Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

sabato 30 marzo 2013

Particolari secondari

PARTICOLARI SECONDARI
Quando sei qui
volutamente ignoro
i tuoi seni minuti
e  i capelli sottili
e gli occhi limpidi
e la pelle fruttata. 
Particolari secondari
di cui nulla m'importa 
Né mi appartiene 

Nella stanza buia
solo la tua voce di fumo
m'eccita
come nessun'altra carezza
saprebbe mai fare
mentre s'allunga con la mano sfacciata
di una puttana
sul mio sesso
al ritmo imposto dal tuo brano
Lenta
delicata
aggressiva
affamata
di nuovo lenta 
senza però mai struggimento
né abbandono 
a ribadire che per te è solo questione di soldi
e per me solo questione di sesso 

Particolari secondari
perché le uniche cose a cui aspiro
quelle che per me contano
sono nei gesti del tuo muto racconto
e  il mio epilogo nella tua bocca.


giovedì 21 marzo 2013

L'innocenza del male




 


Nasciamo nudi, umidicci e affamati. Poi le cose peggiorano.
(Anonimo)

Son tornati i miei Freaks, all'inizio quasi timorosi poi sempre più determinati a riappropriarsi degli spazi della mia casa e del mio inconscio.
Mi ero ripromessa di non scrivere più nulla di "personale e compromettente" ma come faccio a negarmi questo vis à vis con me stessa se gli interlocutori di riferimento hanno archiviato la storia, che pur ha rimesso in moto tutto il farraginoso meccanismo delle mie  paure, risvegliando persino quei fantasmi che io pensavo esser riuscita a suggellare nella loro ultima dimora.
Ho la necessità di scriverne per smaltire il dolore, e l'inevitabile disistima verso me stessa che prepotentemente si è insidiata, nonostante la riappacificazione e le conferme d'affetto.

Le mie motivazioni sono state davvero recepite nel modo più onesto?
In questa scelta ho tentennato, non è stato facile neppure per me negare l'appoggio, e questo mio  tentennamento può benissimo essere stato interpretato come segno d'ipocrisia ed egoismo.
In realtà ha giocato la paura di un futuro solitario, privo di tutele, ed un ritorno, probabile, a quel punto di partenza da cui tanti anni fa sono fuggita via.

L'innocenza del male, un'antitesi solo apparente che, al contrario, trova realizzazione nella vita reale in tutte quelle azioni in cui non c'è una vera volontà di dolo ma pure la si attua per perseguire una certezza, consolidare una teoria, giustificare un comportamento o, più semplicemente, mettere davanti ad una inequivocabilità che,  partendo da una scelta personale, t'inchioda sotto il fardello di quella responsabilità causa/effetto, per cui quella tua scelta modificherà il destino di qualcun altro.
Scelta egoistica per me stessa che, in parte, materialmente mi salvaguarda, nella precarietà costante, e sempre più pressante, della mia vita attuale, da spettri, veri o immaginari, di un futuro che io percepisco indecifrabile, sempre più vuoto e solitario.

Questa innocenza del male non l'attribuisco unicamente alla mia controparte ma anche a me stessa, perché se sono stati messi in moto meccanismi che era pur meglio rimanessero fermi, io ho, col mio temperamento drammatico, esasperato e dilatato e, alla fine, sceneggiato, secondo il mio stile, in un pathos epocale.
Ci sono però verità che è meglio lasciare nel dubbio, non per pavidità ma per amore.
Di questo ne sono convinta.

E' una vita da poco, questa: una giungla primitiva che non tiene conto degli affetti, delle debolezze e delle paure di chi ci sta accanto.
E, sbrigativamente poi, quando i nervi e gli equilibri son saltati, non si può ridurre il tutto a un "vabbè mettiamo un punto alla storia", "alla fine non è successo niente d'irreparabile", "lasciamo tutto come prima".
No, non è più tutto come prima e qualcosa è successo, sono tornati i miei fantasmi risvegliati da quel dubbio che sarebbe stato più misericordioso lasciare nel suo cono d'ombra e che mi avrebbe fornito un alibi, anche se illusorio, ma salvifico per me stessa e nei miei rapporti col mondo.

L'innocenza del male, che nei miei confronti è scaturita, è stata quella di trascinarmi fuori dalla zona d'ombra del dubbio che pur paradossalmente mi dava un qualche riparo, mettermi davanti ad una situazione che io sola potevo risolvere e che se l'avessi risolta in un modo avrei lodevolmente ottemperato al mio ruolo invece, scegliendo io diversamente, mi toccherà fare i conti con la mia coscienza, proprio in virtù di quel ruolo e dello svelamento del dubbio, e con la supponenza del mondo che si basa prevalentemente sulle apparenze e non sui fatti.
So di certo che questa scelta io la sconterò per il resto della vita, perché ogni volta che ci sarà un problema, una difficoltà grande, mi verrà attribuita una responsabilità, anche se non detta, di sicuro pensata.

L'innocenza del male, dal canto mio, è stata quella di non aver avuto il coraggio di rinunciare ad una tutela per ottenere qualcos'altro.

Le rassicurazioni affettive, ed amichevoli, sono arrivate da quella mia controparte che pur amo immensamente.
Ma, intanto, si è aggiunta al fardello delle mie colpe, vere o presunte, anche quest'ultima.
....e i Freaks sono tornati.
Marilena

martedì 19 marzo 2013

La Dea

  Ti Amo.
Con questa frase iniziano e terminano tutte le mie lettere.
Nel mezzo la descrizione minuziosa della febbrile esaltazione dei miei sensi e della mia mente in un racconto solo sessuale.
Il  "Ti Amo", iniziale e conclusivo, è l'unico romanticismo che concedo alle mie missive.
Un bilanciamento strategico, un' illusione per render più reale, ed eccitante, il gioco.

"Perchè hai tardato a scrivere? Ho atteso la tua lettera come un condannato attende un verdetto di grazia che pur si augura non giunga mai, consapevole che per respirare ho bisogno del nodo scorsoio del tuo cappio"
Eternamente tuo

Lo immagino, stracciare la busta, cavarne il sottile foglio di carta velina ricoperto dai caratteri minuti della mia grafia, intriso dell'odore d'acquamarina del mio pube.
Lo annusa mentre lo stringe tra le mani, caldo e palpitante, piccolo animale lussurioso dal cuore clitorideo.

"Quell'animale femmina che nidifica nel tuo monte di venere e dalle cui labbra segrete mi giunge, ossessivo, il suo mistico richiamo. E il suo voluttuoso odore di caverna, inconfondibile ai miei sensi, di cui ho pregno il sesso, le dita e la bocca. E la mente. Così mi concedo alla tua fantasia. Coscientemente mi lascio sodomizzare da quella tua penna descrittiva, che divinamente usi come un pene di donna a penetrare i miei lombi, già umidi alle tue dita, aperti ed eccitati, pronti a soddisfare i tuoi  desideri clandestini".
Eternamente tuo

"Ti Amo".
Con questa frase iniziano e terminano tutte le mie lettere.
L'unico romanticismo che concedo alle mie missive.
Una strategia di gioco.
Al centro, parole nude e palpitanti.
Parole puttane.
Perché anche una dea ama il mascheramento, e quanto questo è più lontano dalla sua natura più le procura piacere l'oscuro desiderio che la riplasma in un'essenza di carne, affinché la finzione risulti reale, e lei possa assaporare il divino in ciò che è solo umano.

domenica 17 marzo 2013

Quella sporca dozzina


  Sono assolutamente solidale con la "sporca dozzina" del M5S che ha preso posizione, ottemperando al richiamo della propria testa e della propria coscienza, e ha votato il nome del senatore Pietro Grasso e, pur sapendo di rischiare la scomunica e il disonore dell'espulsione dall'esercito crociato di Oberst Kricket (Colonnello Grillo, in tedesco) non ci hanno pensato su due volte ed hanno votato così come la ragione, e la coscienza, imponevano loro di fare.

Ora, se Oberst Kricket avesse davvero le palle dovrebbe non solo chiedere pubblicamente scusa a questi suoi giovani soldatini che di coraggio pur hanno dimostrato di averne, e molto, più di tutta la retroguardia che, ha accettato senza discutere, e forse senza neppure troppa convinzione, l'imperativa consegna, ma proporli per una promozione.

 Non deve essere stato facile per loro, sapendo di esporsi alle ire pubbliche, allo sberleffo e alla gogna del loro rancoroso Kapo che, esattamente, sta dimostrando di conoscere molto bene, e di avvalersi con maestria, degli stessi metodi con cui nel campo avverso, il suo antico, indomito avversario, il Cavaliere, tende a rinserrare le fila del suo belante drappello mercenario.

Nonostante tutto io continuo a fare distinzione tra i due eserciti, perchè mentre in quello del Cavaliere non c'è mai stato nessuno che abbia avuto un moto d'orgoglio e la dignità di alzare la testa, nelle fila di  Oberst Kricket, invece, c'è questo sparuto manipolo ad avere avuto il coraggio di contravvenire a quell'ordine ritenuto ingiusto, e forse disonorevole per la propria coscienza, e marcare così una differenza.

Questa armata Brancaleone, targata M5S, all'inizio mi piaceva, raccoglieva le mie simpatie seppur non condividevo in toto i modi e i principi con cui era amministrata.
 Mi piaceva persino quel suo condottiero scapigliato, incazzato, sudato, ma dotato di sarcasmo, seppur feroce e, a volte troppo sguaiato.
Ma, a quel tempo, sapeva egli stesso ridere prima ancora d'indurre gli altri al sorriso.
Ora non più. Così il sorriso si è congelato in un ghigno.
Ora che s'è espugnata la Fortezza ed i suoi soldatini sono penetrati nei saloni del Castello, troppo ingombri e pretenziosi, effimeri di certo, che la storia non acquista di maggior e più intensa solennità se ad accogliere un ministro c'è ancora, ai tempi nostri, un commesso mascherato da lacchè (quanto ancora durerà la  stupida tradizione per cui degli uomini che si guadagnano lo stipendio devono farlo indossando anacronistiche divise d'altri tempi, segno inequivocabile di una "feudalesimo atavico" che, pur essendo da secoli decaduto,  sopravvive nella forma, a ricordarci che c'è sempre chi sta un gradino sopra di noi)

I giovani crociati alla riscossa del Sacro Graal......ma a che serve un esercito liberatore se non può parlare e convincere del valore della sua causa coloro che, invece, di buon o cattivo grado, continuano ad accettare come tutela di libertà, il giogo imposto dai mercenari dell'altro esercito?

Perchè costringerli alla clausola del silenzio e dell'obbedienza più cieca se il decalogo, a cui ognuno di loro ha giurato fedeltà, si basa sulla consapevolezza di idee ragionate e non su  un indottrinamento forzato e coercitivo?

 Nessuna rivoluzione vera nasce dal silenzio......e una voce unica si chiama dittatura..
Una voce sola inquieta, se parla per tutti,  se il silenzio e l'obbedienza sono imposti come regole su cui si basa l'appartenenza a quella sacra milizia dove sono i soldatini a rischio di morte e non il prode condottiero che dà ordini dalle retrovie, per di più bardato da un'armatura integrale, atta forse a celare il segreto inedito che Brancaleone è in realtà Hitler

Vorrei tanto che Oberst Kricket capisse di star sbagliando strategia e fare un gesto grande, da uomo e da colonnello, chiedere scusa e rendere onore a quella onorevolissima "sporca dozzina".
Forse tornerei a credere che possono esistere anche guerre giuste se, a vigilare che nessuna mano sganci un'altra bomba atomica, ci siano soldati pronti a disobbedire agli ordini.
Marilena

martedì 5 marzo 2013

Nel romanzo di chi vorreste comparisse il vostro nome?




NEL ROMANZO DI CHI VORRESTE COMPARISSE IL VOSTRO NOME?
Cosi titolava il post del 14 dicembre 2012, di Pupy, con al seguito questi due sfiziosi quesiti:

Voi, vi siete mai chiesti in quale libro vorreste che comparisse il vostro nome?

Quale scrittore o scrittrice vi piacerebbe inserisse il vostro nome in uno dei suoi romanzi?


 QUESTO IL MIO COMMENTO
Ovviamente dalla mia scrittrice preferita cioè, me medesima stessa.
Se vuoi inserisco il tuo nome in una delle mie storie, non sono ancora famosa ma prevedo un giorno di esserlo quindi... approfittane :)))))))
Ovviamente scherzo.

 OVVIAMENTE SCHERZO
...mi sono schernita sulla possibilità di essere un giorno famosa (confesso di essere, prima ancora che una scrittrice/blogger, una lettrice famelica ed adorante, assolutamente consapevole della distanza siderale che intercorre tra me e le stelle...non stelle, ma pianeti irraggiungibili che hanno il nome di Gabriel Garcia Marquez e Josè Saramago, Elsa Morante e Jean Paul Sartre, solo per citarne alcuni), anche se la speranza di una fama pur sempre la si coltiva, sia pure che giunga post mortem...insomma, meglio tardi che mai!
Nonostante questa distanza incolmabile perduro ostinata nel gioco della scrittrice, gioco che vivo come un completamento della mia educazione letteraria e da cui traggo spunti immaginifici per improbabili racconti, che hanno lo scopo primario di soddisfare la mia eccentricità di parolaia/autodidatta.

MI SONO SCHERNITA
...mi sono schernita decidendo però di mettermi in gioco.

 L'ISPIRAZIONE
...perché l'ispirazione, riguardo il blog di Pupy, mi aveva già contagiata, e da subito, cosicché all'inizio s'era configurata nei contorni geografici dell'Isola di Atlantide, poi di un megastore, fluorescente ed avveniristico, quindi di una vetrina glamour, ubicata  nell'esclusivo quartiere newyorkese di Soho e poi, in ultimo, nella Cattedrale mimetizzata tra le rocce di un' isola sconosciuta, all'interno della quale si andavano materializzando strabilianti realtà parallele.

REALTA' PARALLELE
 ...ma sono queste che danno vita all'ispirazione, che scatenano la fantasia, che fomentano la voracità dello scrittore a volersene appropriare, personalizzare, redigere con un linguaggio inedito ed originale, attraverso il quale forgiare il proprio marchio d'autore.
...perché nulla s'inventa ma tutto si ricrea.
Una collaudata sinergia questa del dare e dell'avere, anche se chi dà non sempre sa di aver dato e chi prende non sempre rende doveroso omaggio a colui a cui ha preso.
...così tutto sembra nuovo.

COSI TUTTO SEMBRA NUOVO 
 ...come questo mio post, originato dal racconto precedente ed ancor prima da un mio commento ed ancora, alla fonte dell'ispirazione, dal post di Pupy.
Una condivisione, questa.

SENZA QUEL POST DI PUPOTTINA AVREI  MAI SCRITTO UNA STORIA SU UN NAUFRAGIO?
...probabilmente si, ma forse non sarebbe stato un naufragio simile a questo: felice

giovedì 28 febbraio 2013

Un naufragio felice (cap 2)


 UN NAUFRAGIO FELICE
Nel ventre asciutto della Cattedrale
...e ciò che vidi all'interno del portale non ha eguale in nessun'altra regione del mondo, che pure io, viaggiatrice di comprovata esperienza ed avvezza a non stupirmi di nulla, rimasi esterrefatta, per un lungo momento smarrita della mia consapevolezza di naufraga alla mercé di miraggi fraudolenti e terribilmente pericolosi quanto più appaiono veri ed affascinanti.
La stanchezza, la debilitazione e la solitudine, in sinergia hanno il potere di portare alla superficie le follie latenti, materializzare desideri occulti, partorire spettri e resuscitare fantasmi..perché lì, nel ventre asciutto della Cattedrale andava in scena il più strabiliante dei deliri: o il più grandioso dei miracoli: la materializzazione di una realtà parallela.

Una  strabiliante realtà parallela
...e cosi benissimo può accadere, senza grande meraviglia, che soffiando troppo forte un vento d'aliseo possa temporaneamente deviare l'aerea nube dorata su cui Dante Alighieri è assiso a prendere appunti su quella commedia, umana e tragica prima ancora che divina, da cui trarrà immortalità e gloria, alle falde del Monte Cicala, dove un giovane frate domenicano, di nome Giordano Bruno, ancora lontano dallo scempio del rogo, è intento meditare "su, aldilà di ogni apparente limite, vi è sempre qualche cosa di altro".
E così alza gli occhi e vede Dante che a sua volta lo ha scorto, l'uno già assurto da secoli ai fasti del paradiso l'altro, invece, condannato nel suo futuro prossimo, all'inferno degli incompresi, ma che al presente è solo un giovane frate permeato dallo spirito inquieto del libero pensiero, ed ancora ignaro di quanto la filosofia possa rivelarsi per lui mortale.
Si sorridono, scambiandosi opinioni fugaci che da quella zattera celeste, su cui l'Alighieri è per l'eternità delegato a circumnavigare gli oceani delle umani passioni, si trova a maledire l'altezza irraggiungibile a cui la gloria lo ha collocato, impedendogli di fatto la possibilità di un ormeggio e di un dialogo.
Ma eccoli ora, da secoli di distanza, intenti a conversare, il giovane filosofo ed il sommo poeta, che se l'uno fosse nato nel secolo dell'altro forse la storia, chissà, sarebbe stata diversa, seppur ho il sentore che, in ogni caso, il fraticello aveva insito nel suo destino l'inappellabilità del rogo.

"su, al di là dell'apparente limite, vi è sempre qualcos'altro"
...così è che l'assioma aristotelico " su, al di là di ogni apparente limite, vi è sempre qualcos'altro" trova incontrovertibile conferma qui, all'interno di questo portale, dove le epoche s'intersecano attraverso convergenze illusorie, e cosi come è possibile che Dante possa conversare con Giordano Bruno, è altrettanto plausibile che Gustave Effeil abbia potuto chiedere a Leonardo da Vinci consigli d'architettura per la sua Torre di Parigi, e d'ingegneria per l'interno della Statua della Libertà a New York, così come reale è la corte, discreta ma assidua, di Shakespeare a Eleonora Duse, che la vorrebbe tra le sue muse ispiratrici, eleggerla "unica e divina", portandola via a quel D'annunzio che non l'ha saputa nel giusto modo amare.
Nell'interno di questa straordinaria Cattedrale, da oggi assurta a "tempio della memoria viva", l'assioma filosofico di Aristotele pienamente, e felicemente, si conferma come realtà oggettiva e non più solo come affascinante concetto metafisico che, declinando nel teorema matematico de "la meccanica del (corpo) continuo", è in ultimo traducibile nella tridimensionalità moderna dell'ologramma.

 L'umana commedia
...e già fuori la notte schiariva nella luce ialina di un'alba di sale mentre invece all'interno andava esaurendosi quel giorno fatato, calando il buio, come un morbido sipario di velluto a celare la magnificenza del palco, ma solo per il tempo di una breve pausa tra un atto e l'altro, che poi l'umana commedia sarebbe ripresa esattamente dal punto dove s'era interrotta, logica e scorrevole, seppur la trama, a tratti spregiudicata, concedeva un po' troppo alla fantasia, ma pure  il pubblico sarebbe stato disposto a perdonare gli eccessi e le eccentricità dell'autore se ad interpretar la storia c'erano, in qualità d'attori, Dante Alighieri e Giordano Bruno,  Gustave Effeil e Leonardo da Vinci,  William Shakespeare con Eleonora Duse e Gabriele D'annunzio. E la partecipazione straordinaria del grande Aristotele.

Omaggio, infine, ai sognatori felici, che con gusci di noce improvvisano vascelli

Applausi a scena aperta, non per me che ho scritto la trama ma per gli attori chiamati alla recita e che, magistralmente interpretando se stessi, hanno rivestito di lustro questa piccola storia, il cui unico scopo è quello di render omaggio a tutti coloro che hanno brama di libertà e di conoscenza, e rifuggono qualsiasi tipo di catena, che possa essere una fede nuziale o l'imposizione di una dottrina. A coloro che con l'ombrello del proprio ingegno puntano direttamente al cielo, e a quelli che lo sovrastano con la magnificenza della loro arte. Omaggio, infine, ai sognatori felici che con gusci di noce improvvisano vascelli e con quelli si spingono oltre le Colonne d'Ercole, travalicando i confini del mondo conosciuto alla ricerca di nuovi.

domenica 24 febbraio 2013

Un naufragio felice (cap 1)


UN NAUFRAGIO FELICE
 L'approdo
...per un breve istante, una luce turchina illuminò l'oscurità ermetica in cui il cielo, completamente offuscato da nubi, impenetrabili e nere, era piombato. Quel bagliore aleatorio fu però  sufficiente a svelarmi la rassicurante consistenza della terraferma, tanto da indurmi a passar la notte, che pur l'avevo immaginata insonne, a pochi passi da quel relitto che una volta era stato un solido vascello, e dove speravo poter recuperare l'avanzo di qualche mio bene scampato alla voracità dei marosi.
Sfinita, al riparo di una roccia, m'avvoltolai nei miei umidi panni, predisponendomi ad una notte di veglia

Il sogno
...invece, ad onta delle mie pessimistiche previsioni, accadde che m'addormentai e sognai della mia casa di Roma, dell'aereo terrazzo spalancato sul verde luminoso del Gianicolo, con le lenzuola stese, che la dolce brezza di ponente andava gonfiando come vele auriche, pronte a dispiegar la rotta al segnale convenuto dallo sparo del cannone di Castel Sant'Angelo, mentre la mia Capitolina, una lupa irascibile a stento trattenuta da un robusto guinzaglio che lei aveva già in parte dilaniato, abbaiava furiosa, apertamente ostile a quella mia partenza.
Avessi dato retta alla sua furia me ne sarei rimasta tranquilla, al mio lussuoso affaccio, a raccogliere il malizioso omaggio dello stornellatore che m'avrebbe, fra quelle stesse lenzuola, di li a qualche ora, incoronata sua sposa.
Ma aborrivo assoggettarmi al guinzaglio, sia pur d'oro, di una fede nuziale, e al pari della mia lupa Capitolina avrei dilaniato l'amorevole mano che me l'offriva.
Per sfuggire al mio destino di sposa non ebbi altra scelta se non quella del mare aperto.

Il risveglio
...ed ecco, al risveglio, accogliermi un'alba di porcellana sotto l'egida di un sole benevolo, cosicché seppur ancora frastornata dalle vicissitudini del recentissimo naufragio, avrei potuto godere di quell'ottima meteorologia, col favore della quale avrei più serenamente espletato il miserevole, ma necessario, compito di recupero delle reliquie scampate alla tempesta.
 Solo dopo avrei potuto dedicarmi all'esplorazione del mio fortunoso approdo.

La Cattedrale
 ...ma, se malamente  inciampando non fossi ruzzolata lungo il pendio, non avrei notato l'imponente struttura scavata nella roccia viva che, magistralmente mimetizzata nelle trasparenze saline di quel paesaggio di vetro, imbaldanziva vero l'alto, nascosta dalle nebbie ardenti del mezzogiorno.
No, mai avrei scorto, in quel rosso baluginio, la fantasmagorica Cattedrale con l'ultima ogiva che terminava in gloria al centro della vetta, e al cui interno un'aquila dalla testa bianca aveva nidificato.
 Così passai il resto della giornata, incurante della fame e del caldo straziante, ad ispezionare il terreno alla ricerca di quel passaggio, che avrei scommesso sulla mia vita, dovesse esserci.
Una così mirabile opera non poteva esser stata creata col solo intento di una scenografia compensativa per i giri di ronda delle aquile calve.

La porta
...così trascorsi la mia prima giornata di naufraga alla ricerca fallita di un varco d'accesso a quella fiabesca dimora, fino all'ora in cui dovetti cedere agli imperativi del buio e della stanchezza, determinata, però, a replicare per tutto il tempo della durata di quel mio soggiorno forzato.
Decisi di trascorrere la notte nel posto stesso in cui ero, e da dove avrei ripreso, col chiarore del giorno, i miei giri ispettivi.
Esausta, mi raggomitolai in un incavo di roccia, già predisposta alle persuasioni del sonno, quando un bagliore turchino, divampando dalla cima della cattedrale, eruppe in verticale coi filamenti stellari di un fuoco d'artificio, ad illuminare con l'intensità di dieci lune, la porta mimetica della Cattedrale.

sabato 16 febbraio 2013

La Confraternita delle Silvie (cap 2)


Non t'accorgi, Diavolo che sei, che tu sei bella come un Angelo?
(Giacomo Leopardi - Pensieri)

UNA STORIA NELLA STORIA
La baronessa Cherubina Spadaro della Salina di Fragiovanni di Mazzara del Vallo, era nata provvista di una fisicità superba, un carattere indomabile ed un istinto prodigioso per gli affari, tant'è che aveva reso oltremodo prospera quella salina ereditata alla morte del padre, languente ed abusivamente saccheggiata, ripristinando il rigore legale degli affitti e degli interessi alla baronia spettanti, ed incrementando, con mirabile preveggenza, le esportazioni estere, soprattutto verso il Giappone, dove aveva aperto una sede, commerciale e di rappresentanza, che personalmente dirigeva.
Alta, dotata di un'ossatura solida ma armoniosa, un'epidermide compatta nella tonalità rara dell'ambra  brunita, in spettacolare contrasto con la chioma tizianesca e le iridi color dell'acqua.
La testa di Medusa sul corpo di Giunone, come felicemente, e a ragione, ebbe a sintetizzare lo scultore Adamo Tadolini, allievo prediletto di Canova,  per il quale la baronessa aveva posato per diverse sue opere.
Orgogliosa, intraprendente ed indipendente, la baronessa non s'era mai voluta sposare, declinando le innumerevoli offerte di matrimonio, tra le quali anche quella del conte Alessandro Floriano Giuseppe Colonna-Walewsky, figlio naturale di Napoleone Bonaparte.
Figlia unica, alla morte del padre definitivamente affrancata da ogni vincolo parentale, la splendida Cherubina aveva scelto liberamente di spendere la sua vita in quel che più le si confaceva: gli affari ed il piacere.
Una donna spettacolare che, inevitabilmente, s'era attirata la malevolenza e le invidie degli intolleranti che non le perdonavano la sfrontatezza di questa sua scelta spregiudicata, oltretutto premiata da una ricchezza favolosa, frutto dell'acume e non del talamo, e di cui la baronessa ne andava giustamente fiera.
E, nella veste di capitano d'industria, s'era perfino concessa il diritto di fumare pubblicamente i suoi sigari.
Privilegio che le veniva accordato anche nei salotti più formali, in virtù di quel potere accreditato dall'importanza delle sue solide relazioni commerciali, politiche e di letto, cosicché la sua biografia s'andava con gli anni arricchendo di capitoli nuovi, sempre più fantasiosi e piccanti, secondo che a scriver la storia fosse la penna d'un ammiratore o d'un detrattore.
Così, in base agli umori e alla fantasia di quella colta e blasonata platea di
scrittori/lettori/critici/censori, (all'interno della quale si poteva benissimo essere, al contempo, l'uno o l'altro o tutt'uno) la leggenda della baronessa s'era nel tempo ammantata, e poi sempre più consolidata, nell'aura dell'ambiguità, malignamente presupponendo dietro i suoi strabilianti successi commerciali, la benevolenza di un deus ex machina (un potentissimo amante) e, per i suoi sollazzi più privati, la compartecipazione di una qualche oscura fantesca.
Cherubina, al corrente di queste immaginifiche leggende, mai s'era presa il disturbo di smentirle e schiettamente ne rideva, riducendo a commedia quello che le male lingue avrebbero desiderato veder tramutare in dramma.
Solo una volta s'adirò, giungendo beffardamente a sfidare a duello, dopo averlo pubblicamente schiaffeggiato col suo lungo guanto di raso viola, l'artefice di un articolo infamante, schernendolo con "esigo le vostre scuse pubbliche o altrimenti mi vedrò costretta a sfidarvi a duello all'ultimo sangue, e dovrete battervi con me, una donna, e state pur certo, che non sarò io a soccombere se davvero sono quella che descrivete nel vostro abominevole pamphlet: una diavolessa dispotica, tentatrice e turlupinatrice. Vi avverto che userò la spada allo stesso modo in cui voi usate la penna: senza regole. Non vi sfido per salvaguardare il mio onore di donna, che è una mia privatissima questione, e se ho scelto di non doverne dar conto ad un marito non vedo perché dovrei discuterne con voi, che per me siete meno di uno zero, ma  trovo odioso il dubbio insinuato sull'onestà dei miei commerci, e quella si è una mia reputazione pubblica da voi impudentemente infangata, che solo la ritrattazione del vostro articolo, e le pubbliche scuse, potranno lavarne l'onta e limitare i danni. Esigo quindi le vostre scuse ufficiali, e che siano convincenti o pretenderò la soddisfazione delle lame, E se ipotizzate che io abbia paura, o questa sia solo una farsa, ricredetevi, perché io non sono di quelle che si spaventano alla vista di un  topo e ancor meno di uno scarafaggio!"
Questa sfida, che destò grande scalpore, enormemente accrebbe la leggenda della baronessa e commosse, risvegliando l'impeto cavalleresco che ancora albergava negli animi più nobili, così Cherubina trovò schierato ai suoi piedi un drappello di ammiratori  pronti a battersi per il suo onore.
Tra questi c'era anche il barone Giacomo Niccolò Denti Drago.

UN GIORNO SENZA SEGRETI

Il piacere, che sappia di nettare o di veleno, per essere fino in fondo gustato, non va diluito né mai con altro mescolato.
(Giacomo Niccolò Denti Drago - Pensieri)

Non t'accorgi Diavolo, che tu sei bella come un Angelo?
Con questa frase, plagiata al Leopardi, il giovane barone Giacomo aveva approcciato la baronessa Cherubina, di diciotto anni più vecchia di lui, ma ancora raggiante nella gloria piena dello splendore fisico della maturità.
Il barone s'era innamorato, seduta stante, della donna e della sua leggenda.
Ma non era stato così per lei che in quel giovane scapigliato, e di aspetto piacevole, non aveva ravvisato nessuna particolare prerogativa che lo distinguesse da tutti gli altri suoi ammiratori.
Amaro destino quello di questa donna capace di sconvolgere il cuore e la mente degli uomini, infettandoli col morbo insidioso della passione irreversibile, ma risultandone lei, invece, assolutamente immune.
Così aveva trascorso tutta la vita nell'attesa di un uomo in grado di contagiarla, ingannando il tempo con amanti temporanei, nessuno dei quali destinato ad esser l'eletto.
Nobili, artisti, commercianti, togati, perfino un alto prelato che per lei volentieri sarebbe precipitato nelle fiamme dell'inferno, s'erano succeduti nel suo letto, sostandovi solo il tempo bastante alla baronessa di capire che lo sbadiglio del risveglio s'era tramutato in quello della noia.
Senza tentennamenti, allora, rompeva la relazione.
 Con Giacomo, invece, non si compì mai la rottura, perché la baronessa, imbarcata sulla nave "Esperia" per uno dei suoi consueti viaggi commerciali in Giappone, perì insieme ad altre centinaia di passeggeri in un apocalittico naufragio nei pressi dell'Isola di Honshū.

Se per la baronessa era stato solo uno fra i suoi tanti amanti, per lui, invece, lei sarebbe rimasta l'unica che avrebbe invocato col suo nome di battesimo, quando tutte le altre, invece, s'erano dovute piegare alla ragione poetica del nome condiviso.


E così ecco tutte le Silvie adunate sotto il portico baronale, nel giorno della celebrazione funebre, con gli occhi lucidi e i fazzolettini per asciugar le lacrime, che si studiano con curiosità e malizia, ma senza nessuna ostilità.
La più anziana delle presenti è una Silvia che ha già da un po' oltrepassato i sessant'anni, la più giovane è una francesina venticinquenne che il barone aveva ribattezzato Petite Sylvie, e di cui la madre, decenni prima, s'era rivelata una delle Silvie più appassionate ed intraprendenti, così che anche la sua figlia più giovane è stata sedotta da quell'uomo da romanzo che l'ha conquistata con le premure di un nonno e il fascino dell'affabulatore.
Petite Sylvie piange lacrime doppie, anche per sua madre impossibilitata ad affrontare il viaggio in Italia.
Prima di quel giorno le Silvie non si sono mai incontrate, paghe di far parte della leggenda hanno saputo evitare, con provvidenziale buon senso, di usare le armi femminili dell'intrigo per violare l'identità delle altre.
Protagoniste consapevoli di storie parallele, che il segreto del barone era da anni stato svelato, anche se loro hanno finto d'ignorarlo e pazienti hanno atteso che le scegliesse per battezzarle col nome di Silvia, ed entrare nella leggenda prima ancora che nel suo letto.
Hanno dormito avvinghiate allo stesso uomo e nelle stesse lenzuola, e questo le rende complici, depositarie di un segreto comune che ora possono finalmente condividere.
Si scrutano, si sorridono, si riconoscono sorelle, e le voci, all'inizio timide, s'alzano di tono, si accavallano e si rincorrono, in un chiacchiericcio, animato ed amichevole, che si espande e tintinna come il ghiaccio nei bicchieri.
Ghiaccio che s'è rotto in una risata scaturita da una confidenza sussurrata dietro un ventaglio, ma che immanente si propaga e coinvolge tutte, perché tutte fanno parte, quel giorno, della stessa storia.
Come i fiori di un variegato bouquet, così dissimili nei colori e nei profumi, ma tutti germogliati dalle amorevoli e pazienti mai dello stesso giardiniere che, intimamente apprezzando ogni singolo fiore nell'unicità irripetibile della propria bellezza, ha saputo rifuggire dalla tentazione sperimentale dell'ibrido.

Perché il piacere, come soleva ripetere il barone, che sappia di nettare o di veleno, per essere fino in fondo gustato, non va diluito né mai con altro mescolato.

mercoledì 13 febbraio 2013

Ditelo con un bacio!



Il sesso senza amore è un'esperienza vuota, ma tra le esperienze vuote è una delle migliori. 
(Woody Allen)

 BUON SAN VALENTINO!

lunedì 11 febbraio 2013

La Confraternita delle Silvie (cap 1)


UNA SCELTA FILOSOFICA
 Finita la cerimonia funebre, tutte  le Silvie s'erano adunate sotto l'ombra misericordiosa del portico a sorseggiar limonata ed acqua all'anice per smorzare la sete e rinfrescare il ricordo dell'uomo appena sepolto, prima che il sole impietoso di quel torrido pomeriggio di Luglio potesse da subito, ed irrimediabilmente, sbiadirne i contorni.

Le donne adunate all'ombra del patio in realtà non si chiamavano tutte Silvia, fra loro c'era perfino una Efigenia ed una Stuarda, anche se di  battezzate con quel nome se ne sarebbero potute contare, in altri tempi all'interno di quella cerchia, almeno una decina, ma all'epoca in cui si svolge la storia ne erano rimaste soltanto quattro. Erano le altre, quelle che non si chiamavano Silvia, ad esser state ribattezzate dal barone Giacomo Niccolò Denti Drago, l'uomo che ora stavano commemorando, e con ognuna delle quali aveva avuto nel corso della sua lunga,  ed intensa vita, una storia d'amore.

C'è da raccontare che il barone Giacomo Niccolò Denti Drago era stato fin dalla culla indirizzato dalla madre, la baronessa Eugenia, al culto della poesia romantica, poiché ella era infervorata dei versi di Byron, Shelley, Chateaubriand ma, su tutti, dell'italiano Giacomo Leopardi, e tanta era la sua predisposizione, il suo fanatismo intellettuale verso il poeta/filosofo che, contravvenendo all'usanza universale dell'aristocrazia che imponeva al primogenito la continuità del nome paterno, ottenne il consenso di poterlo battezzare col primo nome di Giacomo.

La baronessa venne assecondata in questa sua esaltazione intellettuale, e secondo verificate testimonianze dell'epoca, alla deriva del fanatismo mistico, tant'è che aveva definitivamente adottato per sé stessa  il nome di Silvia, e con quello era appellata.
Tutto questo le era valsa la fama d'eccentrica (che se si fosse trattato di una qualunque e non blasonata, sarebbe stata, con termine più schietto, definita matta), a discapito della sua vasta, raffinata cultura illuminista, da lei acquisita sulle orme del Leopardi.

Ma il giovane Giacomo era destinato a tradire le aspettative di sua madre che avrebbe invano agognato, per tutta la vita, di vedere il nome di suo figlio ascritto tra i grandi, nel firmamento stellato della poesia, ma che s'era rivelato invece possedere un carattere godereccio, brillante e malizioso, niente affatto tormentato.
La natura assolutamente pagana del barone Giacomo Niccolò Denti Drago mal si sposava con l'immagine confacente ad un poeta, in aperta, per di più in aperta e dichiarata contrapposizione con il pensiero del Leopardi secondo cui "il piacere non è assoluto né infinito, ma che anzi non esiste se non come mero concetto"
Così come la baronessa avrebbe trascorso gran parte della sua vita ad impegnarsi a dare lustro alle tematiche leopardiane, allo stesso modo, e con lo stessa energia, suo figlio Giacomo avrebbe operato nel senso opposto, adoperandosi a smentirle, dimostrando che il piacere, definito dal poeta "una pausa dall'affanno, breve momento di assenza del dolore, atto a ripristinare una momentanea vitalità", poteva invece, e con soddisfazione, essere assurto a modus vivendi.

 Il più solido piacere di questa vita, è il piacere vano delle illusioni.
(Giacomo Leopardi)

UN SOLO NOME
Smentire il pensiero filosofico del Leopardi, accumulare prove incontrovertibili per avvalorare, invece, le sue tesi esistenziali che procedevano in senso opposto, fu questa la missione a cui si dedicò con encomiabile  perseveranza il barone Giacomo Niccolò Denti Drago, con brillantissimi risultati e con la soddisfazione reale di  potersi definire "un uomo che non ha affatto sprecato la sua vita".

Il sorriso sul volto disteso, l'espressione ancora bella e così lontana dalla vecchiaia nonostante gli anni, e tanti, che lui vezzosamente si diminuiva in quel gioco societario dove rivestiva da decenni, e sempre con gran successo, il ruolo dell'abile cacciatore di farfalle, che tra i damaschi e i cristalli dei salotti più alla moda, s'avventurava a catturare le più splendenti dame dell'aristocrazia, quelle che con il nome del casato avrebbero riempito con la prosopopea della firma, interi righi e abbisognato persino di qualche a capo, se egli non avesse chiesto loro, come atto d'amore, di riassumere l'intera genealogia nel nome unico di Silvia.

Questa strategia, per nulla innocente, aveva lo scopo primario di evitare al barone d'appellare sbadatamente col nome di un'altra l'amante di turno, poiché non di rado accadeva che egli dovesse gestire più storie in contemporanea.

Ovviamente, all'inizio, nessuna delle Silvie sapeva dell'esistenza delle altre, ma poi, quando il segreto fu noto, si permise al barone di continuare in questo suo gioco alimentato dalla spavalda competizione tutta femminile, di entrare a far parte della Confraternita delle Silvie, perché tutte le signore coinvolte nella liaison col barone vivevano, con spregiudicatezza ed allegria, quella storia da romanzo, ognuna proponendosi di sbaragliare l'esercito delle rivali e piantare, in quel cuore peregrino, la bandiera della conquista definitiva.

Impresa che solo per un soffio non riuscì all'unica che mai s'era convertita al nome di Silvia: l'ambigua, e non più giovanissima, nobildonna Cherubina Spadaro baronessa della Salina di Fragiovanni di Mazzara del Vallo.

 E questa è una storia nella storia.