Attraverso la privazione si sentiva appagato da una voluttà sconosciuta.
Così si accingeva ad entrare in un universo luminosamente buio, quello dei santi che agognano al martirio per avere diritto al paradiso. Stava intraprendendo il cammino delle anoressiche e dei martiri che, abiurando alle necessità vitali del corpo, sviluppano una interiore forza ciclopica mediante la quale il sacrificio e la rinuncia sono soltanto stimoli all'accrescimento di questa nuova energia.
Ogni volta si avvicinava un pezzetto di più.
Ogni volta si ritraeva sempre più esausto.
Lo vedevo tremare, i capelli sudati, i muscoli tesi: sentivo la sua lotta per non profanarmi, come diceva lui.
- Legami - era appena un sussurro la sua voce.
Lo legavo talmente stretto che le sue braccia portavano a lungo i segni delle corde e poi, secondo il mio umore, lo provocavo.
A volte lo lasciavo in attesa, gli sussurravo promesse solo per eccitarlo.
Per farlo arrivare al limite.
Una volta, dopo aver inutilmente a lungo implorato, ha pianto.
Gli ho asciugato le lacrime con la mia bocca: sapevano di gratitudine.
Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.
domenica 6 settembre 2009
venerdì 4 settembre 2009
Un gioco nuovo
- Sei così giovane - Mi ripeteva carezzandomi con le dita ombrate di colore.
Mi piacevano quelle sue dita, lunghe e nervose, sfumate di azzurro, di porpora e di grigio.
Dita di apostolo in un uomo così carnale.
- Ma anche così vecchia. Una sacerdotessa di Avalon. Erano le sacerdotesse a scegliere gli uomini, sai? Mi avresti scelto? Nella folla prostrata ai tuoi piedi, mi avresti indicato? Avremmo fatto l'amore nei boschi, sotto la luna piena, consci degli occhi spalancati a spiarci nel buio. Occhi come luci ad illuminare un immenso palcoscenico per la mia bellissima strega. Non ci sarebbe stata profanazione, perché saresti stata tu a scegliere me. -
E le sue dita percorrevano immaginari sentieri di bosco, danzando nell'aria come farfalle nude, pronte a farsi divorare dalla bocca ingannatrice di un fiore carnivoro.
Dita da ipnotizzatore.
Mi ritrovavo nuda fra quelle sue dita, con la sorpresa di un calore nuovo e sconosciuto nel ventre. E mi rotolavo cercando sollievo a quel piccolo fuoco che lui alimentava con la sapienza delle sue mani. Si eccitava della mia eccitazione, ma sfidava se stesso a non cedere alla tentazione.
- Non ancora. Non così presto. Non oggi - Ripetevano le sue labbra aride.
I capelli spioventi sugli occhi bendati e quelle sue dita che brancolavano cieche su di me, nella stanza scura.
- Voglio impararti a memoria e per fare questo occorre il buio completo. Voglio avere la sensibilità di un cieco per possederti completamente. -
Ma io avevo imposto la penombra perché ho paura del buio assoluto.
- Odio il buio, l' odore della mia paura ti renderebbe tutto estremamente facile ed il tuo gioco non avrebbe più senso. -
Trovando valida questa mia considerazione aveva ceduto di buon grado all'infiltrazione di un po' di luce. Avevo così capito che quello era per lui un gioco nuovo e che le regole le andava, di volta in volta, stabilendo.
Ma quello che mai avrebbe immaginato era che io quel gioco lo conoscevo fin dall'infanzia: vivere nel silenzio e nell' oscurità interiore per riuscire a captare l'esterno attraverso l'esasperazione estrema dei sensi.
Se avessi voluto avrei potuto facilmente violarlo in quel suo stesso gioco.
Mi piacevano quelle sue dita, lunghe e nervose, sfumate di azzurro, di porpora e di grigio.
Dita di apostolo in un uomo così carnale.
- Ma anche così vecchia. Una sacerdotessa di Avalon. Erano le sacerdotesse a scegliere gli uomini, sai? Mi avresti scelto? Nella folla prostrata ai tuoi piedi, mi avresti indicato? Avremmo fatto l'amore nei boschi, sotto la luna piena, consci degli occhi spalancati a spiarci nel buio. Occhi come luci ad illuminare un immenso palcoscenico per la mia bellissima strega. Non ci sarebbe stata profanazione, perché saresti stata tu a scegliere me. -
E le sue dita percorrevano immaginari sentieri di bosco, danzando nell'aria come farfalle nude, pronte a farsi divorare dalla bocca ingannatrice di un fiore carnivoro.
Dita da ipnotizzatore.
Mi ritrovavo nuda fra quelle sue dita, con la sorpresa di un calore nuovo e sconosciuto nel ventre. E mi rotolavo cercando sollievo a quel piccolo fuoco che lui alimentava con la sapienza delle sue mani. Si eccitava della mia eccitazione, ma sfidava se stesso a non cedere alla tentazione.
- Non ancora. Non così presto. Non oggi - Ripetevano le sue labbra aride.
I capelli spioventi sugli occhi bendati e quelle sue dita che brancolavano cieche su di me, nella stanza scura.
- Voglio impararti a memoria e per fare questo occorre il buio completo. Voglio avere la sensibilità di un cieco per possederti completamente. -
Ma io avevo imposto la penombra perché ho paura del buio assoluto.
- Odio il buio, l' odore della mia paura ti renderebbe tutto estremamente facile ed il tuo gioco non avrebbe più senso. -
Trovando valida questa mia considerazione aveva ceduto di buon grado all'infiltrazione di un po' di luce. Avevo così capito che quello era per lui un gioco nuovo e che le regole le andava, di volta in volta, stabilendo.
Ma quello che mai avrebbe immaginato era che io quel gioco lo conoscevo fin dall'infanzia: vivere nel silenzio e nell' oscurità interiore per riuscire a captare l'esterno attraverso l'esasperazione estrema dei sensi.
Se avessi voluto avrei potuto facilmente violarlo in quel suo stesso gioco.
martedì 1 settembre 2009
Puttana
Nessuna promessa. Nessun inganno.
Assolutamente sincera. Sempre.
Assolutamente io.
- Assolutamente tu nella tua crudele schiettezza. Non hai sentimenti. Non hai un'anima. -
Avevo visto la sua rabbia impotente trasformarsi in una buia quiete.
- Sei una puttana - Queste le sue ultime parole.
Puttana.
Lo sputo cattivo di un uomo ferito.
Insulto, rabbioso e provocatorio, singhiozzato davanti al muro del mio silenzio.
Gridato, quando stavo andando via.
Puttana.
Non era vero. E lo sapevamo entrambi.
Ho preferito il silenzio all'affermazione di una verità che non avrebbe mutato la storia.
Puttana.
La vastità del suo dolore mitigava l'umiliazione dell'insulto.
Assolutamente sincera. Sempre.
Assolutamente io.
- Assolutamente tu nella tua crudele schiettezza. Non hai sentimenti. Non hai un'anima. -
Avevo visto la sua rabbia impotente trasformarsi in una buia quiete.
- Sei una puttana - Queste le sue ultime parole.
Puttana.
Lo sputo cattivo di un uomo ferito.
Insulto, rabbioso e provocatorio, singhiozzato davanti al muro del mio silenzio.
Gridato, quando stavo andando via.
Puttana.
Non era vero. E lo sapevamo entrambi.
Ho preferito il silenzio all'affermazione di una verità che non avrebbe mutato la storia.
Puttana.
La vastità del suo dolore mitigava l'umiliazione dell'insulto.
lunedì 31 agosto 2009
Narrazione
Cos'è un diario se non la narrazione di noi stessi?
Evito la parola autobiografia.
Narrazione. Mi piace di più.
Quando raccontiamo di noi dovremmo saperlo fare onestamente.
Evitando i manierismi e gli abbellimenti.
La trasformazione in leggenda.
Perché spesso emerge, prepotente, questa necessità.
Umanissima. A dire il vero.
Che romanza ciò che, invece, andrebbe semplicemente narrato.
Leggo molti blog e mi viene da sorridere quando vado a sfogliare le note personali sui profili.
Un eccesso di se stessi.
Note scritte, nonostante l'età adulta, con i pennarelli dell'adolescenza.
Un depistaggio.
Quanto inconsapevole?
Grande spreco di ossimori e di paradossi.
In particolare da parte delle donne.
Quel definirsi tutto ed il contrario di tutto.
Banale. Scontato.
Un'aura di mistero da soap opera.
E' la conferma di essere, al fine, davvero nulla.
Una incongruenza dietro la quale si celano personalità piuttosto anonime.
Superficiali. Sbrigative.
Intellettualmente approssimative.
Personalmente lo sperpero esagerato di tali ricchezze grammaticali lo tollero solo per le adolescenti.
Le uniche alle quali concedo, per diritto di età ed inesperienza, l'uso indiscriminato degli ossimori e dei paradossi.
Le uniche che possano saccheggiarne a piene mani.
Perché, in questo caso, parliamo di ricerca.
Di esplorazione.
Di approfondimento.
Tenere un diario in età adulta è invece una faccenda, a parer mio, piuttosto seria.
Innanzitutto verso se stessi.
Prima ancora che verso chi legge.
L'autobiografia è un impegno d'introspezione e lucidità di analisi.
Rigore. Autorevolezza.
Ed ironia. Tanta.
Per evitare l'auto celebrazione.
O, peggio ancora, la tentazione di trasformarci in qualcun'altro.
Marilena
Evito la parola autobiografia.
Narrazione. Mi piace di più.
Quando raccontiamo di noi dovremmo saperlo fare onestamente.
Evitando i manierismi e gli abbellimenti.
La trasformazione in leggenda.
Perché spesso emerge, prepotente, questa necessità.
Umanissima. A dire il vero.
Che romanza ciò che, invece, andrebbe semplicemente narrato.
Leggo molti blog e mi viene da sorridere quando vado a sfogliare le note personali sui profili.
Un eccesso di se stessi.
Note scritte, nonostante l'età adulta, con i pennarelli dell'adolescenza.
Un depistaggio.
Quanto inconsapevole?
Grande spreco di ossimori e di paradossi.
In particolare da parte delle donne.
Quel definirsi tutto ed il contrario di tutto.
Banale. Scontato.
Un'aura di mistero da soap opera.
E' la conferma di essere, al fine, davvero nulla.
Una incongruenza dietro la quale si celano personalità piuttosto anonime.
Superficiali. Sbrigative.
Intellettualmente approssimative.
Personalmente lo sperpero esagerato di tali ricchezze grammaticali lo tollero solo per le adolescenti.
Le uniche alle quali concedo, per diritto di età ed inesperienza, l'uso indiscriminato degli ossimori e dei paradossi.
Le uniche che possano saccheggiarne a piene mani.
Perché, in questo caso, parliamo di ricerca.
Di esplorazione.
Di approfondimento.
Tenere un diario in età adulta è invece una faccenda, a parer mio, piuttosto seria.
Innanzitutto verso se stessi.
Prima ancora che verso chi legge.
L'autobiografia è un impegno d'introspezione e lucidità di analisi.
Rigore. Autorevolezza.
Ed ironia. Tanta.
Per evitare l'auto celebrazione.
O, peggio ancora, la tentazione di trasformarci in qualcun'altro.
Marilena
domenica 30 agosto 2009
Il travestimento di Alice
Quando devo distogliermi da un pensiero ossessivo indosso scarpe con i tacchi alti.
Scarpe da mannequin.
Che rendono precario il mio equilibrio e problematica la mia intesa con il suolo.
Tacchi 13 cm.
Una sfida.
Perché tacchi così vertiginosi esigono una concentrazione altissima per rimanere in equilibrio.
Con un'attenzione estrema alla stabilità delle caviglie.
Per non cadere rovinosamente a terra.
I passi sono brevi. Rallentati.
L'andatura leggermente ondeggiante.
L'intera struttura corporea è costretta a far leva sulla solidità dei piedi e sulla fermezza delle caviglie, che diventano così il fulcro dell'intero bilanciamento.
Su quei trampoli folli ha inizio il mio solitario gioco seduttivo.
Un gioco silenzioso. Felpato.
Tacchi vertiginosi ed occhiali da diva.
Il travestimento di Alice.
Per fuggire le ossessioni. E ristabilire un'armonia in dissolvimento.
Anche se tacchi così alti, paradossalmente, inchiodano al suolo.
Ma Alice è una creatura davvero ostinata.
Adolescente tardiva. Elucubrativa.
E superbamente fantasiosa.
E Roma, stamani, era avvolta da un'atmosfera deliziosamente retrò.
Filmica.
Una location perfetta per una femme fatale.
Marilena
Scarpe da mannequin.
Che rendono precario il mio equilibrio e problematica la mia intesa con il suolo.
Tacchi 13 cm.
Una sfida.
Perché tacchi così vertiginosi esigono una concentrazione altissima per rimanere in equilibrio.
Con un'attenzione estrema alla stabilità delle caviglie.
Per non cadere rovinosamente a terra.
I passi sono brevi. Rallentati.
L'andatura leggermente ondeggiante.
L'intera struttura corporea è costretta a far leva sulla solidità dei piedi e sulla fermezza delle caviglie, che diventano così il fulcro dell'intero bilanciamento.
Su quei trampoli folli ha inizio il mio solitario gioco seduttivo.
Un gioco silenzioso. Felpato.
Tacchi vertiginosi ed occhiali da diva.
Il travestimento di Alice.
Per fuggire le ossessioni. E ristabilire un'armonia in dissolvimento.
Anche se tacchi così alti, paradossalmente, inchiodano al suolo.
Ma Alice è una creatura davvero ostinata.
Adolescente tardiva. Elucubrativa.
E superbamente fantasiosa.
E Roma, stamani, era avvolta da un'atmosfera deliziosamente retrò.
Filmica.
Una location perfetta per una femme fatale.
Marilena
giovedì 27 agosto 2009
Il collare
Vestiva un abito nuziale.
O meglio, quel che ne restava.
Le balze di trina pencolavano come festoni male appesi, e lo squarcio netto nell' ampia gonna mostrava una gamba illividita dalle ecchimosi, maldestramente fasciata con uno scampolo di velo.
La novella sposa stringeva tra le mani una carabina.
Nonostante lo stato penoso della gamba procedeva di buon passo. Determinata.
La prima ad avvistarla fu la moglie del farmacista.
Che corse a dare la notizia al marito.
Il quale si fece sull'uscio della sua botteguccia, incuriosito, giacchè in quel posto di frontiera, dimenticato da Dio e dagli uomini, erano ben pochi i forestieri che vi si avventuravano.
Così la coppia, ferma sull'uscio, si godeva l'anteprima di quella novità inattesa che, di lì a breve, avrebbe di sicuro calamitato l'attenzione dell'intero paese.
Intanto, la figura ancora lontana all'orizzonte, acquistava contorni sempre più nitidi in fase di avvicinamento.
E' una donna! Esclamò la moglie del farmacista, notando lo svolazzamento disordinato della gonna
Una donna! Le fece eco, attonito, il marito.
Una novità assoluta.
Anche la sposa, dall'altra parte, aveva scorto la coppia che, schermando gli occhi con le mani seguiva, immobile ed attentissima, il suo avanzare.
Lei proseguiva ora un pò più lentamente. Circospetta. Con la pistola bene in vista.
Fermandosi a debita distanza quando i due entrarono nitidamente nel suo campo visivo.
- Non ne avete bisogno - disse il farmacista, indicando la carabina.
- Siamo gente pacifica - puntualizzò la moglie.
- Siete ferita? Cosa vi è successo? - domandarono quasi all'unisono, andandole incontro.
- Fermi dove siete. O sparo! - intimò la sposina con accento straniero, ma con tono deciso.
- Cara, vogliamo solo aiutarvi. Siete ferita. Cosa vi è accaduto? - piagnucolò suadente la donna
- Niente che possa riguardarvi. Ma accetto l'aiuto. Alcool per disinfettare e qualche benda. Una borraccia d'acqua ed un pò di cibo. Non mi occorre altro -
- Siete capitata nel posto giusto. Mio marito è farmacista. Vi aiuterà molto volentieri. E se volete ristorarvi la nostra casa è a vostra disposizione - disse ossequiosa la donna, quasi flettendosi in un inchino.
- Sapete qui non viene mai nessuno. E saremmo davvero lieti di esservi di un qualche conforto. E, a quanto appare, ne avete davvero bisogno - s'intromise il farmacista, con la gradevolezza della sua voce.
La sposina era davvero esausta. La gamba le pulsava dolorosamente. E non mangiava da un paio di giorni. Avrebbe tenuto sempre con sé la pistola. Sarebbe stata in guardia. Ma aveva davvero bisogno di un pò di ristoro per proseguire il suo viaggio.
Nella frescura del retrobottega il farmacista provvide a lavare, disinfettare e bendare le ferite. E cospargere abbondantemente d'unguento le piaghe inferte dal sole.
Sul collo, però, era la ferita peggiore.
Un segno di cicatrice, doppia e simmetrica, nettamente incisa nella carne.
Il disegno di un collare.
- Chi vi ha fatto questo, bambina? - le chiese con dolcezza, indicando la cicatrice.
- Non è affar vostro - rispose aggressiva, spianandogli in faccia la pistola.
Poi, in tono più mite - Non fatemi domande, per favore -
La moglie del farmacista, nel frattempo, era ritornata con una bottiglia di sidro, del pane ed un pasticcio di carne. E frutta fresca.
Mai banchetto nuziale ebbe sposa più affamata ed entusiasta.
Il colore le era tornato sulle gote, e gli occhi sfavillavano di verde luminoso.
Un piccolo rutto, infine, per sancire il gradimento. Prima di essere travolta dall'urgenza del sonno.
- Latte di papavero, una giusta dose, mescolato al pasticcio di carne. Insomma, la poverina aveva assoluto bisogno di dormire - bisbigliò la moglie del farmacista - Così, forse, riusciremo a sapere qualcosa di lei. Intanto le prendo la pistola -
- E come pensi di sapere qualcosa di lei se non ha nulla con sè che possa chiarirci la sua identità, né la sua provenienza? - obiettà il marito.
- Intanto potresti farle un esame fisico. Una visita medica, insomma - suggerì la donna
- Ma non sono un dottore - replicò lui
- Allora gliela faccio io. Non ci vuole una laurea in medicina per verificare certe cose - rispose sarcastica la donna, sollevando la gonna della sposa.
- A cosa ti porterebbe una verifica del genere? -
- E' vestita con un abito nuziale ma non era diretta di certo all' altare. Magari è una sgualdrina. Un'impostora. Una fuggitiva. Ne ha tutta l'aria. Forse sulla sua testa c'è una taglia. Dovresti andare in città e controllare all'ufficio dello sceriffo -
- E se invece fosse successo qualcos'altro? Magari è stata rapita - suggerì l'uomo
- La visita medica a questo serve. Se è vergine, vale la tua ipotesi. Se non lo è, allora ho ragione io. E tu andrai a verificare in città - concluse drastica
- E' un idea strampalata la tua. Priva di qualsiasi logica - disse il farmacista, scuotendo il capo
- Ha la logica del buon senso - rispose acida la moglie - E d'altra parte non c'è altro modo -
- Potremmo chiedere a lei. Ascoltare la sua storia - ipotizzò lui.
- E tu saresti disposto a dar credito ad una donna che attraversa a piedi questo deserto, vestita con un abito da sposa a brandelli ed armata di pistola? - sogghignò la donna
- Tu nutri dei pregiudizi. Non sei obiettiva. E' già colpevole seppur non sappiamo di cosa - rispose il marito, rassegnato ormai da tanto tempo a subire quel carattere apodittico.
- Quale obiettività? - sentenziò ancora più aspra - C'è il bene e c'è il male. Ci sono le donne oneste e le sgualdrine. Quelle che vanno all'altare e quelle che, invece, si danno alla fuga. E' questa per me l'obiettività. Non mi sembra che ci sia molto da congetturare. L'esame vaginale darà il responso - fu la sintetica, inopinabile, arringa conclusiva
- Ha un'orrenda cicatrice sul collo. Come quella lasciata da un collare stringente che, tenuto per troppo tempo, ha inciso profondamente le carni. Forse ha subito torture. Forse era prigioniera - azzardò come estrema tesi difensiva il buon farmacista
- Ha una pistola. E ce la puntava contro. Non mi sembra così timida. Né indifesa. E tu stai perdendo pretestuosamente del tempo prezioso. Spicciati a visitarla, prima che l'oppio perda la sua efficacia e lo sceriffo chiuda il suo ufficio - concluse, categorica, la donna.
Il farmacista, rassegnato, adagiò la sposa sul tavolo di marmo dove preparava le sue misture, e si accinse ad espletare l'incarico impostogli dalla consorte.
Sentendosi un pirata che s'appresta a profanare uno scrigno devotamente sigillato.
Ma lo scrigno, ahimè, non era affatto sigillato.
Altri pirati avevano già abbondantemente attinto a quel tesoro.
La sposina non era vergine.
Avvilito il farmacista le riassestò pudicamente la gonna sulle gambe.
Con dita tremanti frugò nel corsetto.
Alla ricerca di una chiave. Di una lettera.
Di un monile.
Insomma di un indizio qualsiasi che portasse alla sua identificazione.
Ma il corsetto, strettamente allacciato, non conteneva null'altro che i seni.
Stiamo cercando verità nascoste quando forse la verità è alla luce del sole, visibilissima nello squarcio urlante di quella ferita. Pensò, addolorato, il farmacista.
- Allora? Cosa hai appurato? - la voce stridula della moglie lo fece sobbalzare
- E' vergine - rispose lui, sorprendendosi della fermezza del proprio tono.
E dell'affermazione, decisa e senza tentennamenti, di quella bugia sancita come verità inoppugnabile.
- Brucerai all'inferno. Insieme alla sgualdrina che stai proteggendo. E' entrata armata nella nostra proprietà, ci ha tenuto sotto tiro con la sua carabina. E, alla fine, ti ha anche sedotto - proruppe furiosa la donna - Ma sono sicura che ci penserà lo sceriffo a ristabilire la verità. E fare giustizia -
O meglio, quel che ne restava.
Le balze di trina pencolavano come festoni male appesi, e lo squarcio netto nell' ampia gonna mostrava una gamba illividita dalle ecchimosi, maldestramente fasciata con uno scampolo di velo.
La novella sposa stringeva tra le mani una carabina.
Nonostante lo stato penoso della gamba procedeva di buon passo. Determinata.
La prima ad avvistarla fu la moglie del farmacista.
Che corse a dare la notizia al marito.
Il quale si fece sull'uscio della sua botteguccia, incuriosito, giacchè in quel posto di frontiera, dimenticato da Dio e dagli uomini, erano ben pochi i forestieri che vi si avventuravano.
Così la coppia, ferma sull'uscio, si godeva l'anteprima di quella novità inattesa che, di lì a breve, avrebbe di sicuro calamitato l'attenzione dell'intero paese.
Intanto, la figura ancora lontana all'orizzonte, acquistava contorni sempre più nitidi in fase di avvicinamento.
E' una donna! Esclamò la moglie del farmacista, notando lo svolazzamento disordinato della gonna
Una donna! Le fece eco, attonito, il marito.
Una novità assoluta.
Anche la sposa, dall'altra parte, aveva scorto la coppia che, schermando gli occhi con le mani seguiva, immobile ed attentissima, il suo avanzare.
Lei proseguiva ora un pò più lentamente. Circospetta. Con la pistola bene in vista.
Fermandosi a debita distanza quando i due entrarono nitidamente nel suo campo visivo.
- Non ne avete bisogno - disse il farmacista, indicando la carabina.
- Siamo gente pacifica - puntualizzò la moglie.
- Siete ferita? Cosa vi è successo? - domandarono quasi all'unisono, andandole incontro.
- Fermi dove siete. O sparo! - intimò la sposina con accento straniero, ma con tono deciso.
- Cara, vogliamo solo aiutarvi. Siete ferita. Cosa vi è accaduto? - piagnucolò suadente la donna
- Niente che possa riguardarvi. Ma accetto l'aiuto. Alcool per disinfettare e qualche benda. Una borraccia d'acqua ed un pò di cibo. Non mi occorre altro -
- Siete capitata nel posto giusto. Mio marito è farmacista. Vi aiuterà molto volentieri. E se volete ristorarvi la nostra casa è a vostra disposizione - disse ossequiosa la donna, quasi flettendosi in un inchino.
- Sapete qui non viene mai nessuno. E saremmo davvero lieti di esservi di un qualche conforto. E, a quanto appare, ne avete davvero bisogno - s'intromise il farmacista, con la gradevolezza della sua voce.
La sposina era davvero esausta. La gamba le pulsava dolorosamente. E non mangiava da un paio di giorni. Avrebbe tenuto sempre con sé la pistola. Sarebbe stata in guardia. Ma aveva davvero bisogno di un pò di ristoro per proseguire il suo viaggio.
Nella frescura del retrobottega il farmacista provvide a lavare, disinfettare e bendare le ferite. E cospargere abbondantemente d'unguento le piaghe inferte dal sole.
Sul collo, però, era la ferita peggiore.
Un segno di cicatrice, doppia e simmetrica, nettamente incisa nella carne.
Il disegno di un collare.
- Chi vi ha fatto questo, bambina? - le chiese con dolcezza, indicando la cicatrice.
- Non è affar vostro - rispose aggressiva, spianandogli in faccia la pistola.
Poi, in tono più mite - Non fatemi domande, per favore -
La moglie del farmacista, nel frattempo, era ritornata con una bottiglia di sidro, del pane ed un pasticcio di carne. E frutta fresca.
Mai banchetto nuziale ebbe sposa più affamata ed entusiasta.
Il colore le era tornato sulle gote, e gli occhi sfavillavano di verde luminoso.
Un piccolo rutto, infine, per sancire il gradimento. Prima di essere travolta dall'urgenza del sonno.
- Latte di papavero, una giusta dose, mescolato al pasticcio di carne. Insomma, la poverina aveva assoluto bisogno di dormire - bisbigliò la moglie del farmacista - Così, forse, riusciremo a sapere qualcosa di lei. Intanto le prendo la pistola -
- E come pensi di sapere qualcosa di lei se non ha nulla con sè che possa chiarirci la sua identità, né la sua provenienza? - obiettà il marito.
- Intanto potresti farle un esame fisico. Una visita medica, insomma - suggerì la donna
- Ma non sono un dottore - replicò lui
- Allora gliela faccio io. Non ci vuole una laurea in medicina per verificare certe cose - rispose sarcastica la donna, sollevando la gonna della sposa.
- A cosa ti porterebbe una verifica del genere? -
- E' vestita con un abito nuziale ma non era diretta di certo all' altare. Magari è una sgualdrina. Un'impostora. Una fuggitiva. Ne ha tutta l'aria. Forse sulla sua testa c'è una taglia. Dovresti andare in città e controllare all'ufficio dello sceriffo -
- E se invece fosse successo qualcos'altro? Magari è stata rapita - suggerì l'uomo
- La visita medica a questo serve. Se è vergine, vale la tua ipotesi. Se non lo è, allora ho ragione io. E tu andrai a verificare in città - concluse drastica
- E' un idea strampalata la tua. Priva di qualsiasi logica - disse il farmacista, scuotendo il capo
- Ha la logica del buon senso - rispose acida la moglie - E d'altra parte non c'è altro modo -
- Potremmo chiedere a lei. Ascoltare la sua storia - ipotizzò lui.
- E tu saresti disposto a dar credito ad una donna che attraversa a piedi questo deserto, vestita con un abito da sposa a brandelli ed armata di pistola? - sogghignò la donna
- Tu nutri dei pregiudizi. Non sei obiettiva. E' già colpevole seppur non sappiamo di cosa - rispose il marito, rassegnato ormai da tanto tempo a subire quel carattere apodittico.
- Quale obiettività? - sentenziò ancora più aspra - C'è il bene e c'è il male. Ci sono le donne oneste e le sgualdrine. Quelle che vanno all'altare e quelle che, invece, si danno alla fuga. E' questa per me l'obiettività. Non mi sembra che ci sia molto da congetturare. L'esame vaginale darà il responso - fu la sintetica, inopinabile, arringa conclusiva
- Ha un'orrenda cicatrice sul collo. Come quella lasciata da un collare stringente che, tenuto per troppo tempo, ha inciso profondamente le carni. Forse ha subito torture. Forse era prigioniera - azzardò come estrema tesi difensiva il buon farmacista
- Ha una pistola. E ce la puntava contro. Non mi sembra così timida. Né indifesa. E tu stai perdendo pretestuosamente del tempo prezioso. Spicciati a visitarla, prima che l'oppio perda la sua efficacia e lo sceriffo chiuda il suo ufficio - concluse, categorica, la donna.
Il farmacista, rassegnato, adagiò la sposa sul tavolo di marmo dove preparava le sue misture, e si accinse ad espletare l'incarico impostogli dalla consorte.
Sentendosi un pirata che s'appresta a profanare uno scrigno devotamente sigillato.
Ma lo scrigno, ahimè, non era affatto sigillato.
Altri pirati avevano già abbondantemente attinto a quel tesoro.
La sposina non era vergine.
Avvilito il farmacista le riassestò pudicamente la gonna sulle gambe.
Con dita tremanti frugò nel corsetto.
Alla ricerca di una chiave. Di una lettera.
Di un monile.
Insomma di un indizio qualsiasi che portasse alla sua identificazione.
Ma il corsetto, strettamente allacciato, non conteneva null'altro che i seni.
Stiamo cercando verità nascoste quando forse la verità è alla luce del sole, visibilissima nello squarcio urlante di quella ferita. Pensò, addolorato, il farmacista.
- Allora? Cosa hai appurato? - la voce stridula della moglie lo fece sobbalzare
- E' vergine - rispose lui, sorprendendosi della fermezza del proprio tono.
E dell'affermazione, decisa e senza tentennamenti, di quella bugia sancita come verità inoppugnabile.
- Brucerai all'inferno. Insieme alla sgualdrina che stai proteggendo. E' entrata armata nella nostra proprietà, ci ha tenuto sotto tiro con la sua carabina. E, alla fine, ti ha anche sedotto - proruppe furiosa la donna - Ma sono sicura che ci penserà lo sceriffo a ristabilire la verità. E fare giustizia -
domenica 23 agosto 2009
Rabbia
...e allo scatto della mezzanotte un nuovo racconto appare e mi tiene compagnia, anche se solo per un brevissimo momento, perchèé io soffro d'insonnia e la notte è lunga.
E' lo stralcio di una e-mail, carinissima e densa di considerazioni, che una lettrice di Milano mi ha inviato come commento all'antologia DA MEZZANOTTE A MEZZANOTTE, dove ho riproposto alcuni miei vecchi racconti.
E d'insonnia soffro anch'io. Di nuovo.
Insonnia. E mancanza di concentrazione.
E questo caldo afoso non aiuta.
Questi ultimi quindici giorni sono stati un inferno.
Un deja vu devastante.
Invano ho invocato il ritorno della strega.
Ma la mia rabbia, questa volta, non è stata bastevole al suo ritorno.
Non era una rabbia sufficientemente violenta.
Dolorosa, piuttosto.
Malinconica.
Come quella di un cane che si lecca, in solitudine, le ferite.
Ferite nuove, inferte sulle vecchie.
Per nascondere le recenti e rendere, al contempo, il dolore ancora più insopportabile.
Un inganno.
Quel cane che non guaisce.
Addomesticato al silenzio.
Rassegnato ad essere solo un cane.
O di non poter essere, al bisogno, neppure quello.
Sono lucidamente consapevole che, per ritrovarmi, devo avere la forza di destarmi dall'incantesimo dell'addomesticamento.
Strappare il collare di smeraldi che decreta la mia appartenenza.
E mi serra la gola.
E mi strozza il respiro.
Marilena
E' lo stralcio di una e-mail, carinissima e densa di considerazioni, che una lettrice di Milano mi ha inviato come commento all'antologia DA MEZZANOTTE A MEZZANOTTE, dove ho riproposto alcuni miei vecchi racconti.
E d'insonnia soffro anch'io. Di nuovo.
Insonnia. E mancanza di concentrazione.
E questo caldo afoso non aiuta.
Questi ultimi quindici giorni sono stati un inferno.
Un deja vu devastante.
Invano ho invocato il ritorno della strega.
Ma la mia rabbia, questa volta, non è stata bastevole al suo ritorno.
Non era una rabbia sufficientemente violenta.
Dolorosa, piuttosto.
Malinconica.
Come quella di un cane che si lecca, in solitudine, le ferite.
Ferite nuove, inferte sulle vecchie.
Per nascondere le recenti e rendere, al contempo, il dolore ancora più insopportabile.
Un inganno.
Quel cane che non guaisce.
Addomesticato al silenzio.
Rassegnato ad essere solo un cane.
O di non poter essere, al bisogno, neppure quello.
Sono lucidamente consapevole che, per ritrovarmi, devo avere la forza di destarmi dall'incantesimo dell'addomesticamento.
Strappare il collare di smeraldi che decreta la mia appartenenza.
E mi serra la gola.
E mi strozza il respiro.
Marilena
domenica 16 agosto 2009
Un racconto
In realtà mi sono resa conto di essere caduta in un ingranaggio pericoloso, che io mi sono rifiutata di vedere, e da cui devo assolutamente uscir fuori.
Se non voglio rimanerne stritolata.
Quello che più mi ha colpito è l'indifferenza.
Nessuno ha chiesto: ma tu come stai?
Non starò a raccontare cosa ho passato.
Sarebbe solo una concatenazione logica di frasi. Un racconto.
Ed i racconti non sono fatti di lacrime ma di parole per stimolare le lacrime.
Per strappare all'auditorio una commozione. Un' empatia.
Per questo non lo farò.
Lo devo alla storia della mia vita.
Ed al mio orgoglio personale.
E' ora di spengere i riflettori.
Far scendere il buio.
Ed il silenzio.
Per il tempo che occorre.
Marilena
Se non voglio rimanerne stritolata.
Quello che più mi ha colpito è l'indifferenza.
Nessuno ha chiesto: ma tu come stai?
Non starò a raccontare cosa ho passato.
Sarebbe solo una concatenazione logica di frasi. Un racconto.
Ed i racconti non sono fatti di lacrime ma di parole per stimolare le lacrime.
Per strappare all'auditorio una commozione. Un' empatia.
Per questo non lo farò.
Lo devo alla storia della mia vita.
Ed al mio orgoglio personale.
E' ora di spengere i riflettori.
Far scendere il buio.
Ed il silenzio.
Per il tempo che occorre.
Marilena
sabato 15 agosto 2009
Palcoscenico
Ho cancellato tre post: "Amore cannibale", "Non vado via", "Ho infranto un codice."
Di rado cancello ciò che scrivo.
Soprattutto le pagine del mio diario.
Testimonianze.
Ma quelle pagine lì non testimoniavano: urlavano.
E ne ho avuto paura.
Nel coacervo indistricabile delle mie emoziani rappresentavano chiarezza di pensiero.
Rabbia analitica. Motivazione esistenziale.
Denuncia. Affermazione di libertà.
Affermazione d'identità.
Cancellarle è stato, da parte mia, un atto di vigliaccheria estrema.
Una negazione di me stessa.
Non accadrà più.
I post, provocatori ed amaramente ironici, di "Femme Fatale" e di " Morale e Passione", non li ho rimossi. Sono la risposta sarcastica alle indegne insinuazioni di chi prima ipocritamente mi adulava e poi, velenosamente, mi ha vomitato addosso.
Attestazioni di stima.
E, subito dopo, sputi.
Una violenza oltraggiosa, ancora più cattiva perchè priva di una ragione scatenante.
Puramente finalizzata al dileggio.
Alla provocazione.
Insulti.
Puttana. Figlia incestuosa.
Mantide religiosa. Squinternata.
Esibendo, come prove deliranti, stralci dei miei racconti.
Quelle stesse storie che avevano prodotto, nei miei odierni detrattori, sdilinquimenti e moine.
I giudizi della più bieca pruderie e di rozzo maschilismo, accettato e passato nel silenzio anche da chi, prima, aveva con me rapporti di amicizia. O almeno così pareva.
In Blogosphere, mi sto rendendo conto, la solidarietà non esiste.
E' un mondo nuovo che ha dentro tutti i pregiudizi del vecchio.
Soprattutto nei confronti delle donne.
Ma anche da parte delle donne stesse.
Gli uomini possono raccontare di mondi sotterranei e di passioni oscure.
Dei grovigli inestricabili dello spirito e della carne.
Esploratori dell'io più recondito. Ipogeo.
Non certo puttane.
Nè mantidi religiose.
Nè, tantomeno, esseri perversi.
Una donna, invece, è tutto questo.
E di più.
Se racconta storie d'incesto, di bui desideri, di deliri ed ossessioni, è una puttana.
I tribunali di Blogosphere hanno tempi processuali molto brevi.
E verdetti perentori.
Accolti nell' indifferenza generale.
Blogosphere altro non è, quindi, che un immenso palcoscenico teatrale.
Dove è di scena il paradosso.
Recitato da comparse, attori secondari, che pur ambiscono a ruoli primari, ma si rivelano da subito per quello che sono: maldestri trasformisti.
Mostrano i trucchi.
Guitti mediocri.
Dimenticano le battute.
E rozzamente improvvisano.
Ma il pubblico, di livello ancora più infimo, applaude. E chiede il bis.
Esattamente come nella vita reale.
Marilena
Di rado cancello ciò che scrivo.
Soprattutto le pagine del mio diario.
Testimonianze.
Ma quelle pagine lì non testimoniavano: urlavano.
E ne ho avuto paura.
Nel coacervo indistricabile delle mie emoziani rappresentavano chiarezza di pensiero.
Rabbia analitica. Motivazione esistenziale.
Denuncia. Affermazione di libertà.
Affermazione d'identità.
Cancellarle è stato, da parte mia, un atto di vigliaccheria estrema.
Una negazione di me stessa.
Non accadrà più.
I post, provocatori ed amaramente ironici, di "Femme Fatale" e di " Morale e Passione", non li ho rimossi. Sono la risposta sarcastica alle indegne insinuazioni di chi prima ipocritamente mi adulava e poi, velenosamente, mi ha vomitato addosso.
Attestazioni di stima.
E, subito dopo, sputi.
Una violenza oltraggiosa, ancora più cattiva perchè priva di una ragione scatenante.
Puramente finalizzata al dileggio.
Alla provocazione.
Insulti.
Puttana. Figlia incestuosa.
Mantide religiosa. Squinternata.
Esibendo, come prove deliranti, stralci dei miei racconti.
Quelle stesse storie che avevano prodotto, nei miei odierni detrattori, sdilinquimenti e moine.
I giudizi della più bieca pruderie e di rozzo maschilismo, accettato e passato nel silenzio anche da chi, prima, aveva con me rapporti di amicizia. O almeno così pareva.
In Blogosphere, mi sto rendendo conto, la solidarietà non esiste.
E' un mondo nuovo che ha dentro tutti i pregiudizi del vecchio.
Soprattutto nei confronti delle donne.
Ma anche da parte delle donne stesse.
Gli uomini possono raccontare di mondi sotterranei e di passioni oscure.
Dei grovigli inestricabili dello spirito e della carne.
Esploratori dell'io più recondito. Ipogeo.
Non certo puttane.
Nè mantidi religiose.
Nè, tantomeno, esseri perversi.
Una donna, invece, è tutto questo.
E di più.
Se racconta storie d'incesto, di bui desideri, di deliri ed ossessioni, è una puttana.
I tribunali di Blogosphere hanno tempi processuali molto brevi.
E verdetti perentori.
Accolti nell' indifferenza generale.
Blogosphere altro non è, quindi, che un immenso palcoscenico teatrale.
Dove è di scena il paradosso.
Recitato da comparse, attori secondari, che pur ambiscono a ruoli primari, ma si rivelano da subito per quello che sono: maldestri trasformisti.
Mostrano i trucchi.
Guitti mediocri.
Dimenticano le battute.
E rozzamente improvvisano.
Ma il pubblico, di livello ancora più infimo, applaude. E chiede il bis.
Esattamente come nella vita reale.
Marilena
giovedì 13 agosto 2009
Diario - EFFETTO AMARANTA
EFFETTO AMARANTA.
Coniato, con supponenza ed alterigia, dalla persona che mi ha insultata, riempita di epiteti e che usando un linguaggio volgare ha aggredito anche colui che voleva difendere (da chi? da cosa?) e quell'unica voce anonima che si è alzata in mia difesa.
Quell'anonimo ha rilevato un difetto di sostanza tra quello che ci si proclama essere e quello che in realtà poi si è.
E lo ha esplicitato.
I grandi proclami, gli ideali sbandierati, la cultura progressista esibita, espressa più volte con toni altisonanti, si è miseramente rivelata essere soltanto una dichiarazione d'intenti.
Oltre il fatto che, avere un'età ragguardevole, non autorizza ad offendere, ad invadere.
A dileggiare.
Ma quello che davvero negativamente mi ha colpita è che le battutine, le verità a senso unico, hanno continuato a trovare spazio su quello che è un blog di sinistra:
LA SINISTRA CHE NOI VOGLIAMO.
"Effetto Amaranta" e spiritosaggini idiote sugli attributi (sic), commenti rivisitati e puntualizzazioni a colpire un amministratore in quel momento assente ed esternazioni personali e solitarie dell'anziano signore, accettate con superficialità, sul modello di schemi berlusconiani duramente condannati all'interno di quello stesso blog, come esempi negativi ed antietici.
Un blog democratico sicuramente non censura e da voce a tutti.
Ma non concede spazio ad illazioni, fraintendimenti, verità a senso unico, sottintesi, strizzatine d'occhio, e a tutto un fraseggio goliardico e casereccio.
Lesivo nei confronti di altri.
Ma nessuno, al suo interno, pare rilevare queste eccessive incongruenze.
Un macroscopico paradosso.
I sottintendimenti del decano e la ferocia rozza, stemperata in elementare ironia di stampo bossiano di chi, invece, provocatoriamente commenta sugli attributi.
Riferimenti velenosi, atti a colpire persone reali, e non nickname.
In evidente antitesi con l'etica di sinistra di cui quel blog si fa portavoce.
Marilena
Coniato, con supponenza ed alterigia, dalla persona che mi ha insultata, riempita di epiteti e che usando un linguaggio volgare ha aggredito anche colui che voleva difendere (da chi? da cosa?) e quell'unica voce anonima che si è alzata in mia difesa.
Quell'anonimo ha rilevato un difetto di sostanza tra quello che ci si proclama essere e quello che in realtà poi si è.
E lo ha esplicitato.
I grandi proclami, gli ideali sbandierati, la cultura progressista esibita, espressa più volte con toni altisonanti, si è miseramente rivelata essere soltanto una dichiarazione d'intenti.
Oltre il fatto che, avere un'età ragguardevole, non autorizza ad offendere, ad invadere.
A dileggiare.
Ma quello che davvero negativamente mi ha colpita è che le battutine, le verità a senso unico, hanno continuato a trovare spazio su quello che è un blog di sinistra:
LA SINISTRA CHE NOI VOGLIAMO.
"Effetto Amaranta" e spiritosaggini idiote sugli attributi (sic), commenti rivisitati e puntualizzazioni a colpire un amministratore in quel momento assente ed esternazioni personali e solitarie dell'anziano signore, accettate con superficialità, sul modello di schemi berlusconiani duramente condannati all'interno di quello stesso blog, come esempi negativi ed antietici.
Un blog democratico sicuramente non censura e da voce a tutti.
Ma non concede spazio ad illazioni, fraintendimenti, verità a senso unico, sottintesi, strizzatine d'occhio, e a tutto un fraseggio goliardico e casereccio.
Lesivo nei confronti di altri.
Ma nessuno, al suo interno, pare rilevare queste eccessive incongruenze.
Un macroscopico paradosso.
I sottintendimenti del decano e la ferocia rozza, stemperata in elementare ironia di stampo bossiano di chi, invece, provocatoriamente commenta sugli attributi.
Riferimenti velenosi, atti a colpire persone reali, e non nickname.
In evidente antitesi con l'etica di sinistra di cui quel blog si fa portavoce.
Marilena
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