Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

venerdì 17 febbraio 2023

domenica 12 febbraio 2023

domenica 29 gennaio 2023

Cagliostro e Drugo: amici/nemici/fratelli

 


Ho raccontato molto dei miei gatti e, nonostante stiano con me ormai da molto tempo (otto anni Cagliostro e quattro Drugo) continuano ogni giorno a sorprendermi con l'innocenza, la spontaneità e, in alcuni momenti, la stravaganza delle loro performance.
Guardarli è come sfogliare un fumetto o assistere a un film della Disney: il sorriso mi si stampa in automatico sulla bocca, qualunque sia il mio umore.
Così schiettamente diversi, Cagliostro e Drugo, non hanno mai ipocritamente tentato, come spesso è nella natura umana, di falsificare le carte e spacciarsi per quello che non sono o, addirittura, voler essere l'altro.
Fieri di essere indiscutibilmente se stessi, non hanno mai tentato di addomesticarsi ai miei desideri neppure per il miraggio di un premietto.
... e, a tal proposito, cosa se ne fanno del mio benestare se Cagliostro, ormai abile scassinatore di credenze e cassetti, se ne approvvigiona autonomamente, spartendo le ruberie col suo coinquilino?
Mangiano insieme la refurtiva, seppure Drugo, più agile e vorace, soffia all'altro l'ultimo boccone. Cagliostro, a tutta prima, pare non aversene a male, anche se continua per un po' ad annusare il pezzetto di pavimento dove prima c'era il bocconcino trafugato. Terminato il pasto, fuori menù e fuori orario, in sincronia, seppure dislocati in angoli diversi, i due sodali si leccano i baffi e le zampe, si stiracchiano e sbadigliano.
Drugo, come consuetudine, dopo ogni pasto s'appisola, Cagliostro, invece, la tira per le lunghe. Lui, che pure è tipo da letargo, diventa tutto ad un tratto irrequieto, quasi che passata la botta di adrenalina della malefatta, abbia bisogno di ripetere l'esperienza. Stavolta, ad essere scassinata è la porta di casa. La maniglia cede dopo il primo vigoroso, maschio assalto, destando dal sonno Drugo che, attratto da quello che gli sembra un nuovo gioco, scansa Cagliostro seduto indifferente sulla soglia e cerca la via dell'avventura lungo le scale. Ovviamente mi precipito affannata a recuperare il fuggitivo mentre lo scassinatore resta immobile sull'uscio. Quando risalgo con Drugo in braccio, lui, con aria di sufficienza, si sposta quel tanto che basta a lasciarci passare e, senza alcuna sollecitazione da parte mia, rientra in casa.
«Volevi smammarlo?» Lo sgrido, mentre mi fissa impassibile. Poi, dopo aver chiuso a chiave la porta, puntandogli il dito contro, lo avviso: «Se lo rifai ancora sarai tu a sloggiare, capito?» Cagliostro non si scompone alla minaccia e placidamente ignorandomi s'avvia al divano sotto cui Drugo, dopo che l'ho sgridato, per prudenza s'è rifugiato e dove, nel frattempo, ha scovato una pallina che con abilità calcia e poi rincorre per la stanza, proponendosi nel doppio ruolo di attaccante e difensore. Nell'enfasi del gioco la scaglia in un angolo da cui rimbalza e finisce tra le zampe di Cagliostro, che fino a quel momento ha seguito annoiato il trambusto prodotto dall'altro, che se ne impossessa senza dar mostra di restituirla. E' nella sua area e a quanto pare non intende rimetterla in campo. Drugo, sulle prime, fraintende l'intenzione dell'altro ipotizzando la sua adesione al gioco, così rimane in attesa del rilancio, ma quando questa si prolunga, lo sollecita dapprima con brevi, amichevoli miagolii, poi, capita l'antifona tenta, con l'irruenza che gli è propria, di riprendersela e, con un'acrobazia felina, gliela soffia via, correndo sotto il letto. Cagliostro non ci sta e parte all'attacco per ritrovarsi entrambi in un turbinio rarefatto di peli sopra il letto a suonarsele di santa ragione. Cagliostro è di stazza maggiore ma l'altro non si fa intimorire, glissa le zampate e se ne frega delle soffiate, con un agile mossa lo scavalca e si catapulta a terra. La lotta continua in tutti gli angoli della casa, sopra e sotto i mobili, perfino nella lettiera dove Drugo, sconsideratamente, s'è andato ad infilare. Il rumore della sabbia che dalla cassetta travasa sul pavimento m'induce ad intervenire. Di solito non m'intrometto nelle loro faccende se non per controllare, discretamente, che nessuno dei due si faccia male e non mi distruggano casa. E' un gioco, quello della lotta...per Drugo lo è di sicuro, Cagliostro però è fumantino e credo non abbia dimenticato che una volta, in questa casa, era tutto suo, d'esclusiva proprietà perché non c'era nessun cacacazzi a fottergli i bocconcini onestamente rubati.
«Adesso basta!» Li rimprovero severa nell''intento di riportare, tra i due gladiatori, una pace seppur forzata.
Due paia di occhi color ambra mi fissano. Due code svettano.
Non capisco se è una resa o una minaccia.
«Meow». Miagola Drugo, consenziente, scrollandosi vigorosamente di dosso residui di sabbietta, che sparpaglia fin sotto la porta.
Cagliostro, che è un aristocratico, lo guarda disgustato (se non fosse total black, giurerei di avergli visto alzare il sopracciglio), poi, con noncuranza s'avvia alla credenza della sala da pranzo.
Drugo lo segue e gli si pone a lato. Affiancati nel minuscolo spazio di una mattonella, di nuovo uniti, in attesa che io entri e apra quella credenza, per il rito della sera, quello della spartizione di uno snack
«Meow». Implora, con un vocino dolce, Drugo., guardandomi coi suoi occhi tondi da bambino.
Contrasta il silenzio di Cagliostro che per me, invece, è molto eloquente: «Ci dai il premietto di tua spontanea volontà o quando dormi dovrò forzare la credenza?»

Marilena

lunedì 16 gennaio 2023

Una favola dark nel fragore della notte di San Silvestro



"Se volete un lieto fine, questo dipende, naturalmente, da dove interrompete la vostra storia"
(Orson Welles)

Passata la mezzanotte, quando le striature di fiamma degli ultimi fuochi d'artificio sono tramutati in liquide gocce d'inchiostro per essere subito dopo inghiottite dal buio dell'ultima notte dell'anno, mentre mi accingo a chiudere la finestra, sono balzati sul davanzale, e poi sul pavimento della mia camera da letto, due strane creature: un elfo con un cappello a punta e una coda di gatto che fuoriesce dal retro dei pantaloni alla zuava, e ai piedi indossa buffe scarpe con la punta ricurva. Con lui c'è una donnina somigliante ad bambola di pezza, vestita da una mantellina rossa dal cui cappuccio, calato sulle spalle, fuoriescono biondi riccioli di stoppa che incorniciano, nel viso di porcellana, due occhi enormi, color fiordaliso. La donnina stringe in una mano l'archetto di un violino.
Ho solo il tempo di tirarmi indietro che quelli, come un lampo, sono catapultati sul mio pavimento: l'elfo atterrando saldo sui propri piedi, la donnina di pezza, invece, flettendosi lievemente sulle ginocchia, ma riconquistando subito dopo, e con inaspettata grazia, la posizione eretta.
Dal canto mio non aspettavo visite, se non quelle che, data l'ora notturna, si fanno nei sogni o, come nel mio caso, nell'insonnia
Restiamo immobili, per un lungo momento, a studiarci nella luce bianca e fredda della stanza che mette in risalto, con dovizia di particolari, le straordinarie peculiarità dei miei inattesi ospiti, i quali, però, non sembrano gradire di essere al centro di quel troppo illuminato palcoscenico. Ed ecco che l'elfo, con uno schiocco di dita, ammorbidisce i toni crudi della lampadina al neon riportando la stanza alla penombra.

«Meglio, Ombretta?» domanda premuroso alla sua compagna, che muovendo l'archetto su un invisibile  violino gli risponde con la languida nota.

«Chi siete?» M'intrometto pronta a far valere i miei diritti di padrona di casa.

«Lei è Ombretta ed io sono Osv Ald». Risponde l'elfo con la voce affascinante di un doppiatore cinematografico, del quale, però mi sfugge il nome.

Colgo una nota irridente nella risposta dell'elfo, quasi che fosse sufficiente quella striminzita presentazione a giustificare l'irruzione a casa mia. Così ribadisco puntigliosa: «Si, ma oltre a questo, che ci fate qui? Cosa volete da me?».

«Ci siamo smarriti a causa delle improvvise, violente luci assordanti che, squarciando il cielo, ci hanno fatto perdere il senso dell'orientamento, deviandoci dalla nostra traiettoria». Recita l'elfo.

Luca Ward! ecco chi è il famoso doppiatore di cui mi sfuggiva il nome. Osv Ald ha la stessa voce di Luca Ward. Ma le similitudini si fermano a questo, perché la figuretta infantile, da libro di fiabe, non ha null'altro in comune con l'affascinante attore/doppiatore/conduttore radiofonico. E questa constatazione mi riporta al presente: «Qui, però, non potete stare». Polemizzo spalancando i vetri della finestra. «Prego» E con un gesto della mano l'invito ad andarsene. 

Mi risponde la nota straziante del violino invisibile di Ombretta. Una nota prolungata e singhiozzante come il pianto di un bambino strappato alla culla. 

«Chi siete?» chiedo di nuovo quando il suono svanisce, e invano tento di focalizzare nella penombra l'invisibile strumento che lo ha generato.

«Lei è Ombretta ed io sono Osv Ald. Ci siamo smarriti a causa delle improvvise, violente luci  assordanti che, squarciando il cielo, ci hanno fatto perdere il sen...». 

«Questo  l'ho capito, ma non basta!» Sbotto impaziente avviandomi verso l'interruttore della luce.

L'elfo schiocca di nuovo le dita e il pavimento, man mano che avanzo, duplica, triplica, quadruplica, quintuplica nel suo perimetro, allontanando sempre di più l'interruttore.

«Non serve la luce per vedere. Non ti fidi dei tuoi occhi? Hai visto tutto quello che c'era da vedere ma ancora dubiti di te stessa, ti ostini a cercare quello che non c'è ed ignorare, invece, quello di cui hai contezza». Osv Ald  mi guarda con tristezza e scuote la testa con disappunto. «Mi fai davvero pena perché pur avendo il dono della vista sei del tutto cieca». 

A sottolineare questa drastica affermazione c'è il suono malinconico del violino che si diffonde nell'aria come l'amaro profumo dell'artemisia, mentre Ombretta dirige con dita sicure l'archetto sulle corde invisibili del suo immateriale strumento. Quando la melodia tace, mi fissa coi suoi grandi occhi color fiordaliso che diventano azzurro violetto quando incontrano quelli di Osv Ald. Confusa ne distoglie lo sguardo, e le lunghe ciglia disegnano una mezzaluna scura sotto le palpebre socchiuse, come un morbido ventaglio di piume. 
Non ho mai avuto bambole con occhi così belli. Così vivi. E, ancor meno, che suonassero il violino, o interagissero con qualsiasi altro oggetto in maniera così veritiera. Così realista.
Ho avuto una bambola parlante, ma il suo vocabolario si limitava a poche, infantili parole, scandite con voce meccanica. Per farla parlare dovevo darle la carica attraverso un pulsante posizionato sulla schiena e lei diceva "sonno" "fame" "cacca" con tono incolore. In quel suo coinciso lessico mancavano le frasi "ti voglio bene" o "prendimi in braccio". La mia bambola parlante difettava dei vocaboli dell'amore. 

«Il violino è la voce di Ombretta che, per tua informazione, non è una bambola.». Fa eco ai miei pensieri la voce fascinosa di Osv Ald.
 
«Sai leggere il pensiero?» Domando incredula «Perché stavo giusto pensando ad una mia bambola»

«So fare molte cose». Risponde con una piroetta che lo trasporta, con un solo movimento, nella parte opposta della stanza, a scalarne le pareti, a camminare a testa in giù sul soffitto e poi, con agilità felina, cadere sui piedi. «So fare questo ed altro, come dilatare o restringere lo spazio; proiettare l'esterno nell'interno e viceversa; agire sulla forza di gravità e sulle dimensioni temporali multiple. A questo lungo elenco delle mie peculiarità, manca però la dote di mentalista. Ma voi siete così elementari e prevedibili che capire cosa vi passa per la testa non è affatto difficile». Mi fissa ironico, e poi procede con disappunto: «Una bambola! E' un pensiero davvero scontato nei confronti di Ombretta. E' quello che tutti pensano quando la vedono per la prima volta. E anche la seconda, e la terza, e così via di seguito. Una bambola di pezza, un essere inanimato, priva di anima e di pensiero. Una banale imitazione di voi esseri senzienti. Nessuno osa credere che Ombretta, esattamente come me sia di carne ed ossa».

«Mi stai dicendo che siete umani?» chiedo perplessa.

«Bè, la parola umani non è la più appropriata ma è l'unica similitudine che le vostre menti limitate, ma pure così straordinariamente arroganti, sono in grado di capire. Non esistete solo voi nell'immenso universo. Ci sono mondi strepitosi e diversi dal vostro che non vedete ma, ancor peggio, quando avete la fortuna d'incapparvi, li denigrate. Li disprezzate. Nella migliore delle ipotesi l'ignorate».

«Quindi voi due, così diversi, allora non provenite dallo stesso mondo».

«Non capisco se questa tua è una domanda o un'affermazione». Al tono divertito di Osv Ald fa eco il trillo brioso del violino di Ombretta. I due si scambiano uno sguardo d'intesa ed allora a rispondermi è lei, e lo fa a modo suo, attraverso quel suo violino fantasma, con una melodia di una tenerezza struggente che trapassa l'anima e i sensi. E quella musica è di certo la voce di un angelo o di una sirena, o di una donna innamorata che racconta la storia di un sentimento che sfida le differenze e le diffidenze, che non conosce barriere e s'affida alla incorrotta, e incorruttibile, certezza dell' amore.

 Quando il violino tace, Osv Ald riprende il discorso: «Si può essere diversi e non esserlo. Questo non significa abiurare la propria natura, disconoscere le proprie dissomiglianze ma, al contrario, farne un punto di forza e con quello costruire una più complessa, e completa, armonia. Io sono in perenne movimento, lei ha bisogno di un punto d'approdo. Io sono la trottola e lei è il perno su cui giro, la forza di gravità senza la quale rotolerei velocemente verso il nulla. Se Ombretta ha bisogno del mio movimento io, altrettanto, necessito della sua stabilità. Insieme ci completiamo. Insieme siamo un unico».

Confesso di provare una punta d'invidia per questa loro storia dove c'è materiale per un film Tim Burton. Lo penso d'istinto, senza tradurre il pensiero in parole.

«...o Guillermo del Toro» mi fa eco Osv Ald. Ma forse è solo la mia immaginazione.

Decido di tenere per me questo dubbio dal momento che mi è chiaro che lui, poiché gli fa gioco, non  ammetterà mai di avere doti da mentalista, così  mi limito a sorridere e ad assentire con il capo.
Ma pure ha ragione quando afferma che noi umani siamo elementari, prevedibili. Scontati. Per cui non ci sarebbe niente di diabolico nella sua capacità d'interpretare la logica umana e prevenirne il pensiero, essendo egli un attento osservatore, un fine psicologo, e un persuasivo affabulatore.
 Lo guardo per verificare se questa mia ultima, insinuante riflessione riesce a provocare una sua qualche istintiva reazione. Ma niente. La sua espressione non tradisce nulla. 
Sorrido del mio puerile riscontro, consapevole che se davvero possedesse capacità telepatiche, di ogni mia strategia programmata per indurlo a svelarsi, lui ne verrebbe, in tempo reale, a conoscenza, neutralizzandomi.
Contraccambia il mio sguardo con un misto d'indignazione ed ironia, poi si volta verso la sua compagna:« Ora che i cieli si sono placati, potremmo rimetterci in cammino, mia cara, naturalmente se non sei troppo stanca, e togliere così il disturbo, dal momento che qui non siamo i benvenuti».
Ombretta non ha il tempo di una risposta che lui l'ha già presa per mano, e la guida verso l'uscita
Lei si gira verso di me e mi guarda malinconica, con quei suoi splendidi occhi fiordaliso dove tutta la tristezza del mondo pare essersi, d'un tratto, annidata. 

D'improvviso, il sospetto che la donnina di pezza possa essere ostaggio dell'elfo, si fa strada nella mia mente. E il timore che il racconto del suo violino non fosse quello di una tenera storia d'amore, ma una sommessa, accorata invocazione di aiuto, diventa plausibile, così mi precipito verso la porta: «Di solito non sono così scortese.Vi prego di scusarmi. Non so cosa mi abbia preso. I botti di fine anno e quelli dei fuochi d'artificio innervosiscono anche me. Potete rimanere» Mi rivolgo ad Osv Ald, cercando di non far trapelare l'affanno nella mia voce: «Ombretta è visibilmente stanca. Lasciamola riposare ancora un pochino».

«Prima ci cacci e poi cambi idea. Ora ti preoccupi della stanchezza di Ombretta. Sei ben strana, anche per essere un'umana». Mi guarda sarcastico: «Ah, se solo potessi leggerti nella mente!». Non mi dà il tempo di rispondere che già è rivolto alla violinista e le domanda premuroso: «Sei ancora stanca, mia cara? Quanto stanca? Perché per la nostra ospite lo sei visibilmente». 

Ombretta poggia il suo violino fantasma sulla spalla e con l'archetto trae una piccola nota lamentosa, poi una breve pausa, e ancora la stessa nota, succeduta da un'altra pausa, e poi di nuovo, finché  Osv Ald, con un gesto della mano interrompe quella monotona esecuzione e, rivolgendosi a me, conferma: «Ammette di essere ancora stanca, così ci toccherà approfittare ancora un po' della tua squisita ospitalità ». Non mi sfugge il tono ironico con cui pronuncia l'ultima frase.

«Può stendersi sul mio letto». Suggerisco indicando un punto nella stanza.

Osv Ald, la prende fra le braccia e la depone sul letto, accomodandola sotto le coltri le toglie l'archetto dalle mani. Lei tenta un vago gesto per riprenderselo, ma poi rinuncia, cedendo a quel calore consolatorio. 
Nella stanza è calato il silenzio. Io e l'elfo, senza troppe finzioni, apertamente  ci stiamo studiamo. E' lui il primo a rompere gli indugi e a dare il via ad una probabile belligeranza: «Il gioco intuitivo mi annoia, anche perché per me è facile arrivar per primo al traguardo, quindi giochiamo a carte scoperte». 
La sua non è una proposta ma piuttosto un' ingiunzione.

«Come vuoi» rispondo io, in un finto tono di distacco. «Chi sa leggere il pensiero è di sicuro, in questo frangente, avvantaggiato». Butto lì, provocatoria. 

Lui non abbocca e specifica caustico: «Io sono oltre la mentalizzazione: io sono nella tua mente». Accomodandosi sulla poltroncina ai piedi del letto. Accavalla le gambe mettendo in mostra quelle sue buffe scarpe a punta a forma di gondola, sullo stile dei Leningrad Cowboy. Noto anche che la coda è sparita.

«Dov'è finita la tua coda?» Chiedo stupita.
 
«Ah, quella è retrattile. serve a confondere le idee. Me l'ha fornita Behemoth, ma se continui a fissarmi così tra poco mi spunteranno anche i suoi baffi da cavalleggero». Ride sottovoce, per non svegliare Ombretta.

«Chi sei? Cosa a che fare Behemoth con te?»

«E non mi chiedi di queste scarpe? Sono di Vladimir, il manager dei Leningrad Cowboys, me le ha prestate, dovresti saperlo visto che sei stata tu l'intermediaria».

«Io?» Domando incredula «Ma quando?»

«Quando?  Decenni fa, mia cara, prima che io nascessi. Meglio ancora, che mi assemblassi. In quegli anni, che potremmo definire della tua formazione, hai piluccato qua e là dettagli e assaporato atmosfere letterarie e musicali, molte delle quali, a mio avviso, discutibili, o che forse avresti dovuto approfondire, motivo per cui io sono come sono. Ma anche lo stravagante concepimento di Ombretta  è opera tua....lei è figlia delle tue malinconiche, romantiche tiritere esistenziali post adolescenziali, e di quelle successive, agguerrite e femministe». Scuote il capo e sorride.

«Non ricordo niente di tutto questo, ma in compenso mi sta venendo un gran mal di testa». Dico in tono dolorante.

Osv Ald, mi punta il dito contro: « E' il minimo!» Esclama alzandosi per dirigersi verso il letto, e un pezzetto di coda fa capolino dal retro dei suoi pantaloni.

Qual è il nesso tra il piccolo elfo e Behemoth, il diabolico gatto del romanzo "Il maestro e Margherita"? E quale, quello col gruppo musicale finlandese dei Leningrad Cowboys?
E qual è il ruolo di Ombretta in tutto questo?

Complice o vittima di Osv Ald? Rifletto in silenzio.

«E se, invece, fosse lei quella dalla quale guardarsi?» La voce di Osv Ald mi giunge da dietro le spalle.

 Mi volto. Sono entrambi davanti a me, si tengono per mano e mi sorridono enigmatici. 

 «Un'ipotesi che non hai nemmeno preso in considerazione, perché la muta, dolce ed indifesa Ombretta, forse un po' tocca, di certo stravagante, perché suona un violino che nessuno vede, ispira sentimenti di benevolenza e compassione, mentre io, invece, con questa coda di gatto, queste scarpe da clown, e le mie strepitose peculiarità acrobatiche, potrei essere, senza alcun dubbio, l'incarnazione del diavolo».  S'interrompe per darmi modo di elaborare la logica nel suo ragionamento. Poi, indicando la sua compagna, riprende il discorso: «Complice o vittima? Non l'hai mai, però, vista come una possibile minaccia. Ti sei fatta incantare da lei e ti  saresti battuta per lei. E se fossi io la sua vittima? Ipnotizzato da quel suo diabolico violino e sedotto dalla sua natura all'apparenza dolce, remissiva. Precaria. E tu...» prorompe in tono melodrammatico: « tu, saresti stata la prossima. L'ultima di un'interminabile serie».  

  Osv Ald guarda Ombretta e si sorridono complici. Lei si avvicina e lui le prende una mano. Le bacia le dita una ad una, e poi il braccio, tutto, fino alla spalla, dove indugia tra i capelli e l'orecchio, per posare, infine, la sua bocca sulla sua. Un lungo, sensuale bacio. E di quel bacio, Ombretta, ne risplende tutta. Sirena e fata. Madonna e cortigiana. Donna.
Poi l'elfo, premuroso, le porge l'archetto e lei, dal suo violino fantasma, trae note aliene, criptiche, di un linguaggio musicale a me sconosciuto. Indecifrabile. Ma che pure, in maniera inequivocabile, giunge al cuore e ai sensi.

Quando la musica tace, Osv Ald, con un guizzo mi si pone di fronte e senza darmi il tempo di obiettare nulla, incalza: «C'è sempre una terza via, mia cara, e in alcuni casi anche una quarta e forse una quinta. Mai fermarsi alla prima, potrebbe essere un tranello. Di queste vie, fino ad ora vagliate, quale sceglierai? Guillermo del Toro ha detto che la vera scelta politica oggi è scegliere l'amore e non la paura. Per il finale di questo racconto sceglierai l'amore o la paura? Noi lo sapremo solo a giochi fatti, e non ci resterà che accettare la tua scelta. Come vedi, tra i nostri tanti poteri, non abbiamo quello di decidere il nostro dest...». 

Sfuma la voce seducente di Osv Ald /Ward, quando le stelle residue di un fuoco d'artificio clandestino deflagrano, improvvise, accendendo la notte di bagliori psichedelici, e il rimbombo apocalittico di quell'ultima fiammata frantuma i vetri della finestra e una spessa, acre cortina di fumo, inonda la stanza. 

Con gli occhi che lacrimano, a tentoni, nella stanza d'improvviso deserta, cerco indizi a testimonianza dello straordinario passaggio dell'elfo con la coda di gatto e della bambola di pezza e del suo violino fantasma.
Li chiamo, e mi risponde il silenzio. Di loro più nessuna traccia.
Mi affaccio alla finestra sperando in un rewind, che la pellicola si riavvolga e tutto accada di nuovo.
Ma il mondo, oltre la barriera degli alberi e l'alta cinta dei palazzi, è tornato solitario e quieto.

Nella stanza silente riecheggiano le parole di Osv Ald: Guillermo del Toro ha detto che la vera scelta politica oggi è scegliere l'amore e non la paura. Per il finale di questo racconto sceglierai l'amore o la paura? 

L'amore, senza alcun dubbio, perché scegliere l'amore non è solo un lieto fine ma una rivoluzione. 
Lo sussurro nella mia mente, ma sono certa che Osv Ald ed Ombretta, in qualunque altro luogo dello sconfinato, inesplorato universo siano, presto lo scopriranno.

Scruto la notte, dove la densa cappa di fumo si è finalmente diradata e le stelle, con fervore, sono tornate a splendere.

domenica 18 dicembre 2022

La morte verrà, e avrà il volto e la voce di Paolo Conte

 

Quando mi capita di pensare alla mia morte, figurativamente la immagino con il volto vissuto, metà gangster e metà poeta, di Paolo Conte, impeccabile nel suo smoking nero, che entra nella stanza e, porgendomi una rosa rossa, sussurra, con quella sua voce ruvida e suadente, le strofe di "Vieni Via".


Via via
Vieni via con me
Entra in questo amore buio
Pieno di uomini
Via
Entra e fatti un bagno caldo
C'è un accappatoio azzurro
Fuori piove, è un mondo freddo

Ah, it's wonderful
It's wonderful
It's wonderful
Good luck my baby
It's wonderful
It's wonderful
It's wonderful
I dream of you

Cips, cips
Doo doo doo doo doo (ci boom, ci boom, boom)
Doo doo doo doo doo (ci boom, ci boom, boom)
Doo doo doo doo doo


Immagino che accadrà in un pomeriggio invernale di pioggia e di vento, con la visione fuggente, nell'angolo della finestra, di un ombrello rosso strappato via da una mano debole o distratta ( scontata metafora della vita che d'improvviso ci viene portata via, ma, concedetemelo, di sicuro effetto scenico e, per quel che mi riguarda, affatto secondario, dal momento che nella mia vita il ricorso alle scenografie è stato determinante per la mia sopravvivenza, quindi, a maggior ragione, lo sarà per la mia morte)

Ah, it's wonderful
It's wonderful
It's wonderful
Good luck my baby
It's wonderful
It's wonderful
It's wonderful
I dream of you

Cips, cips
Doo doo doo doo doo (ci boom, ci boom, boom)
Doo doo doo doo doo (ci boom, ci boom, boom)
Doo doo doo doo doo


M'irretisce, con le note della sua canzone, Paolo Conte, con quella sua fisionomia metà gangster e metà poeta, sorridendomi, affascinante e persuasivo, prospettandomi quell'oltre, caldo e sicuro, che nessuna religione ha mai saputo darmi, perché le dottrine, per noi atei, mancano dell'attrattiva della fantasia e della poesia, del coinvolgimento emotivo e, a mio parere, anche sessuale, ritenuto, a torto, da tutti i culti, elemento volgare e peccaminoso, ma che invece, l'arte e gli artisti, hanno ricollocato nella sfera più alta dei sentimenti.
Nessuna religione ti promette nel suo paradiso un bagno caldo e un accappatoio azzurro, riparo dalle intemperie di un mondo freddo e piovoso. E la prospettiva intrigante di un amore buio.


Via via
Vieni via di qui
Niente più ti lega a questi luoghi
Neanche questi fiori azzurri
Via via
Neanche questo tempo grigio
Pieno di musiche
E di uomini che ti son piaciuti

It's wonderful
It's wonderful
It's wonderful
Good luck my baby
It's wonderful
It's wonderful
It's wonderful
I dream of you

Dissolvenza

domenica 20 novembre 2022

Un universo sentimentale, dove anche gli oggetti hanno un'anima


Guardo fuori la finestra, le foglie azzurre si disegnano nitide sullo sfondo turchino di questa notte invernale, mite come una primavera, innocente come una serenata, rassicurante come una carezza.
Notte di bianche farfalle che volteggiano lievi come tiepidi fiocchi di neve, mentre i lupi dormono rintanati negli incavi della montagna, e un gufo illumina il buio con le lune gemelle dei suoi occhi aranciati.

Poesia e prosa si compenetrano nella notte metafisica degli insonni, dei poeti e dei vagabondi.
E degli innamorati respinti, che raccontano il loro amore impossibile con liriche appassionate, scritte sui vetri appannati di un balcone.
Versi ammalianti.
Sensuali e agri.
Coercitivi, come un incantesimo d'amore.

Una notte, questa, dove pace e disperazione si compenetrano come la luce con l'acqua, il fuoco con la terra, il respiro con l'argilla.
Una notte ibrida.
Una notte eretica.
Una notte trascendentale.

Di una notte così non ne serbo il ricordo nel tempo, sia pur limitato, della mia memoria, e in quello delle mie quotidiane, solitarie veglie, trascorse a scrivere immaginifiche trame al computer, con la diligenza di una scolaretta e l'arroganza di un romanziere, per scoprirmi, stanotte, analfabeta e muta davanti alla realtà di questo universo mentale, capovolto e paradossale: lo spazio metafisico di Escher.
La rivelazione di un mondo che non ruota su un unico sistema binario ma si perde negli aggrovigliamenti di linea, nei sottoboschi delle alternanze multiple e complesse, nelle rientranze intersecanti, nelle protuberanze circolari.
Un universo fantastico che prescinde dalla natura, dal tempo e dalle stagioni, dalle leggi fisiche e dai teoremi fino ad oggi propugnati.
Un universo sentimentale, dove anche gli oggetti hanno un'anima.

mercoledì 2 novembre 2022

Elucubrazioni di un'anima in fiamme.

 


Fuoco cammina con me 
(David Linch)

Le cose nuove mi attraggono, desidero possederle, ma anche mi spaventano. Poco rassicuranti ed estranee. Ho difficoltà a toccarle. Farle mie. Personalizzarle.
Le cose nuove hanno un'anima di cellophane, fragile e crepitante, inganno trasparente ed impermeabile alle emozioni.  E troppo spesso bugiardo. Le cose nuove, scartate dal loro involucro, potrebbero rivelarsi deludenti, fallaci. Imperfette. Un buchino nascosto, un orlo sgranato, una trama disomogenea. E non hanno odore. Il mio odore. Così mantengo con esse le distanze. Le ammiro. Le desidero. Le spio. Le sorveglio. Le adagio in un cassetto socchiuso, consentendo il passaggio di una presa d'aria, quel soffio vitale necessario fino a quando sarò pronta a fare un primo passo a sfiorarle.
Semmai quel mio primo passo ci sarà.

Ma, in realtà, ho cassetti pieni di cose nuove che non sono mai diventate mie. Che pure avendole non ho mai posseduto. Giacciono nella loro bara di cellophane, virtuose ed intatte. Condannate all'eternità nelle loro urne odorose di gelsomino e di lavanda. Anche se non sarà l'eternità il loro ultimo destino, poiché ogni cosa in natura deve avere un termine. La morte. E la purificazione del fuoco. Nel giorno dei morti, in una pira funebre, nel giardino di casa mia.
Un modo per liberare le loro innocenti anime prigioniere dei miei fasulli desideri.
E liberare me stessa dai miei spergiuri esistenziali.

mercoledì 5 ottobre 2022

Pigiama Party non autorizzato. I colpevoli colti sulla scena del crimine


 E' questo, documentato dalle foto, che ho trovato al mio risveglio: bustine sparse a terra, il sacco dei croccantini aperto, e i due fetenti intenti a pasteggiare alle mie spalle.

Il colpevole principale è sempre lui, Cagliostro, che sa aprire porte, ante e cassetti, per cui devo ricordarmi sempre di serrare tutto, ma da oggi, comunque, dovrò ricorrere anche ai lucchetti.
Mai abbassare la guardia con Cagliostro. che prima o poi la sua zampata arriva.
Così, ha aperto lo sportellino della credenza dove conservo le vettovaglie feline (ci sono anche scatolette, ma quelle ha pensato bene di lasciarle dov'erano, che da solo non sarebbe stato in grado di aprirle...almeno per ora!) e con Drugo, compagno di malefatte e, in questo caso, anche di merende, ha dato avvio a questa specie di pigiama party di prima mattina, e non autorizzato.
La cosa doveva essere iniziata già da un po', come testimonia la bustina sventrata sotto il mobile: un antipasto prima di passare alla portata principale.
Ed io che cosa ho fatto? Invece di sgridarli li ho fotografati!
Ora dovrò trasferire le bustine e i croccantini in un posto più sicuro: il caveau di una banca sarebbe l'ideale!
Marilena

venerdì 15 luglio 2022

Il Faro di Zion (cap. 7)


 DUE ANNI DOPO
Ai funerali di padre Casadio aveva partecipato l’intera città di Iperbole. Sul marciapiede de “La Casa Dei Ragazzi” dove era stata allestita la camera ardente, la gente attendeva, ordinata e silenziosa, il momento di potergli rendere l’ultimo saluto. Dalle finestre spalancate irrompevano le canzoni dei Nomadi, mentre Marisol, all’ottavo mese di gravidanza, insieme al marito, l’avvocato Michele Morandi, accoglieva i visitatori venuti a rendere l’ultimo omaggio a padre Casadio: mani da stringere, voci sommesse, occhi rossi.

Una lunga giornata che ancora non volgeva al termine, e il mattino dopo ci sarebbero state le esequie, ma quelle si sarebbero svolte in forma privata, così come era nel volere del defunto: solo Marisol e suo marito. Mentalmente si preparava a dover discutere con Michele, che di certo si sarebbe opposto per via dello stato avanzato della sua gravidanza, alla sua richiesta di seguire il feretro a bordo del vecchio motorino del prete, ma sapeva anche che l’avrebbe spuntata perché Michele a lei non riusciva mai a dire di no. Magari avrebbero potuto fare il tratto di strada più lungo in macchina e poi, a bordo dello scooter, completare il percorso fino al cimitero. Questo le era sembrato un ottimo compromesso.

«È stata una lunga, faticosa giornata, amore, e tu sarai terribilmente stanca. Vai a casa a riposare, qui resto io» le aveva amorevolmente imposto Michele, baciandola sulla fronte.


CHI DECIDE COSA E’ REALE E COSA NON LO E’?
Marisol s’era destata in un mondo bianco: bianca la luce che filtrava dai candidi tendaggi così come bianche erano le pareti e gli arredi nella stanza. Si sentiva gelare in tutto quel bianco. E neppure poteva muoversi. Cosa diavolo le era capitato? Dov’era suo marito? Quella mattina ci sarebbero state le esequie di padre Casadio e aveva una montagna di cose da sbrigare. Il bambino… perché non lo sentiva scalciare? Con fatica era riuscita, in quello spazio angusto, a toccarsi il ventre, piatto come quello di un’adolescente.
Un ventre che non conteneva nessun bambino.
E poi erano entrati Dj e Joe Licantropo.
Quando erano tornati? Perché nessuno l’aveva avvertita?
Li percepiva da una distanza infinita e liquida, dove lo sciabordio dell’acqua smorzava le loro voci.
Terrorizzata, Marisol, aveva realizzato di esser prigioniera dentro lo specchio, sigillata come in una bara di vetro che loro due, disperatamente e a mani nude, cercavano di scardinare per liberarla.
Nella stanza era entrato anche Cornelius con un vassoio colmo di pastiglie azzurre che aveva offerto a Dj e Joe. Loro ne avevano inghiottito una manciata, e dimenticandosi all’istante di lei s’erano seduti a giocare a “three player chess,” con Heracles, che però era solo un gigantesco uccello impagliato.
«Allacciati la cintura, Alice, che adesso di meraviglie ne vedrai un bel po’» l’aveva minacciata Cornelius con un sorriso maligno, azionando la porta geodetica e scaraventandola nel vuoto.


«Tutto bene, Marisol?» le chiese Michele apprensivo «sei così pallida! Forse sarebbe opportuno che tu non venissi alle esequie di padre Casadio. Manca poco al parto e tutto questo strapazzo di certo non giova né a te né al bambino».

«Dove sono?» chiese lei, guardandosi intorno smarrita.

«Nella nostra casa. Dove altro dovresti essere?». Commosso dal suo turbamento, la prese tra le braccia «Mi stai facendo preoccupare». Disse baciandola sulla fronte.

«Ho fatto un sogno spaventoso, così reale da sembrare vero». I suoi occhi fissavano il vuoto: «E se da quel sogno non mi fossi più svegliata, sarebbe diventata quella la realtà? Chi decide cosa è reale e cosa non lo è?».

C’era un fondo di accorata disperazione in quella sua domanda. Michele lo aveva colto e per farla sentire al sicuro l’attirò a sé e la strinse contro il suo petto: «Ci si risveglia sempre dai sogni così come dagli incubi, anche se talvolta capita di ritrovarsi calati in una realtà ben peggiore».

Lei rise debolmente: «Dalla padella alla brace! Non è consolante» Anche Michele si unì alla risata: «… e non ti ho ancora parlato della teoria che i sogni sono i moltiplicatori delle possibilità della nostra vita!».
«Sei un uomo crudele!». Marisol lo baciò con passione «Vado a prepararmi. Sarò pronta tra un minuto» disse, sgusciando fuori dal letto.

«Aspetta, Marisol… quasi dimenticavo». Michele aveva preso qualcosa dal suo comodino. «Ieri, quando tu sei andata via, un tipo strano mi ha dato questo, pregandomi di fartelo avere. Ha detto che tu avresti capito». Nel palmo della sua mano brillava il quadrante, azzurrino e molle, di un orologio privo di cinturino, come quelli dipinti da Salvator Dalì.


"Chi controlla il passato controlla il futuro.
Chi controlla il presente controlla il passato".

George Orwell

REWIND.
Riavvolgiamo il nastro e raccontiamo i fatti come, invece, si sono svolti nella realtà da noi conosciuta in quella porzione del Multiverso chiamata Iperbole.

Dalla finestra spalancata penetrava la luce ardente del primo pomeriggio, mentre dallo stereo di una macchina prorompevano, a pieno volume, le canzoni dei Nomadi. Marisol, accecata dal biancore del risveglio violentemente sovrapposto al buio tepore del sonno, per un lungo istante s’era sentita smarrita, immemore del tempo e del luogo e di chi lei fosse. Aveva dubitato di sé stessa e della realtà della stanza, ma poi la materialità degli oggetti l’aveva rassicurata. Si vestì senza guardarsi allo specchio. Prima delle cinque, ora dell’appuntamento con Dj e Licantropo al Lido “Primo Sole” per sperimentare l’orologio Dalì, doveva sistemare un bel po’ di cose e tutte d’una certa rilevanza, e fra queste una telefonata a padre Casadio per sincerarsi che stesse bene. Sentire la sua voce l’aveva rasserenata.
«Ho una bella notizia, ma ora non ho tempo di parlarne. Rimandiamo a stasera» le aveva detto allegro.
Subito dopo era uscita a cercare Magnum. Doveva impedire a tutti i costi a Dj di giungere alle cinque allo stabilimento “Primo Sole” e sperimentare l’orologio Dalì. Aveva dovuto cercare un bel po’ prima di trovarlo, e il tempo correva veloce, così quando lo aveva visto lo aveva abbordato e senza nessun preambolo gli aveva fatto la sua proposta: «Vorrei che tu impartissi a Dj una lezioncina in cambio di un documento compromettente che lo riguarda».

Lui per un attimo era rimasto interdetto, poi era scoppiato a ridere: «Non ti credo!».

«Ok, non starò a pregarti, mi rivolgerò a qualcun altro. Di balordi il mondo è pieno» disse lei, facendo mostra di andar via.

«Cosa ha combinato per farti arrabbiare in questo modo?» la trattenne Magnum, incuriosito.

«E perché dovresti saperlo dal momento che la mia offerta non t’interessa?».

«Se la motivazione è convincente potrei anche decidere di prenderla in considerazione».

«Sono incinta e il vigliacco prima ha promesso che mi sposava poi si è rimangiato tutto. Ha messo perfino in dubbio che il bambino sia suo».

Magnum la guardò incredulo, poi scoppiò di nuovo a ridere.

Marisol era furiosa: «La ritieni una motivazione valida? Non farmi perdere tempo che per questi lavoretti, e per poche lire, di questi tempi c’è la fila».

«Vediamo se ho capito: Dj ti ha compromessa ed ora tu vuoi compromettere lui». Compiaciuto del proprio gioco di parole proseguì sulla stessa riga: «Potrei anche decidere di crederti, ma prima voglio vedere “quel documento compromettente”».

«Il compenso si riscuote a lavoro fatto. Ci stai girando troppo intorno, Magnum». Provocatoriamente lo aveva chiamato con quel soprannome che lui detestava. «Ti sto offrendo la possibilità di far cadere Dj in disgrazia agli occhi di tuo padre, così da subentrare tu al suo posto. Non è quello che più desideri?».

«E quando dovrebbe essere impartita questa lezioncina?».

«Oggi stesso. Prima delle cinque.»

«Sei davvero matta!» disse lui, scuotendo la testa.

«No, non sono “davvero matta”, come dici tu, ma “davvero arrabbiata”, come mi sento io».

«Questo qualcosa di compromettente cos’è? Un documento?».

«Si, è un documento. Ma non farti venire l’idea di frugare in casa mia perché non lo troveresti. Non sono così stupida».

«Cosa dovrei fare?».

«Fargli prendere un bello spavento, lievi contusioni e non fratture da prognosi riservata. Nessuno spargimento di sangue o l’accordo salta. Non voglio averlo sulla coscienza quel vigliacco».

«Non vuoi fargli troppo male perché speri che ci ripensi e ti sposi?».

«Pessima battuta!» rispose sdegnata Marisol.

Magnum, deluso che non avesse apprezzato l’ironia, la guardò con aria superiore: «Quando mi farai avere la prova che incastra Dj?».

«Domattina alle 10.00 al “Trinity” se avrai portato a termine l’incarico nelle modalità concordate» specificò lei, andando via.

«Ehy, Sorella Luna» la richiamò lui «mi piace il tuo lato oscuro.»

Marisol, senza voltarsi, gli mostrò il medio.


«Niente ossa fracassate e neppure deve scorrere il sangue… quindi andateci piano» s’era raccomandato Magnum consegnando ai due balordi vestiti di nero la busta contenente il denaro «e metti via quella pistola che non ti serve» aveva sibilato, vedendo sporgere dalla tasca del giubbotto di uno dei due il calcio di una rivoltella.


Marisol, spingendo la porta scassinata dell’appartamento di Dj era entrata e lo aveva trovato a terra privo di sensi, con un occhio nero, una guancia gonfia, qualche livido, ma tutto sommato in buone condizioni. Lo aveva frugato nelle tasche alla ricerca dell’orologio Dalì che aveva fatto sparire nel fondo del suo zainetto. Avrebbe pensato poi a disfarsene definitivamente. Subito dopo era arrivato anche Licantropo, preoccupato per il ritardo dell’amico che neppure rispondeva al telefono. Insieme gli avevano prestato le prime cure. Dj non ricordava molto, solo che qualcuno lo aveva aggredito alle spalle e malmenato. Era caduto a terra e aveva perso conoscenza. «L’orologio Dalì! Lo hanno rubato!» aveva esclamato quando cercandolo in tasca non lo aveva trovato.

«Rubare l’orologio, è stato quello il motivo del pestaggio. Ma chi sapeva, oltre noi, della sua esistenza?» chiese stupita Marisol, recitando fino in fondo la sua parte.

«E così non potremo mai più conoscere il suo segreto». C’era delusione e rammarico nella voce di Dj.

Al pronto soccorso era stato medicato e dimesso perché nessuna frattura era stata evidenziata dalle radiografie. Poi al commissariato aveva denunciato l’aggressione subita.


«Se tu avessi denunciato da subito forse ti saresti evitato il pestaggio» lo redarguì severamente padre Casadio, dando inizio alla disamina dei fatti. «L’orologio deve essere scivolato dalla tasca da chi si è introdotto la prima volta nel tuo appartamento. Forse era un oggetto di valore, una peculiarità, questa, che non abbiamo preso in considerazione, esaminando solo il lato fantastico, onirico, che l’orologio ispirava».

«Ma un oggetto di valore non lo tieni sbadatamente in una tasca senza alcun accorgimento, e nella fattispecie una catenella sarebbe stata almeno una precauzione elementare». La riflessione di Dj riscosse l’approvazione di tutti.

«Ma il valore non è solo quello pecuniario, c’è anche quello affettivo, quello sacro della fede e quello scaramantico dei portafortuna» obiettò Marisol.

«Portafortuna come questo». Licantropo mostrò un ciondolo con l’effige stilizzata di un coniglio. «White Rabbit, il mio spirito guida, un potente talismano che tengo sempre con me».

Marisol impallidì visibilmente e dovette appoggiarsi al tavolo per restare in piedi.

«Tutto bene, Marisol?» domandò Dj preoccupato.

«Si, solo un po’ stanca. È stata una giornata faticosa» lo rassicurò lei.

«Da chiudere, almeno, con una bella notizia». Sul volto di padre Casadio s’era disegnato un grande sorriso. «Vi ho raccontato del Vecchio a cui per ben quattro volte ho dato l’estrema unzione? Non era affatto un malato terminale ma piuttosto la vittima di una diagnosi errata, e i farmaci sbagliati lo stavano uccidendo. Ora ci stiamo allenando a giocare a briscola perché abbiamo deciso di partecipare al prossimo torneo regionale».

«Padre Guevara, per l’occasione ti presterò White Rabbit: sono sicuro che con quello vincerete».


Il suono del cellulare l’aveva svegliata di buon mattino. «Marisol, torno a casa» annunciò Luna, e dopo un attimo di silenzio: «Aspetto un bambino e… e così mi toccherà, una volta per tutte, di mettere la testa a posto». L’aveva detto ridendo, contenta.

Marisol accolse la notizia con un grido di gioia: «È meraviglioso, Luna. E il padre del bambino chi è? Cosa intende fare?».

«Si chiama Michele, è un avvocato impegnato nel campo dei diritti umani, del tutto estraneo al mondo che io frequentavo prima di conoscerlo. Ci sposiamo!» esclamò felice.

Una meravigliosa notizia a riequilibrare l’incertezza dei prossimi eventi. Forse l’ultima bella notizia della sua vita perché Magnum di sicuro non gli avrebbe perdonato il “paccotto” che s’accingeva quel mattino a rifilargli. Non a caso aveva scelto un luogo come il “Trinity”, l’immenso, super affollato, centro commerciale alle porte di Iperbole, per sperare in qualche improbabile chance di sopravvivenza, sia pure temporanea.

«Perché proprio qui?» le aveva chiesto Magnum sospettoso «c’è troppa folla. Non pensi che potrebbero vederci?».

«Al contrario, tutta questa gente ci aiuterà a diventare invisibili» lo aveva rassicurato Marisol.

«Facciamola breve: dammi il documento. E poi ognuno per la sua strada» ribadì lui, niente affatto convinto.

«I debiti vanno saldati» Marisol gli porse una busta, arretrando di qualche passo. Ma lui l’aveva trattenuta per un braccio.

«Prima controllo, e solo dopo puoi andartene». La sua voce chioccia era diventata stridula. «Aprila tu la busta e mostrami il documento» intimò, aumentando la pressione sul braccio di lei.

Marisol ubbidì, e dalla busta trasse una foto di Dj giovanissimo in un campo di nudisti intento a fumare hashish. «Rubata per te dal suo album segreto» disse, cercando di dare alla sua voce un tono disinvolto.

«E cosa cazzo me ne faccio di questa? Pensi di prendermi per il culo?» urlò Magnum, strattonandola violentemente. La scena richiamò l’attenzione dei passanti.

«Toglile le mani di dosso o te la dovrai vedere con me!» gli intimò uno della sua stessa stazza, supportato dai presenti.

«E tu chi cazzo sei? Non sono affari tuoi!» sibilò Magnum senza allentare la presa sul braccio di Marisol.

«Per tua sfortuna sono un agente in borghese» affermò quello mostrando il tesserino. «E adesso, senza opporre resistenza, mi segui al posto di polizia. Anche lei, signorina, così potrà fare denuncia».

Marisol ebbe un sussulto.

«Grazie per il suo intervento, agente, ma non intendo denunciare il mio gelosissimo fidanzato sempre a caccia di ombre, perché vede in tutti gli altri uomini dei rivali. Ecco, mi dica se questa può essere considerata la prova di un tradimento» e mostrò all’agente, e ai presenti, la foto di Dj. «Ma ora si calma. Dopo le sue sfuriate si calma sempre. Le assicuro che di natura è tenero come un agnellino».

«Contenta lei» disse l’agente scuotendo il capo in segno di disapprovazione. Prima di andarsene tuttavia non perse l’occasione di ammonire duramente Magnum: «In quanto a te cerca di filar dritto che io ho un’ottima memoria e non dimentico mai la faccia di uno stronzo!».

Rimasti soli, Marisol prese in mano la situazione: «Cosa vuoi fare Magnum, denunciarmi come mandante dell’aggressione a Dj? Accomodati! ma dovrai comunque spiegare le ragioni per cui tu hai accettato, e d’altra parte non c’è nessuna prova del nostro accordo mentre invece è nota la tua animosità nei suoi riguardi. Piuttosto, dopo questa tua esibizione di forza nei miei confronti, andata in scena sotto gli occhi di diversi testimoni e di un agente di polizia, ti conviene fare in modo che non mi accada nulla di spiacevole o saresti il primo ad essere incolpato».

«Non c’è mai stato nessun bambino e nessuna proposta di matrimonio, giusto? Mi hai raccontato solo un mucchio di balle». La verità si stava facendo strada nella sua mente.

Lei assentì in silenzio.

«Ma perché, allora, tendere quell’agguato a Dj?» chiese sconcertato.
«Perché ha la cattiva abitudine di non mancare mai ad un appuntamento» gli rispose enigmatica, dirigendosi all’uscita.