Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

lunedì 23 dicembre 2013

Le apparenze ingannano: Auguri, Blogosphere!



Babbo Natale indossa un abito rosso, deve essere un comunista. 
E una barba e capelli lunghi, deve essere un pacifista. 
Chissà cosa c’è in quella pipa che sta fumando?
(Arlo Guthrie) 

mercoledì 18 dicembre 2013

Ali


 Le ali, quando spuntano, fanno davvero male.
Due piccole ferite nette dietro le spalle, fra le scapole, i solchi in cui s'inseriranno i ventagli alari.
All'inizio ti sembrerà di portare un peso enorme sulle spalle.
Un fardello che ti piega la schiena.
La leggerezza non sempre è come te la immagini.
Ti daranno perfino impaccio muovendosi, talvolta, al ritmo delle tue braccia.
Non sono ali per il volo, ma per l'equilibrio.
E' questa la cosa fondamentale.
Sono ali per aiutarti a non cadere.
A rimanere stabile sulla superficie.

Sentivo sotto i vestiti il solletico delle piume sulla mia pelle.
Una sensazione che mi faceva star bene.
Sorridevo.
E la gente mi guardava con simpatia.
Sorridevo.
E mi trovavano carina.
Accettavo la luce e il buio con naturalezza, senza pormi problemi perchè le mie ali mi davano il giusto equilibrio.
Fino a quando......

Non mostrare mai le tue ali a nessuno, per gli altri sono solo estensioni, immaginarie ed irrazionali, sintomo evidente della tua conclamata farneticazione.
Allora sbarreranno tutte le finestre per paura che tu possa spiccare quel tuo volo, illusorio e mortale.
Così, per preservarti, ti toglieranno il cielo.
E tornerai di nuovo a fissare un muro.

sabato 14 dicembre 2013

Costanza

Finito di correggere il racconto "La strega Elvira, la fata Costanza e i capricci dell'innamoramento non convenzionale" concludo il mio rewind con questo breve dialogo, omaggio a Costanza, che pur s'è rivelata, all'interno della storia, irresistibile stratega: seducente, sensibile e scaltra.

images by Katarina Sokolova


 Ti amo, ma la cosa non ti riguarda
( (Friedrich Holderlin)

CONFIDENZE E DICHIARAZIONI 
Portoghese - Mi trovate ridicolo? -
Costanza - Certo che no -
Portoghese - Lei mi ha in pugno -
Costanza - Talvolta è il destino di chi è innamorato -
Portoghese - Ma lei non mi ama -
Costanza - Non serve essere in due per aver diritto all'amore -
Portoghese - E voi? -
Costanza - Io sono innamorata di voi -
Portoghese - Ma io non vi amo nello stesso modo in cui voi amate me -
Costanza - In qualunque modo mi amate a me sta bene -
Portoghese - Meritereste di più -
Costanza - Forse -
Portoghese - E di questo foglio, di questo suo scritto, cosa ne pensate? -
Costanza - Ha bisogno di voi -
Portoghese - Ma non specifica come, né quando e né perché -
Costanza - Ha bisogno di voi, dovrebbe bastarvi. A me sarebbe sufficiente
Portoghese - Siete incredibile, ed io sono pazzo-
Costanza - Pazzo, ma non noioso. Per questo siete ancora il suo favorito -
Portoghese - Non ambisco ad essere il favorito, ma l'unico -
Costanza - E' questo l'errore in cui s'incappa nelle questioni d'amore: essere il numero uno, il numero unico. Io sò di non esserlo per voi, eppure son qui, cheto la vostra disperazione, vi consolo, v'induco al positivismo.  E' il mio modo d'amarvi, scevro dall'amarezza  di un numero primo -
Portoghese - Vi state facendo beffe di me -
Costanza - Sono assolutamente sincera -
Portoghese - Io non potrò mai amarvi come amo lei -
Costanza - Io non ve l'ho chiesto, nè lo vorrei. Io non sono lei, sono altro ancora. Almeno questo riconoscetemelo -
Portoghese - Siete bellissima e state sprecando tempo con me, potreste avere legioni di spasimanti pronti per voi a qualunque follia -
Costanza - Avete ragione quando dite che ho schiere d'innamorati pronti a far follie, ma torto quando affermate che sto sprecando il mio tempo -
Portoghese - Quindi anche voi inseguite la follia?-
Costanza - La mia follia siete voi -
Portoghese - E i vostri amanti?-
Costanza - Ognuno di loro ambisce ad essere per me il numero uno, il numero unico, allo stesso modo in cui voi aspirate ad esserlo per lei. Nulla di nuovo sotto il sole, amico mio. Come vedete siete in buona compagnia!-
Portoghese - Di nuovo vi burlate di me -
Costanza - Attento, monsieur, quando vi compiangete diventate noioso e lei, come sappiamo, non sopporta la noia e, a dire il vero, neppure io. Ma io vi amo e sono disposta a fare un'eccezione...purché non diventi la regola. Monsieur, avete il  mio permesso di amarmi anche senza amore -

mercoledì 11 dicembre 2013

Numero uno. Numero unico.

Ancora nel campo della matematica, un altro brano estrapolato dal racconto "La strega Elvira, la fata Costanza e i capricci dell'innamoramento non convenzionale". 

images by August Bradley

IL FATTORE X
Il Portoghese non era un novellino da iniziare alle pratiche del sesso che, nella sua burrascosa carriera di dongiovanni ne aveva viste e fatte ed escogitate, anche d'inedite.
Ma puntando arrogantemente solo su stesso, estimandosi numero uno, anzi numero unico, non aveva tenuto in alcun conto che nel calcolo delle probabilità ci potessero essere altri, seppur remoti, numeri uno e numeri  unici.
In barba a tutti i suoi diabolici calcoli matematici, riguardanti la teoria delle possibilità, erano saltati tutti gli algoritmi, cosicchè la casualità si era tramutata in necessità (Elvira) e la necessità aveva generato una nuova casualità (Costanza) che aspirava ad evolversi, in necessità.
Lui rappresentava il fattore X, quello di collegamento, l'innesco della miccia che, senza le dovute accortezze (ed è evidente che egli le ha abbondantemente eluse per via di quella sua eccessiva sicumera) ora rischiava di esplodergli in mano.

NUMERO UNO. NUMERO UNICO
Madame gli aveva rubato l'anima e lo aveva reso assolutamente vulnerabile, follemente innamorato e completamente dipendente da lei.
In questa fase esistenziale, e per lui  nuova, alla stregua di un adolescente inesperto sulla sintomatologia del male che lo stava divorando, si era barricato nella solitaria trappola delle introspezioni, laddove gemmano i sofismi filosofici e dilaga l'ermetismo poetico (materia, quest'ultima, a lui del tutto sconosciuta).
Non era la sua una gelosia di tipo convenzionale, (la disperazione d'immaginare Madame nuda tra le braccia di un altro) ma, piuttosto, la certezza dell'impossibilità di poterla davvero possedere.
Avrebbe accettato, senza alcuna amarezza, l'ipotesi di Madame amante di un altro uomo, o di tutti i maschi del pianeta, a patto che a lui fosse riconosciuto il ruolo di referente prescelto per una correità quasi consanguinea.
Quasi incestuosa.
Ma lui, numero uno, anzi, numero unico, era invece parimenti trattato alla stessa stregua di tutti gli zero, adoratori di Madame.

martedì 10 dicembre 2013

Elvira, Costanza e il Portoghese

Ho estrapolato questo brano da un vecchio racconto che sto ricorreggendo "La strega Elvira, la fata Costanza e i capricci dell'innamoramento non convenzionale" perchè ho trovato divertenti le connessioni tra "La teoria delle probabilità" e le casuali dell'innamoramento, anticonvenzionale o classico, non fa differenza, che quando c'è in gioco il sentimento dell'amore è possibile stravolgere perfino le inconfutabili regole della matematica.



TEORIA DELLE PROBABILITA' - PROBABILISMO ONTICO
Il probabilismo ontico è una teoria ontologica in base alla quale ciò che è necessario rappresenta il massimo delle probabilità e ciò che è casuale il minimo delle probabilità. L'alternanza dialettica necessità/caso si dà quindi in una scala astratta, ma matematicamente controllabile per approssimazione caso per caso con adeguati algoritmi, dove la casualità è l'estrema improbabilità e la necessità l'estrema probabilità.
(da Wikipedia)

LIAISON D'AMOUR
Nel capitolo precedente abbiamo appurato che l'affascinante Portoghese, avventuriero in perenne fuga, è in realtà un matematico, mentre negli abiti seducenti della sensualissima Madame si cela la strega Elvira.
Nessuno è ciò che appare.
Converrebbe, al nostro matematico, prima di un suo maggior coinvolgimento, fornirsi di un buon testo filosofico e ristabilire la differenza tra ontico ed ontologico e, su questa rilettura analizzare, al lume di quella logica matematica che pur non dovrebbe difettargli, la sequenza degli eventi fin qui accaduti, partendo dalla teoria delle probabilità dove, in sunto, si chiosa che ai due estremi della scala matematica troviamo la casualità come fattore dell'improbabilità e la necessità, invece, quale fattore della probabilità.
Ma la divina visione di Madame in guepiere di pizzo nero e l'attimo dopo vestita solo di aggressivi sospiri, gli impedì qualsiasi salvifica valutazione:  l'indifeso ontico, armato solo della spada del suo pene, si stava consegnando, nudo e consenziente, alla meravigliosa creatura ontologica.
Che deliziosa tortura può essere l'amore: più Madame esigeva più lui era disposto a dare.
Lei aveva stravolto ogni regola ed ora lui non voleva più fuggire.
L'avrebbe rincorsa, se fosse stato necessario, in capo al mondo, ululando in ginocchio il suo nome, semmai l'avesse conosciuto, che neppure quel privilegio lei gli aveva concesso.
Madame e le sue voglie, stravaganti, lussuriose, eccitanti.
Nessuna, come lei, aveva saputo ingolosirlo.
Nessuna, come lei, aveva saputo nutrirlo negandogli il cibo.
Arrivava dopo giorni di assenza, e di dannazione per lui, preannunciata dalla scia amara del suo profumo.
Monsieur, j'ai besoin de vous.
Null'altro.
Ma questo gli bastava per tornare a vivere.

L'INCOGNITA
Eppure la meravigliosa creatura ontologica sarebbe riuscita a travolgere, con la potenza seducente del suo buio allure, tutti gli algoritmi sui quali fino ad allora il Portoghese aveva basato la sua teoria delle probabilità, se non fosse cinicamente accorsa in aiuto della ormai traballante ragione dell'umiliato, disperato ontico, quell'incognita che tutte le tesi possibiliste contemplano come futile ma destabilizzante, matematicamente non controllabile perchè finalizzata solo all'ipotesi di se stessa: Costanza.

martedì 3 dicembre 2013

Squisitamente femminile

 Squisitamente femminili.
Tutte le donne che aveva avuto lo erano state, ma per tutta la vita ne aveva desiderata una sola, l'unica che mai avrebbe potuto avere, la più innocente, la più sensuale, la più squisitamente femminile: sua madre.
Lei, seduta davanti alla specchiera, i capelli scuri sparsi sulle spalle, una bretellina della sottana scivolata lungo il braccio.
Ancora la sua immagine gli sorrideva dallo specchio, in quel modo speciale riservato a lui solo.
Presto si sarebbero stesi, l'uno accanto all'altra, nel lettone, dove lui sarebbe stato avvolto da quel calore buio, dirompente come una febbre.
Allora iniziava a rigirarsi inquieto nel letto, allontanandosi sempre più da quella calamita che pericolosamente lo attirava, alla ricerca di un angolo neutro che gli conciliasse la pace e il sonno.
Inutilmente.
Lei sentiva la sua inquietudine e, con la tenerezza di un gesto noto, tendeva una mano ad accarezzargli la fronte come faceva per farlo addormentare come quando era piccino.
Ora, lui, però,sfuggiva a quella carezza e a quelle dita.
Si allontanava da lei scivolando piano verso la sponda opposta del letto per tracciare quanta più distanza poteva tra loro.
Ma la sensazione di febbre non scompariva, e allora usciva silenziosamente fuori dalle coltri e si chiudeva in bagno.
Il pigiama, leggerissimo, gli premeva addosso come un saio, pesante e ruvido, che gli bruciava la pelle. Impaziente se ne liberava, e così nudo si coricava a terra premendo il ventre contro il freddo del pavimento, cercando di smorzare quel delirio che lo pervadeva.
Sdraiato in terra, la mano serrata sul pene, ancora evocava il calore avvolgente della donna inconsapevole, addormentata col braccio allungato verso il suo cuscino.
Perversamente femminile.
Nessun'altra donna, nel corso della sua vita, aveva saputo esercitare un'attrattiva così potente. E pericolosa.
Aveva dormito in tanti altri letti, avvolto nel morbido calore di nubi bionde, corvine, castane ed anche poi grigie, ma nessuna era stata mai capace di trasmettergli quella insana, terribilmente eccitante, sensazione di gioco dannato.
Nessuna donna, nemmeno la più desiderabile o la più difficile da conquistare, lo aveva messo nella condizione di trovarsi a rotolare nudo sul pavimento per spegnere il fuoco del ventre.
Il buio calore che da sua madre emanava lo aveva, fin da piccino, condizionato ad un futuro di estenuante ricerca di quella perversa, sublime sensazione di malessere, perché come spesso amava ripetere, le sensazioni del paradiso passano tutte attraverso l'inferno.

lunedì 2 dicembre 2013

Realtà estranianti



Giornata razionale e pessimistica, questa verso cui m'avvio, già prospettata nella certezza del deja vu, nonostante, ed invano, abbia cercato fin dalle prime luci dell'alba di renderla appetibile e misteriosa, come un pacchetto regalo ben confezionato e di cui s'ignora il contenuto.
Dal buio ho così materializzato il metafisico pacchetto e l'ho strategicamente collocato sul tavolino del salotto, in bella vista tra gli oggetti usuali, dove però risalta come un ordigno minaccioso.

Ho perso il gusto della sorpresa: capita quando non t'aspetti più niente dalla vita.
Quando smarrirò anche il gusto del gioco sarà davvero la fine.

Detesto il freddo che estrania il corpo sotto innumerevoli strati di lana, che non scalda neppure, che niente può sostituire il calore delle mani e delle labbra.
Giornata no, seppure c'è un tiepido sole, e come avvenuto  in altri tempi, forse di minor disincanto, avrei tentato di riscrivere il tutto con uno di quei giochi illusionistici di cui mi picco esser maestra.
Ma è questo uno di quei giorni in cui la consapevolezza esistenziale è talmente nitida e prevaricante che tutto ciò che è nelle mie possibilità mettere in atto non sortirà alcun risultato anzi, piuttosto, devo sforzarmi di non cedere alla tentazione della messinscena che sortirebbe effetto contrario e disastroso.

Detesto il freddo che mi rallenta e mi ravvoltola su me stessa, alla ricerca di un tepore improbabile, tutto interno, metafisico anche quello, come il pacchetto regalo che campeggia, simile ad un ordigno esplosivo, sul tavolo del salotto, tra le porcellane ed i fiori autunnali.
Marilena

martedì 26 novembre 2013

Chi l'ha vista?


Dal 21 ottobre 2013, non ho più notizie di Rebecca.
Stanca della lunga attesa ha preferito andare incontro da sola al suo destino.
Mi sento terribilmente in colpa d'averla trascurata.
Soprattutto d'averla delusa.
In realtà, Rebecca, non mi ha mai chiesto provvidenziali interventi miracolistici per indirizzare la sua storia verso un destino più a lei congeniale, s'è rivolta a me credendo di trovare un appoggio solidale e, d'altro canto, i miei discorsi l'avevano convinta della mia sincerità d'intenti e della promessa del mio conforto di adulta, offerto e poi disatteso.
Una generosità, la mia, molto aleatoria e corruttibile, se mi son fatta così facilmente distogliere da questo mio proposito, dall'arrivo inatteso di Mr Nativity e della mia biografa, l'Imperatrice Camilla.
E' trascorso un tempo infinito dall'ultimo capitolo della sua storia ( il 17esimo per la precisione) che qui, in Blogosphere, il tempo ha parametri diversi da quelli nostri terrestri, e quello che a noi pare svolgersi in un periodo ancora indefinito, ma nell'altro parallelo già concluso.
L'ho persa e me ne dispero.
Ragazza in gamba, Rebecca, sono sicura che non incorrerà in nessuno di quei pericoli che siamo soliti temere per gli adolescenti e, dal canto mio, sono ansiosa di sapere come si è evoluta la storia, se il padre, calcolatore ed egoista, l'ha avuta vinta sulle figle, costringendo Gemma a far da infermiera alla madre e Rebecca ad andar in sposa al promettente, ma introverso maestro ebanista, Giandomenico Messinese.

Se qualcuno di voi l'ha vista, datemene avviso, che di certo non passa inosservata con quei suoi capelli di fiamma e gli occhi splendidi di giaietto, il passo deciso e quel tenere alto il capo, non per stolida arroganza ma per retaggio di nobiltà di razza.
E quel suo profumo che inebria i sensi con la  fragranza delle mandorle e scalda il sangue con l'entusiasmo della cannella, potrebbe benissimo un giorno, se non corrisposto, spingere un uomo al suicidio.
Come ebbe a constatare Concetto Scalavino la sera che aveva visto il cane di casa masturbarsi con lo stesso veemente entusiasmo di un uomo, davanti la porta socchiusa della stanza da letto della sua figlia minore.

sabato 23 novembre 2013

Considerazioni di una scrittrice autodidatta

Da dove comincio?
Dal mio contenzioso con le virgole, disseminate con abbondanza e generosità, durante l'arco di questi cinque anni in Blogosphere, o dall'uso improprio delle doppie, che tolgo e aggiungo, in ottemperanza al mio dialetto romanesco?
Potrei parlare della mia passione per le lingue, in primis il francese e lo spagnolo, ma anche l'inglese, lingua indispensabile e di servizio, e degli strafalcioni che imbastisco a tal proposito: sono convinta che nessun altro, come un romano, sia capace di modificare, in senso dialettale, le lingue straniere, sia nello scrivere che nel parlare.
Eppure, ad onta di questo deficit, molti dei miei racconti sono ambientati in Spagna o in Francia, con l'arroganza di qualche inciso, sia pur abbastanza elementare (ne "La Marquise Baroque", mi sono spinta, con qualche audacia, ad imbastire periodi più articolati), nelle lingue d'origine, e solo dopo innumerevoli verifiche sui traduttori online, inadeguati, però, alla coerenza delle traduzioni in senso logico.
La Francia degli esistenzialisti, me l'hanno fatta amare Sarte e la De Beauvoir.
Hemingway,  m'ha fatto scoprire la Spagna, quella della generazione perduta.
Tutto questo prima della conoscenza di Garcya Marquez e, in tempi più recenti, di Saramago.
Nei romanzi di Marquez, come in quelli di Isabel Allende, ho ritrovato le atmosfere della mia infanzia, il racconto di una società del sud contadina e stregonesca: la casa dei nonni materni, con i pavimenti di terra battuta e i soffitti altissimi; la grande cucina col camino affumicato e le pentole di rame; le immagini dei santi e i ritratti dei morti, affissi alle pareti e in altarini improvvisati; le persiane socchiuse sui pomeriggi torridi; le processioni, con la statua del patrono portata in spalla, ed io, bambina, nella fila degli angeli, coordinata dalla vecchia maestra del paese, con sulle spalle ali di seta e nelle mani un cestino di petali di fiori; le bancarelle e le giostrine ambulanti, i fuochi d'artificio dirompenti, come lava, dalla bocca di un vulcano.
Il palazzo dei signori del paese, dove mia mamma era andata a servizio; il cimitero, immerso nel verde, con le sue storie di fantasmi; l'eremo di San Michele, dove con lo zio andavamo in visita al frate che lo abitava, per dividere con lui la freschezza di una fetta d'anguria; le chiese barocche e le donne col capo velato di pizzo; il bosco, dove la nonna andava a cogliere fascine di legna che trasportava, poi, in bilico sulla testa; il cortile dei vicini dove il latte ci veniva munto direttamente dalla mucca, che veniva bollito, e poi fatto raffredare sul davanzale della finestra; l'odore fragrante dell'orto che il nonno coltivava, e quello intenso dei fiori, che s'insinuavano clandestini dai vetri spalancati; il profumo del caffè corretto all'anice e il colore d'ametista del rosolio; le irruzioni notturne dei pipistrelli, con noi bambini che cacciavamo, ridendo e gridando, la testa sotto le lenzuola, per non farci succhiare il sangue da quei vampiri in miniatura.
Ho avuto da bambina la fortuna di abitare, come nel racconto dell'Allende, "la casa degli spiriti".
Colombia, Portogallo, Perù e Campania: le stesse genti, gli stessi riti e le stesse leggende.
Adoro il sud del mondo.

Non ho voluto studiare, (la giustificazione è che non reggevo lo stress degli esami) mi sono fermata alla terza media, confesso quindi una cultura nozionistica e molto personale, consapevole che la sensibilità, la passione e la buona volontà, non possono sostituirsi alla conoscenza della materia, che si acquisisce solo attraverso lo studio approfondito.
E'  soprattutto la mia consapevolezza di  lettrice, vorace ed appassionata, a rendermi cosciente dei limiti e delle contraddizioni della mia scrittura, e questo di certo mi pone al riparo da irriguardosi sogni di "grandeur" a vantaggio di una mia più veritiera biografia.
La consapevolezza della mia dimensione mi aiuta ad essere davvero me stessa, quel bello e quel brutto che all'interno covo, qui trova la sua sintesi in tempo reale e senza l'ausilio di un canovaccio.
Direi senza rete.
E già questo la dice lunga sul mio modus operandi, naif e anarchico, entusiastico e dilettantesco,  assolutamente coerente con quel mio aspirare alla perfezione senza avere, però, la pazienza di perseguirla.
Così lo spazio del mio blog riesce a soddisfare il mio innato bisogno di scrivere, avendo anche la conferma di un qualche visitatore che si sofferma a leggere.
E questo m'appaga e mi ripaga del tempo passato a cercare l'aggettivo perfetto e il verbo giusto, a  falcidiare virgole e apporre punti, ricompattare, o scompagnare, le doppie abusive, comporre e scomporre all'infinito una frase, invertendo i fattori grammaticali per verificare la correttezza di una traduzione.

giovedì 21 novembre 2013

Idealizzazioni e astruserie su un mondo che in realtà non esiste


 Stamani mi son svegliata male (mi capita spesso, ultimamente)
Male non significa di umore cattivo, ma instabile, che è peggio.
Mi sono destata in bilico su due mondi, col piede destro poggiato sulla Terra e il sinistro su Blogosphere.
Al centro c'è il cratere di un vulcano colmo d'acqua, dove ci nuotano le sirene e qualche pesce fuori rotta.
Un grande catino a cielo aperto.
Se mi sbilancio, anche solo di un passo, ci potrei cadere dentro, e non so nuotare.
Affogherei di sicuro perché le sirene sono di quella specie che non praticano salvataggi, e i pesci... questi  pesci qui  hanno troppo da fare a ritrovare  la rotta e salvare se stessi.
Eppoi, si è mai sentito di un pesce che abbia mai salvato qualcuno?
Forse una balena o un delfino, i tonni li escluderei a priori perchè di natura predatori, anche se noi, erroneamente, siamo propensi a crederli innocui e già inscatolati alla nascita, e così mai ci verrebbe d'immaginarli vagabondi e famelici.
 Però qui la faccenda riguarda pesci piccoli e comuni, tanto stupidi da smarrire l'orientamento e finire in questo grosso catino che si spalanca a dividere (o congiungere?) la Terra e Blogosphere
Bè, fino a ieri ad una storia del genere sarei stata ben disposta a crederci.
Raccontarla perfino.
Fino a poche ore fa tutto era ancora possibile.
Poi c'è stato questo risveglio instabile, che non preclude a nulla di buono, e oltretutto non migliora la situazione il trovarmi in questa posizione scomoda, con le gambe divaricate sui due pianeti, in balia di un vento malandrino che mi solleva la gonna in una malriuscita imitazione di Marilyn Monroe, nella mitica scena del film "Quando la moglie è in vacanza".
Io e lei, in comune, abbiamo solo un'assonanza nei nomi, per il resto siamo storie diverse.
Non avrei mai potuto essere lei seppur mi sarebbe piaciuto, eccome, ma non avrei retto il successo.
Ho perseguito altri obiettivi, per questo Marilyn abita il firmamento di Hollywood ed io, invece, un antro sotterraneo.
Il destino non è mai casualità.

Non ho voglia e nè energie per intraprendere nulla, neppure continuare nella ricostruzione di me stessa, opera incompleta e destinata a rimanere tale, come tutto ciò che mi riguarda.
Straparlo, ma quando sono davvero instabile anche la mia fantasia diventa deleteria, pessimisticamente trasbordante e mai completamente innocua.

Scendo le scale che, dall'armadio della camera da letto, conducono al mio antro.
Mi accoglie il silenzio del primo mattino e l'odore buono del caffè.
Vedo Amaranta, seduta davanti la finestra, fumare un sigaretto Moods ed osservare pensosa lo scialbo panorama, che si disegna desolatamente nitido, nel riquadro dei vetri e nella luce giallina del giorno.

M - Non sono i cigarilli di Mr Nativity?-
A - Li ha dimenticati qui, forse di proposito, per ricordarci che l'odore del diavolo è quello della  liquirizia e non dello zolfo. Vuoi una tazza di caffè? Hai davvero un brutto aspetto -
M -  Forse l'avresti anche tu dopo una lunga serie di notti insonni -
A - No che non l'avrei. E lo sai anche tu! -
M - Dormono ancora tutti? -
A - Tutti chi, Mari? -
M - Lizard, Kilroy, Iggy e BLOG -
A - Ah, ti riferisci a quelli? -
M - Certo che mi riferisco a quelli. Chi altri abita questo posto? -
A - Bah...se ti piace crederlo -
M - Come sarebbe a dire, se mi piace crederlo? -
A - Dico che forse dovresti smetterla con questa storia dell'antro e lasciarmi finalmente libera. M'annoio perchè qui non accade mai niente di eccitante -
M - E dove vorresti andare? -
A - Nella mente di qualcun altro -
M - Davvero lo vorresti? -
A - Eddai non prendertela a male, un cambiamento a volte s'impone. Sarebbe positivo anche per te. -
M - Non aggiungere altro se non vuoi essere cancellata all'istante -
A - T'informo che starò via qualche giorno, e non farne, come al solito, un dramma -
M - E dov'è che andresti? -
A - Los Angeles, baby, a formalizzare la conoscenza con un tipo niente male conosciuto su FB -
M - Su FB? Ma tu sei la mia alter ego, materialmente non esisti e quindi non puoi disporre di un account -
A -  Ma non hai affermato, qualche istante fa, che l'antro è reale? Allora anch'io lo sono, e non vedo perchè non potrei, al pari di te, accedere a FB e con maggiore diritto, in virtù della mia doppia cittadinanza, in Blogosphere e sulla Terra. -