Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

mercoledì 12 agosto 2009

Moderno cannibalismo

Stamani è andato in onda, in diretta, su uno dei tanti blog, un film di una violenza unica.
Oscena.
Un film senza immagini.
Sullo schermo non scorrevano fotogrammi. Ma parole.
Un blog aperto. Accessibile a tutti.
Una porta con le chiavi lasciate nella toppa.
Senza la protezione del moderacommenti, la serratura, la sicurezza che sempre andrebbe inserita per prudenza quando ci si assenta per un tempo abbastanza lungo.
Non per paura dei ladri, in un blog non esiste nulla che si possa materialmente portar via, ma per timore dei folli e degli stolti.
E di ciò che la follia e la stupidità possono produrrre a nostra insaputa
Una porta fiduciosamente lasciata aperta.
Ma con un avviso chiarissimo.
Una richiesta per la verità: Per favore non mettete commenti, nessuna mail, faccio fatica a rispondere, grazie.
Dopo aver dato una sbirciatina all'interno ed essersi accertati che il padrone di casa non può o non vuol ricevere nessuno, sarebbe morale attenersi a quel suo desiderio.
Elementare rispetto per una richiesta garbata. Esistenziale. O solo di sfinimento.
Niente c'è di più detestabile dell'invasione del proprio spazio quando espressamente s'implora la solitudine. Come momento necessario e vitale per se stessi.
Fosse solo per piangere. Per urlare.
Per fissare un muro. Per infrangere stoviglie.
Ed ancora più odioso se questa invadenza viene imposta in nome dell'amicizia.
L'amicizia non può arrogarsi nessun altro diritto se non quello della comprensione.
L'amico rispetta il silenzio.
Ed il bisogno di solitudine.
Permane nelle vicinanze se la situazione lo richiede. Discreto. Attento. Empatico.
Non s'impone granitico e perentorio.
Con la sua mole e la sua voce.
Ad elargire consigli, proverbi.
Perle di saggezza.
O ad assilare con la similitudine delle sue esperienze.
L'amico resta ad aspettare, per tutto il tempo necessario, dietro l'uscio.
Discretamente accertandosi dei tuoi bisogni immediati.
Magari l'esigenza di un kleenex.
Da porgere con una carezza e tornare dietro la porta.
Lui sa che tu sei là fuori.
Lui sa di non essere solo.
Lui sa che nel momento in cui avrà bisogno delle tue parole, del tuo conforto, della tua tenerezza, gli basterà spalancare quella porta e farti entrare.
Invece, stamani, la richiesta garbata affissa sull'uscio era stata strappata via.
C'erano urla ed invettive.
Consigli pratici.
Teorie.
Faccine amorfe.
Considerazioni musicali.
Considerazioni politiche.
Ed ancora urla ed invettive.
Ed ancora i sorrisini idioti delle faccine.
Un incubo.
Violenza.
Indifferenza.
Superficialità.
Supponenza.
Un film dell'orrore.
Un moderno cannibalismo.
L'odiosa indifferenza a quel dolore che aveva indotto a scrivere: Per favore non mettete commenti, nessuna mail, faccio fatica a rispondere, grazie.
Invece c'è stata l'invadenza manicomiale di tutti quei commenti che contenevano solo frasi assurde. Estranee.
Chiassose. Eccessive.
Provocatorie. Cattive.
Retoriche. Vuote.
Di circostanza.
Buttate lì, con la fretta e l'indifferenza di un passaggio dovuto.
Stamani si è consumata una dura violenza dietro quella porta lasciata fiduciosamente aperta.
Marilena

martedì 11 agosto 2009

Heuropa




(Pubblicato nell'antologia "Ti racconto la donna" da "Writer Monkey,it" Dicembre 2018)


Preceduta da un immaginifico armamentario di bauli, cassapanche e specchiere, da una gigantesca voliera con dentro un superbo pavone dalle penne cangianti dal blu brillante al verde smeraldo, e da una scimmietta dall'aria insolente, agghindata con un tutù da ballerina e con in capo una coroncina da principessa, Heuropa non sarebbe di certo, in nessun luogo, passata inosservata
In quell'ardente pomeriggio di un Agosto meridionale la strada, bianca e polverosa, si presentava deserta, da nord a sud e da est ad ovest, ma il trambusto provocato dal passaggio degli innumerevoli carri aveva destato la contrada apparentemente addormentata nella siesta pomeridiana.
Dai pertugi delle imposte socchiuse, per preservare la freschezza degli interni dall'invadenza del sole, Heuropa, però, poteva facilmente intuire sguardi indagatori e bisbigli sommessi.
Qualcuno più ardito aveva fatto brevemente capolino all'affaccio del balcone per ritirarsi subito con stampata in volto l'espressione di rimprovero severo di colui che, ingiustamente destato da un meritato riposo, si ritrova suo malgrado spettatore di qualcosa che non lo riguarda.
La carovana procedeva spedita in una nube soffocante di polvere bianca che andava coprendo i bagagli accuratamente sigillati ma sprovvisti all'esterno di qualsiasi protezione, ed imbiancando, come fine strato di pan di zucchero, i conducenti dei carri.
La scimmietta, annoiata di dover incedere su una passerella priva di pubblico, sventatamente aveva tentato di inerpicarsi sul primo carro, arrampicandosi lungo una ruota per risalire fin sul pianale ma, miseramente, era poi caduta a terra, finendo tra le zampe di un cavallo che, scartando di lato, aveva ribaltato tutto il suo carico.
Il cavallo dietro andò ad incespicare nel carro rovesciato.
E così per tutta la fila che seguiva, in un devastante effetto domino.
Impaurita, ma illesa, la scimmietta rea di aver provocato tutto quel caos, era corsa a rifugiarsi nel grembo amico di Heuropa che, con qualche difficoltà, si ritrovò a dover discendere dalla carrozza padronale senza l'ausilio del predellino.
I nitriti isterici dei cavalli, le bestemmie esecrabili e le giaculatorie irripetibili dei carrettieri e, sovrastante su tutti, lo sgradevolissimo paupulare del pavone, avevano dato pretesto ai curiosi di fuoriuscire dalle proprie case, forniti dell'alibi altruistico di un aiuto pratico.
Ben presto lo sterrato, bianco e polveroso, si animò di voci e di corpi.
Heuropa, ferma vicino alla sua carrozza con in braccio la scimmietta tremebonda, fu presto circondata da una piccola folla di bambini e di signore, mentre gli uomini, come detta la creanza e la civiltà, si erano immediatamente mobilitati, senza perdersi in vane chiacchiere, a prestar soccorso.
Tirare su i carri. Rimontare le ruote. Recuperare i bagagli.
E, prima di ogni cosa, tentare di chetare lo stonatissimo pavone che andava frantumando i timpani di tutti col suo verso stridente.
Heuropa, nel frattempo, intesseva rapporti di buon vicinato con le comari, le nonne e la maestrina del paese, finché, fra tutte quelle, la più pratica e la più amichevole, la invitò ad accomodarsi nel fresco del suo salottino.
- Per ristorarvi almeno con una limonata, dal momento che il caldo non dà tregua. E tranquillizzare questa creaturina - disse accarezzando la scimmietta - che pare abbia subito un bello spavento -
Con gratitudine Heuropa accettò l'amichevole offerta, apprestandosi di buon grado a presentarsi e a rispondere alle inevitabili curiosità del suo auditorio.
- Heuropa...che nome bizzarro. Originalissimo per altro - Dichiarò la comare più amichevole mentre le versava, in un calice pretenzioso, la limonata.
- Mio padre era italiano. Mia madre francese. La nonna materna era di origine polacca. Mio fratello maggiore è nato in Grecia. Io sono nata al confine tra Spagna e Gibilterra. Da qui l'origine del mio nome. E lei, invece - disse indicando la scimmietta - è Giselle. E proviene dalle lontane Americhe. Le sto insegnando a danzare - Spiegò mentre Giselle, già rinfrancata, si esibiva intrepida in un impudico inchino, tra i gridolini delle signore e gli entusiasmi dei bambini.
- E vostro marito è con voi? Avete figli?- osò, curiosa, la comare più anziana
- Non ho marito signora. O meglio lo avevo. L'ho smarrito durante il cammino. In quanto all'aver figli...ho lei, Giselle. E' la mia bambina. Ha un carattere affettuoso ed una intelligenza eccezionale. Andiamo molto d'accordo  -
E a sottolineare quell'ottimo rapporto stampò un bacio sulla fronte rugosa di Giselle, che la contraccambiò con un verso scimmiesco ed un abbraccio appassionato.
- E cosa fate nella vita? Se è lecito chiedere - S'informò, con un largo sorriso, la padrona di casa.
- Scrivo. Favole per bambini e romanzi per adulti - Puntualizzò Heuropa
- Ed è possibile conciliare entrambe le cose? - Domandò, arrossendo, una comarella pallida.
- Non sono affatto inconciliabili, ve lo assicuro. I bambini non sono altro che uomini in nuce - Rispose l'ospite ridendo.
- E come mai siete capitata in questo posto sperduto? - S'intromise la maestrina
- Non ci sono capitata. L'ho scelto di proposito. Ho esigenza di tranquillità per la stesura del mio ultimo romanzo. Una trama complicata che richiede molta concentrazione e così, care signore, mi è stato raccomandato proprio questo posto. La casa che andrò ad abitare comprende un podere molto esteso dove potrò allevare i miei purosangue, fare lunghe escursioni a cavallo, dilettarmi a portare il mio pavone al guinzaglio, e lasciare libera Giselle di scorrazzare a suo piacimento e di arrampicarsi sugli alberi. La vostra cittadina gode inoltre, all'estero, di una straordinaria fama. Niente omicidi. Niente furti. Niente ingiustizie. Insomma, nessuna di tutte quelle brutture di cui ormai sono insozzati tutti gli altri posti. Prodiga, inoltre, di una ospitalità squisita di cui io ora sono, in prima persona, testimone e che ricambierò al più presto, appena mi sarò sistemata nella mia nuova casa - Concluse Heuropa nel prendere congedo.

La lenta processione di carri, con la carrozza padronale in testa, aveva appena finito di defluire, scomparendo all'orizzonte, che già era in atto il nevrotico lavorio di riscontri e congetture, sull'identità della nuova arrivata.
In questo farneticamento elucubrativo il contributo maschile fu davvero prezioso.
Gli uomini, che avevano aiutato a rimettere in sesto la carovana,  avevano così avuto modo di soppesare  i bagagli e valutare lo stile degli arredi.
Le grandi specchiere barocche, la spalliera oltraggiosa del letto, con raffigurazioni di quelli che parevano essere satiri e ninfe, e gli sgargianti divani di seta viola, volgari orpelli del salottino di una maitresse. E i conturbanti effluvi di quel profumo sessuale che sprigionava dai bauli ermetici degli abiti e della biancheria, non lasciavano dubbi sulla vera identità della scrittrice.
- Chiama bambina la sua scimmia,  tiene al guinzaglio un pavone, e ci ha raccontato di aver smarrito il marito lungo il cammino - Sottolineò stridula la comare più amichevole
- E cosa dire della sua professione? Scrittrice di favole per bambini e di romanzi per adulti! Ah bè, certo, partendo da quel suo nome bislacco e dalla sua inverosimile storia genealogica, direi che la signora non difetta certo di fantasia - Aggiunse caustica la comare più anziana.
- E cosa pensare di quella sua affermazione sui bambini che sono gli uomini futuri? E' una frase riprovevole - Rincarò, stavolta senza arrossire, la commarella pallida
- Ma non ci vedo una insensatezza in questo. I bambini diventano poi uomini. E' un fatto naturale. Incontrovertibile. Forse non intendeva dire altro. Nessun doppio senso. - Rischiò timidamente la maestrina
- Parli così perchè non hai visto i suoi bagagli. E' una svergognata. - S'alzò dal fondo una robusta voce maschile.
- Letti lussuriosi e specchi peccaminosi. E quel profumo lascivo che sprigiona dai suoi bauli. Come zolfo dal fosso del diavolo. - Rincarò un compare ancora visibilmente emozionato.
Prese allora la parola il decano, per l'epilogo conclusivo. Nel religioso silenzio dell'intero conclave.
 A lui spettava il verdetto finale.
- Concittadini, vi dico che quella donna porterà solo guai. E' una minaccia incombente sull'integrità morale della nostra sana comunità. Una presenza sgradita ed inopportuna, destinata comunque solo ad un breve soggiorno, perché come già meteorologicamente preannunciata questa sarà un'estate torrida e presto inizieranno a divampare incendi. -


martedì 4 agosto 2009

La nausea

La nausea mi ha sopraffatta.
Per questo chiudo la porta del mio antro.
Per ristabilire un equilibrio olfattivo.
Magari cambio casa. Mi trasferisco.
Ricomincio da un'altre parte.
Bagaglio leggero.
I miei racconti: fanfaluche e cronache.
Niente altro.
Ma questo lo deciderò nella ponderazione del distacco.
Per ora è sufficiente lo stand-by.

E' tempo che io mi fermi.
Tranquillità. E silenzio.
Soprattutto silenzio.
E questo luogo è diventato troppo affollato.
E chiassoso.
Troppe voci. Toni alti. Timbri isterici.
Deliri. Farneticazioni.
Ampollosità.
Proclami ad effetto.
Ed è troppo pieno della mia stessa presenza.
Un ingombro.
Mi sono esposta troppo. Senza rete.
Sono caduta. E mi sono fatta male.
Ma non piango.
L'esperienza dell'età adulta, soprattutto quella di questi ultimi tre anni, mi ha insegnato che la forza vera sta nel reagire.
E non nel recriminare.
L'amarezza. Le delusioni.
I giudizi. Perentori e cattivi.
Quelli si, che sempre fanno male.
L'ipocrisia. Il gossip facile e stupido.
E dietro i sorrisi amichevoli solo la curiosità.
Non l'interesse. Non l'empatia.
Non è Blogosphere questa.
Ma l'atrio di una portineria pettegola di un grande condominio.
Marilena
PS - Per favore non commentate e non scrivete e-mail. Non risponderò.
La nausea più grande è proprio per le parole di circostanza.
Marilena

domenica 2 agosto 2009

Welcome to Blogosphere


Brevissima e doverosa premessa.
In questo post sono citati nomi di blogger che hanno fatto presa sulla mia fantasia.
Prassi corretta sarebbe stata chiedere un'autorizzazione preventiva a tutti.
Ma, aggiungo subito, che il loro inserimento all'interno di questo post è dettato solo dalla simpatia e dall'affetto che nutro per loro.
Mi sarebbe piaciuto inserirne tanti altri, ma il mio racconto sarebbe diventato chilometrico!
Se tale inserimento però non è gradito, basterà solo farmelo presente, che immediatamente provvederò a rimuovere.

WELCOME IN BLOGOSPHERE
In una buia serata di un freddo gennaio, a cavallo di una palla di cannone, come il barone di Munchausen mi  sono catapultata su questo fazzoletto di terra nella regione più estrema, a settentrione di Blogosphere.
Una landa desolata.
Terra di coyote e di lucertole.
Di roccia viva. E di sabbia.
E di vento turbinoso.
In un viluppo tempestoso di sottane e di foglie, ho sparso le ceneri di mio padre.
Polvere di cipria. Il belletto per i morti, che non hanno più una faccia.
L'ho reso randagio. Restituendogli la libertà.
Welcome in Blogosphere.
Ed ho acceso un falò. Al riparo di una roccia.
Perchè il vento soffiava maligno.
E maledicente.
Avidamente ho ingollato una lunga sorsata di delicious.
Aggressivo come acquavite.
Che ha pervaso la mia gola come una lingua di fiamma. Aquietandomi.
E tutta la notte le fiamme distorte del falò hanno continuato a scaldarmi e a contorcersi, come fuochi fatui,  nell' isteria di una danza epilettica.
Proteggendomi dai lupi. E dai fantasmi.
E dalla nenia ossessiva di mia madre.
Che, instancabile, ripeteva il mio nome.
Delirante richiamo psicologico.
Nella mia prima notte clandestina
Welcome in Blogosphere.
Ed oggi, Blogosphere, non è più solo una ipotesi pionieristica ma una realtà geografica.
Un punto preciso sulle mappe.
La mia landa, desolata e battuta dai venti, approdo di viaggiatori spaesati o di esperti girovaghi.
Alcuni giungono trascinandosi dietro il pesante fardello d'ingombranti bauli.
Chini sotto il peso dei loro bagagli.
E con una luce disperata negli occhi.
Alla ricerca della terra promessa.
Cercatori d'oro. Principi in esilio.
Schiave in fuga. Avventurieri.
Esploratori esausti.
Domatori di leoni. Ed incantatori di serpenti.
Imbonitori. Ed affabulatrici.
Splendide puttane. E poeti crepuscolari.
Bussano alla porta del mio antro.
Acqua e cibo.
Ed in cambio il racconto delle loro storie.
Fanfaluche. Leggende. Deliri.
Cronache.
Quelle stesse che io, poi, condivido con voi.
Welcome in Blogosphere.
E' passata di qui Fernanda Castillia, col cadavere di Ignacio Amaral nascosto nel suo baule.
E La Mangiatrice di Farfalle, in fuga dalle ombre ostinate dei morti che non sono morti e dei vivi che non sono vivi.
Ed Achab, l'enigmatico principe della foresta viola. Mi ha regalato una pietra di luce.
E la profondità ermetica del suo sguardo.
E Logos, l'illuminato, il filosofo stratega di un mondo futurista. Mi ha fatto ridere e piangere. Lasciandomi in dono un anello d'argento e la certezza dell'amore.
In una notte d'eclissi qui è approdata Amaranta, con appeso alla sua treccia, come un lugubre orpello, lo psicotico Iggy.
E nessun bagaglio. Non è più ripartita.
E Francy274, fatina diurna ed ape siderale, messaggera in avanscoperta nei cieli elettrici di Blogosphere, è planata nella mia landa desertica, nel pieno di una tempesta di sole.
Preannunciata, invece, da una insondabile nube di polvere, l'irruenta e passionale subcomandante Alba Viola, in sella ad uno strano cavallo munito di una psichedelica criniera rasta. In missione, per unirsi al popolo clandestino di Utopia.
E di qui è passato Drummer, il batterista, leggendario capitano di ventura, così soprannominato per quella sua capacità di sparare pallottole  con un fraseggio ritmico, come se picchiasse con le bacchette su un piatto crash. E per l'assolo, enfatico e definitivo, col quale è solito chiudere le sue solitarie jam session.
Ed i bevitori di birra, hobos e diseredati alla ricerca della libertà e d' improbabili giacimenti d'oro.
Affascinanti narratori.
Meravigliosi bugiardi.
Dispensatori di storie fantastiche.
E di bizzarre teorie.
Welcome in Blogosphere
Welcome, a chi busserà alla porta del mio antro.

mercoledì 29 luglio 2009

Farfalla

Succede a volte che una farfalla, invece di trovare la strada per il cielo, trova una mano che la cattura per crocefiggerla all'interno di una cornice.
Conficcandole uno spillo nel cuore.
Nell'antro delle farfalle è lei la più bella ma morirà, come tutte le altre, intravedendo solo un riflesso di cielo sul vetro della sua teca

Anteprima

sabato 25 luglio 2009

Il pasto nudo dell'orchessa


(Pubblicato nell'antologia "Di incontri e di racconti" da "Writer Monkey" Dicembre 2017)


Immaginate la voce melodiosa di un usignolo ingabbiata in una grancassa. Questa era Fernanda Castillia.
Una gigantessa di origine creola, dal naso imperiale, i seni impetuosi e gli occhi di pantera.
Puttana di mestiere. Soprano di vocazione
Osannata, nell'eclettico e caotico microcosmo di Baia di Ysmael, come la regina delle prostitute.
Regina, ma con animo democratico.
Banchieri e notabili pagavano profumatamente il suo assolo orgasmico che faceva fremere la terraferma e sommuovere gli oceani.
Marinai e filibustieri, invece, ne usufruivano gratis, in virtù della sfrontatezza dei loro muscoli e della fantasia sfrenata dei loro tatuaggi.
Fernanda Castillia, con la stessa democrazia e col medesimo entusiasmo, si concedeva a queste due categorie di uomini.
Sdegnosamente ignorando tutte le altre.
Era lei a svezzare dalla timidezza sessuale gli adolescenti di Baia di Ysmael.
Entravano nel suo letto con bocche affamate di cuccioli orfani.
E ne uscivano con appetito insaziabile di uomini fatti.
La gigantessa, consapevolmente, offriva loro la lussuria peccaminosa di un incesto materno.
Marchiandoli.
Dannandoli, per il resto della vita, a cercare quello stigma in tutte le donne.
E quell'assolo orgasmico. Impudico. Celebrativo.
Una nenia vaginale che intensificava in un crescendo impetuoso di bolero.
L'affermazione sessuale, perentoria e conclusiva, dell'ape regina che dentro di sé ha infine intrappolato l'organo genitale del fuco.
Mutilandolo.
Il pasto nudo dell'orchessa.
Era questa la seduzione di Fernanda Castillia.
Una provocazione sessuale.
Una sfida eccessiva.
Contro ogni morale.
Alla fine era sempre lei, la regina, a vincere.
Fino al giorno in cui i suoi occhi giallo zafferano incrociarono quelli azzurrissimi di Ignacio Amaral.
Portoghese di nascita. Liutaio di professione.
Sposato e padre di una nidiata di figli. L'ultimo dei quali ancora in grembo alla moglie.
Ignacio Amaral, uno scricciolo d'uomo, dalla pelle notturna e le labbra tumide.
E dallo sguardo siderale.
Sguardo che subito distolse dall'occhiata impertinente che Fernanda gli aveva lanciato.
Per la notorietà equivoca di lei.
Che in tutta Baia di Ysmael era risaputa.
Un uomo dabbene, Ignacio Amaral.
Uno di quelli delle categorie intermedie che Fernanda mai avrebbe preso in considerazione.
Uno di quelli a cui il suo assolo celebrativo mai sarebbe stato concesso.
Nei giorni che seguirono, invece, Fernanda sempre più spesso si ritrovò a pensare a lui.
A quella comunicazione di sguardi.
Alla collisione dei loro mondi.
Così si era decisa a rompere gli indugi e, riesumata la carcassa centenaria di un remoto violino, cimelio da soffitta, si era recata alla bottega di Ignacio Amaral e con piglio deciso gli aveva chiesto
- Potete ripararlo? -
Ignacio aveva abbracciato in un unico sguardo la carcassa legnosa e la mano enorme che gliela porgeva. E, alzando lo sguardo, si era trovato davanti gli occhi di foresta di Fernanda.
- Credete forse nei miracoli? - rispose lui, con tono divertito
- No, ma credo in voi - fu la replica coincisa.
Che non contemplava alcun rifiuto.
- Tornerò a verificare il lavoro. Prendete tutto il tempo che occorre. Non ho fretta -
Disse lasciandogli il violino tra le mani.
Ed una traccia sinuosa di cacao amaro, che fece fremere le narici del mastro liutaio.
E tornò Fernanda, ottemperando alla promessa fatta.
A constatare la progressiva resurrezione del suo violino.
Preannunciata dall'aroma amaro di cacao, la sua sagoma ingombrante si materializzava sulla soglia del laboratorio del liutaio.
E, per un momento, il pomeriggio tramutava in crepuscolo.
Una polvere bruna di cacao oscurava il sole.
E ne emergeva la gigantessa, fasciata in corpetti color malva o melanzana, che a stento contenevano l'esuberanza espansiva dei seni.
E sulla porta c'era lei, Fernanda, che lo salutava con la voce melodiosa di usignolo ingabbiato in una grancassa. Soffocando ad ogni visita, e sempre più a stento, l'assolo celebrativo che premeva per erompere.
Ed Ignacio Amaral le sorrideva dalla profondità scura del retrobottega.
E le veniva incontro, offrendole la comodità di una seggiola e la freschezza lattiginosa di uno sciroppo d'orzata. Debitamente aromatizzato di cannella e fortificato con vaniglia.
L'assolo celebrativo veniva così gentilmente ricacciato in gola dalla dolcezza dell'orzata.
- Festeggiamo oggi, donna Fernanda, la nascita di un'amicizia. E di una stima personale. Le persone non sempre sono quel che sembrano. E voi, ecco si, voi siete una regina - Questo il complimento, sincero e commosso di Ignacio, nel gesto di chinarsi a baciarle la mano.
Una mano enorme.
Che facilmente avrebbe potuto sopraffarlo.
Tanto squilibrate erano le loro proporzioni fisiche.
E fu allora che Fernanda valutò che la sua pazienza era giunta al termine.
Lei era quello che era e non quello che lui immaginava.
O quello che lei si era ingegnata a fargli credere.
In nome dell'amore si stava giocando fama e reputazione.
Bisognava ristabilire la verità.
E su queste emozioni che le ali dell'usignolo presero a librare con frenesia selvaggia, all'interno della grancassa.
In uno spazio improvvisamente esiguo.
Dove l'assolo urgeva di uscire con l'intensità di un crescendo da bolero.
L'ape regina doveva portare a termine la missione per cui era stata concepita.
Col suo piede da soldato Fernanda chiuse la porta e l'oscurità, di colpo, permeò la bottega.
Sorpreso dal buio e da quella reazione imprevista, Ignacio si trovò ad indietreggiare nel fondo, incapace di formulare ipotesi istantanee.
Attonito per quel gesto repentino.
Non ancora del tutto consapevole della minaccia aggressiva.
Lui indietreggiava mentre lei lo fronteggiava avanzando.
Un drammatico paso doble, in un'arena circoscritta e deserta.
E nessuna possibilità di fuga.
Il destino del toro nell'arena è già tracciato.
Così come quello del fuco nella sacca spermatica della regina.


martedì 21 luglio 2009

Ghost

Dietro la porta chiusa lui sfiorava i suoi oggetti, cercando ancora il suo odore nella bottiglina semivuota del profumo. Apriva l'armadio, accarezzava i suoi vestiti per riuscire a captare un remoto residuo del suo corpo: il bagliore luminoso della pelle, il ventaglio nerissimo delle ciglia, le unghie, tonde e pallide, sulle dita affusolate.
Inutilmente invocava il suo fantasma.
Lei, ostinata, gli si negava.

mercoledì 15 luglio 2009

Camilla (Cam o Camille)

Ascolta Mari...(pausa elucubrativa)
L'esordio di Camilla (Cam o Camille) mi predispone ad uno stato di massima allerta.
Ascolta Mari...(pausa elucubrativa)
Sono consapevole che non ne vrrrà fuori nulla di buono.
Camilla (Cam o Camille) ed io siamo davvero troppo simili.
Entrambe prevediamo con anticipo, e senza alcun margine di errore, i passi dell'altra.
Le strategie di attacco.
Le tecniche di difesa.
Così, le catastrofiche conseguenze che questo inizio di conversazione già reca, io ben le immagino.
Ascolta Mari...(pausa elucubrativa)
Ed io so che sulla mia testa cadrà un affastellamento, caotico e perentorio, d'ipotesi assurte a certezze incontrovertibili.
E che solo apparentemente accoglieranno il contraddittorio.
Io e Camilla (Cam o Camille).
Manipolatrici di concetti.
Sofiste dell'assurdo.
Teoretiche disinibite.
Parolaie.
La geometria diviene uno spazio cognitivo per stregonerie meccaniche e astruserie geografiche.
E la logica matematica è disinvolto empirismo atto a rielaborare teoremi e assiomi.
Pur se il massimo dell'enfasi è riservato alla topologia, branca congeniale ed entrambe, per le inusitate possibilità esplorative che contempla.
Così come pure tutte le altre scienze, dalle metafisiche alle antropologiche, sono sottoposte al vaglio del nostro giudizio.
Per un ammodernamento.
Una rilettura più congeniale alla nostra epoca.
Se Amaranta è la mia alter ego, Camilla (Cam o Camille) è la mia doppelganger, spogliata però del significato più drastico del termine, perché nulla di maligno alberga in lei.
Se non una leggera isteria congenita.
Coltivata con arte.
Assurta a nota identificativa.
E personalissima.
Un copyright.
La rabbia spacciata per passione.
E' questo il capolavoro seduttivo di Camilla (Cam o Camille)
Doppelganger, irrequieta ed istigatrice.
Mutaforma. Paradosso temporale.
Creatura alchemica.
Camilla (Cam o Camille) è stata avvistata recentemente, con i capelli sciolti e gli occhi lucenti, in un abito da bambina, mentre correva a perdifiato dietro un aquilone, in una mattinata tempestosa di vento e di nubi, su una spiaggia di Salerno.
Ma, in quello stesso momento, Camilla (Cam o Camille) era qui a Roma, nella sua reale età anagrafica, animatamente a dibattere di falene e di farfalle.

venerdì 10 luglio 2009

Sull'amore. Sulla diversità. Sull'accettazione.

Un poeta s'innamorò perdutamente di una eterea damina dallo sguardo malinconico.
Alla quale dedicava poesie.
Ardenti ed esistenziali.
In cui decantava il suo amore, immenso ed appassionato. Per lei, splendida creatura.
La più bella fra le donne. Unica. Incomparabile.
Le scriveva lunghe lettere in cui lei era angelo, sirena e dea. Incantatrice.
- Ma quello che davvero trovo sublime è il vostro sguardo. Rivolto verso l'interno. Che fa di voi una creatura irraggiungibile. Enigmatica. -
Questo scriveva il poeta alla eterea damina dallo sguardo incorruttibile.
Ed il suo amore cresceva a dismisura, quanto più lei sembrava inaccessibile.
Tenace. Irruento. Ardimentoso.
Che non lasciò insensibile la giovane signora.
E così le missive divennero lunghe conversazioni. Nel salottino di lei.
Dove nessun argomento veniva trascurato.
Ed il poeta piacevolmente potè constatare che, oltre alla bellezza, la damina possedeva anche l'acume dell'intelligenza. E della profondità.
In tutta questa armonia di affinità persisteva, come unica nota stonata, la malinconia perenne dello sguardo di lei.
- Che mi esclude. E mi prospetta un mondo misterioso. Di cui io non ne faccio parte alla stessa stregua di coloro che non hanno il privilegio di condividere alcunchè con voi -
Lamentava il poeta, con toccante mestizia.
- Qual è la ragione della vostra malinconia? Ditemelo affinchè io possa, con la forza del mio amore, diradare la tristezza che offusca lo splendore dei vostri occhi. -
La damina rimase in silenzio.
Un lungo, infinito silenzio.
Poi tirò su la veste e là, dove avrebbero dovuto esserci le gambe, spuntarono due irreali, grottesche code di pesce.
Il poeta ammutolì.
Ritraendosi d'istinto. Inorridito.
- Ditemi, quale miracolo può fare il vostro amore per modificare questo scherzo della natura? -
Chiese la damina in tono pacato. Riassestandosi dignitosamente la veste.
- Quella che ci fa credere che voi non abbiate gambe, ma code di pesce, è solo una stregoneria. Un'allucinazione.Voi siete perfetta. Alzatevi vi prego. Un passo verso di me. Se vacillate io vi sosterrò. Un solo passo, in nome dell'amore. Non abbiate paura. Non deludetemi -
E la damina coraggiosamente, per non amareggiare quell'amore così esaltato e fervente che ostinatamente negava la realtà di una deformità grottesca, ed affatto illusoria, provò a cimentarsi in qualcosa che mai prima aveva sperimentato: la posizione eretta.
Per un attimo fu in tutta la sua altezza.
Instabile.Vacillando. Annaspando.
Marionetta scoordinata. Disarmonica.
Terrorizzata.
Mentre rovinosamente cadeva in terra, fracassandosi il capo.

giovedì 9 luglio 2009

Un corpo aquietato

Le frenetiche, e per altro inconcludenti attività di superficie, mi hanno forzatamente tenuta lontana dal mio antro.
Ma più mi addentro agli schemi del reale, più forte ne sento il richiamo.
Ed il rimpianto di essere stata, per un breve momento, ciò che forse non potrò più essere.
Se l'antro sbiadisce, però, nemmeno la superficie acquista maggior vividezza.
Una personalità incompiuta.
Ed angosciatamente consapevole.
E' questo il risultato finale.
A cosa è servito tutto questo caos esistenziale?
Gli stati di esaltazione delle scoperte interiori si sono esauriti. Ormai da tempo.
E gli entusiasmi, pure.
Un invecchiamento precoce.
Ho ingurgitato di tutto in questi ultimi tre anni. Voracemente.
Da vero animale onnivoro.
Senza mai riuscire, però, davvero a saziarmi.
Stordita la fame convulsa.
Ingannata con cucchiaiate colme di cibo.
Lungamente ruminato.
E di nuovo rimasticato.
Con la pazienza di un grosso mammifero.
Appesantita dal lento processo digestivo.
Cedo volentieri al sonno.
Ed alla consapevolezza di essere, nello stato d'incoscienza passiva, quello che al mondo appaio.
Un corpo aquietato.
Marilena