Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

sabato 31 dicembre 2011

Auguri!

Images by Brian Viveros

Ci sono momenti in cui tutto va per il verso giusto. Non occorre spaventarsi. Sono momenti che passano
Jules  Renard

giovedì 29 dicembre 2011

Dove? Perché?

Andar via di qui, è questo il mio ultimo assillo
Andare dove? Mi chiede Amaranta
Andare dove? Fanno coro tutte le altre  presenze del mio antro.
Perché? Domanda, invece, l'Imperatrice Camilla, ampliando, con questo interrogativo, i termini della questione.

Dove?
Perche'?
Sarebbe molto più facile non dare spiegazioni ed obbligare la mia piccola ciurma ad assecondare questa mia determinazione, ben sapendo che sarebbe costrettta a seguirmi perchè non avrebbe nessun'altra alternativa se non il suo dissolvimento esistenziale.

In questi ultimi quattro anni siamo tutti invecchiati un pò di più, ed io più degli altri, perchè ho dovuto spendermi affinchè tutto sembrasse reale, caldo e confortevole, nonostante le mie catastrofi esistenziali e la mia feroce volontà di resistenza.
Alla fine mi sono resa conto che è tutto davvero fittizio, anche quelle ipotesi di verità per cui un tempo ho dato battaglia, che tutto poggia su niente, e che si può voler bene e detestare nello stesso momento e con la stessa suprema intensità, che le parole sono difficili e, quelle della scrittura, ancor di più, che non hanno voce e, seppur  ne avessero una, sarebbe quella di chi legge.
Ed ecco che anche un diario può essere un luogo d'inganni, d'inesattezze, di espropriazione intellettuale.

Mi tenta l'idea di trasferirmi in una nuova regione di Blogosphere, ma dovrei farlo senza l'ingombro di questa valigia colma di tutti i miei scritti e senza il seguito della mia piccola ciurma, silenziosa ed emotiva, sapendo fin d'ora di condannarla al tragico destino dell'abbandono e di una morte certa.
Ma sta di fatto che questo luogo è pervaso da un eccesso di ombre e di presenze, contaminato da troppi ricordi, amarezze, inettitudini, collere, desideri, incoscienza, baldanza e passione, perchè io possa liberamente continuare a gestirlo senza inciampare nella desolazione o nel vuoto.
Marilena

mercoledì 28 dicembre 2011

Martina

Sono molto irrequieta quando mi legano allo spazio
Alda Merini


Martina, oggi, s'è vestita a festa ed agghindata i capelli con nastri e stramberie di fiori, cosicché un  passero ha  nidificato nell'abbondanza dei suoi riccioli, mentre una farfalla si è smarrita nel loro arruffato intrico.
Così si ammira nel riflesso della finestra, e si trova bella.
Belli i suoi occhi eternamente assonnati, con le palpebre pesanti come ombrelli sporgenti a schermare la luce; belle le sue labbra color di geranio, sgargianti come balconi fioriti in un autunno tardivo; belle le sue dita nude, e le sue mani sempre un pò tremanti che paiono dirigere una invisibile orchestra; bella la sua voce che si dispiega limpida, seppur incerta sulle parole, come quella di una bambina.
Canta, Martina, guardandosi nel suo pezzo di vetro, riquadro di una finestra sbarrata dalla quale scruta la linea diurna dell'orizzonte, quel tratto netto che separa il cielo dalla terra e dal mare, i vivi dai  morti, le ossessioni dalle certezze.
Ride, Martina, con la sua bocca avara di denti, mentre guarda quell'orizzonte metafisico, così reale nella sua memoria e così lontano da quella sua finestra.

venerdì 23 dicembre 2011

Hotel Zeta (cap. 7)

MEMORIE DI EDMUNDO REYES
Ricordo perfettamente il periodo della permanenza a Nuevo Eldorado delle quattro signore di cui qui si narra. Periodo movimentato, ma piacevole. Tutti i nostri ospiti sono persone speciali ma, alcuni, lo sono un pò di più, come coloro che lasciano tracce significative del loro passaggio, contribuendo a modificare la metafisica di Nuevo Eldorado o, loro stessi, al suo interno. Le quattro signore erano assolutamente diverse tra loro eppure, in strano modo, compatibilissime. Nel gruppo regnava un bell'accordo tranne per qualche scintilla caratteriale tra Amaranta ed Eli Joe. Mai visto due temperamenti consanguinei così opposti, una fiammella rossa ed una nuvola scura in perenne contrasto, seppur molte baruffe venivano stemperate, sul nascere, dall'ironia di Lucy Hollywood e dalla dolcezza di Clara. Ed ecco, ancora caratteri agli estremi, come lo zenit e il  nadir, la testa e i piedi dell'universo, la perfezione dell'equilibrio. Las damas......le signore, dunque, erano adorabili ognuna alla propria maniera. Adorabili,  ma  non sempre facili da trattare. Amaranta  intavolava estenuanti discussioni con le ombre dei vivi e quelle dei morti, dibattiti che la sfinivano e, alla fine, la rendevano democraticamente intrattabile con tutti. Eli Joe passava moltissimo tempo a  scrivere lettere a suo marito e, confesso, di non aver mai visto nessun'altro scrivere con così tanta foga, ed  era evidente che soffriva di nostalgia. Lucy Hollywood......ammetto il mio debole per lei, per i suoi abiti floreali, i capelli selvaggi e per quella sua falcata da pioniera quando, impavida s'avventurava nei recessi di Nuevo Eldorado tornandone con trofei fotografici assolutamente di gran pregio. Per questo mi è mancato il cuore di avvertirla che nulla di ciò che lei avrebbe fotografato sarebbe rimasto impresso sulla pellicola, una volta varcati i confini di Durango. Clara, invece, la definirei un'ospite speciale, di quelli che, in virtù di una loro profondissima capacità empatica e trasmutativa, lasciano tracce indelebili del loro passaggio. La sua pittura ha sostanzialmente modificato la natura astrologica e faunistica di questi posti, per cui qui l'alba sorge con due soli gemelli e le notti, prolifiche di stelle, sono rischiarate da una fantastica luna cammellare ed inoltre, sempre al suo talento, dobbiamo l'immaginifico scenario dei deserti cobalto dove nascono gli alberi del sale, e i giardini di mare dove gli atolli fioriscono di una strana vegetazione azzurra, ocra e arancio. Questi i magnifici doni di Clara a Nuevo Eldorado.

LA SFIDA
L'imperatore Giaguaro e Xira erano rimasti, per un lungo momento, immobili a fronteggiarsi soppesando le rispettive potenzialità e, Clara, in seguito, avrebbe giurato di aver captato l'ombra di un sorriso sul muso del grosso felide, a pregustare l'imminenza di una vittoria facile. Il piccolo cuore di Xira batteva all'impazzata, ma lei non dava mostra di paura, non fuggiva dall'ombra gigante che la soverchiava con le nere fauci spalancate, come un sogghigno faunesco, e il ruggito così potente da frantumare la roccia. Yaguar fletteva il suo corpo, potente e sinuoso, come quello di un grosso rettile che s'appresta, fulmineo, allo scatto mortale, ma che consapevolmente lo ritarda per godersi di più la paura dell'avversario. Il sarcasmo di concedere quell' ultimo minuto di vita vissuto nel terrore, prima dello scempio. Xira, perfettamente immobile, sembrava rassegnata alla zampata mortale, quella che le avrebbe dilaniato la schiena, lasciandola paralizzata alla mercè di Yaguar. In più s'era sventatamente posizionata davanti ad una strettoia, un imbuto senza uscita, che le avrebbe irrimediabilmente precluso ogni via di fuga. Ai miagolii solidali dei gatti, più simili ad una mesta preghiera che a un convinto incitamento, si contrapponevano i ruggiti di scherno dei grandi felidi, pronti ad osannare l'ennesima, annunciata vittoria, dell'Imperatore Giaguaro. E, subito dopo, eccolo prodursi in quel fantastico balzo che lo aveva innalzato ai fasti della leggenda, proprio mentre Xira, indietreggiando, era andata sempre più incuneandosi nell'angolo cieco. Provvidenziale utero, e non prigione, che l'avrebbe accolta e protetta, praticamente resa inviolabile alla brama mortale di Yaguar che, puntando sullo scatto e sulla potenza, non aveva però calcolato l'area ristretta in cui la sua massa muscolare sarebbe andata, in ultimo, ad intrappolarsi.
L'attimo successivo il grande giaguaro giaceva ai piedi di Xira con gli arti spezzati e i denti frantumati.

Interno dell'Hotel Zeta

domenica 18 dicembre 2011

Hotel Zeta (cap. 6)

L'IMPERATORE GIAGUARO VS XIRA
Clara, in ansia per il comportamento di Xira, l'aveva seguita in una delle sue solitarie escursioni fin dentro il cuore della foresta di Nuevo Eldorado e, ciò che vide, la lasciò sbalordita.
All'interno di uno slargo bivaccava una grande ed eterogenea colonia di felini, razze a lei note ed altre esotiche, raggruppati intorno ad un tronco mozzo sul quale era assiso, in posa imperiale, una splendida giaguaro nero.
Xira, al pari di tutti i felini che qui erano giunti, si era prodotta in un inchino, flettendo le zampe anteriori ed issando la coda, a mò di vessillo. L'Imperatore Giaguaro chinava la testa da un lato, oppure emetteva un ruggito imperativo, secondo se a riverirlo era un grande felide o uno di piccola specie.
Il giaguaro accolse l'inchino di Xira con un ruggito alquanto aggressivo ed un frustare nervoso di coda.
Per nulla intimidita da questa scortese accoglienza, Xira, aveva fatto il suo breve inchino prima di congiungersi all'esiguo drappello dei gatti che l'accolsero con code dritte e osannanti miagolii, sotto lo sguardo minaccioso di Yaguar.
Ma, Xira, pareva non dargliene conto, ignorarlo perfino e, pur senza arroganza, dar mostra di non temerlo.
Eccitati dal carisma che da lei emanava, gli altri mici le si erano fatti intorno, ed ecco che i più spericolati piroettavano festosi, producendosi in stravaganti salti mortali; i più facinorosi, invece, mostravano le zampine con gli unghioli sguainati, pronti a ritrarli, però, se solo il giaguaro dava mostra di avvedersene; i più timidi si limitavano a starle accanto, adoranti, mentre dall'alto del suo scranno di legno l'Imperatore Giaguaro non la perdeva di vista.
La potenza del suo ruggito tenorile era valso il silenzio, e l'attenzione, di tutti i felini, grandi e piccoli.
Perfino gli uccelli s'erano fermati in volo, sospesi nell'aria, paurosi che un frusciar di fronda potesse scatenare la sua collera mortale.
L'immensa coda del felide frustava l'aria sommovendo un furioso vento di foglie e di scura polvere di  foresta quando, ergendosi in tutta la sua imponenza, balzò dallo scranno al centro dello slargo per sfidare Xira.
La sua ombra enorme incombeva sulla piccola sagoma gattesca con la inesorabile drammaticità di un destino tracciato.
La gattina impavida, però, rimaneva la suo posto, studiando la grossa testa di Yaguar, le zampe muscolose, le fauci crudeli. L'attendeva una lotta impari come quella che può essere tra una farfalla ed un'aquila, per questo, Xira, sapeva di dover contare, per avere qualche chance di vittoria, soprattutto sull'agilità sottile del suo corpo e sui riflessi, sensibilmente acuiti dalla pratica randagia della strada.
Il corpo massiccio di Yaguar, scattante nei lunghi percorsi, si sarebbe potuto rivelare, di contro, provvidenzialmente lento ed ingombrante, in un perimetro circoscritto come quello dell'arena.
Dal canto suo, Xira, si sarebbe imposta d'ignorare le fauci mastodontiche ed i ruggiti intimidatori.

IPOTESI E SPERANZE
Clara, dalla sua postazione, aveva seguito col batticuore il succedersi degli eventi, temendo per la vita della sua adorata Xira, ma altresì conscia della sua impossibilità ad intervenire.
Nulla avrebbe potuto, a mani nude, contro il colossale giaguaro supportato da centinaia di altri della sua specie.
Tornare indietro e chiedere aiuto, ma quanto tempo avrebbe impiegato a ripercorrere la strada a ritroso fino all'Hotel Zeta, sperando di non perdersi?
Non c'era tempo per progettare nulla, le restava solo di confidare nell' intelligenza intuitiva di Xira, grazie alla quale, più volte, s'era  tratta d'impaccio da situazioni  estreme.

L'imperatore Giaguaro

mercoledì 14 dicembre 2011

Bambini

Sono arrivati che era ancora buio e hanno piantato i loro tendoni e, prima che sorgesse il sole, l'accampamento era già recintato. Dietro le pareti di stoffa barriscono gli elefanti e ruggiscono i leoni. Bambini scalzi si aggirano tra i carri, in perlustrazione, poichè lo straniero non si serve di cani da guardia nè di sentinelle nelle garritte, ma ha addestrato i suoi figli a questo compito, mascherato da gioco, cosicchè l'innocenza è l'ingannevole cortina dietro cui s'innesca l'esplosivo. Siamo in stato d'assedio ma, nessun'altro, oltre me, se ne è reso conto. Io ho visto i segni premonitori come quel cielo notturno così stellato, e chiarissimo, da poter sembrare un albeggiare prematuro, e poi  la repentina caduta del vento che, durante tutto il giorno, aveva soffiato con intensità di bufera costringendoci al riparo delle nostre case, ed ho capito che ciò che paventavo stava accadendo, e che anche Dio è dalla parte dello straniero. Non avremo quindi scampo. Dio è sempre dalla parte del più scaltro, è una storia antica questa, che sempre si ripete. Dovrà pur vendicarsi della morte del suo unico figlio, così prolifica cattivo sperma che si diffonde nel mondo con l'invadenza di un virus sottile e genera bambini dagli occhi grandi, svezzati come cuccioli di cane o, secondo gli istinti delle altre fiere, allevate all'interno dei tendoni. Pachidermi, tigri, leoni, orsi, tenuti doverosamente al guinzaglio, che questo è il loro malevolo inganno, ma già pronti, ad un cenno del domatore, ad azzannare. Nessuno degli ignari si salverà quando, interdette le uscite ed aperte le gabbie, si darà avvio al massacro sotto il tendone da circo mentre, all'esterno, i  bambini s'aggirano scalzi tra i carri malandati, rincorrendosi ridendo, come stessero davvero giocando.

Photo by Steve Mc Curry

martedì 13 dicembre 2011

Hotel Zeta (cap. 5)

SINGOLE ESPERIENZE
Nell'Hotel Zeta non c'erano computer e questo, all'inizio, aveva causato una specie di scompenso esistenziale in Amaranta, che non essendo una esteta della natura, si era sentita confinata in uno spazio alieno, catapultata su un altro pianeta. Prigioniera dell'intrico amazzonico di quell'Eden primordiale, avrebbe trasformato, secondo la sua indole, in racconto drammatico questa sua sconcertante esperienza.
Eli Joe, anche lei di primo impatto aveva preso male la mancanza dei cavetti e delle connessioni ma, dopo una minuziosa esplorazione che l'aveva confermata nella certezza che la Rete in Nuevo Eldorado era ancora secoli a divenire aveva, in virtù della sua positività, trasformato la tragedia in poesia. Fu durante la sua permanenza a Durango che compose i suoi versi più belli, quelli che le avrebbero dato la celebrità, e diede vita ad un appassionato carteggio privato con suo marito.
Lucy, invece, s'accingeva ad esplorare i misteri di Nuevo Eldorado, con lo stesso entusiasmo con cui Leonìe D'Aunet aveva perlustrato le terre di Lapponia e il remoto Polo Nord. Dal materiale fotografico ne avrebbe ricavato un reportage i cui diritti erano già stati preventivamente acquisiti dal National Geographic, ignorando, allora, che tutto quel materiale, così puntigliosamente accumulato, sarebbe tramutato in pellicola vuota, una volta varcati i confini messicani.
Clara aveva ritrovato l'estro della pittura ed ecco che dava vita, sulla sua tela, ad inedite e fantastiche costellazioni, come quella dei soli gemelli che sorgevano dalla sabbia di un deserto metafisico, e la luna cammellare, gibbosa e chiarissima, portatrice di piogge stellari, e paesaggi fiabeschi come i deserti cobalto, infinite distese di pietre azzurre dove crescevano gli alberi del sale, e i giardini di mare dove gli atolli solitari fiorivano di vegetazione promiscua ed inedita. Queste, ed altre meraviglie, scaturivano dal pennello di Clara e, tutto quello che lei dipingeva, acquistava vita e diventava realtà di Nuevo Eldorado.

MEMORIE DI ELI JOE
Quello trascorso a Nuevo Eldorado è stato un periodo fantastico, se ci fosse stato anche mio marito sarebbe stato perfetto, poichè la sua assenza per me era tangibile, anche se ho avuto modo di sperimentare il romanticismo di un carteggio intimo. Imbucavo le lettere nella cassettina postale dell'Hotel Zeta e, l'attimo dopo, la missiva era già partita superando in velocità qualsiasi sistema di posta elettronica. Trovavo le lettere di risposta di Tony sul cuscino del mio letto, insieme ad una rosa rossa. La lontananza è una misura con cui si riesce a valutare la forza di un sentimento, nella sua pienezza e nel suo ardore. Ho scritto molto in quel periodo attingendo, non solo dallo sfolgorante panorama, ma dalle sensazioni evocate dalla lontananza da quel mio mondo solido e conosciuto, e che mi hanno condotto ad una esplorazione e ad una conoscenza più profonda di me stessa. Di sicuro questo ha contribuito ad affinare la mia sensibilità intellettuale.

XIRA
Xira, quando non era al seguito di Edmundo Reyes, spariva per lunghe ore inoltrandosi, solitaria e circospetta, nel verde intrico amazzonico di Nuevo Eldorado. Ne emergeva al tramonto recando, sulla pelliccia arruffata, minuscole tracce di terra ed evidenti segni di lotta.

Natura di Nuevo Eldorado -  Foto di Claudia Grotti

venerdì 9 dicembre 2011

Hotel Zeta (cap. 4)

MEMORIE DI LUCY
Passavamo le giornate in esplorazione di Nuevo Eldorado scoprendo, ad ogni passo, strabilianti meraviglie.
La natura, fecondissima, si era evoluta in specie vegetali a noi sconosciute. E tutto era commestibile. Parlare della varietà dei fiori, dei frutti, delle erbe, sarebbe stato stilare un elenco interminabile e, oltretutto incompleto, di sensazioni e dettagli, che durante la nostra permanenza non abbiamo avuto modo di assaporare tutto. Inoltre avevamo sottoscritto il nostro impegno al silenzio. E chi crederebbe agli ALBERIFONTE, tronchi secolari dai cui rami zampilla un acqua termale, tiepida, altamente curativa, o alle CORACOLLINE, collinette bonsai che si formano in polle d'acqua salina e fioriscono di una fitta vegetazione marina, a ciuffi, molto simile a quella dei coralli, o alle MONCAVERNE, piccole alture di forma piramidale, rovesciate, con la vetta piombata nel sottosuolo e la base, invece, una pianura rigogliosa che si erge come un altare sopraelevato ed impossibile da scalare, a causa della estrema ripidezza delle sue pareti e della quasi mancanza di appigli naturali. Ci si arriva solo dall'alto, paracadutandosi a bassa quota perchè il rischio di precipitare lungo le sue fiancate è davvero grande. Molto più semplice è, invece, arrivare alla vetta, attraverso un camminamento sotterraneo, stabilito, che s'incunea, attraverso cunicoli e gomiti, fin nei recessi dell'imbuto del suo apice. Noi lo abbiamo percorso, ed è stato assolutamente meraviglioso. Avevo tutto documentato nell'obiettivo della mia macchina fotografica ma, delle centinaia di foto che ho scattato, la pellicola non ne ha impressa nessuna.

UNA STORIA D'AMORE A NUEVO ELDORADO
Edmundo Reyes era pressochè in ogni luogo e pronto ad ogni nostra esigenza. Cuoco provetto, raffinato conoscitore di vini, suonava il piano ed il sax in maniera divina, autista magistrale, soprattutto nelle guide in retromarcia, poliglotta, filosofo e naturista, quando non era indaffarato con noi si dedicava alle sue due grandi passioni: lavori di restauro, e mantenimento, della struttura dell'Hotel Zeta e, novello Darwin, si applicava allo studio e alla suddivisione delle innumerevoli specie, e sottospecie vegetali, di cui Nuevo Eldorado abbondava.
Edmundo Reyes somigliava in maniera impressionante a Jack Nicholson, solo più giovane.
Ma le somiglianze non andavano oltre l'aspetto fisico, perchè lui era assolutamente diverso anche dal suo stesso personaggio, più simile a un blasonato che a un fazendero.
Xira fu la prima del piccolo drappello femminile a lasciarsi spudoratamente irretire da Edmundo.
Lei, indomita guerriera della strada, beveva  il latte nelle sue mani a coppa, s'addormentava avvoltolata nei suoi foulard jacquard, accettava, di buon grado, che lui le irrorasse il capo con una goccia del suo profumo.
Lo attendeva paziente, tutte le mattine, sull'uscio della camera per dargli il buongiorno con la dolce sinfonia delle sue fusa, pronta ad accompagnarlo nelle sue ricognizioni mattutine, camminandogli accanto, fiera, con la coda dritta come lo scettro di una regina.


Xira - Foto di Claudia Grotti

mercoledì 7 dicembre 2011

Claustrofobia Esistenziale

Sto precipitando di nuovo nel buco nero della depressione, nonostante i farmaci che regolarmente assumo, non riesco a venire a capo di me stessa, della claustrofobia esistenziale in cui sto nuovamente piombando.
La nausea della vita mi assale continuamente.

Alzarsi, vestirsi, nutrirsi, comunicare, è tutto così faticoso e fine a se stesso.
La lucidità con cui vedo me stessa, proiettata in questa dimensione, così perversa ed autodistruttiva, è assoluta ed inequivocabile.
Tra me e la vita c'è un muro.
Posso continuare a darci spallate, come fin'ora ho fatto, ma non riuscirò mai ad abbatterlo.
Nemmeno le parole assolvono più ad alcun'altra funzione se non a quella di suoni emessi dalla gola.
La nausea le va, irrimediabilmente, contagiando.

Ho escluso  i commenti da questo post perchè nessuno, alla fine, che non abbia fatto l'esperienza può davvero capire e, poi, è subentrata anche la noia di dovermi continuamente giustificare, o peggio ancora difendere, da quel "comune buonsenso" che ancor più profondamente scava un solco tra chi, come me, annaspa nelle sabbie mobili e chi, dall'altra parte, tende la mano, ma già con un giudizio sancito.

Non ci sono cicatrici nè mutilazioni: è tutto silenzioso ed intimo.
E' un malessere subdolo, incoerente, che ho cercato, in tutti questi anni, di fronteggiare.
L'ho studiato in me stessa, con la pazienza certosina di un entomologo che s'appresta a vivisezionare l'insetto alieno per scoprire la deformazione da cui scaturisce la sua diversità.
E, una volta sezionato l'insetto, dentro ci ho trovato il mio cuore, i miei nervi, le mie cicatrici esistenziali.
Ma, ancora, sono andata avanti.
Ho cercato di tramutare in racconto questa esperienza perchè sapevo che, finchè fossi riuscita a servirmi delle parole, avrei avuto ancora un minimo vantaggio, una piccola possibilità, per sopravvivere al veleno dell'insetto.
Esorcismo ed incantesimo: la voce della strega lo ha solo sedato, ma non sconfitto.

Una cosa che so di certo è che non voglio vivere nell'ottundimento mentale, respirare attraverso una cortina, ipotesi di vita, o le vite degli altri, spesso, sbrigativamente, ed inopportunamente, adotte come esempio.
Nella mia consapevolezza, contrapporre al nulla esistenziale questo star male, alla fine, significa ancora esser vivi.
 Marilena

martedì 6 dicembre 2011

Hotel Zeta (cap. 3)

CLARA
Clara, da sotto la frangia piratesca, guardava il mondo con due visuali diverse e a volte contrastanti, secondo se a scrutare fosse il suo occhio visibile o l'altro, quello nascosto dalla cortina dei capelli.
Raramente le due visuali combaciavano e non c'era di che stupirsi perchè l'occhio sotto la frangia, enigmatico, provocatorio e sensibilissimo, era stato, fin dall'infanzia, in grado di esplorare quei mondi paralleli, fantastici, poetici, spesso incoerenti, che non a tutti è consentito visitare.
Così Clara aveva iniziato il suo viaggio nel mondo gattonando, con l'incoscienza dei bambini, sui lucidi specchi di Wonderland; i primi passi, quelli sperimentali, invece li aveva intrapresi sull'Isola del Tesoro; adolescente, aveva scalato, in solitaria, le Cime Tempestose e da lì aveva proseguito, diretta verso la Luna, sulla palla di cannone del Barone di Munchausen: giovane donna, aveva poi circumnavigato il mondo sulla mongolfiera di Phileas Fogg, per atterrare nei tormentati universi ciberpunk della Los Angeles di Blade Runner.

Ed ora è giunta qui, a Nuevo Eldorado, dove i fiori degli abiti sbocciano come fossero vivi, il taxi funziona in retromarcia e l'Hotel che la ospiterà è situato all'interno di un tronco ciclopico, ed intorno, all'apparenza, non c'è null'altro che natura.
Su questa sintesi concordano entrambi gli sguardi di Clara seppur, da sotto la frangia, l'occhio piratesco è entrato in allerta.

L'INTERNO DELL'HOTEL ZETA
 Avevano preso alloggio, ognuna in una stanza singola di quello strano albergo ricavato all'interno del tronco più grande del pianeta terra.
Nicchie essenziali dove non c'erano finestre ma la luce vi penetrava  attraverso rami/tubi, le cui estremità, interne ed esterne, erano naturalmente cave.
I rami erano ancorati al tronco da radici laterali delineate in geometrie stravaganti, ma corpose e solide, che ben ottemperavano alla funzione di arredo e mobilio.
Sullo scrittoio, fornito di carta da lettere e quaderni, campeggiava un pennino obsoleto immerso nel liquido violetto di un calamaio.
Niente televisore, nè cellulare e nè computer.
Ma fu la mancanza di quest'ultimo a suscitare reazioni diverse secondo l'indole, la propensione e le aspettative individuali delle ospiti dell'Hotel Zeta.

Non c'è il computer, cazzo, e adesso come faccio?
Il disappunto di Amaranta.

Non c'è il computer, meglio, approfitterò per scrivere lettere d'amore a Tony.
L'ottimismo di Eli Joe.

Non c'è il computer, ma non importa, ho la macchina fotografica.
Il pragmatismo di Lucy.

Non c'è il computer.
Clara non ci aveva neppure fatto caso.

Nuevo Eldorado - foto di Claudia Grotti

sabato 3 dicembre 2011

Hotel Zeta (cap. 2)

I viaggi, anche i più banali, dovrebbero sempre essere intrapresi come avventure favolose.
Per questo dovremmo imparare a viaggiare con bagagli spartani ed essenziali.
Per essere liberi da ogni tipo di catena, come può essere anche quella del manico di una valigia.

IL VIAGGIO
Il biglietto era valido a tutti gli effetti ed anche Xira potè viaggiare, all'interno della sua gabbietta, nella cabina, accanto a Clara. Il minuscolo aereo era pressochè vuoto ad eccezione della presenza di tre viaggiatrici che occupavano i sedili di fondo e, fittamente, parlavano tra di loro.
Volo diretto per Durango, aveva annunciato il comandante e, mentre decollavano verso le nubi, l'abitacolo veniva pervaso dalle note sublimi della Nona Sinfonia di Beethoven.

LO SCALO
Il piccolo aereo era atterrato in una radura dai colori aranciati dove, sullo sfondo, si delineava il bruno paesaggio di un sentiero d'alberi. Il comandante, dopo aver cavallerescamente aiutato le viaggiatrici a scendere dalla scaletta dell'aereo, vi era rientrato per apparire di nuovo con indosso la livrea d'autista.
Aveva emesso un breve fischio modulato e, da dietro un cespuglio era emerso un Maggiolino Wolkswagen verde e bianco, che metteva allegria solo a vederlo.

LE PRESENTAZIONI
- Permettere che mi presenti, signore: sono Edmundo Reyes, sindaco e, come avete potuto constatare, factotum di Nuevo Eldorado. Sono doverose le presentazioni dal momento che condivideremo questo, seppur breve, ma spero intenso soggiorno che, mi auguro, troverete all'altezza delle vostre aspettative -
Edmundo Reyes elargì equamente il suo largo sorriso al piccolo drappello femminile in attesa nello slargo.
- Le tre signore già si conoscono, estendiamo la conoscenza anche alle altre nostre due ospiti: la señorita Clara y la señorita Xira -
- Amaranta Dell'Antro, piacere di conoscerti Clara, ti presento mia sorella, Eli Joe, e la nostra amica, e sorella adottiva, Lucy Hollywood -
Clara, divertita, notava quanto diverse fossero tra loro le sue compagne d'avventura: l'ombrosa Amaranta, la rossa Eli e la radiosa Lucy.
Si chiese come lei, invece, poteva apparire ai loro occhi con il ciuffo obliquo della frangia color porpora che le nascondeva un occhio, come la benda di un pirata.

MEMORIE D'AMARANTA
Una volta salite sul vecchio Wolkswagen, Edmundo Reyes percorse, tutto in retromarcia, il tragitto che ci avrebbe condotto all'Hotel Zeta. Fu fantastico. Un viaggio a ritroso verso il sentiero d'alberi. Man mano che ci avvicinavamo alla macchia della foresta il paesaggio circostante veniva cancellato da una nebbia morbida mentre, sull'abito floreale di Lucy, i boccioli iniziarono a dischiudersi, come fossero petali vivi.
Era come entrare, ad occhi aperti, all'interno di un sogno.
Apparve così alla nostra vista un albero dalle dimensioni ciclopiche, col tronco del diametro di diversi km, fittamente intessuto di rami pullulanti di ali e di becchi e di serici fruscii.
Una piccola foresta sulla vetta di un tronco.
 - Bienvenidas señoras al Hotel Zeta -
Ci annunciò, con allegria, Edmundo Reyes.

Terrazze dell'Hotel Zeta - foto di ClaudiaGrotti

Sulla vita. Sulla scrittura. Ed altri demoni

Ho liberato la mia scrittura dalla presunzione del genio riconducendola a mera esigenza personale, ed ancora ci ho ritrovato intatta tutta la mia passione.
(Amaranta)

Blogosphere mi ha dato la grande possibilità, col rendere pubblici i miei scritti, di vagliare personalmente il mio valore di scrittrice e ne sono emersi, prima ancora che i meriti, i limiti.
La fatica di scrivere partendo dalle mie limitatissime esperienze personali e col supporto di una cultura, seppur molto entusiasta, ma essenzialmente autodidattica e nozionistica, mi ha edotta di non essere assolutamente in grado di aspirare ad alcun altro traguardo da quello offerto da un blog.
In realtà il gioco della scrittrice mi seduce ancora ma, cadendo le ambizioni di protagonismo letterario, quello che resta è solo "pelle viva" e, d'altronde, ho sempre ritenuto arido lo scrivere senza esser letti, motivo per cui non ho mai tenuto un diario, ma piuttost, ho coltivato l'abitudine degli appunti e delle annotazioni.
La certezza, oggi, è che non sarei potuta diventare null'altro che quella che sono per via della mia indole e dei miei bisogni esistenziali, della paura di vivere, di affrontare il mondo come singola persona ma, piuttosto, come membro di una famiglia (il cui supporto, per altro, durante la mia infanzia e adolescenza, è sempre stato molto circoscritto) o di una coppia.
Non credo al destino ma ad una nostra connaturata propensione a renderlo reale.
La paura di vivere ha compromesso la mia capacità sperimentale e, quando il castello di certezze e di agi, della mia vita matrimoniale si è sfaldato, sono rimasta allo scoperto, assolutamente sola, in balia del mondo e delle mie insicurezze.
Un mondo che conoscevo davvero poco essendomi io volontariamente relegata in una esistenza quotidiana e selettiva, tenendo a freno le mie irruenze, mortificando i  miei desideri, decapitando le mie aspirazioni: il risultato è stato quello di essere una donna a metà, insoddisfatta ed incompleta.
Mi sono limitata a sopravvivere non riuscendo neppure a sfruttare quegli agi, quelle sicurezze, per cui avevo sacrificato buona parte di me, ma contribuendo, invece, in maniera efficace, a costruire l'infelicità a due.
Il mio estremo bisogno di rassicurazioni, quelle che nell'infanzia mi sono mancate, le ho cercate nella mia vita di adulta, all'interno della coppia e, col matrimonio, nell'ambito della famiglia che andavo costituendo.
L'opera, a cui mi sono accinta per lunga parte della mia esistenza, si è rivelata, alla fine, una mostruosità inconfessabile anche a me stessa.
A dire il vero, in tutti questi anni, non sono stata neppure troppo capita, e,sicuramente mi sono anche espressa male, ma è questo che accade quando passivamente si accumula insoddisfazione, frustrazione e noia.
Negli anni del mio matrimonio mi sono letteralmente occultata al mondo.
I capelli eternamente spioventi sugli occhi, mi nascondevo dentro maglioni over size.
Avrei potuto permettermi un armadio di vestiti e ne avevo solo lo stretto indispensabile.
Mi rinnegavo.
Scientemente, non sono voluta esistere.
E' triste ammetterlo ma come donna sono venuta fuori dopo la separazione.
Per sopravvivere, prima ancora che per una scelta di emancipazione.
Marilena