Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

giovedì 8 agosto 2019

Rebecca (cap. 7)



INTENTI
«Il mio futuro non contempla il matrimonio, per quanto bella e ricca possa essere la ragazza, non ho propensione  per l'intesa coniugale, e di certo la renderei infelice. La mia arte, d'altronde, non abbisogna di molto: uno spazio, gli arnesi per il lavoro, e le mie mani. E di tutto questo già dispongo. Riferite pure all'ottimo Scalavino che sono lusingato dalla sua proposta che però mi sento di rifiutare. E pregatelo che non l'intenda come uno spregio, che per altro sarebbe immeritato, sia nei suoi confronti che in quelli di sua figlia, ma di una mia congenita propensione alla solitudine.»
La risposta di Giandomenico aveva gelato l'allegria della tavolata e ricondotto tutti al silenzio.

«Rifiuti una così generosa proposta senza neppure aver visto la ragazza?» La voce di Mimì tradiva la delusione.

«Il matrimonio non è mai stato nei miei progetti. Voglio prendere i voti, papà, e continuare i miei studi nella tranquillità di un monastero perché non sono tagliato per la vita sociale, né per il ruolo di capofamiglia  »

«Sinceramente, vuoi farti prete per convinzione o per vigliaccheria?» Mimì gli chiese in tono inusualmente duro.

 Questa domanda gli era rotolata fuori dalla bocca prima ancora che riuscisse a riagguantarla e formularla in maniera diversa, consapevole, dopo anni trascorsi nel commercio, dell'importanza della forma e del tono per portare a buon fine una trattativa.
Pratico nel linguaggio degli affari, di cui conosceva codici e codicilli, si muoveva agile su un terreno sperimentato dove pur sapeva, nonostante la sua timidezza endemica, destreggiarsi e farsi valere.
Ma ora quella domanda dal tono perentorio, inusuale per lui, ben volentieri avrebbe ritrattato per non mettere in difficoltà quel figlio che così tanto gli somigliava, nelle luci e nelle ombre, ma che a differenza di lui, però, possedeva il genio: fattore che annullava quelle loro supposte somiglianze.
Così avrebbe dovuto ricordarsi di non stare a trattare con una persona comune (che davvero Giandomenico non lo era) ma con qualcuno di rango diverso e superiore e le cui necessità differivano da quelle prevedibili dei comuni mortali, e armarsi di pazienza per convincerlo a valutare gli indubbi vantaggi della sua proposta, consapevole che quanto più facilmente quei benefici sarebbero risultati al primo sguardo evidenti alle intelligenze più spicce tanto più paradossalmente sfuggivano, proprio a causa della loro apparente banalità, alle menti più complesse.

Questa psicologia esercitata da Mimì Messinese nella sua professione non era piaggeria e neppure una raffinata tecnica coercitiva, ma aveva compreso che mai sarebbe stato uomo d'assalto e quindi, qualora avesse voluto conseguire risultati di un qualche successo nell'impervio campo degli affari, avrebbe dovuto avvalersi di altri metodi, più  morbidi e sofisticati, a lui più congeniali, cosciente che talvolta, per poter avanzare, strategicamente occorre rimanere qualche passo indietro.

 Mimì Messinese si presentava senza infingimenti: la voce pacata e quell'arrossire spontaneo che lo rivelava come uomo timidissimo e schivo, al limite del farfugliamento emotivo, una summa di complessi dietro cui si nascondeva, invece, un uomo perspicace e colto, ma che agli occhi impietosi dei compaesani s'evidenziava solo come una folcloristica macchietta.

Così s'era subito pentito di quella sua domanda irrispettosa, scaturita di getto proprio da lui che mai aveva tentato di metter qualcuno con le spalle al muro, ed ora, invece, facendosi latore di quella allettante proposta aveva, al primo diniego, sovvertito le sue stesse regole a danno proprio di quel figlio del quale conosceva i travagli psicologici da lui ereditati.

«Prendo i voti perché è l'unico modo per me di continuare ad esistere senza dover rinunciare a quello che sono e a quello che al mondo posso dare. Tenermi fuori dai vostri schemi mediante una mia scelta consapevole, e dichiarata, non mi sarebbe possibile, per cui l'unico modo che ho di vivere con coerenza la mia vita, e la mia arte, è quello di ritirarmi da quel palcoscenico dove, mio malgrado, sono stato trascinato, poiché non sarei capace di recitare in nessun altro ruolo se non in quello di me stesso.» Giandomenico, con dolcezza, aveva ribattuto, alla provocazione  del padre.

«Pecchi di superbia, figlio mio.»

«Al contrario, papà, è modestia, questa mia. E della più umile.»

«E questa modestia t'impedisce di conoscer la ragazza in questione?»

«Il fine delle vostre aspettative non è solo quello di una conoscenza.»

«Riconoscerai che nonostante i diritti derivanti dalla mia autorità di padre non ti ho mai imposto nulla, Giandomenico, ma questa volta devo farvi ricorso per non far torto a Concetto Scalavino che s'è mostrato, nel corso degli anni, degno della mia stima e del mio rispetto. Oltretutto egli è il nostro principale fornitore del legno, e sempre ci ha favorito riservandoci un trattamento privilegiato. Lascerò a te decidere, ma solo dopo che avrai conosciuto la ragazza, altrimenti recheremmo un' offesa troppo grande all'uomo che così tanto ci stima.»

«Non mancherò di rispetto al nostro fornitore rifiutando il suo invito a cena, ma non cambierò idea.» Ribadì, in tono tranquillo, il giovane ebanista.

ALLEANZE
Concetto Scalavino e Mimi Messinese avevano instaurato, per via delle proprie attività, cordialissimi rapporti, circoscritti, però, all'interno dei rispettivi uffici, così quello sarebbe stato il loro primo incontro informale. Incontro a cui si sarebbero recati Mimì e Giandomenico Messinese, senza la scorta del resto della famiglia, con la motivazione ufficiale di una cena di lavoro.
Una discrezione, questa, che si sarebbe rivelata utile se per qualche malaugurato motivo la faccenda non fosse andata in porto.

Il mercante aveva organizzato una tavola sobria, di soli quattro coperti, che a quella cena non avrebbero presenziato né la moglie demente e neppure Gemma, addetta alla sua custodia. 
Sorvegliata e sorvegliante sarebbero state relegate nella stanza più lontana da quella dove si sarebbe
svolto l'evento.

Concetto Scalavino avrebbe però dovuto dubitare della docile adempienza di entrambe le figlie ai ruoli da lui imposti per quella cena, piuttosto che intenderlo come un  ritrovato buon senso, seppur sotto minaccia.
 Un grave errore di valutazione questo suo cantar vittoria, che in realtà nessuna delle due aveva intenzione di assecondare quel suo disegno   

 Gemma, defraudata ed usata, s'era chiusa in una sorta di silenziosa impenetrabilità che
aveva reso lieve, come aria, il suo passo e il suo respiro. E la connaturata assenza di odore aveva contribuito a renderla eterea come una presenza ultraterrena, che se non fosse stato per la scia luminosa dei suoi capelli, di lei non ci sarebbe stata alcuna visibile traccia.
Quanto più Gemma andava rendendosi invisibile tanto più Rebecca acquistava materialità non
cedendo e né indietreggiando davanti al cipiglio severo del padre, anzi, dominandolo con la  naturalezza del suo essere.
 Sotto quel suo sguardo, chiarissimo e diretto, Concetto Scalavino si sentiva a disagio, cosicché il più
delle volte era lui a battere in ritirata, con la sensazione che lei potesse leggergli  nel pensiero.
Questa suggestione lo faceva sentire vulnerabile e in un costante stato di all'erta.
Si viveva ormai in stato di guerra dichiarata, ognuno trincerato nella propria postazione e senza ipotesi d'armistizio.

Con la sua sensibilità istintiva, Rebecca, aveva però intuito che perseguire quell'atteggiamento apertamente ostile avrebbe avuto come conseguenza una repressione sempre più dura e più difficile da osteggiare.
Non  poteva espugnare una polveriera munita solo di un coltellino.
Occorreva una strategia di alleanze.
E l'apparente remissività di Gemma e di Rebecca, quella sera era il risultato dell'alleanza clandestina, tacitamene concordata tra loro, anziché la vittoria dei metodi repressivi di Concetto Scalavino.

STRATEGIE
Era ben conscia, Rebecca, che a quella cena nessuno avrebbe recitato, neppure quel Giandomenico Messinese, l'introverso artista dalla buia aura, a lei destinato come futuro marito.
Di lui  si sapeva poco ma si mormorava molto.
Persino suo padre, che ora ambiva a diventarne il suocero, s'era lasciato sfuggire un qualche commento, talvolta impertinente e talvolta compassionevole, con mezze parole e con termini oscuri, cosicché lei pur nutriva una qualche curiosità nei riguardi di quell'ospite illustre e renitente, di cui era nota la scarsa predisposizione all'intrattenimento e ai rapporti sociali.
Così immaginava che anche lui dovesse aver subito pressioni tali da non potersi rifiutare di partecipare a quella cena che volentieri avrebbe disertato.

E questa congettura alquanto la rincuorava, intravedendovi possibilità di strategie alternative.
E forse perfino l'ipotesi di una loro futura alleanza.
Quella sera le veniva offerta la possibilità di stabilire un contatto diretto con lui e l'opportunità di agire in maniera più adeguata, dopo aver valutato quanto fosse consapevole del ruolo che in quella farsa gli era stato assegnato, per osteggiare il disegno del padre.
Non aveva voluto porsi pregiudiziali nei confronti del giovane, cosciente che un'opinione affrettata, e priva di qualsiasi riscontro diretto, avrebbe potuto negativamente condizionarla da subito.
Aveva bisogno di tutta la sua obiettività per capire se il copione che ci si apprestava a recitare intorno a quella tavola sobriamente imbandita fosse opera di uno o più sceneggiatori.

 Così s'era predisposta a partecipare a quella cena svestita di ogni malanimo nei confronti di colui che le era stato designato come marito, indossando il suo abito più semplice e il suo sorriso più onesto.

Encomiabile questa strategia riduttiva di bellezza, messa in opera da una ragazza giovanissima, consapevole di voler lealmente condurre il confronto nel campo della ragione e non in quello della seduzione, che pur consente alle più dotate, e alle più scaltre, di ottenere facili vittorie.
Ma Rebecca, per sua natura, avrebbe rifiutato a priori una siffatta astuzia, l'equivalente della trappola di una buca profonda ricoperta di foglie, dove condurre, attraverso un ingannevole sentiero di petali di rose, l'incauta preda, con lo scopo ultimo di farla cadere nel precipizio.

Troppo leale, Rebecca, per aspirare ad una vittoria ottenuta con l'imbroglio, non avrebbe però avuto alcuna misericordia se davanti alla sua offerta di uno scontro ad armi pari l'altro avesse ceduto alla tentazione dei colpi bassi.

 Rischio che istintivamente aveva presagito non avrebbe corso quando Giandomenico Messinese aveva fatto il suo ingresso nella sua sala da pranzo. E nella sua vita.

lunedì 5 agosto 2019

Rebecca (cap. 6)



REBECCA, LA MUSA
Quella sera stessa, convocate entrambe le figlie nel suo studio, senza avvalersi di nessuna metafora e con tono inappellabile, le aveva edotte sul suo disegno: a Rebecca l'onore del matrimonio, a Gemma l'onere della madre. Scelta basata sulle qualità individuali e non su una preferenza affettiva, aveva precisato, che Rebecca, più disinvolta e intraprendente, s'era rivelata la più adatta a ricoprire il ruolo di moglie di un artista geniale ma introverso, e del quale sarebbe dovuta diventare_  l'alter ego in quanto dotata di un carattere volitivo e molto risoluto, speculare a quello del futuro marito, meno brillante e più vulnerabile.
Poiché tale era Giandomenico Messinese, il giovane in questione, artista geniale ma dalla personalità opaca e inibito da una timidezza endemica, fattori per i quali, se lasciato solo a stesso, sarebbe stato destinato a rimanere incompreso. Ed incompiuto.
Stava offrendo, alla figlia minore, un matrimonio di prestigio e la certezza di entrare nell'olimpo delle muse.
Gemma, invece, durante il periodo del fidanzamento della sorella avrebbe dovuto continuare ad occuparsi della madre, controllarla e prevenirne le bizzarrie, soprattutto quando fosse stata ritenuta necessaria la sua presenza in pubblico. Presenza che sarebbe stata limitata solo alle occasioni ineludibili.
Aveva perfino considerato l'ipotesi di un loro soggiorno all'estero, ma che non era possibile, al momento, mettere in pratica senza destare domande lecite ma inopportune.
Un compito a termine, questo di Gemma, ma di vitale importanza, che s'aspettava venisse compiuto con intelligenza e diligenza, cosicché lo scandalo di quel giorno non si sarebbe mai più dovuto ripetere.
Avrebbe, da quel momento in poi, ritenuto Gemma responsabile di qualsiasi spiacevole accadimento riguardante la madre.

Entrambe lo avevano ascoltato in silenzio fino a quel punto finale che non ammetteva replica né dissenso, e col quale Concetto Scalavino riteneva conclusa quella sua informativa e s'apprestava a congedar le figlie con l'augurio della buonanotte, ritenendo le carte scoperte e i giochi conclusi, certo d'aver vinto, anche troppo facilmente, quella partita di cui ora doveva solo riscuotere la posta, quando Rebecca, con voce ferma, aveva detto: - ma io non intendo sposarmi. -
Il giocatore Scalavino aveva avuto dapprima un sussulto e poi aveva battuto un pugno sul tavolo facendo crollare quel suo castello di carte che s'era ingegnato ad innalzare e che, per un momento, aveva ritenuto inespugnabile.

« Non mi sposo, e non capisco su che basi abbiate potuto fare questi vostri calcoli senza chiedere la mia opinione. Il matrimonio non rientra nelle mie ipotesi di futuro, piuttosto scalerei il monte Olimpo per mio piacere personale, in abiti comodi e a me più congeniali, anziché in quelli teatrali di una musa. Il mio compito, dunque, secondo voi, sarebbe quello di spianare la strada ad un marito geniale ma incapace di riscuoter simpatie, mettermi al servizio delle sue necessità e di quelle della sua arte. E a quelle del vostro smisurato ego. Non mi sposo, prendetene atto e mettetevi il cuore in pace. Che padre siete a pretendere d'imporre ad una figlia il ruolo di moglie e all'altra quello d'infermiera, senza tener conto dei nostri sentimenti? così come di quelli della mamma che voi avete contribuito, col vostro modo di fare, a ridurre alla follia.»

Conconcetto Scalavino, paonazzo in volto, stavolta non era riuscito a contenere l'ira e, battendo un gran pugno sul tavolo, aveva urlato: «Non ti permetto di parlarmi in questi termini! La mia autorità...»

« La vostra autorità non vi dà il diritto di decidere della nostra vita.» Lei lo aveva interrotto, tenendogli testa e per nulla intimorita.

«Sei mia figlia e dipendi da me, in tutto e per tutto. Non dimenticarlo! » Sibilò in tono minaccioso, strattonandola per un braccio.

Ma la ragazza, piuttosto che indietreggiare, lo fronteggiava indomita: «Dipendo da me stessa e da voi meno che da chiunque altro. Non farò la fine delle mie sorelle o, peggio ancora, di mia madre. Cosa potete farmi? Diseredarmi? Accomodatevi! Picchiarmi? Vi consiglio di non farlo. E non perdete neppure tempo a convincermi perché la mia decisione l'ho presa nel momento stesso in cui sono stata partorita. No, non c'è nulla che potete fare per piegarmi al vostro volere. Fatevene una ragione, papà!» 

«Fatevene una ragione, papà.»
Gli aveva sussurrato all'orecchio quell'ultima frase, dandogli il bacio della buonanotte.
Un bacio che bruciava come uno schiaffo.

GEMMA, LA GUARDIANA
Gemma, invece, non aveva proferito parola, né mosso un passo né fatto un gesto: impietrita, aveva seguito con lo sguardo Rebecca lasciare la stanza, e ora che lei se ne era andata quel suo sguardo cercava, inquieto e smarrito, un punto su cui soffermarsi, consapevolmente evitando di guardare verso il padre che, con le labbra serrate e i pugni stretti, tremava di rabbia a stento repressa.
Di quell'ira non esplosa la stanza era satura e lei l'aveva respirata tutta in attesa della deflagrazione che però non era avvenuta nemmeno quando, d'istinto, s'era sottratta al tentativo di una carezza.
Un insulto quella carezza: un subdolo abboccamento a stabilire un'accordo, un'alleanza segreta e, forse, una redistribuzione dei ruoli.
Raggelata e stordita Gemma s'era rintanata nel profondo recondito di se stessa, lontana dalla realtà devastante di quel momento, preda di un'indicibile stupore per quell'umiliazione appena subita, lottando contro le lacrime che orgogliosamente ricacciava indietro.

Le ragazze Scalavino non erano avvezze alle lacrime che pur sono, secondo l'occasione, sintomo di gioia o di dolore, non avendo avuto nella loro ancor giovane, e troppo solitaria vita, vere occasioni per sperimentare la pienezza dei due opposti, ragion per cui se necessariamente s'erano fatte le ossa all'indifferenza affettiva di certo erano delle sprovvedute riguardo la valutazione soggettiva di queste due nuove materie, (nello specifico, il dolore) scoprendo, all'improvviso, la brutalità dei sentimenti e l'impatto emotivo. E le conseguenti reazioni.
Rebecca s'era opposta al progetto del padre con uno stupefacente, provocatorio, savoir fair: l'equivalente di uno sputo in faccia lanciato con eleganza ed ottima mira.
Gemma, invece, era rimasta stordita, in balia di sensazioni sconosciute e dolorose, dove su tutte, però, predominava quella dell'umiliazione infertale da quel padre che s'era dimostrato affettuoso solo per opportunismo.
Totalmente estranea all'ipotesi di un suo ruolo in quel progetto nefando, mai avrebbe accettato di esserne asservita soprattutto in qualità di vittima sacrificale. E consenziente. Iniziava, però, a penetrare i sottili meccanismi di quella manipolazione basata sull'inganno, cinicamente messa in atto da quel padre che, se con una mano elargiva carezze, nell'altra aveva pronto il guinzaglio.


Concetto Scalavino, anche se sconcertato dall'atteggiamento delle figlie, era fermamente deciso a realizzare il suo progetto, riconducendo tutto ad una mera questione di metodo, sicuro che nelle sue figlie il buonsenso, adeguatamente sollecitato dal suo pugno di ferro, sarebbe alla fine prevalso
S'era imposto di mantenere la calma, che le redini a guidar la pariglia ribelle erano salde nelle sue mani, cosicché imporre loro la sella era solo questione di tempo ma alla fine ci sarebbe riuscito, che mai nessun puledro, per quanto recalcitrante fosse, l'aveva mai avuta vinta su un fantino munito di briglie e di speroni.
E comunque informandole sulle sue intenzioni un primo passo lo aveva compiuto.

Quella sera, attraversando il corridoio che conduceva alle camere da letto aveva notato che l'uscio della stanza di Rebecca, dove la luce era già spenta, era ostruito dal cane di casa, apparentemente addormentato, ma che al suo passaggio aveva digrignato i denti ed emesso un ringhio sordo.
Anche dalla porta socchiusa della camera di Gemma non filtrava alcuna luce e, sbirciando all'interno, Concetto Scalavino aveva constatato esser vuota.
Illuminata, invece, era la stanza della moglie che farneticava a voce alta.
Ma non era sola: la voce di Gemma, paziente e decisa, si sovrapponeva alla sua a rassicurarla che mai avrebbe permesso all'uomo nero di salire in cielo e spegnere le stelle.
Scalavino a quella scena aveva sorriso, congratulandosi con se stesso per aver favorito quel legame in cui Gemma, comunque, si dimostrava coinvolta.

UN BUON PARTITO
Anche Mimì Messinese, dal canto suo, s'era predisposto quella stessa sera a dar la notizia ai suoi dell'ipotesi di un matrimonio tra Giandomenico e Rebecca, presentandosi a casa con un enorme vassoio di dolci, nonostante fosse giovedì, in anticipo di ben due giorni su quello che costituiva da sempre il rito celebrativo della domenica.
Quell'innocente trasgressione aveva causato un allegro trambusto, scatenato interrogativi e supposizioni circa l'avvenimento da festeggiare, e ai quali lui, insolitamente loquace, si divertiva a fornire elementi fuorvianti, immaginifici, così da poter giungere al termine della cena con la sorpresa ancora intatta, che avrebbe rivelato al momento del dolce e prima del bicchiere di Marsala.

« La novità riguarda te, Giandomenico, e la possibilità di matrimonio con la figlia minore del nostro fornitore per il legname, Concetto Scalavino. La ragazza è molto bella ed è un buon partito, e il tuo futuro suocero ha davvero grande stima di te. Hai davanti un destino luminoso, ma non sei ancora affermato, e le incognite nel campo dell'arte, soprattutto in quello dell'ebanisteria, sono troppe. Lo sappiamo bene noi che abbiamo visto nella nostra famiglia così tante ascese e così tante cadute. L'ingente dote matrimoniale della tua futura moglie ti garantirebbe quella tranquillità esistenziale con cui tu potrai approfondire i tuoi studi e maturare il tuo talento, preservandoti da ogni compromesso e rendendoti libero nelle tue scelte »

Detto questo, Mimì Messinese s'era sentito d'aver espletato, nel migliore dei modi, un compito alquanto difficile, perché con quel figlio, che pure tanto gli somigliava nel carattere, non vantava alcuna intimità. Ma si capivano allo sguardo e si muovevano all'unisono, e questo aveva cementato il loro rapporto anche senza il collante della confidenza.

Si sentiva soddisfatto di questo discorso a braccio, privo di preamboli e virgolettati, che dai suoi era stato accolto all'inizio con un  silenzioso stupore e poi con esplosioni di gioia nei riguardi di Giandomenico e della sconosciuta Rebecca.

venerdì 2 agosto 2019

Rebecca (cap 5)


CONFIDENZE PATERNE
Concetto Scalavino s'era reso conto d'aver ecceduto quando aveva visto Mimì Messinese terribilmente sbiancare e flettere le ginocchia e, se di riflesso non l'avesse prontamente sostenuto, di  certo sarebbe stramazzato a terra.
Mimì Messinese, la fisionomia stravolta, boccheggiava in carenza di aria e di parole, tant'è che il commerciante aveva temuto un attacco di cuore, e già manovrava a slacciargli il colletto quando l'altro, svincolandosi da quel contatto, lo aveva respinto con le sue deboli forze.
Il buon senso lo aveva indotto a rispettar la distanza imposta e, nel frattempo,- elaborare una strategia per uscire dal cul de sac in cui s'era andato a cacciare.
Mimì Messinese s'era accasciato su una sedia, il volto coperto dalle mani e le spalle scosse da singhiozzi, rattrappito su se stesso, imbambolato, incapace di una parola o di un gesto di rabbia, tant'è che Concetto Scalavino s'era già avviato alla porta convinto d'aver compromesso non solo il suo piano ma pure i rapporti col suo più illustre cliente, quando questi, invece, inaspettatamente gli aveva chiesto di rimanere.

Che suo figlio non riscuotesse simpatia lo sapeva: troppo timido e troppo insicuro, non riusciva a mostrarsi nel verso giusto, tant'è che spesso aveva dovuto presenziare, in sua vece, anche ad eventi importanti, come ultimamente era accaduto con monsignor Galimberti, l'inviato di Sua Santità, perché Giandomenico era stato colto da una febbre improvvisa, causata dall'ansia e da quella sua sensibilità così esasperata.

 «Sensibilità d'artista.» Aveva sottolineato, con solennità, l'altro.

 «D'artista, lo sappiamo io e voi, ma il popolo no. Per la gente Giandomenico è un arrogante, uno schizzinoso, ed ora, dalle vostre parole, anche un depravato. Ma, se  fosse stato vero, Sua Santità gli avrebbe forse commissionato un incarico così prestigioso?»

A quest'accorato interrogativo, Concetto Scalavino, aveva scosso il capo in segno di diniego e ribadito con convinzione: «chiacchiere maldicenti a cui non dovete prestare orecchio. Il popolo si sa è per natura invidioso e se prende in antipatia diventa anche maligno. Don Mimì, Giandomenico è un grande artista e dovete essere fiero di lui. E' questa l'unica verità in cui dovete credere.» 

Messinese, sospirò afflitto: «Fiero lo sono, ma so anche che un talento come il suo avrebbe abbisognato di spalle più forti e di un carattere più prepotente.»

«Una moglie, Don Mimì, è quello che ci vuole per vostro figlio. Una giovane accorta e di carattere,  capace di fare i suoi interessi e di sostenerlo. Ricca, perché un artista deve occuparsi solo della sua arte e non essere afflitto da quisquilie, e problemucci materiali, come qualsiasi altro mortale. E bella, perché la bellezza ispira poesia e un artista vive di poesia. Una moglie metterebbe a posto molte cose. La nascita di un figlio, poi, farebbe zittire le malelingue e donerebbe serenità al nostro artista.» 
Suggerì il mercante, con un gran sorriso ed un'amichevole pacca sulle spalle. 

 «Una moglie...ma chi? Giandomenico non ha mai palesato l'intenzione di sposarsi, né mostrato interesse per nessuna delle giovani di nostra conoscenza. E' così chiuso. Impenetrabile come un riccio.»
L'altro aveva ribadito sconfortato

 «Eppure ci sono donne capaci di trasformare gli aculei del riccio in dita gentili. La mia figlia più giovane, ad esempio, appartiene alla specie suddetta. Odora di femmina, Don Mimì, un profumo da risvegliare i sensi ad un morto, ed un caratterino da far rigar dritto i vivi.»

PROPOSTA DI MATRIMONIO
Concetto Scalavino aveva formulato la sua proposta con lo stesso tono con cui era uso, da decenni, trattare con lui di affari. Don Mimì sapeva per esperienza che se gli proponeva un determinato legname poteva fidarsi ciecamente dei pregi della sua merce, molte volte addirittura di qualità superiore alle aspettative, anche se ora questo suggerimento al di fuori della sfera professionale lo aveva sorpreso, lasciandolo senza parole.
Dal silenzio e dallo sguardo vagamente sperduto dell'altro, il mercante capì che doveva dargli il tempo di elaborare la sua proposta, ma che la cosa si sarebbe risolta, per entrambi, in modo soddisfacente, perché nessuno dei due, in tanti anni di scambi reciproci nel mondo degli affari, aveva mai tradito la fiducia dell'altro. 

«E' una confidenza, questa mia, che solo a voi mi permetto di fare, da padre a padre, dettata dalla stima incondizionata che nutro per voi e per la vostra famiglia, e per Giandomenico in particolare, che merita il meglio del meglio. Ed è proprio quello che oggi, tramite voi, gli sto offrendo.» Aveva detto guardandolo negli occhi.

Mimì Messinese, ancora frastornato, trovò il coraggio di domandare: « ma voi cosa ci guadagnate in tutto questo?» 

 «L'onore grande d'apparentarmi con voi! » Rispose commosso, Concetto Scalavino, porgendogli la mano.

Per il commerciante le cose si stavano avviando nella giusta direzione dal momento che il Messinese non  solo non aveva rifiutato la sua proposta ma, anzi, se ne era dimostrato perfino grato.
Sapeva, Concetto Scalavino, di averlo ora in pugno e che neppure serviva stringere troppo la presa, e così, molto accortamente, aveva disserrato le dita e aperto il palmo affinché l'altro si sentisse fiducioso e a proprio agio. Confortato.

Mani capaci, con le quali aveva materialmente costruito il suo impero e sul quale, finalmente, avrebbe fondato la sua dinastia attraverso il matrimonio morganatico tra la sua piccola "regina in miniatura" e il giovane artista ieratico.
Unione, i cui discendenti, avrebbe avuto il suo stesso sangue e il suo cognome.
 Clausola, questa, che era stata accettata dal Messinese che nutriva altro genere di sensibilità, insieme a quella d'insignire i futuri discendenti anche del cognome materno, gli era sembrato un innocente egocentrismo, che l'usanza del cognome doppio, triplo o a cascata, era un vezzo in uso in molte famiglie di rango, a testimoniare il lustro delle parentele acquisite.

Se per Concetto Scalavino l'unione tra Rebecca e Giandomenico significava l'inizio della realizzazione del suo sogno di grandezza, per Mimì Messinese, invece, sarebbe stata la fine delle maldicenze su suo figlio. Non s'era pienamente reso conto, fino a quel momento, di quanta stanchezza ed amarezza avesse accumulato nel corso degli anni per via degli inganni consapevolmente subiti, delle ipocrisie accettate, dei bisbigli e dei silenzi repentini, delle strette di mano fuggevoli e delle occhiate irridenti.
Ora, finalmente, tutto questo sarebbe cessato.

Con questa certezza s'era avviato verso casa, a passo spedito e le spalle erette, di nuovo in sintonia col mondo, che gli pareva di esser rinato e avrebbe spontaneamente, lui così schivo, condiviso quella sua emozione con chiunque, che era così evidente quel suo inedito stato di grazia, leggibile sulla sua bocca che non smetteva il sorriso, e nel piglio deciso con cui affrontava la strada.
Mimì Messinese captava gli sguardi, frontali e trasversali, in modo nuovo, tant'è che nessuno, tra quelli incrociati, gli era parso canzonatorio o irrispettoso o, peggio ancora, di disprezzo.
Gli sembrava che la Sicilia intera fosse al corrente dell'imminente matrimonio, che è risaputo che le notizie corrono, anche quelle non ancora annunciate, figuriamoci questa sua già formalizzata nei dettagli.
Così non si sarebbe affatto meravigliato se qualcuno lo avesse fermato per congratularsi delle nozze future.

Mentre un rinato Mimì Messinese, soavemente imbaldanzito, s'avviava celere verso casa per compartecipare i suoi alla lieta novella, Concetto Scalavino, invece, volutamente ritardava  il rientro, inoltrandosi su stradine secondarie e poco frequentate, per avere il tempo d'imbastire argomentazioni convincenti da poter far digerire ad entrambe le figlie quella sua decisione, presagendo che non sarebbe bastato il pugno di ferro per imporsi ma che avrebbe piuttosto dovuto predisporsi alla pazienza, per far sembrare gustosa quella pietanza che solo il cuoco trovava appetibile.

UN SEGRETO DI FAMIGLIA
Rientrando aveva invece trovato lo scompiglio, con la moglie che, eludendo la sorveglianza di Gemma, aveva scalato un alberello tra i cui rami s'era appollaiata, con il retino in mano, per la consueta caccia alle stelle.
Legato alla catena, e rischiando a tratti lo strangolamento, il cane lascivo abbaiava impotente e rabbioso, con acuti lancinanti e prolungati, che avevano richiamato un manipolo di cani randagi che premevano alla cancellata con la forza disperata dei loro muscoli denutriti.
Quel trambusto aveva finanche attirato l'attenzione della serva sordomuta che sbirciava dall'uscio della cucina, mentre Rebecca, la gonna avvolta sui fianchi, s'apprestava con agilità d'acrobata a scalare l'alberello dove la pazza s'era rintanata con l'intento di assaltare entrambi i carri dell'Orsa.
Gemma, nel frattempo, s'era munita di uno specchio attraverso cui convogliava i fragili raggi del sole già al tramonto fra le intercapedini dei rami più bassi con lo scopo di creare l'illusione di stelle cadenti, e indurre la madre a scendere dall'albero.
 E ben aveva assolto al compito quell'ingannevole luminescenza, che già la pazza si predisponeva alla discesa, incurante dei graffi inflitti dalle fronde, impavida ed incosciente, non si curava a saggiare la consistenza dei rami a cui s'affidava nella discesa, cieca al pericolo e sorda alle voci che da basso l'incitavano di fare attenzione, indirizzandola, come se lei fosse dotata di una qualche ragionevolezza.
Nell'eccitazione del gioco, però, aveva mancato la presa di un ramo e di certo, sarebbe precipitata se Rebecca non l'avesse prontamente afferrata per un braccio.
...e ancora, sospesa nel vuoto, continuava a scalciare e a reclamare, con voce di bimba, il retino che aveva perduto.

La muta dei cani randagi, che mai aveva smesso di ringhiare, aveva impedito ai curiosi d'avvicinarsi al cancello.
Una fortuna questa, perché lo scandalo della moglie vaneggiante appesa nuda a un ramo, assolutamente doveva rimanere circoscritto al perimetro interno del giardino.
Tranne  le due figlie, e la serva sordomuta, non c'erano altri testimoni oculari.
Non era questo il momento che quel segreto famigliare divenisse pubblico.
Non ora, con un matrimonio imminente e la gloria a portata di mano.
Questo rifletteva assistendo alla scena all'esterno dello steccato, Concetto Scalavino, mentre Gemma, con una coperta in mano, correva a prestare soccorso alla madre e alla sorella.
Oltretutto questa vicenda gli forniva lo spunto per mettere al corrente le figlie del suo progetto, e senza far ricorso alla diplomazia, riguardo al ruolo che da quel momento avrebbero dovuto rivestire.

domenica 28 luglio 2019

Rebecca (cap. 4)



IL CONTURBANTE ODORE DI EVA

Una presenza discreta, quella di Gemma, possibilmente muta e solo se necessaria.
Questo prevedeva la strategia del copione.
Che quella figlia, pur bella quanto l'altra, ma priva dell'odore di femmina, l'aveva designata a badante della pazza.
D'altronde la scelta tra quale delle due figlie sarebbe andata sposa non se l'era neppure posta, perché se fosse stata Gemma, anziché Rebecca, a possedere il conturbante dono dell'essenza di Eva, quel sortilegio profumato e peccaminoso che aveva indotto Adamo a trasgredire, sarebbe stata lei l'eletta all'altare.
Così, Concetto Scalavino, deus ex machina dei destini famigliari, non s'addebitava alcun favoritismo dettato da una preferenza personale, o da un affetto più profondo nei riguardi di una figlia a discapito dell'altra, poiché per entrambe nutriva lo stesso distacco emotivo della paternità abiurata, dove il rancore s'era andato solo, e superficialmente stemperando, dopo la nascita virtuale de "la regina in miniatura", in una tiepida indulgenza che forse avrebbe potuto trasformarsi, con il successo del piano, in benevolenza.
Benevolenza di cui avrebbe goduto anche Gemma.

Dopo questa sintetica, ma ineccepibile analisi auto assolutoria, si sentiva pronto a passare dalla progettazione alla realizzazione del suo disegno, predisponendosi con l'autorevolezza di un regista a stabilire la sequenza dei primi piani, la profondità di campo e, soprattutto, la durata delle battute.
Avrebbe prima curato i dettagli scenografici e poi istruito le sue due attrici, non prendendo in considerazione, neppure come ipotesi, la messa in discussione del copione.

UN VIAGGIO DI SOLA ANDATA
Giandomenico Messinese, nonostante fosse di pochi anni maggiore di Gemma e di Rebecca, sembrava però più adulto, con un principio di calvizie prematura ed un fisico mingherlino, intabarrato, qualunque fosse la stagione, in cupe palandrane odorose di resina.
Aveva però occhi mansueti e profondi, del colore del mare, orlati di folte ciglia setose, e mani d'artista con dita lunghe e polpastrelli sensibili.
La consapevolezza del suo aspetto, che egli reputava poco attraente, lo aveva reso impacciato e balbuziente.
Più simile ad un giovane abate che ad un artista scarmigliato, partecipava raramente agli eventi societari, e questo gli era valsa la fama di arrogante e alienato le simpatie del popolo come quelle dei notabili, che quella sua ritrosia, originata da una timidezza patologica scambiata per alterigia, non concedeva varchi a blandizie di alcun tipo, rendendolo inavvicinabile ma, soprattutto, incorruttibile.
Un'odiosa iattura quella di avere un rappresentante di tale fama e non poterne in alcun modo disporre, perché il giovane maestro ebanista s'era fatto da sé e non doveva nulla a nessuno, se non a quel suo genio ereditato, e da lui maledetto, dacché avrebbe mille volte preferito esserne nato sprovvisto e non dover essere quel Giandomenico Messinese che, al pari di nostro Signore, sarebbe stato costretto a dover trasportare sulle sue fragili spalle, e contro la sua stessa volontà, la pesantissima croce del suo prodigioso talento.
Quel talento lo avrebbe ora condotto a Roma, nella città di San Pietro, dove egli andava segretamente accarezzando l'idea di prendere i voti in un qualsiasi ordine monastico, non per esigenze di fede ma per necessità di sopravvivenza.
Un viaggio di sola andata.

Era questo il progetto che il giovane maestro ebanista andava segretamente meditando.
Avrebbe però prima adempiuto all'impegno contratto con la Santa Sede per la creazione di uno scrittoio e di una cassettiera, arredi  per le stanze private di Papa Pio X.
Sarebbe stata la sua opera ultima.
Sarebbe stato il suo capolavoro.
...poi, senza darne notizia ad alcuno, si sarebbe ritirato in un convento, lontano dalle ipocrisie e dal chiasso del mondo, per ritrovare le ragioni della sua arte, studiare e sperimentare, maturare il suo genio e finalizzarlo ad uno scopo universalmente più grande, non più al servizio della vanità degli uomini ricchi, quelli che potevano permettersi di comprarlo.
Quest'ultima verità, sopra ogni altra, gli riusciva intollerabile, non per una questione di amor proprio ma di pudore violato. Lucidamente si riconosceva come vittima, però consenziente. Continuare ad accettare questo stato di cose lo avrebbe, infine, reso complice.
Non sospettava minimamente, Giandomenico Messinese, che proprio uno di quei ricchi commercianti, che egli così profondamente disprezzava, mirava a comperare non solo il suo nome ma anche il suo gene.

UNA NUOVA IMMAGINE PER GIANDOMENICO MESSINESE
Rebecca e Gemma, al pari del giovane ebanista, proseguivano le loro esistenze all'oscuro dei calcoli che Concetto Scalavino aveva computato con precisione di mercante, certo della qualità indiscutibile della sua merce e del prezzo richiesto, assolutamente irrisorio per un articolo di così grande pregio.
Un affare per l'acquirente, se chi vendeva non era per mera necessità d'incasso ma per la vanità d'allocare la sua merce in una vetrina di maggior prestigio.
Non una svendita, quindi, ma una transazione alla pari.

...così, in ossequio alla prima regola del commercio che da sempre suggerisce la massima discrezione per portare a termine un buon affare, Concetto Scalavino del suo progetto non avrebbe fatto parola con nessuno fino al momento in cui i Messinese lo avrebbero contattato per una nuova fornitura: solo allora avrebbe fatto la sua proposta di matrimonio tra il loro Giandomenico e la sua Rebecca.
Era certo che la transazione sarebbe andata a buon fine, perché la fanciulla non solo era ricca ma era anche bella, e avrebbe contribuito a migliorare la stirpe dei Messinese, prolifica di geni ma non di adoni.

Nel frattempo aveva iniziato a delegare sempre più spesso Gemma, in maniera accortamente casuale, per non generar sospetti, alla custodia della madre, coinvolgendola con tecnica subliminale alla sua gestione, che poi nel breve tempo sarebbe diventata di sua piena, ed esclusiva, competenza.
Le affidava piccoli, ed apparentemente innocui, compiti di dama di compagnia, gratificandola di lodi per l'autorevolezza con cui lei svolgeva tali mansioni.
E con attestazioni di fiducia incondizionata.

Gemma, cucciolo di cane, sensibile a questa nuova agnizione che la gratificava finalmente per la prima volta nella sua vita di un riconoscimento personale di così vasta portata, dove la lode e la carezza erano forse anticipatori di quell'adozione così disperatamente agognata, che aveva rinserrato zanne ed artigli predisponendosi, fiduciosa, ad una resa incondizionata.

 Mimì Messinese lo aveva finalmente contattato per una ingente commessa di pregiatissimo legno di seta e di legno viola, da recapitarsi direttamente a Roma, presso la Santa Sede.
Il carico avrebbe preceduto il giovane maestro ebanista che, preso com'era dalla progettazione dello scrittoio e della cassettiera per Sua Santità, viveva ormai recluso nel suo laboratorio come un asceta, dimentico perfino dei suoi più elementari bisogni.
Questa confidenza, timida quanto inaspettata, era affiorata con un sospiro di preoccupazione dalla voce di Mimi Messinese, insinuandosi abusiva tra cifre e clausole (poche, in realtà, che tra loro due vigeva l'onore della parola data) e inconsapevolmente fornendo al mercante l'opportunità di un alibi introduttivo al suo progetto.

 Mimì Messinese, padre di Giandomenico ed amministratore dell'azienda di famiglia, nutriva nei confronti dell'imprenditore una stima sincera ed illimitata, che se non s'era approfondita in un'amicizia più intima era stato per non venir meno a quella norma dell'etica professionale, e del buon senso, a cui sempre, e senza pentimento, s'era rigidamente attenuto, che saggiamente suggeriva di evitare commistioni tra amicizia ed affari.
Ma quel giorno la preoccupazione era affiorata spontanea nelle parole sommesse di quella confidenza inaspettata con cui, per la prima volta in tutti quei decenni d'intensa collaborazione professionale, s'era d'improvviso imposta come ineludibile, la necessità di condividere un assillo così intimo.
Un atteggiamento inedito per il carattere schivo di Mimì Messinese, ma di cui Concetto Scalavino, passato l'attimo dello stupore, abilmente si accingeva a servirsene per portare l'altro sul proprio terreno, palesandogli il suo progetto come una strategia  spontanea, scaturita dall'empatia suscitata da quel suo scoramento evidente a cui non solo emotivamente partecipava, ma se ne faceva carico, fornendogli una soluzione istantanea, semplice e di buon senso

 ...per Giandomenico, così timido e schivo, una moglie bella, e di carattere, sarebbe stata la soluzione a quei problemi esistenziali di cui Mimì Messinese gli aveva fatto l'onore della confidenza.
Una moglie bella e ricca, la cui ingente dote non solo sarebbe servita a garantirgli la tranquillità indispensabile a poter coltivare il suo talento al riparo dagli assili ineludibili della quotidianità ma, inoltre, avrebbe fugato i sospetti di un matrimonio di convenienza. Quella ricchezza avrebbe attestato il sentimento e non il calcolo, permeando di romanticismo la loro unione e, perfino, positivamente modificato l'immagine pubblica di Giandomenico Messinese, il cui ermetismo congenito gli aveva alienato le simpatie del pubblico e gli entusiasmi della critica. Questa nuova immagine sarebbe andata  morbidamente sovrapponendosi a quella scorbutica ed introversa dell'asociale. Un'immagine  più conformista, e di più facile accettazione, di uomo austero ma di meritata fama e di solidi valori. Una moglie gravida, in ultimo, avrebbe posto fine a tutte le insinuazioni maligne, lesive della persona e dell'onore, e sfatato l'ignobile diceria, dettata dall'antipatia e dall'invidia, che voleva il giovane artista attratto da quelli del suo stesso sesso.

mercoledì 24 luglio 2019

Rebecca (cap.3)



UNA SECONDA IPOTESI DI NASCITA
"Questa bambina, che inebria i sensi con la  fragranza delle mandorle e scalda il sangue con l'entusiasmo della cannella, potrebbe benissimo un giorno, se non corrisposto, spingere un uomo al suicidio".
Era questa la certezza conseguita da Concetto Scalavino dopo aver preso attentamente a studiare la sua ultimogenita.

...e, pur arrossendo di questo pensiero, del quale s'era vergognato come dall'aver commesso atto d' incesto, ne aveva preso però nota, non riuscendo a stabilire se dolersene o rallegrarsene, consapevole che una creatura simile, che andava scoprendo indomita quanto seducente, non poteva avere che impresso nel suo destino un drammatico futuro di gloria, perché è universalmente noto che se la bellezza può con irruenza trascinare all'amore, con altrettanto trasporto può suscitare l'odio.
...e così l'anima del mercante, essendo stata molto più a lungo e con consapevolezza esercitata, aveva preso il sopravvento su quella del genitore, dandosi, in ultimo, perfino dell'idiota per tutti quegli anni passati a dolersi sulla mancata nascita di un erede maschio, quel giovane Concetto Scalavino mai venuto al mondo, il motivo per cui s'era stoltamente precluso, fino a quel momento, ogni altra possibile alternativa.
...e se non fosse stato per lo scandalo casalingo di quel cane infoiato, di sentinella davanti alla camera da letto di Rebecca, egli, forse, non si sarebbe mai degnato di valutare la fortuna che ora gli si palesava dinnanzi come una rivelazione esaltante, pregna di progetti fattibili per realizzare i suoi sogni.

Quella sera stessa, a Rebecca, venne concessa una seconda ipotesi di nascita, ma stavolta, però, a   partorirla sarebbe stato lui stesso, adempiendo all'evento con tutta la partecipazione emotiva, e l'entusiasmo di cui aveva difettato, invece, la moglie.
Come una Dea sarebbe stata espulsa, con forza maschia, ma non brutale, dai lombi paterni, per essere accolta nell'incavo ospitale delle sue grandi mani e rifugiata, poi, al sicuro, sul suo largo petto, in concomitanza della regione del cuore, per ninnarla, dolcemente, con la ritmica cadenza dei suoi battiti.

Ed ecco così esistere, nello stesso tempo, e nello stesso luogo, seppur su due paralleli diversi, Rebecca "la regina in miniatura", appena partorita dal padre, e Rebecca l'adolescente, che dorme nella sua camera, vigilata dal cane domestico in preda agli eccessi di una malia sessuale.

LA REGINA IN MINIATURA
Rebecca, "la regina in miniatura", respirava tranquilla i suoi primi attimi di vita, al sicuro sul petto del padre e protetta dalle sue grandi mani, mentre Rebecca, il cucciolo di lupo, s'era destata all'improvviso, inquieta e con i sensi  allertati, istintivamente presagendo un pericolo.
Ed il pericolo era in agguato fuori la porta della sua camera, sulla cui soglia vigilava il cane lascivo.
Se quella sera Concetto Scalavino malauguratamente avesse osato oltrepassare la porta, il cane, di sicuro, lo avrebbe sbranato.

Reduce da questo suo metaforico parto, quando finalmente, e per la prima volta, aveva assaporato le gioie intime della paternità, il mercante s'era convinto che "la regina in miniatura"sarebbe stata il suo riscatto. La sua rivincita.
Lo strumento col quale avrebbe beffato il suo destino.

Ipotesi ancora in nuce che andava accortamente elaborando attraverso un disegno minuzioso e circostanziale, dove tutte le tessere di quell'ipotetico mosaico avrebbero dovuto essere allocate nel loro alveo naturale, così da risultare strettamente connesse, con precisione millimetrica, da mistificare, anche da vicino, l'inevitabile saldatura del collante e dei chiodi, nella perfetta sintesi di una superficie compatta, liscia e pulita, una trama omogenea e non un meticoloso rammendo: il capolavoro di un maestro ebanista.
...e mentre lo Scalavino artista fantasticava sul tema degli sfondi ove far risaltare al meglio le potenzialità inedite di Rebecca, lo Scalavino mercante, invece, vagliava le conseguenze, in termini di ricchezza e gloria, che ne sarebbero successivamente derivate.
Più di gloria che di ricchezza, che di quest'ultima ne aveva già a profusione.

UN PROGETTO ARDITO
In realtà il progetto che andava elaborando non era impossibile da realizzare, che la materia prima c'era, e della qualità più pregiata, ed avvalendosi delle sue comprovate capacità nel campo degli affari non avrebbe avuto difficoltà alcuna ad immetterla sul mercato e a condizioni, per lui, assolutamente vantaggiose.
L'idea era quella di combinare il matrimonio tra "la piccola regina in miniatura" ed il giovane, talentuoso maestro ebanista, Giandomenico Messinese, la cui fama aveva già travalicato i confini della Sicilia per giungere fino alla Città del Vaticano da dove gli era stata commissionata la creazione di uno scrittoio e di una cassettiera, arredi per le stanze private di Sua Santità, Papa Pio X.

Concetto Scalavino era da sempre il fornitore unico per il legno da cui s'approvvigionava la famiglia Messinese, che vantava un paio di generazioni di ottimi e riconosciuti maestri ebanisti ed ora, tra tutti, Giandomenico, l'enfant prodige, il cui genio avrebbe inesorabilmente oscurato la fama di Giuseppe Maggiolini.
Ne era certo, Concetto Scalavino, che nutriva nei riguardi della famiglia Messinese un sentimento ambiguo di stima e d'invidia per quella progenie feconda di maschi e di talenti destinati a perpetrare, nel corso dei secoli, il proprio nome nella fama, mentre invece, lui, non avendo avuto in sorte nessun erede maschio sarebbe definitivamente morto dopo il suo ultimo giorno di vita.
 Per ovviare a questo, alla stipula del contratto matrimoniale avrebbe preteso come unica, indiscutibile condizione, che ai futuri nipoti venisse imposto, insieme al cognome del padre, anche quello della madre.

Un progetto così ardito da indurlo a non trascurare alcun particolare nella stesura del canovaccio e la distribuzione dei ruoli nel progetto che andava elaborando, perché per questo matrimonio, a differenza di quelli combinati per le altre sue figlie,(affette dalla stessa tara materna che portava a generare solo femmine) nessuno dei quali, però, aveva comportato un suo coinvolgimento così personale e così diretto, tanto da non prendere in considerazione, per il caso specifico, l'eventualità di un inciampo o di un rifiuto, poiché la posta in gioco era il suo diritto al nome e ad una discendenza che degnamente lo rappresentasse.
...fantasticava, Concetto Scalavino, davanti la stanza de "la regina in miniatura", sulla futura progenie di nipoti maschi, dotati del genio del padre e del carisma della madre.
E del suo cognome.

In virtù di quella sagacia che egli pur con molte ragioni s'accreditava, si predisponeva allo studio di una strategia sottile e psicologica, poiché in quel frangente nulla era da trascurare, neppure la demenza della moglie, che lo spauracchio di una tara ereditaria avrebbe potuto costituire valido motivo di rifiuto da parte della famiglia Messinese.
...quella moglie incapace di generare un erede maschio e la cui follia egli, sacrificandosi personalmente, era riuscito fino a quel momento a tener nascosta al mondo, e che mai avrebbe permesso interferisse con quel suo progetto esistenziale.
...seppur si rendeva conto che non avrebbe potuto farla sparire così da un giorno all'altro, relegarla in una struttura manicomiale o domiciliarla in un convento, che la voce si sarebbe inevitabilmente sparsa.
Anche l'assenza da casa, motivata ad esempio con una visita ad un parente, poteva essere solo una soluzione temporanea per quella moglie squinternata, alla quale non c'era verso di farle tenere indosso neppure una tunica, quando invece una camicia di forza si sarebbe rivelato l'abbigliamento più confacente
... e dal momento che era impossibile farla materialmente sparire, Concetto Scalavino aveva stabilito che meno si mostrava meno se ne sarebbe parlato, più facile sarebbe stato rimuoverla dal mondo dei vivi.

A tal scopo aveva drasticamente ridotto il personale domestico ad una giovane cameriera sordomuta, una cuoca part time, ed un factotum delegato a svolgere le  mansioni all'esterno della casa, mentre invece, per l'educazione scolastica delle due adolescenti, era stato ristrutturato un piccolo vano indipendente dalla casa, circondato da alberelli sempreverdi e siepi espansive, allo scopo di limitare, alle istitutrici, la vista diretta sulla casa.
Accortezze comunque puerili, inadeguate, che questo suo progetto necessitava di uno scenografia più convincente, di complici e non di comprimari (in ultimo, non aveva neppure quelli), quando da dietro le quinte avrebbe diretto i suoi attori, ed esposto se stesso solo quando il copione lo avesse previsto.
In questo modo si predisponeva a recitare un monologo spacciandolo per un racconto a più voci.
...eppoi avrebbe dovuto fare in modo che Gemma accettasse la parte che le aveva riservato.
Un ruolo secondario, indispensabile, però, alla riuscita della commedia.

lunedì 22 luglio 2019

Rebecca (cap.2)



CINQUE FIGLIE FEMMINE, PER CONCETTO SCALAVINO,  NON COMPENSAVANO LA MANCATA NASCITA DI UN MASCHIO
E con la follia della moglie aveva dovuto fare i conti, personalmente occuparsene dal momento che le stelle, e tutti gli astri celesti sparsi a miriadi nell'universo, pareva non le dessero tregua, perseguitandola col bagliore delle radiazioni a cui lei opponeva lo schermo nero di una mascherina, rassegnandosi a vivere al riparo di un buio fittizio a causa del quale, come una cieca, andava continuamente a sbattere contro i corpi statici, e quelli in movimento, dell'universo fisico.
Concetto Scalavino s'era così trovato a rivestire il ruolo di angelo custode di quella moglie bislacca che girava vestita solo di una mascherina nera sugli occhi, armata del retino per le farfalle e col quale, dal suo mondo di tenebra, menava, a destra e a manca, incauti, quanto pericolosi fendenti.

E così s'era risolto a svolgere a casa buona parte del suo lavoro, riducendo al minimo anche i suoi spostamenti e contando, per la tenuta dell'azienda, sulla solidità del nome e la fedeltà della clientela.
Gli capitava però di sentirsi spesso demotivato in quel suo lavoro, che pur così tanto lo aveva appassionato, sentendosi defraudato di qualsiasi prospettiva di un futuro cosicché, più di una volta gli era capitato di pensare che se tutto fosse andato in malora ne avrebbe patito solo lui.
Immaginava che diverso sarebbe stato se avesse potuto contare sulla presenza di un figlio maschio, idealizzando la complicità di un rapporto, in quella stessa situazione, perfetto e perfettibile, col passaggio di testimone al compagno di squadra più giovane e più in forma, quello che avrebbe terminato per lui, e nel suo nome, il suo percorso fino al gradino più alto del podio.
Invece, ironia della sorte, si trovava costretto a far da balia ad una moglie ritornata bambina e a quelle sue due figlie che gli risultavano estranee, e alle quali si rapportava in maniera approssimativa, spesso incoerente, poiché di certo loro seppur non lo intralciavano neanche gli offrivano collaborazione.
Su questa riflessione amara riaffiorava come sempre il rancore, per la verità mai sopito, nei riguardi della moglie che, in cambio del benessere e della ricchezza da lui a piene mani elargitele, gli aveva negato quell'unico dono a cui lui aspirava.
Cinque figlie femmine, per Concetto Scalavino, non compensavano la mancata nascita di un maschio

IPOTESI DI SCONFINAMENTO
...anche se il pragmatismo e la consapevolezza, doti prioritarie del suo carattere lo inducevano ora, seppur forzosamente, verso il superamento di questa ennesima delusione che se non poteva ribaltare avrebbe potuto, però, tentare di modificare.

Le tre maggiori avevano contratto ottimi matrimoni, ma nessuna di loro aveva generato un maschio, che per lui sarebbe equivalsa ad una sorta di compensazione, seppur parziale, dal momento che il nascituro avrebbe acquisito il cognome del padre e non il suo.
Matrimoni, quelli delle sue figlie, circoscritti all'ambiente commerciale, così Concetto Scalavino aveva iniziato a fantasticare sull' ipotesi di uno sconfinamento in altri ambiti per conseguire un percorso alternativo verso quella sua evoluzione che aveva immaginato possibile solo con la nascita di un erede del suo stesso sesso, e la cui attuazione, adesso, si trovava costretto a vagliare su procedimenti diversi.
Questo suo progetto, ( non una necessità dal momento che i suoi affari continuavano a prosperare floridi), era anche un modo per tenersi occupato e sfuggire quegli stati depressivi che lo assalivano con sempre maggior frequenza nella casa abitata dalla presenza turbolenta della moglie, e da quella aliena delle figlie.
In virtù di questo nuovo progetto, che direttamente contemplava il coinvolgimento delle due adolescenti, e il tentativo di stabilire con loro un primo vero, difficile contatto, dal momento che entrambe si mostravano genuinamente avulse alle seduzioni materiali così come alla retorica dei sentimenti che, d'altra parte, Concetto Scalavino, pessimo attore, malamente metteva in scena alzando a sproposito i toni e, altrettanto a sproposito, abbassandoli, nell'intento di proporsi in quel ruolo paterno che egli stesso era ben conscio non essere in grado minimamente d'interpretare.

 Queste sue incoerenze generavano scompiglio, nella collaudata convivenza di Gemma e Rebecca, basata sull'autonomia e sul rispetto dei relativi territori, dettami a cui entrambe s'attenevano con la deferenza leale con la quale due soldatesse, che pattugliando i confini dei propri avamposti, si scrutano da dietro le rispettive trincee, senza mai parlarsi, ma consapevoli l'una della presenza dell'altra.
Due soldatesse che non s'erano mai combattute ma che neppure s'erano mai strette la mano, oscuramente trovando in questo loro quotidiano, pacifico fronteggiarsi, una solidarietà che, seppur non s'identificava nell'affetto, di certo radicava nell'empatia
Nella capacità di mettersi nei panni dell'altra.
Entrambe, pur non essendolo, erano cresciute come orfane, nell'indifferenza materna e nel disprezzo paterno, e senza quegli esempi del mondo adulto che contribuiscono, nel bene o nel male, a forgiare lo spirito dei giovani, spingendoli all'emulazione o alla ribellione, stimolando contrasti o armonie, indurendo o addolcendo quei caratteri ancora informi quando, immaturi, subiscono la fascinazione dei prototipi parentali: le bambine emulano la mamma così come i maschietti il papà.
Nulla di tutto questo, invece, era toccato a Gemma e a Rebecca che s'erano industriate, fin dalla più tenera età, a voler esser somiglianti solo a se stesse, poiché gli adulti che gli si paravano davanti sembravano avere la stessa aleatoria consistenza delle ombre cinesi che, per essere visibili, abbisognano di una luce indirizzata e di una parete disadorna.

Somiglianti solo a se stesse, col risultato di esserlo diventate davvero, ed in maniera così radicale che neppure il miglior pedagogo convinto della sua missione, e per di più supportato dall'ausilio di una ferula, sarebbe riuscito ad imporre un cambiamento, e con altrettante scarse speranze di recupero, lasciavano presagire i metodi abborracciati di Concetto Scalavino.

GEMMA, CREATURA INCOMPIUTA
Gemma e Rebecca, nonostante le defezioni genitoriali, non erano cresciute come creature primitive.
O ribelli.
Nessuna delle due propugnava l'anarchia o il sovvertimento dei codici societari, d'altronde non ne avevano bisogno perché entrambe, nei mondi dove regnavano, le regole erano loro stesse a stabilirle.
Fisicamente si somigliavano: non molto alte ma ben proporzionate, i capelli di fiamma, gli occhi grandi e neri, in contrasto con la carnagione chiara, tipica delle rosse che se in Gemma, al pari delle altre sorelle, aveva acquisito i toni sfumati del pallore materno, in Rebecca, invece, aveva i toni luminosi del miele.
E non era solo l'incarnato l'unica differenza evidente, che da quando Concetto Scalavino aveva iniziato ad osservarle più attentamente, le dissomiglianze gli balzavano evidenti agli occhi.

Gemma, maggiore di Rebecca di un paio d'anni, si mostrava trattenuta, avara di sorrisi e di gesti, scivolava silenziosa  tra gli oggetti, e la sua presenza, priva di odore, richiamava quella di una sentinella in avanscoperta in un territorio sconosciuto, che cerca di espletare, nel più breve tempo possibile, la missione affidatele per poter far ritorno in fretta alla sua garitta.
Quell'affaccio da cui poter sorvegliare il mondo mantenendo le distanze.
Eterea e malinconica, Gemma, creatura incompiuta, era forse più bella di Rebecca ma l'estraneità severa verso se stessa, di cui si faceva ornamento, quella corazza che l'aveva protetta dalle delusioni dei respingimenti, col passar del tempo però, le avrebbe imprigionato l'anima.

...perché nell'attimo stesso in cui era fuoriuscita dalla vagina di sua madre, Gemma aveva da subito percepito dalla freddezza con cui era stata accolta, la disgrazia di esser nata col sesso sbagliato. E così era venuta al mondo con le labbra serrate e i pugni chiusi. E la ferma intenzione di non piangere.
La levatrice, allora, le aveva dato dei colpettini leggeri per stimolare col vagito il primo respiro.
Quella sculacciata d'incoraggiamento, professionale ed asettica, era stata la sola carezza con la quale era stata accolta alla vita.

A differenza di Gemma e delle altre sorelle che l'avevano preceduta, e che già al momento della nascita avevano accettato, nella stimmata del proprio sesso, il destino del ripudio, e per questo s'erano apprestate a venire al mondo silenziose ed asciutte, in maniera sbrigativa e senza creare problemi aggiuntivi, consapevoli dell'imbarazzo materno e della delusione paterna, Rebecca, invece, aveva trasgredito gli schemi, nascendo con gli occhi aperti e i polmoni liberi e la voce spiegata: un ingresso da protagonista.
 Femmina. Senza ombra di dubbio.
Né di pentimento.

Ma la differenza inequivocabile, tra le sue due figlie, era nell'odore: al contrario di Gemma che non ne aveva alcuno, Rebecca, invece, inebriava.
Se ne era reso conto, Concetto Scalavino, la sera che aveva visto il cane di casa masturbarsi con lo stesso veemente entusiasmo di un uomo, davanti la porta socchiusa della stanza da letto della sua figlia minore.

sabato 20 luglio 2019

Rebecca (cap.1)


FEMMINA. E SENZA OMBRA DI DUBBIO.
Rebecca era nata in un mondo limitato, vuoto e silenzioso che lei, al momento della sua nascita, aveva provveduto a colmare con abbondanza di capelli e vigorosi vagiti.
Era fuoriuscita dalla vagina esausta della madre, avvolta nel bozzolo rosso della sua chioma, contestando, a pieni polmoni, la sorpresa per quella fraudolenta estirpazione uterina.
La levatrice, con fatica, aveva convinto la mamma ad attaccarsela al seno per metter fine a quel trambusto neonatale, poiché la puerpera, dopo i patimenti del parto, era preda della tentazione del ripudio, consapevole che anche quest'ultima figlia avrebbe subito, al pari delle altre quattro che l'avevano preceduta, la fredda accoglienza paterna.
Ed in sopraggiunta sarebbe di nuovo sfumato lo splendido collier di Boucheron, 2.000 diamanti e zaffiri blu cobalto, pattuito come regalo per la nascita di un maschio.

 Femmina. E senza ombra di dubbio.
La drastica conferma della levatrice aveva scaraventato nel mutismo dell'impotenza il padre della neonata, opulento commerciante nel ramo del legno e con ambizioni d'ebanista, che aspirava alla nascita di un figlio maschio al quale tramandare la prospera attività  famigliare e la sua passione per i mosaici e gli intarsi.
Per lui avrebbe dato vita al più prestigioso laboratorio d'ebanisteria della storia, una fucina che avrebbe indirizzato alla sperimentazione giovani talentuosi tra i quali, ne era certo, sarebbe emerso il nuovo Giuseppe Maggiolini.
E chissà, se dopo tanto sperare e tanto credere e tanto desiderare, come accade nei sogni più arditi,  sarebbe stato proprio quel figlio, battezzato col suo stesso nome, il redivivo Maggiolini.

Ed invece era nata lei, Rebecca, la quinta delle sue figlie. L'unica alla quale non era stato posto, come  alle sue sorelle, il nome di una pietra preziosa, chiamandosi le altre, in ordine di nascita, Agata, Giada, Ambra, e la penultima Gemma. A lei era stato dato, per volere materno a simboleggiare una definitiva rottura con il passato, un nome che suonasse volutamente sgraziato ed estraneo, a confronto con quelli classici e tradizionali che permeavano l'anagrafe di famiglia, a sancire il suo ultimo atto di genitrice. 
Ma la diversità di Rebecca dalle sorelle non era solo nel nome ma anche, e soprattutto, nel carattere che già da quei primi vagiti ne evidenziava le peculiarità, perché a differenza delle sorelle che passivamente avevano respirato la freddezza paterna, rimanendone poi condizionate con identici sintomi fisiologici quali l'incarnato opaco, lo sguardo incerto ed il languore nei gesti lei, niente affatto scoraggiata da quel freddo disinteresse, rifulgeva di luce propria.


UN MATRIMONIO DI FACCIATA
Così, il ricco commerciante di legname Concetto Scalavino, s'era dovuto rassegnare a questa ennesima, sconfortante paternità, quando ancora una volta erano andate deluse le sue speranze di un figlio maschio che gli garantisse la continuità del cognome e quella del commercio.
Questa bambina, però, sarebbe stata anche l'ultimo tentativo, poiché l'utero amaro della moglie s'era dimostrato incapace di generare figli maschi e, oltretutto, le gravidanze ravvicinate l'avevano resa arida al riguardo di qualsiasi persuasione sperimentale, farmacologica o popolana, tant'è che s'era risolta a dormire in un letto singolo e con la porta inchiavardata, ben lontana dalla camera matrimoniale e dalle stanze delle figlie, così ferma nel suo proposito di castità da riuscire, lei così sensibile al potere seduttivo dei gioielli, a restare indifferente all'insidia di una meravigliosa spilla di Tiffany, un sofisticato capolavoro floreale in oro, smalto e gemme preziose, che il marito le aveva proposto in cambio di un' altra gravidanza.
Lo sfavillante bouquet era stato sdegnosamente rispedito al mittente che, profondamente risentito, s'era poi astenuto da qualsiasi altro tentativo di corruzione coniugale, rimanendo comunque fedele a quel matrimonio ormai solo di facciata.
Concetto Scalavino s'era allora acquartierato nei suoi uffici commerciali dispensando la sua presenza casalinga  solo per le occasioni importanti, come le feste comandate e gli anniversari.
O quando necessitava la recita di un'armonia domestica.
Un'armonia così somigliante ad un'educata, vicendevole indifferenza.

Maritate le figlie maggiori erano rimaste le più giovani, Gemma di 19 anni e Rebecca di 17, a suddividersi gli enormi spazi disabitati della casa, senza peraltro contendersi nulla perché estranee l'una all'altra, che niente mai avevano condiviso, neppure il ricordo dell'infanzia recente, quella indelebile memoria che, nel bene e nel male, accomuna nell'appartenenza alla stessa progenie.

Ma quando un giorno, la madre delle sue figlie, s'era affacciata alla soglia della sua camera d'esiliata, completamente nuda e con in mano un retino per farfalle con cui acchiappar le stelle cadenti e i frammenti delle code delle comete, che a suo dire la perseguitavano col loro bagliore esasperato, impedendole il buio e il sonno, mostrandosi refrattaria a qualsiasi ragionevole convincimento che la distogliesse da quella sua bislacca guerra alla Via Lattea, che Concetto Scalavino s'era risolto ad un ritorno stabile in famiglia.

UN CUCCIOLO DI CANE. UN CUCCIOLO DI LUPO.
Rebecca e Gemma, cresciute senza l'ausilio del mondo adulto, abbandonate a se stesse, ignoravano l'arte del compromesso così come le sottigliezze della mediazione e, non avendo cognizione di codici etici a cui far riferimento, incarnavano quanto più d'incondizionato si potesse trovare in creature nate nel secolo moderno dell'industrializzazione.

Un cucciolo di cane.
Un cucciolo di lupo.
Entrambe ringhiavano.
Entrambe mordevano.

Ma, mentre nel ringhio di Gemma, cucciolo di cane, s'intuivano note di pianto, un disperato bisogno d'amore, la necessità di scodinzolare per accaparrarsi una lode o una carezza, la disponibilità, seppur non francamente espressa di un'adozione. La resa incondizionata sarebbe avvenuta, però, solo dopo una lotta non troppo cruenta, quando il cucciolo di cane, sguainati zanne ed artigli, non avrebbe dilaniato la mano protesa in una carezza. Sarebbe stata quella, prima di capitolare, una piccola, quanto indispensabile dimostrazione di fierezza, che avrebbe reso meno umiliante la resa.
 In Rebecca, invece, cucciolo di lupo, l'anarchia, scaturita in parte dall'ignoranza delle regole societarie ed in parte naturalmente congenita nella sua natura, si esaltava come dote preponderante di un carattere impavido, fiero ma non altero, e comprensivo di quella lealtà insita nei temperamenti superiori, dati inconfondibili del pedigree di un campione di razza, che si traduceva nel divieto franco, ed imperativo, di sconfinare nel suo territorio. Un avvertimento schietto che, se disatteso, il cucciolo di lupo non avrebbe esitato nell'azzannare l'improvvido trasgressore.

Concetto Scalavino, aspirante genitore di un figlio maschio, si era trovato così, d'improvviso, a doversi confrontare con quelle sue due figlie a lui assolutamente sconosciute.
Un confronto davvero difficile, questo, che s'era accinto ad affrontare con lo stesso piglio col quale trattava i suoi prosperi affari, basato sulla secolare, e sperimentata transazione, del dare e dell'avere, salvo rendersi conto, quasi da subito, che stava invece imbastendo un fallimento e, soprattutto, che entrambe le figlie, a differenza della loro madre, erano immuni al fascino corruttivo dei gioielli.
Gemma e Rebecca, d'altro canto, non nutrivano ostilità preconcette nei riguardi del padre, quanto piuttosto una sorta d'irridente curiosità davanti a quei suoi palesi, quanto infruttuosi tentativi di corruzione. Una scorciatoia puerile per abbreviare i tempi con cui accreditarsi nel suo ruolo genitoriale, saltando i preamboli della conoscenza e affidandosi, invece, a quella consolidata prassi per ottenere favori e supremazie.
Una procedura sperimentata con successo nella sua lunga, quanto prolifica esperienza di uomo d'affari.

Rebecca, la mia incompiuta


Riprendo a scrivere "Rebecca" la mia incompiuta, il cui primo capitolo l'ho pubblicato, su questo blog, nel giugno del 2013  e l'ultimo nell'agosto del 2017.
Lo riprendo a scrivere non perché sia a corto d'ispirazione su altri soggetti (ne ho ben due, in bozze,  da elaborare) ma perché di "Rebecca" non voglio perderne traccia, che di lei ho amato tutto, perfino la prepotenza con cui s'era proposta, in quel lontano giugno del 2013, alla mia fantasia, con chioma tizianesca e pedigree di lupo.

Scavo sotto la polvere e riporto il mio manoscritto alla luce come fosse un reperto antico, ma che risulta nuovo agli occhi di chi per la prima volta lo legge. E ai miei stessi, che seppur ricordo quasi a memoria ogni suo particolare (e questo mi meraviglia, perché la mia memoria di solito labile cancella facilmente anche l'immediato, l'appena accaduto, o spesso lo rielabora in maniera difforme dall'originale), pur sento l'esigenza intima di riappropriarmene. Di riscoprirlo. Di accarezzarlo con mani d'innamorata. Nettarlo dalle scorie del tempo. Mondarlo dal muschio dell'oblio. Rigenerarlo nella sua stessa essenza.
...così ho riportato tutto nel cassetto delle bozze da dove inizierò l'opera di revisione, e accorpamento dei capitoli, ripubblicandoli ex novo e stavolta molto determinata ad arrivare fino in fondo, per dare a Rebecca un destino finalmente compiuto.

P.S - Unico neo è che nella riscrittura andranno persi tutti i commenti.

lunedì 27 maggio 2019

Una storia amerikana (cap. 5)


IL SOLE A MEZZANOTTE

Una mattinata fredda ma limpida, salutò Scarlett al suo risveglio. C'era perfino un indizio di sole, mentre i marciapiedi di Duluth brulicavano, fin dalle prime ore, della frenetica vita cittadina.
Tornò alla tavola calda dove aveva cenato la sera prima, per bere una tazza di caffè e scambiare due parole con Dorothy.
 Ma lei non era di turno e al suo posto c'era una donna di mezz'età dai modi bruschi.
Non tutti, appena svegli, hanno voglia di fare conversazione, le era venuto di pensare per giustificare i modi poco cordiali della cameriera (doveva smetterla, però, di trovare sempre una giustificazione per tutti, soprattutto ora che non era più obbligata nei riguardi di Bruce)
Chissà come sarebbe stato far colazione con Dylan.
Non riusciva a non pensare a lui. Forse era già in viaggio diretto chissà dove.
Nonostante questa quasi certezza non riusciva ad evitare di guardare ogni uomo sperando fosse lui.
Ma con lo scrambler rimesso a posto le possibilità di un incontro sarebbero aumentate.
Ritrovare Dylan sarebbe diventato lo scopo del suo viaggio.

Freddy, meccanico e boy friend di  Dorothy, armeggiò sullo scrambler, cavando dalle profondità del suo furgoncino ogni sorta di attrezzo e spiegandole i vari interventi a cui lo avrebbe sottoposto. Si capiva che amava il suo lavoro e che ne aveva competenza. In ultimo le aveva perfino tracciato un percorso alternativo alla strada secondaria percorsa con Dylan, e raccomandandole di seguire quell'itinerario, perché sfidare la sorte, dopo aver da questa ricevuto un benevolo avvertimento, non sarebbe stato sintomo di coraggio ma di stupidità. 
Lei seguì il suo consiglio immettendosi sull'arteria principale per tornare di nuovo a Duluth dove avrebbe fatto rifornimento di cibo e di acqua e di un pacchetto di Luky Strike.
L'acquisto delle sigarette trasformava l'ipotesi di un incontro casuale con Dylan in una certezza.
Prima di partire, però, sarebbe passata alla tavola calda a salutare Dorothy.

- Fossi in te aspetterei ancora un giorno prima di partire - le consigliò la giovane cameriera alla quale Scarlett aveva raccontato la storia - c'è sempre la possibilità che lui torni qui a cercarti, perlustrando ad esempio le officine meccaniche. Posso chiedere a Freddy di tenerci informate al riguardo. Rifletti: ha maggiori probabilità lui di trovare te che non viceversa. Ad ogni modo se non tornerà indietro a cercarti credo che non dovresti cercarlo neppure tu. -

Convinta dalla logica di Dorothy, Scarlett decise di rimanere a Duluth ancora per un giorno, rimandando all'indomani la partenza. Avrebbe nel frattempo, però, cercato d'individuare il luogo dove s'era celebrata quella festa privata allo scopo di ricavare qualche indicazione supplementare che la indirizzasse nella ricerca di Dylan. Ma di quella festa, a quanto pareva, nessuno ne sapeva niente.
Una festa privata, rifletté, poteva benissimo sottintendere ad un incontro con una donna.
 Questa riflessione le provocò una punta di gelosia che però respinse. Non aveva alcun titolo di essere gelosa perché lui era un uomo libero e non doveva render conto a nessuno delle sue azioni. Tanto meno a lei, occasionale compagna di viaggio con la quale aveva condiviso un tratto di strada, qualche sporadica confidenza e un attimo di tenerezza.
Così avrebbe seguito il consiglio di Dorothy, concedendosi un giorno d'attesa prima di riprendere il viaggio.

Dylan, nonostante la stanchezza, non gli era riuscito di dormire quella notte, passata in gran parte a contrastare l'oppressione del vuoto che lo aveva colto. In realtà non era quello un sintomo sconosciuto, era accaduto altre volte che lui si sentisse soffocare nonostante lo spazio e l'aria, ma stavolta era stato molto più acuto. Dilaniante. Non aveva paura di morire, ma di morire senza una ragione. Sarebbe potuto cadere dal muro che aveva poc'anzi scavalcato, o venire ammazzato se l'uomo che aveva freddato col suo winchester si fosse reso conto della sua presenza: ipotesi reali derivanti dalla meccanica dell'effetto/causa, e non certo da quel tarlo interiore non definito, ma estraneo al pentimento. Di questo ne era certo. Non uccideva per il gusto di uccidere ma per affermare la giustizia laddove la legge aveva fallito, questa l'unica motivazione per cui impugnava il winchester e premeva il grilletto. All'inizio "cacciatore di taglie" e  "bounty killer" e poi s'era messo in proprio, che rischiare la vita per poche centinaia di euro non valeva la pena (davvero poco pagava lo stato i suoi sceriffi)e così s'era messo al servizio di quelle organizzazioni che perseguivano nobili ideali su sentieri secondari.
E negli anni, Dylan, s'era fatto un nome e una reputazione: una leggenda per gli addetti del settore.
Nessun pentimento e nessuna abiura per quella sua vita. La possibilità di morire per cause di servizio, o per un qualsiasi altro materiale accidente, rientravano nella sua casistica.
Ma rifiutava l'ipotesi di morire per asfissia aleatoria.
Cavò di tasca le Luky Strike e il suo pensiero andò a Scarlett. Sorrise al ricordo.
Lei gli era piaciuta subito, e non solo perché era bella, ma perché nell'intraprendenza e nella volontà di un'affermazione personale, gli ricordava Linda. Entrambe rappresentavano il suo ideale di donna.
Chissà dove era ora. La immaginava in sella alla sua moto, col vento nei capelli, correre verso la libertà. Una libertà molto più vasta che non contemplava una casa, una cucina e un divano. E un uomo.
In quanto a lui si sarebbe preso una lunga vacanza.
Con questi pensieri s'era immesso sulla strada che costeggiava il Superior Lake disseminata di Hotel per turisti, dove in uno di questi avrebbe potuto ristorarsi e rimettersi in ordine. Respinta l'idea di proseguire in autostop, immaginandosi nell'aspetto piuttosto malmesso, ma anche perché quel modo di viaggiare, che pure aveva praticato nei primi anni della sua vita on the road, non era troppo nelle sue corde, perché il passaggio gratis lo pagavi comunque con la conversazione forzata e il prestare ascolto alle storie di chi te l'offriva. Storie noiose, per la maggior parte, e per tanti versi simili. I camionisti e i commessi viaggiatori erano i narratori  peggiori, con quella loro aria perennemente assonnata che si rifletteva anche nel tono delle voci. Quasi sempre il loro racconto verteva sui tradimenti, subiti o inflitti, a causa di quella loro vita fatta di brevi soste e lunghi viaggi. Quasi sempre il loro racconto terminava con il desiderio di una vita stanziale: una casa con una cucina, un divano e una tv. Una vita normale, con la certezza di esserci alle feste di compleanno dei figli, e presenziare con gli amici ai barbecue della domenica.
Era anche quello che aveva perseguito Scarlett e a cui ora anche anche lui anelava, perché di quella sua vita fatta di brevi soste e di lunghi viaggi, cominciava ad esserne stanco.
Un giorno si sarebbe fermato, avrebbe comprato una casa e una macchina da scrivere. E preso un cane. Ne avrebbe adottato uno non addomesticabile, con l'istinto del lupo. Un cane col quale non avrebbe sottoscritto nessun patto di fedeltà ma solo quello di un reciproco riconoscimento.

Dalla finestra della camera del piccolo hotel dove aveva preso alloggio scorgeva il verde baluginio del lago che andava smorzandosi sotto la volta opaca di un cielo avaro di luce e di colori. 
Una notte senza stelle, senza meta e senza sogni.
Una notte randagia, solitaria come le infinite altre trascorse all'addiaccio in attesa dell'alba.
In attesa di rimettersi in viaggio.
Ma quella notte non doveva stare in allerta che nessuno, prima delle prossime quarantotto ore, avrebbe scoperto il cadavere e dato l'allarme. Poteva godersi il tepore della stanza e la morbidezza del letto. Poteva lasciarsi andare all'amarezza di aver rinunciato a Scarlett, per non coinvolgerla in quella sua vita al confine tra il bene ed il male. Vivere su quel confine era stata una sua consapevole scelta di cui s'era assunto la piena  responsabilità, mentre lei, condizionata dal sentimento, l'avrebbe fatta propria sulla cieca fiducia, e che forse un giorno sarebbe stata costretta a giustificare a se stessa prima ancora che al  mondo.
Per questo non le aveva chiesto di restare.
Ma nei suoi sogni l'avrebbe evocata. Nei suoi sogni le avrebbe chiesto di restare.


Quando s'era svegliato il sole stava sorgendo. Un sole maturo, grande e aranciato, simile ad un disco di rame, spiccava alto sulla linea del lago, sullo sfondo del cielo notturno.
Un vero sole, e non l'abile inganno di una luna mascherata, generato dall'incontro clandestino del crepuscolo mattutino con quello serale. E il connubio astrologico aveva dato vita a quel miracolo  e materializzato la profezia di Linda che gli aveva predetto che il suo viaggio sarebbe terminato col sole di mezzanotte.
Quell'oscura predizione l'aveva sempre associata alla sua morte, con l'immagine istantanea di uno sparo e col bagliore di quell'ultima luce sulla linea della notte.
Niente di tutto questo era avvenuto, e quello che andava in scena, invece, era un inno alla vita e alla gioia, che la gente era scesa in strada a  festeggiare quel fantastico sole ibrido che rischiarava il mondo con la sua morbida luce di velluto. Una luce benevola che non feriva i suoi occhi.
Forse, confusa in quella folla, c'era anche Scarlett.
Non poteva averne la certezza ma solo la speranza.
Per concretizzare quella speranza sarebbe tornato a Duluth a cercarla.
Non avrebbe commesso lo stesso errore che aveva fatto con Linda.
Aveva quarantotto ore di tempo per ritrovarla e portarla nella sua nuova vita.