Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

sabato 27 febbraio 2010

Agnese seduce il Re. E la vendetta della Regina.




                                                
Accade anche alle donne più timide di rimanere intrappolate in amori adulteri, che la passione non tiene conto delle vere nuziali né dei contratti stabiliti per l'eternità.
E così è accaduto anche ad Agnese, timida e riservatissima Dama di Camera della Regina, di soccombere alla passione irreversibile per un uomo assolutamente proibito.
Intoccabile: il Re.
Agnese, la damina diafana che sembra possedere, per via di quella sua timidezza congenita, il dono dell'invisibilità.
Che in silenzio si materializza nel bianco delle sue vesti.
Che in silenzio scompare, senza lasciare traccia di quel bianco.
Agnese che arrossisce, parla poco, e le cui dita gentili sfiorano il mondo con l'inconsistenza di un respiro.
Ed in virtù di queste doti, la Regina, fra le tante ha scelto lei come Dama di Camera, per affidarle il privilegio della cerimonia mattutina della vestizione, e per il delicato compito di fare e disfare il viluppo impervio delle trecce e dei posticci, sui quali innalzare la regale corona.
La timida Agnese si materializza quando serve per dissolversi quando più non è necessaria la sua presenza.
Questo immensamente piace alla Regina, personalità altera e suscettibile che poco tollera le altre donne, soprattutto se più giovani ed avvenenti.
Ed in quella sua dama non ha riscontrato la minaccia né di un corpo, né di un'anima.
E' solo un fruscio di veste.
Ed un sussurro di dita.
Forse neppure saprebbe individuarla fra le tante che fanno ala al suo passaggio.
Ma Agnese non figura mai nella coreografia degli inchini.
Avvalendosi del dono dell'invisibilità sguscia via, inosservata, per rifugiarsi a leggere poesie e a fantasticare sul volo peregrino delle farfalle, nella solitudine del labirinto botanico, meraviglia e delirio dei giardini reali in cui nessuno, avventatamente, osa avventurarsi.
E' leggenda quel labirinto.
Inestricabile. E demoniaco.
Una trappola a cielo aperto.
Si racconta che il tracciato vero lo conosca solo la Regina, e che è mefistofelico inganno visivo quello che si prospetta dall'esterno al visitatore che, per sventura addentrandosi nei suoi fitti meandri, rimane inesorabilmente intrappolato nel demenziale dedalo di un percorso che conduce verso il nulla.
Ma Agnese non ne ha paura.
Non l'attraggono le incognite esplorative ma la quiete che li vi trova.
Percorrendo sempre lo stesso breve itinerario, senza addentrarsi troppo nell'ignoto del labirinto, ha fissato punti di riferimento in particolari che, seppur minimi, l'aiutano nell'orientamento: una foglia sporgente, un intreccio di rami, un arboscello puntuto, un leggero diradamento nel reticolo fogliare.
E proprio attraverso quella sottile smagliatura, un pomeriggio autunnale, ha scorto il Re che solitario passeggia, senza scorta di armigeri né compagnia di gentiluomini.
Così, Agnese, può constatare che Sua Maestà ha gli occhi mansueti di un cucciolo, le mani sensibili di un artista e la barba ribelle di un poeta.
Appare perfino meno alto senza la corona che, certificando il potere, accresce anche la statura.
E tra le mani, invece dello scettro, reca un libro.
Questo la colpisce enormemente.
Lo vede, per la prima volta, nella sua veste privata e non in quella consueta ed ufficiale, dove però è sempre secondario alla preponderanza, caratteriale e scenica, della Regina.
D'impulso vorrebbe mostrarsi.
Chiedergli cosa stia leggendo.
Una conversazione tra lettori, non di certo quella sconveniente tra il Re ed una Dama della Regina.
E' trattenuta, però, da quella sua endemica timidezza che la costringe a ritrarsi, come d'abitudine, nell'ombra..
Ma il tenue chiarore della sua presenza, filtrato attraverso il respiro delle foglie, ha attratto l'attenzione del Re che, con voce gentile, le chiede di mostrarsi.
Lei obbedisce e s'inchina al suo cospetto quando, nel rialzarsi, un soffio di vento le scioglie i capelli, e in quell'imbarazzo le cade il libro di mano.
Il Re lo raccoglie e porgendoglielo con un sorriso le mostra il suo.
E' lo stesso libro, l'identica storia, che entrambi stanno leggendo.
«Non vi ho mai vista.» Dice lui, colpito.
«Non sono una che si nota.» Risponde lei, arrossendo.
E' questo il primo di innumerevoli incontri.
Il Re l'attende, tutti i pomeriggi, nella stanza di foglie, sotto il soffitto mutevole del cielo, alla mercé degli elementi meteorologici e delle schermaglie della luce e del buio.
Leggono e commentano versi di poesia, assaporando quella sintonia perfetta che scaturisce dalla intensa condivisione di una stessa passione.
E la passione per la poesia tramuta presto in passione dell'anima.
E dei sensi.
Seppur combattuta e rinnegata, è un'attrazione irresistibile quella che vanno provando.
Le dita si sfiorano, cercandosi, nello sfogliare le pagine.
La voce frammenta in sussurro quando l'irruenza amorosa del poeta esplode nei versi.
Un pallido riflesso se paragonato allo sconvolgimento interno che li va sopraffacendo.
E quel giorno Agnese, dopo aver recitato il toccante brano su un amore proibito, soccombe alla visibilità di una lacrima che prontamente le dita sensibili del Re raccolgono.
La seconda, l'asciuga con le labbra.
La terza, l'assapora con un bacio.
Si ritrovano così a sfogliare i loro ardenti desideri, e non più solo le pagine complici di un libro, che avrebbero ora arricchito con i capitoli inediti delle audaci sperimentazioni del loro amore.
Ed Agnese fiorisce tra le braccia del Re, nel tumulto progressivo del piacere sessuale, dapprima timidamente, come un bocciolo tremulo che presto tramuta in un lussurioso fiore carnivoro.
Insaziabile, si lascia trascinare nell'estasi sessuale concedendosi senza quel ritegno che si conviene ad una vergine inesperta, ma come una lussuriosa Eva il suo ventre partorisce orgasmi che assorbono tutto il vigore del Re.
Lasciandolo stordito.
Esterrefatto. Beato.
Più quella passione progredisce più Agnese acquista splendore.
E visibilità.
Ed è una scia luminosa quella che ora preannuncia il suo passaggio.
Vestita di scarlatto, di azzurro o di viola.
Non arrossisce più, pur mantenendo inalterata la riservatezza innata delle parole indispensabili.
E la Regina, sugli indizi di quei cambiamenti, inizia ad accorgersi di lei.
Delle sue assenze.
E di quelle del Re.
E delle voci cortigiane che tempestive zittiscono al suo passaggio.
Decide, la Regina, di far luce sulla tresca di cui a corte si va mormorando, incaricando il Capitano della Guardia Reale, veterano fedelissimo e discreto che, seppur non possedendo come Agnese il dono dell'invisibilità, ha affinato sui campi di battaglia un talento mimetico che si è rivelato provvidenziale nelle situazioni più estreme, di appurare quanto di vero ci sia in quei mormorii, e dove conducono le passeggiate del Re e quelle della sua Dama di Camera.
Di missioni difficili è esperto il Capitano, ma questa si rivela la più penosa.
Vorrebbe dire di no alla Regina.
Che la sua onorabilità di soldato rifiuta questo meschino incarico di pedinamento.
Ma a lei ha giurato fedeltà ed obbedienza.
Non può tradire la sacralità di questo voto.
Si predispone, quindi, il leale Capitano ad assolvere all'incarico con tutta la discrezione che l'evento impone, e non gli ci vuole molto per appurare che le passeggiate del Re e della dama della Regina hanno una meta comune: il labirinto botanico.
Dove si officia un amore adultero.
Spudorato e sublime.
Una poesia sperimentale, di orgasmi multipli e complesse geometrie di corpi.
Il Capitano è turbato, e commosso, dalla sacralità e dalla dissolutezza di quell'enfasi celebrativa.
La versione in prosa di una poesia trascendentale.
Ma pur dovrà riferire alla Regina quello che ha visto.
E quello che nelle viscere del labirinto si va consumando ha un solo nome: tradimento.
Il buon Capitano cerca le parole più opportune, meno crude, per fare il suo resoconto alla Regina.
Ma ben sa che non ne esistono.
«E' tutto vero, Maestà.» Non gli riesce di dire altro.
E' una donna altera, e con una luce buia negli occhi, quella che con un gesto lo congeda.
"Ma è pur sempre una donna tradita" pensa il Capitano che nella sua esperienza di veterano ha potuto appurare che, nella vita e nelle guerre, la ragione non è mai solo da un'unica parte.
Così, Agnese, non trova più il Re ad attenderla nella cinta protettiva del labirinto, mentre a palazzo si sparge la notizia di un male, repentino e mortale, che lo ha colpito.
Ma la Regina pur continua ad avvalersi dei servigi della sua dama.
Del tocco etereo delle sue dita.
E godere di quei suoi occhi disperati.
Di quello splendore che offusca in patimento.
Del tormento di quell' anima estirpata.
Delle domande mute, perché proibite.
Del dubbio, che col tempo tramuterà in certezza, che non è stato il male ad uccidere il Re ma il suo amore.
Tormentata dai sensi di colpa che la perseguiteranno per tutta la vita, mentre, invece, la Regina continuerà ad avvalersi dei servigi della sua Dama di Camera.
Che nessun'altra ha un tocco di dita leggero come il suo.


domenica 21 febbraio 2010

L'illusionista

E' solo un ombra sopra uno schermo. Un batter di ciglia e quell'ombra è un gabbiano, una nube stracciata, una spuma di mare, un veliero pirata. Estasiato ti perdi in quel gioco di prisma. Labirintico. Astratto. Eppur così vero. Se allunghi la mano, ecco tocchi il veliero, o almeno lo credi. O, almeno ti pare. Ma quello che vedi ora è nebbia di mare. Rigurgito d'acqua di una fontana, gocce rotonde come occhi di donna che sorride sognante. I lunghi capelli, un groviglio di bosco, e l'illusione par vera nel gioco apparente di  riccioli incolti che propagano ora dalle forcine, come scuri torrenti di acqua e di terra, che la tempesta già irrompe da quell'unica nube che dallo schermo tracima. Un batter di ciglia e s' avvera il presagio, un turbine folle di vento e di foglie che tutto travolge in una danza furiosa di zolle e di acqua. Ed ecco, nelle righe di pioggia occhieggiano ora tocchi di azzurro, di verde e viola. Petali strappati ad un arcobaleno, coriandoli sparsi dopo una festa, che tu vorresti raccogliere, e stringere in mano, come prova concreta di un momento che pur hai vissuto.
Ma è solo un gioco d'ombra che riempie lo schermo.

Anteprima

lunedì 15 febbraio 2010

Della vita. Della morte.

Sentiva ora freddo, donna Laura, nel negligé di pizzo francese indossato quella notte per cercare d'irretire il fantasma sonnambulo di don Alfonso Villadora, suo defunto consorte.
Per prevenire la possibilità che lui potesse continuare a tradirla anche nell'altro mondo, si era adattata ad un abbigliamento notturno da cocotte, disinibita e volitivamente emancipata.
E, quella notte, il fantasma di don Alfonso si era palesato, come d'abitudine, ai piedi del talamo nuziale, preannunciato dall'inconfondibile aroma di sigaro e circonfuso da una tiepida aura.
Donna Laura lo attendeva tremando di freddo e di desiderio sopra le coltri, vestita solo di quella sottile filigrana di ragno, sfidando l'umido della notte e le correnti inopportune che filtravano dagli infissi mai restaurati.
Lui la guardava mentre lei si esibiva nelle arti acquisite postume di spogliarellista e femme fatale. Era questo il loro gioco.
Avevano provato a toccarsi, per cercare di trarre conforto da quello che la immatura dipartita di lui poteva ancora concedere.
Ma la materia e l'impalpabilità non coincidevano.
Si penetravano oltrepassandosi, senza trovare barriere da infrangere.
Inutilmente don Alfonso aveva cercato di adempiere ai suoi doveri maritali.
Le scivolava sopra come un soffio di aria mentre, invano, lei tentava di trattenerlo.
Donna Laura, che era sempre stata timida col marito in vita, tollerandone i tradimenti pur che sessualmente si acquietasse, ora, invece, provava rimorso e rabbia per non essere stata più disponibile nei suoi confronti.
Si sentiva in balia di una sorta di rivalsa dei sensi che la pervadeva nel presente, come una esigenza primaria, insopprimibile ed ossessiva.
Ora che era morto esplodeva l'esigenza sessuale di potergli dare ciò che da vivo gli aveva negato.
Ora che lui era prigioniero di un mondo impenetrabile, lei gli si offriva impudica esibendosi, sfacciata ed eccitante, in un modo che con lui, vivo, mai era stata.
Si concedeva, femmina appassionata e disperata, nella dolorosa impotenza di un desiderio ormai irrealizzabile.
Capiva, adesso, la devastante sofferenza che gli aveva inflitto con i suoi veti.
Mal di testa ed ipersensibilità, erano gli alibi con i quali si negava.
I tenui amplessi, consumati al buio, senza alcuna partecipazione emotiva, mentre contava i minuti che l'avrebbero restituita alla solitudine del proprio corpo, avevano contribuito a far si che la virilità di don Alfonso cercasse altrove i necessari appagamenti.
Seppur profondamente l'amava, desiderandola con tutto il suo vigore di uomo sano ed innamorato.
E mai avrebbe infranto i voti di fedeltà coniugale se solo lei si fosse resa più disponibile.
Allieva. E non censore.
Accettandolo come maestro, lui l'avrebbe introdotta nei mondi incantati dell'eros.
Le avrebbe insegnato la sapienza acquisita nella esperienza della sua prerogativa di maschio, affinché lei potesse farla sua.
Alimentarla.
Per condividerla.
Ma era refrattaria, donna Laura, a questo tipo d'insegnamento.
Cercava di sbrigare in fretta i doveri coniugali, tanto quanto lui, invece, cercava di prolungarli.
E non che don Alfonso fosse uomo da preliminari.
Solo non si arrendeva facilmente, soprattutto laddove era sicuro di avere competenza.
Ma quella moglie a tenuta stagna, dopo reiterati e vani tentativi, lo aveva consolidato nella certezza di una reale inguaribile frigidità.
S'immedesimò nell'umiliazione di lei di non potergli dare ciò di cui abbisognava, non per sadismo, ma per impedimento dei sensi.
E questo pensiero mitigò i suoi ardori.
La lasciò in pace, se non per quei pochi fugaci momenti in cui gli sembrava pur giusto farle sentire che continuava a desiderarla.
Che insieme a lei avrebbe voluto perdersi in quelle voluttà, sentimentali e carnali, che solo l'amore vero può far provare.
Se solo glielo avesse permesso.
Ma lei gli si concedeva come una santa al martirio, in attesa della profanazione del carnefice.
Alla fine, tutto questo, lo fece desistere dai suoi propositi sessuali nei suoi confronti.
Senza però mai sminuirne l'amore.
Era l'unica che amava davvero.
Le altre non contavano nulla.
Esplicavano solo a quella funzione a cui lei non poteva adempiere.
E, donna Laura, tutto questo lo aveva capito.
Pur senza mai parlarne.
Che solo l'argomento l'avrebbe traumatizzata.
Tollerava i tradimenti come unica soluzione possibile alla sua inadeguatezza sessuale.
Tradimenti che, seppur fatti con discrezione, alla fine avevano consolidato la fama di don Alfonso Villadora d' incorreggibile tomber de femmes.
E posto sul capo di lei l'aureola di una madonna, tollerante per eccesso d'amore.
Col tempo, lo scopo iniziale per cui ci si era immessi su quel camino, si era andato smarrendo.
Don Alfonso aveva preso gusto a quei giochi proibiti, ma necessari all'equilibrio matrimoniale.
All'inizio il suo campo d'azione era stato discretissimo.
Espletava le sue scappatelle fuori città, e sotto l'oppressione d'indicibili rimorsi.
Per inconscio desiderio chiamava sovente col nome di Laura le sue amanti.
Causando danni irreparabili perché non tutte erano disposte a perdonargli la distrazione.
Erano quelli i tempi in cui ancora sperava in un cedimento della moglie.
Una guarigione miracolosa, che mai avvenne finché lui fu in vita.
Alla fine, disilluso, sempre più andò sfacciatamente penetrando i suoi territori di conquista fin dentro le mura cittadine, e senza porsi gli iniziali problemi di discrezione.
Le donne gli si offrivano.
Gli uomini lo invidiavano.
La moglie tollerava.
E la stampa ulteriormente alimentò quella leggenda da Casanova quando l'infarto lo sorprese nel letto di un'attricetta di teatro.
Signorina tanto seducente quanto chiacchierata.
E dalle mille risorse.
Che non si perse d'animo alla vista del corpo inerte di don Alfonso, che giaceva come placidamente addormentato e con una espressione soddisfatta, tra le coltri arruffate dalla battaglia notturna ma, strategicamente, se ne servì per farsene provvidenziale pubblicità.
Il clamore che suscitò questa morte adultera accrebbe la fama della starlet ed enormemente rinvigorì il mito di Villadora, morto nel letto di una venticinquenne, stroncato da un amplesso celebrato con troppa foga.
Un maschio vero. Sussurravano le donne al suo funerale. Più d'una asciugandosi di nascosto le lacrime.
Un figlio di puttana. Dicevano gli uomini, dandosi di gomito. Che pur ha avuto una bella morte.
Alfonso, singhiozzava disperata, l'algida donna Laura, sentendosi questa volta davvero tradita.
Lo invocava così tutte le notti finché lui le apparve, annunciato dal profumo di sigaro e nel tepore di quella sua aura limbica, ai piedi del letto matrimoniale.
In attesa. Come sempre aveva fatto, quando era vivo.
E lei gli si era subito avventata addosso con ingordigia di femmina affamata.
Di una lupa in calore che cercava di ghermire quel fumo tiepido, con fattezze d'uomo, che sostava ai piedi del letto, ma che mai più avrebbe potuto condividere quell'invito per tutta la vita agognato.
Non per sua volontà, che ancora ardentemente il suo spirito la desiderava, ma per una indiscutibile imposizione della morte.
Potevano solo guardarsi.
La donna di carne e l'uomo di luce esistevano su paralleli diversi.
Della vita.
Della morte.
Inconciliabili, soprattutto, per le faccende di sesso.
Per questo donna Laura aveva iniziato a sperimentare le strade della concupiscenza.
Per adescare lo spirito del marito.
Irretirlo, in quel vortice di risvegliata sensualità che in vita gli aveva negato.
Darsi a lui, completamente e senza inibizioni.
Urlava, lasciva e scarmigliata, la sua frustrazione come fosse un orgasmo.
Lei che un orgasmo mai lo aveva provato.
Si spogliava offrendosi sfacciata al suo sguardo.
Si accarezzava fino a raggiungere il languore della lussuria.
Le mani di lui si protendevano verso i seni.
Le sfioravano il ventre.
Ma era solo un abbaglio di tiepida luce.
Non riusciva ad afferrarla. A stringerla.
Non poteva toccarla.
Così donna Laura si esibiva in licenziosi spettacoli tutte le notti che lui andava a trovarla.
Per trattenerlo ai piedi del letto, dal momento che dentro di lei non sarebbe stato più possibile farlo, cercava d'intrappolarlo nel gioco psicologico dell'esibizionista.
Aveva imparato l'arte estroversa delle spogliarelliste.
Inventava peccaminosi giochi di seduzione.
Gli sussurrava le più sconce fantasie.
Lo irretiva con l'esposta lussuria dell'autoerotismo.
Ed ogni notte lui sempre più si consumava nella disperazione impotente dell'eunuco.
Nello svilimento cosciente della sua inanità.
La morte adultera aveva contribuito all'estensione della leggenda virile di don Alfonso Villadora.
Le strategie seduttive di donna Laura lo avevano, invece, trasformato in un voyeur.

martedì 9 febbraio 2010

L'ultima frase



Cammino tra la folla, compressa nei miei intimi pensieri.
Residui della notte e degli incubi che l'accompagnano.
Ho voglia di non essere.
Ma questo è impossibile.
Così cammino con passo veloce, sempre in corsa con il tempo, pressata da necessità che vorrei ignorare.
Ma che il mio ferreo senso del dovere m'impone di rispettare.
L'ultima frase incompiuta sul mio pc, un abbozzo velleitario ed agguerrito.
Il boato delle parole.
La sua ineluttabile urgenza esplosiva.
Dovrei trasformare, invece, le mie esternazioni, in lente lumache guardinghe.
Una processione di gusci di madreperla che si snoda sullo sfondo nero del monitor.
Come piccole suore ordinate. E caste.
Monde da ogni peccato, immaginario o reale, che avanzano piano, sciorinando sottovoce il loro rosario asessuato.
Vorrei possedere quella loro indubitabilità di un paradiso celeste e di un inferno tetro.
Vorrei poter scegliere tra queste certezze.
Accelero il passo, senza guardare.
La strada è nota. Ed il paesaggio invariato.
Posso compiere questo tragitto ad occhi chiusi.
Sono solo una passante fra i tanti che di fretta vanno.
E questo mi rassicura.
Nessuno può leggere i miei intimi pensieri.
E quella frase, incompiuta, sul mio pc.
Marilena

domenica 7 febbraio 2010

Amplesso

Artigli snudati per non perder la preda.
Nella morsa insidiosa che serra la carne.
Una lotta di fango e di sassi appuntiti, che scheggiano in graffi.
In strappi di pelle.
In una corda di braccia e di denti a ferire.
Amplesso mortale, che eccita i sensi.
Il tuo corpo sudato che sfugge alle dita.
Invano ti afferro, per perderti ancora.
Amico. Nemico.
Amante. Padrone.
Angelo buio, vestito di niente.
Splendido lupo, che agogni alla lotta.
Battaglia violenta.
Voluta.
Cercata.
Il desiderio ha una mistica strana.
Un gioco cruento.
Di artigli e di denti.
Un tafferuglio di lupo e di lupa.
Nessuno cede.
Nessuno indietreggia.
Le tue mani mi trovano, ma ti respingo.
E mi libero ancora.
Eppure vorrei rimaner prigioniera nella presa sicura di quelle tue braccia.
Arrendermi al battito del tuo petto che ansima.
Amico. Nemico.
Amante. Padrone.
Mi serri le mani e mi pieghi la schiena.
Con un gesto deciso che sa di vittoria.
Invano dimeno sotto il tuo corpo
Che il tuo sesso già preme
e la mia bocca ti cerca.
La tua unghiata tramuta in una carezza.
E in un gemito muto ti offri alla resa.

Anteprima

lunedì 1 febbraio 2010

Nocturna

M'acquatto nell'ombra.
E mi lascio cercare.
Per rendere il gioco ancora più vero non ho messo profumo.
Che nell'aria si spande come coda di fumo.
Traccia sicura della mia ombra.
Ammantata di nero.
Senza monili che tintinnino al vento.
I capelli raccolti sotto il buio cappuccio.
E gli occhi in penombra, che non risplendano troppo
di riflesso lunare
e di trepida attesa
nel gioco notturno
di preda e di lupo.
Starò ben accorta a non farmi trovare
che duri la caccia
e s'allunghi l'attesa
che io ben conosco tane nascoste
in cui far perder le tracce
ed ingannare i tuoi sensi
Che tu già mi scovi
ed assapori vittoria
ma non è la mia ombra che attraversa la notte
è una gazzella,
che fugge affannata in cerca di tana
per trovare riparo dalla luce di luna
e dagli occhi di brace che esplorano avidi
cespugli di felci ed anfratti notturni
alberi cavi e dirupi di roccia
per cercare una donna che si dona e si nega
una puttana dall'anima pura
angelo e strega
farfalla e balena
Sei tu il lupo scuro che cerca la preda?
O son io il predatore che sente l'odore
della tua voglia di maschio
e gioca all'inganno facendoti credere
che sia tu il cacciatore?
Così altero il gioco sulle tue tracce evidenti
mentre cieco nell'ombra
agogni un odore,
un rumore di ramo spezzato,
un lembo di veste in cui s'è impigliato.
Ma nuda è la preda sotto il mantello
e non ti concedo nemmeno una mossa
che tu fino in fondo mi debba agognare.
Esaspero il gioco
con piacere di bimba
che scherza col fuoco
senza averne paura.
Ma è questo che cerco
nel fondo dei sensi
una paura, un fremito
un sussulto latente
nella caccia notturna
dove io sono preda
per scelta
per sfida.
Per desiderio.
E un lupo violento che mi catturi.

Anteprima

domenica 31 gennaio 2010

Perfezione

L'Imperatrice Camilla, dopo aver letto i miei ultimi post, ha concluso che a me manca un bilanciamento emozionale.
Le ho chiesto se per bilanciamento emozionale intendesse il mio squilibrio umorale ma no, lei ha precisato che il suo riferimento era proprio nel campo delle emozioni.
Stai emozionalmente inaridendo.
Questo il suo verdetto: - Inizia a fare qualcosa, Mari, o la vedo dura stavolta. Impasticcati pure, se questo ti aiuta a calmare le ansie, ma non avvoltolarti nel tuo idillio comatoso col nulla. Stai disimparando l'amore.-
Quest'ultima affermazione, dura e perentoria, mi ha molto colpita.
La mia amica Camilla di equilibrio emozionale se ne intende perchè ne ha fatto il perno della sua vita dal momento che la sua fisicità, erompente e generosa, l'avrebbe portata su altri sentieri se non si fosse imposta una ferrea autodisciplina.
Alla quale mai ha trasgredito.
E su inderogabili regole ha costruito le fondamenta della sua vita perfetta.
La perfezione esige sacrificio.
Questo il suo motto.
Ma io e lei, come già altre volte mi è capitato di sottolineare, siamo donne diverse, per indole e per esperienze di vita.
Siamo speculari.
Forse, per questo, siamo così affascinate l'una dall'altra.
Ogni divergenza tra noi, deve essere subito appianata. Pace immediata.
Durano poco i silenzi dell'orgoglio.
Abbiamo troppo bisogno di riappacificarci per poter poi riprendere a duellare, senza armatura e senza esclusione di colpi, su qualche altra questione.
Tra le due, in apparenza, sarei io la più bisognosa delle sue attenzioni.
Del suo affetto protettivo.
Come dei suoi rimproveri.
Ma sappiamo che non è così.
La perfezione è anche noia.
Questo è il mio motto.
E nell'imperfezione sono io la più brava in assoluto.
Posso lasciarmi andare.
Inveire, con il trucco disfatto ed i capelli scarmigliati.
Dire cose stravaganti.
Arrogandomi il diritto di crederci.
E di essere creduta.
Essere meno. Essere più.
Lei ha bisogno di vivere, attraverso me, queste cose che la sua perfezione le inibisce.
La perfezione non ha un più o un meno.
La perfezione è un punto fermo.
Litigheremo per questo post.
Un duello all'ultimo sangue.
Ma la nostra amicizia vive anche di questo.

giovedì 28 gennaio 2010

Ritratto in nero



Ultimamente ho ritirato fuori tutte le mie cianfrusaglie antidepressive.
I miei feticci.
Per combattere le mie segrete distimie.
Il mio pallore anemico e le nere palandrane.
I funerei crespi del mio malessere.
La frangia e gli occhiali scuri, perennemente incollati sugli occhi.
Le labbra rosse, sono l'unica nota di colore.
Che risultano così nitide, eccessive, nel biancore della mia immagine.
Mi aggiro come un fantasma teatrale, annunciata dal tintinnio dei miei monili.
E dal profumo amaro del mio malessere.
Una presenza discreta. Incolore.
Sono le mie mani, callose e sciupate, a ricordarmi che appartengo ancora a questa vita.
Sono le mani di una donna terrena queste che distendono le pieghe del vestito.
Spazzolano i capelli.
Pennellano di rosso le labbra.
Queste mani che dovrei rivestire di una pelle nuova.
E di nuovi desideri.
Ma ho smesso di desiderare da tanto tempo.
E di sognare.
Così anche le mie ali si stanno incancrenendo, private dello slancio del volo, sono sempre più strettamente pressate sulle mie spalle, come some che curvano la schiena.
Ali appiccicose. Pesanti.
Zavorra. Sotto la quale rischio, continuamente, di rimanere schiacciata.
Se non fosse per queste mie mani, callose e sciupate, con le quali mi sfioro e sfioro il mondo, cercando di afferrare la vita, potrei ben convincermi di non essere davvero io la donna terrena, vestita di nero e con le labbra di fiamma, che scrive le pagine di questo diario, ma la protagonista di una storia raccontata per immagini su una pagina di romanzo.

Marilena

sabato 23 gennaio 2010

Fottere la signora


Non amo perdere.
E so barare da Dio.
Per questo non perdo mai.
Cosa credevi di fare?
Pensavi fosse facile fottere la signora.
Ma una donna che sa barare ha sempre in serbo una sorpresa.
Sono brava nel mio gioco
La migliore.
Eri nel mio mirino.
Eri tu la preda.
E non l'hai capito.
Ti ho accarezzato con la lingua.
E sussurrato ipotesi.
Stordito col mio profumo.
Ed irretito con la mia collaudata arte.
Nell'illusione di un gioco facile.
E già scommettevi sulla tua buona sorte.
Pronto a reclamare il diritto del campione.
Dichiarando in anticipo le tue sudice carte.
Ma l'asso vincente era nelle mie mani.
E' sempre stato lì.
Non era contemplata, per te, alcuna possibilità di vittoria.
Ma solo la tua partecipazione emotiva al gioco, per rendere più vera la mia finzione.
Perché anche chi come me bara, desidera, almeno una volta, poter perdere.

venerdì 15 gennaio 2010

La scimmia sulla schiena


Si sveglia al mattino con me.
Mi fa compagnia nel silenzio della notte.
Solo un respiro, flebile e gelido.
La sua presenza è tutta in quel respiro.
Lo sento tra i capelli.
Mi sfiora l'orecchio.
Soffia sulla mia guancia.
E' un alito freddo.
E' viva, la scimmia che mi porto attaccata sulle spalle.
E' viva.
Nel gemito ovattato dei suoi polmoni.
Non posso vederla.
Ma la sento.
E' appesa alla mia schiena.
Uno zaino. Un fardello.
E così che vivo.
Con quella sacca da viaggio saldata alle mie spalle.
Come se fossi sempre in procinto di partire.
Di andarmene.
Come se ci fosse un treno che mi aspetta in qualche stazione lontana.
Ed io non conosco la direzione.
E' la scimmia che mi guida.
A volte leggermente spinge, con colpetti decisi, per sveltire il mio passo.
E' sempre lei a decidere il percorso.
A volte soffia il suo alito gelido nelle mie orecchie.
Ed allora so che devo fermarmi.
Quanto durerà l'attesa, non mi è dato sapere.
Insieme aspettiamo un treno invisibile, su un binario pieno di nebbia.
E' come sostare in uno specchio eternamente appannato.
Ce ne è così tanta di nebbia.
La nebbia e l'alito gelido.
E quel freddo cattivo che rosicchia le ossa.
E s'accovaccia nelle budella.
Per scaldarmi cerco di raccogliermi in un pugno.
Inutilmente.
Sono come un feto rattrappito in un utero dissanguato.
Talvolta, invece, per una sua qualche ragione, la scimmia s'immobilizza.
Allenta la presa.
Respiro, di nuovo, con i miei polmoni.
Lunghe boccate avide di aria tiepida.
Un vento buono, che sa di primavera.
E m'illudo di aver vissuto solo l'angoscia, momentanea, di un incubo.
Allora so che posso ancora rimanere
Per quanto tempo, però, non mi è dato di sapere.

ANNOTAZIONI
Per William Burroughs la scimmia sulla schiena era la sua dipendenza dall'eroina e dalla morfina, di cui lui, appassionato sperimentatore, ne faceva abbondante uso.
La scimmia, erano i sintomi dell'astinenza che si manifestavano con dolori lancinanti alla schiena, causati dalla fine dell'effetto anestetico dell'eroina.
La mia scimmia, invece, è la depressione.
L'astinenza dalla vita.
Un vuoto, doloroso ed incolmabile, che si spalanca a riempire un desiderio di morte.
Un auto annullamento.
Marilena