Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

giovedì 30 giugno 2022

Il Faro di Zion (cap.3)


 

L’OROLOGIO DALI’
Con un solo colpo d’occhio Licantropo aveva intercettato il corpo estraneo nella montagna di oggetti sparsi sul pavimento.

«Questo non è nostro!» esclamò estraendo dal mucchio il quadrante azzurrino e molle, di un orologio privo di cinturino, come quelli dipinti da Salvator Dalì.
Dj prese l’orologio e dopo averlo osservato con curiosità domandò a Joe: «Ne sei davvero certo?».

«Non è nostro!» confermò Licantropo con sicurezza, perché a differenza di Dj, distratto di natura, possedeva una memoria fenomenale. Quel “non è nostro” implicava oltre il suo forte coinvolgimento emotivo, anche la sua dichiarata appartenenza alla casa.

«Dunque, non si è trattato di un furto ma di un lascito» rifletté Dj «ma perché tutto questo casino piuttosto che consegnarmelo personalmente o spedirmelo per posta? E cosa sta a significare?» .
Licantropo, eccitato da quella scoperta di cui aveva il merito, glielo tolse di mano e notate le lancette ferme esclamò: «Neppure funziona!».
Prima che iniziasse a scuoterlo, nella convinzione infantile di attivarne in quel modo il meccanismo, Dj se lo riprese: «Fammi vedere.».
Sul quadrante azzurrino le lancette erano ferme alle ore cinque e il bordo d’acciaio riluceva di riflessi ocra, piccole punte di sole nella stanza in penombra. Un oggetto particolare e misterioso. Inquietante, ma pure a suo modo bello.
Cosa aveva a che fare con lui, però?

In quello stesso momento arrivò padre Casadio: «La porta era solo accostata, può entrare chiunque, dovresti chiamare un fabbro e… e quello cos’è?». S’era interrotto quando Dj aveva fatto oscillare sotto il suo nasone alla Depardieu l’orologio Dalì.

«Un enigma, ecco cos’è! Non sono venuti a rubare ma a lasciare questo. E il motivo non riesco proprio a spiegarmelo».

«Sicuro che non ci fosse già da prima? Magari dimenticato da qualcuno dei tuoi ospiti. Ad ogni modo sarebbe più corretto dire che è la prima volta che lo vedi piuttosto che affermare che non c’è mai stato».

«Prima non c’era. Non è nostro!» si intromise, risentito, Licantropo.

«Puoi mettere in discussione la mia memoria, Don, ma non certo la sua» disse Dj, indicando l'amico e gratificandolo con una pacca sulle spalle, «se Joe dice che prima questo non c’era, puoi starne ben certo».

«Ammettiamo pure che le cose stiano così, che la tua casa sia stata messa a soqquadro inscenando un furto ma in realtà per nascondere questo orologio, fidando sulla tua distrazione, deve trattarsi di qualcuno che ti conosce molto bene e sapeva che non saresti stato in grado d’inventariare le tue cose e quindi non avresti neppure denunciato».

Padre Casadio, perplesso, continuava a rigirarsi l’orologio fra le mani. Poi, colpito da un’illuminazione, disse «Non volevano nasconderlo, ma volevano che tu lo trovassi, e conoscendo la tua cecità verso le cose materiali, hanno fatto in modo che tu ci inciampassi contro».


Dj, seduto sul pavimento a rollarsi una sigaretta, guardò il prete con ammirazione: «Don, il tuo ragionamento non fa una piega. Resta da capire però lo scopo».

«Non lo scopriremo stasera» continuò con un sospiro il prete, «dormiamoci sopra. A proposito di dormire, ci sono un paio di letti liberi a “La Casa Dei Ragazzi”, sarebbe opportuno che tu e Joe questa notte vi trasferiste lì, per evitare altre brutte sorprese, perché con la serratura rotta chiunque può entrare».

«Grazie per l’offerta ma io rimango qui a fare un po’ di ordine, sarei però felice che Joe accettasse».


Licantropo rifiutò: «Resto con Dj, gli faccio compagnia e lo aiuto a sistemare questo casino».

«Sei un gran bravo ragazzo Joe» disse padre Casadio, restituendo l’orologio a Dj che però non lo prese:

«Tienilo tu, Don, almeno fin quando non sarà riparata la serratura».

Il prete fece un cenno d’assenso e se lo infilò in tasca: «Ci vediamo domani, ragazzi».

Sulla soglia, Joe lo fermo: «E’ morto poi il Vecchio?».

«Macché! Pare che abbia sette vite come i gatti!» rispose il prete, ridendo di cuore.

Quella sera la trasmissione di Dj “Il Confessionale” non era andata in onda ma la segreteria telefonica era stata subissata di messaggi per Licantropo: il video della scazzottata con Magnum era diventato virale e nel giro di una manciata di minuti Joe era diventato una stella del web.

IL TEMPO. E LA MEMORIA
Il giorno dopo Marisol, messa al corrente da Dj sulla novità dell’orologio Dalì, li aveva raggiunti a “La Casa Dei Ragazzi” dove, con l’ausilio di padre Casadio, si tentava di venire a capo di quel mistero.
L’orologio era stato passato di mano in mano, da tutti soppesato e valutato in ogni suo particolare. La speranza era quella d’imbattersi in un qualche automatismo, magistralmente mimetizzato, che una volta azionato ne disvelasse il segreto.

«Proviamo ad aprirlo» aveva suggerito Joe in preda ad una sempre più crescente eccitazione.

«Non credo sia una buona idea: corriamo il rischio di manometterlo» lo ammonì padre Casadio, togliendogli con gentilezza l’orologio dalle mani.

«Ma neppure quest’attesa passiva ci sta dando risultati, Don: ormai è palese che il limitarci a fissarlo, o continuare a rigirarcelo tra le mani, non ci svelerà il suo enigma» ribadì Dj perplesso tormentandosi il pizzetto sul mento. «Tu che ne pensi, Marisol?» chiese alla ragazza che era rimasta in tutto quel tempo silenziosa.

«Se deve accadere qualcosa, Max, accadrà nei tempi e nei modi stabiliti dall’autore di questo rompicapo che non avrà di certo lasciato puramente al caso, o all’intuito, la sua soluzione».

Dj la guardò stupito: Marisol era molto più di quello che faceva apparire essere.
Anche padre Casadio aveva assentito al suo ragionamento.

«Quando mi hai parlato di quest’orologio molle, simile a quelli dipinti da Salvator Dalì, sono andata a documentarmi sul loro significato. Dalì diceva che lo scorrere del tempo è cadenzato dal moto degli orologi che oggettivamente pretendono di misurarne la dimensione, ma che tutto questo viene ribaltato dalla memoria umana, un dato non quantificabile né tangibile, che ne stabilisce, invece, la soggettività e di conseguenza la relatività. In poche parole, sono le nostre percezioni, soprattutto quelle dell’inconscio, a misurare la stabilità e la durevolezza al tempo, variabili e diversi per ognuno di noi».

«Vuoi dire che quest’orologio è stato catapultato nella vita di Dj per sollecitare i suoi ricordi riguardo a qualcosa accaduto nel passato?» chiese padre Casadio.

«Non ne sono certa, zio Ernesto. È solo un’ipotesi».

«Plausibile, però» disse il prete pensoso, rivolgendosi poi a Dj: «Non ti viene in mente niente al riguardo?».

«Sto riflettendo, ma non ricordo nulla di così eclatante da giustificare tutto questo».

«Trattandosi però di percezioni soggettive, potrebbe consistere di un episodio marginale per te ma abnorme per altri, per cui, Max, non lambiccarti il cervello: se c’è qualcosa che deve accadere, accadrà, ma non sarai tu a stabilirlo» osservò Marisol, rassicurandolo con la nota arancione della sua voce.

«Accadrà alle cinque». Licantropo, rimasto fino a quel momento silenzioso ad ascoltare discorsi di cui a tratti gli sfuggiva il senso, sorprese tutti con quella sua profezia. «Perché è quella l’ora che segnano le lancette» s’era sentito in dovere di precisare.

«Alle cinque non è successo niente e l’orologio l’ho sempre avuto con me» commentò perplesso padre Casadio.

«Non è accaduto nulla perché l’orologio lo avevi tu, zio Ernesto, e non Max, l’intestatario di questo enigma» spiegò Marisol paziente.

Il prete, scettico, restituì l’orologio a Dj e in tono paterno lo ammonì: «In attesa di questo prodigio cerca di non cacciarti nei guai.»

Il Faro di Zion (cap.2)



 PADRE ERNESTO GUEVARA CASADIO
Padre Ernesto Guevara Casadio, classe 47, prete di strada e comunista (una precisazione, questa, a cui teneva molto) aveva vestito l’abito talare non per fede ma per sfida. Sulla soglia dei settant’anni non aveva ancora deposto le armi, e non solo in senso metaforico, perché la leggenda raccontava che girasse armato di una pistola ereditata dal nonno partigiano e regolarmente denunciata. Licenza accordata nonostante un indizio di Parkinson, perché padre Casadio era a conoscenza di tutti gli scheletri nascosti negli armadi dei suoi concittadini e non si faceva scrupolo di forzare la mano, all’occorrenza, per ottenere quello di cui aveva bisogno. E di solito l’otteneva.

Marisol lo baciò sulla guancia: «Ciao zio Ernesto».
In realtà non erano parenti ma lei amava personalizzare i rapporti con le persone che le piacevano.

«Ehilà Don, come ti butta? È un po’ che non ci si vede» disse Dj salutandolo.

«Mi va sicuramente meglio che a te. Ho saputo dello scasso». Senza troppi preamboli era entrato diritto nell’argomento.

«Le notizie volano in fretta… e non ho neppure denunciato!» ironizzò Dj.

«Ho informatori ai piani più alti». Padre Casadio alzò gli occhi al cielo e poi ridendo indicò Licantropo: «Me lo ha detto Joe. Cos’è questa storia che non sporgerai denuncia?».

«Indagherò per conto mio» rispose Dj, carezzandosi il mento con la mano. «In confidenza, Don, non saprei dire con esattezza, ma nemmeno con approssimazione, cosa manca. Non sono in grado di fare una lista delle mie cose, di quelle prese in prestito e di quelle lasciate da altri, perché col tempo sono diventate tutte un unico amalgama. No… non riuscirei a fare un inventario e stabilire l’appartenenza dell’enorme mucchio di oggetti sparpagliati ora sul pavimento di casa mia».

«E invece dovresti!» intervenne Marisol, «almeno per cautelarti. Magari hanno rubato qualcosa di tuo che poi di proposito verrà lasciato sulla scena di un futuro crimine. E chi pensi che incolperanno?».

«Esattamente!» si intromise Joe, più che altro per compiacere Marisol nella quale nutriva cieca fiducia piuttosto che per contravvenire ai ragionamenti dell’amico.

«Agatha Christie e Sherlock Holmes!» li apostrofò Dj con affettuoso sarcasmo.

«Potrebbe essere una ritorsione per qualcosa detto durante il tuo programma? Pensaci» suggerì padre Casadio.

Lui ci rifletté e poi scosse la testa: «No, a parte un tizio in paranoia che diceva di volersi arruolare nella legione straniera perché ha trovato la sua ragazza a letto con una donna, non c’è stato altro di rilevante».

«Ad ogni buon conto tienimi informato» disse il prete in sella al motorino, pronto a ripartire

Licantropo fece il gesto di salire anche lui ma padre Casadio lo fermò: «Non è il caso che tu venga Joe, vado a somministrare, per la terza volta, l’estrema unzione ad un ottuagenario che all’atto di ungergli la fronte resuscita. Sta tenendo in scacco un manipolo di eredi, uno dei quali, quando lo ha visto schizzare su dal letto, ha avuto un infarto. Sta cercando, e con successo, di spedirli al creatore prima di lui. Riflettendoci, questa potrebbe essere una buona storia per il tuo programma. Magari convinco il moribondo a partecipare ad una tua diretta» disse, strizzando l’occhio a Dj prima d’immettersi nel traffico.


CARLO MAGNO BOSCHI. E RADIO EVELINA.
Quando Carlo Magno Boschi, detto Magnum per via della stazza ciclopica e del nome altisonante, a bordo del suo Suv Ferrari aveva scorto il gruppetto dei tre amici aveva inchiodato proprio al margine del marciapiede dove loro ancora stazionavano e fatto cenno a Dj di avvicinarsi al finestrino.
Marisol, lo salutò mostrandogli il medio, e lui contraccambiò col medesimo gesto.

Uomo di poche parole, Carlo Magno, a causa di una voce chioccia, pigolante, che non corrispondeva alla sua prestanza fisica, e che nei momenti di collera diventava stridula. Consapevole di questa evidente sproporzione tra l’esigua intensità delle sue corde vocali e quel suo fisico da Mangiafuoco, s’era molto esercitato, sotto la guida di un vocal trainer, per compensare questo dislivello ed irrobustire le corde vocali, ma con scarsi risultati, ché quella sua vocina isterica non c’era stato verso di riconvertirla in toni più virili.
Figlio dell’imprenditore Giulio Cesare Boschi, il maggior produttore regionale di macchine agricole, intorno alle cui aziende ruotava gran parte dell’economia della città e dei dintorni, e proprietario di “Radio Evelina” l’emittente per cui lavorava Dj e la cui gestione ultimamente era diventata motivo di contrasto tra l’imprenditore, di anima liberal e coi trascorsi da hippy, e il figlio che mirava, invece, a tramutarla in organo di propaganda per una sua supposta escalation in politica, militando egli in una formazione carbonara di estrema destra che intendeva legittimare per i propri scopi personali e politici.
Occorre specificare che l’emittente prendeva il nome da Evelina, la figlia primogenita dell’imprenditore, una scavezzacollo le cui gesta riempivano le riviste scandalistiche, ma per Magnum, questa titolarità da sempre rappresentava una discriminante: la conclamata preferenza paterna nei riguardi della sorella.
Con due figli siffatti, così diversi da lui e in nessuno dei quali poteva riporre fiducia, l’imprenditore Boschi, che in Dj aveva rivisto se stesso da giovane, gli aveva affidato la conduzione del programma più di successo, e lui non lo aveva deluso e aveva perfino aumentato gli sponsor. La predisposizione del padre verso Dj, che col tempo andava sempre più accreditandosi come il suo possibile successore nella gestione di “Radio Evelina”, aveva fomentato in Magnum gelosie e rancori.


«Ciao, Carlo» lo salutò Dj senza alcun entusiasmo.

«Ho saputo dello scasso» disse a voce bassa, strisciante, e con un sorriso sarcastico Magnum, tamburellando con le dita colme di anelli sul cruscotto dell’auto.

«Hai saputo? E da chi, se non ho ancora denunciato?».

«Qualcuno mi ha riferito». Aveva smesso di tamburellare e senza guardarlo in faccia aveva fatto un gesto circolare e sfumato.

«Magari l’autore stesso del misfatto» ribadì Dj, ironico.

«E come faccio a saperlo?». Il tono della risposta, in contrapposizione al sorriso sghembo, faceva presupporre il contrario.

Dj scosse la testa perplesso: «Perché mi cercavi?».

«Per parlare del futuro del tuo programma che, seppur seguito, alla fine non concretizza nulla, così…».

«Non concretizza nulla?» Dj sorrise sarcastico: «Ti ricordo che i maggiori introiti pubblicitari vengono proprio dal mio programma e, a quanto mi risulta, tuo padre non se ne lamenta affatto, motivo per cui mi ha dato carta bianca sulla sua conduzione. Si chiama rapporto di fiducia. E comunque è a lui che devo renderne conto in quanto proprietario di “Radio Evelina”, non certo a te che da quel che mi risulta non rivesti alcun incarico». Nonostante Dj avesse cercato di mantenere un tono distaccato quell’ultima considerazione, però, era risuonata nitida come una rasoiata, così da richiamare l’attenzione di Joe che già stava precipitandosi verso di lui. Ma Dj, che lo aveva intercettato con la coda dell’occhio, fece cenno a Marisol di fermarlo.

«Non serve che tu vada, Max sa il fatto suo.» lo rassicurò lei, trattenendolo


Joe era rimasto al suo posto senza però distogliere lo sguardo dall’amico, all’erta e pronto ad intervenire se la situazione lo avesse richiesto. Anche Magnum s’era accorto della scena e adottando un tono che avrebbe voluto esser sarcastico ma che invece era risuonato solo stizzito, aveva detto: «Non ti sei ancora stancato di fargli da balia? Frequenti le persone sbagliate, come Sorella Luna, e scommetto che neppure te la scopi. Lesbica o frigida. Quelle come lei…». Ma non aveva terminato la frase che il pugno di Dj, penetrando attraverso lo spazio del finestrino abbassato, s’era abbattuto con precisione da cecchino sulla bocca di Magnum e scatenando la sua reazione, che con violenza aveva aperto lo sportello dell’auto, facendolo cadere a terra.
Stavolta Marisol non trattenne Licantropo che come una furia s’era precipitato in soccorso dell’amico a terra, sopraffatto dalla gragnuola di colpi sferrati alla cieca dall’altro. Lei stessa s’era buttata all’arrembaggio del gigante che scrollandosela di dosso come un ramoscello l’aveva messa subito ko. Ma con Joe, invece, la faccenda s’era rivelata ostica, perché nonostante la sproporzione fisica a favore di Magnum, Licantropo poteva contare sulla durezza del suo corpo esangue e tutt’ossa, che quasi i pugni non li sentiva, e ogni volta che sembrava soccombere schizzava di nuovo su, come una molla, assestando colpi a casaccio, che data la mole dell’avversario quasi sempre andavano a segno.

Nel frattempo una folla s’era radunata per assistere a quel curioso match, più spettacolo da circo che da ring, inneggiando e ridendo, facendo il tifo e filmando la scena coi cellulari, senza che nessuno materialmente ponesse fine a quella rissa da saltimbanchi dove Magnum, con buone probabilità, sarebbe capitolato per stanchezza se Dj, una volta riavutosi, non fosse intervenuto a bloccare Licantropo che, arroccato su se stesso continuava a menar fendenti come una collaudata macchina da guerra.
In ultimo era giunta una pattuglia della polizia che li aveva caricati tutti a bordo e portati al commissariato, passando però prima per il pronto soccorso.
Ma neppure in quel frangente Dj aveva denunciato lo scasso del suo appartamento.

mercoledì 29 giugno 2022

Il Faro di Zion (cap.1)

 


DJ, INGEGNO MASSIMO

‘fanculo!
Tutto ha inizio con un vaffanculo urlato con rabbia in una stanza completamente sottosopra, da un gigante di medie dimensioni. Ammetto che la definizione “gigante di medie dimensioni” può apparire un controsenso, ma pure, vi garantisco, che se vi fosse dato vederlo converreste con me che gli calza a pennello, perché in Massimo Ingegno (questo il suo nome registrato all’anagrafe) in arte Dj Ingegno Massimo, conduttore di successo di “Radio Evelina”, nonostante la modesta altezza di 1,72 in lui tutto svetta verso l’alto in spessore aereo. Iniziando dalla capigliatura, un intrigo rasta, trasbordante ed espansivo, che trova il suo apice sulla sommità del capo dove gli spezzoni nodosi delle ciocche diramano spavaldi verso i quattro punti cardinali.


‘fanculo!
Aveva urlato Dj sferrando un calcio all’unica sedia rimasta in piedi che, dopo averla scaraventata a terra aveva tirato di nuovo su per sedersi a guardare la stanza oltraggiata, con una lenta occhiata circolare, scuotendo la testa e rollandosi una sigaretta. Mancava niente… mancava tutto… forse… perché in realtà non gli era mai importato di considerare proprietà privata le sue cose e ancor meno quella stanza, porto di mare per amici e conoscenti. Parenti no, di quelli non ne aveva, e a dir la verità, a causa del continuo sovraffollamento di quei pochi metri quadrati, non ne sentiva affatto la mancanza.


JOE LICANTROPO
‘fanculo.
Stavolta Dj l’aveva pronunciato senza rabbia, facendosi strada in lui il sospetto che tutto quello sfacelo fosse opera di Joe Licantropo in uno dei suoi momenti di dissociazione dalla realtà, per poi dopo non ricordare nulla. Non era violento di natura Joe, ma a causa delle sue paranoie faceva spesso danni. Nessuna intenzione di dolo ma gli partiva l’embolo e lui diventava qualcun altro: un licantropo, appunto. Che in realtà con la bestiaccia satanica Joe (nome di battesimo, Giuseppe Nanni) non aveva niente da spartire, se non i canini vagamente vampireschi e gli occhi da randagio, orlati di rosso.
Dj voleva bene a Joe ma cominciava a non farcela più troppo a tollerare quelle sue disconnessioni che da qualche tempo succedevano con frequenza. Sulla soglia dei trent’anni s’era ritrovato a ricoprire il ruolo di padre putativo di un figlio anche lui trentenne, e per di più affetto da un disturbo dissociativo dell’identità. Ad ogni modo che quella fosse opera di Joe non poteva esserne certo, anche se Licantropo era sempre il primo indiziato ogni volta che accadeva qualcosa. Sospetto colpevole e mai sospetto innocente. Povero, vecchio Joe. E forse era proprio questo uno dei motivi per cui gli voleva così bene e tollerava le sue stranezze.
Ma se non era opera sua, allora di chi?
Dj rifletteva camminando nella stanza, concentrato su un ipotetico identikit e facendo attenzione a non inciampare negli oggetti disseminati sul pavimento. Più tardi, o tutt’al più l’indomani, avrebbe rimesso in ordine. Non era il disordine a disturbarlo, a quello c’era abituato ed era elemento naturale nella sua vita, ma quanto il motivo da cui era originata tutta quella violenza, comunque non avrebbe sporto denuncia perché al commissariato gli avrebbero chiesto di stilare un elenco degli oggetti mancanti e lui non avrebbe saputo dire quali. In quella sua casa aperta le cose che sparivano venivano rimpiazzate da altre, magari di genere diverso. A lui non importava, lo trovava perfino divertente, una specie di caccia al tesoro, ma era certo che al commissariato avrebbero giudicato alquanto discutibile quella sua filosofia esistenziale così come le sue amicizie, tra cui Joe, che per via dei suoi trascorsi e della sua patologia sarebbe stato considerato sospetto. Forse, l’unico sospetto.
Avrebbe chiesto a lui e gli avrebbe creduto, perché Joe non sapeva mentire.

‘fanculo
Aveva ripetuto sulla soglia frugandosi le tasche alla ricerca delle chiavi, ma realizzando che non gli servivano perché la serratura era stata scassinata. 


SORELLA LUNA
Sceso in strada, Dj aveva individuato la sagoma allampanata di Licantropo e quella ad anfora di Sorella Luna, venirgli incontro a passo spedito.
Joe somigliava a Pippo, il personaggio antropomorfo della Disney, al pari di lui dinoccolato e goffo, ingenuo e irrazionale in maniera disarmante. Eppure tra loro era nata una grande amicizia, patologica, come l’aveva definita con molta ironia Sorella Luna, all’anagrafe Marisol Calzolari, sorella minore di Luna la ragazza più bella di Iperbole, (ridente cittadina romagnola che non ce l’aveva fatta a diventare una seconda Rimini), e della quale era considerata l’escrescenza siamese, ma senza minimamente somigliarle, ché mentre Luna era slanciata e diafana, luminosa già alla distanza come l’astro da cui aveva preso il nome, Marisol, invece, era poco definita, in ombra, e con qualche chilo di troppo. Quella sua costante presenza al suo fianco le aveva fruttato il soprannome di “Sorella Luna”, e di quel nomignolo ne aveva intimamente sofferto come la conferma dell’assenza di una propria identità, che era diventata poi invisibilità quando Luna s’era trasferita a Milano per tentare la carriera di top model. Così, per essere visibile, aveva azzardato pericolosi esperimenti per somigliarle. Sul baratro dell’anoressia era riuscita a fare un passo indietro grazie soprattutto all’aiuto di padre Ernesto Guevara Casadio, un prete di strada operante nell’ambito del disagio giovanile. A “La Casa dei Ragazzi”, la struttura che lui gestiva, Marisol aveva conosciuto Dj e Joe: i suoi amici del cuore.


DJ, JOE LICANTROPO E SORELLA LUNA
Dj s’era seduto ad attenderli sugli scalini dell’ex casa del popolo “Enrico Berlinguer” riconvertita in casa d’accoglienza per ragazzi in difficoltà. Sulla facciata la dicitura “Casa Del Popolo” era stata sostituita con “Casa Dei Ragazzi” ma il nome di Berlinguer era rimasto per volere di padre Ernesto Guevara Casadio, ché nella sua personale hit Berlinguer era da sempre saldamente insediato al secondo posto subito dopo la band dei Nomadi e prima di Gesù Cristo.

«Ehilà, Dj» lo salutò Joe con un largo sorriso, sedendosi sullo scalino dietro di lui.

«Ciao, Max» disse Marisol con una nota arancione nella voce, baciandolo su una guancia. Era l’unica a chiamarlo Max

«Qualcuno oggi è entrato nel mio appartamento e lo ha messo a soqquadro». Breve pausa per far metabolizzare a Joe la notizia, e poi guardandolo negli occhi: «Ne sai qualcosa? Non è che tu per caso ti trovassi da quelle parti?».
In sua vece rispose Marisol: «Joe è stato con me tutto il giorno».
«Non sono stato io» confermò Joe in tono lamentoso. E poi, aggressivo: «Non sono stato io!».

«Ok, amico non sei stato tu. Tranquillo, non ti sto accusando di nulla. Ma anche se fossi stato tu non mi sarebbe importato. Lo sai vero, che non mi sarebbe importato? È già successo, ricordi? E non ho mai fatto un dramma per la casa sotto sopra».

«Joe sta prendendo le medicine» ribadì Marisol, sperando così di porre fine alla faccenda.

«Prendo le medicine. Non sono stato io» le fece eco Joe, accigliato.

«Sono molto orgoglioso di te. Dammi il cinque». Dj si girò per battere il cinque.

«Dunque hai trovato l’appartamento sotto sopra». Non era una domanda quella di Marisol, ma un riprendere l’argomento.

Dj, intento a rollare una sigaretta, assentì col capo.

«Cosa hanno rubato?».

«Cosa vuoi che ne sappia! Non ho fatto l’inventario» rispose lui scrollando le spalle e offrendole la sigaretta appena confezionata.

«Dovresti sporgere denuncia».

«Denunciare? La verità è che non saprei dire cosa hanno rubato. Sono estremamente carente in fatto di organizzazione domestica». Dj aveva confezionato una sigaretta anche per Joe e gliela aveva porta: «Tieni amico».

«Potresti almeno denunciare lo scasso, come misura cautelativa» suggerì lei.

Dj scosse il capo in segno di diniego: «Al commissariato farebbero comunque domande. No, meglio soprassedere. Svolgerò qualche indagine per conto mio». Poi voltandosi verso Joe annunciò: «Amico, sei ufficialmente arruolato nella squadra investigativa».

«Non sono stato io. Prendo le medicine». Licantropo, tagliato fuori dalla conversazione, era rimasto ancora a quel punto.

«Lo so. Per questo ti voglio in squadra, e conto sulla tua collab…».

Ma già lui non l’ascoltava più che all’orizzonte aveva intravisto padre Casadio a bordo del suo motorino e si sbracciava per manifestargli la sua presenza, chiamandolo a gran voce: «Padre Guevara. Padre Guevara» andava ripetendo come un mantra quel nome precipitandosi in strada e correndo a perdifiato verso lo scooter, schivando miracolosamente le auto da cui partivano insulti e strombazzate di clacson. Il prete, quando lo vide lo prese a bordo.

domenica 27 febbraio 2022

Nazzareno/Banderas, l'intruso in Chicago Blues (Caccia all'uomo)


«
Hai ventiquattro ore, da questo momento, per sistemare la faccenda. Non un minuto di più.»
Mi aveva intimato Jack Randazzo prima di andar via, ed io, conoscendolo nel profondo (l'immagine tramandata ai lettori del tirapiedi di Vito Lo Cascio, corrisponde solo in piccola parte alla realtà perché, come ho già esplicitato nel capitolo precedente, Jack è uno psicopatico manifesto, ma per esigenze del racconto è stato epurato delle sue caratteristiche più compromettenti) l'ho preso in parola e senza porre indugi mi sono subito messa al lavoro. Dopo aver silenziato il cellulare e sprangata la porta di casa, mi sono seduta alla scrivania munita di un grosso thermos del caffè e di un pacchetto di Chesterfield Blue, che giaceva da tempo immemore  nel fondo di un cassetto (sono una ex fumatrice ormai da decenni), poeticamente conservato, in caso di apocalisse, come ultimo peccato e ultimo conforto. E cos'altro è la minaccia di Jack se non il suo preannuncio?

Da dove inizio? Mi sono chiesta accingendomi a sfogliare le pagine del romanzo, consapevole di non avere un tempo illimitato e quindi di non poterlo rileggere dal primo capitolo.
Da quale varco del racconto, Nazzareno/Banderas, si è intrufolato? Mnemonicamente ho iniziato a vagliare i vari passaggi del racconto, immaginando che il primo contatto tra Nazzareno/Banderas e Paddy O'Reilly, verosimilmente doveva essere avvenuto in un luogo molto affollato, dove l'approccio è più facile ed immediato, e non desta troppi sospetti. Basandomi su questa ipotesi ho da subito escluso tutti quei capitoli dove Paddy non viene mai tirato in ballo, ed anche quelli dove la scena è circoscritta a lui e ai personaggi principali. Questa considerazione mi ha permesso di scartare dalla ricerca anche determinate, location come la palestra di Sam e il "Blues Serenade", luoghi aperti al pubblico ma controllati dai tirapiedi di Vito Lo Cascio. Così non mi è rimasto che esplorare gli spazi esterni, quelli che per le esigenze della trama avevamo gremito di anonimi figuranti, senza volto e senza storia, letteralmente presi dalla strada. Questa selezione mi ha permesso a restringere il campo a soli quattro capitoli: "L'Assemblea" (cap. 33);" Incontro In City Hall"(cap. 39); "L'Agguato" (cap. 41); "Sweet Home Chicago" (cap. 47).
Da subito escludo "L'Agguato" perché credo sia impossibile per Nazzareno/Banderas, dai tratti fortemente latini e l'accento marchigiano, (anche se qualche somiglianza ce l'ha con Farrel Montero, uno dei capi dell'I.R.A in territorio americano, ma giuro che è del tutto casuale), potersi mimetizzare con gli uomini dell'I.R.A , preposti a portare in salvo in Irlanda, Paddy O'Reilly. Ma elimino anche "Sweet Home Chicago" e l'ipotesi che possa essersi intrufolato nella folla dei giornalisti che accolgono Paddy, autore dell'acclamato, seppur controverso, best seller "Chicago Blues" all'uscita dell'aeroporto, o tra quelli che l'indomani gremiscono, per la sua conferenza stampa, la sala del Drake Hotel, perché su tutti vigila come un mastino Hetta Delaney, la sua agente negli U.S.A.

Febbrilmente mi predispongo ad una full immersion tra le pagine de "L'Assemblea": l'aula gremita all'inverosimile, voci che si sovrappongono; il fumo delle sigarette e dei sigari è tutt'uno con quello delle parole; applausi e fischi; qualche battuta volgare che vorrebbe essere ironica (ma qui, d'altronde sono tutti uomini...) Intercetto Paddy O'Reilly, seduto sul palco dietro il tavolo dei rappresentanti sindacali, un po' defilato, ma dell'intruso, Nazzareno/Banderas, neppure l'ombra. Inizio ad innervosirmi. Guardo l'orologio e al posto delle lancette si materializza la minacciosa canna della Colt 1911 di Jack Randazzo. E così mi precipito a setacciare il capitolo 39 "Incontro in City Hall". Bla bla bla bla bla...anche qui non si fa altro che parlare e allora mi concentro sulle presenze ma soprattutto sulle assenze, dato che di Banderas e O'Reilly, non rilevo alcuna traccia. Niente che mi conduca a loro, almeno fino a pagina 288 dove, nella spaziatura che indica un scambio di scena c'è un vuoto temporale, forse il varco attraverso cui l'intruso si è infiltrato nella trama.
Cito testualmente da pagina 288, in questo inizio di dialogo tra il segretario Soundstrom e Hoffman, il sindacalista avversato da Paddy.

«Mi pare che manchi qualcuno», disse il segretario Soundstrom aprendo la riunione del direttivo sindacale.
Hoffman si guardò in giro.
«Si, ha ragione, manca quell'irlandese, O'Reilly».

Bingo!

Anche se non ho la più pallida idea di dove Paddy si sia cacciato, in compagnia di chi, però, potrei darlo per certo!

continua...

domenica 13 febbraio 2022

Nazzareno/Banderas, l'intruso, in "Chicago Blues" (L'antefatto)


 «Mi è giunta voce che lo conosci. Dov'è? Vito Lo Cascio lo sta cercando!» Jack Randazzo sibila minaccioso nel mio orecchio, sbattendomi sotto gli occhi la fotografia di Nazzareno Banderas.»
«Ti hanno informato male, l'ho visto una sola volta e non ho la più pallida idea di dove sia.» Controbatto, spostando la sua manaccia e cercando di non mostrarmi intimorita anche se, invece, ho una fottuta paura, perché io ed Angelo  Fabbri, in "Chicago Blues" abbiamo sottaciuto che Jack è un soggetto borderline.

In realtà, per quel che ci riguarda, è stata una scelta forzata, davanti alla sua minaccia di finire in fondo al Tevere con i piedi incatramati in due casse piene di cemento, la stessa tecnica usata per far fuori i due stupratori di Tina   (cap 16 "Up The River")  cosicché entrambi saremmo stati disposti a giurare, e spergiurare, che quel losco figuro fosse l'aiutante di camera del Papa anziché il braccio destro di Don Vito Lo Cascio.  Anche se, a onor del vero, ad accomunare Sandro Mariotti, l'assistente di Sua Santità, e Jack Randazzo, il tirapiedi di un mafioso, c'è solo la stessa stazza imponente e la mascella volitiva, ché le somiglianze, per fortuna, si fermano qui. Diversi i caratteri; diversi i datori di lavoro; diversa la missione che sono chiamati a svolgere. Soprattutto diversi i loro modus operandi.

Fingo disinvoltura mentre frugo nella borsetta alla ricerca delle chiavi, come se ritenessi la faccenda chiusa, quando quello, con un ghigno, mi spiana sotto il naso una Colt 1911 semiautomatica (realizzo in un lampo che era la pistola  preferita da Al Capone e...come lo so? Bè, per scrivere "Chicago Blues" io e Angelo abbiamo fatto una full immersion nei fatti e misfatti di quel periodo, tenendo conto anche dei gingilli allora in uso) e con un cenno del capo mi fa segno di entrare in casa.

«Cristo, Jack...metti via quell'arma!»
Per tutta risposta lui mi spintona dentro e con un calcio chiude la porta, e senza troppi complimenti mi spinge verso la cucina.
«Posso offrirti un caffè?» Domando conciliante, abbozzando un sorriso che vorrebbe essere seducente ma che mi viene sghembo. Una smorfia per niente attraente.
«Siediti!» Mi ordina indicandomi con la colt la sedia incuneata tra la parete ed il tavolo. Così non ha bisogno neppure di legarmi.
«Non ho molto tempo, Jack, devo andare a lavorare (lavoro in una ditta di pulizie perché almeno ho di che pagare le bollette e la connessione ad Internet, in attesa dei diritti di autore, semmai verranno) e se non mi vedono quelli si preoccupano e mi vengono a cercare. Quindi facciamo presto.» Dico, deglutendo.
Lui tira indietro il capo e scoppia in una fragorosa risata, battendosi le mani sulle cosce: «No so se hai più fantasia o senso dell'humor, piccerè.» Poi, in tono di nuovo minaccioso, aggiunge: «Te lo chiedo per l'ultima volta: dov'è Nazzareno Banderas?»
A questa domanda rispondo irata: «Ti ho già detto che non lo so! Non lo conosco. L'ho visto una sola volta, quando ha accompagnato qui mia madre che si era persa. Devi credermi!»
«Se non lo conosci, spiegami come diavolo è finito nella trama di "Chicago Blues"? Urla, battendo un pugno sul tavolo. «E' entrato in combutta con  Paddy O'Reilly e lo ha convinto a cambiare il finale della storia, per avere un ruolo di primo piano, mettendo così  a repentaglio gli affari e la carriera politica di don Vito.»
«Paddy O'Reilly non può cambiare il finale: siamo solo io ed Angelo Fabbri, gli autori, a poterlo fare, e non c'è possibilità per altri di manomettere la trama.» Ribatto ridendo, sollevata dalla soluzione così facile ed immediata dell'intera faccenda.
«Paddy O' Reilly non può cambiare il finale» Mi fa eco, Jack, facendomi il verso. «Allora spiegami come mai don Vito è finito sotto processo, insieme ad Al Capone, per evasione fiscale?» Replica sarcastico, con una luce omicida negli occhi.
«Non ci credo...non è possibile.» Ripeto smarrita, scuotendo la testa e fissandolo attonita.
«Non mi è mai piaciuto quell'irlandese, avrei dovuto farlo fuori già dalla sua prima apparizione. Ma questo Nazzareno Banderas mi piace ancora meno.» Poi scandendo le parole e mostrandomi la pistola, intima: «Hai ventiquattro ore, da questo momento, per sistemare la faccenda. Non un minuto di più.»
«Perché sei venuto a cercare me e non Angelo Fabbri? Il romanzo lo abbiamo scritto insieme e quindi, in tutto questo, anche lui ha una parte di responsabilità.» Chiedo, mentre lui è già sulla porta.
«Perché in "Chicago Blues" Nazzareno Banderas, l'intruso, è giunto tramite te, quindi sei tu a dover rimettere a posto le cose!» Esclama chiudendosi la porta alle spalle e negandomi ogni possibilità di replica.

sabato 20 novembre 2021

La trappola di carta


(Pubblicato nell'antologia "Progetto Gostwriter" da "Quelli di Writer Monkey.it" Dicembre 2019)

GHOSTWRITER (1)
«Questo è il materiale che mi avete commissionato. Ovviamente, se non è sufficiente posso produrne altro. Ma credo sia meglio non esagerare. Nella trama ci sono le slabbrature necessarie a creare l'illusione di un'opera prima. Lo stile è leggermente ibrido, immaturo, quel tanto che basta a conferirgli un marchio di autenticità» aveva sottolineato il ragazzo, visibilmente soddisfatto, porgendo la pennetta USB a Rene Malvasi, direttore della casa editrice “Lo stilo di Calliope”.
«È tutto qui dentro». 
Renè aveva allungato una mano per prenderla, riuscendo però solo a sfiorarla poiché il giovane prontamente l'aveva tirata via.
«Ovviamente il mio avvocato ha in consegna la prova documentale del mio lavoro svolto per voi. Una tutela necessaria nel caso si verificasse un malaugurato inadempimento al nostro accordo».  
Di nuovo aveva sorriso strizzandogli l'occhio e posando la chiavetta internet sulla scrivania.
«Non ci sarà nessun problema» replicò seccamente l’altro senza ricambiare il sorriso.
«Sarà un bene per tutti».
Il tono del ragazzo era rilassato. Ironico perfino. Sulla soglia si voltò indietro per un'ultima raccomandazione: «Non dimentichi che la macchina da scrivere deve essere una “Olivetti Lettera 22” perché Nicola Sapiero usava solo quella». 

ALICE SAPIERO (1)
La notizia del ritrovamento dell'inedito di Nicola Sapiero aveva sollevato negli ambienti letterari pochi entusiasmi e molti scetticismi, poiché alla sua facondia letteraria erano stati attribuiti, già nel passato, ritrovamenti di originali rivelatesi poi fasulli. 
Autore prolifico come pochi altri, aveva fecondato col suo seme creativo la metà del secolo passato e diverse signore che lo avevano attraversato. Il numero dei figli che avevano reclamato un riconoscimento di paternità era pari a quello degli inediti, scoperti post mortem, che aspiravano alla legittimazione del suo nome.
La notizia di questo ennesimo ritrovamento, data con discrezione da Alice Sapiero, nipote dello scrittore, passò all'inizio inosservata: un trafiletto scarno, semi nascosto tra la pubblicità chiassosa di una nota casa di lingerie e il roboante annuncio del divorzio della diva tal dei tali.
Uno spazio angusto in antitesi alla grandezza letteraria di Sapiero.

Ad ampliare quello spazio, però, fu proprio quella nipote ospite in un banale talk show, di quelli dove il pettegolezzo è spacciato per cultura, s'impose all'attenzione degli spettatori quando all'ennesima provocatoria domanda sulla vita privata del nonno s'era alzata e aveva schiaffeggiato il conduttore.
Vertiginoso picco d'ascolti per una trasmissione mediocre, dove quella reazione spontanea aveva messo a tacere l'odioso sgarbo delle parole.

“Alice Sapiero s’era mostrata aggressiva perché mortalmente ferita nel nome e negli affetti”: questo il commento dei giornali schierati dalla sua parte. 
Era intervenuta in suo sostegno anche la lobby degli intellettuali, che mai s'era posizionata a difesa se non dello scrittore almeno delle sue opere, e mai aveva contestato il fatto che troppo spesso, e ad arte, s'era andata strumentalmente creando una perversa correlazione tra le trame dei suoi romanzi e la sua vita reale, alienandogli il consenso della più vasta fetta di lettori.
...ma ora, fra le troppe ombre e le poche luci che s'erano nuovamente accese sulla vita di Sapiero, a cercar di riportare il tutto ai toni discreti della penombra, ci avrebbe pensato quella sua nipote battagliera.

LO SCOOP EDITORIALE
Anche la stampa più conservatrice aveva plaudito al gesto di Alice, intendendolo come un atto di pietà a proteggere la memoria del nonno la cui biografia basava più sulla sua leggenda, nei decenni rimaneggiata ed ampliata, che su una cronologia veritiera.
Il tentativo della donna era quello di far accendere i riflettori sullo scrittore piuttosto che sul libertino. Che si parlasse, una volta tanto, solo delle sue opere, e in particolare di questo inedito, l'ennesimo tra i tanti ritrovati e mai, dagli esperti, validati.
Chiaramente falsi, perché se lo stile dello scrittore era assai scarno, privo di quegli stilemi che lo avrebbero reso difficile da imitare, era nella trama che si rivelava il suo inconfondibile marchio, in quel suo modo sottile, diabolico, di sparigliare le carte fin dal primo capitolo, sapientemente trascinando il lettore in un machiavellico gioco di chiaroscuri e di realtà apparenti.

"Leggere un racconto di Nicola Sapiero è penetrare le geometrie interconnesse, le costruzioni impossibili, le distorsioni dell'infinito, di Maurits Escher: un'irrazionalità logica".
Questa la definizione data dalla Enciclopedia Treccani delle opere dello scrittore.

Opere che dopo la sua morte erano cadute nel dimenticatoio, e se ancora se ne parlava era per via delle tracce che Sapiero aveva lasciato quando era in vita.
...e da quel passato s’era materializzata quella sua nipote bellicosa che andava affermando che l'inedito era indiscutibilmente autentico perché da lei stessa ritrovato quando, frugando nell'archivio di casa alla ricerca di un atto notarile, da un'anonima cartelletta era fuoriuscito il fascio di fogli dattiloscritti, perfettamente conservato (salvo l'ingiallimento della carta dovuto al tempo) di quel racconto giovanile del nonno, sepolto tra i documenti di famiglia.

Nascosto, perché il padre di Nicola (il bisnonno di Alice),era assolutamente contrario al fatto che il figlio scrivesse, avendo ipotizzato per lui una carriera, sulle sue stesse orme, nel campo della cardiochirurgia.

«Ed è giusto affermare che il nonno, amando così tante signore, sempre di cuori, infine, si è occupato». Con questa battuta leggera Alice Sapiero si era conquistata le simpatie e gli applausi della platea.
…ma sulla trama del racconto il giornalista non le aveva cavato una parola di bocca.

«È al vaglio degli esperti, toccherà a loro stabilire se il materiale che ho ritrovato nella casa del nonno, tra le sue cose, appartenga a lui» aveva puntualizzato con sferzante ironia. «Assurdo, ma è così. Un paradosso, questo, di cui anche lui avrebbe riso e forse ricavato un racconto: il canovaccio ideale per una delle sue storie/labirinto» aveva replicato sarcastica, concludendo l’intervista.

STORIE/LABIRINTO
"Storie/labirinto": anche questa sua suggestiva definizione delle opere del nonno fece velocemente il giro degli ambienti letterari. Coincisa e asciutta, perfettamente rappresentativa della narrativa dello scrittore.
"Storie/labirinto" poteva benissimo diventare il titolo con cui editare, se il dattiloscritto si fosse rivelato originale, una collana coi suoi racconti più di successo e proporli ad un pubblico giovane, non condizionato dalla cattiva fama dello scrittore o forse, proprio in virtù di questa, maggiormente attraente.
...in attesa dell’esito dell'esame documentale materiale, che era stato affidato al massimo esperto del settore, quel professor Donato Cristofari al cui vaglio erano stati sottoposti, già nel passato, gli inediti attribuiti a Nicola Sapiero e da lui smentiti.

PERIZIA E VERDETTO
Delle ingenti spese di quella costosa consulenza se ne era interamente fatta carico lo "Stilo di Calliope" la storica casa editrice dello scrittore, dopo che la nipote aveva sottoposto ad un loro primo giudizio il dattiloscritto.

«Opera di Nicola Sapiero. Senza alcun dubbio», aveva affermato Edmondo Spada, biografo ufficiale e profondo conoscitore delle sue opere, che seppur ormai molto avanti con gli anni e afflitto da una cecità progressiva, conservava una mente lucidissima ed una memoria di ferro.
«Non mi occorre la vista per stabilire, senza alcuna incertezza, che questo scritto è di Nicola: sofismi, paralogismi, paradossi e astruserie, magistralmente confezionate per menti altrettanto contorte quanto la sua. A pochi è data tanta immaginifica fantasia. E a nessun altro nel suo stile. Ma questo inedito è assolutamente fantastico. Geniale. Supera di gran lunga tutti i suoi altri racconti».

Autentico!
Avevano stabilito all'unisono il professor Donato Cristofari, in qualità di consulente tecnico grafico, e il professor Edmondo Spada, critico, biografo e studioso delle opere dello scrittore.

Autentico!
Avevano titolato, a caratteri cubitali, le riviste letterarie, con il resto dei media a far da cassa di risonanza.

Autentico!
«Autentico lo era fin dall'inizio, ma ora con l'avvallo degli esperti lo è definitivamente» aveva ribadito, con pungente ironia, Alice Sapiero all'intervistatore.
«Possiamo quindi chiudere questo capitolo. Riguardo la trama non mi è possibile rivelare nulla, è top secret. Posso però anticipare che solo una fantasia fuori dal comune, fervida e possente come quella del nonno, avrebbe potuto concepire una storia così assolutamente singolare. Sono certa che ne riparleremo a pubblicazione avvenuta».

GHOSTWRITER (2)
Il giovane ghostwriter aveva fatto irruzione nello studio di Renè Malvasi, visibilmente agitato: «C'è una falla nella trama!» aveva detto in tono melodrammatico.
«Impossibile. La storia è stata studiata, documentata e vagliata in ogni sua minima parte. Escludo qualsiasi tipo d'errore» aveva ribadito freddamente Renè Malvasi.
«L'errore c'è, ovviamente involontario, anche se non balza istantaneo agli occhi: un minuscolo rammendo in un tessuto perfetto. Nessuno lo ha rilevato, neppure quel professor Spada, il massimo esperto delle opere di Sapiero, ma all'interno del penultimo capitolo c'è l'utilizzo del termine "virale" inteso come contagio sociale, mentre all'epoca era usato solo in campo medico. Un errore madornale. Considero quel libro il mio capolavoro, anche se non reca il mio nome l'ho pur sempre scritto io. Mi sono fedelmente attenuto ai dettami stabiliti, anzi, imposti, ché se avessi goduto di libertà d'azione la storia l'avrei concepita con più ardite e spericolate circonvoluzioni. E quell'errore, di certo, non ci sarebbe stato. Ma io l'ho commesso ed io vorrei porci rimedio».
Il tono del giovane era risoluto.
«Il tuo lavoro, ragazzo mio, per il quale sei stato profumatamente pagato, è terminato. Tutto quello che riguarderà i destini del libro non è più affar tuo. L'autore del racconto non sei tu, ma Nicola Sapiero: memorizza questo concetto, per il tuo bene. È il mio amichevole consiglio. Non c'è altro d'aggiungere. Puoi andare».
Renè lo aveva congedato indicandogli la porta.

IN STAMPA
Uscito il ragazzo, l'uomo s'era affrettato al cellulare e strappando via la maschera dell'autocontrollo aveva inveito contro il suo interlocutore.
«Mi era stato assicurato un lavoro perfetto ed ecco che invece esce fuori quest'errore. Il ghostwriter…un genio senza alcuna esperienza. Il mio peggior timore, quello di una sua svista, alla fine si è avverato. No…non mi calmo! Il libro è già in stampa e non è possibile sospendere niente, e poi è già stato tutto programmato, presentazione e conferenza. E gli ordini…i maledetti ordini che ci sono piovuti copiosi, perfino dagli USA! E bloccare tutto non si può, potrebbe destare sospetti. Dobbiamo vederci. No...non qui, meglio incontrarci in un luogo neutro. Va bene, ci vediamo lì, tra un’ora».

ALICE SAPIERO (2)
«Non capisco, Renè, perché abbiamo dovuto vederci qui e non nel tuo studio. Stupido è questo incontrarsi così, di nascosto, come due cospiratori. O due amanti clandestini. Anche se un tempo lo siamo stati».
Alice aveva sfiorato la mano dell'uomo che però aveva sottratto la sua.
«Non so come fai a rimanere così calma davanti ad una catastrofe simile!» disse lui, arrabbiato.
«Perché non c'è nessuna catastrofe, ma la potresti provocare tu, con i tuoi isterismi. Allora qual'è il problema? Dov'è la falla?».
«Nell'aver usato, ante litteram, e in ambito sociologico, il termine "virale", quando invece nel secolo scorso lo si adoperava esclusivamente in campo medico. Il ghostwriter si è reso conto di averlo inserito, nel penultimo capitolo, nella sua accezione moderna. Avremmo potuto facilmente sostituirlo se il libro non fosse già in fase di pubblicazione».

«E come lo avremmo sostituito? L'ultima risma di fogli d’epoca è stata tutta utilizzata per la stesura finale del racconto. E quei fogli, come ben sai, li ho poi donati, mi occorre ricordarti, su tuo suggerimento, alla "Biblioteca Nazionale delle Arti della Scrittura" che inaugurerà una sala alla memoria di Nicola Sapiero. Ma chi vuoi che vada a rileggere quei dattiloscritti che giaceranno seppelliti in una teca per i prossimi secoli? E per quel che riguarda il neologismo, incautamente usato, potremmo attribuirlo ad un errore di stampa».

«Un errore di stampa per giustificare un termine di nuova generazione in uno scritto del secolo scorso?
Ti rammento che il termine “virale” stampigliato da un’obsoleta macchina da scrivere su fogli d’epoca custoditi nella teca di un Museo, e spacciato come racconto originale, è sotto la vista di tutti» disse René Malvasi, sempre più nervoso, faticando a mantenere l'autocontrollo.

«E allora non rimane che mettere in risalto ciò che si vorrebbe invece nascondere. Il nonno, negli ambienti letterari, è sempre stato ritenuto un precursore dei tempi, nulla di strano, quindi, di un suo utilizzo ante litteram del termine "virale"».

«Ma come fai ad essere così, Alice? A non prendere mai nulla sul serio? Questo è uno dei motivi per cui è finita tra noi. Inutile parlare con te. Me ne vado!» sbottò esasperato nell'atto di alzarsi, ma lei lo bloccò con un perentorio “siediti!” a cui lui, prontamente, obbedì.

«Tra noi è finita perché tu hai sposato la figlia del grande editore, e non me: hai scelto la sicurezza e la vita facile. E la carriera. Seppure non ti sei dimostrato molto abile neppure in questo. Sposare la figlia del capo non ti ha dotato di quel carisma che non hai mai posseduto. Credo di averla scampata a non essere stata io la prescelta. Sei rimasto il piccolo vigliacco di un tempo.  Puoi anche recitare con i tuoi sottoposti la parte dell'uomo di ghiaccio, ma non con me che ti ho visto piangere, asciugato quelle tue lacrime e quietato le tue angosce. A causa della tua assoluta mancanza di lungimiranza hai portato sull'orlo del fallimento la casa editrice ereditata da tuo suocero, perché hai sempre preferito vivere nelle certezze, fossero anche quelle degli altri, e non rischiare mai nulla di tuo. Anche ora pensi solo a te stesso, dimenticando che in questo affaire altri stanno correndo rischi: il giovane ghostwriter, consapevole di star confezionando un falso; il dottor Cristofari che lo ha autenticato; l’onesto, ed innocente, professor Spada, che lo ha avallato; io stessa che ho ideato la messa in scena. Se ci riesce questa mano di poker portiamo a casa tutti qualcosa: tu salvi la tua casa editrice, i tuoi agi e forse anche il tuo matrimonio; il ghostwriter avrà un cospicuo bottino che gli permetterà di scrivere per se stesso e far conoscere al mondo il suo genio letterario; il professor Cristofari…lui è il personaggio del momento, condurrà un programma televisivo dove svelerà i segreti della grafologia analizzando la scrittura dei vip, mentre io, finalmente, potrò riabilitare il nome di mio nonno, al quale non è mai stato perdonato il peccato di aver pienamente vissuto e di averlo fatto a modo suo. Per tutti questi motivi siamo costretti, continuando freddamente a barare, a giocare fino alla fine questa nostra mano di poker».

LA TRAPPOLA DI CARTA
«Questo è il materiale che mi avete commissionato. Ovviamente, se non è sufficiente, posso produrne altro. Ma credo sia meglio non esagerare. Nella trama ci sono slabbrature necessarie a creare l'illusione di un'opera prima. Lo stile è leggermente ibrido, immaturo, quel tanto che basta a conferirgli un marchio di autenticità».
Con voce sicura, Alice Sapiero, in piedi davanti ad un leggio, aveva dato inizio alla conferenza stampa.

«Questo che ho letto è l'incipit de "La Trappola Di Carta", l'inedito di Nicola Sapiero, mio nonno. Un racconto straordinario, non solo per la trama ma per come è stato concepito, attraverso una perfetta concatenazione di eventi affinché tutto si realizzasse, a distanza di decenni, secondo il piano da lui elaborato, dove fantasia e realtà, strettamente connesse, si sarebbero rivelate inscindibili l'una dall'altra, in modo che la trama del racconto diventasse quella della realtà».

Pausa strategica.

Alice s'interruppe il tempo occorrente per far assimilare all'auditorio questa parte del suo discorso, godendosi, nel frattempo, lo stupore che le sue parole avevano prodotto.
Punti interrogativi che guizzavano come luminescenti fiammelle nel buio.
Luci al neon in una notte di eclissi: così Nicola Sapiero avrebbe descritto quello stupore.

«Luci al neon in una notte d'eclissi».
Come se riflettesse a voce alta, Alice aveva ripreso a parlare catturando l'attenzione degli astanti.

«È questa la metafora di cui il nonno si sarebbe servito per raccontare lo stupore che leggo nei vostri occhi. Il vostro stupore...ma anche il mio, che sono ancora letteralmente scioccata dagli straordinari machiavellismi della sua mente e dalle loro conseguenze. Prestate la massima attenzione a questo passaggio».

In un silenzio colmo d'attesa, Alice riprese a leggere:
 "La notizia del ritrovamento dell'inedito di Nicola Sapiero aveva sollevato negli ambienti letterari pochi entusiasmi e molti scetticismi, che pure a lui e alla sua facondia letteraria erano stati attribuiti, già nel passato, ritrovamenti di originali rivelatesi poi fasulli".

E qui lei s'interruppe strategicamente per dar modo alla platea di elaborare la straordinarietà di quello che andava proponendo non come ipotesi, ma come realtà: la trama di quel racconto progettato per diventare storia vera.


DUELLO AL CALOR BIANCO
«Le prove...dove sono le prove che è tutto vero e non una squallida, per quanto ingegnosa, trovata pubblicitaria? Dov'è l'imbroglio?».

La voce, dal fondo della sala, s'era levata imponendosi su tutte le altre nel silenzio conseguente alla formulazione di quel pressante interrogativo: dov'è l'imbroglio?

«Nessun imbroglio, ma solo la prova della straordinaria genialità di Nicola Sapiero. Io stessa, all'inizio, avevo creduto che il mio ritrovamento di quel suo inedito fosse casuale. Ho immaginato che il nonno lo avesse occultato fra i documenti di famiglia perché suo padre non accettava il fatto che lui scrivesse. Nascosto e poi dimenticato. In realtà, invece, è il risultato di una singolare strategia per favorirne il ritrovamento. Niente di fortuito quando, alla ricerca di un atto notarile per riscattare una proprietà in scadenza, sono andata a frugare nell'archivio di casa e mi sono imbattuta in quel suo dattiloscritto stipato nella stessa cartella. Un caso? No! Lui era perfettamente a conoscenza del fatto che in un futuro prossimo qualcuno di famiglia avrebbe dovuto farsi carico di quella pratica, e allora ha nascosto i suoi dattiloscritti in quello stesso faldone. Ovviamente neppure lui poteva avere la certezza assoluta del ritrovamento del suo racconto, troppi fattori esterni avrebbero potuto renderlo impossibile, come ad esempio la sua distruzione causata dall’incuria; il suo smarrimento durante un trasloco; l'assenza di eredi e quindi di responsabili diretti nella gestione degli affari di famiglia. Incognite ipotizzabili ma non gestibili. A lui, però, piacevano le sfide impossibili: i percorsi circolari privi di un punto di partenza e di arrivo; i livelli infiniti e le false prospettive dei labirinti frattali; i dedali sotterranei, intersecati ed intersecanti, dove la via di uscita è quasi mai esterna».

«Intersecati ed intersecanti, come le bislacche teorie che lei, signora, ci sta propinando da un'ora» la interruppe nuovamente la voce tenorile.
Alice, senza la minima esitazione, invitò il suo interlocutore a salire sul palco per un confronto diretto. Invito che il giornalista accolse prontamente tra gli applausi del pubblico.

«Michele Damiani, editorialista del quotidiano "L'Attacco"», si presentò lui, porgendole la mano.
«Questo spiega tutto!» sottolineò con garbata ironia Alice, accogliendolo con un sorriso e scatenando, con quella battuta, l'ilarità della platea.

«Dunque, signor Damiani, dubita della veridicità degli eventi? Sta dando del bugiardo a un numero rilevante di persone, se ne rende conto?».
«Ammetto di nutrire più di un dubbio. È tutto così romanzato da poter essere assurdamente vero oppure, come sospetto io, diabolicamente falso».
«Eppure i dattiloscritti sono stati autenticati da un perito grafologo di indiscusso valore, qual è il dottor Cristofari, e per la legittimazione del contenuto ci si è affidati ai riscontri del professor Spada, il massimo esperto delle opere di Nicola Sapiero. E lei, signor Damiani, oltre la loro onestà sta mettendo in discussione anche la mia, visto che sono stata io a ritrovare il manoscritto».
«Ho la brutta abitudine di cercare il pelo nell'uovo ed in questa storia ogni cosa va troppo facilmente ad incastrarsi alla perfezione: soprattutto le sue deduzioni, signora Sapiero».
«Lei sta rischiando almeno tre querele, e non credo che il suo giornale possa permetterselo»
«Quattro. Sono quattro le querele in cui potrei incorrere. Non ha contato quella della casa editrice "Lo Stilo di Calliope" che a quanto mi risulta, prima di questo miracoloso ritrovamento era sull'orlo del fallimento»
«Ne conti solo tre di probabili denunce, signor Damiani, perché io non ho nessuna intenzione di querelarla. Né ora né mai. Se lo facessi sono certa che il nonno mi disapproverebbe. Trovo perfino somiglianza tra voi nella stessa fantasia malsana che sfiora il divino. Dovrebbe scrivere un libro, scommetto sarebbe un best seller».
«Io non invento storie, racconto fatti. E la realtà, a saperla leggere, spesso supera di gran lunga la fantasia. Direi che dovrebbe scriverlo lei quel libro. Ma forse già lo ha fatto».

ALICE SAPIERO (3)
«Non vedo cos'altro dovremmo dirci io e Michele Damiani oltre quello che ci siamo già detti» aveva tagliato corto Alice in risposta alle pressanti richieste dei mass media che, con insistenza, la reclamavano per un nuovo confronto con il giornalista de "L'Attacco".

A dire il vero dopo quella conferenza stampa lei aveva diradato le sue apparizioni pubbliche, partecipando solo a quegli eventi a cui non poteva assolutamente sottrarsi.
"La Trappola Di Carta" s'era rivelato uno straordinario successo editoriale, ed era già alla sua seconda ristampa. Nicola Sapiero, il visionario, il ribelle, era assurto a nuova icona dei giovani, anche se questa fascinazione li vedeva coinvolti maggiormente per i suoi eccessi esistenziali piuttosto che intellettuali. 
Una figura troppo complessa per poter essere inglobata nella sua interezza da una platea dalle esigenze elementari ed immediate, e così s'era proceduto, per ragioni di marketing, al suo smembramento: cervello, cuore e visceri, resi accessibili a tutti e a prezzi popolari.
E di queste inique mutilazioni Alice ne stava prendendo atto con dolorosa consapevolezza. Pentita di quello scempio, se fosse potuta tornare indietro avrebbe azzerato tutto, ma questo ormai non era più possibile perché la poderosa macchina del successo correva inarrestabile su quella che sembrava essere una strada liscia, sgombra e perfettamente asfaltata.
E con il diritto di precedenza.

Sempre più pressante, però, sentiva il bisogno di confessarsi come l’autrice materiale di quell’oltraggio e di rimettere quel suo peccato in mani non troppo misericordiose che le infliggessero un feroce castigo. Se solo avesse avuto certezza della possibilità di una condanna solo per sé stessa, senza trascinare nel suo limbo gli altri complici, avrebbe reso pubblica quella sua confessione, ricomposto l'immagine del nonno (cervello, cuore e visceri, di nuovo al loro posto) sottraendolo definitivamente al chiassoso carosello brasiliano del successo per ricollocarlo nel silenzioso eremo degli scrittori dimenticati.

A causa di questo impellente bisogno di ristabilire la verità, con tutte le sue conseguenze, Alice Sapiero aveva iniziato a disertare, quanto più possibile, gli inviti a talk e conferenze stampa. Temeva di non farcela, davanti all'insidia di una qualche domanda, o alla perfidia di un'illazione, a trattenere le parole e le lacrime, e svelare l’imbroglio.

Alla fine aveva stabilito che la sua condanna sarebbe stata quella dell'esilio. Sarebbe sparita e di lei non si sarebbe saputo più nulla. E forse, con quel suo dileguarsi, sarebbe svanito anche il suo misfatto. Non essendoci più alcuna traccia riconducibile alle sue menzogne, tutta quella fantastica storia sarebbe stata solo concepita dal genio di Nicola Sapiero.

UNA SFIDA AD ARMI PARI
"Io non invento storie, racconto fatti. E la realtà, a saperla leggere, spesso supera di gran lunga la fantasia. Direi che dovrebbe scriverlo lei quel libro. Ma forse già lo ha fatto."

Per la prima volta nella sua vita Alice s'era sentita scoperta e messa al muro, pervasa d'un tratto da un malessere sconosciuto, un disgusto verso sé stessa e quella sua innata propensione alla manipolazione che esercitava senza perseguire la specifica del dolo, ma in modo naturale, schietto. Apparteneva a quella categoria di donne che seducono per un'affermazione di sé stesse ai loro stessi occhi piuttosto che per un’esigenza di conquista, utilizzando il suo femminino non per un tornaconto personale ma in senso sociale, a favore della causa di cui al momento era paladina. Ne aveva sempre una per cui combattere al fine di chetare il suo spasmodico bisogno di giustizia.
E Nicola Sapiero rappresentava per lei il paradigma di tutte le ingiustizie.

Michele Damiani l’aveva incolpata pubblicamente, senza mezzi termini, di essere a capo di quell’imbroglio, ma Alice nelle sue tante battaglie di accuse ne aveva ricevute di ben peggiori, senza che queste la distogliesse dai suoi obiettivi. O le creassero crisi di coscienza riguardo i mezzi di cui si serviva per raggiungere lo scopo.
Smarrita, rifletteva sul perché, fra le tante cause da lei sostenute e con convinzione perseguite, il dubbio avesse fatto capolino proprio in quella che le stava più a cuore.
E in cui stava trionfando.

Il giornalista, però, nonostante l’accusa pesante che le aveva mosso, le era piaciuto da subito: un uomo di grande carattere e come lei determinato nel perseguire i propri obiettivi anche se con metodi antitetici ai suoi.
Considerava Michele Damiani un avversario di valore con cui confrontarsi, e non un nemico dal quale guardarsi
… ma immaginava che per lui, invece, lei fosse solo una scaltra impostora da smascherare e consegnare, con uno scoop, alla prima pagina del suo giornale.
Era quindi consapevole che le accuse del giornalista non sarebbero rimaste circoscritte a quel diverbio iniziale, perché lui avrebbe indagato alla ricerca di un fondamento ai suoi sospetti e, sebbene fosse certa della solidità dell’impalcatura su cui poggiava l’imbroglio, quella sfida, ad armi pari, la seduceva.
… ma qualunque sarebbe stato l’esito finale quella, per lei, sarebbe stata l’ultima.


IL LABIRINTO DI ALICE
«Signora Sapiero, possiamo vederci per parlare? E' importante».
Quella richiesta da parte di Michele Damiani l'aveva trovata impreparata ma non sorpresa, perché il giornalista l'era parso da subito un osso duro, uno di quelli che pur di non mollare la presa è disposto a rimetterci i denti.
Un carattere deciso. Incorruttibile.
Forse.
Perché la schiera degli incorruttibili non risulta mai essere troppo affollata.
Nicola Sapiero lo era. A modo suo, ma lo era.
Non lei, però, che per riabilitarne la memoria s'era servita di mezzi esecrabili.
Ma se Michele Damiani, come lei auspicava, s’ascriveva a quelle fila, avrebbe svelato il suo inganno inchiodandola alle sue responsabilità.

«Voglio farle le mie scuse private prima ancora che pubbliche, Alice, per quel mio attacco in conferenza stampa, un'aggressione non supportata da nessuna prova concreta ma sollevata dai dubbi circa le modalità del ritrovamento dell'inedito. Mi sono comportato come l'avvocato dell'accusa che declama la sua arringa finale senza essersi debitamente documentato. Di solito sono molto più cauto nelle mie esternazioni, prima verifico e poi lancio le mie accuse. Ho finalmente letto "La Trappola Di Carta" e poi intervistato il professor Edmondo Spada, che mi ha introdotto negli algoritmi mentali di suo nonno. Pazientemente egli mi ha spiegato quei passaggi del racconto che a me sembravano costruiti ad arte, rapportandoli con la visione della vita di Nicola Sapiero e spazzando via ogni mio dubbio. Il professore è una persona profondamente onesta, cristallina, non influenzato nei suoi giudizi neppure dall'amicizia intima con lo scrittore, di cui conosceva benissimo i lati oscuri. Un uomo assolutamente obiettivo, il professor Spada. Suo nonno non avrebbe potuto aspirare ad una difesa migliore. Domani "L'Attacco" pubblicherà un editoriale con le mie doverose scuse».

Esterrefatta, Alice aveva ascoltato con la mente in subbuglio le parole del giornalista, e per un lungo momento aveva stentato ad afferrarne il significato, cercando in esse l'ambiguità di un'affermazione che ironicamente ne sottintendesse un'altra.
Un pungente doppio senso. E nella voce il tono irridente di uno sberleffo. 
Ma nulla di tutto questo era trapelato nelle sue parole e nei suoi accenti, e nella disarmante sincerità con cui le chiedeva scusa. 
Non era preparata a questo epilogo che mai avrebbe immaginato possibile se non in una storia/labirinto ideata dal nonno. 
Ma forse nella sua sterminata opera qualcuna di simile pure c'era.
E se Damiani l'avesse letta e se ne stesse servendo per metterla alla prova?

Per sapere quanto lui fosse realmente addentrato nella verità le sarebbe bastato raccontare la reale dinamica dei fatti, la cronologia degli eventi, omettendo l'elenco emotivo delle giustificazioni che, era consapevole, non le sarebbero valse come attenuanti, che neppure voleva. Quella confessione che l'avrebbe salvata da sé stessa, ma che avrebbe distrutto altre vite, tra cui anche quella di Edmondo Spada, il cui unico reato era stato la svista su un neologismo. 
L'innocente professore sarebbe stato trascinato nello scandalo insieme a tutti gli altri davvero colpevoli. 
Quanto colpevoli? 
… perché era stata lei, facendo leva sulle loro necessità, prima a tentarli, poi a deviarli, e infine renderli complici di quell'imbroglio.
Era lei l’ignobile corruttrice, l'unica responsabile.
E la sua ammissione di colpa avrebbe definitivamente riabilitato il nonno oppure, più verosimilmente, sarebbero stati entrambi etichettati come incurabili cialtroni, afflitti dal morbo deleterio di una fantasia diabolica?
Una tara ereditaria di cui non era possibile evitare il contagio, e per la quale non esisteva cura.
No, per salvare i vivi e i morti non le rimaneva altra scelta che quella di tacere. 
Condannando sé stessa alla perdizione eterna.

«Accetto volentieri le sue scuse, signor Damiani, e apprezzo la sua onestà morale. Non sento la necessità di un’ammenda pubblica dopo le toccanti parole di stima elargite nei confronti del nonno e del professor Spada. Le sono anzi grata per questa sua verifica, un'attestazione definitiva dell'autenticità de "La Trappola di Carta"».
«Quell'articolo di scuse può anche non scriverlo» ripeté, sinceramente commossa, accomiatandosi dal giornalista.
«Sento il dovere di farlo. Lo devo alla memoria di Nicola Sapiero» rispose lui, mostrandole una copia del libro dove campeggiava la foto sorridente dello scrittore.

Lo stesso accattivante sorriso che spiccava nelle vetrine di tutte le librerie della città, e a cui Alice avrebbe voluto dar fuoco solo per distruggere quell'unico libro.
E il suo racconto menzognero.