICOLARE DI RILIEVO
La morte di Mimì Messinese aveva gettato Concetto Scalavino in uno stato di depressione profonda, a cui in maniera determinante avevano contribuito il forzato isolamento, la mancanza di notizie esterne, e la tanto attesa visita di Giandomenico, necessaria per definire la consegna del mogano per il mobilio di Papa Pio X, nel caso che Mimì non avesse fatto in tempo a riferirgli i dettagli stabiliti.
Al ricordo di Mimì gli occhi gli si inumidivano: rivedeva l'amico seduto al suo capezzale col bicchiere di acqua e zammù fra le mani, imponendo alla sua mente l'enorme sforzo di ricordare tutte le  parole da lui dette e visualizzarne i gesti, in un estremo tentativo di capire se già v'erano le avvisaglie di quella sua morte imminente. Ma per quanti sforzi facesse non balenava nella sua testa nessun particolare di rilievo, nessuna stonatura percepita. Non c'era stato nessun preavviso. Era il Mimì di sempre, timido e goffo, forse solo un po' stanco...ecco... si...gli era parso stanco, e a rifletterci bene anche assente, come se la sua mente fosse altrove. E anche la sua visita era stata piuttosto breve
...ma se qualcuno gli avesse detto che era proprio lui il motivo dell'ansia di Mimì, e che era da lui che aveva fretta di allontanarsi per paura di non sapersi opporre ai suoi piani di un loro futuro apparentamento. Forse stroncato dalla consapevolezza di non essere capace di reagire a quelle sue manipolazioni che erano state motivo di attrito con il figlio, non ci avrebbe creduto. Piuttosto, avrebbe individuato nell'irresolutezza di Giandomenico, la causa di quella sua inquietudine rivelatasi mortale.

Confinato nella sua camera da letto ignorava ciò che all'esterno accadeva, e la costrizione all'immobilità lo rendeva, secondo il caso, irascibile o taciturno. E sospettoso.
Immaginava scenari oscuri. Ostili. E sempre più andava prendendo forma nella sua mente l'ipotesi di un complotto ordito alle sue spalle con la complicità di tutti: l'inconsapevole moglie; le due figlie ribelli; il dottore che lo aveva relegato in quel letto; la governante, alla quale, senza davvero conoscerla, aveva affidato la sua casa e la  sua famiglia.
Aveva sbagliato a fidarsi di lei, anche se in quella sua particolare situazione non aveva avuto scelta.

UN UOMO SULL'ORLO DI UNA CRISI DI NERVI
«Stai diventando paranoico, Tino, non c'è nessun complotto ai tuoi danni. A quale fine poi? Ma se nutri dei dubbi sulla governante puoi sempre mandarla via!» Era esploso, Giovanni Basile, al culmine dell'esasperazione dopo l'ennesima reiterazione di quei sospetti nei riguardi di Brigida Catalano.

«E' quello che intendo fare...ma prima la inchioderò alle sue responsabilità!» Esausto, il mercante, ricadde sui cuscini. 

Un silenzio pesante piombò nella stanza. Un silenzio che Giovanni Basile avrebbe voluto prolungare all'infinito ma che, invece, avrebbe dovuto infrangere per mettere al corrente l'amico della decisione della famiglia Messinese di rescindere il contratto commerciale che legava le loro attività. Una notizia, questa, rilevante e dolorosa, che strettamente lo andava a colpire nella sfera privata prima ancora che in quella degli affari. Un annuncio a cui Concetto Scalavino non avrebbe reagito bene.

«Ascolta, Tino, so che non ti farà piacere ma è della famiglia Messinese che sono venuto a parlarti, perché ho ricevuto questa mattina la visita di Michele, il figlio maggiore di Mimì, che in veste di nuovo amministratore informa di trovarsi nella posizione di dover rifiutare, per motivi morali, la fornitura di mogano di cui avevi fatto dono a Giandomenico per i suoi lavori a Roma per il Santo Padre. Alla mia richiesta di una spiegazione, ha risposto in maniera sibillina che la morte di suo padre è uno di quei motivi morali, e per i dettagli avrei dovuto chiedere a te, perché non sempre, per uccidere, serve un'arma.» 

Concetto Scalavino, davanti a quell'accusa, era terribilmente impallidito, affannato, in carenza di aria e di voce, aveva tentato di tirarsi fuori dal letto, ma Giovanni Basile era stato pronto a trattenerlo.

 «La lettera!» Esclamò, frugando sotto il cuscino e poi scandagliando, convulso, il fondo del letto «Non c'è! Non c'è! Non c'è più! » 

 «Quale lettera, Tino?» Domandò, allarmato dal suo stato emotivo «Di che lettera parli?» Lo incalzò inquieto «Fammi capire perché, altrimenti, non posso aiutarti.»

 «Avevo scritto a Mimì, non potendo parlargli di persona, per ricordargli le ragioni del nostro accordo e sollecitarlo alla sua attuazione.» Fissò l'amico con occhi febbrili e poi aggiunse torvo: «La lettera l'ha di certo presa lei, Brigida Catalano, spinta da Rebecca, e consegnata alla vedova di Mimì o, peggio ancora, allo stesso Giandomenico, per far definitivamente fallire l'apparentamento tra le nostre famiglie. La decisione di cessare ogni rapporto ne è la conseguenza immediata.»

 «Cosa c'è scritto in quella lettera di così pregiudizievole se hai temuto che fosse quella la causa di questo disastro?» Domandò, paziente, Giovanni Basile «Giandomenico non era d'accordo su questo matrimonio?» 

«Giandomenico...» Il mercante pronunciò quel nome in tono amaro: «di lui si mormora che non sia un vero uomo. Grande ebanista di sicuro, un novello Maggiolini, ma come uomo... manca di virilità nei tratti e nel carattere, e forse anche nella mascolinità. Per questo, in accordo con Mimì, e su mio consiglio, avevamo concordato questo matrimonio per ridare a lui un'identità più marcata. Più virile. Sposando Rebecca avrebbe avuto tutto: bellezza, ricchezza ma, soprattutto, l'onore.» 

 «E tua figlia era d'accordo a compiere questo sacrificio?» Il tono di Giovanni Basile era apertamente sferzante, ma l'altro neppure se ne accorse.

«No. Mia figlia è una bastian contraria e farebbe di tutto pur di contrastarmi.» Affermò  sconsolato «Colpa della madre che non si è mai curata d'impartirle la buona educazione e il dovuto rispetto.»

«Le altre tue figlie non ti hanno mai creato problemi?»

 «Nessuna di loro.»

«Eppure la madre è la stessa.»

«Certo che è la stessa!» Rispose piccato lo Scalavino: «Dove vuoi arrivare?» Domandò sospettoso.

«A farti riflettere che la medesima cosa non funziona per tutti alla stessa maniera: le altre tue figlie hanno accettato le tue decisioni, magari non erano d'accordo ma non le hanno contrastate, piegandosi ad una volontà, la tua, per loro superiore e indiscutibile, che la tua ultimogenita, invece, non riconosce e mette in discussione.»

«Un padre sa sempre cosa è bene per i figli.»

Giovanni Basile aveva sorriso di quell'affermazione dettata dalla sicumera: «Cerchiamo di capire chi ha preso quella lettera e se in ultimo è stata consegnata alla famiglia Messinese  Nel mentre, però, parlerò  anche con tua figlia.»

Concetto Scalavino, dapprima stupito s'era poi incollerito: «Perché devi parlare con lei? Hai bisogno di una convalida alle mie parole?»

«Ho bisogno anche della sua versione.» Tagliò corto l'amico.

«La sua versione?» Gli fece eco il mercante. «La necessità di una sua conferma al mio racconto ne sminuirà la mia autorevolezza.»

«Al contrario, accettando il confronto potresti uscirne rafforzato. Ad ogni modo la tua autorevolezza è già stata messa in discussione, segno evidente che il tuo metodo non ha funzionato. Proviamo col mio.»

«Mi pare che io non abbia altra scelta.» Mormorò, rassegnato, mentre ancora frugava nella speranza che la lettera si materializzasse sotto il cuscino: «L'ha presa la governante mentre dormivo, insieme al resto della corrispondenza perché anche le fatture e i contratti a cui stavo lavorando sono spariti.» Strinse i pugni talmente forte che le nocche divennero bianche. Poi, in tono sommessamente vittorioso, chiese: «Sei ancora convinto che si tratti di una mia ossessione e non di una congiura a tutti gli effetti?»

giovedì 23 aprile 2020

Rebecca (cap 17)



 EN PLEIN AIR
Nel giardino inondato di sole, sedute sotto un patio, c'erano tre donne, che ad un primo sguardo potevano essere la replica di una stessa: capelli ramati, occhi scuri e pelle di porcellana.
Tranne per gli abiti, di colori diversi, verde, lilla e blu, si somigliavano nel tono della voce e nella grazia dei movimenti. Giovanni Basile, ammaliato, s'era fermato ad ammirarle: come in un quadro di Degas, i colori vividi degli abiti e il rosso luminoso dei capelli si fondevano con l'azzurro traslucido del cielo quasi estivo, sullo sfondo di un paesaggio senza tempo.

Alla sua vista, una di loro, quella vestita di blu, s'era staccata dalle altre e gli era andata incontro.

«Signor Basile, vi ricordate di me? Ci siamo incrociati nell'atrio, voi stavate uscendo ed io ero appena arrivata. Sono Rebecca Scalavino, la figlia di Concetto.» Disse, porgendogli la mano.

«Certo che mi ricordo di voi.» Rispose l'uomo togliendosi il cappello e stringendole la mano.
Aveva una voce profonda, capelli lucidi e neri legati in una treccia, e sotto la fronte bassa, nel volto brunito dai lineamenti marcati, risaltavano gli occhi scuri dal taglio a mandorla, che gli conferivano una fisionomia straordinariamente esotica. Come la volta precedente indossava stivali da cacciatore e una camicia quadrettata da montanaro, con le maniche rimboccate sulle braccia.

«Avrei bisogno di parlarvi, ovviamente dopo che avrete fatto visita a mio padre. Non vi porterò via troppo tempo...è una faccenda breve.»

Lui aveva sorriso di nuovo: «Non è il tempo che mi manca, e sono lieto se potrò esservi di aiuto.»

«Grazie per la vostra gentilezza. Vi attenderò sotto il patio.» Rebecca gli indicò la struttura coperta dove era prima seduta con la sorella e la madre.

Giovanni Basile assentì, toccandosi la falda del cappello.
 «Allora a dopo.» Si congedò, incamminandosi lungo il vialetto.

CONFESSIONI
«Chi è l'uomo col quale stavi parlando?» Gemma aveva chiesto incuriosita.

«Giovanni Basile, lavora per papà.»

«E tu cosa hai a che fare con lui?» 

«Vorrei capirne di più sul commercio del legname.» Aveva risposto Rebecca, suscitando la risata divertita della sorella, a cui aveva replicato seria: «Non c'è nulla da beffeggiare, Gemma. Voglio una vita fuori dalle mura di questa casa e da quella futura, dove immagino sarò la moglie di qualcuno, intenta ad allevare figli, curare il giardino e ricamare centrini. E' questo a cui siamo destinate. Ed io non lo accetto. Voglio essere padrona della mia vita e delle mie scelte. Ti pare un desiderio così insensato? » La domanda era stata accolta dal silenzio di Gemma. Con dolcezza, Rebecca, aveva allora chiesto: «E tu cosa desideri?»

«Essere amata.» Aveva risposto in un sussurro. Ma subito dopo, pentita di quella confessione, s'era allontanata correndo.

Rebecca non aveva tentato di trattenerla e neppure di rincorrerla. Non era stata freddezza la sua, ma rispetto, intuendo da quell'amara, schietta dichiarazione, la tempesta di sentimenti, emozioni e dubbi che albergavano nell'animo della sorella. Una confessione, quella sua, alla cui luce andavano analizzati i suoi recenti comportamenti. Il loro padre l'aveva illusa sulla sincerità del suo affetto, e poi umiliata per consentire a lei di trionfare. L'abietta scala dei valori su cui lui s'era mosso pienamente giustificava quel suo rancore che ora s'era esteso anche lei che s'affannava a prenderne le difese facendosi paladina di quella supposta innocenza paterna, tutt'altro che limpida, sulle cause della morte di Mimì Messinese.
No, averla lasciata andar via senza tentare di fermarla con un gesto o una parola, non era stata una buona cosa: quello che nelle sue intenzioni voleva essere un segno di rispetto doveva esserle sembrare, al contrario, d'indifferenza o di superiorità.
Doveva immediatamente chiarire l'equivoco con Gemma.

UNA CONVERSAZIONE RIMANDATA
Entrata nell'atrio, Rebecca, s'era incrociata con Giovanni Basile che s'apprestava ad uscire.

«A quanto pare è nostro destino incontrarci nel corridoio.» Osservò divertito, ma s'era subito fatto serio davanti all'espressione pensierosa della giovane. «Tutto bene, Rebecca?» Chiese preoccupato.
Lei lo rassicurò: «Sì, tutto a posto, ma dobbiamo rimandare la nostra conversazione in un altro momento, se siete d'accordo.»

«Certo. Quando volete.» C'era un'impercettibile nota di delusione nella sua voce che Rebecca, però, non aveva rilevato.

«La prossima volta che verrete in visita a mio padre, se per voi va bene.»

Giovanni Basile annuì in segno di assenso.
Sulla porta s'erano salutati con una stretta di mano.

LA SCOPERTA DELL'INTIMITA'
Quando Rebecca era entrata nella stanza, Gemma, d'impulso, s'era alzata per uscire, ma stavolta, però, lei l'aveva trattenuta.

«Dobbiamo parlare, chiarire questo mostruoso equivoco che si è creato tra noi.» Aveva detto Rebecca tenendola per i polsi, ma Gemma, furiosa, l'aveva respinta facendola cadere a terra da dove, però, s'era subito rialzata e, per impedire che l'altra guadagnasse l'uscita, l'aveva trattenuta bloccandola sul pavimento. Gemma, con un colpo di ginocchio all'inguine, l'aveva costretta ad allentare la presa, facendola ripiegare su stessa. Di nuovo a terra, dolorante, ma decisa a non mollare, Rebecca l'aveva afferrata per una caviglia. Perdendo l'equilibrio, Gemma le era ruzzolata addosso.
S'erano così ritrovate entrambe a terra, ansanti, esauste e scarmigliate, come un blocco marmoreo in un angolo del pavimento: il loro primo vero, materiale contatto fisico.
D'istinto, Rebecca, tramutò la presa in un abbraccio e baciò la sorella su una guancia.
 Sorpresa da quel gesto, inusuale ed inaspettato, Gemma, confusa, si arrese a quell'intimità nuova, lasciandosi andare alle lacrime.

Unite in quell'abbraccio, il cucciolo di lupo e il cucciolo di cane, sperimentavano entrambe, per la prima volta, il calore del contatto fisico. Quell'intimità silenziosa, profonda, che non scaturisce dalle parole o dal legame del sangue, ma dal sentimento, e fino a quel momento a loro precluso perché sconosciuto.

Rebecca, con quell'abbraccio spontaneo, aveva compiuto l'atto materiale del ricongiungimento con la sorella, abbattuto gli steccati dietro cui erano confinate, e legittimato l'accesso illimitato nel proprio territorio: non una resa, quella sua, ma un'offerta che forse Gemma avrebbe accettato oppure respinto. Ma non era quello il momento delle verifiche. In quell'angolo di pavimento, trasformato in una culla, Rebecca e Gemma s'erano addormentate abbracciate. 
Riappacificate, come accade sovente alle sorelle dopo un litigio.

martedì 14 aprile 2020

Rebecca (cap.16)


IN PUNTA DI PIEDI
Brigida era entrata in punta di piedi nella camera di Concetto Scalavino per chiudere le tende perché il sole, nonostante volgesse all'imbrunire, ancora smerigliava di rosso le pareti, e prendere ordini per la cena e sincerarsi delle sue condizioni, che quel giorno, contrariamente al solito, la campanella di servizio aveva suonato solo una volta perché venisse fornito di pennino e carta da lettere. I fogli, malamente scarabocchiati, erano scivolati a terra quando lui s'era addormentato. Scrivere in quella posizione scomoda non era facile, così come il trascorrere intere giornate immobilizzato a letto.
Quanto doveva pesare ad un uomo d'azione e di controllo come lui quella forzatura e la conseguente dipendenza da lei per le veci nella casa, e da Giovanni Basile per quelle negli affari!
Ma se poteva fidarsi di loro per le pratiche quotidiane così non era per quelle più personali, e a causa dell'incidente, sospese e d'improvviso incerte, e che pure dovevano tremendamente angosciarlo non potendo, per queste, affidarsi ad alcun vice.
Brigida aveva raccolto i fogli, tirato le tende, e senza far rumore era uscita dalla stanza.
 Nell'ingresso aveva intercettato Rebecca e ponendole le lettere in mano, aveva detto: «Sono certa che avete una grafia migliore di quella di vostro padre, ricopiatele e, se occorre, correggetele.»

«Cosa sono?» Aveva chiesto sorpresa la ragazza sbirciando i fogli fittamente coperti da una scrittura maschile puntuta e irregolare, a tratti illeggibile.

«Lettere d'affari: il vostro possibile passaporto per l'indipendenza.» Le aveva risposto Brigida seria.

«Davvero siete convinta che copiare in bella calligrafia queste sue lettere, per di più prelevate a sua insaputa dalla sua camera, mi varrà un suo encomio? »

« Avete ragione, sarà molto arrabbiato con voi, ma anche colpito, sbalordito dall'intraprendenza del  gesto e dall'audacia di aver osato entrare in un contesto che sicuramente lui giudica non alla vostra portata. Sono altrettanto certa, però, che voi saprete tenergli testa.» Aveva ribadito sicura la governante.

Rebecca la guardò perplessa: «Non riesco a seguirvi: perché mio padre dovrebbe trovare significativo questo mio gesto? Si vede che non lo conoscete e avete avuto poco a che fare con lui. E' un despota che vorrebbe tutti piegati alla sua volontà, e dove non arriva col convincimento usa la coercizione per...»

«Ma è anche un uomo terribilmente solo.» La interruppe Brigida. «Lo attestano quelle sue lettere faticosamente scritte a causa della posizione precaria a cui l'immobilità lo ha costretto. Poteva chiedere aiuto a me, a voi o a Gemma, ma non l'ha fatto. Per stupido orgoglio, direte voi, ma anche perché crede di non avere nessuno di cui potersi fidare. La morte di Mimì Messinese ha reso evidente questa mancanza, accentuando la sua solitudine.»

«C'è quel Giovanni Basile, il suo braccio destro. Di lui dovrebbe fidarsi.» Obiettò seccamente Rebecca.

«Confondete la fiducia con l'intimità. Sono cose diverse. Rifletteteci.» Disse la governante mettendole in mano il pacchetto delle lettere, per sparire poi nella cucina.

CONTRASTI
Assorta nei propri pensieri, Rebecca, non s'era accorta della presenza della sorella rimasta in silenzio ad osservarla disporre in ordine i fogli sullo scrittoio.
Solo dopo, alzando gli occhi, l'aveva vista, e davanti al suo sguardo irridente per la prima volta in vita sua s'era sentita a disagio, come colta in fallo.
Chiaramente, però, aveva intuito che l'intesa su cui s'andava imbastendo il legame con Gemma non era abbastanza consolidata per cui rischiava, alla luce dei recenti malintesi, di lacerarsi, perché sebbene entrambe perseguissero lo stesso progetto, i contrasti erano sul metodo per realizzarlo.

«Ora svolgi per lui mansioni di segretaria? » Domandò ironica, Gemma. Poi, senza darle il tempo di rispondere aggiunse: «Tu e la signora Catalano parlavate nell'ingresso così, mio malgrado, ho ascoltato la vostra conversazione.» Quella puntualizzazione avrebbe potuto avere apparenza di scuse, ma il tono sarcastico, e il sorriso canzonatorio, chiaramente smentivano essere tale.

«Mi ha chiesto di riscrivere in grafia leggibile queste lettere di papà. Tutto qui.» Volutamente, Rebecca, non aveva raccolto la provocazione per non inasprire i toni ed acuire la tensione.

«Farai qualsiasi cosa lei ti chiederà?» La domanda suonava come uno sberleffo.

«No. Solo quello che riterrò opportuno.» Rispose Rebecca, guardandola negli occhi.

«Come immaginavo: hai già dimenticato tutto, mentre io, invece, non dimentico niente.» C'era delusione nella voce di Gemma. Ma anche una sfida.

«Non ho dimenticato neppure io, ma ora la situazione è cambiata. Mimì Messinese è morto e con lui anche il progetto di nostro padre, ma nonostante il suo riprovevole agire, trovo ingiusto che Giandomenico e la sua famiglia lo reputino colpevole della sua morte: non lo ha ucciso lui, Mimì.» Aveva ribadito con forza Rebecca.

«Ne sei davvero convinta? Sbagli a difenderlo, perché lui ha ucciso anche la mamma.» In quella sentenza inappellabile, la voce di Gemma era risuonata gelida, in contrasto, però, con lo sguardo compassionevole rivolto alla sorella prima di uscire dalla stanza.

PUNTI DI VISTA ESTERNI E DISCORDANTI
Rebecca, rimasta sola, aveva gettato un'occhiata pensosa ai fogli sparsi sullo scrittoio chiedendosi se quella silenziosa collaborazione, per altro non richiesta da suo padre, ma caldeggiata dalla signora Catalano, non fosse una trappola.
Abituata a far riferimento solo a se stessa e al suo istinto, si trovava ora a doversi districare in un coacervo d'ipotesi, di verità vere o presunte, di punti di vista esterni e discordanti, eppure tutti allo stesso tempo plausibili.

Aveva ragione Gemma nell'affermare che il loro padre avesse ucciso la mamma, seppure lei era ancora viva e che, al di là dello smarrimento mentale, godeva di una salute di ferro, ma continuava a credere, però, che non fosse responsabile della morte di Mimì Messinese seppure lui fosse realmente morto, stroncato da un infarto provocato dall'ansia, dalle pressioni, e dalla sua incapacità a barcamenarsi in una situazione dove forse non aveva visto via d'uscita, ma che lui stesso, con la sua acquiescenza, aveva contribuito a creare.
 In base a questo ragionamento, allora, erano colpevoli anche lei e Giandomenico, che pur non accettando quella situazione, per motivi diversi l'avevano comunque protratta.
 E se così fosse, qual era il grado individuale di colpevolezza?
Perché un'intelligenza sensibile come quella di Giandomenico non aveva vagliato questo punto di vista?
O forse lo aveva fatto, e se ne era ritratto inorridito.

venerdì 21 febbraio 2020

Rebecca (cap. 15)


DIETRO UN MURO D'OMBRA
Giandomenico l'aveva guidata in una stanza disadorna composta da pochi essenziali arredi, quali uno scrittoio, sul cui ripiano era sparsi alla rinfusa dei fogli da disegno, una branda e una sedia. Una luce clandestina filtrava dalle assi delle persiane socchiuse. L'aria era immota, permeata dall'odore dolce del legno e da quello aspro delle vernici. E da quello remoto della disperazione.
In quella penombra da purgatorio lui le aveva indicato quell'unica seggiola: «Perdonatemi, non ho di meglio da offrirvi.» Aveva detto a voce bassa, impacciato.
Rebecca, con gentilezza, respinse l'invito a sedersi: «Perdonate me, piuttosto, non avrei mai voluto importunarvi in un momento così particolare, se non fosse stato per una necessità indifferibile, e che direttamente vi riguarda.»
A questa premessa era seguito un breve silenzio. Erano a pochi passi l'uno dall'altra, ma una distanza infinita li separava. Da quella distanza la voce di Giandomenico l'aveva  raggiunta: «Continuate, vi prego.» La sollecitò, con una nota d'impazienza.
«So che ritenete mio padre responsabile della morte del vostro, ma non è così. Al contrario, gli voleva bene e lo stimava. Il dolore per la sua perdita lo ha precipitato nel baratro della depressione. Temiamo per la sua salute.»
«Davvero, Rebecca, siete convinta che la causa della depressione di vostro padre sia la morte del mio, e l'ipotesi di veder ormai fallito il suo progetto... o ancor meglio, il suo indegno affare? Mio padre era un ingenuo che si è fatto irretire dal vostro, così come ora voi state tentando di fare con me. E pensare che vi facevo diversa da lui! Ma io non sono...»
Lo schiaffo era risuonato secco e inappellabile, smorzando la frase sulla bocca di Giandomenico.

«Non sono venuta qui a difendere mio padre, ma siete così pieno di risentimento e di rabbia che nulla di quanto ho da dirvi riuscirà ad indurvi alla ragionevolezza. State cercando un capro espiatorio perché altrimenti dovreste incolpare voi stesso. Ma sbagliereste ancora.»

Quello schiaffo lo aveva sorpreso, così come quell'invettiva, pronunciata, però, senza i toni della collera. Anche questo lo aveva sorpreso. Ma se non era venuta a difendere il suo ignobile padre era venuta ad accusare lui: «Andate via. Non rendete più penosa questa vostra messa in scena. Per un momento mi sono illuso che voi...che tu... che tu fossi diversa da tutti. Ho pensato che valessi la pena della mia rinuncia, che ho brandito come una spada contro il mio stesso padre . E con quella gli ho trafitto il cuore. Hai ragione, non devo cercare un capro espiatorio: mio padre l'ho ucciso io, ma la mia mano l'ha armata il tuo!»

Rebecca, gli si era fatta allora più vicina. A pochi passi da lui, che i loro visi quasi si toccavano: «State delirando. Ma forse il delirio è il vostro ultimo rifugio. Un rifugio sicuro, accessibile solo a voi e alla vostra rabbia. Vi pensavo diverso: ho scambiato la vostra debolezza per la vostra forza. Un errore imperdonabile.»

Queste parole risuonavano accusatorie. Ingiuste. Come quel suo schiaffo. Giandomenico sapeva di dover reagire, di doversi almeno difendere, se non da lei dalla sua stessa impotenza.

«Non riesco a perdonare. Né perdonarmi.» Aveva mormorato dietro il suo muro d'ombra.

Ma Rebecca era già andata via.

ECCESSO D'AMORE
Giovannii Basile e Rebecca Scalavino s'erano incontrati sulla soglia di casa mentre lei stava entrando e lui stava uscendo. L'uomo alto e scuro, che indossava stivali da cacciatore e un cappello da mandriano, cavallerescamente, con un sorriso, s'era fatto di lato per farla passare.

«Chi è l'uomo che ho intravisto nell'atrio?» Rebecca aveva domandato a Brigida.

 «Giovanni Basile: il braccio destro di vostro padre. Da quando s'è infortunato viene spesso in visita. E a proposito di visite: come è andata la vostra?»

«Un fallimento. Giandomenico Messinese ritiene, seppur per ragioni diverse, se stesso e papà colpevoli della morte di Mimì. Nello stato d'animo in cui versa non sono riuscita a farlo ragionare.»

Rebecca, succintamente, ma senza omettere nulla, le aveva raccontato la dinamica dell'incontro: una cronaca sintetica ma esaustiva dell'accaduto. Un resoconto esposto con voce ferma, imparziale, all'apparenza priva di emozioni, come se la cosa riguardasse qualcun'altra e non lei. Ma Brigida, che l'andava attentamente osservando, aveva intuito dietro  che quel suo ferreo autocontrollo, il turbamento. Una tempesta di emozioni sconosciute, che lei, cucciolo di lupo, andava al momento sotterrando nel fondo della sua anima, per impedire che il loro odore, propagando, venisse inquinato dall'esterno. Poi, quando sarebbe stata sola, le avrebbe dissotterrate, annusate ed assaggiate,  supportando con l'istinto la mancanza d'esperienza.
L'istinto, però, non le sarebbe servito a decodificare i sofisticati machiavellismi delle emozioni, soprattutto a livello inconscio.
Brigida, da profonda conoscitrice dell'animo umano, aveva visto la trappola in cui il cucciolo di lupo si sarebbe andato a cacciare e aveva allora provveduto ad erigere una barriera di protezione, instillando il dubbio nelle sue percezioni.

«Non sempre tutto è come appare. Per emergere alla luce, talvolta, è necessario esplorare il buio più profondo. La fiammella che voi avete cercato di far filtrare nell'oscurità impenetrabile in cui Giandomenico si dibatte ha prodotto solo uno squarcio che gli ha ferito gli occhi, paradossalmente acuendo il senso di cecità e di smarrimento. Quel bagliore lo ha spinto a rintanarsi, ancor più se possibile, nel suo fondo. Respingendovi.»

«Se sapevate che la conseguenza era questa, perché non mi avete dissuasa?» Aveva chiesto Rebecca, stupita.

«Il risultato non era affatto scontato. Ad ogni modo era quello che sentivate di dover fare. Ed era quello che andava fatto.»

«Mi disprezza con la stessa forza con cui disprezza papà.»

«Al contrario: vi ama con la stessa disperazione con cui odia vostro padre, e se stesso. Ma lo avete destabilizzato perché vi immaginava dalla sua stessa parte. E così, per rinnegare quella sua illusione, ha dovuto deturpare la vostra immagine per punirsi in maniera ancora più aspra.»

«Mi ama? E da cosa genera questa vostra deduzione? Vi ricordo che a quella cena non c'è stato seguito.»

«Sinceramente, Rebecca, avreste voluto ci fosse un seguito?»

«No, perché questo contemplava il matrimonio.»

«E quale altro seguito avrebbe potuto esserci per una ragazza perbene e di buona famiglia?» Chiese Brigida, con amara ironia.
 
«L'indipendenza. Il lavoro. Le scelte personali. Una vita come la vostra.»

 « L'indipendenza e il lavoro sono conquiste, e le scelte personali una loro conseguenza. E tutto questo esige un prezzo. Io sono stata facilitata, o forse obbligata, in tal senso. Non ho dovuto lottare per avere la mia indipendenza che probabilmente era già insita nel mio destino. Ma non per tutte è così.» Sospirò. e. subito dopo, senza darle il tempo di rispondere, aggiunse: «Non c'è stato seguito a quella cena perché Giandomenico vi ama a tal punto da lasciarvi libera.»

«Amarmi? Come fate ad affermare che si tratti di amore e non piuttosto della sua mancanza? »
Chiese Rebecca stupita da quell'incredibile paradosso. L'amore, che mai aveva conosciuto, lo aveva immaginato fino a quel momento come un sentimento piano ed elementare. Simile a quello che provava per Gemma. Ma ora lo andava scoprendo oscuro, intricato. Indecifrabile.

« Perché solo un eccesso d'amore può provocare un simile dramma.» Sospirò Brigida.

venerdì 31 gennaio 2020

Rebecca (cap.14)



SULL'ORLO DEL PRECIPIZIO
La morte di Mimì aveva provocato terremoti all'interno della famiglia Messinese perché Giandomenico, pur incolpando di quella Concetto Scalavino, se ne sentiva parimenti responsabile. Avrebbe dovuto mostrarsi più clemente con suo padre, mitigare quei suoi toni apertamente accusatori e non arroccarsi nel fortino delle sue ragioni. Era stata la sua supposta superiorità morale contrapposta alla totale assenza in Concetto Scalavino, a condurlo alla morte.
Era giusto che entrambi ora ne pagassero le conseguenze.
Lo avrebbe affrontato inchiodandolo alle sue responsabilità, dopo di che sarebbe partito non alla volta di Roma, ma verso un luogo lontano, irraggiungibile, dove poter espiare la sua colpa.
Avrebbe rinunciato alla sua arte, ai suoi affetti e ai voti, di cui non se ne sentiva più degno, ma prima avrebbe pareggiato i conti con l'uomo che lo aveva condotto sull'orlo di quel precipizio.

Brigida Catalano, intanto, aveva raccontato a Gemma e a Rebecca del suo breve incontro con Pietra Messinese, preoccupata dalle intimidazioni di quest'ultima, ma anche dallo stato di profondo abbattimento in cui il loro padre era caduto dal giorno della morte di Mimì.
Una cronaca asciutta, quella della governante, con cui rendeva partecipi le due giovani della freddezza con cui Pietra aveva accolto la corona di fiori e il messaggio di cordoglio, e l'anteprima della notizia della cessazione di ogni tipo di rapporto con la famiglia Scalavino. Il suo racconto terminava con il minaccioso suggerimento di Pietra "nel frattempo fate in modo che non prenda nessuna iniziativa personale. E' un consiglio per il suo bene."

 «Visto lo stato di depressione in cui versa vostra padre non gli ho fatto menzione né della fredda accoglienza né della preannunciata rottura dei rapporti con la famiglia Messinese, e tanto meno di questa intimidazione. Prima di prendere qualsiasi iniziativa ho pensato fosse opportuno discuterne con voi dal momento che il comportamento di Pietra Messinese stride con l'atteggiamento amichevole di Mimì in visita a vostro padre.»

Rebecca e Gemma avevano ascoltato in silenzio, e senza mai interrompere, il racconto di Brigida, e solo quando lei s'era taciuta, Gemma, con voce gelida aveva detto: « Sbagliate a preoccuparvi per lui: il diavolo non teme gli orrori del suo inferno.»

Ma a sorpresa, Rebecca, aveva preso le difese del padre: «Sei ingiusta, Gemma, a tutti dovrebbe essere concesso il diritto di difendersi. E con questo non intendo la facoltà di sottrarsi al giudizio e poi alla pena, ma almeno conoscere i capi d'accusa e potervi replicare, anche se quei capi d'accusa sono noti e le responsabilità evidenti.»

 «Una farsa, quindi.» Era stata la fredda replica della sorella.

 «L'affetto e la stima di papà verso Mimì Messinese sono vere. E il suo dolore è sincero. Nessuno potrà convincermi del contrario.»

 « Alla fine ha corrotto anche te.»  Gemma sospirò amara, uscendo dalla stanza.

UNA PROBABILE ALLEATA
Rebecca non aveva fatto alcun gesto per trattenerla, ma era rimasta in silenzio, colpita da quella critica, confusa su se stessa e sulla legittimità della sua affermazione riguardo i sentimenti di suo padre. In definitiva neppure lei lo conosceva nell'intimo per pronunciarsi in una dichiarazione così esplicita, che se anche non lo scagionava dalle sue colpe di certo gli concedeva un'attenuante.
Ma lo stato di prostrazione in cui suo padre era caduto non poteva essere una finzione, perché in realtà lui era un pessimo attore e risultava convincente solo nelle parti in cui poteva genuinamente interpretare se stesso, come in quel caso.
D'altro canto capiva che il risentimento di Gemma scaturiva dall'amarezza delle umiliazioni che lui, incurante dei suoi sentimenti, le aveva inferto per perseguire il suo scopo.
Come si poteva credere che un uomo così profondamente egoista  fosse dotato di sentimenti?
...eppure il senso di smarrimento che lo aveva pervaso alla morte di Mimì, e che lo stava precipitando nella depressione, testimoniava di questa sua capacità, per questo trovava ingiusto il comportamento della famiglia Messinese, quel loro prendere freddamente le distanze da lui che li aveva sempre favoriti nel campo degli affari e per i quali nutriva una sincera, incondizionata ammirazione. E per Mimì un affetto vero
...anche se in ultimo, per pervenire ai suoi scopi, l'indole sotterranea del manipolatore aveva preso il sopravvento.

 «Pietra Messinese addebita a papà la morte di Mimì.» Aveva confidato Rebecca a Brigida Catalano. E poi dopo una breve riflessione aveva aggiunto: «Ma non è lei ad esserne convinta, quanto Giandomenico. Devo parlare con lui.»

S'era già avviata alla porta ma Brigida l'aveva fermata, trattenendola per un braccio: «Non andrete da nessuna parte senza il mio permesso. Sono responsabile per voi, in assenza di vostro padre, e converrete con me che in questo momento lui è come se non ci fosse. Raccontatemi cosa è accaduto e poi studieremo la maniera opportuna per sistemare la faccenda.» Concluse con dolcezza, liberandola dalla sua stretta.

Rebecca l'aveva guardata stupita perché lei si stava proponendo sua alleata. Dov'era il tranello?
Al pari di Gemma le rimaneva difficile fidarsi degli adulti, delle loro promesse che spesso celavano inganni.
Il cucciolo di lupo che albergava in lei era in allerta, ma pure l'istinto la induceva a fidarsi di Brigida.
...così le aveva raccontato la storia nella nuda sequenza dei fatti. Una narrazione epurata, per quanto possibile, da quell'emotività che avrebbe potuto condizionare il giudizio della governante.

Brigida aveva ascoltato attenta quel resoconto sciorinato senza enfasi anche in quei passaggi che pure intuiva dovessero avere, per la giovane narratrice, un intenso coinvolgimento personale.
Nella compostezza di Rebecca, nei toni pacati della voce, aveva rivisto se stessa poco più che adolescente, all'indomani della morte di sua madre intenta ad asciugare dagli occhi di suo padre le lacrime dello smarrimento, e a indurlo a riprendere la via del mare, rassicurandolo che sul porto della loro casa, e sulla piccola ciurma dei suoi fratelli, avrebbe vigilato lei.
Una promessa mantenuta.

Quando Rebecca concluse il suo racconto, Brigida disse: «Convengo anch'io che dobbiate parlare con Giandomenico, e farlo subito, prima che la situazione degeneri. Sono certa che troverete le parole giuste per indurlo alla ragione.»

DIVIETO D'ACCESSO
S'era avviata, Rebecca, alla ricerca del giovane, riflettendo sui luoghi dove potesse trovarlo, sperando che quell'incontro avvenisse senza testimoni, per poter parlare più liberamente e senza mezzi termini.
D'istinto aveva imboccato la stretta stradina che conduceva al laboratorio d'ebanisteria, immaginando che fosse quello il posto dove lui avesse trovato solitario rifugio: sarebbe stato quello che anche lei avrebbe scelto se fosse stata nel suo stesso stato d'animo. Chiuso per lutto, inaccessibile a tutti.
Per un istante si soffermò a pensare che forse anche lei rientrava in quella categoria. Che anche per lei valeva quel divieto d'accesso. Sarebbe stato, comunque, un diritto di Giandomenico rifiutare la visita della figlia dell'uomo che riteneva responsabile della morte del padre.
Cosa avrebbe fatto se lui l'avesse respinta?
In cerca di risposte, Rebecca si guardò intorno.
Il vicolo in cui ubicava il laboratorio era deserto in quell'ora d'intensa calura pomeridiana. Chiuso il portone dell'atrio e sbarrate le persiane alle finestre. Sembrava non ci fosse nessuno, eppure il suo istinto le diceva che Giandomenico era dietro quella porta, a pochi passi da lei. Batté al portoncino, e i colpi del picchiotto propagarono cupi nel silenzio della strada. Inutilmente. Sottovoce, da dietro quella porta che ostinatamente rimaneva chiusa, lo implorò: «Giandomenico, per favore, aprite, ho assoluto bisogno di parlarvi.»  Ma ancora le rispose il silenzio.
Testarda, reiterò di nuovo, ma invano, quella supplica.
Rassegnata, stava per andar via, quando la porta s'aprì.