I rapaci di genere femminile sono i più astuti.
Ma anche i più pazienti. Dote che va comunque loro riconosciuta.
La loro strategia consiste nell'inganno, nella dissimulazione, nel mimetismo.
Sono capaci di rimanere appollaiati su un ramo d'albero per un tempo infinito ed in assoluta immobilità, nutrendosi di se stessi, in attesa di un cedimento, di un passo falso della preda prescelta.
E, se questo accade, non si fanno scrupoli di svelarsi nella loro repentina capacità di ghermire.
Un battito d'ala e la preda catturata è già in volo, ancora viva.
In natura accade talvolta, però, che la preda sia solo apparentemente vulnerabile, perchè in realtà è sempre stata consenziente, ha solo voluto allungare i tempi dell'attesa.
Così, attuando la strategia dell'inganno, fà in modo che il rapace segua il suo istinto di predatore.
Non è una resa.
E' un premio alla lunga attesa.
Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.
venerdì 19 agosto 2011
giovedì 18 agosto 2011
Working Class
Sto iniziando a perdere fiducia nell'efficacia farmacologia del Lexotan, col qual dovrei tenere sotto controllo la mia emotività e che, invece, pare non sortisca l'effetto dovuto.
Se aumento la dose cado in uno stato catatonico, così devo contribuire a controllare la mia aggressività latente accentuata dal caldo feroce di questi giorni, e dalla fatica fisica del mio lavoro.L'immenso Ministero è pressoché deserto.
Ma quanto durano le ferie per i ministeriali?
Tranne qualche segreteria sempre aperta non c'è traccia di attività umana, tant'è che gli uffici sono tutti chiusi: niente pulizia stanze.
I pochissimi impiegati che sono costretti a timbrare il cartellino oziano vicino alle macchinette del caffè, fanno salotto in ufficio stravaccati sulle sedie, con l'aria condizionata all'ennesima potenza, raccontandosi delle ferie appena trascorse e spettegolando sui colleghi assenti.
Fa troppo caldo per passeggiare in cortile altrimenti lì avrei trovati lì, riuniti a gruppetti, che si scambiano facezie o conversano al cellulare.
Il bar è chiuso, altro luogo di ritrovo, dove molti ci vivono dentro.
Nelle macchinette che erogano le bevande (quando le erogano e non ti fottono i soldi) non è rimasto nulla: in ferie anche chi rifornisce.
Per questo i corridoi, contrariamente al solito, sono deserti.
Il fresco è negli uffici, davanti al computer in esplorazione su Internet o, conversando amabilmente con il collega venuto a trovarti.
Proprio così.
Si scambiano visite di cortesia.
Quant'è lo stipendio di un impiegato ministeriale?
Le poche impiegate rimaste svolazzano nei loro vestitini estivi, alcune sono addirittura in versione mare.
Qualcuno si è portato dietro anche i figli.
C'incrociamo nei corridoi.
Nemmeno un buongiorno.
Siamo fantasmi che s'ignorano.
In realtà il fantasma sono io perché il camice che indosso mi rende invisibile, oltreché farmi sudare in maniera spropositata (stoffaccia sintetica).
Sotto al camice sono completamente vestita: canotta, pantaloni, calzini e scarpe da lavoro ( zoccoli di gomma che hanno il potere di tenere umidi i piedi d'estate e d'inverno).
Dopo un'ora di lavoro trasudo acqua e maledizioni.
Dicono che d'estate si lavora di meno.
Dove?
Gli uffici sono chiusi quindi si fanno gli sgrossi: bagni, scale ed archivi.
D'estate tutti i piani, nel Ministero sono micidiali ma i pianoterra, e i sottotetto, sono i peggiori.
Quarto piano, proprio nei sottotetti, temperatura percepita oltre i 40°, le mani lessate dai guanti (robaccia anche questa, che le aziende, per quel che riguarda i lavoratori, risparmiano su tutto), lavaggio delle maioliche e delle porte e delle finestre dei bagni.
Finestroni alti, solo semiaperti, da cui non trapela un filo d'aria.
Bagni immensi, costruiti con i criteri delle vecchie architetture, metri quadrati di mattonelle e di pavimentazione che non servono a nulla, ma che vanno puliti.
Ce n'è uno costruito tutto in nero, non so in che materiale, so solo che ti ci spacchi le mani per pulirlo ma rimane sempre macchiato di acqua e di schiuma di sapone.
Quale mente bislacca può aver progettato una cosa così insensata?
Quanto sarà costato?
Dopo un pò che indosso i guanti di gomma le mie mani spurgano acqua ed odorano di camposanto, lo stesso profumo dei fiori che marciscono.
Devo sfilarmi i guanti e metterli al rovescio, lasciarli un attimo asciugare.
Lavo in continuazione le mani.
Mi sembra che odorino sempre di detersivo, oltre ad essere ormai molto sciupate
Le poche volte che non sono a contatto con l'acqua le proteggo con guanti di cotone che, con questo caldo, sortiscono lo stesso effetto di quelli di lana, che compro a mie spese, e con grande frequenza, per la facilità con cui si bucano, perché la ditta non ne fornisce.
Il trucco si scioglie, i capelli, nonostante siano legati, sono subito sporchi del mio sudore e della polvere ministeriale che assale, aggressiva, da ogni angolo.
Oggi si prevede un'altra giornata di caldo torrido.
Il primo impiegato che s'azzarda a lamentarsi di questo giuro che lo azzanno.
CONSIDERAZIONI FINALI
- Quanto guadagna un ministeriale?
Di preciso non lo so, ma so quanto guadagno io: 545 Euro.
Se fai un part time puoi trovarti un altro lavoro, in regola se sei fortunato, in nero, per i più.
Conciliare due posti lavorativi, entrambi in regola, non è facile, per le ferie e per i permessi, accordati magari da una parte e negati dall'altra.
Conciliare due posti lavorativi, uno in regola e l'altro in nero, è altrettanto difficile, perché mentre quello in regola ti riconosce la malattia e le ferie, quello in nero, no.
- Di cosa si lamentano i ministeriali?
Quando chiudono le scuole, e non hanno nessuno a cui lasciarli, si portano dietro i figli, in barba a qualsiasi regolamento, io, invece, se avessi un bambino piccolo dovrei pagarmi, con il mio esiguo stipendio, anche una baby sitter.
- Percepiscono i ticket restaurant, mentre noi non abbiamo diritto a nulla, e chi fa orario lungo deve portarsi il pranzo da casa.
- Usufruiscono di convenzioni specialistiche, io ho la mutua che per avere l'esenzione tiket per la tiroide ho dovuto aspettare un anno preciso dal momento della richiesta e, nel frattempo, pagarmi sempre, con il mio esiguo stipendio, visite ed analisi. Tutti quelli che fanno il lavoro delle pulizie hanno problemi seri alla schiena, alle articolazioni, oltreché ammalarsi spesso a causa degli sbalzi di temperatura perché si passa, ad esempio, in inverno, dal surriscaldamento degli uffici al freddo delle portinerie o dei cortili mentre, d'estate, lo sbalzo è dall'afa dei corridoi, e delle scale, all'aria condizionata degli uffici, spesso gestita in maniera scriteriata.
- So solo che questi potevano, o forse possono ancora, andarsene a fare la spesa, dal parrucchiere, a fare shopping, durante l'orario di lavoro, mentre noi abbiamo i controlli e dobbiamo dare spiegazioni anche quando si va in bagno.
- Ritorno al primo quesito:
Quanto guadagna un ministeriale?
Sicuramente il triplo del mio stipendio, senza doversi spaccare la schiena e sporcarsi le mani.
Per concludere, a questi signori, impiegati del ministero, che si lamentano, farei fare un paio di mesi della mia vita e col mio stipendio: soltanto un paio di mesi, sono sicura che ci penserebbero due volte prima di lagnarsi anche solo del troppo caldo.
Marilena
P.S. - Io stessa sono ascrivibile alle categorie dei fortunati perché ho comunque un contratto regolare comprensivo di tutte le spettanze quali la malattia, la maternità e le ferie, ma penso a chi lavora full time percependo stipendi da part time, a chi è costretto a firmare una busta paga in cui si dichiara uno stipendio ma, in realtà, se ne percepisce solo una parte, a chi ha i contratti atipici, a chi lavora in nero, e a chi un lavoro non ce l'ha.
mercoledì 17 agosto 2011
Autobiografia di una signora qualunque
Squallida.
Sono stata definita così, ieri.Squallida per via del post precedente in cui mi sono raccontata, ovviamente partendo dalle mie verità.
Tutti abbiamo le nostre verità.
Ed i nostri bisogni.
Il mio bisogno è quello di scrivere, di raccontarmi, nel bene e nel male, e penso di averlo fatto fino ad ora molto onestamente
A cosa serve, altrimenti, tenere un diario?
Però non mi sono mai attribuita meriti, né qualità che so di non avere.
Lamentarmi...sì quello l'ho fatto e, di sicuro, continuerò a farlo: la drammatizzazione è nel mio temperamento.
Come l'essere istintiva, quando sarebbe meglio riflettere.
Conta fino a cento e, se non basta, ricomincia a contare di nuovo.
Questo mi consigliava la nonna paterna, solo che è difficile metterlo in pratica, soprattutto quando scatta l'impulso di reazione.
Ma dov'è il mio sbaglio?
Qual' è la cosa che fa di me una persona squallida?
La narrazione, e la riflessione, su una parte della mia vita, scritta d'impulso e nell'urgenza di una reazione ad uno stato emotivo, e nevrotico, che non sarei riuscita altrimenti a controllare.
Conta fino a cento e, se non basta, ricomincia a contare di nuovo.
In questo caso avrei dovuto contare fino a mille e, quel post, forse, non ci sarebbe stato.
Non ora, almeno.
A sangue freddo le riflessioni sono più pacate e, quello che sembrava sobbollire in me come la piena di un vulcano, diventa più simile a sabbia trasportata da un vento impetuoso, ma domabile.
Avrei dovuto scrivere quel post su un foglio di carta, infilarlo in una bottiglia di vetro, lasciarlo decantare come un vino immaturo, in un angolo buio ed asciutto del mio antro e, a distanza di tempo, stappare la bottiglia e rileggerlo nell'acquiescenza del passato.
Una signora qualunque che si specchia in un pezzo di vetro e racconta di sé, strappando via parole come cerotti dai graffi che sarebbe stato meglio nascondere.
Lo squallore è in quei graffi mostrati.
Le cicatrici deturpano, oltraggiano la bellezza, anche quella dei sentimenti.
Perché una signora qualunque che si racconta è squallida mentre, invece, non lo è una scrittrice?
La signora qualunque parla dei fatti propri, gli stessi fatti esposti in un libro sono, invece, un' autobiografia.
"Fatti propri" ed "autobiografia"
I termini hanno un loro valore costituito e non sono mai casuali.
Cos'è un diario se non un autobiografia?
Essere pubblici, anche se in una ristretta cerchia, costituisce un problema perchè entrano in gioco fisime ed ossessioni (ed io non ne sono affatto immune), sensi di colpa, paura di trasgredire a taciti codici morali, risultare eccessivi, sbilanciarsi troppo o, di contro, rimanere in penombra, con il rischio di non dire nulla.
Allora non resta che romanzare mischiando verità e fantasia, in quel dire e non dire, che personalmente trovo odioso, che mille volte è meglio il giudizio sui fatti che sulle supposizioni e, quest'ultimo, seppur direttamente non ci condanna o assolve, può lasciar posto a qualsiasi tipo d'illazione.
E, poi, applicare sempre la regola del sottotitolo in cui si dichiara che ogni riferimento a fatti e persone è puramente casuale.
Ma così non sarebbe più un diario.
Marilena
Divagazioni di una ventriloqua
Sto cercando di riappropriarmi di me stessa e di quella mia dignità che, consapevolmente, ho lasciato fosse oltraggiata, umiliata e ferita nell'obnubilamento scriteriato, volutamente passivo, che ho scambiato per sentimento.
Potrei scriverci la sceneggiatura di un film, magari diventerei ricca ma, in realtà, tutto quello che voglio ora è dimenticarmi di questi ultimi dodici anni di vaneggiamento in cui mi sono raccontata con la voce di una ventriloqua.A cinquantacinque anni si può ancora rinsavire, riprendere in mano il proprio destino e guardare avanti, e sperare nel futuro.
E' quell'età in cui ci si guarda allo specchio e s'iniziano a contare gli anni nelle piccole rughe, nella pelle non più così fresca, nei colori del maquillage che risaltano, secondo la qualità del sonno, o dell'umore, troppo sgargianti o troppo smorti, mai comunque giusti per mettere in risalto quell'io interiore che vorrebbe emergere con lo stesso nitore di quella stagione, ormai passata, che è la gioventù.
Inutile giocare con i rossetti e le polveri colorate se a volte faccio fatica anche a lavarmi la faccia, e vorrei tanto essere già in quell'età più definita in cui non si hanno più desideri, né aspettative, s'indossano abiti anonimi e si smette di ondeggiare sui tacchi, liberata da quella femminilità che finalmente si decide ad arrendersi all'età anagrafica.
Ho più orrore della vecchiaia che della morte.
In realtà le temo entrambe seppur in maniera diversa, con lo stesso terrore con cui ho sempre temuto la solitudine, che non è quella delle necessità, ma quella dei sentimenti.
Ed è nella solitudine che ho sprecato questi ultimi dodici anni: nell'assoggettamento consapevole ad una follia psicologica che si è divorata i miei nervi e, spesso, anche la mia ragione quando lucidamente preparavo la mia resa per evitare disfatte più grandi.
Ho bisogno di scriverle queste cose per potermene liberare e, sinceramente, non m'importa di ciò che si possa pensare.
E' mio questo spazio e, per quel che mi riguarda, qui, il mondo sono io.
Marilena
P.S. - Questa pagina di diario non è scritta in un momento di rabbia, piuttosto un messaggio meditato, lucido e definitivo.
Marilena
mercoledì 10 agosto 2011
L' uomo di cioccolata
Adoro il tuo ingannevole incarto, sigillato da una serratura ermetica e protetto da una combinazione bislacca che tu tutti i giorni cambi, anzi, volutamente dimentichi affinché nessuna donna possa mai accedere ai segreti reconditi del tuo cuore.
Che nessuna vi sosti troppo a lungo.
Ma è questo penetrare il tuo interno, inaccessibile e solitario, groviglio d'intestini e nervi e cervello e forza di volontà e desiderio, la sfida che mi eccita.
La tua dolcezza illusiva la lascio alle altre, a quelle che si limitano ai peccati innocenti della gola e s'accontentano del residuo di cioccolata sulla punta della tua lingua.
Io, invece, aspiro alla lussuria.
Voglio essere dentro il tuo involucro, accarezzare i tuoi organi interni, respirare coi tuoi polmoni, sincronizzarmi sul ritmo del tuo cuore, scalare la carotide, impastarmi nella tua lingua ed affacciarmi, infine, dai tuoi occhi per vedere come il mondo appare al tuo sguardo.
Voglio entrarti nella testa come un urgenza irrimediabile.
Vitale, come la necessità di respirare, mangiare e bere.
Sigillata nel tuo ventre, tra l'ombelico ed il sesso, cosicché le tue voglie siano anche le mie.
Artefice e complice nel tuo gioco d'inganni.
Che nessuna vi sosti troppo a lungo.
Ma è questo penetrare il tuo interno, inaccessibile e solitario, groviglio d'intestini e nervi e cervello e forza di volontà e desiderio, la sfida che mi eccita.
La tua dolcezza illusiva la lascio alle altre, a quelle che si limitano ai peccati innocenti della gola e s'accontentano del residuo di cioccolata sulla punta della tua lingua.
Io, invece, aspiro alla lussuria.
Voglio essere dentro il tuo involucro, accarezzare i tuoi organi interni, respirare coi tuoi polmoni, sincronizzarmi sul ritmo del tuo cuore, scalare la carotide, impastarmi nella tua lingua ed affacciarmi, infine, dai tuoi occhi per vedere come il mondo appare al tuo sguardo.
Voglio entrarti nella testa come un urgenza irrimediabile.
Vitale, come la necessità di respirare, mangiare e bere.
Sigillata nel tuo ventre, tra l'ombelico ed il sesso, cosicché le tue voglie siano anche le mie.
Artefice e complice nel tuo gioco d'inganni.
venerdì 5 agosto 2011
Giro tondo
Ok, in questo periodo sono a corto d'ispirzione così non scrivo nulla, ma leggo moltissimo, seppur, a causa della mia debole memoria, mi tocca ritornare spesso indietro sulle pagine già lette, perchè facilmente mi smarrisco nella trama del racconto.
Non aver nulla da scrivere, però, mi fa sentire vuota.
Ma questo è un periodo di cambiamenti, di progetti nuovi e di malinconie antiche.
Difficile districarsi nel caos dei pensieri che si sovrappongono incoerenti, e senza un nesso logico, che nascono fulminei ed altrettanto fulminei muoiono.
Così nemmeno un appunto da prendere o uno spunto da elaborare.
Colpa del caldo e del sonno stentato.
E della noia dei dejavù.
Eppoi non amo il mese d'Agosto che rappresenta il culmine, ma anche la fine, dell'Estate.
Vabbè, Ferragosto è ancora a venire ed io già penso al termine della stagione, ma ho bisogno di proiettarmi oltre questo tempo, perchè in questo presente, in cui mi sento ingiuiriata, non ho voglia di nulla, e tutto mi deprime.
Sono giorni duri, questi, e nessuna strategia da mettere in campo se non la convinzione di andare testardamente avanti senza più voltarmi indietro, fuori dal cerchio lungo il quale, in tutti questi anni, ho girato in tondo, per ritrovarmi, alla fine, sempre al punto di partenza.
Giro giro tondo
casca il mondo
casca la terra
tutti giù per terra
Il mondo non cade mai davvero, ma la terra, quella si, mi è franata sotto i piedi.
Marilena
Non aver nulla da scrivere, però, mi fa sentire vuota.
Ma questo è un periodo di cambiamenti, di progetti nuovi e di malinconie antiche.
Difficile districarsi nel caos dei pensieri che si sovrappongono incoerenti, e senza un nesso logico, che nascono fulminei ed altrettanto fulminei muoiono.
Così nemmeno un appunto da prendere o uno spunto da elaborare.
Colpa del caldo e del sonno stentato.
E della noia dei dejavù.
Eppoi non amo il mese d'Agosto che rappresenta il culmine, ma anche la fine, dell'Estate.
Vabbè, Ferragosto è ancora a venire ed io già penso al termine della stagione, ma ho bisogno di proiettarmi oltre questo tempo, perchè in questo presente, in cui mi sento ingiuiriata, non ho voglia di nulla, e tutto mi deprime.
Sono giorni duri, questi, e nessuna strategia da mettere in campo se non la convinzione di andare testardamente avanti senza più voltarmi indietro, fuori dal cerchio lungo il quale, in tutti questi anni, ho girato in tondo, per ritrovarmi, alla fine, sempre al punto di partenza.
Giro giro tondo
casca il mondo
casca la terra
tutti giù per terra
Il mondo non cade mai davvero, ma la terra, quella si, mi è franata sotto i piedi.
Marilena
venerdì 29 luglio 2011
Insomnia
Era ancora buio quando sono approdata al mio antro, in quella particolare ora quando la notte s'appresta diventare alba, con i confini degli orizzonti ancora sfumati, imprescindibili e confusi, come in una visione, cosicchè il cielo ed il mare appaiono sullo stesso piano, e la tridimensionalità è una ipotesi ancora a venire, ed il mondo lo si capta attraverso i pori della pelle e l'esiguità della vista, ancora appannata dai retaggi del sonno.
O, come nel mio caso, dell'insonnia, che mi fa deambulare in stato perenne di sonnambulismo, acrobata spensierata, ed incosciente, mentre avanzo con i tacchi a spillo sul bordo slabbrato di un cornicione.
Nell'ora transitoria in cui l'umanità ancora dorme affannata cercando di disintossicarsi, il più possibile, dalle scorie virulente del giorno trascorso, e di quelle del giorno futuro.
Nel paesaggio color del piombo, estraneo alla stagione, le ciglia appesantite dall'insonnia perniciosa, gli abiti sgualciti e la valigia malchiusa, ho bussato alla porta dell'antro strategicamente mimetizzato nelle asperità del paesaggio ed ancora avvolto nel buio metafisico della prima alba.
Ho dovuto bussare con insistenza e poi, con disperazione, prima che Amaranta, strappata al suo sonno, venisse ad aprirmi con uno scontroso, chi è?
Non chiedermi nulla, per favore, le ho detto, voglio solo dormire.
O, come nel mio caso, dell'insonnia, che mi fa deambulare in stato perenne di sonnambulismo, acrobata spensierata, ed incosciente, mentre avanzo con i tacchi a spillo sul bordo slabbrato di un cornicione.
Nell'ora transitoria in cui l'umanità ancora dorme affannata cercando di disintossicarsi, il più possibile, dalle scorie virulente del giorno trascorso, e di quelle del giorno futuro.
Nel paesaggio color del piombo, estraneo alla stagione, le ciglia appesantite dall'insonnia perniciosa, gli abiti sgualciti e la valigia malchiusa, ho bussato alla porta dell'antro strategicamente mimetizzato nelle asperità del paesaggio ed ancora avvolto nel buio metafisico della prima alba.
Ho dovuto bussare con insistenza e poi, con disperazione, prima che Amaranta, strappata al suo sonno, venisse ad aprirmi con uno scontroso, chi è?
Non chiedermi nulla, per favore, le ho detto, voglio solo dormire.
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| Jeff Charbonneau & Eliza French |
martedì 26 luglio 2011
Trappole
L'Imperatrice Camilla è furente, all'ultimo secondo, però, ha deviato la traiettoria della sua grande mano battendo la palma sullo schienale del divano, anziché sulla mia faccia,
Poi, con la stessa mano mi ha porto, solidale, il pacchettino dei kleenex.
Solo allora ho notato l'anello da gangster sul suo anulare.
Un anello grande, di forma rettangolare, con incastonata una pietra dura, color rubino che, abbattendosi sul mio viso, avrebbe prodotto un qualche danno.
Lei ha intercettato il mio sguardo ed intuito i miei pensieri, nascondendo di riflesso la mano dietro la schiena.
Poi ha scorto, in un angolo, la valigia mal chiusa da cui fuoriesce un lembo di gonna e il rettangolo di una cintura
- Stai partendo? - Domanda - Devi chiuderla meglio - M'indica la valigia
Poi, per un p' stiamo in silenzio.
E' il primo confronto davvero duro che avviene tra noi: Camilla, sempre così misurata e principesca è rimasta, lei per prima, sbalordita dall' istintività di quel gesto che non le appartiene, perché tutto ciò che è istintivo la spaventa, al contrario di Amaranta che, dell'istinto, invece, ha fatto il suo punto di forza.
Caratteri profondamente diversi: adoro Amaranta perché non somiglia neppure lontanamente all'Imperatrice Camilla e, adoro quest'ultima, perché è così diversa da Amaranta.
Diverse ed assolutamente non complementari.
Io sono il punto di raccordo.
Sono la voce che racconta all'una dell'altra e, seppur all'apparenza, a nessuna delle due sembra importare di sapere, so che non è così.
Mi manca Amaranta.
Tutte le cose più belle, più intense, le ho scritte con lei, all'ombra spiovente dei suoi capelli, rilette nel riflesso dei suoi occhi smeraldini, avvolta nel profumo seduttivo del suo scialle.
- Vado via per un po' - Spiego all'Imperatrice, rimasta tutto il tempo in silenzio a fissare l'anello vescovile sulla sua mano
- Scusami, Mari, per l'intenzione dello schiaffo, tu sai che io...nemmeno con le mie figlie, ma non so cosa mi abbia preso. Soprattutto, quasi mai indosso anelli, fanno sembrare ancora più grandi le mie mani, e stamani, invece...avrei potuto farti seriamente male - Mi guarda pentita.
- Quello non è un anello, Camilla, è un'arma modello Bulgari - Rispondo, senza rancore.
Ridiamo, di nuovo complici.
- E' che mi sono arrabbiata per il modo in cui ti stai facendo trattare. Vieni via da Blogosphere, non c'è nulla di vero, qui non esiste né amicizia né lealtà. Cosa ci stai a fare in quella parodia di mondo? -
- Non lo so - Le rispondo dopo un attimo di riflessione
- Vai da lei? -
- Sì, mi manca terribilmente l'antro e tutto il caravanserraglio dei mostriciattoli, come li chiami tu. Starò via un po', devo ritrovare equilibrio e pace. I mondi aperti sono impegnativi e, ultimamente, anche infidi. Trappole, da cui bisogna guardarsi per non rimanerne impastoiati -
L'Imperatrice mi abbraccia, avvolgendomi nel suo profumo leggermente maschile e poi sfila l'anello vescovile, e me lo offre.
- Voglio che lo tenga tu e, a proposito di trappole, ti mostro una cosa -
Sotto la pressione leggerissima del suo dito la pietra di rubino si solleva, mostrando l'interno vuoto del castone.
- Potrai riempirlo con del veleno o, secondo il caso, con una polvere afrodisiaca o allucinatoria, o serbarci qualche stilla di sangue, quello del tuo ultimo amante, ad esempio, o quello di una rivale -
Suggerisce, porgendomi l'anello, col suo sorriso più enigmatico.
Poi, con la stessa mano mi ha porto, solidale, il pacchettino dei kleenex.
Solo allora ho notato l'anello da gangster sul suo anulare.
Un anello grande, di forma rettangolare, con incastonata una pietra dura, color rubino che, abbattendosi sul mio viso, avrebbe prodotto un qualche danno.
Lei ha intercettato il mio sguardo ed intuito i miei pensieri, nascondendo di riflesso la mano dietro la schiena.
Poi ha scorto, in un angolo, la valigia mal chiusa da cui fuoriesce un lembo di gonna e il rettangolo di una cintura
- Stai partendo? - Domanda - Devi chiuderla meglio - M'indica la valigia
Poi, per un p' stiamo in silenzio.
E' il primo confronto davvero duro che avviene tra noi: Camilla, sempre così misurata e principesca è rimasta, lei per prima, sbalordita dall' istintività di quel gesto che non le appartiene, perché tutto ciò che è istintivo la spaventa, al contrario di Amaranta che, dell'istinto, invece, ha fatto il suo punto di forza.
Caratteri profondamente diversi: adoro Amaranta perché non somiglia neppure lontanamente all'Imperatrice Camilla e, adoro quest'ultima, perché è così diversa da Amaranta.
Diverse ed assolutamente non complementari.
Io sono il punto di raccordo.
Sono la voce che racconta all'una dell'altra e, seppur all'apparenza, a nessuna delle due sembra importare di sapere, so che non è così.
Mi manca Amaranta.
Tutte le cose più belle, più intense, le ho scritte con lei, all'ombra spiovente dei suoi capelli, rilette nel riflesso dei suoi occhi smeraldini, avvolta nel profumo seduttivo del suo scialle.
- Vado via per un po' - Spiego all'Imperatrice, rimasta tutto il tempo in silenzio a fissare l'anello vescovile sulla sua mano
- Scusami, Mari, per l'intenzione dello schiaffo, tu sai che io...nemmeno con le mie figlie, ma non so cosa mi abbia preso. Soprattutto, quasi mai indosso anelli, fanno sembrare ancora più grandi le mie mani, e stamani, invece...avrei potuto farti seriamente male - Mi guarda pentita.
- Quello non è un anello, Camilla, è un'arma modello Bulgari - Rispondo, senza rancore.
Ridiamo, di nuovo complici.
- E' che mi sono arrabbiata per il modo in cui ti stai facendo trattare. Vieni via da Blogosphere, non c'è nulla di vero, qui non esiste né amicizia né lealtà. Cosa ci stai a fare in quella parodia di mondo? -
- Non lo so - Le rispondo dopo un attimo di riflessione
- Vai da lei? -
- Sì, mi manca terribilmente l'antro e tutto il caravanserraglio dei mostriciattoli, come li chiami tu. Starò via un po', devo ritrovare equilibrio e pace. I mondi aperti sono impegnativi e, ultimamente, anche infidi. Trappole, da cui bisogna guardarsi per non rimanerne impastoiati -
L'Imperatrice mi abbraccia, avvolgendomi nel suo profumo leggermente maschile e poi sfila l'anello vescovile, e me lo offre.
- Voglio che lo tenga tu e, a proposito di trappole, ti mostro una cosa -
Sotto la pressione leggerissima del suo dito la pietra di rubino si solleva, mostrando l'interno vuoto del castone.
- Potrai riempirlo con del veleno o, secondo il caso, con una polvere afrodisiaca o allucinatoria, o serbarci qualche stilla di sangue, quello del tuo ultimo amante, ad esempio, o quello di una rivale -
Suggerisce, porgendomi l'anello, col suo sorriso più enigmatico.
domenica 24 luglio 2011
Fantasmi
L'anima è collocata in quella zona vaga, sita tra la testa e gli intestini, parimenti soggetta ai desideri, ai moti e alle intenzioni, e a tutte quelle che sono le esigenze materiali del corpo.
Così la sensazione del freddo determina la necessità del caldo, l'insonnia quella del riposo, l'inquietudine quella della pace, e via di questo passo.
Anche nei travagli più grandi, nei tormenti più dolorosi, è sempre il corpo, con le sue esigenze imperative ad acuire, o temperare, gli stati dell'anima.
Le sofferenze spirituali molto risentono di quelle fisiche, a loro volta soggette all'età e alla salute.
Normale, quindi, che un organismo giovane senta forte, e più o meno subitanea, l'urgenza di una reazione, come quando dopo una convalescenza forzata si avverte il bisogno impellente dell'aria, della folla, della vita.
Un corpo meno giovane, invece, è forse più propenso ad adagiarsi nel proprio torpore, prolungando, a volte inconsapevolmente, altre, invece, in piena lucidità, la propria convalescenza.
Si langue in un coma che non sempre è rigenerativo, anzi, sovente, sortisce l'effetto contrario, che è quello dell'abbandono, della disperazione, del lutto.
Ovviamente questo non è un principio incontrovertibile ma piuttosto una mia considerazione personale, circoscritta nell'ambito delle mie cognizioni esistenziali
L'anima, soprattutto, nella sua area particolare collocata nella testa, è fragilissima, vulnerabile così tanto che nessun elmo, nessuna protezione, può adempiere alla perfezione al suo compito di preservazione.
Persino i pensieri possono far male, e lenirli nel loro sovraccarico, non sempre è possibile.
Le distrazioni, poi, sono impensabili.
Quasi indecenti.
Rifiutate a priori, quasi ad assolvere un adeguamento morale, seppur possono sortire l'effetto di una buona medicina.
Ma spesso si rifiuta la cura per sentirsi addosso tutto il peso del proprio male, quasi che nella sofferenza si possa trovare un riscatto esistenziale a partire dalle proprie colpe, vere o presunte.
Capita così di crogiolarci nel malessere, come avvolti in una coperta calda che, beneficiandoci del suo tepore, altrimenti c'impedisce di fuoriuscire dalla protezione della nostra cuccia.
Il mondo esterno è freddo e rumoroso, incompatibile con quella nostra anima che altro non esige che logorasi in quel calduccio solitario, in compagnia forzata di qualche fantasma masnadiero.
Eppur bisogna reagire se si vuol avere qualche speranza di guarigione imparando a convivere, se non si riesce ad esorcizzare, col nostro fantasma beduino, senza averne paura, senza maledire la sua presenza ma traendone, di contro, il beneficio di una compagnia coatta, malinconica, e forse solamente temporanea.
Che il tempo mitiga le tristezze, i fallimenti e le delusioni.
Il tempo è la benda miracolosa che preserva la fragilità della testa e, di conseguenza, di quella parte dell'anima che qui risiede.
Non bisogna aver paura dei fantasmi lazzaroni ma imparare a sorridere delle loro stregonerie, di quel loro apparire e sparire, senza un tempo preciso né una modalità coerente.
Accettarli così come si presentano alla nostra memoria, a volte cupi e altre scherzosi, sullo sfondo di un sole o di una tempesta, calati in luttuosi sudari o risorti in candidi lini.
Alla fine, essere umani con i propri fantasmi significa essere umani con se stessi.
Marilena
Così la sensazione del freddo determina la necessità del caldo, l'insonnia quella del riposo, l'inquietudine quella della pace, e via di questo passo.
Anche nei travagli più grandi, nei tormenti più dolorosi, è sempre il corpo, con le sue esigenze imperative ad acuire, o temperare, gli stati dell'anima.
Le sofferenze spirituali molto risentono di quelle fisiche, a loro volta soggette all'età e alla salute.
Normale, quindi, che un organismo giovane senta forte, e più o meno subitanea, l'urgenza di una reazione, come quando dopo una convalescenza forzata si avverte il bisogno impellente dell'aria, della folla, della vita.
Un corpo meno giovane, invece, è forse più propenso ad adagiarsi nel proprio torpore, prolungando, a volte inconsapevolmente, altre, invece, in piena lucidità, la propria convalescenza.
Si langue in un coma che non sempre è rigenerativo, anzi, sovente, sortisce l'effetto contrario, che è quello dell'abbandono, della disperazione, del lutto.
Ovviamente questo non è un principio incontrovertibile ma piuttosto una mia considerazione personale, circoscritta nell'ambito delle mie cognizioni esistenziali
L'anima, soprattutto, nella sua area particolare collocata nella testa, è fragilissima, vulnerabile così tanto che nessun elmo, nessuna protezione, può adempiere alla perfezione al suo compito di preservazione.
Persino i pensieri possono far male, e lenirli nel loro sovraccarico, non sempre è possibile.
Le distrazioni, poi, sono impensabili.
Quasi indecenti.
Rifiutate a priori, quasi ad assolvere un adeguamento morale, seppur possono sortire l'effetto di una buona medicina.
Ma spesso si rifiuta la cura per sentirsi addosso tutto il peso del proprio male, quasi che nella sofferenza si possa trovare un riscatto esistenziale a partire dalle proprie colpe, vere o presunte.
Capita così di crogiolarci nel malessere, come avvolti in una coperta calda che, beneficiandoci del suo tepore, altrimenti c'impedisce di fuoriuscire dalla protezione della nostra cuccia.
Il mondo esterno è freddo e rumoroso, incompatibile con quella nostra anima che altro non esige che logorasi in quel calduccio solitario, in compagnia forzata di qualche fantasma masnadiero.
Eppur bisogna reagire se si vuol avere qualche speranza di guarigione imparando a convivere, se non si riesce ad esorcizzare, col nostro fantasma beduino, senza averne paura, senza maledire la sua presenza ma traendone, di contro, il beneficio di una compagnia coatta, malinconica, e forse solamente temporanea.
Che il tempo mitiga le tristezze, i fallimenti e le delusioni.
Il tempo è la benda miracolosa che preserva la fragilità della testa e, di conseguenza, di quella parte dell'anima che qui risiede.
Non bisogna aver paura dei fantasmi lazzaroni ma imparare a sorridere delle loro stregonerie, di quel loro apparire e sparire, senza un tempo preciso né una modalità coerente.
Accettarli così come si presentano alla nostra memoria, a volte cupi e altre scherzosi, sullo sfondo di un sole o di una tempesta, calati in luttuosi sudari o risorti in candidi lini.
Alla fine, essere umani con i propri fantasmi significa essere umani con se stessi.
Marilena
domenica 17 luglio 2011
Una storia d'amore
Mariù e Menico procedevano affiancati nella controra, lui col suo passo lungo, cavallerescamente misurato su quello di lei, per non distanziarla di troppo.
Menico (Domenico) e Mariù (Mariuccia) Iodice, i coniugi della masseria da basso, quelli che avevano i soldi ma non i figli, e questo per colpa di lei, insinuavano le malelingue, così minima e provvisoria, visibile solo per l'abbondanza della chioma, fitta e chiarissima, colore della stoppa, ma i fianchi stretti e la passerina chissà quanto minuta, da far tribolare un uomo ad entrarci ed un neonato ad uscirci. Tanta ricchezza e neppure un erede, che Menico, già figlio unico, faticava da solo a portare il peso di quel cognome che constava di migliaia di ettari di terreno agricolo ed un allevamento bovino, assai ben avviato.
Tant'è che è risaputo, come spesso capita, che chi ha il pane non ha denti, e senza nessuna ragione spiegabile alla logica, Menico s'era intestardito a voler in moglie questa maestrina dall'aspetto provvisorio, incolore ed inodore, mettendosi contro la famiglia intera che per lui, bello e ricco, avrebbe preteso una sposa diversa, se non più bella, o benestante, almeno con le qualità di una fattrice.
E si che di pretendenti ce n'erano a voler ricoprire quel ruolo, fornite oltre che di maggiore bellezza anche di cospicua dote.
Ma lui s'era intestardito al punto che con nessun ragionamento fu possibile smuoverlo dal suo proposito.
O sposo Mariù, col vostro consenso, o me la sposo comunque, senza la vostra approvazione, e ce ne andiamo a vivere in una città estera. Aveva detto al padre.
E quest'ultima minaccia era stata, alla fine, risolutiva.
Quella che aveva determinato il consenso alle nozze.
Mariù, di professione maestra, più volte aveva provato lei stessa a convincere Menico di non mettersi contro la famiglia, di cui capiva benissimo le motivazioni e, seppur le facevano male, intuiva che non originassero da una repulsa preconcetta nei suoi confronti ma, piuttosto, dall'ostinazione protettiva, seppur prevaricante, della preoccupazione della tutela del nome e dell'accrescimento dei beni, che la ricchezza esige che s'accompagni ad altra ricchezza, mentre lei, oltre al suo stipendio di statale non possedeva null'altro.
Naturale che la famiglia di lui aspirasse ad una sposa con un curriculum più sostanzioso.
Ma a questi ragionamenti, Menico, appassionatamente s'opponeva, e ribadiva quella sua libertà di scelta che teneva conto del cuore e di niente altro.
Anzi, quando lei con tono misurato e dolce, si predisponeva a tali discorsi, lui le chiudeva la bocca con un bacio e le sussurrava tra i folti capelli albini, te o nessun'altra.
E questo impediva il prosieguo del discorso, perché Mariù, commossa ed innamorata, sentiva venir meno la determinazione a dissuaderlo dall'ostinazione per quel loro amore.
Il suo sentimento sincero soffriva dell'umiliazione dell'ingiustizia preordinata dal ceto e dal conto in banca, ma nonostante questo pur si prodigava per evitare quella rottura minacciata di Menico con la famiglia, sebbene lei stessa non avrebbe saputo immaginare la vita senza di lui.
Il giorno delle nozze Mariù somigliava più ad una comunicanda che ad una sposa, che nell'abito bianco sembrava sperdersi, e pure del velo avrebbe potuto farne a meno, con quei capelli chiarissimi sparsi sulle spalle, a farle da manto.
In virtù della legge dei contrasti, invece, Menico, alto il doppio e bruno come un arabo, sembrava ancor più imponente e scuro.
Matrimonio benedetto dall'amore, ma senza figli.
E si che all'inizio, Mariù, non riusciva a rassegnarsi, tanto forte era il desiderio di dargliene uno, ma non per quelle cose misere, quali il nome e la discendenza, ma perché sarebbe stato il suo dono più grande, il risultato di quelle loro notti appassionate dove lei gli si concedeva come in una festa, nella glorificazione dei sensi e del sentimento. Notti di sesso e di confidenze.
Come quando dopo aver fatto l'amore, Menico, con la testa poggiata sul seno di lei, spesso le chiedeva un racconto, una storia vera o di fantasia, per continuare a vibrare, prima del sonno, ancora di piacere sessuale nel sottofondo di quella voce morbida, che esplorava per lui il buio con la lanternina magica della fantasia.
E neppure una volta lei lo deluse.
Raccontami una storia, Mariù.
Mariù si fermava brevemente a frugare nel baule inesauribile della sua fantasia e tornava con la trama di una novella inedita, o i versi di una poesia, che anche poteva essere traccia per una canzone o per una ninna nanna.
Più spesso recava il dono prezioso di una storia d'amore, che era poi la loro stessa.
Cosa ci trovi in quella femmina che le altre non hanno? Gli aveva chiesto un giorno, esasperato, suo padre
Mi piace la sua voce e sa raccontar le storie. In particolare una: la nostra. Gli aveva risposto Menico.
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