Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

venerdì 25 aprile 2014

Un piccolo "non luogo" privato, ove si può spadroneggiare

 INQUIETUDINI
 Mi sono presa una pausa dal Blog.
Ho esplorato Face Book.
Mi sono iscritta a un gruppo.
Alla ricerca di nuovi interessi.
Non ne ho trovati.
In compenso stanno scomparendo anche i vecchi.
Non riesco più a scrivere.
Dilaga il mio pessimismo esistenziale a cui, però, non voglio ancora del tutto arrendermi.
Marilena
  (Diario - Inquietudini 17/02/2014)


Prova a fare una pausa, vedrai che ti verrà la nostalgia di questo piccolo 'non luogo' privato, ove si può spadroneggiare.
Cristiana
(18 febbraio 2014 12:47)

UN PICCOLO "NON LUOGO" PRIVATO, OVE SI  PUO' SPADRONEGGIARE
Immensamente mi piacque questa definizione di cosa è un blog, appunto quel "non luogo" privato, ove si può spadroneggiare.
Sovrani assoluti, talvolta perfino despoti, che il permesso concesso per accedervi è a nostra esclusiva discrezione, così  come liberamente decidiamo dei nostri scritti non subordinati a nessun altro giudizio se non al nostro.
Ovviamente anche in Blogosphere vige un'etica comportamentale, giusta e sacrosanta, seppur  troppo spesso ignorata, (a tal proposito molto scrissi nel passato) ma qui entriamo nel campo della morale   perché una legislazione in materia non esiste, che sarebbe paradossale in un mondo basato sul principio della "libera circolazione delle idee" (abiurando, quindi, la protezione dei copyright a favore del Creative Commons, in nome della condivisione, e del riuso, delle proprie e altrui opere)

 Questo piccolo " non luogo" privato, ove si può spadroneggiare, per alcuni è quel libro che mai sarà pubblicato; confessionale, per altri; brogliaccio di bordo, per viaggiatori all'approdo; lista delle virtù, e delle negligenze, per chi difetta di memoria; ponderosa biografia; pamphlet d'amore, o di rivalsa, per tutti i tipi d'innamorati; je accuse, per gli arrabbiati e gli irriducibili.
E ancora tanto, altro e diverso, per ogni tipo di esigenza, di emozione e d'incanto.

Ed io immensamente amo questo "non luogo" privato, che a mio piacimento percorro in tutta la sua inesplorata vastità, estasiata dalle sue albe vacillanti e dai suoi tramonti squilibrati, da me stessa evocati: un mondo a mia immagine e somiglianza, ma così tanto silenzioso da sembrar deserto.
Così m'è parso, ad un certo punto, di stare a scrivere parole nella sabbia, effimere, che un alito leggerissimo di vento potrebbe all'improvviso cancellare e che nessun altro, oltre me, se ne accorgerebbe.

Un eremo  silenzioso e solitario, questo piccolo "non luogo"privato, dove solo il devoto, o il turista per caso, ne varcano la soglia, accolti dalla solennità dei soffitti, dalle screpolature dei muri e  dall'odore di muschio che permea gli altari, e s'insinua nelle narici con la sua nota selvatica e pungente.
Bisogna per prima cosa abituarsi a quell'odore e solo dopo ci si potrà predisporre, nel modo giusto, all'ammirazione della santità dell'eremita che, solitario per libera scelta, vigila in quel desolato contesto a guardia degli ossari sotterranei e delle reliquie di poco conto, date in concessione dalle chiese maggiori per motivare, di un qualche pretesto, i pellegrini ad intraprendere il viaggio.

lunedì 21 aprile 2014

Un difficile sdoppiamento




Saggio, non svelarsi mai completamente, neppure a se stessi
(Amaranta)

 
Saggio non svelarsi mai completamente neppure a sé stessi: spontaneamente lasciare irrisolto un interrogativo; consapevolmente non sciogliere l'ingarbugliamento di un nodo; scientemente illuminare una zona d'ombra.
Questa salvifica misconoscenza impedirebbe, all'introspettivo penitente di apprestarsi al confessionale con l'intento specifico di dichiarare i peccati del passato e del presente, e con anticipo quelli non ancora commessi, che pur avendo il presentimento di poterli nel futuro perpetrare, non sono stati ancora compiuti.
Per quel che mi riguarda, una confessione preventiva dei reati commessi, e di quelli in pectore, e la smania di espiarli per un senso di giustizia e non per l'assoluzione.
La confessione non impedisce la reiterazione: un circolo vizioso.
Con l'aggravante della consapevolezza a trasformare, il tutto, in un girone infernale.
E non c'è nessuno, più entusiasta del peccatore pentito, che si appresta a confessarli e poi ad espiarli.
Il saio e il cilicio e, sullo sfondo, un rogo ammonitore.
Nella duplice veste di giudice e d'imputato, i verdetti paiono mai abbastanza duri perché permane il dubbio della concessione, ad personam, di una qualche attenuante.

Se la pena inflitta è l'ergastolo  l'unico modo per evadere, sia pur solo mentalmente, è la spettacolarizzazione di se stessi.
Più circoscritto è il perimetro calpestabile più ci si eleva in altezza, con fasto hollywoodiano e abbondanza di effetti speciali.
E l'auspicio di un pubblico vero che faccia la fila al botteghino a decretare il tutto esaurito.
Ed eccoti al centro del palco, rutilante di luce, sicura del copione e della parte che stai rappresentando in quella sceneggiatura che hai scritto in virtù della completa, ed intima, conoscenza di te stessa.
Non ci sono puntini sospensivi, è tutto definito: en plein air.
 Nessun luogo è così luminoso come quella tua cella, simile al microscopico pertugio di un topo, dal cui interno occhieggia, però, con l'occhio unico di un ciclope a circoscrivere il mondo.
Non c'è bisogno di una garitta per dominare i territori conquistati, lo si può fare anche da un pozzo sotterraneo, basta che ci sia lo spazio necessario per manovrare i fili.

Lo scrittore, all'inizio della storia, è incuriosito e affascinato dalla diretta conoscenza dei suoi personaggi, appassionato alle probabilità della trama di cui ne scandaglia ogni possibile risorsa, ma afflitto, prima ancora di giungere all'ultimo capitolo, d'aver preventivamente svelato a se stesso, tutte le incognite.
Per lo scrittore, quindi, non esistono segreti.
Nessuna sorpresa, nessun colpo di scena, nessun batticuore: tutto svelato, organizzato, predisposto all'altrui meraviglia.
Alla ricerca dello stupore smetterà, allora, le vesti dello scrittore per indossare quelle del lettore.
Un difficile cambio di ruolo, al quale dovrebbe predisporsi preventivamente resettato dalla sua essenza di addetto ai lavori, così da non rilevare, con spirito troppo critico, le correzioni, le contraddizioni, gli aggiustamenti, i prevedibili colpi di scena, quelli programmati e quelli di supporto...insomma, quei medesimi artifici a lui noti e da lui stesso attuati.
Predisporsi con l'entusiasmo, spontaneo e benevolo del lettore che, all'oscuro di questi sottili inganni, (sulla pagina vede solo le parole e non le impalcature che le sostengono) pienamente gode della storia nella sua interezza.
Un difficile sdoppiamento
Marilena

sabato 19 aprile 2014

Mia madre era dark

Penso spesso a mia madre
L'immagine di lei, davanti allo specchio: l'incarnato chiaro, la bocca rossa, un cerchietto nei capelli scuri, ed un vestito estivo dalla stravagante fantasia.
Bella ed inaccessibile.
Una eroina di Poe, tragicamente predestinata ad esser sepolta viva.
Un destino poi avverato.

Amava il buio e la penombra.
Parlava della sua morte, imminente e prematura.
Minaccia di suicidio.
Un giorno avrebbe aperto la finestra e spiccato il volo verso il suolo.
A noi, però, aveva vietato d'avvicinarci a finestre e balconi: aveva il terrore di una disgrazia.
Sono vissuta, da bambina, nell'ossessione di questa sua morte preannunciata.
Non stornava gli occhi dalle scene cruente: il sangue non la spaventava, piuttosto sembrava provarne fatale attrazione.
Le sue fiabe...ad incutere spavento per prevenire la nostra bambinesca spavalderia.
Amavo quei momenti di narrazione condivisi nel letto grande, con  la luce fioca dell'abatjour che illuminava ombre invisibili sulle pareti e, oltre la soglia, il rettangolo buio del corridoio.
Il mondo era in quella stanza e nei toni impazienti della sua voce, quando a causa delle nostre intemperanze, interrompeva il racconto minacciando di non terminarlo.
A volte la minaccia s'avverava.
Aspettavo, con ansia e sollievo, i momenti tragici della storia: non sempre c'era il lieto fine perché lei, a sua discrezione, liberamente l'interpretava.
Mai in nessun altro luogo, come in quella stanza, nel letto condiviso con lei e la nidiata dei miei fratelli, mi sono sentita così al sicuro.
Le ombre invisibili, che vigilavano sulle pareti, avrebbero impedito ai fantasmi fluttuanti nel corridoio buio di oltrepassare la soglia.
Perché mia madre, fata e strega, conosceva la formula magica per impedirne l'accesso.
E la formula era segretata nelle parole del racconto.

Mia madre era bella.
Poi l'alzheimer l'ha erosa un pezzettino per volta.
L'ha spolpata, come un boccone prelibato.
Si è cibato di lei.
Perché non fuggisse l'ha seppellita viva nel catafalco del suo corpo, per poterne disporre a suo piacimento.
Un catafalco senza finestre da cui spiccare il volo, sia pure verso il suolo.
L'avrei spinta io, nel vuoto, pur di liberarla dal mostro che la stava vivisezionando.

Un racconto in bianco/rosso/nero, quello della sua vita.
Protagonista di una favola dark.
Perché mia madre era dark.
Le sue ossessioni, così come le sue attrazioni, le sue contraddizioni e le sue enfasi, la sua malinconia congenita come il suo, a volte, troppo irruento protagonismo, sono tutte riconducibili alla poetica dark.
Tragica eroina di un racconto di Allan Poe.
Realistica interprete di un film di Tim Burton.

 Perfettamente la ricordo composta nella bara: i capelli, nonostante gli anni e la malattia, ancora quasi tutti  scuri, le palpebre incollate e la bocca...troppo sottile ed allungata, non era la sua.
Lei aveva belle labbra.
Quella bocca non le apparteneva
Non era lei nella bara.
Purché tutto si concludesse in fretta ho finto che lo fosse.

Oggi sono riuscita, dopo nove mesi dalla sua morte (nove mesi: il tempo di una gestazione) a ricomporla in quella bara nel modo giusto: l'incarnato chiaro, la bocca rossa, un cerchietto nei capelli scuri, e un abito estivo dalla stravagante fantasia.
Su questo fermo immagine l'ho adagiata nel suo letto matrimoniale, le ho posto uno specchio tra le mani, ho acceso l'abatjour e la luce fioca ha resuscitato le ombre invisibili, vigilanti sulle pareti della sua camera, ad impedire ai fantasmi fluttuanti nel corridoio buio di oltrepassare la soglia.

Mia madre ora riposa dove nessun mostro potrà ridestarla con un bacio ingannevole, trascinarla nella sua tana buia e farne scempio.
Bella ed inaccessibile.
 Inviolabile.
Finalmente al sicuro.

Marilena


sabato 12 aprile 2014

Interno giorno

I miei nuovi ritmi esistenziali mi allontanano sempre più dalla realtà dell'antro.
Ogni volta che tento di oltrepassarne la soglia, s'alza un vento forte e contrario che mi risucchia nel suo ingarbugliato vortice, per catapultarmi, senza troppi complimenti, sul pianeta Terra.
Solo il tempo di gettare, attraverso l'esterno dei vetri, una rapida occhiata, per  intravedere la sagoma scheletrica di Iggy appollaiato, come un pappagallo rissoso, sulla spalla di Amaranta, improvvisata governante di una dimora che, altrimenti, cadrebbe in balia dell'anarchia più assoluta.
Ora è lei che ha preso le redini del comando e, come si dice  in gergo, dirige la baracca.
Probabilmente pensa che io sia ancora in viaggio, seppur ben conosce la mia difficoltà ad avventurarmi da sola, fosse pure in una strada adiacente e mai percorsa.
Così, dai vetri capto la fugace visione della mia alter ego che s'aggira per le stanze dell'antro con un cigarillo tra le labbra e con Iggy abbarbicato alla sua spalla, esibito come un trofeo, e felice di esserlo.
L'amore ci rende arrendevoli e gentili.
La ferocia di Iggy, il minuscolo killer affetto da D.O.C, sedata dal profumo insidioso della treccia di Amaranta a cui, teneramente, rimane aggrappato con le tozze dita, a tracciare, nell'intrico dei capelli, caste carezze.

Non necessito di vedere per sapere, che ben conosco i protagonisti, così dal mio momentaneo esilio coatto, nitidamente immagino le successive sequenze: Amaranta spalanca le finestre, Iggy, traumatizzato dall'irrompere improvviso della luce, pur non cede la sua postazione, stoicamente resiste a quella tortura, abbagliato dal sacrificio dell'amore e dalla poesia della sua eterrnità.
Durerà poco questo idilio mattutino, come tutti gli altri di cui sono stata testimone oculare, che la mia alter ego, presa da altre impellenze, vorrà presto alleggerirsi di quel minuscolo fardello che pur le grava sulla spalla, nonostante gli sforzi di Iggy per rendersi incorporeo.
Dapprima ricorrerà all'arte della persuasione, che non sortirà alcun effetto, per diventare, poi,  irriducibilmente decisa.
Allora lui, preda della sindrome dell'abbandono, scalcerà e si ribellerà, ricorrendo in ultimo al fallimentare ricatto dell'autolesione.
Amaranta non se ne lascerà intimorire e, pragmaticamente, lo lascerà sfogare nel suo bugicattolo dove lui, di lì a poco, privo di energie, cadrà in un sonno ristoratore e consolatorio, in cui continuerà a sognare di lei.
Scene già viste.
Scene che vorrei continuare a vedere.

Amaranta spalanca le finestre e la luce inonda le stanze di flebile tepore primaverile.
Dal sottotetto dell'antro, una rondinella abusiva, spicca il volo verso un cielo da cartolina.
Lo stesso cielo di Roma, lontano migliaia di miliardi di parsec.

domenica 6 aprile 2014

Approdi

In questi miei luoghi, da un qualche tempo, c'è aria di abbandono, da quando gli orologi del pianeta, da un dato momento, hanno iniziato a girar le lancette all'impazzata, e il tempo s'è messo a rincorrermi, (e non viceversa, che io volentieri avrei ancora indugiato, fino alla fine dei miei giorni, nel rassicurante tepore della mia collaudata, seppur noiosa, routine esistenziale.
Poi è sbucato questo vento, spavaldo ed irruento che, insinuandosi attraverso fessure e crepe, (che l'antro, da quando lo abito, non ha mai beneficiato d'una sostanziale, quanto necessaria, opera di restauro) scaruffa  i miei capelli e le mie sottane, nel maremoto delle coltri i tendaggi si gonfiano come imponenti vele e l'esile zattera del letto s'invola, direttamente dalla finestra spalancata, verso l'esterno, traslucido e silenzioso, del primo mattino.

Letteralmente è un attraversar lo specchio per ritrovarmi in una dimensione anomala e, di primo acchitto, ostile, con  questo vento che non smette di soffiarmi alle spalle, direzionandomi verso una rotta che potrei pur percorrere ad occhi chiusi, naufraga sonnambula in equilibrio sulle onde.

E, giunta al primo approdo, inizio a dipanare le ore della giornata, che si srotolano, indipendenti dalla mia volontà, preventivamente subordinate ad azioni ampiamente collaudate che non contemplano variazioni di rilievo: una routine ossessiva destinata a ripetersi all'approdo successivo.

 E, tra uno scalo e l'altro, c'è un vuoto di quattro ore da dover trascorrere, in qualche modo, per la strada, che non sempre è possibile rientrare all'antro per sostarvi una striminzita ora e dover poi, subito, ripartire di nuovo, percorrendo a ritroso il medesimo tragitto, ma con più stanchezza addosso.

Così, quando è bel tempo, volentieri sosto su una panchinetta all'interno di un pretenzioso giardinetto prospiciente il mio secondo approdo, dove consumo il mio pasto ed osservo le persone che s'alternano sulle panchine.
Donne, zingari, e qualche studente che ha bigiato la scuola: questi i frequentatori abituali. 

Osservo, da dietro gli occhiali scuri, questo avvicendarsi, cadenzato e quieto, che quando s'alza uno subito si siede un'altro, cosicchè le panchine quasi mai rimangono vuote. E si chiede gentilmente permesso per sedersi alla stessa, mantenendo, quando è possibile, libero un piccolo spazio, non per demarcare una linea di confine ma, piuttosto, un atto di rispetto.

Le donne tendono a sedersi vicino alle altre donne o, se le panchine sono occupate, sulla staccionata, in attesa che si liberi un posto, nel frattempo sciorinando in grembo il contenuto della propria borsa: un panino, una bottiglia d'acqua, un cellulare, un libro.
 Oggetti, e gesti comuni, che raccontano però storie diverse.
A volte ci si scambia un sorriso, una parola, una cortesia: ma tutto rigorosamente circoscritto nel perimetro del giardinetto.
Perchè è al suo interno che si consuma la storia comune che, una volta varcata la cancellata, le strade divergono, smarrendosi verso imponderabili destini.



 Vorrei scusarmi, tramite questo post, di non aver più commentato, se non sporadicamente, i blog che fino a qualche tempo fa,  con interesse sincero, seguivo.
Ciò è dovuto a impegni nuovi di lavoro e alla conseguente, cronica, mancanza di tempo.
Marilena

domenica 30 marzo 2014

Realtà apparente

Se vuoi vivere in una realtà parallela non puoi circoscriverti al semplice ruolo di spettatore.
Per poter trasformare la mera illusione in una realtà apparente devi riuscire a tramutarti in qualcuno che, in quella dimensione, occupa un posto di diritto.
Devi accettare la voce fuori sincrono.
Ed il ventriloquo che te la presta.
Devi credere alla menzogna dei soli raggianti e delle lune fredde che, scorrendo su un fondale dipinto, si alternano in un tempo squilibrato. Programmato sulla dentellatura di una rotella d'orologio. All'interno del meccanismo primitivo di un giocattolo antico.



sabato 29 marzo 2014

Eloisa e Baltimora



Mi racconterai una storia?
Ti racconterò tutte le storie del mondo, quelle già scritte e quelle ancora da scrivere
                                                                                                                                     A Claudia

PREMESSA
La vita, infondo, è un racconto e la sua interpretazione.

BALTIMORA
Mi chiamo Baltimora e sono capitata per caso in questa storia ancora da scrivere e, dal momento che l'autrice non riesce a  trovare un  soggetto che la soddisfi, mi offro come spunto.
La stragrande maggioranza dei lettori ingenuamente coltiva la romantica convinzione che le storie nascano direttamente dalla testa dello scrittore, allo stesso modo di come Zeus partorì Athena, ma non c'è nulla di più falso perchè la letteratura, così come la storia, la filosofia e tutte le altre materie umanistiche, molto spesso trova l'estro nella rivisitazione, in chiave personale, di ciò che altri hanno prima di lui scritto.
E sono i soggetti, cioè  i protagonisti delle storie, a presentarsi agli scrittori, esattamente come ho fatto io.
Ma quasi sempre accade che gli autori, con grande faccia tosta, e senza mostrare alcuna gratitudine, spaccino il soggetto come farina del proprio sacco: l'illuminazione, il colpo di genio, l'idea originale.
Una vecchia storia che si ripete fin dai tempi in cui l'uomo incideva graffiti sulla roccia.
Mi chiamo Baltimora, ed è bastato questo perchè l'autrice, priva d'ispirazione, e alla disperata ricerca di un'idea, immediatamente balzasse come un pupazzo a molla dalla sedia sulla quale giaceva inerte.

ELOISA E BALTIMORA
Mi chiamo Baltimora, perchè così ha voluto mia mamma che mi ha partorita in diretta sul palcoscenico di un piccolo teatro d'essai nella città di Baltimora.
Ovviamente quel parto non rientrava nella sceneggiatura se non fosse che il destino aveva deciso d' anticipare di un paio di mesi, ed in maniera così  plateale, il mio debutto sulla scena  della vita.
Grazie a questa mia precoce performance, la compagnia aveva goduto per la prima, ed unica volta, dell'ebbrezza della notorietà, e così furono tutti d'accordo che mi venisse da subito assegnata una parte.
Perchè io ed Eloisa saremmo state, da subito, inseparabili.
Eloisa e Baltimora.
Eloisa è stata prima di tutto mia madre e solo in seconda istanza la prima donna della compagnia.
E dal momento che era lei, straordinariamente bella e straordinariamente persuasiva, a procacciare gli ingaggi, nessuno della compagnia cercò  mai di sovvertire quest'ordine.

IL DIVINO RUDY
Mio padre non l'ho mai conosciuto ma neppure ne ho sentito troppo acutamente la mancanza
Una volta chiesi a mia madre di rivelarmi almeno il nome e lei rispose, Rodolfo Valentino, ma non chiedermi altro, aggiunse, che non saprei cosa dirti dal momento che tutto si è concluso nell'arco di una notte. Tu non gli somigli affatto, Baltimora, ma nessuno credo possa davvero somigliargli. E questo non è un male perchè i paragoni, il più delle volte, sono impietosi oltrechè ingiustamente crudeli. Accanto a lui avresti brillato di luce riflessa e continuamente ti saresti chiesta se ciò che andavi conquistando era davvero frutto del tuo talento o solo merito del suo cognome, probabilmente avresti trascorso metà della tua vita ad interrogarti e l'altra metà a cercare d'eguagliarlo.
Baltimora, tu sei unica come il tuo nome.

LA DONNA VELATA DI NERO
Ad ogni buon conto, all'epoca in cui si svolse questo dialogo, il divino Rudy era già morto da un po di anni ma non la sua leggenda che continuava  a vivere e ad espandersi.
Mi riusciva difficile pensarlo come mio padre, per lui provavo solo una distaccata curiosità scevra dal rancore ma lontana dall'affetto: un immagine dinamica su un telo cinematografico.
A mia madre, invece, fui sempre grata di non avermi imposto nessun'altro surrogato.

Fu poco dopo la sua morte che ricevetti la visita di una giovane italiana, Irene Negri, che mi mostrò una lettera, una scrittura privata dove, al primo sguardo, e senza ombra di dubbio, riconobbi la grafia ordinata e la firma svolazzante di mia madre che s'impegnava a versare, alla signora Camille Negri, una certa somma di denaro come compenso all'impegno di depositare sulla tomba di Rodolfo Valentino, ogni 23 di Agosto, in  ricorrenza dell'anniversario della sua morte, un sontuoso bouquet di 75 rose di colore rosso vivo, in una tonalità compatta e priva di sfumature.
Camille Negri, mi spiegò la giovane donna, era sua mamma, che non avendo quell'anno ricevuto il consueto, puntualissimo mandato per la commissione, aveva comunque provveduto di sua iniziativa ad ottemperare all'incarico, immaginando che questa defezione non fosse causata una semplice dimenticanza ma, più verosimilmente, da una sopravvenuta impossibilità della signora Eloisa.
Irene precisò che non era lì per esiger denaro ma, piuttosto, per rassicurarla che anche quel 23 di Agosto tutto era stato puntualmente eseguito  nelle modalità stabilite.
Quali erano queste modalità?
Ad ogni anniversario della morte di Rodolfo Valentino, Camille, velata di nero doveva recarsi a depositare un sontuoso fascio di rose rosse sulla sua tomba.
Era Camille Negri, dunque, la misteriosa donna velata di cui si era tentato invano di svelare l'identità.
E quella leggenda era nata da una notte d'amore.
Ora che mia madre era morta spettava a me continuare a perpetrala.
Ogni 23 di Agosto, sempre, ci sarebbe stata una donna velata di nero a deporre sulla tomba di mio padre, Rodolfo Valentino, un fastoso bouquet di rose di colore rosso vivo, in una tonalità compatta e priva di sfumature.

martedì 25 marzo 2014

BOOMSTICK AWARD


 Ma grazie per questo premio, Giò, una sorpresa inaspettata, che mi son ritrovata, lussuosmente impacchettato davanti l'uscio di casa, perchè io, al momento della consegna, ahimè non c'ero.
A saperlo avrei di certo affrettato il ritorno, che è un premio è segno di stima e d'amicizia: una cosa bella,  e vera, tra le tante, brutte e false.

Immensamente mi piace il fatto che il "BOOMSTICK AWARD" non si distribuisce per merito ma, piuttosto, per pretesto: è meraviglioso.
Un pretesto può dar l'avvio ad infinite possibilità che, senza, non si sarebbero mai concepite: ipotesi, storie, cronache e leggende.
Il pretesto è il combustile che alimenta il detonatore dell'entusiasmo: stifnato di piombo e fulminato di mercurio. Da manegggiare, quindi, con assoluta cautela, che lo stifnato e il fulminato, caratteri impetuosi, già al primo timido applauso sono pronti ad esplodere in follie pirtotecniche. Manifestazioni di gioia incontenibile, l'esaltazione di venire premiati unicamente in quanto noi stessi.
Senz'altro motivo.
Senz'altro scopo.

Grazie, Giò :)))

La bellezza ha bisogno delle imperfezioni per esaltarsi: mai chiudere la tenda su un brutto paesaggio.

L'aria ancora fredda del mattino penetra nella stanza e vivifica il risveglio. Non concede attese il freddo, solo reazioni immediate, e così mi butto fuori dal letto per chiudere quella finestra spalancata sul gelo del mattino, efficace terapia d'urto a contrastare l'ottundimento, morbido e tiepido, delle coltri.
La casa è sempre silenziosa a quest'ora.
E' il momento più bello, più intimo ed esaltante, quel momento sospeso, quando ancora tutto deve cominciare: l'ultima stella tardiva si va spegnendo e il primo pigro raggio di sole è ancora lontano a venire.
Si alza il sipario e va in scena il mondo.

Mi siedo davanti la finestra, spettatrice attenta e benevola, che l'esperienza m'ha insegnato che nella solennità dell'allestimento in corso ci sarà di certo una qualche stonatura che, in un dato momento della giornata, si paleserà.
La bellezza ha bisogno delle imperfezioni per esaltarsi.
E' da quel confronto che lei esce vincente.
Sbavature, nei, incongruenze e visibili posticci, strategicamente collocati nelle immediate adiacenze, sono accessori atti a far risaltare le sue lisce patinature, la luce pulita e le ombre morbide, e quella serenità calma che ne scaturisce.
Perché la bellezza ci quieta, ci riempie, ci evolve.
Inchiodandoci alle nostre evidenti imperfezioni, si mostra come alternativa, obiettivo da raggiungere, primato da eguagliare.
La bellezza ci pacifica quanto la bruttezza ci rende combattivi.
Il bello afferma se stesso senza mai troppo sforzo, il brutto, invece, deve imporsi.
E' questa la sua vitale energia.
La bruttezza s'avvale, per emergere, di una volontà potente, nervi scattanti, sensi allertati e mente lucida.

 Mai chiudere le tende su un brutto paesaggio.
Un brutto paesaggio non attira i turisti ma piuttosto i poeti.
I poeti sanno penetrare l'essenza delle cose anche laddove c'è disarmonia e cattivo odore, e apparentemente niente invoglia alla contemplazione.
Il poeta affronta le ragioni della disarmonia, non le evita, come chiunque altro farebbe, con un moto frettoloso di fastidio, quel tirare, appunto, le tende a voler preventivamente ignorare, disconoscere, prender le distanze, su qualcosa che si palesa alieno o in contrasto con i canoni prestabiliti, ma cerca, invece, di comprenderle quelle storture, con benevolenza ed una punta d'ironia.
E alla fine se ne innamora.
E ce ne fa innamorare.

 Un brutto paesaggio non attira i turisti, ma piuttosto i poeti, i fuggitivi e i randagi, gli anacoreti e gli eretici, i disperati e gli appassionati. E gli anarchici.
Facile imbattersi, in questi luoghi così superficialmente disdegnati, in Edgar Allan Poe o Dante Alighieri, e la più ardente, tra le donne: Giovanna D'Arco.

domenica 16 marzo 2014

La Dea



  Ti Amo.
Con questa frase iniziano e terminano tutte le mie lettere.
Nel mezzo la descrizione minuziosa della febbrile esaltazione dei miei sensi e della mia mente, un racconto sboccato e folle, e niente affatto romantico, dell'interpretazione di questo rapporto.
Il  "Ti Amo", iniziale e conclusivo, è l'unico romanticismo che concedo alle mie missive.
Un bilanciamento strategico per render più reale, ed eccitante, il gioco.
 
"Perchè hai tardato a scrivere? Ho atteso la tua lettera come un condannato attende un verdetto di grazia che pur si augura non giunga mai, consapevole che per respirare ho bisogno del nodo scorsoio del tuo cappio"
Eternamente tuo

Lo immagino, stracciare la busta, cavarne il sottile foglio di carta velina ricoperto dai caratteri minuti della mia grafia, intriso dell'odore d'acquamarina del mio pube.
Lo annusa mentre lo stringe tra le mani, caldo e palpitante, piccolo animale lussurioso dal cuore clitorideo.
 
"Quell'animale femmina che nidifica nel tuo monte di venere e dalle cui labbra segrete mi giunge, ossessivo, il suo mistico richiamo. E il suo voluttuoso odore di caverna, inconfondibile ai miei sensi, di cui ho pregno il sesso, le dita e la bocca. E la mente. Così mi concedo alla tua fantasia. Coscientemente mi lascio sodomizzare da quella tua penna descrittiva, che divinamente usi come un pene di femmina a penetrare i miei lombi, già umidi alle tue dita, aperti ed eccitati, pronti a soddisfare i tuoi clandestini desideri.
Eternamente tuo

"Ti Amo".
Con questa frase iniziano e terminano tutte le mie lettere.
L'unico romanticismo che concedo alle mie missive.
Una strategia di gioco.
Al centro, parole nude e palpitanti.
Parole puttane.
Perché anche una dea ama il mascheramento e quanto questo è più lontano dalla sua natura più le procura piacere l'oscuro desiderio che la riplasma con un'essenza carnale e nel gioco sottomessa, quel tanto che basta perché la finzione risulti reale, affinché lei possa assaporare il divino in ciò che è solo umano.