Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

mercoledì 13 luglio 2022

Il Faro di Zion (cap. 6)


 DUE GIORNI DOPO
A seguire il carro funebre c’era solo padre Casadio a bordo del suo motorino, ma quando aveva visto Marisol ferma al semaforo, al capo opposto della strada, con una spericolata inversione di marcia la raggiunse e la fece salire. «Dove diavolo siete finiti tutti! Sono due giorni che vi cerco. Dove sono Dj e Joe?». Era arrabbiato e non si curava di nasconderlo.

«Staranno via per un tempo imprecisato. È una storia incredibile, zio Ernesto, impossibile da immaginare vera».

«Se devo credere ai miracoli potrei anche credere alla tua storia» le rispose Padre Casadio ironico, ingranando la marcia e sorpassando il carro funebre.

«Diserti il funerale?».

«No, precedo il carro al cimitero, così abbiamo modo di parlare».

«Sono le esequie del Vecchio che beffeggiava la morte?».

«Si, anche quella è una storia davvero incredibile, non trovi?».

«E dove sono i suoi parenti?».

«Non è venuto nessuno. Prima di morire ha cambiato il testamento e ha lasciato tutto a “La Casa dei Ragazzi”, ed ora quelli minacciano di farmi causa per circonvenzione d’incapace».
Dopo aver parcheggiato il motorino davanti al cancello del cimitero, guidò la ragazza verso uno spiazzo fiorito dove era scavata una buca. «Mentre aspettiamo il suo arrivo, qui sulla soglia della sua ultima casa, raccontami questa tua incredibile storia» la esortò, sedendosi sul bordo di un muretto.

Marisol sciorinò il suo racconto con dovizia di particolari e facendo attenzione a non omettere, ma neppure enfatizzare, nulla.
Il prete l’ascoltò fino alla fine senza mai interromperla.

«…ma Heracles ha detto che se Joe andava via anche lui se ne sarebbe andato, e così Joe è rimasto» concluse il suo racconto Marisol attendendo un commento sulla vicenda, ma padre Casadio era rimasto in silenzio.

«Non dici niente, zio Ernesto? Lo sapevo che non mi avresti creduta». C’era una punta di delusione nella sua voce. «Continuerai a non credermi anche se ti dico che ti ho visto, attraverso uno specchio del Faro, giocare a briscola con il Vecchio? Potrei descriverti la stanza nel dettaglio, ma immagino che non mi crederesti comunque».

Per un istante lui l’aveva guardata perplesso. «Sinceramente, Marisol, riusciresti a credere a questa storia raccontata da un altro?».

«No. Ma pure è vera. E anche se Cornelius mi aveva avvertita che nessuno mi avrebbe creduta avevo sperato che almeno tu lo avresti fatto». Rispose, senza cercare di dissimulare la delusione nella sua voce.

«A volte capita che davanti a qualcosa di brutto o inaccettabile, la nostra mente metta in atto strategie per rimuovere il ricordo dell’accaduto, sostituendolo con realtà fittizie che alla fine crediamo vere per non soccombere alla disperazione. Questa tua storia, Marisol, non è vera, è solo un’allucinazione autoindotta e sostitutiva di una realtà che forse per te è impossibile d’accettare». C’erano tenerezza e fervore nelle parole di padre Casadio. E tristezza. «Prendere atto della realtà può essere terribilmente doloroso ma necessario per la nostra stessa salvezza. Fai uno sforzo, Marisol, perché tu sola sai dove sono Dj e Joe. Aiutami a ritrovarli». Non era una richiesta la sua, ma una supplica

«Dj e Joe sono nel futuro remoto». Marisol asserì, guardandolo negli occhi.

DUE MESI DOPO
Il Suv Ferrari di Magnum era stato ritrovato nei pressi degli stabilimenti “Primo Sole”, ma di Dj e Joe Licantropo non v’era traccia, nonostante quel tratto di mare fosse stato accuratamente scandagliato dai sommozzatori. Erano come scomparsi nel nulla. Magnum, che li aveva denunciati per il furto della sua auto, ora era indagato per la loro sparizione. Il video, diventato virale, della scazzottata tra lui, Dj e Licantropo, e le molte testimonianze sui loro cattivi rapporti e sulle pressioni esercitate da Magnum affinché Dj si dimettesse da “Radio Evelina”, lo avevano catapultato in cima alla lista dei sospetti e costretto a pagare il silenzio dei due killer che avevano minacciato di recapitare alla polizia la registrazione dove lui ordinava loro d’impartire a Dj una lezione indimenticabile.

«La tua voce inconfondibile equivale ad una confessione» lo avevano irriso, umiliandolo nel suo punto più debole

Marisol aveva convinto Luna a ritornare a casa e sottoporsi ad un programma per la riabilitazione nutrizionale e a disintossicarsi dalle droghe. Dopo un paio di settimane Luna era di nuovo fuggita a Milano. Marisol aveva provato a recuperarla una seconda, una terza ed una quarta volta, ma inutilmente. Il fallimento dei tentativi per salvare la sorella, l’assenza di Dj e Joe e l’impossibilità di avere loro notizie, il polverone sollevato dalla loro scomparsa, e la frustrazione di non poter raccontare la sua versione della storia a cui nessuno avrebbe creduto, l’avrebbero di nuovo spinta nel baratro della depressione se padre Casadio non l’avesse convinta a convogliare le sue energie in qualcosa di utile e positivo, come la sua partecipazione nella gestione de “La Casa Dei Ragazzi”.

Padre Casadio, dal canto suo, dopo reiterati e vani tentativi di avere da Marisol una versione più credibile sulla scomparsa di Dj e Joe, ed ottenendo da lei sempre lo stesso racconto e in ultimo solo il silenzio, s’era rassegnato ad un’attesa passiva, confidando per la prima volta in vita sua in un miracolo, che li restituisse alla loro vita e al suo affetto.

«Fallo per me ed anche per lui». Quel “lui”, a cui si riferiva, era Enrico Berlinguer, al quale “La Casa Dei Ragazzi” era intitolata. Il prete costretto a letto dopo una caduta dal motorino, glielo aveva chiesto con gli occhi umidi e velati dei vecchi. Dopo l’incidente, ma sarebbe più vero dire dopo la scomparsa di Dj e Joe, i suoi movimenti e i suoi riflessi s’erano fatti più lenti e il tremore alle mani sempre più incontrollabile, e Marisol non aveva potuto dirgli di no. Era anche accaduto che i parenti del Vecchio che aveva lasciato la sua ingente eredità a “la Casa Dei Ragazzi” gli avevano intentato causa accusandolo di circonvenzione d’incapace, così era toccato a lei occuparsi, in sua vece, di quello che si preannunciava essere un processo senza esclusioni di colpi, insieme al giovane avvocato delegato a rappresentarli, Michele Morandi, che nella sua infanzia era stato ospite de “La Casa Dei Ragazzi”.

Crisi conclamata per “Radio Evelina”: in calo di ascoltatori e di sponsor, avrebbe nel breve chiuso i battenti. Il vecchio Giulio Cesare Boschi, presa definitiva conferma delle tendenze fascistoidi del figlio e per impedire che l’emittente si trasformasse in un megafono delle destre più eversive, gliene aveva perfino vietato l’accesso. Inoltre i considerevoli ammanchi nella cassa di famiglia lo avevano indotto a mettergli alle costole un investigatore, scoprendo così il ricatto a cui da tempo soggiaceva. L’investigatore aveva anche accertato che in realtà non esisteva alcuna registrazione incriminatoria, cosicché l’accusa dei due ricattatori, non supportata da nessuna prova, si sarebbe ritorta contro di loro come tentativo d’intimidazione.
«Vi consiglio di sparire, ricordandovi che Giulio Cesare Boschi vanta le amicizie giuste nei posti giusti» li aveva ammoniti, e non aveva dovuto ripetere la minaccia perché i due balordi s’erano eclissati all’istante.

Ma ancor più duro era stato Giulio Cesare Boschi con il figlio che aveva estromesso dal patrimonio di famiglia: «Se ti piace spendere i soldi, impara prima a guadagnarli, iniziando dalla gavetta. Ad ogni modo dovrai risarcirmi della somma che ti sei fatto estorcere da quei due delinquenti».

sabato 9 luglio 2022

Il Faro di Zion (cap. 5)


 

HERACLES. E LA STANZA DEGLI SPECCHI
«Voglio mostrarvi una cosa. Seguitemi» Cornelius li condusse davanti la porta chiusa del corridoio di sinistra, prese una chiave del tutto identica alle altre che pendevano dal moschettone legato alla sua cintura, e aprì la serratura.
Su una parete del piccolo ingresso che immetteva in una stanza più grande campeggiava in nero e a caratteri macro la scritta “Temet Nosce”.
La stanza, avvolta da un bagliore ialino era tappezzata da una miriade di specchi che vicendevolmente si riflettevano, ingrandendo o rimpicciolendo, duplicando o spezzando gli spazi e le figure, in un fantastico gioco di prisma.

«È la stanza più particolare che io abbia mai visto!» esclamò Marisol incantata, mirandosi negli specchi che la mostravano gigantessa o pigmea, tonda come una balena o sottile come una giraffa, duplicata o recisa, «così posso scegliere chi essere!».

«La forma e la dimensione non cambiano la sostanza: qualunque sia la tua immagine negli specchi sarai sempre tu» precisò Cornelius.

«A me piaci come sei, Marisol» affermò Licantropo davanti ad uno specchio che lo rifletteva in una sequenza multipla «siamo in troppi». Inquieto, era retrocesso di alcuni passi.

«Questa è la stanza degli specchi, ovvero “della conoscenza”. È il cuore del Faro di Zion, così come la stanza degli orologi, ovvero “del tempo” ne è la memoria».

Con una mano Cornelius sfiorò la superficie di uno specchio e nel riquadro apparve il Faro, una torre cilindrica bianca a strisce nere dalla cui ogiva centrale lampeggiava, ad intermittenza, un’intensa luce gialla ad illuminare il paesaggio spettrale degli stabilimenti “Primo Sole”. A riprova che non si trattava di un semplice fotogramma, ma che tutto era vero e stava avvenendo in tempo reale, inquadrato in primo piano c’era il Suv Ferrari di Magnum, sul cui cofano era ritto un pappagallo gigantesco, alto circa un metro e munito di un becco enorme, adunco.

«Lui è Heracles Squawkzilla, il mio assistente, specializzato nello smantellamento delle automobili» lo presentò Cornelius.

«Coooosa?». A quell’affermazione Dj era sobbalzato: «Quella macchina non è nostra e se qualcuno la distrugge il proprietario poi distruggerà noi».

«Tranquillo, era una battuta!». Cornelius rise, rassicurandolo con una pacca sulle spalle.

«Humor nero. E fuori luogo» ribatté Dj tirando un sospiro di sollievo.

«Da dove proviene Heracles?» chiese Marisol ammirando le dimensioni e il piumaggio dai colori di bosco del pappagallo.

«Dalla preistoria, esattamente dal primo Micene, 16/19 milioni di anni fa. È nativo della Nuova Zelanda, ma da quello che mi è dato sapere vive da sempre qui, nel Faro, col ruolo di assistente».

«Forte!». Joe allungò una mano per toccare l’immagine del pappagallo e d’improvviso lo specchio lo risucchiò al suo interno.

Dj, d’impulso, aveva cercato di seguirlo, ma Cornelius lo fermò: «Accidenti, Heracles ha dimenticato di disinserire il cronotopo dalla porta geodetica, ma state tranquilli che al vostro amico non accadrà nulla che non debba accadergli. O almeno nulla di quello che non è stato previsto».

Marisol, come una furia, gli si avventò contro: «Cosa diavolo significa che non accadrà nulla che non debba accadergli? Basta con i rebus e le magie, lo tiri subito fuori di lì!».

Alla sua collera Cornelius contrappose un sorriso e sfiorando con una mano la superficie dello specchio visualizzò Joe ed Heracles intenti a chiacchierare come vecchi amici. «Heracles è poliglotta» spiegò, beandosi del loro stupore. «Voglio mostrarvi ancora qualcosa». E nello specchio apparve Luna che sfilava in passerella. Luna che inalava cocaina. Luna che si cacciava due dita in gola per vomitare. Sfumata quella sequenza apparve il faccione barbuto di Magnum mentre brigava con due loschi figuri vestiti di nero. Dalla tasca del giubbotto di uno dei due faceva capolino il calcio di una pistola. Prima che si accomiatassero lui aveva porto loro una busta rigonfia.

 
«Non è il mio mondo che dovete temere, ma il vostro» commentò amaramente Cornelius. Poi nello specchio si materializzò padre Casadio al capezzale del Vecchio che beffeggiava la morte. Gli eredi stizziti di quella sua dipartita a puntate avevano deciso di attendere a casa la notizia dell’avvenuto decesso, e così il prete ed il moribondo ingannavano l’attesa giocando a briscola, sfacciatamente barando per imbrogliare la morte. «Ma pure, nel vostro mondo, c’è ancora del buono» concluse con un sorriso.

«Non sapevo nulla di quello che stava accadendo a Luna!». Marisol s’era interrotta sopraffatta dall’angoscia, ma dopo un attimo di silenzio e ricacciando indietro le lacrime, confessò: «No… non è del tutto vero… ho avuto paura di indagare i suoi silenzi e le sue reticenze e l’ho lasciata sola in balia di sé stessa».

«Ora però sai.» disse in tono dolce Cornelius.
Lei assentì drizzando le spalle in un moto di ritrovato orgoglio.

«In quanto a Magnum...». La frase era diretta a Dj.

«L’ho sottovalutato» ammise lui «ma anche adesso che l’ho visto all’opera mi riesce difficile credere che abbia davvero assoldato dei sicari».

«Credo che tu debba prendere atto dei suoi propositi e agire di conseguenza. Ad ogni modo conoscere le sue intenzioni ti darà molti punti di vantaggio».

L’immagine del prete e del Vecchio era stata, nel frattempo, sostituita da quella di Joe ed Heracles alle prese con un frisbee che Joe lanciava alla lunga distanza e il pappagallo, un eccellente corridore a compensare la sua disabilità al volo, inseguiva ed afferrava col suo solido becco.


«Vanno molto d’accordo quei due, tenendo conto che Heracles non ha un carattere facile» commentò Cornelius divertito.

«Se per questo neppure Joe ha un bel carattere». La nota arancione nella voce di Marisol vibrava di tenerezza.

«Cornelius, perché tutto questo interesse nei nostri riguardi? E non le sarà di certo sfuggita la sua incredibile somiglianza con padre Casadio. Ci deve qualche spiegazione, non crede?».

In tono pacato, ma deciso, Dj esigeva chiarimenti.

Cornelius assentì con un cenno del capo, e sfiorando con la mano il centro dello specchio, attivò l’invisibile porta geodetica e Joe ed Heracles, con ancora il frisbee nel becco, furono catapultati nella stanza.

«Maledizione, Cornelius» inveì Heracles sputando il frisbee a terra e massaggiandosi un’ala, «per poco non ci rimettevo l’osso del collo». Premurosamente il pappagallo si sincerò sulle condizioni di Licantropo: «Stai bene, Joe?». Aveva la stessa voce umorale dello chef Gordon Ramsay.

«Tutto ok,amico» lo rassicurò Joe riconquistando la posizione eretta.

Ignorando il tono stizzito con cui Heracles s’era rivolto a lui, Cornelius amabilmente lo presentò ufficialmente ai suoi ospiti: «Marisol e Dj, ho il piacere di presentarvi Heracles Squawkzilla, il mio prezioso e insostituibile assistente».

«Bla bla bla bla» gli fece eco il pappagallo «non cercare di blandirmi col miele delle parole dopo aver attentato alla mia vita». Nello stesso tono ammonì Marisol che non riusciva a staccargli gli occhi di dosso: «E tu smettila di fissarmi! Non hai mai visto un pappagallo?». E senza attendere risposta raccattò col becco il frisbee e poi con un’ala sfiorò lo specchio, ma prima di sparire al suo interno si rivolse a Licantropo: «Ti aspetto fuori per terminare la partita».

«Puoi contarci, amico» rispose Joe alzando il pollice.

IL FARO DI ZION AL CENTRO DEL MULTIVERSO
Uscito Heracles, Cornelius aveva preso la parola: «Dj mi ha chiesto se ho notato la mia straordinaria somiglianza con padre Casadio: impossibile non vedere che siamo due gocce d’acqua… o magari anche tre». Toccò uno specchio materializzando l’immagine di un uomo identico a lui e a padre Casadio, vestito con caffettano rosso scuro, sullo sfondo di un paesaggio alieno. «Ma di un altro me sono certo che ne esista anche un quarto». Apparve un altro Cornelius che beatamente dormiva su un’amaca. «Sto per presentarvi il quinto me» preannunciò davanti al primo piano di un uomo alticcio e in disordine, con i denti guasti, gli occhi pesti e il naso alla Depardieu, «ma la molteplicità degli alter ego nel Multiverso non riguarda solo me». Specchio dopo specchio, Cornelius aveva dato vita ad un variegato carosello di Marisol, di Dj e di Joe Licantropo. «Trovate qualche somiglianza con voi stessi?» domandò loro divertito, «ognuno di noi vanta ben dodici gemelli, così quanti sono i pianeti del Multiverso. Il solo a non averne è Heracles, esemplare unico, compensato, però, da dodici vite».

«E nessuno di loro sa di avere undici gemelli?» chiese Dj sbalordito.

«Qualcuno forse lo immagina o lo spera. Ma le possibilità di un vis a vis sono remote quanto la distanza che ci separa, così grande che il numero di chilometri ha più cifre di quante sono le particelle dell’Universo conosciuto. Il Faro di Zion, fino ad oggi, ha rilevato dodici universi popolati e il loro insieme ha dato origine al Multiverso al cui centro si trova appunto l’Isola di Zion col suo Faro, la caverna cosmica dove la memoria degli uomini non è affidata ai graffiti ma racchiusa negli specchi: la più grande banca dati del Multiverso».

«Ma noi perché siamo qui? Che ruolo abbiamo in tutto questo?». La domanda di Dj, rimasta sospesa tutto quel tempo, era stata finalmente formulata.

«Una parte estremamente importante. E la scelta non è stata affatto casuale dal momento che si tratta del prossimo Guardiano, il mio successore, che deve possedere doti specifiche, straordinarie. Ed ho individuato in Dj, il prescelto: altruista, generoso, coraggioso, positivo, privo di pregiudizi: mente e cuore aperti».

Le parole di Cornelius furono accolte da un silenzio stupefatto.

«E se non accettassi?» domandò Dj sotto choc per quella proposta inaspettata.

«Pillola azzurra, fine della storia: domani ti sveglierai in camera tua, e crederai a quello che vorrai». rispose Cornelius serio, ma l’attimo dopo scoppiò a ridere: «Ovviamente scherzo! Non ti verrebbe praticato alcun lavaggio del cervello per il semplice fatto che nessuno crederebbe al tuo racconto». Poi, guardandolo negli occhi e sorridendogli comprensivo, ribadì: «Nessuna coercizione, Dj, perché il tuo sì alla mia proposta dovrà essere libero e consapevole».

«Non può pretendere questo!». C’era smarrimento e collera nella voce di Marisol.

«Glielo sto chiedendo e non imponendo».

«Se Dj resta, resto anch’io!» esclamò Licantropo. Poi rivolto a Cornelius, in tono accusatorio: «Avevi detto che eri nostro amico».

«E lo sono, Joe, sinceramente e profondamente. Sono consapevole di star chiedendo a Dj di fare una scelta estrema, ma quello che gli offro in cambio è un’avventura fantastica che solo a pochi eletti è dato di vivere. Anch’io…».

Marisol lo interruppe bruscamente: «Una vita solitaria da trascorrere rintanati in questo Faro a spiare negli specchi le esistenze degli altri non mi sembra così entusiasmante».

Cornelius rise di cuore: «Al contrario, Marisol, è una vita straordinariamente ricca di relazioni e di scoperte, avendo la possibilità di viaggiare nel tempo e nello spazio e di usufruire della meravigliosa ospitalità dell’Isola di Zion».

«Ma a cosa serve tutta questa conoscenza se non è condivisa, se è confinata nella banca dati del Faro?». La domanda di Dj era risuonata sferzante come lo schiocco di una frusta.

«Ti sei mai chiesto perché esistono tante voci verbali per raccontare il passato, che è unico, mentre esiste un solo tempo per ipotizzare gli infiniti futuri? Bisogna partire da questo interrogativo linguistico per avere la visione, a largo spettro, della complessità della missione del Faro di Zion. Dodici mondi diversi, quelli fino ad oggi scoperti, generati da una bolla atomica o da un Big Bang così come dal respiro di un dio o da qualsiasi altra ipotesi di nascita, distanti una cifra inconcepibile di anni luce e destinati per i prossimi millenni a rimanere ancora sconosciuti gli uni agli altri, ma nel frattempo rafforzandosi ognuno nella convinzione di essere il solo padrone dell’universo. La nostra missione è di osservare, studiare e documentare il cammino dei popoli del Multiverso verso quel futuro remoto quando prenderanno atto delle reciproche esistenze, ma non possiamo influire, condizionare o modificare le loro scelte. Se il Faro è l’osservatorio delle realtà parallele, l’Isola di Zion ne è il naturale laboratorio. Ai Guardiani del Faro provenienti come me da altri pianeti, al termine della missione, viene concessa la cittadinanza onoraria e la possibilità di stabilirsi a Zion, insegnare nella sua Università per condividere la propria preziosa esperienza, o ricoprire cariche di rilievo, mentre coloro che decidono di ritornare a casa possono liberamente farlo senza sottoscrivere alcun vincolo del silenzio, per il motivo che nessuno crederebbe al loro racconto. Ma ci sono anche quelli, come il vostro Philip Dick, il silveriano Ubky Hrit Morgane, Kannika Orryymar di Atreide, (tra i guardiani ci sono anche donne) che hanno trasposto in letteratura questa loro esperienza suggerendo scenari inediti e mostrando nuovi orizzonti, e spargendo in questo modo il seme primevo della conoscenza».

«Philip Dick è stato un Guardiano?» Dj e Joe, appassionati di science fiction, erano scattati all’unisono.

«Uno dei migliori, perfino» confermò Cornelius con un largo sorriso.

Marisol, di proposito, intervenne a gamba tesa ad infrangere quell’atmosfera insidiosa di complicità maschile: «Che Philip Dick sia stato un Guardiano lo asserisce lei, Cornelius, senza per altro produrre alcuna prova». Poi, rivolta ai suoi due amici, esclamò allargando le braccia: «E voi ci credete!».

«Non c’è da arrabbiarsi, Marisol, siamo semplicemente rimasti meravigliati da questa rivelazione» disse in tono conciliante Joe. 

«Perché non dovremmo credergli? L’orologio Dalì, il Faro, Heracles, gli specchi: è tutto vero. E se noi siamo qui perché non potrebbe esserci stato anche Phil Dick?». Il ragionamento di Dj fu interrotto da Joe che gli mostrò uno specchio che rimandava le immagini di un giovane Dick seduto allo stesso tavolo dove Cornelius aveva loro servito il tè, e poi, en plein air, mentre giocava a frisbee con Heracles, e ancora, intento a scrivere, seduto sulla soglia del Faro.

«È sufficiente come testimonianza del soggiorno di Dick a Zion?». Non c’era ironia nella voce di Cornelius, ma solo una lieve impazienza.

«Se per ipotesi accettassi, cosa accadrebbe?».

La domanda gettò Marisol nello scoramento: «Max…non starai dicendo sul serio, vero?».

«Ho detto per ipotesi» ribadì lui con dolcezza.

«Per ipotesi rimango anch’io» tagliò corto, Joe.

«Ci sarà un periodo di apprendistato dove io ti introdurrò alle dinamiche e ai segreti del Faro e alla conoscenza del codice etico che regolamenta il tutto. Heracles completerà i miei insegnamenti» rispose Cornelius.

sabato 2 luglio 2022

Il Faro di Zion (cap. 4)


 

PIPPO & TOPOLINO
Dj, Joe e Marisol, s’erano dati appuntamento alle 16,30 del pomeriggio al litorale “Primo Sole”, un tratto di spiaggia riarsa e deserta dove vigeva da molto tempo il divieto di balneazione in attesa di una bonifica promessa e mai realizzata, il luogo ideale per sperimentare senza altri spettatori le peculiarità dell’orologio Dalì, ammesso che il riferimento delle lancette fosse per le cinque di sera e non di mattina. E ammesso che l’intuizione di Joe fosse giusta. Ad ogni modo lo avrebbero appurato presto.

Lungo il tragitto Dj e Joe s’erano imbattuti in Magnum alla guida del suo Suv Ferrari con accanto una bruna, con la quale discuteva animatamente. Appena li aveva visti, però, aveva inchiodato in mezzo alla strada e dopo un’inversione da codice penale li aveva inseguiti e intrappolati contro un muro. Solo allora s’erano accorti che la bruna era Evelina, la sorella maggiore di Magnum.

Prima che i due scendessero dal Suv, Dj aveva avvertito Licantropo: «Joe, fammi il favore, cerca di restare calmo qualunque cosa dica o faccia quello stronzo di Magnum, o arriveremo tardi all’appuntamento delle cinque.»

Ma Joe neppure lo aveva ascoltato, poiché i suoi sensi, soprattutto quello della vista, era stati calamitati dall’apparizione di Evelina inguainata in un abito rosso senza spalline che pareva cucito sulla sua pelle allo scopo di mostrare, piuttosto che coprire, le sue forme esplosive. Sotto la cascata di capelli bruni spiccava la bocca sensualissima laccata di un rosso brillante, mentre il resto del volto era in ombra, celato da occhiali da sole oversize.

All’apparizione di Evelina, Joe era rimasto immobile, quasi senza respirare, e leggermente tremava: le forti emozioni lo rendevano catatonico.

«Ciao, Eve. Ciao, Carlo.» li salutò Dj in tono disinvolto, cercando di non far trasparire l’ansia per quel contrattempo.

«Ciao, Dj» rispose lei in tono amichevole e con uno spiccato accento romagnolo, prima che Magnum, in maniera arbitraria, si riprendesse l’intera scena, calando su di lui e letteralmente schiacciandolo contro il muro.

«Dobbiamo parlare!» gli intimò con la voce impastata di collera.

«Possiamo farlo più tardi? Non prenderla come una mancanza di rispetto Carlo, ma ho promesso a padre Casadio di accompagnare Joe all’ambulatorio per prendere le medicine: ha un aspetto che non mi piace ». disse mentendo, indicando Joe, come paralizzato, perso nella visione di Evelina.

Magnum si voltò a guardarlo, per poi sogghignare: «Ma davvero? Quello psicopatico ha la bava alla bocca, e da come guarda Eve a me pare piuttosto che vorrebbe farsela. E comunque anche con lui ho un grosso conto in sospeso». Il tono, che voleva essere minaccioso, era solamente irascibile.

«Sei proprio uno stronzo, Carlo » si intromise Evelina «io, invece, lo trovo carino. Stralunato, ma carino: somiglia a quel personaggio della Disney… Pippo, l’amico di Topolino. Sì, gli somiglia proprio» concluse, facendo un giro esplorativo intono a Licantropo che, immobile, la seguiva con gli occhi.

Magnum scoppiò in una gran risata: «È vero, tu e il tuo compare sembrate proprio Pippo e Topolino!».

Dj ignorò la battuta, preoccupato della piega che Eve stava dando alla faccenda.

«Lascialo stare, Eve, per il tuo bene» l’avvertì «perché quando è in questo stato può avere reazioni imprevedibili. Carlo ne sa qualcosa».

«Cazzo dici? Cosa dovrei sapere?» sibilò Magnum toccandosi istintivamente il cerotto sul sopracciglio destro sotto cui languiva la ferita infertagli da Licantropo durante la scazzottata.

«Ora, però, dobbiamo proprio andare ragazzi. Parliamo un’altra volta» disse Dj conciliante, tentando di smarcarsi dalla presa di Magnum.

«E invece non andrete da nessuna parte» lo incalzò il gigante, stringendolo ancor di più nel suo angolo.

Ma quando Evelina propose a Joe: «Che ne dici se lasciamo questi due discutere dei loro affari e noi ce ne andiamo a fare un giro in macchina?» tentò il tutto per tutto e cogliendoli di sorpresa con uno scarto acrobatico riuscì a liberarsi dalla presa di Magnum, afferrare Joe, spingerlo nel Suv, mettere in moto e partire a gran velocità verso il lido “Primo Sole”, senza però dimenticarsi, lungo il tragitto, di far ingerire a Licantropo l’antipsicotico che avrebbe contribuito a stabilizzarlo: «Pillola rossa o pillola blu?» gli aveva chiesto parafrasando le battute di Matrix, il loro film cult. «Pillola azzurra, fine della storia: domani ti sveglierai in camera tua, e crederai a quello che vorrai. Pillola rossa, resti nel paese delle meraviglie, e vedrai quant'è profonda la tana del bianconiglio».

«Rossa» rispose Licantropo senza alcuna esitazione, inghiottendo l’anonima pastiglia bianca che Dj gli aveva porto.

NELLA TANA DEL BIANCONIGLIO
Quando Marisol aveva visto il Suv Ferrari di Magnum parcheggiare nel luogo stabilito per l’incontro s’era istintivamente ritratta, ma poi quando vide scenderne Dj uscì allo scoperto investendolo con una raffica di domande: «Dove t’eri cacciato? Perché hai il Suv di Magnum? E Joe dov’è?».

In quello stesso momento, Licantropo, frastornato e traballante, scese dall’auto e con voce incerta farfugliò: «Andiamo a scoprire la tana del bianconiglio».

«Max, di quale tana sta parlando Joe? Che storia è questa?» chiese lei preoccupata, mentre la nota arancione della sua voce vibrava verso il rosso.

«Te la racconto dopo, ora non c’è tempo. Che ore sono?» domandò Dj cavandosi di tasca l’orologio Dalì.

«Un minuto alle cinque».

Dj mise in bella vista l’orologio sul palmo della mano e si posero in attesa.

Allo scoccare delle cinque l’orologio Dalì aveva leggermente vibrato e poi s’era fatto incandescente. L’attimo dopo ci fu l’esplosione. Quando riaprirono gli occhi i tre si trovarono avvolti da una coltre di fumo, mentre dalle onde altissime, scure e oleose che avanzavano verso riva s'era levata minacciosa una colonna d'acqua simile a un fungo atomico, che man mano che procedeva, però, perdeva di potenza, fino a disgregarsi in un fuoco d'artificio di scintille d'acqua. Nello spazio nettato dalle scorie dell'esplosione s'era materializzata una torre cilindrica bianca spruzzata di nero, dalla cui sommità emanava una luce ampia e scintillante. La porta era aperta.

«Un faro!» esclamarono all'unisono Marisol e Dj.

«La tana del bianconiglio» disse Licantropo, pronto a varcare la soglia.

«Joe… fermati… dove stai andando?» urlò Dj.

«A vedere quanto è profonda la tana del bianconiglio. Ho preso la pillola rossa, ricordi?».

«Non hai preso nessuna pillola rossa, quella era solo una delle tue pasticche». E a convalidare la sua affermazione Dj trasse dalla tasca il blister degli antipsicotici. «E sono bianche!» sbottò esasperato.
Ma Licantropo era già oltre la soglia e a loro non restava altro che seguirlo
.

CORNELIUS. E LA STANZA DEGLI OROLOGI
Nell’ ingresso una scala a chiocciola bifida si snodava verso l’alto disgiungendosi in due pianerottoli opposti, in ognuno dei quali c’era una porta. Nel corridoio di sinistra la porta era chiusa, in quello di destra, invece, era aperta e mostrava l’interno di una stanza arredata come uno straordinario bazar, con strumenti di misurazione del tempo di ogni tipo ed epoca: clessidre e meridiani, candele orarie, pendoli, orologi astronomici e meccanici, da tavolo, da polso e da taschino, con molla a spirale, elettrici, al quarzo, atomici, e cronometri marini. Al centro della sala una tavola apparecchiata, dove Licantropo comodamente seduto sorseggiava un tè e piacevolmente conversava con uno sconosciuto identico in tutto e per tutto a padre Casadio, dal quale differiva solo per i capelli, più lunghi e raccolti in un codino, e per la foggia egocentrica degli occhiali, in sella, però, allo stesso nasone alla Depardieu.

«Accomodatevi, ragazzi, vi stavamo aspettando. Permettete che mi presenti: Cornelius, Guardiano del Faro di Zion. Gradite una tazza di tè?» domandò l’uomo, cordiale. Anche la voce era identica a quella di padre Casadio. Con premura aveva aggiunto due seggiole alla tavola. «Non abbiamo altro a bordo, anche se il tè risulta essere la bevanda più in uso in tutte le latitudini e longitudini».

«Il tè va benissimo, grazie» rispose Marisol dando una leggera gomitata a Dj per richiamare la sua attenzione al tatuaggio sul dorso della mano di Cornelius, raffigurante un coniglio bianco.

«Credo che tu abbia qualcosa che appartiene a questo luogo e che dovresti restituirmi» disse Cornelius, porgendo a Dj una tazzina di tè fumante. «La sua missione l’ha espletata, vi ha condotti qui, è ora che torni al suo posto» e indicò uno spazio vuoto tra un vezzoso orologino da donna ed uno robusto da soldato.

«Dunque tutta la messinscena è stata opera sua? E a quale scopo?». Diffidente, Dj, restituì l’orologio Dalì a Cornelius che, con estrema cura, lo ricollocò al suo posto.

«Domande lecite a cui, prima ancora che una risposta, occorre una premessa: io sono vostro amico».

«Esatto» confermò Joe abbracciandolo commosso.

giovedì 30 giugno 2022

Il Faro di Zion (cap.3)


 

L’OROLOGIO DALI’
Con un solo colpo d’occhio Licantropo aveva intercettato il corpo estraneo nella montagna di oggetti sparsi sul pavimento.

«Questo non è nostro!» esclamò estraendo dal mucchio il quadrante azzurrino e molle, di un orologio privo di cinturino, come quelli dipinti da Salvator Dalì.
Dj prese l’orologio e dopo averlo osservato con curiosità domandò a Joe: «Ne sei davvero certo?».

«Non è nostro!» confermò Licantropo con sicurezza, perché a differenza di Dj, distratto di natura, possedeva una memoria fenomenale. Quel “non è nostro” implicava oltre il suo forte coinvolgimento emotivo, anche la sua dichiarata appartenenza alla casa.

«Dunque, non si è trattato di un furto ma di un lascito» rifletté Dj «ma perché tutto questo casino piuttosto che consegnarmelo personalmente o spedirmelo per posta? E cosa sta a significare?» .
Licantropo, eccitato da quella scoperta di cui aveva il merito, glielo tolse di mano e notate le lancette ferme esclamò: «Neppure funziona!».
Prima che iniziasse a scuoterlo, nella convinzione infantile di attivarne in quel modo il meccanismo, Dj se lo riprese: «Fammi vedere.».
Sul quadrante azzurrino le lancette erano ferme alle ore cinque e il bordo d’acciaio riluceva di riflessi ocra, piccole punte di sole nella stanza in penombra. Un oggetto particolare e misterioso. Inquietante, ma pure a suo modo bello.
Cosa aveva a che fare con lui, però?

In quello stesso momento arrivò padre Casadio: «La porta era solo accostata, può entrare chiunque, dovresti chiamare un fabbro e… e quello cos’è?». S’era interrotto quando Dj aveva fatto oscillare sotto il suo nasone alla Depardieu l’orologio Dalì.

«Un enigma, ecco cos’è! Non sono venuti a rubare ma a lasciare questo. E il motivo non riesco proprio a spiegarmelo».

«Sicuro che non ci fosse già da prima? Magari dimenticato da qualcuno dei tuoi ospiti. Ad ogni modo sarebbe più corretto dire che è la prima volta che lo vedi piuttosto che affermare che non c’è mai stato».

«Prima non c’era. Non è nostro!» si intromise, risentito, Licantropo.

«Puoi mettere in discussione la mia memoria, Don, ma non certo la sua» disse Dj, indicando l'amico e gratificandolo con una pacca sulle spalle, «se Joe dice che prima questo non c’era, puoi starne ben certo».

«Ammettiamo pure che le cose stiano così, che la tua casa sia stata messa a soqquadro inscenando un furto ma in realtà per nascondere questo orologio, fidando sulla tua distrazione, deve trattarsi di qualcuno che ti conosce molto bene e sapeva che non saresti stato in grado d’inventariare le tue cose e quindi non avresti neppure denunciato».

Padre Casadio, perplesso, continuava a rigirarsi l’orologio fra le mani. Poi, colpito da un’illuminazione, disse «Non volevano nasconderlo, ma volevano che tu lo trovassi, e conoscendo la tua cecità verso le cose materiali, hanno fatto in modo che tu ci inciampassi contro».


Dj, seduto sul pavimento a rollarsi una sigaretta, guardò il prete con ammirazione: «Don, il tuo ragionamento non fa una piega. Resta da capire però lo scopo».

«Non lo scopriremo stasera» continuò con un sospiro il prete, «dormiamoci sopra. A proposito di dormire, ci sono un paio di letti liberi a “La Casa Dei Ragazzi”, sarebbe opportuno che tu e Joe questa notte vi trasferiste lì, per evitare altre brutte sorprese, perché con la serratura rotta chiunque può entrare».

«Grazie per l’offerta ma io rimango qui a fare un po’ di ordine, sarei però felice che Joe accettasse».


Licantropo rifiutò: «Resto con Dj, gli faccio compagnia e lo aiuto a sistemare questo casino».

«Sei un gran bravo ragazzo Joe» disse padre Casadio, restituendo l’orologio a Dj che però non lo prese:

«Tienilo tu, Don, almeno fin quando non sarà riparata la serratura».

Il prete fece un cenno d’assenso e se lo infilò in tasca: «Ci vediamo domani, ragazzi».

Sulla soglia, Joe lo fermo: «E’ morto poi il Vecchio?».

«Macché! Pare che abbia sette vite come i gatti!» rispose il prete, ridendo di cuore.

Quella sera la trasmissione di Dj “Il Confessionale” non era andata in onda ma la segreteria telefonica era stata subissata di messaggi per Licantropo: il video della scazzottata con Magnum era diventato virale e nel giro di una manciata di minuti Joe era diventato una stella del web.

IL TEMPO. E LA MEMORIA
Il giorno dopo Marisol, messa al corrente da Dj sulla novità dell’orologio Dalì, li aveva raggiunti a “La Casa Dei Ragazzi” dove, con l’ausilio di padre Casadio, si tentava di venire a capo di quel mistero.
L’orologio era stato passato di mano in mano, da tutti soppesato e valutato in ogni suo particolare. La speranza era quella d’imbattersi in un qualche automatismo, magistralmente mimetizzato, che una volta azionato ne disvelasse il segreto.

«Proviamo ad aprirlo» aveva suggerito Joe in preda ad una sempre più crescente eccitazione.

«Non credo sia una buona idea: corriamo il rischio di manometterlo» lo ammonì padre Casadio, togliendogli con gentilezza l’orologio dalle mani.

«Ma neppure quest’attesa passiva ci sta dando risultati, Don: ormai è palese che il limitarci a fissarlo, o continuare a rigirarcelo tra le mani, non ci svelerà il suo enigma» ribadì Dj perplesso tormentandosi il pizzetto sul mento. «Tu che ne pensi, Marisol?» chiese alla ragazza che era rimasta in tutto quel tempo silenziosa.

«Se deve accadere qualcosa, Max, accadrà nei tempi e nei modi stabiliti dall’autore di questo rompicapo che non avrà di certo lasciato puramente al caso, o all’intuito, la sua soluzione».

Dj la guardò stupito: Marisol era molto più di quello che faceva apparire essere.
Anche padre Casadio aveva assentito al suo ragionamento.

«Quando mi hai parlato di quest’orologio molle, simile a quelli dipinti da Salvator Dalì, sono andata a documentarmi sul loro significato. Dalì diceva che lo scorrere del tempo è cadenzato dal moto degli orologi che oggettivamente pretendono di misurarne la dimensione, ma che tutto questo viene ribaltato dalla memoria umana, un dato non quantificabile né tangibile, che ne stabilisce, invece, la soggettività e di conseguenza la relatività. In poche parole, sono le nostre percezioni, soprattutto quelle dell’inconscio, a misurare la stabilità e la durevolezza al tempo, variabili e diversi per ognuno di noi».

«Vuoi dire che quest’orologio è stato catapultato nella vita di Dj per sollecitare i suoi ricordi riguardo a qualcosa accaduto nel passato?» chiese padre Casadio.

«Non ne sono certa, zio Ernesto. È solo un’ipotesi».

«Plausibile, però» disse il prete pensoso, rivolgendosi poi a Dj: «Non ti viene in mente niente al riguardo?».

«Sto riflettendo, ma non ricordo nulla di così eclatante da giustificare tutto questo».

«Trattandosi però di percezioni soggettive, potrebbe consistere di un episodio marginale per te ma abnorme per altri, per cui, Max, non lambiccarti il cervello: se c’è qualcosa che deve accadere, accadrà, ma non sarai tu a stabilirlo» osservò Marisol, rassicurandolo con la nota arancione della sua voce.

«Accadrà alle cinque». Licantropo, rimasto fino a quel momento silenzioso ad ascoltare discorsi di cui a tratti gli sfuggiva il senso, sorprese tutti con quella sua profezia. «Perché è quella l’ora che segnano le lancette» s’era sentito in dovere di precisare.

«Alle cinque non è successo niente e l’orologio l’ho sempre avuto con me» commentò perplesso padre Casadio.

«Non è accaduto nulla perché l’orologio lo avevi tu, zio Ernesto, e non Max, l’intestatario di questo enigma» spiegò Marisol paziente.

Il prete, scettico, restituì l’orologio a Dj e in tono paterno lo ammonì: «In attesa di questo prodigio cerca di non cacciarti nei guai.»

Il Faro di Zion (cap.2)



 PADRE ERNESTO GUEVARA CASADIO
Padre Ernesto Guevara Casadio, classe 47, prete di strada e comunista (una precisazione, questa, a cui teneva molto) aveva vestito l’abito talare non per fede ma per sfida. Sulla soglia dei settant’anni non aveva ancora deposto le armi, e non solo in senso metaforico, perché la leggenda raccontava che girasse armato di una pistola ereditata dal nonno partigiano e regolarmente denunciata. Licenza accordata nonostante un indizio di Parkinson, perché padre Casadio era a conoscenza di tutti gli scheletri nascosti negli armadi dei suoi concittadini e non si faceva scrupolo di forzare la mano, all’occorrenza, per ottenere quello di cui aveva bisogno. E di solito l’otteneva.

Marisol lo baciò sulla guancia: «Ciao zio Ernesto».
In realtà non erano parenti ma lei amava personalizzare i rapporti con le persone che le piacevano.

«Ehilà Don, come ti butta? È un po’ che non ci si vede» disse Dj salutandolo.

«Mi va sicuramente meglio che a te. Ho saputo dello scasso». Senza troppi preamboli era entrato diritto nell’argomento.

«Le notizie volano in fretta… e non ho neppure denunciato!» ironizzò Dj.

«Ho informatori ai piani più alti». Padre Casadio alzò gli occhi al cielo e poi ridendo indicò Licantropo: «Me lo ha detto Joe. Cos’è questa storia che non sporgerai denuncia?».

«Indagherò per conto mio» rispose Dj, carezzandosi il mento con la mano. «In confidenza, Don, non saprei dire con esattezza, ma nemmeno con approssimazione, cosa manca. Non sono in grado di fare una lista delle mie cose, di quelle prese in prestito e di quelle lasciate da altri, perché col tempo sono diventate tutte un unico amalgama. No… non riuscirei a fare un inventario e stabilire l’appartenenza dell’enorme mucchio di oggetti sparpagliati ora sul pavimento di casa mia».

«E invece dovresti!» intervenne Marisol, «almeno per cautelarti. Magari hanno rubato qualcosa di tuo che poi di proposito verrà lasciato sulla scena di un futuro crimine. E chi pensi che incolperanno?».

«Esattamente!» si intromise Joe, più che altro per compiacere Marisol nella quale nutriva cieca fiducia piuttosto che per contravvenire ai ragionamenti dell’amico.

«Agatha Christie e Sherlock Holmes!» li apostrofò Dj con affettuoso sarcasmo.

«Potrebbe essere una ritorsione per qualcosa detto durante il tuo programma? Pensaci» suggerì padre Casadio.

Lui ci rifletté e poi scosse la testa: «No, a parte un tizio in paranoia che diceva di volersi arruolare nella legione straniera perché ha trovato la sua ragazza a letto con una donna, non c’è stato altro di rilevante».

«Ad ogni buon conto tienimi informato» disse il prete in sella al motorino, pronto a ripartire

Licantropo fece il gesto di salire anche lui ma padre Casadio lo fermò: «Non è il caso che tu venga Joe, vado a somministrare, per la terza volta, l’estrema unzione ad un ottuagenario che all’atto di ungergli la fronte resuscita. Sta tenendo in scacco un manipolo di eredi, uno dei quali, quando lo ha visto schizzare su dal letto, ha avuto un infarto. Sta cercando, e con successo, di spedirli al creatore prima di lui. Riflettendoci, questa potrebbe essere una buona storia per il tuo programma. Magari convinco il moribondo a partecipare ad una tua diretta» disse, strizzando l’occhio a Dj prima d’immettersi nel traffico.


CARLO MAGNO BOSCHI. E RADIO EVELINA.
Quando Carlo Magno Boschi, detto Magnum per via della stazza ciclopica e del nome altisonante, a bordo del suo Suv Ferrari aveva scorto il gruppetto dei tre amici aveva inchiodato proprio al margine del marciapiede dove loro ancora stazionavano e fatto cenno a Dj di avvicinarsi al finestrino.
Marisol, lo salutò mostrandogli il medio, e lui contraccambiò col medesimo gesto.

Uomo di poche parole, Carlo Magno, a causa di una voce chioccia, pigolante, che non corrispondeva alla sua prestanza fisica, e che nei momenti di collera diventava stridula. Consapevole di questa evidente sproporzione tra l’esigua intensità delle sue corde vocali e quel suo fisico da Mangiafuoco, s’era molto esercitato, sotto la guida di un vocal trainer, per compensare questo dislivello ed irrobustire le corde vocali, ma con scarsi risultati, ché quella sua vocina isterica non c’era stato verso di riconvertirla in toni più virili.
Figlio dell’imprenditore Giulio Cesare Boschi, il maggior produttore regionale di macchine agricole, intorno alle cui aziende ruotava gran parte dell’economia della città e dei dintorni, e proprietario di “Radio Evelina” l’emittente per cui lavorava Dj e la cui gestione ultimamente era diventata motivo di contrasto tra l’imprenditore, di anima liberal e coi trascorsi da hippy, e il figlio che mirava, invece, a tramutarla in organo di propaganda per una sua supposta escalation in politica, militando egli in una formazione carbonara di estrema destra che intendeva legittimare per i propri scopi personali e politici.
Occorre specificare che l’emittente prendeva il nome da Evelina, la figlia primogenita dell’imprenditore, una scavezzacollo le cui gesta riempivano le riviste scandalistiche, ma per Magnum, questa titolarità da sempre rappresentava una discriminante: la conclamata preferenza paterna nei riguardi della sorella.
Con due figli siffatti, così diversi da lui e in nessuno dei quali poteva riporre fiducia, l’imprenditore Boschi, che in Dj aveva rivisto se stesso da giovane, gli aveva affidato la conduzione del programma più di successo, e lui non lo aveva deluso e aveva perfino aumentato gli sponsor. La predisposizione del padre verso Dj, che col tempo andava sempre più accreditandosi come il suo possibile successore nella gestione di “Radio Evelina”, aveva fomentato in Magnum gelosie e rancori.


«Ciao, Carlo» lo salutò Dj senza alcun entusiasmo.

«Ho saputo dello scasso» disse a voce bassa, strisciante, e con un sorriso sarcastico Magnum, tamburellando con le dita colme di anelli sul cruscotto dell’auto.

«Hai saputo? E da chi, se non ho ancora denunciato?».

«Qualcuno mi ha riferito». Aveva smesso di tamburellare e senza guardarlo in faccia aveva fatto un gesto circolare e sfumato.

«Magari l’autore stesso del misfatto» ribadì Dj, ironico.

«E come faccio a saperlo?». Il tono della risposta, in contrapposizione al sorriso sghembo, faceva presupporre il contrario.

Dj scosse la testa perplesso: «Perché mi cercavi?».

«Per parlare del futuro del tuo programma che, seppur seguito, alla fine non concretizza nulla, così…».

«Non concretizza nulla?» Dj sorrise sarcastico: «Ti ricordo che i maggiori introiti pubblicitari vengono proprio dal mio programma e, a quanto mi risulta, tuo padre non se ne lamenta affatto, motivo per cui mi ha dato carta bianca sulla sua conduzione. Si chiama rapporto di fiducia. E comunque è a lui che devo renderne conto in quanto proprietario di “Radio Evelina”, non certo a te che da quel che mi risulta non rivesti alcun incarico». Nonostante Dj avesse cercato di mantenere un tono distaccato quell’ultima considerazione, però, era risuonata nitida come una rasoiata, così da richiamare l’attenzione di Joe che già stava precipitandosi verso di lui. Ma Dj, che lo aveva intercettato con la coda dell’occhio, fece cenno a Marisol di fermarlo.

«Non serve che tu vada, Max sa il fatto suo.» lo rassicurò lei, trattenendolo


Joe era rimasto al suo posto senza però distogliere lo sguardo dall’amico, all’erta e pronto ad intervenire se la situazione lo avesse richiesto. Anche Magnum s’era accorto della scena e adottando un tono che avrebbe voluto esser sarcastico ma che invece era risuonato solo stizzito, aveva detto: «Non ti sei ancora stancato di fargli da balia? Frequenti le persone sbagliate, come Sorella Luna, e scommetto che neppure te la scopi. Lesbica o frigida. Quelle come lei…». Ma non aveva terminato la frase che il pugno di Dj, penetrando attraverso lo spazio del finestrino abbassato, s’era abbattuto con precisione da cecchino sulla bocca di Magnum e scatenando la sua reazione, che con violenza aveva aperto lo sportello dell’auto, facendolo cadere a terra.
Stavolta Marisol non trattenne Licantropo che come una furia s’era precipitato in soccorso dell’amico a terra, sopraffatto dalla gragnuola di colpi sferrati alla cieca dall’altro. Lei stessa s’era buttata all’arrembaggio del gigante che scrollandosela di dosso come un ramoscello l’aveva messa subito ko. Ma con Joe, invece, la faccenda s’era rivelata ostica, perché nonostante la sproporzione fisica a favore di Magnum, Licantropo poteva contare sulla durezza del suo corpo esangue e tutt’ossa, che quasi i pugni non li sentiva, e ogni volta che sembrava soccombere schizzava di nuovo su, come una molla, assestando colpi a casaccio, che data la mole dell’avversario quasi sempre andavano a segno.

Nel frattempo una folla s’era radunata per assistere a quel curioso match, più spettacolo da circo che da ring, inneggiando e ridendo, facendo il tifo e filmando la scena coi cellulari, senza che nessuno materialmente ponesse fine a quella rissa da saltimbanchi dove Magnum, con buone probabilità, sarebbe capitolato per stanchezza se Dj, una volta riavutosi, non fosse intervenuto a bloccare Licantropo che, arroccato su se stesso continuava a menar fendenti come una collaudata macchina da guerra.
In ultimo era giunta una pattuglia della polizia che li aveva caricati tutti a bordo e portati al commissariato, passando però prima per il pronto soccorso.
Ma neppure in quel frangente Dj aveva denunciato lo scasso del suo appartamento.

mercoledì 29 giugno 2022

Il Faro di Zion (cap.1)

 


DJ, INGEGNO MASSIMO

‘fanculo!
Tutto ha inizio con un vaffanculo urlato con rabbia in una stanza completamente sottosopra, da un gigante di medie dimensioni. Ammetto che la definizione “gigante di medie dimensioni” può apparire un controsenso, ma pure, vi garantisco, che se vi fosse dato vederlo converreste con me che gli calza a pennello, perché in Massimo Ingegno (questo il suo nome registrato all’anagrafe) in arte Dj Ingegno Massimo, conduttore di successo di “Radio Evelina”, nonostante la modesta altezza di 1,72 in lui tutto svetta verso l’alto in spessore aereo. Iniziando dalla capigliatura, un intrigo rasta, trasbordante ed espansivo, che trova il suo apice sulla sommità del capo dove gli spezzoni nodosi delle ciocche diramano spavaldi verso i quattro punti cardinali.


‘fanculo!
Aveva urlato Dj sferrando un calcio all’unica sedia rimasta in piedi che, dopo averla scaraventata a terra aveva tirato di nuovo su per sedersi a guardare la stanza oltraggiata, con una lenta occhiata circolare, scuotendo la testa e rollandosi una sigaretta. Mancava niente… mancava tutto… forse… perché in realtà non gli era mai importato di considerare proprietà privata le sue cose e ancor meno quella stanza, porto di mare per amici e conoscenti. Parenti no, di quelli non ne aveva, e a dir la verità, a causa del continuo sovraffollamento di quei pochi metri quadrati, non ne sentiva affatto la mancanza.


JOE LICANTROPO
‘fanculo.
Stavolta Dj l’aveva pronunciato senza rabbia, facendosi strada in lui il sospetto che tutto quello sfacelo fosse opera di Joe Licantropo in uno dei suoi momenti di dissociazione dalla realtà, per poi dopo non ricordare nulla. Non era violento di natura Joe, ma a causa delle sue paranoie faceva spesso danni. Nessuna intenzione di dolo ma gli partiva l’embolo e lui diventava qualcun altro: un licantropo, appunto. Che in realtà con la bestiaccia satanica Joe (nome di battesimo, Giuseppe Nanni) non aveva niente da spartire, se non i canini vagamente vampireschi e gli occhi da randagio, orlati di rosso.
Dj voleva bene a Joe ma cominciava a non farcela più troppo a tollerare quelle sue disconnessioni che da qualche tempo succedevano con frequenza. Sulla soglia dei trent’anni s’era ritrovato a ricoprire il ruolo di padre putativo di un figlio anche lui trentenne, e per di più affetto da un disturbo dissociativo dell’identità. Ad ogni modo che quella fosse opera di Joe non poteva esserne certo, anche se Licantropo era sempre il primo indiziato ogni volta che accadeva qualcosa. Sospetto colpevole e mai sospetto innocente. Povero, vecchio Joe. E forse era proprio questo uno dei motivi per cui gli voleva così bene e tollerava le sue stranezze.
Ma se non era opera sua, allora di chi?
Dj rifletteva camminando nella stanza, concentrato su un ipotetico identikit e facendo attenzione a non inciampare negli oggetti disseminati sul pavimento. Più tardi, o tutt’al più l’indomani, avrebbe rimesso in ordine. Non era il disordine a disturbarlo, a quello c’era abituato ed era elemento naturale nella sua vita, ma quanto il motivo da cui era originata tutta quella violenza, comunque non avrebbe sporto denuncia perché al commissariato gli avrebbero chiesto di stilare un elenco degli oggetti mancanti e lui non avrebbe saputo dire quali. In quella sua casa aperta le cose che sparivano venivano rimpiazzate da altre, magari di genere diverso. A lui non importava, lo trovava perfino divertente, una specie di caccia al tesoro, ma era certo che al commissariato avrebbero giudicato alquanto discutibile quella sua filosofia esistenziale così come le sue amicizie, tra cui Joe, che per via dei suoi trascorsi e della sua patologia sarebbe stato considerato sospetto. Forse, l’unico sospetto.
Avrebbe chiesto a lui e gli avrebbe creduto, perché Joe non sapeva mentire.

‘fanculo
Aveva ripetuto sulla soglia frugandosi le tasche alla ricerca delle chiavi, ma realizzando che non gli servivano perché la serratura era stata scassinata. 


SORELLA LUNA
Sceso in strada, Dj aveva individuato la sagoma allampanata di Licantropo e quella ad anfora di Sorella Luna, venirgli incontro a passo spedito.
Joe somigliava a Pippo, il personaggio antropomorfo della Disney, al pari di lui dinoccolato e goffo, ingenuo e irrazionale in maniera disarmante. Eppure tra loro era nata una grande amicizia, patologica, come l’aveva definita con molta ironia Sorella Luna, all’anagrafe Marisol Calzolari, sorella minore di Luna la ragazza più bella di Iperbole, (ridente cittadina romagnola che non ce l’aveva fatta a diventare una seconda Rimini), e della quale era considerata l’escrescenza siamese, ma senza minimamente somigliarle, ché mentre Luna era slanciata e diafana, luminosa già alla distanza come l’astro da cui aveva preso il nome, Marisol, invece, era poco definita, in ombra, e con qualche chilo di troppo. Quella sua costante presenza al suo fianco le aveva fruttato il soprannome di “Sorella Luna”, e di quel nomignolo ne aveva intimamente sofferto come la conferma dell’assenza di una propria identità, che era diventata poi invisibilità quando Luna s’era trasferita a Milano per tentare la carriera di top model. Così, per essere visibile, aveva azzardato pericolosi esperimenti per somigliarle. Sul baratro dell’anoressia era riuscita a fare un passo indietro grazie soprattutto all’aiuto di padre Ernesto Guevara Casadio, un prete di strada operante nell’ambito del disagio giovanile. A “La Casa dei Ragazzi”, la struttura che lui gestiva, Marisol aveva conosciuto Dj e Joe: i suoi amici del cuore.


DJ, JOE LICANTROPO E SORELLA LUNA
Dj s’era seduto ad attenderli sugli scalini dell’ex casa del popolo “Enrico Berlinguer” riconvertita in casa d’accoglienza per ragazzi in difficoltà. Sulla facciata la dicitura “Casa Del Popolo” era stata sostituita con “Casa Dei Ragazzi” ma il nome di Berlinguer era rimasto per volere di padre Ernesto Guevara Casadio, ché nella sua personale hit Berlinguer era da sempre saldamente insediato al secondo posto subito dopo la band dei Nomadi e prima di Gesù Cristo.

«Ehilà, Dj» lo salutò Joe con un largo sorriso, sedendosi sullo scalino dietro di lui.

«Ciao, Max» disse Marisol con una nota arancione nella voce, baciandolo su una guancia. Era l’unica a chiamarlo Max

«Qualcuno oggi è entrato nel mio appartamento e lo ha messo a soqquadro». Breve pausa per far metabolizzare a Joe la notizia, e poi guardandolo negli occhi: «Ne sai qualcosa? Non è che tu per caso ti trovassi da quelle parti?».
In sua vece rispose Marisol: «Joe è stato con me tutto il giorno».
«Non sono stato io» confermò Joe in tono lamentoso. E poi, aggressivo: «Non sono stato io!».

«Ok, amico non sei stato tu. Tranquillo, non ti sto accusando di nulla. Ma anche se fossi stato tu non mi sarebbe importato. Lo sai vero, che non mi sarebbe importato? È già successo, ricordi? E non ho mai fatto un dramma per la casa sotto sopra».

«Joe sta prendendo le medicine» ribadì Marisol, sperando così di porre fine alla faccenda.

«Prendo le medicine. Non sono stato io» le fece eco Joe, accigliato.

«Sono molto orgoglioso di te. Dammi il cinque». Dj si girò per battere il cinque.

«Dunque hai trovato l’appartamento sotto sopra». Non era una domanda quella di Marisol, ma un riprendere l’argomento.

Dj, intento a rollare una sigaretta, assentì col capo.

«Cosa hanno rubato?».

«Cosa vuoi che ne sappia! Non ho fatto l’inventario» rispose lui scrollando le spalle e offrendole la sigaretta appena confezionata.

«Dovresti sporgere denuncia».

«Denunciare? La verità è che non saprei dire cosa hanno rubato. Sono estremamente carente in fatto di organizzazione domestica». Dj aveva confezionato una sigaretta anche per Joe e gliela aveva porta: «Tieni amico».

«Potresti almeno denunciare lo scasso, come misura cautelativa» suggerì lei.

Dj scosse il capo in segno di diniego: «Al commissariato farebbero comunque domande. No, meglio soprassedere. Svolgerò qualche indagine per conto mio». Poi voltandosi verso Joe annunciò: «Amico, sei ufficialmente arruolato nella squadra investigativa».

«Non sono stato io. Prendo le medicine». Licantropo, tagliato fuori dalla conversazione, era rimasto ancora a quel punto.

«Lo so. Per questo ti voglio in squadra, e conto sulla tua collab…».

Ma già lui non l’ascoltava più che all’orizzonte aveva intravisto padre Casadio a bordo del suo motorino e si sbracciava per manifestargli la sua presenza, chiamandolo a gran voce: «Padre Guevara. Padre Guevara» andava ripetendo come un mantra quel nome precipitandosi in strada e correndo a perdifiato verso lo scooter, schivando miracolosamente le auto da cui partivano insulti e strombazzate di clacson. Il prete, quando lo vide lo prese a bordo.

domenica 27 febbraio 2022

Nazzareno/Banderas, l'intruso in Chicago Blues (Caccia all'uomo)


«
Hai ventiquattro ore, da questo momento, per sistemare la faccenda. Non un minuto di più.»
Mi aveva intimato Jack Randazzo prima di andar via, ed io, conoscendolo nel profondo (l'immagine tramandata ai lettori del tirapiedi di Vito Lo Cascio, corrisponde solo in piccola parte alla realtà perché, come ho già esplicitato nel capitolo precedente, Jack è uno psicopatico manifesto, ma per esigenze del racconto è stato epurato delle sue caratteristiche più compromettenti) l'ho preso in parola e senza porre indugi mi sono subito messa al lavoro. Dopo aver silenziato il cellulare e sprangata la porta di casa, mi sono seduta alla scrivania munita di un grosso thermos del caffè e di un pacchetto di Chesterfield Blue, che giaceva da tempo immemore  nel fondo di un cassetto (sono una ex fumatrice ormai da decenni), poeticamente conservato, in caso di apocalisse, come ultimo peccato e ultimo conforto. E cos'altro è la minaccia di Jack se non il suo preannuncio?

Da dove inizio? Mi sono chiesta accingendomi a sfogliare le pagine del romanzo, consapevole di non avere un tempo illimitato e quindi di non poterlo rileggere dal primo capitolo.
Da quale varco del racconto, Nazzareno/Banderas, si è intrufolato? Mnemonicamente ho iniziato a vagliare i vari passaggi del racconto, immaginando che il primo contatto tra Nazzareno/Banderas e Paddy O'Reilly, verosimilmente doveva essere avvenuto in un luogo molto affollato, dove l'approccio è più facile ed immediato, e non desta troppi sospetti. Basandomi su questa ipotesi ho da subito escluso tutti quei capitoli dove Paddy non viene mai tirato in ballo, ed anche quelli dove la scena è circoscritta a lui e ai personaggi principali. Questa considerazione mi ha permesso di scartare dalla ricerca anche determinate, location come la palestra di Sam e il "Blues Serenade", luoghi aperti al pubblico ma controllati dai tirapiedi di Vito Lo Cascio. Così non mi è rimasto che esplorare gli spazi esterni, quelli che per le esigenze della trama avevamo gremito di anonimi figuranti, senza volto e senza storia, letteralmente presi dalla strada. Questa selezione mi ha permesso a restringere il campo a soli quattro capitoli: "L'Assemblea" (cap. 33);" Incontro In City Hall"(cap. 39); "L'Agguato" (cap. 41); "Sweet Home Chicago" (cap. 47).
Da subito escludo "L'Agguato" perché credo sia impossibile per Nazzareno/Banderas, dai tratti fortemente latini e l'accento marchigiano, (anche se qualche somiglianza ce l'ha con Farrel Montero, uno dei capi dell'I.R.A in territorio americano, ma giuro che è del tutto casuale), potersi mimetizzare con gli uomini dell'I.R.A , preposti a portare in salvo in Irlanda, Paddy O'Reilly. Ma elimino anche "Sweet Home Chicago" e l'ipotesi che possa essersi intrufolato nella folla dei giornalisti che accolgono Paddy, autore dell'acclamato, seppur controverso, best seller "Chicago Blues" all'uscita dell'aeroporto, o tra quelli che l'indomani gremiscono, per la sua conferenza stampa, la sala del Drake Hotel, perché su tutti vigila come un mastino Hetta Delaney, la sua agente negli U.S.A.

Febbrilmente mi predispongo ad una full immersion tra le pagine de "L'Assemblea": l'aula gremita all'inverosimile, voci che si sovrappongono; il fumo delle sigarette e dei sigari è tutt'uno con quello delle parole; applausi e fischi; qualche battuta volgare che vorrebbe essere ironica (ma qui, d'altronde sono tutti uomini...) Intercetto Paddy O'Reilly, seduto sul palco dietro il tavolo dei rappresentanti sindacali, un po' defilato, ma dell'intruso, Nazzareno/Banderas, neppure l'ombra. Inizio ad innervosirmi. Guardo l'orologio e al posto delle lancette si materializza la minacciosa canna della Colt 1911 di Jack Randazzo. E così mi precipito a setacciare il capitolo 39 "Incontro in City Hall". Bla bla bla bla bla...anche qui non si fa altro che parlare e allora mi concentro sulle presenze ma soprattutto sulle assenze, dato che di Banderas e O'Reilly, non rilevo alcuna traccia. Niente che mi conduca a loro, almeno fino a pagina 288 dove, nella spaziatura che indica un scambio di scena c'è un vuoto temporale, forse il varco attraverso cui l'intruso si è infiltrato nella trama.
Cito testualmente da pagina 288, in questo inizio di dialogo tra il segretario Soundstrom e Hoffman, il sindacalista avversato da Paddy.

«Mi pare che manchi qualcuno», disse il segretario Soundstrom aprendo la riunione del direttivo sindacale.
Hoffman si guardò in giro.
«Si, ha ragione, manca quell'irlandese, O'Reilly».

Bingo!

Anche se non ho la più pallida idea di dove Paddy si sia cacciato, in compagnia di chi, però, potrei darlo per certo!

continua...

domenica 13 febbraio 2022

Nazzareno/Banderas, l'intruso, in "Chicago Blues" (L'antefatto)


 «Mi è giunta voce che lo conosci. Dov'è? Vito Lo Cascio lo sta cercando!» Jack Randazzo sibila minaccioso nel mio orecchio, sbattendomi sotto gli occhi la fotografia di Nazzareno Banderas.»
«Ti hanno informato male, l'ho visto una sola volta e non ho la più pallida idea di dove sia.» Controbatto, spostando la sua manaccia e cercando di non mostrarmi intimorita anche se, invece, ho una fottuta paura, perché io ed Angelo  Fabbri, in "Chicago Blues" abbiamo sottaciuto che Jack è un soggetto borderline.

In realtà, per quel che ci riguarda, è stata una scelta forzata, davanti alla sua minaccia di finire in fondo al Tevere con i piedi incatramati in due casse piene di cemento, la stessa tecnica usata per far fuori i due stupratori di Tina   (cap 16 "Up The River")  cosicché entrambi saremmo stati disposti a giurare, e spergiurare, che quel losco figuro fosse l'aiutante di camera del Papa anziché il braccio destro di Don Vito Lo Cascio.  Anche se, a onor del vero, ad accomunare Sandro Mariotti, l'assistente di Sua Santità, e Jack Randazzo, il tirapiedi di un mafioso, c'è solo la stessa stazza imponente e la mascella volitiva, ché le somiglianze, per fortuna, si fermano qui. Diversi i caratteri; diversi i datori di lavoro; diversa la missione che sono chiamati a svolgere. Soprattutto diversi i loro modus operandi.

Fingo disinvoltura mentre frugo nella borsetta alla ricerca delle chiavi, come se ritenessi la faccenda chiusa, quando quello, con un ghigno, mi spiana sotto il naso una Colt 1911 semiautomatica (realizzo in un lampo che era la pistola  preferita da Al Capone e...come lo so? Bè, per scrivere "Chicago Blues" io e Angelo abbiamo fatto una full immersion nei fatti e misfatti di quel periodo, tenendo conto anche dei gingilli allora in uso) e con un cenno del capo mi fa segno di entrare in casa.

«Cristo, Jack...metti via quell'arma!»
Per tutta risposta lui mi spintona dentro e con un calcio chiude la porta, e senza troppi complimenti mi spinge verso la cucina.
«Posso offrirti un caffè?» Domando conciliante, abbozzando un sorriso che vorrebbe essere seducente ma che mi viene sghembo. Una smorfia per niente attraente.
«Siediti!» Mi ordina indicandomi con la colt la sedia incuneata tra la parete ed il tavolo. Così non ha bisogno neppure di legarmi.
«Non ho molto tempo, Jack, devo andare a lavorare (lavoro in una ditta di pulizie perché almeno ho di che pagare le bollette e la connessione ad Internet, in attesa dei diritti di autore, semmai verranno) e se non mi vedono quelli si preoccupano e mi vengono a cercare. Quindi facciamo presto.» Dico, deglutendo.
Lui tira indietro il capo e scoppia in una fragorosa risata, battendosi le mani sulle cosce: «No so se hai più fantasia o senso dell'humor, piccerè.» Poi, in tono di nuovo minaccioso, aggiunge: «Te lo chiedo per l'ultima volta: dov'è Nazzareno Banderas?»
A questa domanda rispondo irata: «Ti ho già detto che non lo so! Non lo conosco. L'ho visto una sola volta, quando ha accompagnato qui mia madre che si era persa. Devi credermi!»
«Se non lo conosci, spiegami come diavolo è finito nella trama di "Chicago Blues"? Urla, battendo un pugno sul tavolo. «E' entrato in combutta con  Paddy O'Reilly e lo ha convinto a cambiare il finale della storia, per avere un ruolo di primo piano, mettendo così  a repentaglio gli affari e la carriera politica di don Vito.»
«Paddy O'Reilly non può cambiare il finale: siamo solo io ed Angelo Fabbri, gli autori, a poterlo fare, e non c'è possibilità per altri di manomettere la trama.» Ribatto ridendo, sollevata dalla soluzione così facile ed immediata dell'intera faccenda.
«Paddy O' Reilly non può cambiare il finale» Mi fa eco, Jack, facendomi il verso. «Allora spiegami come mai don Vito è finito sotto processo, insieme ad Al Capone, per evasione fiscale?» Replica sarcastico, con una luce omicida negli occhi.
«Non ci credo...non è possibile.» Ripeto smarrita, scuotendo la testa e fissandolo attonita.
«Non mi è mai piaciuto quell'irlandese, avrei dovuto farlo fuori già dalla sua prima apparizione. Ma questo Nazzareno Banderas mi piace ancora meno.» Poi scandendo le parole e mostrandomi la pistola, intima: «Hai ventiquattro ore, da questo momento, per sistemare la faccenda. Non un minuto di più.»
«Perché sei venuto a cercare me e non Angelo Fabbri? Il romanzo lo abbiamo scritto insieme e quindi, in tutto questo, anche lui ha una parte di responsabilità.» Chiedo, mentre lui è già sulla porta.
«Perché in "Chicago Blues" Nazzareno Banderas, l'intruso, è giunto tramite te, quindi sei tu a dover rimettere a posto le cose!» Esclama chiudendosi la porta alle spalle e negandomi ogni possibilità di replica.