Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

martedì 30 luglio 2013

Rebecca (cap 12)

Concetto Scalavino del suo progetto non avrebbe fatto parola con nessuno fino al momento in cui i Messinese lo avrebbero contattato per una nuova fornitura.......

Come regolarmente avvenne, per una ingente commessa di pregiatissimo legno di seta e di legno viola, da recapitarsi direttamente a Roma, presso la Santa Sede.
Il carico avrebbe preceduto il giovane maestro ebanista che, preso com'era dalla progettazione dello scrittoio e della cassettiera per Sua Santità, viveva ormai recluso nel suo laboratorio, come un asceta, dimentico perfino dei più elementari bisogni
Questa confidenza, timida quanto inaspettata, era affiorata con un sospiro di evidente preoccupazione dalla voce di Mimi Messinese, insinuandosi tempestiva tra cifre e clausole (poche, in realtà, che tra i Messinese e lo Scalavino ancora vigeva l'onore della parola) inconsapevolmente fornendo a quest'ultimo l'opportunità di un alibi introduttivo finalizzato al suo progetto.

 Mimì Messinese, padre di Giandomenico ed amministratore dell'azienda di famiglia, nutriva nei confronti dell'imprenditore una stima sincera ed illimitata, che se non s'era approfondita in un'amicizia più intima era stato per non venir meno a quella norma dell'etica professionale e del buon senso a cui sempre, e senza pentimento, s'era rigidamente attenuto, e che saggiamente suggeriva di evitare commistioni tra amicizia ed affari.
Ma quel giorno la preoccupazione era affiorata spontanea nelle parole sommesse di Mimì Messinese, in quella confidenza inaspettata con cui, per la prima volta in tutti quei decenni d'intensa collaborazione professionale s'era imposta, ineludibile, la necessità di condividere un assillo così intimo.
Un atteggiamento sorprendente, inedito per il carattere schivo di Mimì Messinese, ma di cui Concetto Scalavino, passato l'attimo dello stupore, abilmente si sarebbe servito per portare l'altro sul proprio terreno, palesandogli il suo progetto come una strategia scaturita dall'empatia suscitata da quel suo scoramento evidente a cui egli non si sottraeva ma, anzi, se ne faceva volentieri carico, fornendogli una soluzione istantanea, semplice e di buon senso

 ...... e che per Giandomenico, così timido e schivo, una moglie bella, e di carattere, rappresenterebbe la soluzione a quei problemi esistenziali di cui Mimì Messinese gli aveva fatto l'onore della confidenza.
Una moglie bella e ricca, la cui ingente dote, non solo sarebbe servita a garantirgli la tranquillità indispensabile a poter coltivare il suo talento al riparo dagli assili ineludibili della quotidianità ma, inoltre, avrebbe fugato i sospetti di un matrimonio di convenienza. Quella ricchezza avrebbe attestato il sentimento e non il calcolo, permeando di romanticismo la loro unione e, perfino, positivamente modificato l'immagine pubblica di Giandomenico Messinese, il cui ermetismo congenito gli aveva alienato le simpatie del pubblico e gli entusiasmi della critica. Questa nuova immagine sarebbe andata  morbidamente sovrapponendosi alla nota, scorbutica ed introversa dell'asociale, forse più conformista ma di più facile accettazione, di uomo austero ma di meritata fama e di solidi valori. Una moglie gravida, inoltre, avrebbe posto fine a tutte le insinuazioni maligne, lesive della persona e dell'onore, e sfatato l'ignobile leggenda, dettata dall'antipatia e dall'invidia, e molto più ancora dall'ignoranza, che s'era andata consolidando nell'opinione pubblica nei riguardi del giovane artista.

giovedì 25 luglio 2013

Verticale

Sempre più spesso m'assale il dubbio che il mondo di superficie non sia quello che appare ma, piuttosto, che la sua realtà sia occultata da una imponente scenografia di carton gesso, con magnificenza di stucchi di polistirolo.
Così mi muovo su questo palcoscenico illusorio con tutte le mie paure inespresse.
 Paranoica.
Posso scrivere di queste trappole dell'intelletto, ma non parlarne.
Parlarne significherebbe facilitare l'accesso alla mia mente.
Consegnare la chiave del mio IO più recondito e permettere ad altri la discesa nel mio antro.
Una discesa verticale.
Perchè verticale è il mondo interiore che dalla base si protende verso l'alto, nella posizione di un corpo eretto.
La marionetta, affrancata dai fili del burattinaio, irreversibilmente cede accartocciandosi su se stessa.
Morta.
Senza quei fili che la mantengono eretta non ha vita, quindi, anche per una finzione d'anima c'è bisogno della verticalità.
L'anima è un' edera, prolifica ed ostinata, che radica dalle dita dei piedi e percorre, in frenetica ascesa, tutta l'intera struttura corporea per germogliare nel cratere della gola, nei pertugi delle narici e delle orecchie, ed espandersi, infine, nelle orbite degli occhi.
Ma non più in alto.
Perchè la calotta cranica costituisce ostruzione ermetica alle esigenze di un suo svettamento e così, rimanendone imprigionata potrebbe, alla fine, implodere.
Quindi, se noi partiamo dal basso, questa sua scalata verticale termina nelle cavità facciali, ma la sua sede ubicativa è negli intestini.
Gli intestini sono la nostra casa spirituale.
Anche se questo può apparire blasfemo.
L'anima rumina nei visceri e si nutre di feci.
Pesante e pessimista, dopo un pasto eccessivo.
Leggera e mistica, dopo lo svuotamento.
Dimentichiamoci del mito dell'anima residente nella cassa toracica, all'interno del cuore.
Muscolo troppo impegnato a pompare sangue ed ossigeno per garantire la sopravvivenza fisica del corpo, senza doversi sobbarcare anche l'onere di quella spirituale.
E non abita nemmeno in prossimità del cervello, come altri vorrebbero, sede della ragione e della consapevolezza.
Ermeticamente sigillato e, se troppo pressato, destinato ad implodere.
Ed eccolo allora fomentare paranoie e, in casi più estremi, follia.
Perchè non siamo pronti ad accettare l'ipotesi di un'anima borderline, ubicata nei visceri, in prossimità del ventre e dell'ano, più vicina al sesso che al cuore, munita di bocca e dita esplorative.
E questa ipotesi di anima è quanto di più meravigliosamente mistico io riesca ad immaginare.
Marilena


martedì 23 luglio 2013

Fenomenologia



La fenomenologia a cui faccio riferimento non ha niente a che vedere con la filosofia espressa da Edmund Husserl, ma molto più banalmente si limita all'osservazione e allo studio di soggetti annotati, da me, come fenomeni. Sto parlando di Iggy, il killer affetto da D.O.C. e di Kilroy, il "graffiti writer" della vasta brigata dei Freaks che gravita nei dintorni dell'antro. Kilroy, a differenza degli altri Freaks, non ama troppo mimetizzarsi o cambiare fisionomia, ha la mania dei graffiti anche se tutta la sua arte è limitata unicamente alla scritta ripetitiva della sua tag: KLR 666. Con questa ha coperto ogni minima superficie scrivibile, non disdegnando neppure i tronchi degli alberi o le grosse pietre che sbucano dai terreni incolti qui da presso. L'esterno del mio antro, una volta inviolabile perchè talmente ben mimetizzato da risultare invisibile, ora spicca fulgido come un manifesto pubblicitario, con l'egocentrico KLR 666 impresso a caratteri cubitali. Kilroy fa pubblicità a se stesso, solo che la fa in un luogo depresso e arido, niente affatto frequentato, un ambiente indubbiamente inusuale per un writer.
E questa la dice lunga sullo stato mentale dei Freaks.
Ma a me Kilroy è simpatico (usa molto il  colore viola), e quindi l'ho lasciato fare fino a quando......
Fino a quando non ci sono stati più muri liberi per la sua tag e, di conseguenza, ha iniziato ad imbrattare anche le pareti interne dell'antro.
Fino a quando la sua audacia (o incoscienza) si è spinta fin dentro il perimetro del territorio di Iggy, violandolo e scatenando così la sua furia.
Iggy è un maniaco depresso, niente può essere spostato o toccato, tutto deve rimanere stabile al suo posto. Inamovibile. Non sono ammessi cambiamenti di nessun tipo, figuriamoci come deve essere stato traumatizzante per lui trovarsi d'improvviso circondato da tanti KLR 666, scritti in caratteri cubitali, con colori al neon e inaudite tecniche pittoriche.
Iggy e Kilroy, psicopatici e maniacali, creature deliranti: fenomeni
Iggy, in preda a febbre distruttrice, ha iniziato a prendere a picconate le pareti affrescate da Kilroy. I suoi colpi impietosi hanno risuonato per tutto l'antro, fin quando una nube scura, velenosa di polvere e di stantio, ci ha chiuso la gola facendoci rantolare e fuggire all'aperto, mentre all'interno il killer salamandra ha continuato, nel silenzio più assoluto, la sua solitaria opera di distruzione.
Kilroy, infuriato per la devastazione perpetrata alla sua creazione, e profondamente ferito nella sua sensibilità di artista, ha tentato di metterlo ko provando a centrarlo fra gli occhi con una scarica del suo spray. Ma Iggy, lestissimo, si è prodotto in una incredibile capriola schivando il getto di vernice verde smeraldo con la quale era caricata la bomboletta e, con straordinaria agilità, ha saltato il breve spazio aereo che lo separava dall'odiato writer per planargli proprio dietro le spalle con l'idea di spezzargli il collo o un braccio, o qualsiasi cosa che gli desse la soddisfazione di rumore d'ossa frantumate.
Ma si è trovato a stringere il vuoto perchè Kilroy è svanito nel nulla.
Questa inaspettata, e riuscitissima performance illusionistica del Freak, ha fatto si che Iggy emettesse un suono sommesso, ma abbastanza percettibile, paragonabile ad un tondo oh di estatica meraviglia, come quello di un bimbo molto piccolo che si trova a sperimentare un evento nuovo e fantastico.
Altrettanto immenso lo stupore di noi tutti per questa inattesa rivelazione: il killer salamandra ha una voce!

sabato 20 luglio 2013

Una donna provvisoria

In farneticante equilibrio su tacchi incongrui, assolutamente folli da indossare ma davvero adatti a distogliere la mente da ogni altro pensiero, se non quello della precarietà dei passi. Alla ricerca costante di un baricentro per non cadere, per non soccombere alle infide insidie delle strade di Roma, lastricate di sanpientrini. Strade certamente progettate da un misogino. M'avventuro allora sullo stretto bordo dei marciapiedi, sfidando il soffio accelerato delle auto e quello asmatico degli autobus. Su questi tacchi strampalati poggia l'intero peso della mia struttura. E dei miei pensieri. Ancheggio in maniera eccessiva. Una ballerina ebbra che piroetta, incoerente, su punte usurate. Con la coda dell'occhio raccolgo il sorriso sghembo di un passante. Mormora qualcosa. Lo oltrepasso con la furia oscillatoria dei miei trampoli. La macchina inchioda a due centimetri dalle mie gambe. Non l'ho vista. Non mi ha visto. Ma ci sono le strisce pedonali. Ho la precedenza assoluta, soprattutto oggi che indosso queste scarpe eccessive che comportano l'obbligo perentorio, per ogni automobilista, di fermarsi e concedermi tutto il tempo necessario per un attraversamento incolume.
E la vetrina della Upim, dall'altra parte del marciapiede, mi rimanda l'immagine di una donna che mi somiglia, enigmatica dietro gli occhiali scuri da killer, coi capelli scompigliati e la sciarpa di seta che pencola inerte, come un'ala ferita.
Una donna provvisoria.
In equilibrio su tacchi audaci da soubrette.
Marilena



giovedì 18 luglio 2013

Sirena di terra


 A mia madre che di quella libertà, così strenuamente inseguita, ne ha fatto un inciampo.

SIRENA DI TERRA
E' nata sirena di terra e non di mare, anche se il paesello natio dista solo pochi chilometri dalle pacifiche acque della città di Salerno.
Sirena di terra. E bella.
Il morbido castano dei capelli e quello più scuro degli occhi, grandi e luminosi, nell'incarnato pulito del viso privo di trucco, dove solo s'accende il rosso delle labbra.
Quelle si, dipinte.
Le braccia tornite, il seno generoso, la vita stretta e, sotto la ruota della gonna, le gambe eleganti dalle caviglie sottili.
Sirena di terra. E bella.
E con quel nome di Madonna, Maria, l'ultima così battezzata di una lunga discendenza di sirene ormai perse nella notte della memoria, perchè non ci sono immagini a recare traccia di diversificazione, o di somiglianza, negli sguardi e nei lineamenti.
C'è solo quel nome a ricordarne la progenie.
Il nome della madre e della madre della madre, e così via a ritroso nel tempo.
Perchè un tempo i nomi tornavano a ripetersi, come appartenenza di casato e di sangue.
Anche se lei non ha blasone, perchè è figlia di povera gente, contadina ed ignorante.
Concepita per destino e non per desiderio, nell'alternanza disordinata di fratelli e di sorelle.
Semplice casuale tra quelli nati vivi e quelli nati morti.
Maria. Perchè così si chiama la madre, e così si chiamavano la nonna e la bisnonna.
Maria. Anche se ha un fratello più grande, Mario, che già onora quel nome.
Ma nelle famiglie di un tempo vigeva la democratica declinazione dei nomi al maschile e al femminile.
Sirena di terra. Ma con spirito ribelle e carattere spigoloso. Puledra di razza, insofferente alle redini e alle staffe, deve pesargli parecchio quella sella impostagli con la forza dagli uomini della sua famiglia.
Lei scalcia e si agita.
Non accetta di essere domata.
Da dietro la fitta palizzata del recinto intravede l'estensione della pianura. Una lunga distesa verde che si fonde in lontananza con la polvere azzurra del cielo.
O forse è già cresta di mare.
Lei non può saperlo. Vigilano, come cow boy, gli uomini della famiglia. Attenti che i lucchetti del recinto siano ben serrati.
Che non si transige con le regole del mondo e con quelle di Dio.
E sarebbero stati ben più contenti se quella loro sirena fosse nata sirena di mare, con coda di pesce, invece che con proprietà di piedi. Che così di certo le sarebbe mancata l'agilità della corsa e, per loro, sarebbe stato meno difficoltoso il pedinamento.
Tante Marie, nel registro battesimale della casa e della chiesa. E tutte onorate.
E per questo che quando occorre i cow boy usano, seppur a malincuore, la frusta. Perchè l'educazione s'impartisce, quando serve, con dure lezioni. E questo non diminuisce l'amore.
Più facile sarebbe stato per loro se fosse nata sirena di mare. E con coda di pesce.
Da dimorare in una vasca al coperto e non dietro un recinto. Che il vento trova comunque modo d'insinuarsi nelle seppur fitte assi della palizzata. Recando l'odore estero del mondo.

Sirena di terra


 
A mia madre che di quella libertà così strenuamente inseguita, ne ha fatto un inciampo.

 SIRENA DI TERRA
E' nata sirena di terra e non di mare, anche se il paesello natio dista solo pochi chilometri dalle pacifiche acque della città di Salerno.
Sirena di terra. E bella.
Il morbido castano dei capelli e quello più scuro degli occhi, grandi e luminosi, nell'incarnato pulito del viso privo di trucco, dove solo s'accende il rosso delle labbra.
Quelle si, dipinte.
Le braccia tornite, il seno generoso, la vita stretta e, sotto la ruota della gonna, le gambe eleganti dalle caviglie sottili.
Sirena di terra. E bella.
E con quel nome di Madonna, Maria, l'ultima così battezzata di una lunga discendenza di sirene ormai perse nella notte della memoria, perchè non ci sono immagini a recare traccia di diversificazione, o di somiglianza, negli sguardi e nei lineamenti.
C'è solo quel nome a ricordarne la progenie.
Il nome della madre e della madre della madre, e così via a ritroso nel tempo.
Perchè un tempo i nomi tornavano a ripetersi, come appartenenza di casato e di sangue.
Anche se lei non ha blasone, perchè è figlia di povera gente, contadina ed ignorante.
Concepita per destino e non per desiderio, nell'alternanza disordinata di fratelli e di sorelle.
Semplice casuale tra quelli nati vivi e quelli nati morti.
Maria. Perchè così si chiama la madre, e così si chiamavano la nonna e la bisnonna.
Maria. Anche se ha un fratello più grande, Mario, che già onora quel nome.
Ma nelle famiglie di un tempo vigeva la democratica declinazione dei nomi al maschile e al femminile.
Sirena di terra. Ma con spirito ribelle e carattere spigoloso. Puledra di razza, insofferente alle redini e alle staffe, deve pesargli parecchio quella sella impostagli con la forza dagli uomini della sua famiglia.
Lei scalcia e si agita.
Non accetta di essere domata.
Da dietro la fitta palizzata del recinto intravede l'estensione della pianura. Una lunga distesa verde che si fonde in lontananza con la polvere azzurra del cielo.
O forse è già cresta di mare.
Lei non può saperlo. Vigilano, come cow boy, gli uomini della famiglia. Attenti che i lucchetti del recinto siano ben serrati.
Che non si transige con le regole del mondo e con quelle di Dio.
E sarebbero stati ben più contenti se quella loro sirena fosse nata sirena di mare, con coda di pesce, invece che con proprietà di piedi. Che così di certo le sarebbe mancata l'agilità della corsa e, per loro, sarebbe stato meno difficoltoso il pedinamento.
Tante Marie, nel registro battesimale della casa e della chiesa. E tutte onorate.
E per questo che quando occorre i cow boy usano, seppur a malincuore, la frusta. Perchè l'educazione s'impartisce, quando serve, con dure lezioni. E questo non diminuisce l'amore.
Più facile sarebbe stato per loro se fosse nata sirena di mare. E con coda di pesce.
Da dimorare in una vasca al coperto e non dietro un recinto. Che il vento trova comunque modo d'insinuarsi nelle seppur fitte assi della palizzata. Recando l'odore estero del mondo.

martedì 16 luglio 2013

Ipogea

E' questa che sono.
E' questa l'essenza.
Non posso più disconoscerla.
Fingere di essere altro.
O desiderare di non essere quella che nella realtà sono.
Un fenomeno accidentale.
Una discordanza.
Una disarmonia.
Sono il chiodo sporgente dalla struttura aurea dell'universo.

lunedì 15 luglio 2013

N.

...... ma erano le sue unghie, macchiate di azzurro sbiadito, come smalto di vampiro, ad affascinarmi davvero.
E mi piacevano quelle sue dita, lunghe e nervose.
 Pipistrelli addomesticati, tenuti alla catena, dovevano solo eccitare e non infrangere.
Dita di apostolo in un uomo perdutamente carnale.

Anteprima

venerdì 12 luglio 2013

Rebecca (cap 11)

Un viaggio di sola andata.

Era questo il progetto che il giovane maestro ebanista, Giandomenico Messinese, andava segretamente meditando.
Avrebbe però adempiuto all'impegno contratto con la Santa Sede per la creazione di uno scrittotio e di una cassettiera, arredi  per le stanze private di  papa Leone XIII.
Sarebbe stata la sua opera ultima.
Sarebbe stato il suo capolavoro.
.......poi, senza darne notizia ad alcuno, si sarebbe ritirato in un convento, lontano dalle ipocrisie e dal chiasso del mondo, per ritrovare le ragioni della sua arte, studiare e sperimentare, maturare il suo genio e finalizzarlo ad uno sopo universalmente più grande, non più al servizio della vanità degli uomini ricchi, quelli che potevano permettersi di commissionarlo, comperarlo ed esporlo, in qualche modo, dunque, appropriarsene.
Quest'ultima verità, fra tutte le altre, gli riusciva intollerabile, non per una questione di amor proprio ma di pudore violato e ialina onestà, che lo portava lucidamente a riconoscersi come vittima consenziente.
Non sospettava minimamente, Giandomenico Messinese, che proprio uno di quei ricchi commercianti, che egli così profondamente disprezzava, mirava a comperare non solo il suo nome ma anche il suo gene.

Rebecca e Gemma, al pari del giovane ebanista, proseguivano le loro esistenze all'oscuro dei calcoli che Concetto Scalavino aveva computato con matematica precisione, senza scarto d'errore e con arroganza di mercante navigato da tutta una vita nel vasto mare delle compravendite, determinato dalla certezza della qualità indiscutibile della sua merce e dal prezzo richiesto, assolutamente irrisorio per un articolo di tale pregio.
Un affare per l'acquirente se chi vendeva non era per mera necessità d'incasso ma per la vanità d'allocare la sua merce in una vetrina di maggior prestigio.
Non una svendita, quindi, ma una transazione alla pari.

...... così, in ossequio alla prima regola del commercio che da sempre suggerisce la massima discrezione per portare a termine un buon affare, Concetto Scalavino del suo progetto non avrebbe fatto parola con nessuno fino al momento in cui i Messinese lo avrebbero contattato per una nuova fornitura, solo allora avrebbe fatto la sua proposta di matrimonio tra il loro Giandomenico e la sua Rebecca.
Era certo che la transazione sarebbe andata a buon fine, che la fanciulla non solo era ricca ma era anche bella, e avrebbe contribuito a migliorare la stirpe dei Messinese, prolifica di geni ma non di adoni.

Nel frattempo aveva iniziato a delegare sempre più spesso Gemma, in maniera accortamente casuale per non generar sospetti, alla custodia della madre, partecipandola con tecnica subliminale alla sua gestione, ancora da lui  guidata ma che nel breve tempo sarebbe diventata di sua piena, ed esclusiva, competenza.
Le affidava piccoli, ed apparentemente innocui compiti di dama di compagnia, che egli gratificava col riconoscimento per l'autorevolezza con cui Gemma svolgeva tali mansioni e, per sottolineare quel potere sempre più grande che ella andava acquisendo in tale campo, trovava minimi pretesti per chiederle un consiglio o un' approvazione.

Gemma, cucciolo di cane, sensibile a questa nuova agnizione che la gratificava finalmente per la prima volta nella sua vita di un riconoscimento personale di così vasta portata, dove la lode e la carezza erano forse anticipatori di quell'adozione così disperatamente agognata, che rinserrò zanne ed artigli predisponendosi, fiduciosa, ad una resa incondizionata.

giovedì 11 luglio 2013

Motivazioni esistenziali

Rebecca è seduta nell'angolo più fresco della mia cucina, in attesa paziente che io riprenda a scrivere di lei.
Sono giorni strani questi, ho iniziato di nuovo a fare pensieri di morte, quasi che questa fosse per me l'unica possibilità di sopravvivenza (di nuovo un paradosso), la risoluzione ad ogni problema, crisi ed incongruenze, e la fine a questa solitudine grande e devastante.
Incredibile come la solitudine si evidenzi, viva e tagliente come una ferita di coltello, nel momento stesso in cui  sono circondata da presenze e voci a cui, però, mi sento dolorosamente estranea, non per stupido orgoglio o vano principio, ma per ragioni esistenziali.
M'impongo così di andare avanti, assumermi le responsabilità delle mie scelte e delle mie parole, ed in definitiva continuare a fare quello che da un bel pò di anni sto facendo: sopravvivere.
 ......e per sopravvivere ho bisogno di Rebecca.

Rebecca è seduta nell'angolo più fresco della mia cucina, in paziente attesa che io riprenda a scrivere di lei.
Indossa un abitino chiaro e il sole s'infiamma, come un aureola, sul rosso vivo dei suoi capelli.
Mi sorride coi suoi denti imprecisi.
Non è venuta per mettermi fretta, nè a sollecitare colpi di scena inerenti la sua storia.
Non è qui  a spronarmi perché io prosegua il racconto, ultimamente interrotto, della sua vita ma, piuttosto, per darmi una motivazione, seppur fittizia, per continuare a vivere la mia.
...... e questo suo nobile proposito non può lasciarmi indifferente.

Rebecca sà che tra un pò questa casa tornerà di nuovo ad essere silenziosa, abitata  solo da me e dai miei fantasmi (gli antichi e i contemporanei) e senza troppe possibilità di cambiamento, così generosamente si propone come una presenza alternativa e, ponendo la sua vita nelle mie mani, si affida completamente a me perchè io abbia l'impressione salvifica di portare a termine qualcosa di concreto, anche se si tratta solo di una storia di carta, e dare un senso alla mia esistenza che, a ben guardare, non ne ha poi troppa.
Marilena
 

lunedì 8 luglio 2013

Ossimori

I miei personaggi: nevrotici e fuorviati, maniacalmente introspettivi, mai davvero belli.
Sono intelligenze in bilico, allucinate e preveggenti, lucide nell'esaltazione della propria paranoia.
Contraddittori, paradossali, ossessionati, magistralmente recitativi, affabulatori, maschere.
Idiot savant.
Ossimori.
Ferocemente ironici.
Cinicamente consapevoli.
Drammaticamente scenici.
"Identità predefinite" coscienti di esserlo.
Io sono una di loro.

Images by August Bradley

giovedì 4 luglio 2013

Sulla scia delle farfalle



La mia farfalla dalle ali scure e dal cuore buio ieri mattina ha spiccato il suo ultimo volo.
Con fatica, che quelle sue ali dopo dodici anni d'alzheimer s'erano ormai atrofizzate, ripiegate come le stecche di un ombrello sconfitto dalla furia devastatrice di un vento iracondo e castigatore.
Ieri mattina è stata certificata la data della sua morte anagrafica, in realtà era già morta dodici anni fa.
Pochi si ricordano ancora di lei, che l'assenza a lungo protratta cancella la memoria e rende estranei alle persone che un tempo erano amici, quegli stessi coi quali si è riso e si è pianto, a volte questionato, che mia mamma aveva una personalità umorale, non facile, a volte impenetrabile eppure, per me bambina, così ammaliante ed irraggiungibile.
Irraggiungibile come certe stelle o certi sogni.
Per questo, forse, quella mia devozione s'è poi  tramutata nell'adolescenza in un sentimento buio e rancoroso, contrastante con i miei desideri più reconditi, quasi fosse il nostro rapporto solo una questione fra donne e non più un semplice, naturale confronto/scontro tra madre e figlia,.
In verità più scontro che confronto che con lei non si riusciva a spuntarla, che opponeva alle ragioni conclamate un silenzio imperiale o il dogma inalterabile dei suoi principi: si era con lei o contro di lei, vie di mezzo non ce n'erano.
Si poteva amare o detestare, di certo non la si poteva ignorare.
Grande maestra dell'arte drammatica e talentuosa attrice (quanto inconsapevole?), esperta nell'esasperare gli animi per poi rendersi d'un tratto simpatica, quasi alla possibile portata di quell'amore che ribolliva nel mio animo e che sempre mi sono illusa di essere ad un passo dalla conquista.
Ma poi, di nuovo, soffiava un vento contrario e si portava via tutto: rimaneva solo la mia paura di perderla definitivamente e l'amarezza di non essere riuscita ad averla. 
Quanto l'ho amata!
Quanto l'ho detestata!
.......e,  alla fine, mi sono accorta di essere più simile a lei di quanto avessi mai voluto ammettere, forse solo un pò più indulgente, ma perchè ho intuito, con la sensibilità esasperata degli innamorati non del tutto corrisposti, che chi aspira alla conquista di un amore impossibile deve provvidenzialmente fornirsi di ragioni ed alibi per non scoraggiarsi e poter perseverare nel suo desiderio.

Continuerò per tutta la vita ad amare la mia farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, soprattutto ora che  ha ripreso la via del cielo, seppur la immagino insicura della direzione, che lei era nata sprovvista del senso dell'orientamento, ma finalmente, dopo tanto tempo, di nuovo libera.
Continuerò per tutta la vita ad amare la mia farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, perchè certi amori sono impossibili da dismettere, ma non parlerò più di lei, ora che è libera la lascerò andare, da parte mia più nessun richiamo, nè tenero nè doloroso, che si dimentichi della durezza del suolo e guardi solo verso il sole, e non importa se sbaglierà direzione, se asseconderà il vento di bonaccia o quello di tempesta, quello che davvero conta è saperla di nuovo in volo, sulla scia delle farfalle.
Marilena

lunedì 1 luglio 2013

Mia Madre

Mia madre, oggi, è seppellita viva nel suo alzheimer, un antro senza nessuna via di fuga.
E' una tragica eroina di Poe nella sua ultima ed inconsapevole interpretazione.

Anteprima
(Diario 2008 - Istinti Suicidi)