Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

giovedì 28 gennaio 2021

Deja vù


 



Apro gli occhi e mi ritrovo sempre nello stesso de javù. Anche stamani nulla di nuovo sotto il sole, nel paesaggio immutato, ed immutabile, della mia casa e del mondo esterno. Perfino le parole che mi salgono alle labbra sono sempre le stesse anche se pronunciate con sfumature diverse, e non sempre a causa dell'umore, piuttosto  della memoria e delle percezioni del momento.

"La vita a modo mio" io non sono stata capace di realizzarla, che se ne avessi avuto il coraggio forse mi sarei salvata dalla monotonia del deja vù e dall'oppressione della rimozione d'interi periodi della mia esistenza, non necessariamente i più tristi o dolorosi, ma quelli dove la mia presenza era un ingombro anche per me stessa. "Non essere mai stata sul posto" è la gomma con la quale ho cancellato intere pagine del mio vissuto, senza nemmeno prendermi la briga di riscriverle in una versione migliore. Ma la rimozione non ha portato nessun beneficio, nessuna salvezza, perché quei vuoti, a distanza di anni, sono a me visibili, ed ancora più dolorosi, a causa della mia impotenza a ricordare correttamente, e alla mia onestà a non volermi servire di ricostruzioni fantasiose e a me più congeniali.
Così quei deja vù che pure dovrebbero rassicurarmi, operano, invece, in senso contrario, rammentandomi che le scarne proiezioni sono i residui di scene più complesse a cui io, scientemente, ho apportato tagli e censure.

mercoledì 20 gennaio 2021

Il paradiso perduto


  L'angelo era tornato a spiare il giovane pastore intento al pascolo del suo piccolo gregge, sulle colline dell'Arcadia. Gli piaceva guardarlo anche se non riusciva a spiegarsi il perché di quell'attrazione. Forse per la sua bellezza, seppur terrena ed imperfetta, e con il tempo destinata a sciuparsi. Dura pochi anni lo splendore negli uomini, e per chi è povero ancor meno Così dell'oro di quei capelli, del rosa dell'incarnato e dell'azzurro degli occhi, non ne sarebbe rimasta alcuna traccia, sepolti sotto una polvere di grigio, il colore della vita degli indigenti. L'attrazione per quella fragile bellezza, però, non era sufficiente a spiegare il motivo del suo interesse, perché dove l'angelo dimorava tutto era improntato all'incanto e alla magnificenza. All'armonia e alla perfezione. E lui stesso ne era l'emblema. 
Il giovane pastore, tutt'altro che perfetto, aveva un modo contadinesco di muoversi e di gesticolare, e una voce acuta, che diventava aspra, nel richiamare le greggi. Eppure l'angelo trascorreva  le sue ore ad ammirarlo, affascinato da quei contrasti che lo seducevano. Lo divertivano e lo ammaliavano. Provava sensazioni sconosciute, dolci ed irruente insieme, senza però riuscire a definire quel calore che dal ventre propagava al cuore. E lo stordiva. Lo confondeva. Precipitandolo in un abisso inesplorato di gioia e di disperazione.

Il pastore, quasi ne avesse avvertito l'impalpabile presenza, guardò verso l'alto, ma abbacinato dal sole, distolse lo sguardo.
L'angelo allora odiò il sole che invadeva il cielo con la sua luce di fuoco e tornò di notte, quando il chiarore della luna avrebbe permesso ai loro sguardi d'incontrarsi. E soffiò via le stelle per nettare il firmamento da qualsiasi altra luce che non fosse la sua. Il pastore dormiva nel suo riparo di fortuna, steso su un pagliericcio, il bel volto reclinato su una spalla, la bocca leggermente dischiusa e i biondi capelli ad ombreggiargli gli occhi. La corta tunica, scomposta nel sonno, scopriva un corpo levigato d'adolescente, ma già ruvidi gli arti e le mani callose.
Il tempo aveva iniziato la sua opera di distruzione.

Una lacrima sgorgò dagli occhi dell'angelo chino su di lui, e si posò, lieve come un bacio, sulle labbra del giovane che, nei riflessi del sonno, la nettò con la lingua. Quel tocco, leggero ed umido, l'angelo lo avvertì sulle propria bocca, e gli pervase i sensi con un ardore sconosciuto ed avvolgente, impudico e carnale. Sconvolto da quella tentazione che sapeva di peccato, si ritrasse e volò via.
Tornò la sera dopo, perché guardarlo alla distanza ormai non gli bastava più, e si stese accanto per vederlo dormire e respirare il suo respiro. Ma quella vicinanza, anziché acquietarlo, lo pervase come una febbre senza cura, e il delirio muto in cui si dibatteva lo rese temerario. Con mano tremante sfiorò i capelli del giovane con una casta carezza, poi con dita lievi indugiò sulle sue labbra e, sempre più ardito, scivolò sul petto glabro, sui fianchi stretti e i glutei lisci. Dal contatto della sua pelle si lasciò inebriare senza più opporre resistenza.
Il pastore aprì un attimo gli occhi (che all'angelo parvero più azzurri di tutti i cieli esplorati) confuso, pervaso dalla sensazione di un languido sogno, e a quello s'offrì docile. A quello e alle sue mani.
E lui lo colse, penetrandolo piano, con infinita dolcezza, per non travolgere nell'onda dei sensi la poesia sublime di quell'amore innocente, ma più di tutti peccaminoso.
Lo vegliò tutta la notte su quel letto di paglia, con disperazione e amore infinito, consapevole che per il giovane al suo risveglio sarebbe stato il ricordo di un sogno bagnato, e per lui, invece, il paradiso perduto.

 

 

 





domenica 17 gennaio 2021

Gina Colombo's Restaurant (cap 5)


Storie

Quella sera, quando giunse al ristorante, trovò Apache e Gina vestiti elegantemente e in procinto di uscire. Dalla cucina giungevano le voci di Jean Baptiste e Marta che discutevano sulla supposta supremazia dell'arte culinaria francese. La piccola messicana lo sfotteva con dolcezza mentre lui, invece, mancando totalmente d'ironia, s'accalorava nel difendere la sua tesi partigiana.

«Nuestras tortillas, por ejemplo, son mucho màs ricas ay apetitosas che tu crepes, y te satisfacen mas.»
Lo provocava Marta, in tono semiserio, deliziandosi delle reazioni molto teatrali di lui.
«Mon dieu que dois-je entendre». Rispondeva Jean Baptiste tappandosi le orecchie e scuotendo il capo : «tes tortillas rassasient l'estomac.» obiettava, inspirando l'aria e gonfiando le guance «mes crepes, par contre, nourrissent  l'ame» concludeva, espirando con un'espressione beata.

Gina, splendente di paillettes, le andò incontro sorridente: «quei due non sono quasi d'accordo su niente...vedrai che prima o poi si sposano.» Indicò ridendo la cucina, dove la disputa ancora continuava.

«Siete bellissimi» esclamò Angie Rose abbracciando in un solo sguardo Gina e Apache: «andate da qualche parte?»
«Al Majestic danno "Il fantasma dell'opera" ma trovare i i biglietti, t'assicuro, è stato davvero un'impresa, ma che ci dà l'opportunità di festeggiare il successo di un'altra impresa, quella di Apache». Lui annuì sorridendo, alzando il pollice in segno di vittoria.

«Ad ogni modo non volevamo andar via senza averti rassicurato sul buon esito della vicenda sui suoi sviluppi.» Aggiunse Apache, visibilmente soddisfatto «ho consegnato la borsa ad un mio amico, un ispettore di polizia che mi doveva un favore, e che ha provveduto a pattugliare la zona con agenti in borghese. Alla vecchia signora non verrà imputato niente e non risulterà in alcun modo coinvolta nella vicenda. Quei soldi, finiti nel vostro cortile, sono i proventi del riscatto per un rapimento. L'aver indicato dove la borsa è stata ritrovata favorirà la cattura dei sequestratori, sebbene uno di loro è già nella mani della polizia. A proposito, le banconote erano segnate e la tua amica non avrebbe mai potuto spenderle, ma in cambio avrebbe corso grossi rischi  perché quella è gente che non scherza».
«Grazie» Angie Rose lo baciò su una guancia. Era la prima volta che lo faceva. Lui accolse con naturalezza quel gesto spontaneo «E di cosa, piccola? Sarebbe stato impossibile fallire un piano perfetto come il nostro».
Gina, con discrezione, s'era allontanata dirigendosi alla cucina, per ritornare con Jean Baptiste e Marta. Poi, dal ripiano di una credenza, trasse un vassoio con cinque flute e una bottiglia di Bollinger.
Alla vista dell apreziosa bottiglia, Jean Baptiste declamò inspirato: «Champagne: le nectare des dieux est francais. Pas italien, pas amèrican... » e, lanciando un'occhiata significativa a Marta concluse «encore moins mexicain »
«Touchè» Rispose lei ridendo.
«Jean Baptiste, ho notato che quando discuti con Marta le parli in francese. Perché?» Domand Gina
«Così non può sopraffarmi con la sua parlantina.» Rispose lui sornione.
«In realtà è sempre lui che parla, e così il francese ora lo capisco abbastanza bene, e posso rispondergli a tono». Spiegò Marta ridendo, nel tono di chi la sa lunga. Poi, rivolta allo chef «tout ce que tu fais c'est me parler en francais...Je pourrais vouis repondre immediatement...mais je vous laisse parler pour en savoir plus». Marta pronunciò il suo discorso in maniera fluida, senza tentennamenti e in un piacevole mix di accenti ispano-francesi.
«Diable de femme!» Esclamò Jean Baptiste, alzando le mani in segno di resa.
Apache rise: «Non so cosa abbia detto Marta perché, a differenza di lei non parlo la tua lingua, ma il tuo commento, amico mio, è inequivocabile». Poi, sollevando il calice, disse: «Brindiamo alle donne».
Tutti alzarono i bicchieri toccando quelli degli altri.
«E all'amicizia». Propose Gina.
I bicchieri tintinnarono di nuovo.
«E alle imprese riuscite». Le fece eco Angie Rose, sollevando il suo calice verso Apache.

«Sono una bellissima coppia» sospirò Marta dopo che Apache e Gina furono usciti «è un vero peccato che non stiano insieme».
«Magari non è così». Obiettò Jean Baptiste, con l'aria di chi è ben informato.
Marta ed Angie Rose lo guardarono sorprese.
«Tu li conosci  da molto...cosa sai di loro?» Domandò la piccola maya. «Non è curiosità la mia, mi piacerebbe saperne di più perché voglio bene ad entrambi.»
Erano seduti a cenare, come sempre a quell'ora, prima dell'apertura del ristorante al pubblico. Jean Baptiste, al centro dell'attenzione, non si fece pregare. Quella sera, poi, si sentiva particolarmente ispirato dall'atmosfera, romantica e corsara, che continuava ad aleggiare nella sala, anche dopo che Gina ed  Apache erano andati via.

«Quando Gina rimase vedova, la sua bellezza strepitosa attirò molti pretendenti dell'alta borghesia, e persino qualche aristocratico, ma lei aveva le sue idee e non volle risposarsi. Con il sostanzioso lascito del marito, un altro dirigente della Citibank, aprì questo ristorante. La decisione non piacque alla famiglia, una delle più influenti della città, che la osteggiò in tutti i modi per indurla a desistere e sposare uno dei suoi facoltosi corteggiatori. Ma lei tenne duro e perseguì il suo obiettivo. Fu in quel periodo che conobbe Apache. Colpo di fulmine per entrambi. Ma alla famiglia di lei neppure quella scelta andava bene: un ex stunt-man caduto in disgrazia e con problemi di alcol, quando aveva rifiutato uomini di altissima reputazione e con ingenti patrimoni. Inaccettabile per la sua famiglia. Ma benché pressata e in tutti i modi ostacoli, lei non cedette e il padre la diseredò.» Jean Baptiste s'interruppe per versarsi una dose di Bordeaux Rouge e tagliare il suo filetto allo chateaubriand (era la sera della cucina francese) ancora intatto nel suo piatto. «Dèlicieux.»Mormorò, approvando sè stesso.
«E' davvero squisito.» Convenne Angie Rose, intenta ad intingere pezzetti di carne nella salsa bernese.
«E poi...cosa è accaduto dopo?» Incalzò Marta che, presa dal racconto, non aveva ancora iniziato a mangiare.
«Perché non mangi? Non ti piace?» Domandò apprensivo lo chef indicando il piatto ancora pieno. Nonostante le loro schermaglie si vedeva che teneva molto a lei e al suo giudizio.
«Mi delizio del suo profumo in attesa che tu termini la storia.» Rispose la giovane messicana, sollecitandolo in quel modo a riprendere il racconto.
«Apache, quando seppe che per lui Gina era entrata in collisione con i genitori, la pregò di lasciarlo e riappacificarsi con loro. Ma lei fu irremovibile, Era molto innamorata e mai avrebbe rinunciato a lui. Le cose andarono avanti fin quando di Gina iniziò ad occuparsene la stampa, per via di quella sua voce che infrangeva il vetro, e poi anche Hollywwod che ne avrebbe voluto fare una star. Tutto questo interesse per Gina toccò anche lui, che non la prese bene.»
Jean Baptiste fece una pausa per bere un sorso di vino e i suoi occhi andarono al piato di Marta ancora intatto, così s'affrettò a riprendere il racconto: «Di Apache venne tirato in ballo il suo passato, l'incidente che lo aveva reso zoppo e la sua caduta nell'alcolismo. Perfino quella sua mancata storia d'amore con l'assistente sociale che l'aveva aiutato a ricostruirsi , divenne materia di gossip. tutto manipolato e romanzato. Sarcasticamente, e con spregio, venne soprannominato "il signor Colombo", un appellativo per arrampicatore sociale o, peggio ancora, mantenuto, nonostante Gina fosse stata ripudiata dalla sua famiglia e diseredata. Quell'insulto denigratorio era stato per Apache la goccia che aveva fatto traboccare il vaso e, nonostante fosse innamorato di lei, se ne andò. Ma quando Gina fu costretta a letto per le gravi complicazioni di una polmonite, lui tornò per offrirle conforto ed aiuto, e quel suo cuore che mai aveva smesso di battere per lei. Si occupò della sua convalescenza e della gestione del ristorante. Nel frattempo il clangore della loro storia s'era chetato e, seppur a un paio di giornaletti da gossip quel suo ritorno non era apparso inosservato, la notizia non destò più molta curiosità. Si amavano, ma quello che era accaduto li aveva profondamente scossi, soprattutto Apache, umiliato dall'appellativo di "signor Colombo" a cui, immaginava il matrimonio lo avrebbe legato. Ma alle nozze non mirava neppure Gina, refrattaria per natura ai legami imposti, alle formule di rito e alle catene sociali di qualsiasi specie. Insieme stabilirono che il loro rapporto non aveva bisogno di alcun tipo di convalida e che sarebbe durato il tempo della passione, non un giorno di più. Per questo avrebbero condotto vite indipendenti pur continuando a lavorare insieme (se Gina è il cuore di questo ristorante, Apache ne è il motore), consumando nel segreto i meravigliosi momento del desiderio. E a quanto pare la cosa funziona». Concluse compiaciuto. Poi, vedendo nel piatto di Marta il filetto appena piluccato le intimò severo: «L'historie est finie. Maintenant tu peux manger.»
«Oui». Sospirò lei con aria sognante, accingendosi a consumare la pietanza ormai fredda.

Angie Rose aveva ascoltato la storia in silenzio, senza mai interrompere né porre domande. Non c'era niente da chiedere perché nel suo breve racconto Jean Baptiste era stato esaustivo. Un grande amore quello fra Gina e Apache che ancora, dopo tanti anni, non s'era offuscato ma anzi brillava di luce purissima, quella stessa che aveva percepito nei loro modo d'intendersi. Si sentì invadere da una gamma infinita di sensazioni e, tra queste, anche una punta di gelosia, ma non verso Gina, nei confronti della quale non avrebbe mai potuto nutrire sentimenti malevoli, ma per quell' amore così grande e generoso, da farle desiderare di essere, anche solo per un momento, al posto dell'amica, perché mai aveva amato e mai nessuno l'aveva amata con quell'intensità. Quelle che aveva definito, fino a quel giorno, le storie più  importanti della sua vita, le apparivano ora prive di anima, banali flirt privi della possanza e della poesia di quell'amore così romantico e carnale. Immaginò che un bacio di Apache l'avrebbe fatta risplendere, trasformandola da particelle in atomo, e colmando la sua esiguità in pienezza, sarebbe emersa dalla penombra come una luce viva, abbagliante di sentimento.
Si riscosse dal suo sogno ad occhi aperti e notò che Jean Baptiste la stava osservando e allora si riscosse, temendo che quei suoi pensieri trapelassero dallo sguardo e potessero venir fraintesi.
«Preparo i tavoli.» Disse alzandosi e tirando fuori da uno stipo la mise en place primaverile.

Era stata lei a suggerire di allestire la sala con tovaglie e stoviglie in tema con la stagione e Gina, con entusiasmo, l'aveva accolta. Insieme erano andate a scegliere i tessuti e il vasellame d'abbinarci. 

trasse dallo stipo la pila delle tovaglie di lino nella raffinata fantasia botanical primaverile, e sorrise al ricordo di quel piacevole pomeriggio di shopping di fine febbraio. Un pomeriggio limpido ma freddo, così dopo gli acquisti per scaldarsi s'erano rifugiate in una piccola sala da thè, molto accogliente e poco rumorosa, dove la cameriera le aveva scambiate per madre e figlia. Entrambe avevano sorriso di quella svista, senza però smentirla e stando al gioco.

«E' bello averti come madre.» Aveva detto Angie Rose quando la cameriera se ne fu andata.
Gina aveva avvertito nel tono leggero della voce una nota di profonda tristezza «Non parli mai della tua famiglia ed io, per discrezione, non ti ho mai fatto domande.»
«Non c'è molto da dire. E' ormai una storia del passato che , però, continua a far male. E credo che farà male per il resto della vita.» Rispose, continuando a rimestare, con un gesto meccanico, col cucchiaino il fondo della tazzina, e lo sguardo lontano.
«Mia madre è una donna impossibile, di quelle che non ascolta e non dialoga. Una donna piena di certezze perché la sua visione del mondo, nettamente diviso tra il bene ed il male, non lascia posto al dubbio. Così, quando a diciassette anni sono rimasta incinta, ha saputo esattamente da che parte collocarmi, con un verdetto immediato ed inappellabile di colpevolezza. Non ha avuto dubbio nel condannarmi, non mi ha chiesto spiegazioni e neppure concesso attenuanti. Ero scivolata dalla parte del male, e per farmi di nuovo instradare sulla retta via mi ha messo alle strette: o mi sposavo o abortivo. Io non volevo sposarmi, non amavo Luke...mi piaceva ma non lo amavo. Era solo una storia di sesso, la nostra. E poi neppure lui voleva quel matrimonio, una facciata per giustificare la nascita del bambino che io, però, avrei comunque voluto per me sola. Ma lei, invece, davanti al mio diniego, aveva incrudito il suo ultimatum: o abortivo oppure avrebbe denunciato Luke. Mia madre è figlia di un magistrato molto influente, e Luke era maggiorenne e passibile di pena, denunciarlo sarebbe stato rovinargli la vita, così ho abortito, ma compiuti diciotto anni sono andata via di casa.» 
«E tuo padre cosa ha detto? Che reazioni ha avuto?» 
«Mio padre è uno che non vuole problemi, soprattutto con mia madre. Per questo ha sempre lasciato a lei le decisioni importanti. adeguandosi alle sue scelte. Lui ama la sua vita tranquilla e programmata che ruota attorno al suo studio d'architetto e al circolo del golf, i pranzi domenicali coi nonni  e alle partite a poker con gli amici. Un mondo circoscritto e selettivo, quello dei miei genitori, dove non c'è posto per l'imprevisto. E quando questo accade si fa in modo di cancellarlo.»
«Ma la tua famiglia, dopo che sei andata via, non ti ha mai cercata?»
«Si, mio padre, tramite un detective. Presumo, però, che abbia dovuto discutere a lungo con la mamma per farle accettare questa sua iniziativa di cui, ad ogni modo, gliene sono grata, perché quella, forse, è stata l'unica volta che ha fatto valere una sua decisione: un atto di coraggio.» Aveva sorriso, ma gli occhi erano tristi. «Ma quando ha saputo della mia aspirazione di fare l'attrice non mi ha più cercata anche se, sospetto, che siano al corrente di ogni mia attività e controllare che non mi cacci in qualche casino a scapito del buon nome della famiglia.» 
«E' una bella storia.» Disse Gina, carezzandole una mano.
Angie Rose la guardò stupita «Davvero? Non pensi che sia triste?»
«Per il bambino che non hai potuto avere...si quella è la parte più triste perché ponendoti davanti alla scelta tra la vita di Luke e quella di tuo figlio, in realtà non ti ha dato nessuna scelta. In quanto minorenne non potevi decidere niente anche se ti hanno fatto credere che tutto dipendesse da te. Ti hanno abilmente manovrata.» S'interruppe per darle il tempo di riflettere su quest'ultima constatazione, e poi proseguì: «Ma tutto quello che è accaduto dopo non è affatto triste, perché è il racconto della tua rinascita: sei andata via di casa, non ti sei cacciata nei guai, sei indipendente e persegui il tuo sogno. Hai trovato il coraggio di voltare pagina. Di ricominciare. Una storia decisamente positiva.»

Una storia decisamente positiva, aveva detto Gina, e riflettendoci su era vero, anche se lei non l'aveva mai vista in quel modo, perché sopraffatta dai sensi di colpa nel non aver saputo opporsi a sua madre e tenersi il bambino aveva, fino a quel momento, vissuto la sua giovane vita come un fallimento, fino al momento in cui Gina in quella sua storia ci aveva visto una rinascita. E così, d'un tratto, quel peso immane che le gravava sull'anima era diventato più sopportabile. S'era affievolito anche il rancore che ancora sentiva nei confronti di Luke per averla messa in quella situazione in cui lui se l'era cavata col trasferimento in un'altra città mentre lei, ogni anno contava i compleanni di quel loro figlio che sarebbe dovuto nascere in Febbraio, stabilendo come data simbolica il quattordici, la festa di San Valentino. Ogni anno,  in quel giorno, comprava un pelouche. Ne aveva collezionati sei.
«Smetti di farti del male. Conti forse gli anni ai sogni e alle cose belle? » Le aveva chiesto con dolcezza «No, perché  sai che non hanno età, non invecchieranno mai a dispetto di te stessa e del tempo che passa. Stabilire una data è mettere un vincolo. Una scadenza. Lascia andare il tuo bambino, non tenerlo imprigionato in un calendario o su una mensola, ma tienilo al sicuro nel tuo cuore, l'unico posto dove vorrebbe stare.»

Angie Rose sorrise al ricordo di quel pomeriggio quando Gina, inducendola a guardare dentro di se, le aveva svelato il segreto della sua infelicità ma anche quello della sua forza, e un senso di gratitudine la pervase.
Apparecchiato l'ultimo tavolo, pose al suo centro un elegante vaso di cristallo con tre splendide rose rosse, e chiese a Jean Baptiste: «Credi che dopo il teatro, Gina e Apache, verranno a cena?»
Lui le rispose con un sorriso malizioso.
«Non importa» disse mettendo in bella vista il cartellino" riservato" «stasera questo tavolo è per loro.»

sabato 9 gennaio 2021

Words

Strano come a volte ci si trovi definiti nelle parole di un altro, quasi fossero le nostre.



 

mercoledì 16 dicembre 2020

lunedì 30 novembre 2020

Gina Colombo's Restaurant (cap 4)


 Umori

Angie Rose lottò contro la tentazione di scendere nel cortiletto per dare un supporto ad Apache, ma in quello lui era stato irremovibile: «Non avertela a male ma mi saresti d’intralcio.» Così si limitò a vigilare dietro i vetri della finestra con i sensi tesi a captare i rumori esterni, pronta ad accorrere in suo aiuto se il caso lo avesse richiesto.
Prima di salire al suo appartamento s’era comunque sincerata del perdurare dell’assenza di Olimpia Collins, immaginando che sarebbe rimasta a vegliare il marito in ospedale. Ipotesi confermata da Helen Bennet: «Sono stata tutto questo tempo con la porta socchiusa per sentirla rientrare e avere notizie di Bob, ma evidentemente ha deciso di restare con lui al Queens Hospital. Le avevo lasciato in serbo anche una porzione di arrosto per la cena…posso offrirla a te, cara? Non sono brava con l’arrosto ma questa volta mi è venuto davvero buono.»
«Grazie, signora Bennet, ma ho già cenato.» Rispose avviandosi alle scale..
«Hai paura che ti avveleni?» Chiese, offesa, Helen Bennet, dalla tromba delle scale.
Quella domanda strappò una risata ad Angie Rose e un guaito ad Hamlet.

Aveva trascorso la notte insonne, poi al mattino la telefonata di Apache  la tranquillizzò:
«Tutto ok, piccola.» Niente altro Ma avrebbe saputo i particolari la sera stessa, perché raccontarli al telefono sarebbe stato imprudente.
Le dispiaceva che al suo ritorno, Olimpia Collins trovasse violato il suo appartamento, ma era stato necessario per evitarle mali peggiori. Ad ogni modo immaginava che questa disavventura avrebbe posto la vecchia signora al centro dell’attenzione, una volta tanto per un motivo diverso da quello del volume troppo alto della sua radio. E questo, ad Olimpia, non sarebbe dispiaciuto. Ma forse, soppesando attentamente i pro e i contro, non ne avrebbe fatto parola con nessuno. Ed era quello che Angie Rose s'augurava.

Confortata dalla notizia che tutto fosse filato nel verso giusto, si predispose, come d’abitudine, seppure in forte anticipo sull’orario consueto, alla consueta passeggiata mattutina al parco con Hamlet. Non aveva dormito quella notte, ma il cielo terso, che preannunciava una giornata finalmente primaverile, la confortò predisponendola all’ottimismo. Il supporto di una tazza di caffè forte e nero, rinforzato con un’abbondante dose di zucchero, contribuì a cancellare ogni residuo di stanchezza e di ansia.
Rise, quando traendo dal ripostiglio il sacchetto blu contenente guanti, paletta e bustina, il necessaire per le escursioni al parco, Hamlet, al colmo dell’eccitazione, iniziò con la coda a spazzare l’aria e saltarle addosso, per quell’uscita fuori orario.
Al secondo piano, davanti la porta di Olimpia Collins, Angie Rose rallentò l’andatura di Hamlet tirando con dolcezza il collare, e sostò in ascolto sull’uscio. Dall’interno non proveniva alcun rumore, ma dalla porta accanto le parve di percepire lo sguardo assonnato di Helen Bennet, osservarla dallo spioncino. 
Ad ogni modo, fino a quel momento, nessuno dei condomini s’era accorto dell’intrusione notturna di Apache nell’appartamento di Olimpia. 

Uscita dal portone gettò uno sguardo verso il cortiletto, luogo d’azione di Apache, per vedere se fossero rimaste tracce del suo passaggio, ma non ne scorse. Aveva fatto uno splendido lavoro, anche se può sembrare cinico definire “uno splendido lavoro” il furto nell’appartamento di un’anziana signora.
Apache s’era dimostrato all’altezza delle sue passate imprese di stunt man, ma che fosse anche un affascinante complice, questo lo aveva scoperto nelle ore trascorse assieme. Si chiese se si stesse innamorando di lui. Lo aveva apprezzato, all’interno della famiglia allargata del “Gina Colombo’s Restaurant” per la sua forza, la sua sagacia e la sua generosità. Ed anche perché era l’unico che riusciva ad imporsi a Gina, con quel suo modo paziente, saggio ed ironico, davanti al quale le furie appassionate di lei si stemperavano in ruvida arrendevolezza che lui accoglieva con cavalleresca, amorevole gratitudine. Sempre un passo dietro di lei, ma in realtà era lui che la guidava. Angie Rose sapeva che in passato avevano avuto una relazione, ma non conosceva i motivi per cui fosse finita. E se davvero fosse mai finita, perché nel loro modo di guardarsi, di sfiorarsi, di parlarsi, trapelava un’emozione luminosa che sapeva di sentimento.

Si stava innamorando di lui? Continuò ad interrogarsi sulla strada del parco in quell’azzurro mattino di primavera, felicemente confusa e senza sentirsi in colpa nei confronti di Gina. Non le doveva spiegazioni: quello che lei provava per Apache, era solo suo. Non ne avrebbe parlato neppure con lui, ma non avrebbe finto con sé stessa, (le finzioni erano appannaggio dell’attrice non della donna) rinnegando e respingendo quell'emozione come una cosa di cui vergognarsi. Piuttosto, quell’onestà verso sé stessa l’avrebbe messa al riparo dagli inganni psicologici, in cui altrimenti sarebbe incorsa, stabilendo da subito che era solo lei ad essere innamorata: questo l'avrebbe resa consapevole di quel particolare momento della sua vita. Le tornò alla mente la frase del poeta tedesco Friedrich Holderlin “ti amo, ma la cosa non ti riguarda”, trovando in quella la radice dell’amore perfetto, o meglio “del perfetto modo d’amare”. Si sentì in pace col mondo e con sé stessa.
 
Giunti al parco, tolse il collare ad Hamlet che subito era corso via per tornare subito indietro e saltarle gioioso intorno. Lei si chinò a stampargli un grosso bacio sulla testa e il cane la ricambio con amorevoli leccatine sulle mani. Rimasero seduti nell’erba a scambiarsi effusioni umane e canine fino a quando una palla rossa rotolò nella loro direzione, rincorsa da un altro cane lupo che quando vide Hamlet si fermò, per sollecitarlo, con brevi latrati acuti, a partecipare al gioco. Hamlet accettò l’invito e corse verso di lui. Era lo stesso cane col quale aveva giocato il pomeriggio precedente. Entrambi rincorrevano la palla rossa che il padrone dell'altro cane scoccava con una potenza di braccia degna di un lanciatore di baseball, mentre avanzava nella sua direzione, continuando a rilanciare la palla che i cani, a turno, riportavano indietro. Quando fu a pochi passi la salutò con la mano.
«Simon, dog sitter di Aretha.» Disse presentandosi ed indicando il compagno di giochi di Hamlet, uno splendido lupo dal mantello nero compatto.
«Ah, dunque è una lei.» Disse Angie Rose, carezzando il cane che docile le si era avvicinato. 
«Decisamente!» Esclamò Simon, esibendo un collare fucsia. «E’ il suo colore preferito.»
La ragazza rise alla battuta ed espletò le presentazioni: «Angie Rose e Hamlet.» 
«Posso?» Chiese Simon, sedendosi nell’erba accanto a lei, mentre Aretha ed Hamlet esploravano, con qualche prudenza, l'interno di un cespuglio. Ora le differenze fra i due cani lupo risaltavano più evidenti,   nel colore del pelo, nero compatto quello di Aretha, focato quello di Hamlet, ma anche nelle proporzioni:  leggermente più piccola e slanciata lei, più massiccio e poderoso lui. 
«E' bellissima Ne accudisci altri?» Chiese Angie Ros
«No.  Solo lei. Aretha è il mio cane.»
«Scusa, devo aver frainteso, mi sembrava d’aver capito che fossi il suo dog sitter.»
«Mi qualifico come dog sitter perché detesto i termini “proprietario” e “padrone” riferiti ai nostri amici a quattro zampe. Posso definirmi il proprietario di una macchina, di una casa, di un qualsiasi oggetto, ma non di un altro essere vivente. Non di Aretha.»
Aretha, sentendosi chiamata in causa, era venuta ad accucciarsi vicino a lui, con il muso sulle sue gambe e lo sguardo da innamorata.
«Hai ragione, ma non credo che chi ha un cane, il termine proprietario, lo usi in quel senso. Io, almeno, non l’ho mai inteso così» Obiettò, perplessa.
Da sotto lo zuccotto nero, gli occhi verde bosco di Simon, sorrisero.
«Sono sicuro che tu non l’abbia mai inteso in quel modo, e forse nessuno di quelli che ha un cane, ma a me proprio non mi riesce di dirlo. Dog sitter mi sembra più appropriato, e poi è quello che nella realtà per loro siamo.»
Angie Rose assentì.
«Stabilito che io non faccio il dog sitter per professione ma solo per amore, tu, invece, cosa fai nella vita?»
«La cameriera ai tavoli, in un ristorante di Brooklyn.» Rispose laconica. 
Con i ragazzi che le piacevano evitava di aggiungere al suo scarno curriculum vitae i suoi studi recitazione e la volontà di diventare un’attrice, perché nelle due storie sentimentali più importanti, al momento della rottura s’era rivelata un’arma a doppio taglio, entrambe le volte accusata “di essere stata una brava attrice”. Insomma di aver recitato. Di aver finto.
«Scommetto che avrai buone mance. Di solito i clienti sono generosi con le cameriere carine.»
Lei rise: «E’ un complimento o sei un esattore del fisco in incognito?»
«Sei molto bella.» Rispose lui serio. «Potresti fare l’attrice o la fotomodella.»
«Ci vuole talento, ed io non ne ho.» Tagliò corto Angie Rose, togliendogli così la possibilità di una replica. Perché gli uomini negli approcci andavano sempre a parare in quel campo? «Ed ora devo proprio andare.» Radunò le sue poche cose sparse a terra e chiamò Hamlet.
Simon rilevò dal cambiamento di tono, che da cordiale s'era fatto brusco, che lei s’era messa sulla difensiva, ma chiederle scusa gli sembrava di avvallare un’intenzione con secondi fini che non aveva mai avuto. Si diede dello stupido a non aver avuto più tatto, perché chissà quante volte, rifletté, le era stato rivolto quell’apprezzamento con finalità più esplicite. Ma ormai il pasticcio era fatto e non gli rimaneva, nel salutarla, che darsi un contegno spontaneo per non incrementare dubbi sulle sue reali intenzioni. «Magari ci si rivede. Aretha e Hamlet, a quanto sembra sono diventati inseparabili. Dico bene, Hamlet?»
Al suo interrogativo il cane diede conferma con una serie di ululati che riscossero l’approvazione di Aretha.
«Certo, magari ci si rivede». Rispose lei in tono asciutto, accomiatandosi.

Angie Rose, prima di salire al suo appartamento, aveva chiesto ad Helen Bennet aggiornamenti sui Collins.
«Proprio stamane, Olimpia è tornata per prendere un cambio pulito per Bob. Andava di fretta, come puoi ben immaginare, ma a quanto pare lui ora sta meglio, respira autonomamente e a breve potrà tornare a casa.»
«Una gran bella notizia, signora Bennet.» Disse Angie Rose sollevata per lo stato di salute di Bob ma anche per il fatto che Olimpia non aveva fatto alcun cenno del furto subito: una conferma delle previsioni di Apache.
A casa, nella segreteria telefonica, trovò il messaggio di Christine Logan che l’informava che Andrew Saint Just non s’era ancora risvegliato, ma dalla tac, però, non era stata rilevata nessuna lesione cerebrale.
Richiamò Christine per avere più dettagli sulle condizioni cliniche di Andrew ma anche per discutere con lei dei dubbi sopravvenuti riguardo le testimonianze rilasciate alla polizia.
«Non è stato un incidente ma un'aggressione. Peter lo ha colpito alle spalle. Lo abbiamo visto tutti. Credo che le nostre dichiarazioni vadano riviste.»
«Io ci andrei cauta a rimettere in discussione l'accaduto. Ad insinuare sospetti. Avremmo tutti da perderci. Noi per primi se i motivi alla base della discussione tra Andrew e Peter fossero resi pubblici, con l’inevitabile coinvolgimento di Hayden. I giornali comincerebbero a parlare di bullismo e omofobia in una delle Accademie più prestigiose dello Stato, e magari si spingerebbe per la sua chiusura. »
«Quindi, secondo te, i metodi di Hayden sono etici? »
«No, sono odiosi, ma nessuno è costretto ad accettarli. A sottomettersi. Chi non tollera il suo sistema è libero di andarsene, come ha fatto Jason, ma senza per questo impedire agli altri di restare.»
«Dimentichi che tutto è nato proprio dalle offese omofobe di Hayden verso Jason. E se Andrew non si risvegliasse più? Continueremo a fingere che non sia successo niente?» Chiese, in tono duro, all'amica.
«Andrew si risveglierà! Ad ogni modo lascerei decidere a lui il da farsi.»
«E nel caso decidesse di denunciare, saresti dalla sua parte?» La incalzò, Angie Rose.
«Ti ho detto come la penso. La tua domanda è solo una provocazione.» Christine Logan riagganciò arrabbiata, senza darle il tempo di controbattere.
Angie Rose rimase male, non se lo sarebbe mai aspettato da Christine un atteggiamento simile, ma immaginò che non fosse la sola a pensarla in quel modo. Dal canto suo se Andrew, uscito dal coma, avesse deciso di denunciare, sarebbe stata al suo fianco. Non lo avrebbe lasciato solo.

domenica 15 novembre 2020

Turchese


E' color turchese, questa alba di Novembre, sfolgorante e lucida nel riflesso d'acqua dei marciapiedi. Polle piovane dove le stelle si rispecchiano opache, e le foglie pigramente galleggiano come anemoni recisi dal serto funebre di Ofelia.

Caldo, nonostante il buio e il silenzio.
Caldo, nonostante sia Novembre.

Il turchese cola tra i rami sfoltiti un ingannevole, liquido riverbero marino, che lacca di vivido azzurro i  portoni e i balconi, e la coda pendula di un gatto di sentinella su una gronda.
Turchese, colore dinamico  che mal si coniuga con i battiti rallentati del mio cuore dal tumulto delle tempie sature dell'eco  dei miei pensieri, che solo la fitta, vorace penombra di un'alba gotica riuscirebbe a ridurre al silenzio, piuttosto che lo sfarzo celebrativo di questo cielo marino che sovrasta la città col suo crudo alone salino.
Colate di vitreo azzurro simili a silenziosi, istantanei lampi verticali, dirompono dal lontano orizzonte, colmando di colore, per una frazione di secondo, gli interni bui delle case da cui emergono, come reliquie scampate al naufragio, il contorno di un mobile; la stoffa di un divano; la cromatura di una lampada; il bianco di una porcellana. 
Oggetti di vita quotidiana strappati alla loro oscura, segreta esistenza, ed impietosamente scaraventati alla deriva di questa insidiosa alba anomala, come quelle scarpine apolidi di donna che gli abissi pietosi hanno restituito alle onde, e le onde alla terra, per una più compassionevole sepoltura. 

Ma pure quegli oggetti mi commuovono, provo empatia per essi come fossero cose vive e sofferenti perché strappati alla ordinarietà della loro funzione e nudamente esposti nella precarietà della loro materia. Contenitori sviliti della loro essenza come della loro anima, semplici strutture di supporto al servizio delle nostre esigenze, pronti a disfarcene ai primi sintomi di erosione, logoramento, ingiallimento.
Anime innocenti. Ed indifese.
Continuo a pensare ad essi come detentori di una consapevolezza, sia pur temporanea, che a noi umani, invece, sfugge. Nessun coltello penetrerebbe il petto di un uomo se non ci fosse la mano di un assassino ad indirizzarlo. Nessun fucile sputerebbe proiettili se non ci fosse l'ordine di un generale ad imporlo. 
Coltello e fucile se ne starebbero a poltrire, placidi ed innocui, in qualche ripostiglio, senza covare intenti malvagi, piuttosto familiarizzando con gli arnesi del contadino o quelli del falegname, e ancor più mitemente se lo sgabuzzino fosse quello di una massaia.

Ho spesso fantasticato quale oggetto vorrei essere semmai un giorno si verificasse una mia trasmutazione e, senza alcun dubbio, direi la cornice di uno specchio.
Una cornice barocca, eccessiva e trasbordante di geroglifici, ghirigori e volute, un intrico da giungla, al centro del quale come un placido lago immoto si spanderebbe la liscia superficie dello specchio. 
Un pezzo artistico, niente affatto informale e dotato di personalità preponderante. Che s'impone.
Una di quelle opere d'arte che prima ancora del nome dello scultore si visualizza la scultura.

Un oggetto magnetico che cattura lo sguardo e lo intrappola nel suo intrico floreale come in un inestricabile labirinto, mentre il riflesso d'acqua dello specchio devia la prospettiva e smarrisce i sensi.
Un oggetto diabolico ma non crudele. Un'enigma.

Un'enigma, come quest'alba turchese che gocciola sulla città naufraga, la sua fredda, aliena incandescenza.

venerdì 30 ottobre 2020

Gina Colombo's Restaurant (cap. 3)

 


 Piani

Olimpia, dalla finestra, aveva visto Angie Rose rientrare, così l'attendeva sull’uscio e, senza darle il tempo di profferire parola, la tirò dentro.
«Devo mostrarti una cosa, ma tu, però, non devi dirlo a nessuno.» Disse cavando fuori dalla credenza della cucina una grossa sacca di cuoio verde.
«Guarda!» Esclamò, mostrandole la montagna di banconote al suo interno.
Angie Rose rimase un momento a fissare stupita quella ricchezza ordinatamente stipata, poi ritrovando la voce, domandò: «Da dove proviene tutto questo denaro?»
«Non lo so. La borsa l’ho trovata stamattina quando sono uscita a gettare la spazzatura. Era sotterrata in una buca nel cortile, ma  forse non troppo in profondità. La pioggia ha smosso il terreno e un manico ne è fuoriuscito. È stato quello che ha attirato la mia attenzione. Ho scavato un pochino e tirato su senza fatica.» Spiegò eccitata Olimpia.
«Evidentemente chi l’ha nascosta aveva una gran fretta. Magari stava fuggendo. Ad ogni modo questi soldi non puoi tenerli, sicuramente sono il provento di qualche malaffare. Devi consegnarli alla polizia!»
A quelle parole, Olimpia indietreggiò, stringendo la borsa al petto: «Cosa dici? Pensavo mi potessi fidare di te. Che fossi mia amica.» Mormorò incredula, guardandola con sospetto.
«Sono tua amica!» Ribadì con fermezza Angie Rose «Ma questi soldi devi consegnarli alla polizia, perché chi li ha nascosti tornerà a riprenderseli e non trovandoli verrà a cercarli qui, in questo palazzo. Stai mettendo in pericolo la tua vita e quella di tutti noi, Olimpia.»
«Questo denaro è un dono della provvidenza. Potrò usarli per un bel po’ di cose, come il trasporto di Bob per trasferirci da Rose in California o da Margareth in Arizona. E ancora ne avanzerebbero per una casetta e una polizza sanitaria per entrambi. Siamo vecchi, non abbiamo troppe pretese.» Poi, guardandola con aria furba, aggiunse: «Ce ne sarà anche per te, se starai dalla mia parte.»
Angie Rose scosse il capo in segno di diniego: «Non miro ai soldi ma a farti ragionare sulle spiacevoli conseguenze che potrebbero scaturire da questa situazione se non li restituisci. Devi portare la borsa alla polizia e devi farlo subito, prima che quelli vengano a cercarla casa per casa. Vuoi far correre rischi anche a Bob?»
«No.» Sussurrò Olimpia, lasciando cadere la borsa sul tavolo.
Sollevata, Angie Rose disse con dolcezza: «Ti accompagno alla polizia. Salgo su a prendere il mio trolley per trasportare la sacca col denaro, daremo meno nell'occhio, e intanto telefono per un taxi.»
Olimpia fece cenno di si, ma quando la ragazza fu sul pianerottolo, chiuse la porta col chiavistello.
«Stai alla larga dalla mia casa o te ne pentirai.» Minacciò da dietro la porta sbarrata

Angie Rose ed Hamlet quella sera giunsero in ritardo al ristorante, dove Gina, Jean Baptiste, Marta e Apache, erano intenti a cenare tutti insieme, come di consueto, prima dell’apertura del locale. Al suo ingresso Marta andò subito in cucina ad apparecchiare il suo posto con le pietanze tenute in caldo, mentre Hamlet le andava dietro festoso, già pregustando i bocconcini in serbo per lui.
«Eravamo preoccupati di non vederti arrivare, perché di solito sei sempre molto puntuale. Tutto bene?» Domandò Gina, alla quale non era sfuggita l'espressione pensierosa nello sguardo. 
«A dire il vero... non troppo.» Rispose, con un sorriso imbarazzato.
Apache si alzò per versarle un generoso bicchiere di vino rosso: «Butta fuori il rospo, piccola.» La spronò,  incoraggiante.
Lei lo guardò con gratitudine, ma scosse il capo: «Ho promesso di non dir nulla.»
«Ok.» Concordò lui, tornando a sedersi «Ma se avessi bisogno di un consiglio o di un aiuto... noi ci siamo.»
«Hai ragione, Angie Rose, la parola data va mantenuta.» Intervenne bruscamente Gina: «Ma se riguarda un problema di cui tu non trovi la soluzione, e di quella soluzione hai invece un disperato bisogno, significa che la faccenda ti tocca personalmente, e rimanendo fedele alla regola del silenzio metti il tuo destino nelle mani dell’altro. Riflettici.» 
Quel discorso, per certi versi duro, basava su una logica rigorosa che portò Angie Rose a considerare sotto una nuova luce l’intera vicenda, perché era vero che quella faccenda la riguardava personalmente, e non era solo il suo destino ad essere nelle mani di Olimpia, ma anche quello di tutti gli altri condomini. Mantenere la promessa l'avrebbe resa sua complice.
Così Angie Rose raccontò la storia della borsa trovata da Olimpia Collins.

«…ho creduto di averla convinta, ma quando sono uscita ha sbarrato la porta con il chiavistello.» Terminò il suo racconto, e poi disse. «Non voglio che le accada nulla di male, ma cosa posso fare? Denunciarla? Non me la sento. Senza di lei, Bob, il marito rimarrebbe solo e  probabilmente finirebbe in un ospizio. Olimpia è una donna perbene ma molto  provata dalla vita, e la vista di tutto quel denaro non la fa ragionare, ma è innegabile che con la sua testardaggine sta mettendo a repentaglio la sua vita e quella di tutti gli altri inquilini.» Concluse angosciata.
«Intanto, finché la faccenda non si risolve puoi venire a stare da me.» Le propose Gina. «Ho una casa grande e spazio in abbondanza anche per Hamlet.» Poi, guardandola negli occhi aggiunse: «Non riuscirei a dormire sapendoti in pericolo quindi prendila come la richiesta di un favore personale.
«Gina ha ragione.» Convenne Marta «Te lo avrei proposto anch’io se a casa mia ci fosse un angolo libero.»
Angie Rose le sorrise grata.
«Ad ogni modo bisogna trovare una soluzione prima che accada il peggio. Una denuncia anonima?» Suggerì Jean Baptiste «E’ una vecchia signora, di cosa può venire incriminata?»
«Di complicità, ad esempio.» Rispose Gina
«Quei soldi non li ha mica rubati lei!» Ribadì Jean Baptiste
«Ma non li ha neppure restituiti. Appropriazione indebita, anche questo è un reato» Sottolineò Gina
«Angie Rose, però, non intende denunciarla, quindi bisogna trovare un’altra soluzione.» Intervenne Marta, riportando tutti al nocciolo del problema.
«Andrò io a recuperare quella borsa.» Disse Apache, che fino a quel momento era rimasto in silenzio. «Scalare l’appartamento di un secondo piano per me sarà un gioco da ragazzi, cosi come entrare in casa dalla finestra, praticando un foro nel vetro in prossimità della maniglia, con l’ausilio di una ventosa ed un diamante. L'anello di Gina  può benissimo fare al caso...e  poi uno sturalavandino…di sicuro ne avremo in cucina.» Guardò Jean Baptiste che parve non aver afferrato il senso della richiesta e lo fissava con aria smarrita.
«Una ventosa.» Specificò Apache.
«Ventouse! Oui oui, bien sur.» Confermò lo chef, con un largo sorriso.
«Perfetto, abbiamo tutto quello che ci occorre, allora possiamo passare... »
Gina lo interruppe «E se chi ha nascosto la borsa si fosse già messo in azione? Se nel frattempo avesse scoperto che è stata Olimpia Collins ad averla?»
«Gina ha ragione, Apache.» Disse Angie Rose «Non sappiamo cosa è accaduto in questo lasso di tempo, e neppure voglio che tu ti ponga in una situazione di pericolo. Domani troverò argomenti più convincenti per indurla ad andare alla polizia.»
«Domani potrebbe essere tardi.» Ribadì lui in tono deciso «Se davvero ti sta a cuore l’incolumità della tua amica non abbiamo tempo da perdere.»
Angie Rose guardò Gina che assenti: «Chiamerò Lucy per sostituirti ai tavoli.» Si sfilò l’anello col diamante che consegnò ad Apache: «Infrangerei con la mia voce quella finestra se fossi certa di non far rumore.»
«Lo so.» Rispose lui, sfiorandole una mano.
«Anche Hamlet è della partita?» Domandò Marta, indicando il cane accucciato ai suoi piedi che sentendosi chiamato in causa aveva aperto gli occhi «Altrimenti posso badarci io. Mi fermo a dormire qui e domattina, in tutta tranquillità, Angie Rose può venire a riprenderlo.»
«Preferirei venisse con noi, daremo meno nell’occhio. Una coppia che porta a spasso il cane non desta sospetti, e magari all’occorrenza Hamlet può esserci d’aiuto.» Suggerì Apache 
«Certo.» Convenne Angie Rose infilando il collare al cane che alla prospettiva di quell’uscita fuori programma, abbaiava festoso.
Jean Baptiste, nel frattempo, era tornato dalla cucina con uno sturalavandino, esibito come un trofeo, che la ragazza occultò nella sua capace borsa

Raggiunsero il Queens in taxi, ma scesero un isolato prima e proseguirono a piedi per non destare la curiosità degli inquilini, in particolare quella di Olimpia Collins, anche se la presenza di Apache al suo fianco non sarebbe passata inosservata, poiché la sua fisicità s’imponeva allo sguardo. Ma questo avrebbe potuto essere un punto di vantaggio, la prova, qualunque cosa fosse successa, o dovesse succedere, della loro estraneità ai fatti, perché la prima preoccupazione di chi vuole commettere un reato è quello di rendersi invisibile, e per Apache, questo, era davvero difficile. Oltretutto la sua zoppia, che volutamente ora accentuava per quella messinscena, lo avrebbe messo al riparo da qualsiasi sospetto di un suo coinvolgimento nel furto.

Giunti al cancello condominiale, Angie Rose guardò verso la finestra del secondo piano sperando di scorgere l’ombra di Olimpia dietro i vetri: quello sarebbe stato l’indizio che tutto era nella normalità. Ma lei non c’era e la luce era spenta, e questo la precipitò nell’angoscia perché Olimpia aveva l’abitudine di tenere sempre accesa una lampada nella camera di Bob. E la finestra era appunto quella.
«Potrebbe essere uscita dimenticandosi di accendere la luce.» Ipotizzò, Apache, per tranquillizzarla.
Angie Rose respinse con forza questa supposizione «Olimpia non esce mai a quest’ora così come non dimentica mai di accendere la lampada in camera del marito. E questo non fa presagire nulla di buono. Andrò da lei per verificare che sia tutto a posto.»
«Mi sembrava di aver capito che non gradisse più la tua presenza, probabile quindi che neppure ti apra.»
«Riuscirò a farmi aprire.» Disse in tono deciso: « E’ una precauzione necessaria prima che tu t’introduca nel suo appartamento. Io e Hamlet andremo a verificare.» Era lei ora a gestire la situazione.
Apache alzò il pollice in segno di approvazione.

Angie Rose salì di corsa le scale fino al secondo piano insolitamente silenzioso senza l’alto volume della radio di Olimpia. Bussò ripetutamente, ma senza esito. Fu l’inquilina della porta accanto, Helen Baker, a darle la notizia che Olimpia era al  Queens Center Hospital perché Bob aveva avuto una crisi respiratoria.
La ringraziò per quella informazione che almeno, al momento, la rassicurava sulla sorte dei Collins: erano al Queens Hospital un luogo di gran lunga più sicuro della loro casa. Scese a comunicare la notizia ad Apache, ed insieme stabilirono che questo facilitava il loro progetto perché nella casa vuota lui avrebbe agito con minor affanno. Seduti ad una tavola calda ripassarono il piano: Apache sarebbe penetrato dalla finestra della cucina che s’affacciava sul cortiletto interno privo d’illuminazione, avvalendosi del sostegno di un alberello ibrido i cui rami più alti quasi toccavano il davanzale della finestra di Olimpia. Una volta entrato avrebbe preso la sacca di cuoio verde nella prima anta in basso a destra della credenza in cucina, perché era lì che Olimpia l’aveva nascosta. Una volta recuperata la borsa si sarebbe diretto alla stazione dei taxi per far ritorno a Brooklyn, dove abitava. Il giorno dopo, in maniera anonima, avrebbe provveduto a recapitare la sacca coi soldi alla polizia.
Lei insistette per una sua partecipazione più attiva al piano: «Non è giusto che sia tu solo a rischiare per un qualcosa che neppure ti riguarda».
«Ma riguarda te». Ribadì lui, senza incertezze.
La ragazza accennò un sorriso che non riuscì, però, a nascondere la sua preoccupazione. Apache se ne accorse e le strinse forte la mano, poi sottovoce e con aria da cospiratore, cercò di rassicurarla: «Tranquilla non corro alcun pericolo perché il nostro piano è assolutamente perfetto.»
«Quasi perfetto.» Lo corresse lei «perché non abbiamo provveduto ad un paio di guanti per non lasciare impronte.»
«Non ci servono. Olimpia non andrà di certo a denunciare la scomparsa di una borsa piena di soldi che non le appartiene ma nasconde in casa. Penserà che gli autori del furto siano gli stessi malviventi a cui lei l'ha sottratta. Piuttosto mi toccherà creare un po' di scompiglio negli armadi per non farle sospettare che sei tu il mandante: l'unica a sapere dove la sacca è nascosta.»
Uscirono dalla tavola calda che era già buio. Percorsero un tratto di strada affiancati, con Hamlet che teneva il loro stesso passo, quasi avesse compreso la complessità del momento. Qualche metro prima del cancello condominiale si salutarono.
Angie Rose perorò di nuovo, appassionatamente, per un suo coinvolgimento nell'azione, ma Apache fu ancora una volta irremovibile: «Durante la mia carriera di stunt man ho scalato grattacieli e profanato finestre, alcune pure in fiamme, quindi cosa vuoi che sia per me arrampicarmi a quella di un secondo piano?» Concluse in tono scherzoso. Poi, tornato serio, la tranquillizzò un'ultima volta: «Andrà tutto come previsto, perché il nostro piano è assolutamente perfetto.»
Lei fece cenno di si col capo. «Promettimi che se qualcosa non fila nel verso giusto troverai il modo di farmelo sapere. Io e Hamlet saremo due sentinelle in allerta.»
«Promesso, piccola.» La rassicurò Apache allontanandosi nel buio.