Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

martedì 13 ottobre 2020

Gina Colombo's Restaurant (cap. 2)


 

Universi

Angie Rose ed Hamlet s’erano avventurati al parco nonostante il tempo minacciasse pioggia. Sarebbe stata una passeggiata breve ma indispensabile alle esigenze del cane che quella sera probabilmente, proprio a causa del cattivo tempo, non avrebbe potuto portare con sé.

Era stato un inizio di primavera freddo e piovoso, con pochi colori e senza troppa poesia. Le piogge frequenti avevano infoltito il suolo di erbette e fiori spauriti, che schiaffeggiati dal vento e insultati dall’acqua, sfiniti declinavano le corolle ancora acerbe a marcire in quell’humus vegetale. Hamlet, attratto dalle loro ingannevoli ombre nell’erba, si fermava ad annusarli nel loro ultimo, evanescente profumo, e poi mestamente tornare sui suoi passi, Avevano raggiunto l’area riservata ai cani, e Angie Rose lo aveva liberato dal collare e lasciato libero di correre ed esplorare a proprio agio, mentre lei, poggiata allo steccato si predisponeva a leggere un libro, senza però perdere di vista Hamlet che giocava con altro cane, anche quello un lupo, a rincorrere e poi riportare indietro una palla che qualcuno dall’altra parte del prato, lanciava. Dei soliti che frequentavano il parco con i loro cani, e con i quali aveva un cordiale scambio di saluti e di battute, a quell’ora non ve n’era nessuno, ma Hamlet aveva comunque trovato un compagno di giochi e lei l’opportunità di terminare la sua lettura.
S’era alzato un vento leggero che recava stille di pioggia frammiste ad un lieve sentore di fragola, ed era ormai ora di avviarsi verso casa dove avrebbe velocemente pranzato per poi correre alle lezioni di Alfred Hayden. Diede di voce ad Hamlet che, accomiatandosi festosamente dal nuovo compagno di giochi e scodinzolando alla carezza del suo padrone, era prontamente corso al suo richiamo.
Lungo le scale propagava un buon odore di cucina e Angie Rose sospirò alla prospettiva del suo pasto preconfezionato, inodore ed insapore. Avrebbe comunque recuperato con la sempre ottima cena al ristorante di Gina, prima dell’orario di apertura, insieme a tutti gli altri dello staff.

Era giunta al pianerottolo del secondo piano nel momento in cui Olimpia Collins, in tuta e bigodini, aveva aperto la porta.

«Ciao Rose (la chiamava solo Rose perché quello era il nome di una delle sue figlie)  hai tempo? Vorrei mostrati una cosa». Era rimasta sulla soglia invitandola con un gesto ad entrare.


Olimpia Collins aveva sempre un pretesto per farti entrare a casa sua per scambiare due parole. Angie Rose ricordò la prima volta che era stata abbordata dalla vecchia signora con la scusa d’infilarle un ago da cucito.

«I miei occhi non sono più buoni, nonostante questi.» Le aveva sorriso e indicato gli occhiali dalla montatura antiquata

«Forse dovrebbe rifare le lenti» Aveva suggerito Angie rose.

Con un gesto della mano, Olimpia, aveva scacciato quell’ipotesi e indicando lo spiraglio della porta della camera da letto da cui s’intravedeva un uomo disteso supino, aveva detto «Ho altre priorità»
Così aveva conosciuto anche Bob, il marito di lei, affetto da una malattia degenerativa che gli aveva atrofizzato prima i muscoli e poi i sensi. Le loro due figlie, Rose e Margareth, vivevano in altri stati, e la lontananza e il tempo avevano reso sempre più sporadici i loro incontri, che alla fine s’erano ridotti ai solo contatti telefonici. A casa dei Collins la radio era sempre accesa e ad un volume piuttosto alto, e questo era costante motivo di discussione con gli altri inquilini: «Ma perché non la metti in camera di Bob così può ascoltarla ad un volume più basso?» qualcuno le aveva suggerito.

«Bob è completamente sordo. Che se ne fa della radio?» Aveva risposto divertita Olimpia: «Sono io che l’ascolto, ma ad un volume più basso non potrei sentirla da una stanza all’altra».

Era il silenzio, l’assillo di Olimpia. E la solitudine. Allora cercava d’ingannarle stazionando sulla porta per abbordare chi era di passaggio e ascoltare la radio, ventiquattro ore su ventiquattro, ad un volume elevato.
Angie Rose lo aveva capito e avrebbe voluto fare qualcosa per lei, ma oltre ad accettare un invito per un caffè o scambiare due parole sul pianerottolo, non aveva tempo per altro.

«Mi scusi Olimpia, ma oggi vado proprio di fretta.» Cercò di tagliar corto, ma l’altra la trattenne per un braccio: «A qualunque ora rientri, prometti di venire a vedere. E’della massima importanza.»
Angie Rose promise.


Dal Queens, dove lei abitava, aveva raggiunto in metro il quartiere Dumbo, dove in una ex  cartiera ristrutturata risiedeva la prestigiosa “Alfred Hayden’s Acting Shool”, e aveva fatto il suo ingresso proprio mentre stava andando in scena la parte finale  di una furibonda lite tra Alfred Hayden e Jason Taller, uno dei suoi studenti: e non stavano recitando.

«…e non solo non metterai più piede nella mia scuola di recitazione, ma in nessun’altra.» Hayden scandì l’ultima frase con rabbia, stringendo i braccioli della sedia a rotelle e sporgendosi col busto in avanti come per mettersi in piedi per sbatterlo lui stesso fuori dall’aula.

Jason aveva accolto quella minaccia con un’alzata di spalle: «Vorrà dire che passerò direttamente al palcoscenico.»  Poi, in tono amaro, aggiunse: «Hayden, nel tuo passato sarai stato anche un grande attore ma nel presente, come uomo, vali meno di zero.» Disse avviandosi alla porta

«Cosa ne sai, tu, Taller, di come deve essere un uomo?»

A quella provocazione Jason era tornato indietro col chiaro intento di sferrargli un pugno, ma poi s’era fermato. «Non mi abbasserò al tuo livello, Hayden.» Lanciò un’occhiata circolare al silenzioso auditorio degli studenti: «Per quanto ancora continuerete a farvi bullizzare da lui?» Chiese.
Senza attendere risposta, uscì dall’aula.

«Visto che non lo sai, Taller, di come deve essere un uomo?» Urlò Hayden in direzione della porta. Poi, in tono gelido, congedò i suoi allievi: «Per oggi la lezione è terminata.»
Nessuno di loro obiettò.

Fuori, in gruppo, si stava ancora commentando l’accaduto e Angie Rose chiese spiegazioni sui motivi del litigio.

«Ha tolto a Jasmine Wright la parte di “Anna Christie”, adducendo che lei non era all’altezza di quel ruolo che competeva, invece, ad una prima donna del calibro di Jason Taller.» Spiegò Peter Newton ridendo divertito «Poi ha chiesto chi di noi ragazzi si proponeva per la parte di Mat.» Rise ancora più forte «C’è da dire che Hayden ha un perverso senso dell’umorismo.»

«Peter, sei un povero stronzo!» Christine Logan esclamò con disprezzo, accingendosi a spiegare ad Angie Rose la dinamica dei fatti: «Jason aveva lo smalto alle unghie, è stato quello a mandare Hayden in paranoia, così quando Jasmine ha iniziato a leggere le sue battute lui l’ha interrotta dicendo che non era nel personaggio, che Anna Christie era una donna navigata nel sesso, una ex prostituta abituata a mentire sulla sua vera identità, per cui quella parte sembrava scritta per Jason Taller, che di certo l’avrebbe meglio, e più di chiunque altro, realisticamente interpretata: “oltretutto, Taller, si è presentato in costume di scena” il riferimento era, appunto, allo smalto alle mani»

 «E’ un maledetto figlio di puttana» S’intromise Andrew Saint Just vibrante di rabbia.

«Ammettilo, vorresti anche tu smaltarti le unghie ma non ne hai il coraggio.» Lo irrise Peter Newton.

A quella provocazione Andrew gli si era avventato contro gettandolo a terra. «Non vali i miei pugni e neppure il mio disprezzo.» Disse, voltandosi per andar via. Ma Peter s’era rialzato, lo aveva afferrato per le spalle e con una violentissima spinta lo aveva mandato a cozzare contro un muro. Andrew era caduto a terra privo di sensi, mentre un rivolo di sangue gli sgorgava da una tempia. 

«E’ stato lui ad iniziare. Lui mi ha mandato a terra. Lo avete visto tutti. Io mi sono solo difeso.» Peter Newton, smarrito ed accorato, cercava una conferma tra quelli che avevano assistito alla scena.
Nel frattempo dal telefono della scuola era stata chiamata un’ambulanza e avvertita la famiglia di Andrew.
Alfred Hayden, messo al corrente dell’accaduto, era uscito sul piazzale ammonendo gli studenti ad essere accorti nell’uso delle parole con i poliziotti ma anche con i giornalisti, che di sicuro anche la stampa si sarebbe interessata alla vicenda, e una pubblicità negativa non avrebbe giovato a nessuno.

«In fin dei conti si è trattato di un deprecabile incidente senza intenzione di dolo, e come tale va trattato.» Concluse, mentre il suo assistente cercava di tamponare il sangue che stillava dalla ferita alla tempia di Andrew Saint Just.

L’autoambulanza e la polizia erano giunte a sirene spiegate nello stesso momento. Andrew venne caricato sulla prima e Peter Newton sulla seconda, mentre venivano prese le generalità e raccolte le testimonianze di quelli che avevano assistito alla scena: tutti concordarono sulla versione dell’incidente.
Immobile, dietro i vetri della finestra del suo ufficio, Alfred Hayden aveva assistito a tutta la scena.

 

Era pomeriggio inoltrato quando Angie Rose fece ritorno al suo appartamento. Stava imbrunendo ma le nubi s’erano diradate allontanando la minaccia di pioggia, avrebbe così potuto portare con sé Hamlet. Questo la rasserenò e per un momento la catapultò nella sua caotica quotidianità, perché fino a quel momento era stata in balia di sensazioni contrastanti sugli avvenimenti accaduti quel pomeriggio nel cortile della “Alfred Hayden’s Acting Shool”. L’avere avvallato, nella sua testimonianza, come incidente la vigliacca aggressione di Peter Newton ai danni di Andrew Saint Just la tormentava, anche se era convinta che non era nelle sue intenzioni fargli fisicamente del male, e che era stato Andrew a menar prima le mani gettandolo a terra, anche se la miccia, però, l’aveva innescata lui con quella frase provocatoria. Un incidente…Peter però lo aveva aggredito alle spalle e spintonato con violenza contro il muro. Vista in questi termini la faccenda non poteva essere etichettata come incidente. Forse avrebbe dovuto rivedere la sua testimonianza. Ne avrebbe parlato con Christine Logan.

Al secondo piano si ricordò della promessa fatta ad Olimpia Collins, ma in quel lungo pomeriggio erano saltati tutti gli orari e aveva appena il tempo di una doccia e di un cambio d’abiti, e poi di nuovo in metro alla volta di Brooklyn, per il suo turno di lavoro al ristorante, e se fosse stata troppo stanca per il viaggio di ritorno avrebbe chiesto a Gina di poter usufruire della branda nel bugigattolo adiacente alla cucina, un ripostiglio ristrutturato in origine per offrire una stanza ad Apache, e usato poi per le situazioni d’emergenza. Angie Rose aveva valutato più volte di trovarsi un appartamento nelle vicinanze del ristorante ma gli affitti nella zona erano troppo alti in aggiunta alle spese per la scuola di recitazione, e il suo stipendio di cameriera, nonostante i generosi arrotondamenti di Gina, non sarebbe bastato per tutto. Avrebbe potuto cercarsi un lavoro più vicino al quartiere dove lei ora abitava, ma da nessun’altra parte avrebbe trovato il calore e l’empatia del “Gina Colombo’s Restaurant”. Gina, Marta, Apache e Jean Baptiste erano come una famiglia: si comprendevano e si sostenevano. Questioni gravi non c’erano mai state, almeno da quando lei vi lavorava, e neppure malintesi: era tutto alla luce del giorno, anche i mugugni non avevano ragione di perdurare nelle profondità delle viscere, quando portati in superficie trovavano uno sfogo e una soluzione.
Raffrontò il mondo luminoso e caldo di Gina Colombo e quello buio e freddo di Alfred Hayden: due universi contrastanti e distanti fra loro anni luce. E lei il ponte che mai, intenzionalmente, li avrebbe messi in contatto.

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