Ho sprecato i miei giorni migliori
a rincorrerti in un sogno
ed ora che ti ho trovato
voglio solo che tu vada via.
Ho guardato nella tua valigia:
biglie colorate e frammenti di vetro
sogni da vendere e illusioni da dispensare.
Comprare anime è il tuo lavoro.
Stivali texani e camicia di lurex
due facce della stessa medaglia,
poche note di chitarra
e il refrain che si ripete
a depistare la mia anima vaga
quando improvvisavo per te.
Barbiturici ed anfetamine
due facce della stessa medaglia,
per essere al tuo livello
e mantenere vivo il tuo interesse.
Ma poi ho guardato nella tua valigia:
biglie colorate e frammenti di vetro.
Comprare anime è il tuo lavoro.
Cosi voglio solo che tu vada via
mentre il tuo orologio scorre le ore al contrario
per fermare il tempo e potermi ancora trattenere.
mercoledì 2 giugno 2021
Due facce della stessa medaglia
sabato 29 maggio 2021
Mattine extra large
martedì 18 maggio 2021
Inganno di primavera.
Labbra che continuano ad esistere anche sotto una mascherina.
Stamani sono di umore scontroso. Una giornata black out con un sole guardingo ma instabile...cazzo, quanto la odio questa primavera. E la giornata che mi si prospetta davanti, piena di cose di cui davvero non m'importa nulla ma che pure sono costretta ad assolvere, mettendo da parte quelle di cui, invece, necessito e...'fanculo, è sempre così quando mi gira storto. Dovrei fare qualcosa per migliorare la mia visione del mondo. E di me stessa. Difficile, per entrambe le cose. E non mi viene alla mente nessun espediente valido, nessun piano B a cui far ricorso. Non ho strategie e sono a corto d'idee per inventarne di nuove. La primavera dovrebbe essere la stagione della rinascita e non, come questa, della sopravvivenza: mi sento defraudata di questi giorni e di queste ore che non torneranno più. Consapevolmente costretta a riconvertirmi, ad adeguarmi. Ad arrendermi. La mascherina sulla bocca e una veletta sugli occhi, total black per oscurare questo piccolo sole codardo, che non scalda e non illumina.
Parodia di sole. Inganno di primavera.
martedì 11 maggio 2021
"Il fiore del mio giardino": le battute finali
Ad attendermi, alla stazione di Napoli Centrale, ci sono proprio tutti: Veronica, Garfield e Perez. In realtà Garfield è scortato da due agenti di polizia, (uno piuttosto anziano, prossimo alla pensione, e l'altro molto giovane, al suo primo incarico) e quando mi vede mi dice astioso, mostrandomi i polsi ammanettati: «Non voglio passare nemmeno un giorno di più in galera, quindi cerca d'inventarti qualcosa per tirarmene fuori.»
«Quanti anni ti hanno dato, Max?» Domando, dispiaciuta
«Sette, e ne devo scontare ancora tre. E devo anche risarcire loro due.» Con la mano indica Veronica e Perez.
«Di cosa ti lamenti?» Domanda Veronica, aggressiva «se ti fossi comportato correttamente non saresti finito in prigione.»
«E tu, William, cosa ne pensi?» Interpello Perez, leggermente in disparte dal gruppo.
Lui sorride sornione: «Fallo uscire.»
«Appena esco pareggiamo i conti.» Lo minaccia Garfield.
Perez, risponde alzando il dito medio.
«Cosa volete che faccia?» Domando smarrita.
«Sei tu la scrittrice: sta a te trovare la soluzione. Comunque di me non devi più preoccuparti, sto per partire.» Annuncia Perez.
«Stai per partire?» Esclamiamo all'unisono Veronica ed io.
Lui fa segno di si, e ci fronteggia col suo sorriso beffardo, da pirata.
«Dove vai?» Gli domando, stupita.
«Top secret, bellezza.» Risponde facendomi l'occhiolino.
«Ha dato la stessa risposta anche a me.» Veronica dice infuriata «Nell'ultimo capitolo. Ricordi?»
«Certo che lo ricordo, L'ho scritto io!» Ribadisco piccata..
«Allora ricorderai pure che lui mi aveva fatto la promessa di raggiungermi a Napoli. Cosa che non è mai avvenuta.»
«Stai interpretando la trama a modo tuo: non c'è nessuna promessa formalizzata.» Insiste lui, imperterrito. Mi guarda in cerca di un supporto «Diglielo anche tu che con c'era niente di definitivo.»
William Perez è il mio personaggio preferito, e si, lo ammetto, mi sono presa una cotta per lui. Non è cambiato affatto in questi quattro anni, tranne per una piccola cicatrice sulla guancia destra che lo rende ancora più interessante. Ma quando si mette di traverso è davvero un gran bastardo.
Annaspo in cerca di una risposta neutra che soddisfi entrambi i contendenti. A salvarmi in corner giunge Garfield, che infuriato reclama la priorità per la sua vicenda personale, accusandomi anche di perseguire, nei suoi riguardi, un trattamento discriminante: «Ti preoccupi di loro ma non di me. Mi tratti come fossi un personaggio secondario quando invece sono io che reggo l'intera trama. Che movimento la storia. Il racconto è finito, ma io sono ancora in galera. Non era questo il patto!« Urla, tentando di aggredirmi. Ma i due poliziotti lo bloccano.
«Stai buono o finirai di scontare la pena in una cella d'isolamento.» Lo ammonisce il poliziotto anziano.
«Tu e Garfield avevate un patto?» Perez mi guarda e scoppia in una gran risata. «Ah le donne: scaltre più del diavolo o terribilmente stupide.» Continua a ridere, e con lui anche l'agente giovane.
«Solo quelle che frequenti tu.» Ironizza, in tono aspro, Veronica.
Perez sogghigna, e le strizza l'occhio: «Parlo per esperienza.»
Veronica scuote la testa incredula: «E io, secondo te, mi sarei dovuta rifare una vita con lui?» Mi domanda sarcastica.
«No, se leggi bene il copione, non c'è nulla di definito, e il finale è aperto.» Spiego paziente, cercando di farmela alleata.
«Aperto, come lo sportellino della gabbia da cui Van Gogh ha preso il volo. Non potendo divorziare dalla padrona ha deciso di evadere.»
Alla battuta, stavolta, ride anche il poliziotto anziano.
«Van Gogh è fuggito?» Chiedo sconvolta a Veronica.
Lei fa segno di si e abbassa gli occhi, mortificata.
«Come è accaduto? Soprattutto, quando?»
«Per una mia distrazione, un paio di mesi dopo l'ultimo capitolo. Sono davvero dispiaciuta.»
«Dispiaciuta?» S'intromette, Garfield «Ma se non ti sei presa neppure il disturbo di cercarlo, e quando hai saputo di questa nostra adunata hai tentato di sostituirlo all'ultimo momento, solo che il nuovo pappagallo non somigliava neppure un po' a Van Gogh, e così non ti è rimasto che sperare che lei non te ne chiedesse conto. Se Perez non avesse fatto la spia, avresti potuto dirle di averlo lasciato a casa »
«Io non faccio la spia! Sono quelli come te a farla. E pensare che ti ho pure salvato la vita» Dice sprezzante. Poi, dopo una pausa calcolata, annuncia «Ad ogni modo Van Gogh è al sicuro, a casa mia.»
«E che ci fa a casa tua? Lo hai rapito?» Domanda Veronica, caustica.
«Ma fammi il piacere.»
«Lo hai rapito per chiedere un riscatto. Ne saresti capace. Van Gogh ha un valore inestimabile, e lei ti avrebbe pagato senza neppure denunciare l'estorsione.» Indica me.
«Smettetela! » Urlo isterica «Tutti!» Con un segno circolare indico l'intero gruppo.
Anche i due agenti si sentono inclusi e si stringono al gruppo, come in una foto di famiglia.
«Ho bisogno di pensare a come porre rimedio a questo casino.»
«Non vorrei farti fretta, ma tra un paio d'ore ho un aereo.» M'incalza Perez
«Tu non andrai da nessuna parte!» Ribatto infuriata «Nessuno di voi potrà andarsene senza il mio permesso.»
Mi avvicino al poliziotto giovane e gli chiedo sottovoce: «Potete ammanettare anche loro?» Con lo sguardo indico Perez e Veronica.
«No che non posso: non sono imputati di nessun reato.» Obietta, respingendo la mia richiesta.
«Ci sono problemi?» Interviene l'anziano
«La signora vuole che ammanetti anche loro. Ha paura che scappino.»
«Mi sembra una buona idea. Ammanettali.» E poi rivolto a me: «Trovi una soluzione in fretta che inizio ad averne piene le scatole di tutti voi. E' il mio ultimo giorno di lavoro e guarda cosa doveva capitarmi: una banda di svitati.»
«Ho solo una coppia di manette.» Si lamenta il collega.
«Ammanettali insieme.» Gli ordina brusco. Poi mi guarda e dice: «Ha mezz'ora di tempo, neppure un minuto in più, per trovare una soluzione, altrimenti ammanetto anche lei e vi porto tutti in centrale. Stia certa che un capo d'imputazione lo trovo. E forse più d'uno.»
Ovviamente Perez e Veronica si ribellano alle manette, soprattutto perché ora sono costretti a stare attaccati l'uno all'altro, e dopo le cose che si sono rinfacciati non è piacevole per nessuno dei due.
Veronica cerca di mettere quanta più distanza può tra loro, ma lui, imperterrito, la strattona verso di sé.
«Hai un buon profumo. E sei sempre bellissima.» Le sussurra a distanza ravvicinata.
«Non parlo con i traditori.» Risponde lei, sulle sue.
«Non ti ho tradito, e non ho infranto nessuna promessa. Non si è mai parlato di amore ma di sesso. Sei tu che volutamente hai frainteso.»
Veronica e Perez continuano a discutere animatamente, mentre Garfield, strettamente incassato tra i due poliziotti, mi lancia mute occhiate accusatorie.
Le soluzioni adottate nell'ultimo capitolo si sono rivelate un vero disastro: i protagonisti si detestano e il pappagallo si è dato alla macchia.
«E' un racconto horror, questo. Ed io che pensavo d'aver scritto una commedia brillante.» Rifletto a voce alta.
«Hai un concetto molto personale della commedia brillante. L'unica cosa che nella tua trama ha brillato è stata la miccia che ha causato l'incendio» Dice Perez, sornione.
«Ha ragione, signora "Arsenico e vecchi merletti" è una commedia brillante "A piedi nudi nel parco" "Stregata dalla luna", "Tutti pazzi per Mary", "Io e Annie" solo per citarne alcune, ma questa sua no...decisamente non rientra nella categoria.» Puntualizza l'agente anziano.
«Visto? Anche il rappresentante della legge dice che "Il fiore del mio giardino" non è una commedia brillante.» Mi sfotte ancora Perez, ridendo
«E allora a quale genere appartiene?» Gli domando acida.
«Catastrofico: viste le conseguenze.» Risponde per lui Garfield.
Tutti annuiscono, con risolini di scherno.
«La sola cosa che ha brillato nella tua strampalata storia è stata la miccia che ha causato l'incendio.» Perez, impietoso, gira il dito nella piaga.
«Avete sentito anche voi?» Urla Garfield ai due agenti « Ha appena confessato di essere stato lui ad accendere la miccia e provocare l'incendio.»
Il poliziotto anziano scuote la testa: «Sarebbe stata una confessione se avesse detto "è stata la miccia con cui io ho causato l'incendio" ma le parole pronunciate sono "è stata la miccia che ha causato l'incendio". Non è un'ammissione di colpa ma una metafora per descrivere causa/effetto»
Il poliziotto giovane annuisce alle parole del collega: «Mi spiace, amico, ma non è una confessione.»
Alzo la voce per chiedere la loro attenzione, e poi in tono più conciliante per avere la loro collaborazione :«Ho bisogno del vostro aiuto per fare il punto su questi quattro anni in cui ci siamo persi di vista, sui motivi della vostra ...»
«Non ci siamo persi di vista.» Perez, m'interrompe sarcastico «hai tagliato la corda quando sul finale non sapevi più che pesci prendere. Hai liquidato tutti noi in maniera spiccia, secondo il tuo stile.»
«Sei ingiusto, e si vede che non hai letto nessun altro dei miei racconti. Sei un mercenario, Perez, è questa la verità.»
«Un mercenario» Lo ripete come se gli avessi fatto un complimento. «Anche tu, come Veronica, vorresti redimermi? Scordatelo! Io sono quello che sono e non intendo cambiare! Vuoi che diventi uno smidollato come il suo defunto marito?»
«Non ti permettere di parlare così di Danny, lui era un uomo perbene che manteneva le sue promesse.» Risponde Veronica, reprimendo un singhiozzo.
«Un uomo perbene che però, non faceva sesso.» Replica Perez
«Il sesso non è poi così importante.» Ribatte stizzita
«Questo è quello che dicono le frigide, ma tu non lo sei, perché per i due capitoli non hai fatto altro che lamentarne la mancanza nella tua vita matrimoniale. Che il sesso non è importante lo hai detto solo per contraddirmi.» La provoca Perez, e lei, in risposta, gli strattona, con violenza il polso ammanettato.
Il poliziotto anziano, attira la mia attenzione sull'orologio al suo polso, e con le dieci dita spalancate, mi fa capire che mi restano solo dieci minuti di tempo per chiudere la faccenda.
Per che quel che riguarda Max Garfield la soluzione è facile, lo faccio uscire di prigione in modo legale, con un'amnistia, e poi lo spedisco a Point Nemo, il luogo più remoto e inaccessibile del pianeta, così sarò sicura che non farà altri danni. Rimarrà li per un po' a riflettere e a smaltire gli eccessi della sua arroganza.
Ma quale destino potrei invece programmare per Veronica Sorrentino e William Perez?
E' evidente che provano una forte attrazione fisica l'uno per l'altra, che nelle mie intenzioni avrebbe dovuta trasformarsi in amore, ma non avevo tenuto conto dell'irrequietezza di Perez e dell'impazienza di Veronica, insomma...non si sono dati il tempo necessario perché questo avvenisse.
Al diavolo...che se la sbrighino loro! E' questa l'unica soluzione.
Faccio cenno al poliziotto anziano di avvicinarsi: «Noi ora ce ne andiamo, ma loro due li lasciamo qui» Indico col capo Veronica e Perez «e non gli tolga le manette.» Dico decisa.
«Ne è sicura?» Mi domanda incredulo, mentre i due hanno di nuovo ripreso a litigare.
«Sì!» Rispondo senza tentennamenti «Perez ha in tasca un biglietto aereo...vorrà dire che quell'aereo lo prenderanno insieme.» Gli strizzo l'occhio e lui, che è un tipo sveglio capisce dove voglio arrivare. «Harry ti presento Sally"» Dice, schioccando le dita
«"Orgoglio e pregiudizio"» Rilancio io.
«"C'è posta per te"» Controbatte fulmineo.
«"Molto rumore per nulla"» Butto giù, il mio asso nella manica.
«Non l'ho visto, ma colmerò al più presto il vuoto» Si appunta il titolo del film sul taccuino.
Sono colpita perché ha capito, senza che io dovessi spiegarlo, che sto puntando allo schema dell'incontro/scontro, usato con successo in molte commedie romantiche, dove lui e lei al principio si detestano, fanno casini e poi finisce che si amano, anche se non era questa la mia idea iniziale, insomma Veronica innamorata di lui lo è già, anche se probabilmente s'è portata un po' troppo avanti nella trama, puntando all'amore eterno e al matrimonio. Perez, invece, è attratto da lei sessualmente. Tutto qui. Nulla di male. Anzi, sarà proprio questa attrazione il traino verso il lieto fine. Proprio come è nel finale dei film citati.
«E' ferrato nel genere.» Gli dico ammirata.
«Ho fatto la comparsa in molti romanzi di successo. Ho un nutrito curriculum.» Ammette, orgoglioso.
«Sono stata fortunata, allora, ad averla incontrata. Chissà, magari potrei darle un ruolo importante nel mio prossimo romanzo. Le piacerebbe?»
Lui scuote la testa e sorride: «La ringrazio ma da domani sarò in pensione e finalmente potrò interpretare solo me stesso.» Lo ha detto come una battuta, ma io ho capito che è vero.
«Quindi non ci resta che salutarci.» Gli porgo la mano e lui me la stringe cordiale.
«E di Garfield cosa ne facciamo?» Mi chiede incerto.
«A breve ci sarà un'amnistia, ma per il momento resta in galera.»
Ritorniamo entrambi verso il gruppo.
«Max, devo salutarti, ma ci rivedremo presto.»
«Non puoi liquidarmi così.» Urla infuriato, scalciando fra i due agenti che lo trascinano via.
«Verrò a trovarti a trovarti.» Lo rassicuro. Lui mi risponde con una sequela d'improperi che non mi sento di riportare.
«Ehy...le manette...tornate indietro, dovete liberarci dalle manette.» Grida Perez agli agenti mentre li rincorre, tirandosi dietro Veronica che stavolta lo asseconda senza neppure recriminare per le strattonate. Ma i poliziotti e Garfield sono scomparsi, e a loro non resta che ritornare indietro.
«Le hai tu le chiavi, vero?» Mi chiede Veronica, speranzosa.
«No, non le ho.» Rispondo serafica
La mia risposta li fa infuriare coalizzandoli contro di me.
Finalmente hanno trovato una cosa su cui andar d'accordo, penso sorridendo, mentre salgo sul treno che mi riporta a Roma.
sabato 1 maggio 2021
A immagine di Rebecca
Esattamente ad un anno di distanza dall'ultimo capitolo, il 19, riprendo a scrivere, stavolta con l'intento di terminarlo, il racconto "Rebecca".
In questo lungo lasso di tempo ho prodotto qualche nuovo racconto, e in collaborazione col mio amico Angelo Fabbri "Chicago Blues" un romanzo ambientato in America nel periodo della depressione.
"Rebecca" sarà il mio ultimo racconto lungo.
O forse il mio ultimo in assoluto.
Per chi lo sto scrivendo?
Per me stessa (e per quel che mi riguarda non è un modo di dire), e per lei, Rebecca, alla quale ho dato un'intelligenza ed un cuore, ma non un destino.
Voglio, invece, che sia compiuta, perché lei, fra tutte le protagoniste dei miei racconti, è quella a cui tengo di più: quella alla quale vorrei somigliare se mi fosse data la possibilità di una seconda vita.
lunedì 26 aprile 2021
Il diario di Angie Rose
Le storie non sempre si chiudono con l'ultimo capitolo, e quella del "Gina Colombo's Restaurant" ne è un esempio, perché termina con un finale non definito...e da questo finale riparto per raccontare il destino dei protagonisti.
Una storia mai iniziata
Quel libro, scivolato dalla borsa di Angie Rose e raccolto da Simon, poteva essere il trait d'union per il proseguo della storia, ma così non fu, e i due non si rividero mai più.
Dopo il loro ultimo incontro al parco, Simon era andò a cercarla a casa sua. Sul portone s'era imbattuto in Helen Bennet, alla quale aveva chiesto l'interno del suo appartamento: «Devo restituirle questo.» Mostrò il libro, perché lei lo guardava sospettosa.
Il titolo sulla copertina, "The Pover Of The Actor" la tranquillizzò: «Siete un suo compagno della scuola di recitazione?» Domandò curiosa. «L'ho vista prendere un taxi. Aveva una valigia...ed anche il suo cane.»
«Sa dov'è diretta?» S'informò lui, cercando di non mostrarsi troppo ansioso: «O quando torna.»
Helen scosse il capo: «No, ma il libro può darlo a me. Glielo do io.» Tese una mano ma Simon aveva lo aveva già infilato in tasca: «Le sono grato, ma devo consegnarlo personalmente.» La ringraziò, ma prima di andar via le porse un bigliettino: «Se può essere così gentile, quando Angie torna, di dirle di chiamarmi.»
La sera stessa, Simon, andò al Colombo's Restaurant, per saperne di più su quella partenza, ma fece un buco nell'acqua. Nonostante i modi amabili, la proprietaria non gli fornì il minimo indizio.
Ostinato, il detective, continuò per qualche tempo a pattugliare il parco e ad appostarsi sotto casa della ragazza, nel frattempo ricorrendo anche ai contatti e ai canali di cui poteva avvalersi. Ma le sue indagini non lo condussero a niente: Angie Rose sembrava essersi volatilizzata. Si rassegnò a non cercarla più solo quando scoprì che il contratto d'affitto del suo appartamento era stato rescisso,
...e così, di lei, anche io persi le tracce.
E' il 1985
E' il 1985, l'anno in cui si svolge il racconto. Io allora avevo ventinove anni ed ero una scrittrice alquanto inesperta a tenere nelle mie mani le redini della storia così da impedire ai personaggi di prendere il sopravvento,di manipolare e modificare la trama. Se lo avessi scritto oggi avrei fatto in modo che Simon riuscisse a rintracciare Angie Rose, o forse, io stessa, sarei riuscita ad impedirle di partire, e la storia avrebbe avuto un altro corso e un altro finale. Ma le cose andarono nel modo che conoscete, ed io, non sapendo come spicciarmela, archiviai questo pasticcio letterario nella cartella "racconti da rivedere", e me ne dimenticai
...fino al Settembre del 2020
Damian
Nel settembre del 2020, tramite FB, mi contatta Damian MacNeil che, senza troppi preamboli, mi sollecita per una videochiamata per parlare del passato "Un passato comune con molte cose da rimettere a posto", così mi scrive su Messenger.
Non ricordo di aver conosciuto nessun Damian MacNeil ed anche se la memoria spesso mi difetta nel rammentare i nomi, del suo, che è straniero, ne conserverei traccia. Cerco ragguagli nel suo profilo FB. La sua immagine di copertina è quella di un giovane uomo, occhi grigi e capelli biondo scuro, gli angoli della bocca leggermente all'insù conferiscono al suo volto un'espressione felice. Avrà l'età di mio figlio, quale passato comune potremmo mai avere? Sfoglio i suoi album e quel passato da lui evocato si materializza nella sua galleria fotografica in una sequenza d'immagini che mi riportano indietro d'una quarantina d'anni: Angie Rose ed Hamlet sullo sfondo di un parco; seduta ad un tavolo del Colombo's Restaurant con Apache e Gina e Marta (Jean Baptiste non è nel gruppo perché sta scattando la foto); la stessa istantanea, stavolta con Jean Baptiste. Ma ce ne sono altre che non ho mai visto come quelle di Angie Rose il giorno del suo matrimonio con al fianco un giovane alto e snello, vestito di scuro; ancora con lei col pancione e poi con un neonato in braccio. Decine di foto per me inedite: le pagine mancanti al mio racconto. I sensi di colpa mi schiacciano perché in quelle foto sarei dovuto esserci anch'io.
Lo dico a Damian, nella videochiamata. Lui ha un espressione mortificata. Si scusa: «Mi spiace di averla fatta sentire in colpa, non era quella la mia intenzione né il mio scopo. A giugno la mamma è morta di Covid, non ho potuto né vederla né parlarle, ma nel mettere ordine fra le sue carte ho trovato un biglietto con la sua richiesta esplicita, in caso di morte, di fare avere a lei il suo diario e le due lettere conservate fra le sue pagine. Non la sto giudicando, Mari, sto solo ottemperando alla volontà di mia madre.» Attraverso lo schermo i nostri sguardi s'incrociano. La sua somiglianza con Angie Rose mi commuove. Mi sorride, e poi mi confida con un po' d'imbarazzo: «Fino a ieri ignoravo l'esistenza di questo diario. L'ho letto, e le confesso che all'inizio ho provato una punta di gelosia perché quel diario non lo ha scritto per la nostra famiglia e neppure per sé stessa, ma per lei, Mari.» S'interrompe, aspettandosi che io dica qualcosa, che dia una risposta spontanea quel suo "perché" inespresso ma che aleggia nell'aria. Come faccio a spiegargli che Angie Rose, sua madre, è una mia invenzione e lui è il figlio di quella mia invenzione, e che quindi nella realtà non esiste? «Un tempo eravamo amiche inseparabili, poi ci siamo perse.» Accoglie con un cenno d'assenso la mia risposta puerile, che non lo soddisfa né lo convince, ma si contenta di quella per non mettermi in imbarazzo. «Domani stesso provvederò all'invio. Ovviamente può farne l'uso che ritiene più opportuno e...» Lo interrompo: «Non farò niente senza la tua approvazione.» Mi sorride riconoscente: «E' bello da parte tua. Grazie» E' passato al tu e gliene sono grata, perché questo stabilisce una vicinanza.
Abbiamo parlato ancora a lungo, partendo dal passato per giungere al presente, motivo per cui del resto della conversazione non racconterò nulla poiché riguarda esclusivamente la vita di Damian, antecedente al periodo del Colombo's Restaurant. Fatti privati, che tali rimarranno.
Il diario di Angie Rose
Il diario di Angie Rose, consta in quattro quaderni dove gli eventi non sono cadenzati da date ma da titoli, allocando così ogni evento nell'ambito dei sentimenti anziché in quello del tempo.
Il diario inizia con la sua decisione di partire per un viaggio senza meta, per mettersi alla prova.
"«Non è una fuga, stavolta, ma un viaggio che prevede un ritorno» Ho detto a Gina, mettendola al corrente della mia decisione. Lei è rimasta in silenzio ma aveva gli occhi lucidi e mi ha abbracciato: «Devi fare quello che senti per non avere rimpianti, per questo non cercherò di trattenerti. L'ho fatto anch'io quel viaggio e mai me ne sono pentita.» Tutti, al Colombo's Restaurant, si sono prodigati per rendermi agevole il viaggio e non troppo triste la partenza. Marta e Jean Baptiste mi hanno rifornito di una gran quantità di cibo e Apache di consigli e di dritte sperimentate. «Se ti cacci in casini troppo grandi hai due possibilità: far perdere le tue tracce oppure chiamarmi. In qualunque parte del mondo tu sarai, stai certa che arriverò.» L'ho abbracciato forte affinché mi trasmettesse un po' della sua forza e del suo coraggio. Lui deve avermi letto nel cuore perché si è tolto dal collo il suo amuleto, un laccio di cuoio con una freccia di turchese, e l'ha messo al mio: «Terrà lontano gli spiriti cattivi.» Il dono di Gina è stato, invece, un assegno. Io non lo volevo, ma lei me lo ha infilato in tasca: «Non sei obbligata ad usarlo, ma in caso di necessità può fare la differenza.»
Il diario prosegue con il racconto del suo viaggio, che la mancanza di una cronologia temporale mi rende difficile quantificarne la durata, mentre il percorso geografico è specificato dal nome delle città e dei posti da lei visitati. Avventure e disavventure, scoperte ed esperienze, fino all'incontro, quando lei era già sulla via del ritorno, con Luke, a New Hope in Pennsylvania, .
"I nostri sguardi si sono incontrati nel riflesso di una vetrina e, nonostante gli anni trascorsi, ci siamo immediatamente riconosciuti e ritrovati. Fisicamente, Luke, non è cambiato da come lo ricordavo, tranne per i capelli che ora sono corti, ma non è più il ragazzo sfrontato di un tempo, è più pacato e consapevole. Ne sono rimasta piacevolmente sorpresa."
Angie Rose, si sofferma a lungo sulla conversazione chiarificatrice con Luke riguardo gli accadimenti che hanno stravolto le loro vite. Pagine molto intense di cui riporto un brevissimo sunto.
"Io e Luke abbiamo parlato con schiettezza di quello che era avvenuto: io del mio aborto e lui del suo esilio. Mi ha raccontato che i miei gli hanno reso la vita impossibile costringendolo di continuo a cambiare di città e, alla fine, a rinunciare agli studi: «Volevo diventare medico anestesista, ma ho dovuto accontentarmi di una laurea infermieristica.» Io gli ho detto del ricatto di mia madre, di cui non sapeva nulla: o ti sposi o abortisci, altrimenti denunciamo Luke. «Mi avresti sposata?» Gli ho chiesto. Lui ha abbassato gli occhi e ha risposto di no «Non perché tu non mi piacessi, ma perché non ero pronto ad assumermi la responsabilità di un figlio e di una famiglia. Non sarebbe durato a lungo il nostro matrimonio.»
La sua sincerità mi ha alleggerito del peso di una decisione che in tutti quegli ha gravato come un macigno sulle mie spalle, perché ora so che qualunque risposta avessi dato all'ultimatum di mia madre i nostri destini non sarebbero cambiati.
Questo incontro l'ho raccontato a Gina, al telefono, e lei ha convalidato le mie conclusioni: «Questo segna una pietra miliare in questo viaggio e nella tua vita. Ora forse, finalmente, riuscirai a perdonarti, o almeno ad essere più indulgente con te stessa.»"
Le pagine che seguono sono molto intime, incentrate sulla scoperta per entrambi di un amore più consapevole e maturo, diverso da quello esclusivamente sessuale della loro adolescenza.
"E' stata la nostra prima notte assieme, nel senso più sublime ed assoluto, perché nel passato non era mai accaduto di addormentarci e svegliarci nello stesso letto. Allora ero minorenne e vivendo in famiglia ero soggetta alle regole e agli orari imposti da mia madre. E' stato bellissimo. Non abbiamo fatto sesso ma abbiamo dormito abbracciati. Tra noi c'è sempre stata una forte attrazione fisica, ma questa notte trascorsa l'una nelle braccia dell'altro, completamente appagati dall'innocente contatto di quell'abbraccio, è stata rivelatoria della profondità dei nostri sentimenti.»
Angie Rose e Luke iniziano una convivenza che sfocerà poi nel matrimonio, e nella nascita di Damian.
Dalle pagine del suo diario appare serena, appagata dalla sua nuova vita. Lavora in un vivaio dove le è permesso tenere Hamlet, e recita nella locale compagnia teatrale per la quale scrive anche i testi. Abbandonare il sogno di calcare i palcoscenici di Broadway non lo considera un fallimento, bensì una scelta. Così come scrive, in questo stralcio estrapolato dall'ultimo quaderno.
"Non smetterò mai di essere grata alla vita per tutte le cose belle che mi ha dato: Damian, mio figlio, il frutto luminoso del sentimento e della consapevolezza; l'amore di Luke per me e il mio per lui, e l'emozione intensa che provo ogni volta che mi sfiora o pronuncia il mio nome; l'affetto e il calore degli amici vicini e, ancor di più di quelli lontani, con le distanze che gli aerei annullano e la certezza di avere sempre un posto nel loro cuore. Ho una vita piena e felice, ho realizzato i miei sogni più belli, e per quelli che mi sono lasciata alle spalle non nutro rimpianti, perché sono il risultato delle mie scelte e non l'esito dei miei fallimenti."
Ma fra tutte queste cose belle e positive, c'è il capitolo triste della morte di Hamlet, investito da una macchina nei pressi di casa.
"Hamlet non c'è più, investito da un'auto proprio fuori il cancello di casa, non c'è stato nulla da fare, nonostante la mia disperata corsa dal veterinario, mi è morto tra le braccia. Non volevo lasciarlo andare. Non volevo che lui non ci fosse più. Ma non ho pianto...non mi è riuscito...il dolore mi si è annidato dentro coi suoi artigli crudeli a dilaniarmi...ma quando Luke, prima di deporre Hamlet nella cassettina, mi ha detto: «Dammi un tuo maglione, Angie Rose, per avvolgerlo dentro, così il tuo odore lo farà sentire al sicuro" quelle dita feroci hanno lasciato la presa e finalmente ho pianto. Lo abbiamo seppellito in giardino, a ridosso del cespuglio di ceanoto, lussureggiante di piccoli fiori azzurri e visibile dalla finestra della cucina."
Angie Rose, dunque, non è più tornata a Brooklyn e si è stabilita a New Hope, ma ha continuato a mantenere i legami con la sua famiglia del Colombo's Restaurant: è Apache ad accompagnarla all'altare, ed è Gina la madrina di battesimo di Damian. Nel frattempo Jean Baptiste si è preso una cotta per Abey, la nuova cameriera, innocentemente all'oscuro di quella sua infatuazione, di cui, invece, Marta ha avuto sentore. Angie Rose, informata da Gina, racconta il disastroso evolversi della vicenda.
« Al telefono Gina mi ha detto che Jean Baptiste ha sempre la testa fra le nuvole, per fortuna che c'è Marta in cucina a sopperire alle sue dimenticanze, anche se ora lei e Jean Baptiste bisticciano più spesso e solo in francese, e questo la preoccupa. Per riportare la pace dovrebbe licenziare Abey, ma non le pare giusto (ed anch'io la penso allo stesso modo) dal momento che è una ragazza a posto e con un figlio da mantenere. E' una situazione davvero spinosa, dove qualsiasi soluzione risulterà ingiusta e sbagliata.»
Questa infatuazione di Jean Baptiste per Abey era stata una doccia fredda per Marta, convinta di occupare un posto privilegiato nel cuore di lui. La piccola messicana dai nobili sentimenti, aveva però fatto incredibili sforzi per non far trapelare la sua delusione, ma davanti all'aria imbambolata di lui, ridicola e tenera, tipica gli innamorati, alla fine aveva ceduto e si era licenziata.
"E' andata via in lacrime, irremovibile nella sua decisione. A niente sono valse le preghiere per un suo ripensamento. «D'improvviso la cucina è diventata un luogo freddo e silenzioso, Asettico. Disertato dalle voci e perfino dagli odori, mentre Jean Baptiste è diventato, se possibile, ancora più intrattabile.» Così ha commentato Gina al telefono."
"Al ristorante c'è un nuovo vice cuoco, Louis Ishikawa, di origine giapponese, diplomato alla "Chef Accademy" ma che non soddisfa le aspettative di Jean Baptiste. Non lo confesserà mai ma sono convinta che Marta deve mancargli terribilmente, solo che lui è così orgoglioso che non lo ammetterebbe neppure sotto tortura. Lei sapeva come prenderlo e le loro baruffe sapevano di gioco amoroso. Gina, mi ha detto che Jean Baptiste con Louis non litiga, anzi non parla affatto, si limita a togliergli il mestolo dalle mani e con una mimica muta, ad estrometterlo dai fornelli. E' molto sconfortata, perché tutto questo sta mettendo a dura prova la sua pazienza e quella di Apache."
Presumo che la faccenda sia andata avanti ancora per un certo tempo su questi toni e senza novità di rilievo, poiché Angie Rose, per molte pagina, non ne fa più menzione, fino a quando ritorna a parlarne, e stavolta con un sorriso.
"Come Gina temeva, Apache ha perso la pazienza e senza troppi preamboli ha imposto a Jean Baptiste di andare da Marta per chiederle scusa e implorarla di ritornare., o altrimenti poteva considerarsi licenziato. «Va da lei, stupido» gli ha intimato «e dille che ti manca, che l'ami e che la tua vita è nelle sue mani. E credimi lo è davvero, perché se non le fai cambiare idea e la riporti qui, puoi considerarti disoccupato.»
Marta non era tornata e Jean Baptiste non era stato licenziato, anche se ora passava tutto il suo tempo al telefono con lei a scambiarsi ricette e giuramenti d'amore. Ovviamente in francese. Jean Baptiste, il cui umore, a beneficio di tutti, era notevolmente migliorato, poteva trascorrere tutto quel tempo ad amoreggiare al telefono perché sapeva, anche se non l'avrebbe mai ammesso, che la cucina era nelle capaci mani di Louis Ishikawa, ottimo cuoco e raffinato sperimentatore d'inedite ed ardite mescolanze, ad arricchire, di esotiche contaminazioni, il fantasioso menù del Colombo's Restaurant.
Nel contempo, Abey, assolutamente ignara d'essere stata lei la causa del terremoto che aveva scosso per un momento le fondamenta della piccola comunità del Colombo's Restaurant s'era con naturalezza integrata nel nucleo famigliare, così quando non c'erano i suoi genitori a far da baby sitter al piccolo Axel di quattro anni, lei se lo portava dietro. Il bimbo era diventato il nipote di tutti, ed esclusivamente per lui era stata ristrutturata, ed abbellita, la stanza di servizio, che un tempo era stata di Apache.
Il diario di Angie Rose termina qui, con il racconto del ritorno della pace e dell'armonia, dopo che Jean Baptiste s'è finalmente dichiarato a Marta. Un meritato lieto fine che io stessa, se fossi andata avanti col racconto, avrei programmato.
Ma la storia non si conclude con l'ultima pagina del diario ma con le due lettere, quella di Gina per Angie Rose, e quella di Angie Rose per me.
La lettera di Gina
"Angie Rose, per la festa del ringraziamento non dovete mancare perché Marta è ormai prossima al parto e così avrete modo di conoscere questo nuovo bambino/bambina, di cui non sappiamo il sesso perché Jean Baptiste e Marta hanno preferito fosse una sorpresa, per loro e per noi.
Nel frattempo, Apache ed io, stiamo pensando di ristrutturare il ristorante dotandolo di una cucina più ampia, o magari due, perché Jean Baptiste e Louis, spesso in disaccordo, sproloquiano l'uno in francese e l'altro in giapponese, fronteggiandosi come tori nell'arena, e scalpitando fra mestoli e tegami, in uno spazio ormai esiguo per le loro dispute. Quei due non s'intenderanno mai, seppure si stimano e in segreto apprezzano le peculiarità delle reciproche pietanze.
Ma questo loro darsi di voce, in maniera teatrale e molto divertente, è diventato uno dei punti di forza del ristorante, come un tempo lo è stato il mio frantumare vetri e cristallerie con la potenza della mia voce. Ho smesso di esibirmi per via di certi dolori al petto, ma anche perché sono convinta che bisogna lasciare spazio alle novità e al rinnovamento, senza però abiurare al passato: cambiamento di pelle ma non di anima. Motivo per cui vi aspettiamo, per un'ultima volta nel vecchio locale."
La lettera di Angie Rose
"Mari, quella che Damian ti ha consegnato è l'ultima lettera che ho ricevuto da Gina, perché una settimana dopo è morta, stroncata da un infarto. A distanza di un paio di mesi Apache l'ha seguita: il suo cuore non ha retto al dolore. Lui, così spericolato e audace, questa volta, si è spontaneamente consegnato al nemico. Il ristorante, secondo le loro volontà, è andato in eredità a Marta e Jean Baptiste, che lo gestiscono tutt'oggi, consapevoli custodi dell'inestimabile valore di quel lascito, avvalendosi dell'aiuto di Gina, la loro primogenita. Della loro nidiata di figli, tutti battezzati con un doppio nome, spagnolo e francese, lei è l'unica ad averlo singolo e italiano. Ma c'è anche un Russel Joseph, (il vero nome di Apache) ed è il mio secondogenito, concepito l'anno dopo la sua morte. Quando Russsel Joseph è nato, invece della catenina del battesimo, gli ho messo al collo l'amuleto che Apache mi aveva donato quando sono partita, il suo laccio con la freccia di turchese, perché diventasse simile a lui nel coraggio e nella determinazione. Devo confessarti una cosa Mari: il mio amore per quell'uomo forte e gentile ha convissuto, in tutti questi anni, con la stessa intensità di quello che ho per mio marito, in perfetta armonia e senza sensi di colpa, neppure nei confronti di Gina che, sono certa, lo avesse intuito.
Jean Baptiste e Louis Ishikawa continuano a contendersi i primati ai fornelli, ma lo show è ora privato e messo in scena solo per dilettare sé stessi che continuano a bisticciare, l'uno in francese e l'altro in giapponese, sulle soglie delle rispettive cucine, ma senza mai alzare la voce. Abey, è rimasta a servire ai tavoli fino al giorno in cui è stata assunta alle poste, poi ha continuato a frequentare il locale come cliente, e tutti noi, perché anche lei parte della nostra meravigliosa famiglia.
L'unica assente, in tutti questi anni sei stata tu, Mari, però nessuno te ne serba rancore, ma se capiti dalle parti di Brooklyn fai una capatina al ristorante, nonostante il locale abbia subito una radicale ristrutturazione, lo scoprirai uguale a come era nel 1985, perché il Colombo's Restaurant ha solo cambiato la pelle ma non la sua anima.
domenica 18 aprile 2021
Gina Colombo's Restaurant (cap 6)
Incontri/Scontri
Il
suono della
radio propagava ad alto
volume lungo le scale, segno
che Olimpia Collins era tornata.
Il primo istinto di Angie Rose fu quello di farle
visita per avere notizie
di Bob, ma desistette per tema di un’accoglienza fredda, o peggio
ancora di una scenata, quando la porta si aprì e Olimpia s’affacciò
sulla soglia.
«Ciao,
Rose. Hai un momento?»
Con un cenno del capo
Olimpia la
invitò ad entrare.
«Certo»
rispose la ragazza «Come
sta Bob?» Chiese,
entrando in
casa.
«Meglio». Rispose asciutta la vecchia signora, poi saltando ogni preambolo, disse: «Durante la mia assenza qualcuno è entrato in casa e mi ha derubato»
«Mi spiace. Hai sporto denuncia?».
«Perché me lo chiedi? Sai bene che non avrei potuto!» Esclamò stizzita Olimpia.
Angie Rose si limitò ad un’alzata di spalle: «Perché no?.. se si sono portati via cose di tua proprietà».
«Qualcuno è entrato nel mio appartamento, ha frugato e messo in subbuglio i cassetti e gli armadi e...e se fossi stata in casa magari mi avrebbe uccisa!»
«Io te lo avevo detto che le cose potevano mettersi male».Ribadì paziente, Angie Rose.
«Oh si, tu mi avevi avvertito e guarda caso è proprio quello che è avvenuto!».
«Cosa intendi dire?» Chiese l'altra, fingendo stupore.
Che la borsa l’hai rubata tu» Sibilò Olimpia, puntandole un dito contro.
Angie Rose, davanti a quell’accusa rimase per un attimo frastornata poi, cedendo alla rabbia, l’afferrò per un braccio e la condusse alla porta: «Sali a controllare!» Le intimò furiosa, mentre Hamlet ringhiava di sottofondo.
L’anziana donna si liberò dalla stretta e proruppe in una risata sarcastica: «Non ti faccio così stupida! Avrai nascosto la borsa da qualche altra parte al sicuro».
«Sei davvero meschina, Olimpia. Non abbiamo altro da dirci». Mormorò amareggiata Angie Rose andando via.
Entrata
in casa azionò la segreteria telefonica. Tra i messaggi c’era
quello di Christine Logan che le comunicava che Andrew Saint Just era
uscito dal coma e se poteva richiamarla. Cosa che fece
immediatamente.
Dall’altro capo del filo le rispose Christine, cordiale e rilassata: «Andrew si è risvegliato».
«E’ una notizia splendida».
«Sta bene e non ha riportato nessun tipo di trauma. Direi che le cose vanno indirizzandosi nel verso giusto.
«Giusto, per chi?» Angie Rose domandò ironica
«Per tutti, visto che Andrew non intende denunciare Peter Newton e neppure Alfred Hayden» Ribatté tranquilla l’altra.
«Christine...pensi davvero che sia giusto? Poteva morire o riportare gravi conseguenze, così ...».
«Ma per fortuna, non è successo » La interruppe impaziente, Christine: «E’ la decisione di Andrew, e va rispettata. Ti consiglio di non prendere iniziative personali, di non metterti di traverso, perché non troveresti nessuno dalla tua parte».
«Neppure Andrew, scommetto, troverebbe qualcuno disposto a supportarlo in caso di denuncia. E’ per questo che ha lasciato perdere?».
«Sei un’irriducibile idealista, amica mia. E se fosse per un ricco risarcimento? Una cifra con molti zeri?»
«Lo sai per certo?» Domandò delusa Angie Rose.
«E’ quello che si dice dopo la visita precipitosa di Hayden al capezzale di Andrew e l’espulsione di Peter Newton dall’Accademia». Concluse, sarcastica, Christine Logan.
Terminata la telefonata, Angie Rose si sentì pervadere dalla rabbia e dal disgusto, verso il mondo e verso sé stessa, soggiogata dal peso della sua impotenza a poter cambiare le cose e permettere alla verità e alla giustizia di trionfare. Christine Logan l’aveva definita “irriducibile idealista”, ma non era vero perché altrimenti, a dispetto della volontà di Andrew, avrebbe lei stessa denunciato l’abominevole baratto del denaro in cambio della verità. Si guardò intorno in cerca di una via di fuga, così come aveva fatto nel passato, quando non riuscendo ad opporsi a sua madre e far valere le sue ragioni, era andata via. Ma allora, dalla sua, aveva le attenuanti della giovane età: una giustificazione che non riteneva più valida nel presente. Nell’ultimo periodo aveva disertato le lezioni, ma nessuno pareva essersene accorto. Nessuno l’aveva cercata, tranne l’ufficio amministrativo che con una lettera le ricordava che a fine semestre le sarebbero state addebitate anche le lezioni a cui non aveva partecipato. Un mondo cannibale, quello della “Alfred Hayden’s Acting School”, dove non contavano le persone ma i ruoli, e la sua assenza aveva costituito per qualcuno la possibilità di prendere il suo posto. Anche se nessuno, in verità, poteva reclamare il proprio posto, perché quello veniva stabilito, di volta in volta, dagli umori di Hayden.
La nausea l’assalì prepotente e corse in bagno a vomitare. Hamlet la seguì, arrestandosi sulla soglia. Conscia della sua presenza, Angie Rose, si chinò su di lui stringendolo in un abbraccio: «Grazie di esserci, amico» mormorò, accarezzandolo. Il cane la gratificò di uno sguardo adorante e di un guaito d’intesa.
Simon, liberata Aretha dal collare, la raggiunse: «Ciao, come va?» domandò, e senza attendere risposta aggiunse: «Speravo di ritrovarti».
«Direi proprio di si» Rispose Simon, che non aveva rilevato il sarcasmo. «Ma a dire il vero la fortuna c’entra poco, in realtà ti ho aspettato tutti i giorni».
«Ha tutta l’aria di un appostamento: non è che sei uno stalker?».
«Se lo fossi mi avresti trovato sotto casa tua».
«Ma avresti prima dovuto scoprire dove abito».
«Non è così difficile per un detective».
Angie Rose si fermò e lo fronteggiò furiosa: «Sei un detective? Su incarico di chi stai lavorando? Di mia madre o di mio padre? Tanto non fa differenza, non voglio averci a che fare con nessuno dei due. Puoi riferirglielo e, in quanto a te, non farti più vedere».
«Aspetta!» Esclamò lui, cercando di trattenerla: «Deve esserci un malinteso... non so niente delle tue storie di famiglia e nessuno mi ha incaricato di rintracciarti. Il nostro incontro è stato del tutto casuale».
«Come questo? Scusami, ma mi riesce difficile crederti» Disse mentre metteva il collare ad Hamlet che attirato dalle voci concitate era tornato indietro seguito da Aretha.
«Stai lontano da me!» Lo ammonì infuriata, correndo verso l’uscita.
Ma lei era già andata via.
«Dobbiamo ritrovarla per restituirle questo» Disse ad Aretha, mostrandole il libro « ma soprattutto per chiarire il malinteso. Sei d’accordo?» Aretha approvò dimenando la coda.
La
luce filtrava morbida, schermata dagli studiati panneggi delle tende
alla finestra del lussuoso ufficio di Alfred Hayden. Quando Angie
Rose entrò lui era alla scrivania intento a firmare delle carte, e
al suo ingresso non alzò gli occhi a guardarla e neppure le fece
cenno di sedersi. Solo dopo aver terminato il suo lavoro, e riposto
la penna nell’astuccio, la fissò freddamente e le porse i fogli su
cui l’attimo prima stava scrivendo.
«Le sue dimissioni
dall’Accademia, signorina Hathaway».
Angie Rose prese il
fascicoletto dalle mani di Hayden e rimase incerta, in piedi davanti
a lui.
«Non c’è altro. Può andare» Disse congedandola e
tornando a concentrarsi sui fogli di una cartella.
Ma lei era
rimasta ferma al suo posto, costringendolo ad alzare lo sguardo e
prendere atto della sua presenza.
«Non
m’interessano i suoi motivi». Replicò indifferente
«Ma io
intendo comunque dirglieli, e non me ne andrò di qui senza averlo
fatto» Angie Rose si avviò alla porta e la chiuse a chiave.
«Cosa
diavolo pensa di fare? E’ sequestro di persona, questo!» Scattò
rabbioso. Era impallidito e una grossa vena pulsava sulla sua tempia
sinistra.
«Io lo definirei un confronto privato sul cosi detto "incidente" accaduto ad Andrew Saint Just».
«Chiamo la polizia»
Disse Hayden allungando la mano verso il telefono.
«Faccia
pure. Quando chiederanno spiegazioni avrò molte cose da raccontare.
In ogni caso sarebbe il secondo “incidente” che accade nella sua
scuola, a distanza di pochi giorni.» disse guardandolo ironica «e
credo che qualche sospetto lo desterebbe. Una cattiva pubblicità per
la sua Accademia».
Alfred Hayden scoppiò in una risata: «L’ho
sopravvalutata, signorina Hathaway, non è poi una così brillante
attrice come avevo creduto. E sta recitando un copione già
visto».
«Esattamente come lei che da anni interpreta un unico
ruolo: sé stesso. E vive di luce riflessa». Disse indicando gli
attestati e i premi della sua passata carriera.
«Ma questi cimeli non
sono bastati a riempire la sua vita non più sotto la luce dei
riflettori, mentre lei voleva si continuasse a parlare di lei. E lo
ha fatto con la collera di un uomo frustrato che ogni giorno scarica
sui suoi studenti il suo livore, solo per ricordare a loro, e a sé
stesso, la sua trascorsa grandezza. La odiano tutti ma a lei non
importa, perché è da quest’odio che trae lo spunto per le sue
piccole angherie quotidiane con cui umilia i suoi studenti, colpevoli
di avere un futuro mentre lei ha solo un passato».
In un impeto
d’ira, lui tentò di mettersi in piedi ma non gli riuscì, e così
afferrò un pesante fermacarte e glielo lanciò contro. Poi
s’accasciò sul sedile della carrozzina, tremante e con il fiato
smorzato.
Qualcuno prese a battere con forza alla porta, dopo
aver tentato inutilmente di aprirla.
« Alfred...cosa sta
succedendo?» Chiese preoccupata una donna dietro l’uscio : «Per
l’amor di Dio, rispondi!»
Angie Rose aprì la porta e quella, nel precipitarsi a soccorrere Hayden, quasi la travolse.
Nel
cortile s’imbattè in Christine Logan e Jasmine Wright, ma le
ignorò tirando dritta per la sua strada.
Splendida nel suo abito da sera rosso, un colore inusuale per lei che preferiva le tinte fredde, come il verde e il turchese, che risaltavano i suoi occhi, Gina Colombo s’era esibita, poco prima della chiusura, nello spettacolo della rottura dei bicchieri, infrangendo, con la potenza della sua voce, quelli apparecchiati sulle tavole e quelli nelle vetrine. Gli avventori, che erano stato adunati in una zona sicura del ristorante dove le schegge non potevano arrivare, applaudivano alla pioggia di cristallo e alla dea vestita di rosso che l’aveva provocata. Gina li aveva stregati con la sua voce e la sua presenza, ma i suoi occhi guardavano il fondo della sala dove c’era Apache. Angie Rose intercettò quello sguardo ma se ne distolse imbarazzata, come stesse violando un segreto che non le apparteneva, anche se, in quel momento, tutto pareva intriso di magia, palpitante e chiaro: alla luce del sole. Solo il suo cuore rimaneva buio, amareggiato dalle menzogne del mondo fuori la porta del Colombo’s Restaurant. Quel mondo a cui inevitabilmente avrebbe dovuto far ritorno quando il ristorante avrebbe spento le luci e chiuso i battenti. Ma di tornare a casa non se la sentiva e avrebbe chiesto a Gina di potersi fermare a dormire li, nella stanza che un tempo era stata di Apache. Hamlet era con lei e non c’era nessun altro a cui avrebbe dovuto rendere conto del suo mancato rientro.
«Puoi venire da me. La mia
stanza degli ospiti è di certo più confortevole» Le propose Gina.
«Grazie» Rispose riconoscente « ma se per te va bene, vorrei
stare qui».
Gina assentì, comprensiva: «A volte si ha
necessità di restare soli...che è diverso, però, dall’essere
soli...così di qualunque cosa tu abbia bisogno, chiamami». Disse
indicando il telefono.
Già sulla strada, tornò indietro
per un ultimo abbraccio.
Rimasta
sola, Angie Rose uscì
con Hamlet nel cortiletto
della cucina. La notte primaverile, brulicante di stelle, profumava
di gelsomino. In
lontananza si snodava il
nastro scuro della strada
punteggiato dalle luci dei
fari delle auto in transito. Il
paesaggio era tutto lì,
racchiuso in quegli
scarni fotogrammi: non
c’era altro da vedere. Si
sedette sulla soglia ed
Hamlet le si accucciò accanto,
col muso nel
suo grembo.
C’era una gran pace. Tornò
a guardare la strada che, attraverso le assi orizzontali
dello steccato, appariva
segmentata in porzioni
ordinatamente intervallate, nella
distanza e nell’ampiezza. Ogni
tratto d’asfalto conduceva verso luoghi e destini diversi. Quello
percorso da lei l’aveva portata fin lì. Punto d’arrivo o di
partenza?
Angie
Rose non lo sapeva ancora, e forse non era poi
così importante stabilirlo in quel momento.
martedì 30 marzo 2021
La solitudine di una Regina
Nello sfavillio dei cristalli lei,
vestita del suo abito più bello,
s'aggira nei saloni vuoti
dove non c'è nessuno che la inviti a ballare
nessuno che le porga un fiore
e le dica quanto sia bella.
Regina solitaria, nel suo fantastico regno
reclusa, nella sua inaccessibile torre
senza armigeri alle porte del castello
né lacchè ai cancelli dei giardini.
Avrebbe potuto gremire il palazzo
di corpi e di voci
pretendere, alla sua presenza, la poesia e l'amore:
ordini inderogabili i desideri di una regina
con la postilla che chi aspira alla sua mano
non avrà voce nella gestione del regno
che d'amare non è la donna che siede sul trono
ma quella che con lui dividerà il letto.
Avrebbe potuto allestire la scena
contentarsi di un inchino
e dell'assenso muto di una promessa
credere amore la quiescenza
e appagamento la sottomissione
perché nessuno rifiuta la mano di una regina.
Avrebbe potuto, con un battito di ciglia
inginocchiare, tra i suoi pretendenti,
l'eroe più ardito, il più bello e fiero,
e farlo suo sposo.
Ma lui avrebbe finto l'amore o provato davvero?
domenica 14 febbraio 2021
Un incontro a San Valentino
Cupid riposa esausto su un rudere dell'antica casa patrizia,
dopo aver scagliato a desta e a manca tutte le sue frecce. Quando mi scorge,
seduta su una panchina intenta a sbocconcellare un enorme maritozzo con la
panna, vola nella mia direzione e inizia a ronzarmi attorno. Il dio dell'amore è diverso da come
lo immaginavo: piccolo e grassottello, con due alucce celesti e la voce piccina.
Cupid: «Sembra buono.» Mi approccia indicando il maritozzo.
Io: «Non sembra, lo è!» Esclamo con la bocca piena.
Volteggia sospeso all'altezza del mio viso, così vicino che lo sento
sospirare. Immergo un dito nella panna per offrirgli un assaggio.
Cupid: «Grazie, non posso, sono in servizio.»
Io: «Ho notato che non hai più frecce nella faretra,
tecnicamente hai terminato il tuo turno.»
Cupid:«Mi sono fatto prendere dall'entusiasmo, ma oggi è una giornata speciale.» Malizioso mi strizza un occhio.
Lo tento di nuovo con la
panna, ma lui fa cenno di no col capo.
Cupid:« Ma anche se non ho più frecce stacco comunque sempre a
mezzanotte, Turni lunghi a San Valentino.»
Io: «Ma senza attrezzatura come proseguirai la tua mission?»
Cupid: «Le frecce non sono indispensabili, le sostituisco con
le atmosfere e i paesaggi.»
Io: «Davvero? Questo è uno scoop, immagino che nessuno lo sappia.»
Lui sorride sornione, lasciandomi intendere che sulla faccenda la sa davvero lunga.
Cupid: « Scagliare dardi, però, è molto più divertente e meno laborioso.»
Mentre mi lecco le dita dalle briciole del maritozzo lui si
è seduto sulla spalliera della panchina. Fa freddo, ma sullo sfondo dirama una
luce tenera, primaverile, e un passerotto canta una romanza d'amore ad una passerottina, affacciata ai rami più alti dell'acero davanti la panchina.
Io: «Ma guarda che mattinata fulgida sta venendo fuori. Opera
tua?»
Cupid: «No, figurati, so far di meglio.»
Io: «Ad ogni modo anche così è bello.»
Traggo dalla borsa il cellulare ed inizio a scattare foto:
alla luce, ai passerotti ed anche a Cupid che si mette in posa e sorride.
Nello scatto la sua immagine però non appare.
Sono delusa anche se un p' me lo aspettavo.
Cupid: «Non ti sei persa niente: non sono fotogenico.»
Io: «Se per questo neppure io.»
Ridiamo.
Cupid: «Sei single?»
Io: «Dovresti saperlo.»
Cupid: «No, mica posso conoscere lo stato civile di tutti i miliardi abitanti del pianeta.»
Io: «Allora quando scagli le tue frecce i bersagli sono
casuali?»
Cupid:«Più o meno.»
Io: «Ora si chiariscono un bel po' di cose!»
Cupid: «Sei delusa?»
Io: «Direi confusa, perché se questo spiega il colpo di
fulmine crea, però, zone d'ombra riguardo le affinità elettive.»
Cupid: «Comunque non mi sembra un tuo problema, visto che sei single.»
Rilevo un tono ironico e mi pongo sulla difensiva.
Io: «Cosa vuoi dire?»
Cupid: «Niente di più di quello che ho detto.»
Io: «Eh no, adesso mi spieghi.»
Cupid: «Cosa devo spiegarti?»
Io: «A cosa alludevi quando hai detto "non è un tuo problema, visto che sei
single"»
Cupid: «Che, in quanto single, la faccenda non ti tocca. Noi angeli non
usiamo i doppi sensi.»
Io: «E pensi che ti creda...così...sulla parola?»
Cupid: «Se non mi credi me ne farò una ragione. Ad ogni modo
ho terminato la mia pausa. Ti saluto.»
Sta per involarsi, ma io riesco a trattenerlo per una gamba
Io:«Non vai da nessuna parte se prima non chiarisci cosa
intendevi con...»
Cupid: «Che sei un caso impossibile! Ti basta come spiegazione?»
Scuote le piccole ali, si libera dalla mia presa e sparisce
alla vista.
Ma io gli urlo dietro: «Sei come tutti gli altri uomini che quando non avete argomenti vi date alla fuga.»
Gli urlo dietro infuriata.
Sono perplessa e delusa da questo incontro con Cupid. Non era così che immaginavo il dio dell'amore: fuggente, approssimativo ed anche un po' fanfarone. Esattamente come i miei ex.
E chissà poi cosa veramente intendeva quando ha detto: sei un caso
impossibile!








