Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

sabato 1 maggio 2010

Agatha al centro del mondo



Agatha, dal sogno della notte appena trascorsa, aveva rilevato auspici benevoli per il compimento della sua impresa.
Nel sogno c'era stato il ritorno delle rondini a nidificare tra le tegole precarie del suo sottotetto.
Poi la fioritura, selvaggia e trasbordante, di un cespuglio di gelsomino ormai da tempo inaridito.
Aveva perfino ripreso a zampillare l'umile fontanella del cortile, irrimediabilmente disseccata dalla siccità della passata stagione.
Eppoi, nel sogno, si era vista anche lei.
Appena un po’ più giovane, con i capelli fluenti e la gonna rossa che tanto piaceva a Juan.
Lui, però, nel sogno non c'era.
Il bastardo che l'aveva mille volte tradita e che lei mille volte aveva perdonato.
Il miserabile che poi l'aveva umiliata fuggendo di notte, di nascosto come un ladro, con la sua sgualdrinella ancora impubere.
L'assenza di Juan, in quel suo sogno così bello, l'aveva ulteriormente convinta della positività di quei segnali notturni.
E di quelli diurni.
Perché si era destata con il sole che le solleticava le gambe e che, approfittando della sua incosciente remissività, andava penetrando, sempre più ardimentoso, sotto la cotonina diafana della camicia da notte.
Lei, allora, con distratta malizia, aveva aperto un poco di più le gambe facendo sì che gli immateriali polpastrelli del sole non trovassero ostacoli insormontabili a quella sfacciata manovra.
Non si mosse da quella posizione fino a che non si sentì colma di quel calore espansivo, generoso ed umido,  quello dell'innamorato che vorrebbe per sempre rimanere dentro l'intima fessura, nel ventre della sua amata.
Quando si fu alzata, per prima cosa controllò se le rivelazioni del sogno si fossero materializzate anche nella realtà del presente.
Ma tutto, all'apparenza, sembrava come sempre.
Ciò che sembra non sempre è.
Ricordava la frase che sua madre era solita recitare ogni volta che si era trovata di fronte ad un possibile inganno.
Ciò che sembra non sempre è.
Anche Juan, un tempo, le era sembrato un uomo diverso da quello che poi si era rivelato.
Ma quella mattinata di sole e di vento no, non la stava ingannando.
Era esattamente quello che sembrava.
Perché c'era anche il vento, altro elemento che consolidava il suo convincimento che quella fosse la giornata perfetta per la sua impresa.
Il vento era ben calibrato.
Né troppo forte.
Né troppo debole.
Deciso.
E tiepido.
Un vento androgino.
Donna e uomo insieme.
Ed un vento di questa natura non l'avrebbe di sicuro tradita.
Aveva indossato pantaloni e stivaletti da cavallerizza per domare le nubi.
Con le forbici, senza tentennamenti, aveva mozzato la treccia scura che le ondeggiava sulla schiena, pesante come una gomena.
Ogni inutile zavorra, per il successo dell'impresa, andava senza pentimento eliminata.
A Juan piaceva l'intrico selvaggio dei suoi capelli di femmina.
La treccia recisa, ciondolante nella sua mano, questo le rammentava.
Agatha, quel mattino aveva invece con decisione stabilito che la sua gonna rossa e la treccia tagliata, gli occhi verdi di Juan e la sua anima bastarda, erano solo gravami di cui poteva benissimo fare a meno.
Fardelli del passato.
La donna che si accingeva a celebrare la mirabolante impresa era una donna inedita.
Una domatrice di nuvole con i capelli da fantino.
Una donna che mai avrebbe sprecato la sua vita ad amare un figlio di puttana come Juan.
Con questi convincimenti propositivi, Agatha era entrata nel buio della rimessa per riemergere alla luce trascinandosi dietro un carretto, sbilenco e traballante, sul quale era issato uno stravagante marchingegno: un argenteo corpetto rigido simile al busto, privo di maniche, di un'armatura, e sulle spalle del quale erano montate due flessibili stecche perpendicolari.
Ed ancora, da entrambi i lati del dorso, si dipanava un complesso ricamo di funicelle che convergeva sui fianchi.
Aveva trascinato il suo trabiccolo cercando di non esaurire troppo le energie, arrampicandosi fino alla sporgenza frastagliata del dirupo.
Il fianco di quella montagnola offriva solidi appigli per i piedi ma presentava anche tratti infidi di sassolini scivolosi e di un friabile pietrisco, ingannevole imitazione di roccia.
Raggiungere la cima non era stato affatto agevole dovendo trascinarsi dietro anche l'ingombro del carretto che, alla fine, vi era approdato, seppur martoriato e privo di una ruota, ma con il carico ben protetto, assicurato com'era da robuste cinghie.
Si era riposata solo il tempo necessario per recuperare le forze, ché il percorso era stato ben più duro di quello che aveva previsto.
Ma non poteva permettersi una sosta più lunga nel timore che il vento perdesse di forza.
Allora, Agatha, aveva indossato il corpetto.
Ne era emersa prima la testa che, privata dell'oceano dei suoi capelli di donna, sembrava piccola come quella di un bambino.
Eppoi le braccia sottili, fragili, nella loro magrezza costituzionale.
Quel corpetto panciuto la rendeva simile ad una irreale creatura intrappolata in un otre da cui fuoriuscivano membra irrisorie, che pareva dovessero cedere sotto il suo peso.
Il bustino d'amazzone luccicava, in pieno sole, delle mille sfumature dell'iride.
Ed Agatha ne risplendeva.
Ben salda sulle sue gambe esili resisteva alla forza del vento che, senza quel suo pesante carapace di guerriera, forse l'avrebbe strappata dal suolo, involandola.
Si era sporta dall'orlo dello strapiombo.
Le cime degli alberi, viste da lassù, sembravano cespugli.
Una distesa compatta di verde che non lasciava intravedere il nero della terra.
Ma non era ad una discesa verso il basso, plateale e dimostrativa che lei mirava.
D'altronde non ci sarebbe stato nessuno a testimoniare l'evento.
No, al contrario, aspirava invece a librarsi verso il cielo.
Dove avrebbe domato le nuvole.
Ma, in ogni caso, non ci sarebbe stata folla ad applaudire.
Un’impresa solitaria.
Una sfida che, dal suo punto di vista, non necessitava di alcuna celebrazione.
Una rivincita, attraverso la quale si sarebbe trovata al centro del mondo.
Lo avrebbe saputo lei sola.
E questo le era sufficiente.
Decisa, Agatha, aveva portato le mani ai fianchi allentando alcune cordicelle e trattenendone altre.
Dalle stecche perpendicolari, posizionate sulle sue spalle, si spalancarono due magnifici ventagli alari che lei poteva aprire o comprimere, secondo il suo capriccio, adesso che ancora non si era librata.
Poi, una volta in volo, sarebbero servite ad espletare le manovre necessarie per assecondare le volontà del vento.
Per cui lei, opportunamente, si andava assicurando che tutto quel complicato intrigo, di cordicelle e di fili, funzionasse alla perfezione.
Non era alla morte che aspirava.
Ma alla vita.
Così controllava che le funicelle fossero libere nel loro percorso.
Che nessuna ostacolasse le altre.
Accertandosi che nessun malaugurato nodo si potesse, al momento delle manovre, sciaguratamente formare.
Agatha, sul ciglio ventoso del burrone, apriva e chiudeva quelle sue splendide ali di farfalla fantascientifica, soppesando e valutando, concedendo giogo ad alcuni fili, trattenendone altri per modificarne, in misura adeguata, l'estensione.
Doveva essere certa di calibrarle alla perfezione studiando la potenza del vento e delle correnti ascensionali a cui avrebbe dovuto affidarsi per spiccare il volo e per rimanere poi in quota.
Agatha sapeva che ci sarebbero stati momenti in cui le correnti alte sarebbero state più deboli in caduta, e di questo avrebbe dovuto ricordarsene al momento opportuno per non cedere al panico dello sfracellamento.
Era pronta a non aver paura.
Perché la paura sarebbe stata la zavorra più pericolosa di tutte.
Il peso aggressivo che irrimediabilmente l'avrebbe trascinata verso il basso.
Il vento era ben calibrato.
Né troppo forte.
Né troppo debole.
Deciso.
E tiepido.
Un vento androgino.
Donna e uomo insieme.
Ed un vento di questa natura non l'avrebbe di certo tradita.

martedì 27 aprile 2010

Sola nel buio

 Ai bambini soli nel buio.
Ai bambini che non hanno voce.

SOLA NEL BUIO
I santi mi fissano dalle cornici, appese alle pareti, con occhi veggenti che squarciano la penombra.
Le ombre dei rami si protendono verso i vetri della finestra sbarrata come goffe dita di una creatura notturna che lotta, sfinita, contro la tempesta di vento.
Mentre i ragni filano, instancabili ed ossessivi, le loro tele nel silenzio degli angoli.
Vorrei piangere ma le lacrime sono fredde.
Allora le ricaccio indietro e mi rintano in un angolo remoto del letto.
Ho imparato a non piangere.
E a non chiedere.
Ho imparato a vivere in silenzio.
Senza voce.
La pioggia martella ancora più forte contro i vetri mentre un fulmine si disegna rosso nella notte.
Poi il buio inghiotte la penombra facendomi precipitare nell'oscurità più profonda.
Ho terrore del buio come di quelle luci che, improvvise, squarciano l'oscurità.
Così la paura m'inchioda nel mio angolo di letto e la pipì mi bagna le gambe, mentre nel silenzio ascolto il frenetico sventagliare della pioggia.
Circondata dai ragni che ondeggiano sopra di me nelle loro culle di bava appese ai travi.
Mi accuccio nel bagnato, incapace di fare un solo movimento.
Trattengo il respiro.
Se mi riuscisse di gridare forse potrei salvarmi.
Spalanco la bocca ma non esce niente.
C'è solo questa mimica impotente delle mie dita convulse che fendono, mute, l'aria.
Ma che nessuno vede.
Non parlo più da tanto tempo, come potrei urlare?
Non urlo perché so che le mie grida non avrebbero suono.
C'è solo la mia bocca che si spalanca, e niente altro.
E poi il rumore di vetri infranti della finestra che cede sotto l'impeto furioso del vento, e la figura incappucciata di un santo fuoriesce dal suo quadro.
Quando i morti sono in agguato i vivi devono nascondersi.
Ed allora urlo.
Urlo.
Urlo.
Urlo.
Con la mia voce che vibra di suono senza la coerenza delle parole.
Mentre graffio a sangue la gola per avere la certezza concreta di quel grido.
Non riesco a smettere di urlare nemmeno quando mio padre mi strappa dal letto e mi raccoglie tra le sue braccia.
E sento il suo cuore impazzito battere contro il mio petto.
E le sue dita frenetiche toccarmi la bocca per essere davvero sicuro che sia proprio io a gridare dopo tutto questo tempo di ostinato silenzio.

lunedì 26 aprile 2010

Come eravamo

Marilena
Elisena

ALLA BANDIERA ROSSA

Per chi conosce solo il tuo colore,
bandiera rossa,
tu devi realmente esistere, perché lui
esista:
chi era coperto di croste è coperto di
piaghe,
il bracciante diventa mendicante,
il napoletano calabrese, il calabrese
africano,
l’analfabeta una bufala o un cane.
Chi conosceva appena il tuo colore,
bandiera rossa,
sta per non conoscerti più, neanche coi
sensi:
tu che già vanti tante glorie borghesi e
operaie,
ridiventa straccio, e il più povero ti
sventoli.

Anteprima


sabato 24 aprile 2010

La sacerdotessa nuda

Questa mattina, ho deciso, dovrà essere una giornata positiva.
Nonostante il cielo grigio e la pioggia incessante, e quel dolorante desiderio inappagato, accucciato in fondo al mio ventre, come un cucciolo uggiolante.
Relego il mio sogno insalubre in un cantuccio buio della memoria, con la tentazione di affogare quel cucciolo per preservarlo dal suo crudele destino di solitudine.
Un omicidio umanitario.
La mia immagine, con i capelli grondanti pioggia e la gonna gonfia di vento, che stringe al seno una creatura fiduciosa ed ignara del suo destino di morte, mi fa sorridere.
Invece lo cullo ancora un pò dentro di me, avvolgendolo nel mio utero/coperta, ed abbassando il volume troppo forte dei battiti del mio cuore per non farlo svegliare.
Il suo respiro tranquillo sarà il mio respiro.
Caffè e sigarette.
Eppoi la metodica, già abbondantemente sperimentata, per sfuggire all'oppressione interna che mi farebbe implodere.
Il primo atto è chiudere le tende sulla malinconia metereologica in agguato dietro i vetri, nei rami spogli e diradati che s'allungano stentati verso la mia finestra, dalla quale intravedo la ringhiera corrosa dalla ruggine del balcone di fronte, dove una misera piantina cresciuta a dismisura in un vaso troppo piccolo, ciondola sul suo esile stelo un germoglio macrocefalo, piegato dalla pioggia sferzante.
Il secondo atto è quello di vestirmi con l'abito giusto.
E con l'animo giusto.
Frugo nell'armadio per scoprire solo la noia dei vestiti di sempre.
Ho bisogno di un abito che mi vesta fuori per coprirmi dentro.
Un abito per il corpo e per l'anima.
Il cucciolo, dentro di me, guaisce nel sonno.
Lo cullo con una muta ninna nanna.
Non svegliarti, piccolino, prima che io abbia trovato il mio animo giusto.
Non svegliarti, piccolino, prima che io abbia trovato il mio abito  giusto.
Nero, rosso, verde e viola.
L'arcobaleno nel mio armadio non contempla il bianco.
Ma è solo di quel colore che ho bisogno, stamani, per il mio abito liturgico.
Perché così era nel mio sogno notturno.
Un sogno avvolgente di mani e di labbra che profanavano il candore della mia veste di sacerdotessa peccaminosa, nell'umidore urgente di dita e di saliva.
Cedeva il mio abito bianco.
Inconsistente come un ostia.
Come una nuvola, debole e transitoria, che sfilaccia ad un effimero soffio di vento.
Cedeva il mio abito.
Alle voglie dei sensi.
Ai desideri compressi.
Alle dita e alla lingua.
Al richiamo uggiolante infondo al mio ventre.
Così stamani non ci sarà nessun incantesimo.
Stamani sono solo una sacerdotessa priva del suo abito liturgico che si apre, nuda, alle sue stesse dita.
Marilena








domenica 18 aprile 2010

My beautiful boy

Tiziano





Una viaggiatrice

L'astuccio è posto di sbieco a colmare l'ultimo spazio residuo nel voluminoso baule che sempre mi trascino dietro nei miei rarissimi, e momentanei, spostamenti esistenziali.
La brevità del viaggio, però, non determina mai un adeguato ridimensionamento all'esigente impegno del mio bagaglio.
Da parte mia sempre supportato dallo studio, appassionato e metodico, della suddivisione delle geometrie dello spazio, affinchè nessun indumento subisca l'onta dello sgualcimento e nessun oggetto l'oppressione dovuta all'eccesso di volume, nell'interno cubicolare.
Astuzie d'insaccamenti e di posizionamenti che vado a sperimentare in un'area sempre troppo insufficiente, e circoscritta, di spazi ed angoli.
Non è vero che col passare degli anni le esigenze di una donna vanno a diminunire.
Almeno, nel mio caso, se ne sono aggiunte di nuove.
Ed assolutamente irrinunciabili.
Ragion per cui non posso, in alcun modo, definirmi una viaggiatrice dinamica.
E ben disposta.
Se la stagione è fredda indosso gli indumenti più voluminosi per alleviare del loro carico l'interno del bagaglio.
Ed acquisire, ancora, ulteriore spazio.
Oltretutto il mio pessimismo esistenziale mi porta ad immaginare cataclismi meteorologici anche nella bella stagione così da giustificare l'eccesso, spesso incongruo, d'indumenti e di calzature invernali, all'apparenza inopportuni in un viaggio estivo.
La mia organizzazione maniacale, e la mia fervida immaginazione, hanno sempre il sopravvento sulla necessità pratica, e talvolta immediata, di uno spostamento anche a breve raggio, senza variazioni di clima e di fuso orario.
Nulla deve mancarmi in caso di una improvvisa situazione di emergenza.
Se non in quella ancora più estrema di sopravvivenza.
Scenari di bivaccamenti all'addiaccio in territori d'improvviso diventati ostili a causa di un guasto meccanico o di una sciagura meteorologica che prolungherebbe il viaggio, moltiplicando quei disagi che, se posso anticipatamente prevenire, ho solo psicologicamente da guadagnarci.
E trarne materiale beneficio qual'ora l'infausta probabilità si concretizzasse.

UNA SITUAZIONE IMMAGINATA
Il treno aveva miracolosamente frenato poco prima che il tratto di binario conseguente frantumasse come un troncone d'osso, ridotto a schegge e polvere, dallo scoppio di un'ordigno.
E così, noi della vettura di coda, eravamo scesi a terra insperatamente illesi, seppur frastornati.
Davanti ai nostri occhi s'innalzava una inespugnabile muraglia di polvere che impediva la vista.
Immaginammo che quello scoppio sul binario, di cui ignoravamo l'origine, avesse provocato voragini e dissestamenti nelle aree circostanti, per cui la decisione più saggia era quella di non avventurarsi oltre e di attendere i soccorsi nel perimetro delimitato dalla frenata del treno.
Ma quanto tempo ci avrebbero impiegato questi ad arrivare non era dato saperlo, dal momento che i cellulari erano zittiti dall'assenza di campo.
Tutti ci abbracciavamo solidali, ben consci della sciagura sfiorata solo grazie ai riflessi prodigiosi del macchinista, e già qualcuno dei passeggeri stava valutando l'idea di promuovere una iniziativa su Facebook per sollecitare una raccolta di firme e chiedere alla Presidenza della Repubblica d'insignirlo con la medaglia di eroe dell'anno, quando un nuovo, ed imprevedibile cataclisma si andava di colpo preannunciando.
La temperatura andava repentinamente abbassandosi,  in quell'agosto che sarebbe passato alla storia come il mese più caldo in assoluto negli ultimi tre secoli.
Un vento gelido trasportava, nelle folate di polvere, l'odore acre del fumo dell'esplosione, impedendoci di respirare.
Impreparati a quell'estremo cambiamento di clima, i viaggiatori dinamici, quelli col bagaglio leggero, cercavano riparo nei vagoni del treno che non avessero subito troppe devastazioni nell'urto provvidenziale, ma violentissimo, della frenata.
Costretti a rintanarsi in un ammasso di ferro ed acciaio più gelido, se possibile, dell'esterno.
Alcuni, disfatti i bagagli, avevano cercato di coprirsi col maggior numero d'indumenti possibile.
Quelli partiti con la valigia del week end cercavano, invece, di scaldarsi in un groviglio promiscuo di corpi e di fiati.
In quel tratto di mondo diventato d'improvviso ostile, mi trascinavo dietro il mio baule da pioniera, pronta a difenderlo con la vita se qualcuno avesse osato metterci le mani sopra.
Trovai un pertugio tranquillo in un vagone deserto, e non troppo danneggiato, dove potei indossare il mio provvidenziale kit per le situazioni d'emergenza.
Avvolta poi nel calore confortevole del mio plaid da viaggio, mi ero quasi addormentata quando un'alta figura maschile mi chiese con voce, bella e gentile, se poteva sedersi nel mio stesso scomparto.
Aveva tracce di neve sui capelli.
Ed un sorriso accattivante.
Gli feci posto, offrendogli l'ospitalità della mia coperta.
Marilena


mercoledì 14 aprile 2010

Madeleine


Dal cassetto fuoriesce, come la mano di un fantasma, un guanto di pizzo bianco.
Un guanto da prima comunione.
Che, seppur impalpabile nella sua effimera trama di ragno, si disegna nitido sullo scuro del legno.
Se ne sta aggrappato sul bordo, sporgendo come da un davanzale.
Una mano avvinghiata, per non precipitare nel vuoto.
Sulle cui dita, più marcato, è l'ingiallimento dell'incuria del tempo.
All'interno del palmo la trama è consunta, sfilacciata, ingarbuglia le geometrie del pizzo.
Una reliquia riemersa da un buio remoto.
Conservata in quel cassetto assieme ad un libricino da messa.
Un rosario di madreperla.
Uno scapolare.
Ed una treccia polverosa.
Pronta a disfarsi nel respiro dell'aria.

Madeleine correva ignara verso quello che le sembrava un futuro di albe consecutive.
Dove la notte era solo il tempo dei sogni e del riposo.
E non quello buio dell'eternità.
Non risvegliarsi da quel buio è stato, per lei, l'inganno più crudele.

Nel sonno da cui non si è più ridestata, Madeleine, giace pallida nello sfarzo di un vestito di trine.
Una treccia sottile le scende su una spalla.
E s'arricciola sotto il nastro, come un muto punto interrogativo.
E le sue mani...le sue piccole mani strette a pugno rifiutano quei guanti da sposa.
Lei che mai sposa sarà.
E solo una si riesce a vestirne, con infinita cautela, che le dita potrebbero spezzarsi.
Quelle dita di bambina fatte per giocare con la sabbia e con la spuma del mare.
Per intrigarsi nei capelli di una bambola.
Per impiastricciarsi di crema e cioccolata.
E scrivere sui quaderni della scuola.
Quelle dita che sono fatte per queste ed altre meraviglie.
Quelle dita che non vogliono essere imprigionate in quei guanti di merletto.

domenica 11 aprile 2010

Amami, se hai coraggio

Amami,
se hai coraggio
accetta le mie regole
altrimenti vattene
senza voltarti indietro
senza giustificare la tua rinuncia
che io saprò dimenticare il tuo nome
Altri, dopo di te, saranno.

Anteprima

venerdì 9 aprile 2010

Una donna di classe



Il suo sguardo era stato attratto dalle due donne sedute al tavolino del bar.
Una donna matura ed una ragazza molto giovane.
Si somigliavano.
La donna più grande aveva i capelli di un tono più chiaro ed una gestualità più posata.
Probabilmente erano madre e figlia.
Sedute a quel tavolino a discutere di qualcosa che doveva confidenzialmente coinvolgerle.
La ragazza giovane era molto carina.
Sedeva disinvolta, conscia della sua bellezza, gettando occhiate distratte alla strada e continuando a rimestare con la cannuccia la bevanda colorata che aveva davanti.
Ma, ad attrarlo, era la donna più grande.
Sedeva in maniera composta sorseggiando, ogni tanto, dal suo bicchiere.
Un raggio obliquo di luce la evidenziava nel chiarore dei capelli e dell'abito, come la materializzazione di un ologramma.
Dalla piccola scollatura del vestito emergeva un collo da Modigliani.
O quello di una giraffa in miniatura.
I capelli, raccolti sulla nuca, ne accentuavano la flessuosità.
In quel lungo collo color avorio c'era qualcosa di estremamente sensuale che lo irretiva.
Da cui non riusciva a distogliere lo sguardo.
La posa composta.
I gesti misurati.
La sobrietà dell'abito.
E la severità della pettinatura.
Tutto questo smentiva apparenti intenzioni seduttive.
Ma quel collo flessuoso che emergeva, disadorno e nudo, era la provocazione sessuale più discreta, ed eccitante, che solo una donna di classe avrebbe saputo, ad arte, ingegnare.

sabato 3 aprile 2010

L' immagine parallela




Ecco, si è destata dal catafalco polveroso dove è solita assopirsi nei lunghi periodi di coma letargico.
E' un risveglio non annunciato, anche se prevedibile.
Appena sveglia è già in fibrillazione.
Irrequieta s'aggira nell'appartamento in penombra, come un animale in gabbia.
Scruta, da dietro i tendaggi, quest'ora di flebile luce solatia e la tranquillità del cortile sottostante.
Tamburella con le dita sul vetro.
I lunghi sonni comatosi non giovano alla sua carnagione di donna eternamente infuriata.
S'addormenta con l'inferno nella testa e si risveglia con lo stesso identico inferno.
Lo sguardo, dietro le lenti scure, è ostile e malinconico.
I capelli malamente annodati ed uno sbaffo di rossetto viola, come un livido scuro, intorno alla bocca.
Inizia la conta dei passi espletando la maniacalità di un rito.
La sedicesima mattonella, nel perimetro del suo percorso, corrisponde alla parete in cui è affisso lo specchio che, assolutamente, non deve guardare per non imbattersi nell'alienazione della sua immagine parallela, discordante e disgiunta, non riconosciuta dalla sua realtà soggettiva.
In prossimità di quel passaggio stringe i pugni e serra le labbra sui denti da ghepardo.
Questo è un tratto difficile da oltrepassare perché lo specchio l'attrae.
Con enorme sforzo riesce ad ignorarne il richiamo.
Non può oscurarlo quel vetro perché altrimenti il rito non avrebbe più alcun valore.
La sua forza è nella determinazione a non cedere al magnetismo dello specchio che le rivelerebbe l'estraneità tra la sua immagine e quella del riflesso.
Un inganno.
Alla sedicesima mattonella si sposta di tre quadrati verso il centro del corridoio, per evitare il richiamo funesto del riflesso.
Poi prosegue, sulla stessa linea, per altri nove quadrati.
Ha così superato la parete dello specchio, quindi si sposta di nuovo di tre mattonelle per riposizionarsi sul cammino originario che costeggia il muro del corridoio, finalmente privo d'insidie.
Può procedere ora, incolume, sempre sulla stessa linea fino alla porta, da cui nuovamente ripartirà in un percorso inverso, seppur esattamente identico.
Per sconfiggere la nera malia dello specchio, il tragitto deve essere ripetuto cinque volte.
Solo allora potrà specchiarsi.
E riconoscersi.

So che l'immagine parallela mi sta osservando dallo specchio mentre percorro il breve tratto di pavimento del piccolo ingresso.
Devo compiere, senza errori, la mia liturgia.
Gli occhiali scuri.
I capelli arruffati in una fascia.
Le labbra serrate, macchiate di viola.
Le mani strette a pugno.
In prossimità dello specchio mi sposto al centro del corridoio, continuando a fissare il pavimento.
Oltrepassato lo specchio mi avvio di nuovo verso la parete, proseguendo fino alla porta.
Ripeto l' identico percorso, con le stesse modalità, altre quattro volte.
Brevemente esito in prossimità del vetro, davanti al quale, però, non mi soffermo.

Marilena