Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

domenica 15 novembre 2020

Turchese


E' color turchese, questa alba di Novembre, sfolgorante e lucida nel riflesso d'acqua dei marciapiedi. Polle piovane dove le stelle si rispecchiano opache e le foglie pigramente galleggiano come anemoni recisi dal serto funebre di Ofelia.

Caldo, nonostante il buio e il silenzio.
Caldo, nonostante sia Novembre.

Il turchese cola tra i rami sfoltiti un ingannevole, liquido riverbero marino, che lacca di vivido azzurro i  portoni e i balconi, e la coda pendula di un gatto di sentinella su una gronda.
Turchese, colore dinamico  che mal si coniuga con i battiti rallentati del mio cuore dal tumulto delle tempie sature dell'eco  dei miei pensieri, che solo la fitta, vorace penombra di un'alba gotica, riuscirebbe a ridurre al silenzio, piuttosto che lo sfarzo celebrativo di questo cielo marino che sovrasta la città col suo crudo alone salino.
Colate di vitreo azzurro simili a silenziosi, istantanei lampi verticali, dirompono dal lontano orizzonte, colmando di colore, per una frazione di secondo, gli interni bui delle case da cui emergono, come reliquie scampate al naufragio, il contorno di un mobile; la stoffa di un divano; la cromatura di una lampada; il bianco di una porcellana. 
Oggetti di vita quotidiana strappati alla loro oscura, segreta esistenza, ed impietosamente scaraventati alla deriva di questa insidiosa alba anomala, come quelle scarpine apolidi di donna che gli abissi pietosi hanno restituito alle onde, e le onde alla terra, per una più compassionevole sepoltura. 

Ma pure quegli oggetti mi commuovono, provo empatia per essi come fossero cose vive e sofferenti perché strappati alla ordinarietà della loro funzione e nudamente esposti nella precarietà della loro materia. Contenitori sviliti della loro essenza come della loro anima, semplici strutture di supporto al servizio delle nostre esigenze, pronti a disfarcene ai primi sintomi di erosione, logoramento, ingiallimento.
Anime innocenti. Ed indifese.
Continuo a pensare ad essi come detentori di una consapevolezza sia pur temporanea, che a noi umani, invece, sfugge. Nessun coltello penetrerebbe il petto di un uomo se non ci fosse la mano di un assassino ad indirizzarlo. Nessun fucile sputerebbe proiettili se non ci fosse l'ordine di un generale ad imporlo. 
Coltello e fucile se ne starebbero a poltrire, placidi ed innocui, in qualche ripostiglio, senza covare intenti malvagi, piuttosto familiarizzando con gli arnesi del contadino o quelli del falegname, e ancor più mitemente se lo sgabuzzino fosse quello di una massaia.


Ho spesso fantasticato quale oggetto vorrei essere semmai un giorno si verificasse una mia trasmutazione e, senza alcun dubbio, direi la cornice di uno specchio.
Una cornice barocca, eccessiva e trasbordante di geroglifici, ghirigori e volute, un intrico da giungla, al centro del quale come un placido lago immoto si spanderebbe la liscia superficie dello specchio. 
Un pezzo artistico, niente affatto informale e dotato di personalità preponderante. Che s'impone.
Una di quelle opere d'arte che prima ancora del nome dello scultore si visualizza la scultura.

Un oggetto magnetico che cattura lo sguardo e lo intrappola nel suo intrico floreale come in un inestricabile labirinto, mentre il riflesso d'acqua dello specchio devia la prospettiva e smarrisce i sensi.
Un oggetto diabolico ma non crudele. Un'enigma.

Un'enigma, come quest'alba turchese che gocciola sulla città naufraga il suo freddo, alieno incendio incandescente.

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