Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

martedì 12 maggio 2020

Rebecca (cap.19)


L'UOMO DELLE FORESTE
Giovanni Basile era figlio di Saro, un oscuro calzolaio che aveva inutilmente tentato, come tanti siciliani, la fortuna in terra d'America, prima a New York poi a Detroit. Nel frattempo mise su famiglia con Elsie, una giovane indiana di etnia Pueblo che morì di setticemia poco dopo aver dato alla luce suo figlio. La mancanza di lavoro, e le difficoltà ad allevare da solo il bambino, indussero Saro a tornare nel borgo natio di Terrasini, nell'entroterra di Palermo. Giovanni fu allevato con riluttanza dai nonni che non gli riconoscevano, per via della madre indigena e non cristiana, l'appartenenza al loro stesso ceppo, e crebbe quasi misconosciuto allo stesso Saro che, trasferitosi a Catania con la sua  nuova famiglia, lo lasciò alle loro cure. La nonna lo nutrì di un affetto aspro e frettoloso. Era già avanti con gli anni quando il figlio le mise tra le braccia quel fantolino dalla pelle di terracotta, i capelli lisci e gli occhi a mandorla, così diverso da tutti gli altri suoi nipoti, riccioluti e con gli occhi tondi. Il nonno, quel piccolo straniero, che portava il suo stesso nome, non lo respinse ma si limitò a trattarlo con la cortesia dovuta ald un ospite. Con gli anni, però, le distanze fra loro s'erano accorciate: uniti dalla passione per la pesca e per il silenzio, si riscoprirono consanguinei. Seduti sullo stesso ciottolo, le gambe immerse nell'acqua, erano un tutt'uno, senza bisogno di parlarsi.

«Te vogghiu beni, abbrazzami.» Gli aveva detto il nonno prima di morire.
Era la prima volta che glielo diceva Era anche la prima volta che gli chiedeva qualcosa.
Giovanni si stese nel letto accanto a lui e lo strinse fra le braccia.
Fu quello il loro primo abbraccio. E quella la loro ultima battuta di pesca.
Il vecchio gli aveva lasciato in eredità, oltre la dichiarazione del suo affetto, anche una piccola somma di denaro che Giovanni spese per intraprendere il suo primo viaggio in America, nel Michigan, sulle orme della madre. Ma l'unica traccia che trovò di lei fu una lapide disadorna e dimenticata. Nemmeno una fotografia, o il ricordo di qualcuno che l'avesse conosciuta: di Elsie, il mondo aveva perso la memoria. Ma l' America lo attraeva coi suoi cieli enormi sotto cui anche il più sconfinato dei paesaggi rimpiccioliva alla dimensione di una cartolina. Sotto quei cieli immensi e deserti si sentiva al sicuro. Decise di rimanere. Iniziò una vita nomade e frastagliata, continuamente interrotta e continuamente ripresa, secondo il suo umore e i suoi bisogni. Non aveva legami fissi e neppure li cercava. Non aveva particolari esigenze personali se non quelle di una presa di tabacco. Si spostava continuamente da uno stato all'altro, libero di scegliere se dormire in una stanza al coperto o all'addiaccio sotto le stelle. Non aveva un progetto esistenziale, viveva di piccoli lavori temporanei e non impegnativi, poiché non era alla stabilità economica che mirava ma alla libertà, che intendeva a largo raggio.
Niente legami. Niente contratti. Nessun vincolo.
In virtù di questo accettò l'incarico di aiutante sul campo di Albert Young, un giovane, intraprendente biologo che s'apprestava a mappare tutte le specie, vecchie e nuove, delle formiche predatrici nella foresta di Semuc Champey in Guatemala, per ottenere finanziamenti per un suo rivoluzionario progetto nell'ambito della genetica.
«Quello che le offro, Giovanni, è un  lavoro faticoso e certosino, in un ambiente caldo-umido, difficile. La paga non è gran ché ma il panorama è mozzafiato.» Lo irretì il biologo, e lui consapevolmente si lasciò irretire. E non se ne pentì mai: Albert Young era stato di parola, perché il paesaggio era quello verde smeraldo di un mondo impenetrabile, nebbioso ed incantato, del quale immediatamente s'innamorò. Ad incarico ultimato, con il compenso ricevuto comprò un cavallo, si lasciò crescere i capelli che legò in una treccia, e iniziò la vita da esploratore delle grandi foreste pluviali del centro America, dal Belize a Panama. Si guadagnava da vivere come guida per chiunque fosse interessato a scoprire i  segreti e gli splendori di quei paesaggi grezzi, ancora selvaggi ed incontaminati.
Albert Young, che quei finanziamenti aveva poi ottenuti, non si dimenticò di lui, e provvide a fargli avere un extra sul compenso pattuito, riconoscendogli pubblicamente in un intervista rilasciata a "La Hora" il quotidiano più diffuso nella capitale Città del Guatemala, un ruolo fondamentale nel successo della sua impresa: per la sua intelligenza pratica, la prodigiosa memoria visiva, lo straordinario senso d'orientamento, l'audacia temperata dal buon senso. Doti che nel loro soggiorno nella foresta di Semuc Champeny li avevano tratti d'impaccio da alcune situazioni rischiose.
Quella pubblicità gli procurò fama e clienti, trasformandolo in un personaggio da film.
Fu così che nacque  "l'uomo delle foreste".

STORIA DI UN'AMICIZIA
Concetto Scalavino, già affermato nel settore del legname, aveva saputo di Giovanni Basile da un articolo sul "Giornale di Sicilia", dove il botanico Guglielmo Gaudio raccontava il suo soggiorno nella foresta umida di Sierra de las Minas in Guatemala, esaltando la pregiatissima qualità e la prodigiosa varietà delle specie degli alberi presenti "pini, ebani, cipressi, querce e abeti, alti come torri e solenni come cattedrali" Nell'ultima parte dell'articolo, lo studioso menzionava l'italiano come la straordinaria guida che lo aveva protetto dalle nebulose insidie della foresta, "perché anche le foreste, come tutte le creature viventi, hanno un'anima esterna, fluttuante e luminosa, ed una interna, più fitta e buia"

Espandere, ma anche differenziare la sua azienda nel mercato del legname, era stato per Concetto Scalavino, fin dagli inizi della sua attività imprenditoriale, il traguardo prefissato, non solo per un fattore economico ma anche, e soprattutto, per esaudire la sua passione per l'arte dell'ebanisteria.
Quell'articolo sul "Giornale di Sicilia" era stato per lui illuminante, fortificandolo nei suoi progetti di espansione aziendale. Dalle foreste del centro America avrebbe importato il legname più pregiato per i maestri ebanisti siciliani, e di quelli oltre confine. Sarebbe stata l'eccellenza del suo prodotto a giustificarne i costi elevati: la differenziazione, il salto di qualità che gli avrebbe permesso, se non il monopolio nel settore, di sicuro il predominio.
S'imbarcò alla volta del Guatemala, nonostante la sua predisposizione al mal di mare e la sua scarsa propensione ai viaggi, con l'intento di convincere "l'uomo delle foreste" a lavorare per lui. Un tentativo andato a vuoto, che gli riuscì  solo quando Giovanni Basile, ammalatosi di febbre gialla, dovette rinunciare al suo lavoro di guida perché l'ambiente delle foreste gli era diventato ostile. Tornato in Sicilia per il periodo della convalescenza, Concetto Scalavino gli sveva rinnovato la sua offerta di arruolamento, e questa volta Giovanni aveva accettato.
«Non voglio un ufficio, non intendo occuparmi di scartoffie. Il mio lavoro lo svolgo all'aria aperta, nei miei tempi e nei miei modi.» Era stata la sua richiesta alla firma del contratto a cui Concetto Scalavino non si era opposto. A questa come a nessun'altra delle sue condizioni.
In realtà di un ufficio Giovanni Basile non aveva affatto bisogno visto che il suo compito era quello di visitare le piantagioni di alberi dell'America centrale e selezionare il legname da esportare, mentre delle pratiche e dei contratti  se ne sarebbe occupata la rappresentanza della "Scalavino Timber Exported "a Città del Guatemala.
Un sodalizio, il loro, che s'era trasformato nel corso degli anni in un'amicizia ruvida ed onesta. Un'amicizia alla distanza ma più solida di quelle a stretto contatto, perché necessitava di una fiducia illimitata nel reciproco operato, vista l'impossibilità delle verifiche sul campo e in tempo reale.

Al momento dei fatti Giovanni Basile era tornato in Sicilia per comunicare a Concetto Scalavino la sua intenzione di lasciare il lavoro ed imbarcarsi per l'Argentina dove avrebbe messo su un allevamento di cavalli e, se non era troppo tardi, anche famiglia. Gli avrebbe dato il tempo, però, di trovare un sostituto. La vita nomade lo aveva deteriorato. Era stanco. La solitudine l'opprimeva e il silenzio lo immalinconiva. La sensazione di fluttuare nel vuoto lo induceva ad ancorarsi al suolo. Consapevole della sua impotenza a gestire quel suo malessere, iniziò a soffrire d'insonnia. Passava la notte a rigirarsi nel letto in preda ad un'oscura angoscia che neppure la presa di tabacco, fortificata dall'hashish, rendeva sopportabile
...ma lo stato critico in cui versava l'amico lo indusse a tacere sui suoi propositi e rimandare la partenza.

martedì 5 maggio 2020

Rebecca (Cap.18)



ALLA RICERCA DI UN PARTICOLARE DI RILIEVO
La morte di Mimì Messinese aveva gettato Concetto Scalavino in uno stato di depressione profonda, a cui in maniera determinante avevano contribuito il forzato isolamento, la mancanza di notizie esterne, e la tanto attesa visita di Giandomenico, necessaria per definire la consegna del mogano per il mobilio di papa Leone XIII, nel caso che Mimì non avesse fatto in tempo a riferirgli i dettagli stabiliti.
Al ricordo di Mimì gli occhi gli si inumidivano: rivedeva l'amico seduto al suo capezzale col bicchiere di acqua e zammù fra le mani, imponendo alla sua mente l'enorme sforzo di ricordare tutte le  parole da lui dette e visualizzarne i gesti, in un estremo tentativo di capire se già v'erano le avvisaglie di quella sua morte imminente. Ma per quanti sforzi facesse non balenava nella sua testa nessun particolare di rilievo, nessuna stonatura percepita. Non c'era stato nessun preavviso. Era il Mimì di sempre, timido e goffo, forse solo un po' stanco...ecco... si...gli era parso stanco, e a rifletterci bene anche assente, come se la sua mente fosse altrove. E anche la sua visita era stata piuttosto breve
...ma se qualcuno gli avesse detto che era proprio lui il motivo dell'ansia di Mimì, e che era da lui che aveva fretta di allontanarsi per paura di non sapersi opporre ai suoi piani di un loro futuro apparentamento. Forse stroncato dalla consapevolezza di non essere capace di reagire a quelle sue manipolazioni che erano state motivo di attrito con il figlio, non ci avrebbe creduto. Piuttosto, avrebbe individuato nell'irresolutezza di Giandomenico, la causa di quella sua inquietudine rivelatasi mortale.

Confinato nella sua camera da letto ignorava ciò che all'esterno accadeva, e la costrizione all'immobilità lo rendeva, secondo il caso, irascibile o taciturno. E sospettoso.
Immaginava scenari oscuri. Ostili. E sempre più andava prendendo forma nella sua mente l'ipotesi di un complotto ordito alle sue spalle con la complicità di tutti: l'inconsapevole moglie; le due figlie ribelli; il dottore che lo aveva relegato in quel letto; la governante, alla quale, senza davvero conoscerla, aveva affidato la sua casa e la  sua famiglia.
Aveva sbagliato a fidarsi di lei, anche se in quella sua particolare situazione non aveva avuto scelta.

UN UOMO SULL'ORLO DI UNA CRISI DI NERVI
«Stai diventando paranoico, Tino, non c'è nessun complotto ai tuoi danni. A quale fine poi? Ma se nutri dei dubbi sulla tua governante puoi sempre mandarla via!» Era esploso, Giovanni Basile, al culmine dell'esasperazione, dopo l'ennesima reiterazione di quei sospetti nei riguardi di Brigida Catalano.

«E' quello che intendo fare...ma prima la inchioderò alle sue responsabilità!»  Esausto ricadde sui cuscini. 

Un silenzio pesante piombò nella stanza. Un silenzio protettivo che Giovanni Basile avrebbe voluto prolungare all'infinito ma che, invece, avrebbe dovuto infrangere per mettere al corrente l'amico della decisione della famiglia Messinese di rescindere il contratto commerciale che legava le loro attività. Una notizia, questa, rilevante, e dolorosa, che strettamente lo andava a colpire nella sfera privata prima ancora che in quella degli affari. Un annuncio a cui Concetto Scalavino non avrebbe reagito bene.

«Ascolta, Tino, so che non ti farà piacere ma è della famiglia Messinese che sono venuto a parlarti, perché ho ricevuto questa mattina la visita di Michele, il figlio maggiore di Mimì, in veste di neo amministratore, per rescindere il contratto con la nostra azienda. Il nuovo amministratore ha valutato scelte diverse, tra cui quella di voler pagare la fornitura del mogano di cui avevi fatto dono a Giandomenico per i suoi lavori a Roma, ma che invece, secondo le sue  testuali parole "verrà poi data in beneficenza, in nome di Carmine (Mimì) Messinese, al Comune della città affinché ne disponga come legname per le bare dei poveri" Questo più che un complotto ha l'aria di un affronto, e da subire, per le sue modalità, in silenzio.» Sottolineò, Giovanni Basile.

Concetto Scalavino, era terribilmente impallidito, affannato, in carenza di aria e di voce, aveva tentato di tirarsi fuori dal letto, ma Giovanni Basile era stato pronto a trattenerlo.

 «La lettera!» Esclamò, frugando sotto il cuscino e poi scandagliando convulso il fondo del letto «Non c'è! Non c'è! Non c'è più! » 

 «Quale lettera, Tino?» Domandò, allarmato dal suo stato emotivo «Di che lettera parli?» Lo incalzò inquieto «Fammi capire perché, altrimenti, non posso aiutarti.»

 «Avevo scritto a Mimì, non potendo parlargli di persona, per ricordargli le ragioni del nostro accordo e sollecitarlo alla sua attuazione.» Fissò l'amico con occhi febbrili e poi aggiunse torvo: «La lettera l'ha di certo presa lei, Brigida Catalano, spinta da Rebecca, e consegnata alla vedova di Mimì o, peggio ancora, allo stesso Giandomenico, per far definitivamente fallire l'apparentamento tra le nostre famiglie. La decisione di cessare ogni rapporto ne è la conseguenza immediata.»

 Domandò, paziente, Giovanni Basile «Cosa c'è scritto in quella lettera di così pregiudizievole se hai temuto che fosse quella la causa di questo disastro?» Domandò, paziente, Giovanni Basile «Giandomenico non era d'accordo su questo matrimonio?» 

«Giandomenico... .» Il mercante pronunciò quel nome in tono amaro: «di lui si mormora che non sia un vero uomo. Grande ebanista di sicuro, un novello Maggiolini, ma come uomo... manca di virilità nei tratti e nel carattere, e forse anche nella mascolinità. Per questo, in accordo con Mimì, e su mio consiglio, avevamo concordato questo matrimonio per ridare a lui un'identità più marcata. Più virile. Sposando Rebecca avrebbe avuto tutto: bellezza, ricchezza ma, soprattutto, l'onore.» 

 «E tua figlia era d'accordo a compiere questo sacrificio?» Il tono di Giovanni Basile era apertamente sferzante, ma l'altro neppure se ne accorse.

«No. Mia figlia è una bastian contraria e farebbe di tutto pur di contrastarmi.» Affermò  sconsolato «Colpa della madre che non si è mai curata d'impartirle la buona educazione e il dovuto rispetto.»

«Le altre tue figlie non ti hanno mai creato problemi?»

 «Nessuna di loro.»

«Eppure la madre è la stessa.»

«Certo che è la stessa!» Rispose piccato lo Scalavino: «Dove vuoi arrivare?» Domandò sospettoso.

«A farti riflettere che la medesima cosa non funziona per tutti alla stessa maniera: le altre tue figlie hanno accettato le tue decisioni, magari non erano d'accordo ma non le hanno contrastate, piegandosi ad una volontà, la tua, per loro superiore e indiscutibile, che la tua ultimogenita, invece, non riconosce e mette in discussione.»

«Un padre sa sempre cosa è bene per i figli.»

Giovanni Basile aveva sorriso di quell'affermazione dettata dalla sicumera: «Cerchiamo di capire chi ha preso quella lettera e se in ultimo è stata consegnata alla famiglia Messinese  Nel mentre, però, parlerò  anche con tua figlia.»

Concetto Scalavino, dapprima stupito s'era poi incollerito: «Perché devi parlare con lei? Hai bisogno di una convalida alle mie parole?»

«Ho bisogno anche della sua versione.» Tagliò corto l'amico.

«La sua versione?» Gli fece eco il mercante. «La necessità di una sua conferma al mio racconto ne sminuirà la mia autorevolezza.»

«Al contrario, accettando il confronto potresti uscirne rafforzato. Ad ogni modo la tua autorevolezza è già stata messa in discussione, segno evidente che il tuo metodo non ha funzionato. Proviamo col mio.»

«Mi pare che io non abbia altra scelta.» Mormorò, rassegnato, mentre ancora frugava nella speranza che la lettera si materializzasse sotto il cuscino: «L'ha presa la governante mentre dormivo, insieme al resto della corrispondenza perché anche le fatture e i contratti a cui stavo lavorando sono spariti.» Strinse i pugni talmente forte che le nocche divennero bianche. Poi, in tono sommessamente vittorioso,chiese: «Sei ancora convinto che si tratti di una mia ossessione e non di una congiura a tutti gli effetti?»

domenica 26 aprile 2020

Certezze. E Catastrofi

Non c'è nulla di più rassicurante delle certezze della routine, anche se a lungo andare possono generare noia o fastidio, infinitamente si rimpiangono nel momento degli sbandamenti e delle catastrofi, quando la terra frana sotto i piedi e tu non sai se stai cadendo in una buca o in un precipizio. O in una realtà parallela.





giovedì 23 aprile 2020

Rebecca (cap 17)



 EN PLEIN AIR
Nel giardino inondato di sole, sedute sotto un patio, c'erano tre donne, che ad un primo sguardo potevano essere la replica di una stessa: capelli ramati, occhi scuri e pelle di porcellana.
Tranne per gli abiti, di colori diversi, verde, lilla e blu, si somigliavano nel tono della voce e nella grazia dei movimenti. Giovanni Basile, ammaliato, s'era fermato ad ammirarle: come in un quadro di Degas, i colori vividi degli abiti e il rosso luminoso dei capelli si fondevano con l'azzurro traslucido del cielo quasi estivo, sullo sfondo di un paesaggio senza tempo.

Alla sua vista, una di loro, quella vestita di blu, s'era staccata dalle altre e gli era andata incontro.

«Signor Basile, vi ricordate di me? Ci siamo incrociati nell'atrio, voi stavate uscendo ed io ero appena arrivata. Sono Rebecca Scalavino, la figlia di Concetto.» Disse, porgendogli la mano.

«Certo che mi ricordo di voi.» Rispose l'uomo togliendosi il cappello e stringendole la mano.
Aveva una voce profonda, capelli lucidi e neri legati in una treccia, e sotto la fronte bassa, nel volto brunito dai lineamenti marcati, risaltavano gli occhi scuri dal taglio a mandorla, che gli conferivano una fisionomia straordinariamente esotica. Come la volta precedente indossava stivali da cacciatore e una camicia quadrettata da montanaro, con le maniche rimboccate sulle braccia.

«Avrei bisogno di parlarvi, ovviamente dopo che avrete fatto visita a mio padre. Non vi porterò via troppo tempo...è una faccenda breve.»

Lui aveva sorriso di nuovo: «Non è il tempo che mi manca, e sono lieto se potrò esservi di aiuto.»

«Grazie per la vostra gentilezza. Vi attenderò sotto il patio.» Rebecca gli indicò la struttura coperta dove era prima seduta con la sorella e la madre.

Giovanni Basile assentì, toccandosi la falda del cappello.
 «Allora a dopo.» Si congedò, incamminandosi lungo il vialetto.

CONFESSIONI
«Chi è l'uomo col quale stavi parlando?» Gemma aveva chiesto incuriosita.

«Giovanni Basile, lavora per papà.»

«E tu cosa hai a che fare con lui?» 

«Vorrei capirne di più sul commercio del legname.» Aveva risposto Rebecca, suscitando la risata divertita della sorella, a cui aveva replicato seria: «Non c'è nulla da beffeggiare, Gemma. Voglio una vita fuori dalle mura di questa casa e da quella futura, dove immagino sarò la moglie di qualcuno, intenta ad allevare figli, curare il giardino e ricamare centrini. E' questo a cui siamo destinate. Ed io non lo accetto. Voglio essere padrona della mia vita e delle mie scelte. Ti pare un desiderio così insensato? » La domanda era stata accolta dal silenzio di Gemma. Con dolcezza, Rebecca, aveva allora chiesto: «E tu cosa desideri?»

«Essere amata.» Aveva risposto in un sussurro. Ma subito dopo, pentita di quella confessione, s'era allontanata correndo.

Rebecca non aveva tentato di trattenerla e neppure di rincorrerla. Non era stata freddezza la sua, ma rispetto, intuendo da quell'amara, schietta dichiarazione, la tempesta di sentimenti, emozioni e dubbi che albergavano nell'animo della sorella. Una confessione, quella sua, alla cui luce andavano analizzati i suoi recenti comportamenti. Il loro padre l'aveva illusa sulla sincerità del suo affetto, e poi umiliata per consentire a lei di trionfare. L'abietta scala dei valori su cui lui s'era mosso pienamente giustificava quel suo rancore che ora s'era esteso anche lei che s'affannava a prenderne le difese, facendosi paladina di quella supposta innocenza paterna, tutt'altro che limpida, sulle cause della morte di Mimì Messinese.
No, averla lasciata andar via senza tentare di fermarla con un gesto o una parola, non era stata una buona cosa: quello che nelle sue intenzioni voleva essere un segno di rispetto doveva esserle sembrare, al contrario, d'indifferenza o di superiorità.
Doveva immediatamente chiarire l'equivoco con Gemma.

UNA CONVERSAZIONE RIMANDATA
Entrata nell'atrio, Rebecca, s'era incrociata con Giovanni Basile che s'apprestava ad uscire.

«A quanto pare è nostro destino incontrarci nel corridoio.» Osservò divertito, ma s'era subito fatto serio davanti all'espressione pensierosa della giovane. «Tutto bene, Rebecca?» Chiese preoccupato.
Lei lo rassicurò: «Sì, tutto a posto, ma dobbiamo rimandare la nostra conversazione in un altro momento, se siete d'accordo.»

«Certo. Quando volete.» C'era un'impercettibile nota di delusione nella sua voce che Rebecca, però, non aveva rilevato.

«La prossima volta che verrete in visita a mio padre, se per voi va bene.»

Giovanni Basile annuì in segno di assenso.
Sulla porta s'erano salutati con una stretta di mano.

LA SCOPERTA DELL'INTIMITA'
Quando Rebecca era entrata nella stanza, Gemma, d'impulso, s'era alzata per uscire, ma stavolta, però, lei l'aveva trattenuta.

«Dobbiamo parlare, chiarire questo mostruoso equivoco che si è creato tra noi.» Aveva detto Rebecca tenendola per i polsi, ma Gemma, furiosa, l'aveva respinta facendola cadere a terra da dove, però, s'era subito rialzata e, per impedire che l'altra guadagnasse l'uscita, l'aveva trattenuta bloccandola sul pavimento. Gemma, con un colpo di ginocchio all'inguine, l'aveva costretta ad allentare la presa, facendola ripiegare su stessa. Di nuovo a terra, dolorante, ma decisa a non mollare, Rebecca l'aveva afferrata per una caviglia. Perdendo l'equilibrio, Gemma le era ruzzolata addosso.
S'erano così ritrovate entrambe a terra, ansanti, esauste e scarmigliate, come un blocco marmoreo in un angolo del pavimento: il loro primo vero, materiale contatto fisico.
D'istinto, Rebecca, tramutò la presa in un abbraccio e baciò la sorella su una guancia.
 Sorpresa da quel gesto, inusuale ed inaspettato, Gemma, confusa, si arrese a quell'intimità nuova, lasciandosi andare alle lacrime.

Unite in quell'abbraccio, il cucciolo di lupo e il cucciolo di cane, sperimentavano entrambe, per la prima volta, il calore del contatto fisico. Quell'intimità silenziosa, profonda, che non scaturisce dalle parole o dal legame del sangue, ma dal sentimento, e fino a quel momento a loro precluso perché sconosciuto.

Rebecca, con quell'abbraccio spontaneo, aveva compiuto l'atto materiale del ricongiungimento con la sorella, abbattuto gli steccati dietro cui erano confinate, e legittimato l'accesso illimitato nel proprio territorio: non una resa, quella sua, ma un'offerta che forse Gemma avrebbe accettato oppure respinto. Ma non era quello il momento delle verifiche. In quell'angolo di pavimento, trasformato in una culla, Rebecca e Gemma s'erano addormentate abbracciate. 
Riappacificate, come accade sovente alle sorelle dopo un litigio.

martedì 14 aprile 2020

Rebecca (cap.16)


IN PUNTA DI PIEDI
Brigida era entrata in punta di piedi nella camera di Concetto Scalavino per chiudere le tende perché il sole, nonostante volgesse all'imbrunire, ancora smerigliava di rosso le pareti, e prendere ordini per la cena e sincerarsi delle sue condizioni, che quel giorno, contrariamente al solito, la campanella di servizio aveva suonato solo una volta perché venisse fornito di pennino e carta da lettere. I fogli, malamente scarabocchiati, erano scivolati a terra quando lui s'era addormentato. Scrivere in quella posizione scomoda non era facile, così come il trascorrere intere giornate immobilizzato a letto.
Quanto doveva pesare ad un uomo d'azione e di controllo come lui quella forzatura e la conseguente dipendenza da lei per le veci nella casa, e da Giovanni Basile per quelle negli affari!
Ma se poteva fidarsi di loro per le pratiche quotidiane così non era per quelle più personali, e a causa dell'incidente, sospese e d'improvviso incerte, e che pure dovevano tremendamente angosciarlo non potendo, per queste, affidarsi ad alcun vice.
Brigida aveva raccolto i fogli, tirato le tende, e senza far rumore era uscita dalla stanza.
 Nell'ingresso aveva intercettato Rebecca e ponendole le lettere in mano, aveva detto: «Sono certa che avete una grafia migliore di quella di vostro padre, ricopiatele e, se occorre, correggetele.»

«Cosa sono?» Aveva chiesto sorpresa la ragazza sbirciando i fogli fittamente coperti da una scrittura maschile puntuta e irregolare, a tratti illeggibile.

«Lettere d'affari: il vostro possibile passaporto per l'indipendenza.» Le aveva risposto Brigida seria.

«Davvero siete convinta che copiare in bella calligrafia queste sue lettere, per di più prelevate a sua insaputa dalla sua camera, mi varrà un suo encomio? »

« Avete ragione, sarà molto arrabbiato con voi, ma anche colpito, sbalordito dall'intraprendenza del  gesto e dall'audacia di aver osato entrare in un contesto che sicuramente lui giudica non alla vostra portata. Sono altrettanto certa, però, che voi saprete tenergli testa.» Aveva ribadito sicura la governante.

Rebecca la guardò perplessa: «Non riesco a seguirvi: perché mio padre dovrebbe trovare significativo questo mio gesto? Si vede che non lo conoscete e avete avuto poco a che fare con lui. E' un despota che vorrebbe tutti piegati alla sua volontà, e dove non arriva col convincimento usa la coercizione per...»

«Ma è anche un uomo terribilmente solo.» La interruppe Brigida. «Lo attestano quelle sue lettere faticosamente scritte a causa della posizione precaria a cui l'immobilità lo ha costretto. Poteva chiedere aiuto a me, a voi o a Gemma, ma non l'ha fatto. Per stupido orgoglio, direte voi, ma anche perché crede di non avere nessuno di cui potersi fidare. La morte di Mimì Messinese ha reso evidente questa mancanza, accentuando la sua solitudine.»

«C'è quel Giovanni Basile, il suo braccio destro. Di lui dovrebbe fidarsi.» Obiettò seccamente Rebecca.

«Confondete la fiducia con l'intimità. Sono cose diverse. Rifletteteci.» Disse la governante mettendole in mano il pacchetto delle lettere, per sparire poi nella cucina.

CONTRASTI
Assorta nei propri pensieri, Rebecca, non s'era accorta della presenza della sorella rimasta in silenzio ad osservarla disporre in ordine i fogli sullo scrittoio.
Solo dopo, alzando gli occhi, l'aveva vista, e davanti al suo sguardo irridente per la prima volta in vita sua s'era sentita a disagio, come colta in fallo.
Chiaramente, però, aveva intuito che l'intesa su cui s'andava imbastendo il legame con Gemma non era abbastanza consolidata per cui rischiava, alla luce dei recenti malintesi, di lacerarsi, perché sebbene entrambe perseguissero lo stesso progetto, i contrasti erano sul metodo per realizzarlo.

«Ora svolgi per lui mansioni di segretaria? » Domandò ironica, Gemma. Poi, senza darle il tempo di rispondere aveva aggiunto: «Tu e la signora Catalano parlavate nell'ingresso così, mio malgrado, ho ascoltato la vostra conversazione.» Quella puntualizzazione avrebbe potuto avere apparenza di scuse, ma il tono sarcastico, e il sorriso canzonatorio, chiaramente smentivano essere tale.

«Mi ha chiesto di riscrivere in grafia leggibile queste lettere di papà. Tutto qui.» Volutamente, Rebecca, non aveva raccolto la provocazione per non inasprire i toni ed acuire la tensione.

«Farai qualsiasi cosa lei ti chiederà?» La domanda suonava come uno sberleffo.

«No. Solo quello che riterrò opportuno.» Rispose Rebecca, guardandola negli occhi.

«Come immaginavo: hai già dimenticato tutto, mentre io, invece, non dimentico niente.» C'era delusione nella voce di Gemma. Ma anche una sfida.

«Non ho dimenticato neppure io, ma ora la situazione è cambiata. Mimì Messinese è morto e con lui anche il progetto di nostro padre, ma nonostante il suo riprovevole agire, trovo ingiusto che Giandomenico e la sua famiglia lo reputino colpevole della sua morte: non lo ha ucciso lui, Mimì.» Aveva ribadito con forza Rebecca.

«Ne sei davvero convinta? Sbagli a difenderlo, perché lui ha ucciso anche la mamma.» In quella sentenza inappellabile, la voce di Gemma era risuonata gelida, in contrasto, però, con lo sguardo compassionevole rivolto alla sorella prima di uscire dalla stanza.

PUNTI DI VISTA ESTERNI E DISCORDANTI
Rebecca, rimasta sola, aveva gettato un'occhiata pensosa ai fogli sparsi sullo scrittoio chiedendosi se quella silenziosa collaborazione, per altro non richiesta da suo padre, ma caldeggiata dalla signora Catalano, non fosse una trappola.
Abituata a far riferimento solo a se stessa e al suo istinto, si trovava ora a doversi districare in un coacervo d'ipotesi, di verità vere o presunte, di punti di vista esterni e discordanti, eppure tutti allo stesso tempo plausibili.

Aveva ragione Gemma nell'affermare che il loro padre avesse ucciso la mamma, seppure lei era ancora viva e che, al di là dello smarrimento mentale, godeva di una salute di ferro, ma continuava a credere, però, che non fosse responsabile della morte di Mimì Messinese seppure lui fosse realmente morto, stroncato da un infarto provocato dall'ansia, dalle pressioni, e dalla sua incapacità a barcamenarsi in una situazione dove forse non aveva visto via d'uscita, ma che lui stesso, con la sua acquiescenza, aveva contribuito a creare.
 In base a questo ragionamento, allora, erano colpevoli anche lei e Giandomenico, che pur non accettando quella situazione, per motivi diversi l'avevano comunque protratta.
 E se così fosse, qual era il grado individuale di colpevolezza?
Perché un'intelligenza sensibile come quella di Giandomenico non aveva vagliato questo punto di vista?
O forse lo aveva fatto, e se ne era ritratto inorridito.