Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

lunedì 27 maggio 2019

Una storia amerikana (cap. 5)


IL SOLE A MEZZANOTTE

Una mattinata fredda ma limpida, aveva salutato Scarlett al suo risveglio. C'era perfino un indizio di sole, mentre i marciapiedi di Duluth brulicavano, fin dalle prime ore, della frenetica vita cittadina.
Era tornata alla tavola calda dove aveva cenato la sera prima, per bere una tazza di caffè e scambiare due parole con Dorothy.
 Ma lei non era di turno e al suo posto c'era una donna di mezz'età dai modi bruschi.
Non tutti, appena svegli, hanno voglia di fare conversazione, le era venuto di pensare per giustificare i modi poco cordiali della donna (doveva smetterla, però, di trovare sempre una giustificazione per tutti, soprattutto ora che non era più obbligata nei riguardi di Bruce)
Chissà come sarebbe stato far colazione con Dylan.
Non riusciva a non pensare a lui. Forse era già in viaggio diretto chissà dove.
Nonostante questa quasi certezza non riusciva ad evitare di guardare ogni uomo sperando fosse lui.
Ma con lo scrambler rimesso a posto le possibilità di un incontro sarebbero aumentate.
Ritrovare Dylan sarebbe diventato lo scopo del suo viaggio.

Freddy, meccanico e boy friend di  Dorothy, aveva armeggiato sullo scrambler, cavando dalle profondità del suo furgoncino ogni sorta di attrezzo e spiegandole i vari interventi a cui lo andava sottoponendo. Si capiva che amava il suo lavoro e che ne aveva competenza. In ultimo le aveva perfino tracciato un itinerario alternativo a quella strada così malmessa, raccomandandole di seguire il suo consiglio, che sfidare la sorte, dopo aver da questa ricevuto un benevolo avvertimento, non sarebbe stato sintomo di coraggio ma di stupidità. Lei aveva seguito il suo consiglio e s'era immessa sull'arteria principale per tornare di nuovo a Duluth dove avrebbe fatto rifornimento di cibo e di acqua e di un pacchetto di Luky Strike.
L'acquisto delle sigarette per Dylan trasformava l'ipotesi di un incontro casuale in una certezza.
Prima di partire, però, sarebbe passata alla tavola calda a salutare Dorothy.

- Fossi in te aspetterei ancora un giorno prima di partire - le aveva consigliato la giovane cameriera alla quale Scarlett aveva raccontato la storia - c'è sempre la possibilità che lui torni qui a cercarti,  perlustrando ad esempio le officine meccaniche. Posso chiedere a Freddy di tenerci informate al  riguardo. Rifletti: ha maggiori probabilità lui di trovare te che non viceversa. Ad ogni modo se non tornerà indietro a cercarti credo che non dovresti cercarlo neppure tu. -

Convinta dalla logica di Dorothy, Scarlett aveva deciso di rimanere a Duluth ancora per un giorno, rimandando all'indomani la partenza. Avrebbe nel frattempo, però, cercato d'individuare il luogo dove s'era celebrata quella festa privata allo scopo di ricavare qualche indicazione supplementare che la indirizzasse nella ricerca di Dylan. Ma di quella festa, a quanto pareva, nessuno ne sapeva niente.
Una festa privata, così l'aveva definita, poteva benissimo sottintendere ad un incontro con una donna.
Una piccola punta di gelosia era emersa da questa sua riflessione che lei, però, aveva respinto con fastidio. Non aveva alcun titolo per essere gelosa e la gelosia non era un sentimento che le apparteneva. D'altronde lui era un uomo libero e non doveva render conto a nessuno delle sue azioni. Tanto meno a lei, occasionale compagna di viaggio con la quale aveva condiviso un tratto di strada, qualche sporadica confidenza e un attimo di tenerezza.
Così avrebbe seguito il consiglio di Dorothy, concedendosi il tempo di una breve attesa prima di riprendere il viaggio.




Dylan, nonostante la stanchezza, non aveva dormito granché quella notte, passata in gran parte a contrastare l'oppressione del vuoto che lo aveva colto. In realtà non era quello un sintomo sconosciuto, era accaduto altre volte che lui si sentisse soffocare nonostante lo spazio e l'aria, ma stavolta era stato molto più acuto. Dilaniante. Non aveva paura di morire, ma di morire senza una ragione. Avrebbe potuto cadere dal muro che aveva poc'anzi scavalcato, o essere ucciso dall'uomo che aveva freddato col suo Winchester, ipotesi ascrivibili alle possibilità derivanti dalla meccanica dell'effetto/causa, e non certo dal deterioramento di un tarlo interiore non definito, estraneo, però, al pentimento. Di questo ne era certo. Non uccideva per il gusto di uccidere ma per affermare la giustizia laddove la legge aveva fallito, questa l'unica motivazione per cui impugnava il Winchester e premeva il grilletto. All'inizio "cacciatore di taglie" e  "bounty killer" e poi s'era messo in proprio, che rischiare la vita per poche centinaia di euro non valeva la pena (davvero poco pagava lo stato i suoi sceriffi)e così s'era messo al servizio di quelle organizzazioni che perseguivano nobili ideali su sentieri secondari.
E negli anni, Dylan, s'era fatto un nome e una reputazione: una leggenda per gli addetti del settore.
Nessun pentimento e nessuna abiura per quella sua vita. La possibilità di morire per cause di servizio, o per un qualsiasi altro materiale accidente, rientravano nella sua casistica.
Ma rifiutava l'ipotesi di morire per asfissia aleatoria.
Aveva cavato di tasca le Luky Strike e il suo pensiero era andato a Scarlett. Aveva sorriso al ricordo.
Lei gli era piaciuta subito, e non solo perché era bella, ma perché nell'intraprendenza e nella volontà di un'affermazione personale, gli ricordava Linda. Entrambe rappresentavano il suo ideale di donna.
Chissà dove era ora. La immaginava in sella alla sua moto, col vento nei capelli, correre verso la libertà. Una libertà che ora non contemplava più una casa, una cucina e un divano. E un uomo.
In quanto a lui si sarebbe preso una lunga vacanza.
Con questo progetto s'era immesso sulla strada che costeggiava il Superior Lake disseminata di Hotel per turisti, dove in uno di questi avrebbe potuto ristorarsi e rimettersi in ordine. Respinta l'idea di proseguire in autostop, immaginandosi nell'aspetto piuttosto malmesso, ma anche perché quel modo di viaggiare, che pure aveva praticato nei primi anni della sua vita on the road, non era troppo nelle sue corde, che il passaggio gratis lo pagavi comunque con la conversazione forzata e il prestare ascolto alle storie di chi te lo offriva. Storie noiose, per la maggior parte, e per tanti versi simili. I camionisti, e i commessi viaggiatori, erano i narratori  peggiori, con quella loro aria perennemente assonnata che si rifletteva anche nel tono delle loro voci. Per lo più il loro racconto verteva sui tradimenti, subiti o perpetrati, a causa di quella loro vita fatta di brevi soste e lunghi viaggi. Una giustificazione frettolosa a colmare i vuoti esistenziali. E neppure lì era prevista una sosta più lunga.
Ma anche la sua vita, però, era fatta di brevi soste e di lunghi viaggi, e cominciava ad esserne stanco.
Un giorno si sarebbe fermato, avrebbe comprato una casa e una macchina da scrivere. E preso un cane. Ne avrebbe adottato uno non addomesticato, sfrontato e anarchico, con l'istinto del lupo. Un cane col quale non avrebbe sottoscritto nessun patto di fedeltà ma solo quello di un reciproco riconoscimento.

Dalla finestra della camera del piccolo hotel dove aveva preso alloggio poteva scorgere il verde baluginio del lago che andava smorzandosi sotto la volta opaca di un cielo avaro di luce e di colori. Una notte senza stelle, senza meta e senza sogni.
Una notte randagia, solitaria come le infinite altre trascorse all'addiaccio in attesa dell'alba.
In attesa di rimettersi in viaggio.
Ma quella notte non doveva stare in allerta che nessuno, prima delle prossime quarantotto ore, avrebbe scoperto il cadavere e dato l'allarme. Poteva godersi il tepore della stanza e la morbidezza del letto. Poteva lasciarsi andare all'amarezza di aver rinunciato a Scarlett, per non coinvolgerla in quella sua vita al confine tra il bene ed il male. Vivere su quel confine era stata una sua consapevole scelta di cui s'era assunto la piena  responsabilità, mentre lei, condizionata dal sentimento, l'avrebbe fatta propria sulla cieca fiducia: un atto d'amore, che un giorno, forse, sarebbe stata costretta a giustificare a se stessa prima ancora che al  mondo.
Per questo non le aveva chiesto di restare.
Ma nei suoi sogni l'avrebbe evocata. Nei suoi sogni le avrebbe chiesto di restare.


Quando s'era svegliato il sole stava sorgendo. Un sole maturo, grande e aranciato, simile ad un disco di rame, spiccava alto sulla linea del lago, sullo sfondo del cielo notturno.
Un vero sole (e non l'abile inganno di una luna mascherata) generato dall'incontro clandestino del crepuscolo mattutino con quello serale. E il connubio astrologico aveva dato vita a quel miracolo  e materializzato la profezia di Linda che gli aveva predetto che il suo viaggio sarebbe terminato col sole di mezzanotte.
Quell'oscura predizione l'aveva sempre associata alla sua morte con l'immagine istantanea di uno sparo e di quell'ultima luce sulla linea della notte.
Niente di tutto questo era avvenuto, e quello che andava in scena, invece, era un inno alla vita e alla gioia, che la gente era scesa in strada a  festeggiare quel fantastico sole ibrido che rischiarava il mondo con la sua morbida luce di velluto. Una luce benevola che non feriva i suoi occhi.
Forse, confusa in quella folla, c'era anche Scarlett.
Non poteva averne la certezza ma solo la speranza.
Per concretizzare quella speranza sarebbe tornato indietro a cercarla.
Non avrebbe commesso lo stesso errore che aveva fatto con Linda.
Aveva quarantotto ore di tempo per ritrovarla e portarla nella sua nuova vita.
 

domenica 19 maggio 2019

Una storia ameriKana (cap. 4)


DULUTH

Dylan e Scarlett avevano percorso il tratto di strada che li separava da Duluth, entrambi isolati nei propri pensieri, in un silenzio che sapeva già di nostalgia, scambiandosi di tanto intanto un'occhiata ed un sorriso. La loro breve storia era già finita e ora le strade si sarebbero divise: lui diretto alla sua festa privata, lei alla ricerca di un meccanico che rimettesse in moto lo scrambler.

- Ti avrei offerto da bere ma sono atteso a quella festa che senza di me non può iniziare. -
Aveva detto lui,  molto imbarazzato e sinceramente dispiaciuto. Scarlett aveva però colto nella  sua voce anche un indizio di fretta, che aveva attribuito ad un problema di tempo piuttosto che all'intento di volersi sbarazzare di lei.

-  Arrivederci, Dylan. E' stato bello  averti incontrato. Se avessi un recapito te lo lascerei, ma non ne ho, e neppure tu mi pare, così sarà il destino a decidere per noi. -
Reprimendo l'istinto di baciarlo sulla bocca per trattenerlo, s'era limitata ad un bacio più casto sulla guancia. Dylan le aveva sorriso, scompigliandole con le dita i capelli, e poi abbracciandola aveva detto: abbi cura di te, piccola.
L'addio di due buoni amici che per un momento erano stati anche due buoni amanti.
E così, con gli occhi asciutti, s'erano avviati, senza più voltarsi, ognuno verso la propria strada.
E il proprio destino.

Scarlett, seduta ad una tavola calda, aveva ordinato solo una fetta di torta e un bicchiere di latte, perché la fame che l'aveva assillata per l'intero giorno era svanita, soppiantata da un'indicibile tristezza che neppure la stanchezza era riuscita a neutralizzare in esigenze più fattibili e materiali, come una doccia calda o un  sonno ristoratore, che avrebbero di sicuro contribuito a riequilibrare quel suo sbandamento psicologico.
E quell'insopprimibile  senso di solitudine provocato dall'assenza di Dylan.
A questa sua intima, onesta ammissione, aveva dapprima sorriso di se stessa, schernendosi perfino, ma poi, in ultimo, s'era arresa alla consapevolezza che quel suo malessere aveva il nome e il volto del suo compagno di viaggio. E non avrebbe abiurato a quel suo sentimento corsaro, che il rinnegarlo sarebbe stato tradire se stessa. Ci avrebbe convissuto fino a quando, immaginava, la nostalgia sarebbe dolcemente sfumata in ricordo.
Era uscita dalla tavola calda con l'indirizzo di un meccanico che a detta di Dorothy, la ragazza che serviva ai tavoli, era il migliore in assoluto di Duluth. E che poi fosse anche il suo boy-friend era solo un dettaglio che non inficiava il suo giudizio.
Comprensiva, Scarlett  le aveva promesso che l'indomani lo avrebbe contattato..
Dorothy le aveva fornito anche l'indirizzo di una pensioncina, pulita e a buon mercato, a pochi passi dalla tavola calda. Per Scarlett quella lunga giornata terminava lì. Sapeva che non si sarebbe disfatta dei suoi assilli, ma la prospettiva di una doccia e di un letto caldo, un pò la rincuoravano.
Eppoi chissà, Dylan, magari avrebbe avuto un ripensamento e dopo la festa sarebbe tornato a cercarla.
Una piccola speranza in quella sera di Duluth, fredda e priva di stelle.

Dylan s'era fermato davanti all'imponente portone. L'indirizzo e il cognome coincidevano. Le informazioni essenziali inerenti  il suo incarico le aveva memorizzate. Non era nel suo modus operandi comportarsi alla stregua di un turista, ignaro delle  strade e degli indirizzi, così aveva imparato a registrare mnemonicamente tutto, soprattutto i particolari. Erano i dettagli che sempre facevano la differenza.
L'abitazione era poco fuori città, abbastanza isolata e ubicata in una strada chiusa.
Dalle finestre non filtrava alcuna luce e alcun rumore. E anche intorno dominava il silenzio.
 Con qualche difficoltà aveva scavalcato l'alto muro laterale, scivoloso di muschio e di liquami,  preferendolo al cancello in ferro battuto, più facile da violare ma più esposto alla vista. La chiave, come stabilito, era custodita nell'incavo del penultimo gradino. L'aveva girata senza difficoltà nella serratura, dopo averla però preventivamente oliata, per evitare ogni possibilità di attrito. La camera da letto era al piano di sopra, prima porta a destra, subito dopo la consolle sopra la quale era posizionata una pregiata collezione di  ceramiche. Il pianerottolo era avvolto nella semioscurità, così lui, per evitare d'inciampare nella consolle, procedeva allineato alla balaustra, cosicché da trovarsi  di frontalmente alla porta.
Erano sempre i dettagli a fare la differenza. Per questo, come prima cosa esigeva una descrizione minuziosa del luogo. Non è sufficiente dire la prima porta a destra, se a destra c'è anche un tavolino, di cui non sai nulla, con sopra delle ceramiche che potresti far tintinnare, o peggio ancora far cadere a terra. Così come è necessario sapere del folto tappeto in cui potresti incespicare, appena varcata la soglia della camera.
Accosciato a terra, Dylan, aveva estratto dalla custodia della chitarra un Winchester 308 al quale, con gesti rapidi ed esperti, aveva applicato il silenziatore. Non aveva bisogno della luce per espletare quell'operazione, e neppure per orizzontarsi. Il buio gli era amico, perfino lo facilitava, al contrario della luce che, invece, gli feriva gli occhi, per via di quella sensibilità congenita ricevuta in dote con quelle sue pupille bicolori. Una tara ereditaria. Forse. Non aveva mai però indagato su questa sua peculiarità, adeguandosi a vivere con le modalità di un animale notturno. Ma di quella sua vita non s'era mai lamentato, e in definitiva gli piaceva, altrimenti avrebbe benissimo potuto tentarne un'altra. Non difettava né d'ingegno e né di talento.
Con una leggera pressione sulla maniglia la porta della camera s'era spalancata e nel riquadro era apparso il letto e l'uomo supino sul lato sinistro, placidamente addormentato, inconsapevole di quell'intrusione. Sul comodino di sinistra, come gli era stato riferito, aveva individuato la pistola. Inutile precauzione che Dylan, a distanza ravvicinata,  lo aveva centrato in piena fronte.

"In nomine patris, fillis et spiritus sancti. Amen"
Aveva mormorato premendo il grilletto.

Un lavoro pulito. Ineccepibile. Tanto che quello non s'era accorto di nulla, passando dal sonno alla morte con la stessa espressione rilassata con cui s'era addormentato.

 Terminato il suo compito, rapidamente aveva riposto il Winchester  nella custodia, intraprendendo indisturbato il percorso verso l'uscita.
L'indomani qualcuno avrebbe trovato l'uomo ucciso nel suo letto e nessuna traccia del killer, mentre qualcun'altro avrebbe depositato sul suo conto un assegno con una cifra con molti zeri.

mercoledì 1 maggio 2019

Una storia ameriKana (cap 3)



DYLAN

 Scarlett - Vai a Duluth per lavoro? -
Dylan - Si, ho l'ingaggio per una serata. -
Scarlett - Una sola serata? -
Dylan - E' una festa privata. -

Avevano percorso oltre la metà della strada e nel il tragitto non avevano incrociato nessuna macchina o essere umano. E la stanchezza iniziava a farsi sentire. Almeno per Scarlett. Dylan lo aveva intuito dall'andatura rallentata di lei e dai silenzi sempre più lunghi. Anche la fame e la sete iniziavano a mordere, così le aveva proposto una breve tappa, il tempo di fumarsi una sigaretta e riposarsi un pò.

- Ce la faremo ad arrivare per stasera? -
Scarlett s'era lasciata cadere esausta sul bordo del marciapiede. 

- Sicuro. Prima che annotti saremo a Duluth. -
Aveva confermato lui, sedendosi accanto e accendendosi una sigaretta.

- Come fai ad esserne così certo? Hai già fatto questa strada? -

- No, ma stando alla cartina non dovremmo essere troppo distanti. -

- Non ti ho visto consultarla. -
C'era una certa apprensione nella voce di lei che Dylan aveva però colto, e toccandosi la fronte aveva detto rassicurante: l'ho memorizzata qui.

- Non mi dire! E su questa cazzo di strada non passa nessuno! -
La stanchezza stava prendendo il sopravvento su di lei. S'era tolta le scarpe e massaggiata i piedi. Si  guardava attorno senza alcuna curiosità. Delusa di ritrovarsi sempre nello stesso invariato, silenzioso, solitario paesaggio di erba e di asfalto, aveva biascicato sotto voce 'fanculo.

- Prendila per il verso giusto - le aveva suggerito Dylan - avresti potuto rimanere seriamente ferita nell'incidente con lo scrambler, e nessuno a soccorrerti. Oppure non incontrare anima viva e dover proseguire da sola, a casaccio. O peggio ancora doverti difendere da un malintenzionato. Invece hai incontrato me e più della metà del percorso l'abbiamo completata in maniera tranquilla, direi, e arriveremo in città prima che faccia buio. Mi pare che non ci sia  nulla di che lamentarsi, almeno dal mio punto di vista. -

Scarlett aveva sorriso di quel suo riassunto positivo, e trovandolo ineccepibile, aveva ribadito: hai ragione, Dylan (era la prima volta che lo chiamava per nome) Scusami. -

- Non devi scusarti di nulla, un'esperienza nuova comporta sempre alternanza di stati d'animo. Direi che tu la stai affrontando piuttosto bene. Per me, invece, questa  è la normalità. Dopo anni di vita sulla strada riesco a vedere i vantaggi prima ancora che gli svantaggi. A questo devo la mia sopravvivenza. In verità le ipotesi pessimistiche non le prendo neppure in considerazione, non servono a nulla e mi complicherebbero la vita costringendomi  a vivere in continua tensione. -
 Un discorso rivelatore della sua  filosofia di vita a cui Scarlett aveva controbattuto con ironia : in sintesi, vivi alla giornata.
Lui, in segno di assenso, aveva alzato il pollice.

-  Sono vissuta in un circo per un bel pò di anni e la vita nomade è una realtà che ben conosco, anche se noi eravamo una comunità e così non si era mai da soli ad affrontare gli imprevisti. Nei miei sogni c'erano invece una casa, un marito, un paio di marmocchi e un cane. Le feste di compleanno e il barbecue la domenica. Una vita normale come quella che intravedevo dalle finestre delle abitazioni presso cui ci accampavamo. Famiglie sedute a mangiare allo stesso tavolo e poi a guardare la tv sullo stesso divano. Per questo ho sposato Bruce e sono andata a vivere a Wawina. Volevo una casa con una cucina, un divano e una tv, e dei figli: volevo una vita normale. -
L'ultima frase era quasi un sussurro.

- Non c'è nulla di sbagliato in questo tuo desiderio. Hai solo sbagliato l'uomo con cui realizzarlo. Il fatto è che ognuno di noi ha le proprie idee e i propri sogni, e non sempre coincidono. Ma scommetto che tu dei sogni di Bruce non sai nulla. Glielo hai chiesto mai se ne avesse?  Non ti sto colpevolizzando, ma la verità è che noi, quando si tratta di sogni, diventiamo egoisti. Senza cattiveria, ma lo diventiamo. E quando poi non ci  riesce di realizzarli troppo spesso diamo la colpa all'altro. Così, se non hai preso il brevetto da pilota, la responsabilità magari non è tutta di Bruce. Avrà altre colpe, ma forse non quella. -

Scarlett aveva accolto questa constatazione in silenzio. Rifletteva, per la prima volta, che in verità lei non conosceva nessun sogno di Bruce. Seppure ne avesse mai avuti. Di che fortemente dubitava. Il fatto era che lui non la incuriosiva più da tanto tempo. Era sempre così scontato! No, non si sarebbe sentita in colpa per non avergli mai chiesto dei suoi sogni.

- E tu, Dylan, ne hai di sogni? -
Gli aveva chiesto lei interrompendo il silenzio

-  Più che altro ho qualche necessità. Alla mia età i sogni hanno il sapore del rimpianto. Ed io non voglio rimpianti. -

- Non mi sembri così vecchio. -

Lui aveva sorriso al complimento.

- Ho una buona resistenza fisica e la vita sulla strada, se non ti uccide, ti mantiene in forma. Ma non potrò continuare per sempre, così un giorno pianterò le tende da qualche parte, comprerò una macchina da scrivere e racconterò delle mie esperienze on the road. -

- Allora ce l'hai un sogno! -

- Non è un sogno, è una necessità. I sogni non hanno limite di tempo, le necessità, invece, sono a scadenza. -

 Scarlett, d'istinto, lo aveva baciato.

- wow -
Aveva detto Dylan, piacevolmente sorpreso, da quel bacio inaspettato.

- Ho appena soddisfatto una necessità. -
Lei aveva puntualizzato con un sorriso. Ma il tono era serio.

- Non devi giustificarti. -
Aveva ribattuto lui, carezzandole i capelli.

- Non mi sto giustificando. -
E a conferma della sua affermazione lo aveva baciato di nuovo.

Avevano fatto l'amore al riparo di un cespuglio, in quel silenzio rarefatto, con fervore ma senza spogliarsi, che l'aria era gelida e il suolo aspro, mentre la penombra rapidamente infittiva in pallido buio. Raggomitolata fra le sue braccia, Scarlett s'era assopita. Nella luce che andava scurendo risaltavano la sua fronte bianca e l'onda bruna dei capelli. Dylan ne aveva trattenuta una ciocca tra le dita aspirandone il profumo e studiando nella penombra i lineamenti del suo viso, le ciglia folte e la bocca leggermente dischiusa. Gli dispiaceva di non averle potuto offrire l'intimità di una stanza e il calore di un letto, e la complicità di quei piccoli riti, scontati e piacevoli insieme, che si consumano  dopo aver fatto l'amore: fumare una sigaretta, bere un bicchiere di vino, o rimanere abbracciati ad ascoltare il ticchettio della pioggia sui vetri. Quella sarebbe stata la perfezione. No... quella sarebbe stata la normalità. quella stessa che aveva spinto Scarlett fra le braccia di Bruce e poi indotta a fuggir via.
Si era chiesto, allora, se in una situazione diversa avrebbe fatto l'amore con lui o se quella fosse stata per lei solo un'esperienza, la prima, della sua nuova vita. Ma in definitiva, qualunque fosse stata la ragione, non ne avrebbe chiesto conto, cosi come era accaduto con tutte le altre sue occasionali compagne.
 A nessuna di loro aveva dato una ragione per restare.
Ma con Linda, in arte Esmeralda, la tentazione di quella ragione c'era stata

 Di lei s'era innamorato, dello spirito irrequieto che l'abitava, e della sua innata, quasi selvaggia, propensione all'indipendenza. Linda/Esmeralda, capelli corvini e occhi verdi, la figlia zingara del vento batteva i mercati e le fiere d'America col suo esiguo bagaglio da chiromante, in compagnia di Devil Dog, un bastardino nero di una bruttezza strepitosa, cieco d'un occhio e zoppo d'una zampa, con le zanne prominenti come quelle di una tigre, che quando era troppo stanco per camminare lei avvolgeva in uno scialle e lo trasportava sulla schiena.
 Devil Dog: l'unico compagno a cui Linda sarebbe rimasta fedele per sempre.

Il giorno del loro incontro lei gli aveva letto la mano pronosticando che quel suo lungo viaggio, sarebbe  terminato col sole di mezzanotte. Una profezia ermetica che lei stessa, però, non era stata in grado di chiarire, e a cui Dylan non aveva più pensato fino a quando s'era specializzato in requiem, e allora quella predizione era affiorata vivida alla memoria, minacciosa ed ingombrante, rischiando perfino di condizionarlo.

Lui e Linda erano rimasti insieme circa due mesi, ma quella ragione per rimanere, Dylan non aveva avuto il tempo di proporla, che lei, forse subodorando quel suo sentimento, e non volendo umiliarlo con un rifiuto, nel trambusto di una fiera s'era eclissata. 

Lui aveva capito e non le aveva serbato rancore. E non l'aveva cercata. 



Scarlett aveva aperto gli occhi e gli aveva sorriso.

- Siamo in dirittura d'arrivo. -
Aveva annunciato Dylan indicando la linea antracite dell'orizzonte costellata dalle luci di Duluth.

Lei s'era sentita d'improvviso triste. Consapevole che quelli sarebbero stati gli ultimi momenti trascorsi assieme. Alle porte della città si sarebbero separati, che le loro vite diramavano in direzioni opposte, e poi non c'era stato alcun sottinteso che lasciasse presupporre un finale diverso.
E perché avrebbe dovuto esserci? Avevano condiviso un attimo di tenerezza, non s'erano mica giurati amore eterno.
Capita, durante un naufragio, d'innamorarsi del compagno di sventura, ma è una situazione al limite  dove predomina l'incertezza ed ecco che l'amore, o quello che si crede tale, subentra a sopperire al disorientamento emotivo, stabilendo un'apparenza fittizia di normalità.
Ma quando a quella normalità si farà di nuovo ritorno probabile che anche quell'amore finisca.