Il viaggio non richiede una spiegazione ma solo dei passeggeri
(Waking Life)
Se raccontassi che la mia alter ego, e tutta la banda dell'antro, personaggi di carta inclusi, vogliono che io rimanga in Blogosphere perchè consapevoli che la mia defezione comporterebbe la loro morte, non sarebbe vero, perchè è esattamente il contrario: sono io a temere di non esistere senza di loro.
Esistenzialismo predatorio
Qualcun altro, più compassionevole di me, questo esistenzialismo predatorio lo definirebbe "istinto di sopravvivenza", benevolmente modificandone il senso, che è notorio che l'istinto di sopravvivenza è da sempre un'efficace attenuante, invocata, e spesso ammessa, come giustificazione a discarico anche nei delitti più efferrati.
E' concedere al cannibale, colto nell'atto di banchettare coi resti sanguinolenti del corpo appena smembrato, di potersi giustificare con un banale, stavo morendo di fame e questo disgraziato era, al momento, l'unica cosa commestibile di cui potessi disporre.
Ma il mostro vero, invece, non intende avvalersi di alcuna attenuante strategica, che è insito nella sua natura il rifiuto a non voler essere rimpicciolito alle dimensioni di un topolino, conscio che la sua grandezza consiste nell'affermazione esclusiva delle sue inique necessità, aspirando, orgogliosamente e senza pentimento, ad esser condannato per i suoi osceni peccati piuttosto che accettarne il declassamento a piccole nefandezze.
Lo stesso orgoglio con cui anch'io rivendico la veridicità delle imputazioni ascrittimi, di cui non intendo sminuirne nè la portata nè la gravità.
Esistenzialismo predatorio, è il capo d'accusa di cui mi fregio, con l'aggravante della recidiva.
Imputazione infamante per qualsiasi scrittore, eppure me ne faccio un pregio, che se nella vita non si ha niente altro di cui menar vanto, va bene anche il male.
Uno di quei paradossi che tanto ami, direbbe Camilla, ex biografa, ex agente letterario, ex amica, ed oggi testimone principale per l'accusa, che pur lei lo aveva intravisto quel mio buio interiore, ed una volta ebbe a dirmi: gli assassini seriali si nascondono dietro identità anonime, e tu, Mari, con la tua aria da brava ragazza, compunta e metodica, perfino timida, potresti benissimo essere una di loro: commesso il crimine saresti capace di dar la cera al pavimento, non per far sparire le tracce del delitto, ma perchè lo sporco ti disturba.
L'Imperatrice, invece, mai potrebbe essere un killer seriale, è troppo scenicamente visiva, straripa di particolari identificativi: le sue mani troppo grandi, il suo passo da soldato, l'abbondanza dei capelli, le lentiggini che, al primo pallido sole, le indorano il viso e le spalle.
Camilla è l'unica tra le mie creature che non ho fagocitato.
Una scelta opportunistica, poichè l'ho dotata di una natura superiore e schietta, incorruttibile, tanto da farmi sperare nel miracolo di una inversione di ruoli: lei, la scrittrice, io, il personaggio.
Camilla è l'Imperatrice dei miracoli, una madonna ibrida che ha partorito figlie non al suo livello, pallide ed implumi, prive della sua meravigliosa perfezione, e questo al fine di proteggerle, che la bellezza accessiva può indurre in tentazioni terribili.
Sono certa che se fosse stata lei a concepirmi mi avrebbe fornita d'istinti più sani e di una diversa visione del mondo: mai avrei saziato la mia fame divorando le mie creature, mai della mia disperazione ne avrei fatto un vanto.









