Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

domenica 18 aprile 2021

Gina Colombo's Restaurant (cap 6)


 

Incontri/Scontri

Il suono della radio propagava ad alto volume lungo le scale, segno che Olimpia Collins era tornata. Il primo istinto di Angie Rose fu quello di farle visita per avere notizie di Bob, ma desistette per tema di un’accoglienza fredda, o peggio ancora di una scenata, quando la porta si aprì e Olimpia s’affacciò sulla soglia. 
«Ciao, Rose. Hai un momento?» Con un cenno del capo Olimpia la invitò ad entrare.
«Certo» rispose la ragazza «Come sta Bob?» Chiese, entrando in casa.
«Meglio». Rispose asciutta la vecchia signora, poi saltando ogni preambolo, disse: «Durante la mia assenza qualcuno è entrato in casa e mi ha derubato»
«Mi spiace. Hai sporto denuncia?».
«Perché me lo chiedi? Sai bene che non avrei potuto!» Esclamò stizzita Olimpia.
Angie Rose si limitò ad un’alzata di spalle: «Perché no?.. se si sono portati via cose di tua proprietà».
«Qualcuno è entrato nel mio appartamento, ha frugato e messo in subbuglio i cassetti e gli armadi e...e se fossi stata in casa magari mi avrebbe uccisa!»
«Io te lo avevo detto che le cose potevano mettersi male».Ribadì paziente, Angie Rose.
«Oh si, tu mi avevi avvertito e guarda caso è proprio quello che è avvenuto!».
«Cosa intendi dire?» Chiese l'altra, fingendo stupore. 
Che la borsa l’hai rubata tu» Sibilò Olimpia, puntandole un dito contro.
Angie Rose, davanti a quell’accusa rimase per un attimo frastornata poi, cedendo alla rabbia, l’afferrò per un braccio e la condusse alla porta: «Sali a controllare!» Le intimò furiosa, mentre Hamlet ringhiava di sottofondo.
L’anziana donna si liberò dalla stretta e proruppe in una risata sarcastica: «Non ti faccio così stupida! Avrai nascosto la borsa da qualche altra parte al sicuro».
«Sei davvero meschina, Olimpia. Non abbiamo altro da dirci». Mormorò amareggiata Angie Rose andando via.

Entrata in casa azionò la segreteria telefonica. Tra i messaggi c’era quello di Christine Logan che le comunicava che Andrew Saint Just era uscito dal coma e se poteva richiamarla. Cosa che fece immediatamente.
Dall’altro capo del filo le rispose Christine, cordiale e rilassata: «Andrew si è risvegliato».
«E’ una notizia splendida».
«Sta bene e non ha riportato nessun tipo di trauma. Direi che le cose vanno indirizzandosi nel verso giusto.
«Giusto, per chi?» Angie Rose domandò ironica
«Per tutti, visto che Andrew non intende denunciare Peter Newton e neppure Alfred Hayden» Ribatté tranquilla l’altra.
«Christine...pensi davvero che sia giusto? Poteva morire o riportare gravi conseguenze, così ...».
«Ma per fortuna, non è successo » La interruppe impaziente, Christine: «E’ la decisione di Andrew, e va rispettata. Ti consiglio di non prendere iniziative personali, di non metterti di traverso, perché non troveresti nessuno dalla tua parte».
«Neppure Andrew, scommetto, troverebbe qualcuno disposto a supportarlo in caso di denuncia. E’ per questo che ha lasciato perdere?».
«Sei un’irriducibile idealista, amica mia. E se fosse per un ricco risarcimento? Una cifra con molti zeri?»
«Lo sai per certo?» Domandò delusa Angie Rose.
«E’ quello che si dice dopo la visita precipitosa di Hayden al capezzale di Andrew e l’espulsione di Peter Newton dall’Accademia». Concluse, sarcastica, Christine Logan.
Terminata la telefonata, Angie Rose si sentì pervadere dalla rabbia e dal disgusto, verso il mondo e verso sé stessa, soggiogata dal peso della sua impotenza a poter cambiare le cose e permettere alla verità e alla giustizia di trionfare. Christine Logan l’aveva definita “irriducibile idealista”, ma non era vero perché altrimenti, a dispetto della volontà di Andrew, avrebbe lei stessa denunciato l’abominevole baratto del denaro in cambio della verità. Si guardò intorno in cerca di una via di fuga, così come aveva fatto nel passato, quando non riuscendo ad opporsi a sua madre e far valere le sue ragioni, era andata via. Ma allora, dalla sua, aveva le attenuanti della giovane età: una giustificazione che non riteneva più valida nel presente. Nell’ultimo periodo aveva disertato le lezioni, ma nessuno pareva essersene accorto. Nessuno l’aveva cercata, tranne l’ufficio amministrativo che con una lettera le ricordava che a fine semestre le sarebbero state addebitate anche le lezioni a cui non aveva partecipato. Un mondo cannibale, quello della “Alfred Hayden’s Acting School”, dove non contavano le persone ma i ruoli, e la sua assenza aveva costituito per qualcuno la possibilità di prendere il suo posto. Anche se nessuno, in verità, poteva reclamare il proprio posto, perché quello veniva stabilito, di volta in volta, dagli umori di Hayden.
La nausea l’assalì prepotente e corse in bagno a vomitare. Hamlet la seguì, arrestandosi sulla soglia. Conscia della sua presenza, Angie Rose, si chinò su di lui stringendolo in un abbraccio: «Grazie di esserci, amico» mormorò, accarezzandolo. Il cane la gratificò di uno sguardo adorante e di un guaito d’intesa.

«Angie » Sentendosi chiamare col suo nome dimezzato, s’era voltata sorpresa, mentre Hamlet, con un agile scarto, era corso verso l’ingresso del parco abbaiando festoso verso Simon ed Aretha.
Simon, liberata Aretha dal collare, la raggiunse: «Ciao, come va?» domandò, e senza attendere risposta aggiunse: «Speravo di ritrovarti».
«Direi proprio di si» Rispose Simon, che non aveva rilevato il sarcasmo. «Ma a dire il vero la fortuna c’entra poco, in realtà ti ho aspettato tutti i giorni».
«Ha tutta l’aria di un appostamento: non è che sei uno stalker?».
«Se lo fossi mi avresti trovato sotto casa tua».
«Ma avresti prima dovuto scoprire dove abito».
«Non è così difficile per un detective».
Angie Rose si fermò e lo fronteggiò furiosa: «Sei un detective? Su incarico di chi stai lavorando? Di mia madre o di mio padre? Tanto non fa differenza, non voglio averci a che fare con nessuno dei due. Puoi riferirglielo e, in quanto a te, non farti più vedere».
«Aspetta!» Esclamò lui, cercando di trattenerla: «Deve esserci un malinteso... non so niente delle tue storie di famiglia e nessuno mi ha incaricato di rintracciarti. Il nostro incontro è stato del tutto casuale».
«Come questo? Scusami, ma mi riesce difficile crederti» Disse mentre metteva il collare ad Hamlet che attirato dalle voci concitate era tornato indietro seguito da Aretha.
«Stai lontano da me!» Lo ammonì infuriata, correndo verso l’uscita.
Ma lei era già andata via.
«Dobbiamo ritrovarla per restituirle questo» Disse ad Aretha, mostrandole il libro « ma soprattutto per chiarire il malinteso. Sei d’accordo?» Aretha approvò dimenando la coda.

La luce filtrava morbida, schermata dagli studiati panneggi delle tende alla finestra del lussuoso ufficio di Alfred Hayden. Quando Angie Rose entrò lui era alla scrivania intento a firmare delle carte, e al suo ingresso non alzò gli occhi a guardarla e neppure le fece cenno di sedersi. Solo dopo aver terminato il suo lavoro, e riposto la penna nell’astuccio, la fissò freddamente e le porse i fogli su cui l’attimo prima stava scrivendo.
«Le sue dimissioni dall’Accademia, signorina Hathaway».
Angie Rose prese il fascicoletto dalle mani di Hayden e rimase incerta, in piedi davanti a lui.
«Non c’è altro. Può andare» Disse congedandola e tornando a concentrarsi sui fogli di una cartella.
Ma lei era rimasta ferma al suo posto, costringendolo ad alzare lo sguardo e prendere atto della sua presenza.
«Non m’interessano i suoi motivi». Replicò indifferente
«Ma io intendo comunque dirglieli, e non me ne andrò di qui senza averlo fatto» Angie Rose si avviò alla porta e la chiuse a chiave.
«Cosa diavolo pensa di fare? E’ sequestro di persona, questo!» Scattò rabbioso. Era impallidito e una grossa vena pulsava sulla sua tempia sinistra.
«Io lo definirei un confronto privato sul cosi detto "incidente" accaduto ad Andrew Saint Just».
«Chiamo la polizia» Disse Hayden allungando la mano verso il telefono.
«Faccia pure. Quando chiederanno spiegazioni avrò molte cose da raccontare. In ogni caso sarebbe il secondo “incidente” che accade nella sua scuola, a distanza di pochi giorni.» disse guardandolo ironica «e credo che qualche sospetto lo desterebbe. Una cattiva pubblicità per la sua Accademia».
Alfred Hayden scoppiò in una risata: «L’ho sopravvalutata, signorina Hathaway, non è poi una così brillante attrice come avevo creduto. E sta recitando un copione già visto».
«Esattamente come lei che da anni interpreta un unico ruolo: sé stesso. E vive di luce riflessa». Disse indicando gli attestati e i premi della sua passata carriera.
«Ma questi cimeli non sono bastati a riempire la sua vita non più sotto la luce dei riflettori, mentre lei voleva si continuasse a parlare di lei. E lo ha fatto con la collera di un uomo frustrato che ogni giorno scarica sui suoi studenti il suo livore, solo per ricordare a loro, e a sé stesso, la sua trascorsa grandezza. La odiano tutti ma a lei non importa, perché è da quest’odio che trae lo spunto per le sue piccole angherie quotidiane con cui umilia i suoi studenti, colpevoli di avere un futuro mentre lei ha solo un passato».
In un impeto d’ira, lui tentò di mettersi in piedi ma non gli riuscì, e così afferrò un pesante fermacarte e glielo lanciò contro. Poi s’accasciò sul sedile della carrozzina, tremante e con il fiato smorzato.
Qualcuno prese a battere con forza alla porta, dopo aver tentato inutilmente di aprirla.
« Alfred...cosa sta succedendo?» Chiese preoccupata una donna dietro l’uscio : «Per l’amor di Dio, rispondi!»
Angie Rose aprì la porta e quella, nel precipitarsi a soccorrere Hayden, quasi la travolse.
Nel cortile s’imbattè in Christine Logan e Jasmine Wright, ma le ignorò tirando dritta per la sua strada.

Splendida nel suo abito da sera rosso, un colore inusuale per lei che preferiva le tinte fredde, come il verde e il turchese, che risaltavano i suoi occhi, Gina Colombo s’era esibita, poco prima della chiusura, nello spettacolo della rottura dei bicchieri, infrangendo, con la potenza della sua voce, quelli apparecchiati sulle tavole e quelli nelle vetrine. Gli avventori, che erano stato adunati in una zona sicura del ristorante dove le schegge non potevano arrivare, applaudivano alla pioggia di cristallo e alla dea vestita di rosso che l’aveva provocata. Gina li aveva stregati con la sua voce e la sua presenza, ma i suoi occhi guardavano il fondo della sala dove c’era Apache. Angie Rose intercettò quello sguardo ma se ne distolse imbarazzata, come stesse violando un segreto che non le apparteneva, anche se, in quel momento, tutto pareva intriso di magia, palpitante e chiaro: alla luce del sole. Solo il suo cuore rimaneva buio, amareggiato dalle menzogne del mondo fuori la porta del Colombo’s Restaurant. Quel mondo a cui inevitabilmente avrebbe dovuto far ritorno quando il ristorante avrebbe spento le luci e chiuso i battenti. Ma di tornare a casa non se la sentiva e avrebbe chiesto a Gina di potersi fermare a dormire li, nella stanza che un tempo era stata di Apache. Hamlet era con lei e non c’era nessun altro a cui avrebbe dovuto rendere conto del suo mancato rientro.

«Puoi venire da me. La mia stanza degli ospiti è di certo più confortevole» Le propose Gina.
«Grazie» Rispose riconoscente « ma se per te va bene, vorrei stare qui».
Gina assentì, comprensiva: «A volte si ha necessità di restare soli...che è diverso, però, dall’essere soli...così di qualunque cosa tu abbia bisogno, chiamami». Disse indicando il telefono.
Già sulla strada, tornò indietro per un ultimo abbraccio.

Rimasta sola, Angie Rose uscì con Hamlet nel cortiletto della cucina. La notte primaverile, brulicante di stelle, profumava di gelsomino. In lontananza si snodava il nastro scuro della strada punteggiato dalle luci dei fari delle auto in transito. Il paesaggio era tutto lì, racchiuso in quegli scarni fotogrammi: non c’era altro da vedere. Si sedette sulla soglia ed Hamlet le si accucciò accanto, col muso nel suo grembo. C’era una gran pace. Tornò a guardare la strada che, attraverso le assi orizzontali dello steccato, appariva segmentata in porzioni ordinatamente intervallate, nella distanza e nell’ampiezza. Ogni tratto d’asfalto conduceva verso luoghi e destini diversi. Quello percorso da lei l’aveva portata fin lì. Punto d’arrivo o di partenza?
Angie Rose non lo sapeva ancora, e forse non era poi così importante stabilirlo in quel momento.

martedì 30 marzo 2021

La solitudine di una Regina




Nello sfavillio dei cristalli lei,
vestita del suo abito più bello,
s'aggira nei saloni vuoti
dove non c'è nessuno che la inviti a ballare
nessuno che le porga un fiore
e le dica quanto sia bella.

Regina solitaria, nel suo fantastico regno
reclusa, nella sua inaccessibile torre
senza armigeri alle porte del castello
né lacchè ai cancelli dei giardini.

Avrebbe potuto gremire il palazzo
di corpi e di voci
pretendere, alla sua presenza, la poesia e l'amore:
ordini inderogabili i desideri di una regina 
con la postilla che chi aspira alla sua mano 
non avrà voce nella gestione del regno
che d'amare non è la donna che siede sul trono
ma quella che con lui dividerà il letto.

Avrebbe potuto allestire la scena
contentarsi di un inchino
e dell'assenso muto di una promessa
credere amore la quiescenza
e appagamento la sottomissione
perché nessuno rifiuta la mano di una regina.

Avrebbe potuto, con un battito di ciglia
inginocchiare, tra i suoi pretendenti,
l'eroe più ardito, il più bello e fiero,
e farlo suo sposo.
Ma lui avrebbe finto l'amore o provato davvero?

domenica 14 febbraio 2021

Un incontro a San Valentino

 


 Esterno giorno - Parco di Villa Gordiani, Roma Est.

Cupid riposa esausto su un rudere dell'antica casa patrizia, dopo aver scagliato a desta e a manca tutte le sue frecce. Quando mi scorge, seduta su una panchina intenta a sbocconcellare un enorme maritozzo con la panna, vola nella mia direzione e inizia a ronzarmi attorno. Il dio dell'amore è diverso da come lo immaginavo: piccolo e grassottello, con due alucce celesti e la voce piccina.

Cupid: «Sembra buono.» Mi approccia indicando il maritozzo.
Io: «Non sembra, lo è!»  Esclamo con la bocca piena.

Volteggia sospeso all'altezza del mio viso, così vicino che lo sento sospirare. Immergo un dito nella panna per offrirgli un assaggio.

Cupid: «Grazie, non posso, sono in servizio.»
Io: «Ho notato che non hai più frecce nella faretra, tecnicamente hai terminato il tuo turno.»
Cupid:«Mi sono fatto prendere dall'entusiasmo, ma oggi è una giornata speciale.» Malizioso mi strizza un occhio.

Lo tento di nuovo con la panna, ma lui fa cenno di no col capo.

Cupid:« Ma anche se non ho più frecce stacco comunque sempre a mezzanotte, Turni lunghi a San Valentino.»
Io: «Ma senza attrezzatura come proseguirai la tua mission?»
Cupid: «Le frecce non sono indispensabili, le sostituisco con le atmosfere e i paesaggi.»
Io: «Davvero? Questo è uno scoop, immagino che nessuno lo sappia.»


Lui sorride sornione, lasciandomi intendere che sulla faccenda la sa davvero lunga.

Cupid: « Scagliare dardi, però, è molto più divertente e meno laborioso.»

Mentre mi lecco le dita dalle briciole del maritozzo lui si è seduto sulla spalliera della panchina. Fa freddo, ma sullo sfondo dirama una luce tenera, primaverile, e un passerotto canta una romanza d'amore ad una passerottina, affacciata ai rami più alti dell'acero davanti la panchina.

Io: «Ma guarda che mattinata fulgida sta venendo fuori. Opera tua?»
Cupid: «No, figurati, so far di meglio.»
Io: «Ad ogni modo anche così è bello.»

Traggo dalla borsa il cellulare ed inizio a scattare foto: alla luce, ai passerotti ed anche a Cupid che si mette in posa e sorride.
Nello scatto la sua immagine però non appare.
Sono delusa anche se un p' me lo aspettavo.

Cupid: «Non ti sei persa niente: non sono fotogenico.»
Io: «Se per questo neppure io.»

Ridiamo.

Cupid: «Sei single?»
Io: «Dovresti saperlo.»
Cupid: «No, mica posso conoscere lo stato civile di tutti i miliardi abitanti del pianeta.»
Io: «Allora quando scagli le tue frecce i bersagli sono casuali?»
Cupid:«Più o meno.»
Io: «Ora si chiariscono un bel po' di cose!»
Cupid: «Sei delusa?»
Io: «Direi confusa, perché se questo spiega il colpo di fulmine crea, però, zone d'ombra riguardo le affinità elettive.»
Cupid: «Comunque non mi sembra un tuo problema, visto che sei single.»

Rilevo un tono ironico e mi pongo sulla difensiva.

Io: «Cosa vuoi dire?»
Cupid: «Niente di più di quello che ho detto.»
Io: «Eh no, adesso mi spieghi.»
Cupid: «Cosa devo spiegarti?»
Io: «A cosa alludevi quando hai detto "non è un tuo problema, visto che sei single"»
Cupid: «Che, in quanto single, la faccenda non ti tocca. Noi angeli non usiamo i doppi sensi.»
Io: «E pensi che ti creda...così...sulla parola?»
Cupid: «Se non mi credi me ne farò una ragione. Ad ogni modo ho terminato la mia pausa. Ti saluto.»

Sta per involarsi, ma io riesco a trattenerlo per una gamba
Io:«Non vai da nessuna parte se prima non chiarisci cosa intendevi con...»
Cupid: «Che sei un caso impossibile! Ti basta come spiegazione?»

Scuote le piccole ali, si libera dalla mia presa e sparisce alla vista.
Ma io gli urlo dietro: «Sei come tutti gli altri uomini che quando non avete argomenti vi date alla fuga.»
Gli urlo dietro infuriata.

Sono perplessa e delusa da questo incontro con Cupid. Non era così che immaginavo il dio dell'amore: fuggente, approssimativo ed anche un po' fanfarone. Esattamente come i miei ex. 
E chissà poi cosa veramente intendeva quando ha detto: sei un caso impossibile!

giovedì 28 gennaio 2021

Deja vù


 



Apro gli occhi e mi ritrovo sempre nello stesso de javù. Anche stamani nulla di nuovo sotto il sole, nel paesaggio immutato, ed immutabile, della mia casa e del mondo esterno. Perfino le parole che mi salgono alle labbra sono sempre le stesse anche se pronunciate con sfumature diverse, e non sempre a causa dell'umore, piuttosto  della memoria e delle percezioni del momento.

"La vita a modo mio" io non sono stata capace di realizzarla, che se ne avessi avuto il coraggio forse mi sarei salvata dalla monotonia del deja vù e dall'oppressione della rimozione d'interi periodi della mia esistenza, non necessariamente i più tristi o dolorosi, ma quelli dove la mia presenza era un ingombro anche per me stessa. "Non essere mai stata sul posto" è la gomma con la quale ho cancellato intere pagine del mio vissuto, senza nemmeno prendermi la briga di riscriverle in una versione migliore. Ma la rimozione non ha portato nessun beneficio, nessuna salvezza, perché quei vuoti, a distanza di anni, sono a me visibili, ed ancora più dolorosi, a causa della mia impotenza a ricordare correttamente, e alla mia onestà a non volermi servire di ricostruzioni fantasiose e a me più congeniali.
Così quei deja vù che pure dovrebbero rassicurarmi, operano, invece, in senso contrario, rammentandomi che le scarne proiezioni sono i residui di scene più complesse a cui io, scientemente, ho apportato tagli e censure.

mercoledì 20 gennaio 2021

Il paradiso perduto


  L'angelo era tornato a spiare il giovane pastore intento al pascolo del suo piccolo gregge, sulle colline dell'Arcadia. Gli piaceva guardarlo anche se non riusciva a spiegarsi il perché di quell'attrazione. Forse per la sua bellezza, seppur terrena ed imperfetta, e con il tempo destinata a sciuparsi. Dura pochi anni lo splendore negli uomini, e per chi è povero ancor meno Così dell'oro di quei capelli, del rosa dell'incarnato e dell'azzurro degli occhi, non ne sarebbe rimasta alcuna traccia, sepolti sotto una polvere di grigio, il colore della vita degli indigenti. L'attrazione per quella fragile bellezza, però, non era sufficiente a spiegare il motivo del suo interesse, perché dove l'angelo dimorava tutto era improntato all'incanto e alla magnificenza. All'armonia e alla perfezione. E lui stesso ne era l'emblema. 
Il giovane pastore, tutt'altro che perfetto, aveva un modo contadinesco di muoversi e di gesticolare, e una voce acuta, che diventava aspra, nel richiamare le greggi. Eppure l'angelo trascorreva  le sue ore ad ammirarlo, affascinato da quei contrasti che lo seducevano. Lo divertivano e lo ammaliavano. Provava sensazioni sconosciute, dolci ed irruente insieme, senza però riuscire a definire quel calore che dal ventre propagava al cuore. E lo stordiva. Lo confondeva. Precipitandolo in un abisso inesplorato di gioia e di disperazione.

Il pastore, quasi ne avesse avvertito l'impalpabile presenza, guardò verso l'alto, ma abbacinato dal sole, distolse lo sguardo.
L'angelo allora odiò il sole che invadeva il cielo con la sua luce di fuoco e tornò di notte, quando il chiarore della luna avrebbe permesso ai loro sguardi d'incontrarsi. E soffiò via le stelle per nettare il firmamento da qualsiasi altra luce che non fosse la sua. Il pastore dormiva nel suo riparo di fortuna, steso su un pagliericcio, il bel volto reclinato su una spalla, la bocca leggermente dischiusa e i biondi capelli ad ombreggiargli gli occhi. La corta tunica, scomposta nel sonno, scopriva un corpo levigato d'adolescente, ma già ruvidi gli arti e le mani callose.
Il tempo aveva iniziato la sua opera di distruzione.

Una lacrima sgorgò dagli occhi dell'angelo chino su di lui, e si posò, lieve come un bacio, sulle labbra del giovane che, nei riflessi del sonno, la nettò con la lingua. Quel tocco, leggero ed umido, l'angelo lo avvertì sulle propria bocca, e gli pervase i sensi con un ardore sconosciuto ed avvolgente, impudico e carnale. Sconvolto da quella tentazione che sapeva di peccato, si ritrasse e volò via.
Tornò la sera dopo, perché guardarlo alla distanza ormai non gli bastava più, e si stese accanto per vederlo dormire e respirare il suo respiro. Ma quella vicinanza, anziché acquietarlo, lo pervase come una febbre senza cura, e il delirio muto in cui si dibatteva lo rese temerario. Con mano tremante sfiorò i capelli del giovane con una casta carezza, poi con dita lievi indugiò sulle sue labbra e, sempre più ardito, scivolò sul petto glabro, sui fianchi stretti e i glutei lisci. Dal contatto della sua pelle si lasciò inebriare senza più opporre resistenza.
Il pastore aprì un attimo gli occhi (che all'angelo parvero più azzurri di tutti i cieli esplorati) confuso, pervaso dalla sensazione di un languido sogno, e a quello s'offrì docile. A quello e alle sue mani.
E lui lo colse, penetrandolo piano, con infinita dolcezza, per non travolgere nell'onda dei sensi la poesia sublime di quell'amore innocente, ma più di tutti peccaminoso.
Lo vegliò tutta la notte su quel letto di paglia, con disperazione e amore infinito, consapevole che per il giovane al suo risveglio sarebbe stato il ricordo di un sogno bagnato, e per lui, invece, il paradiso perduto.

 

 

 





domenica 17 gennaio 2021

Gina Colombo's Restaurant (cap 5)


Storie

Quella sera, quando giunse al ristorante, trovò Apache e Gina vestiti elegantemente e in procinto di uscire. Dalla cucina giungevano le voci di Jean Baptiste e Marta che discutevano sulla supposta supremazia dell'arte culinaria francese. La piccola messicana lo sfotteva con dolcezza mentre lui, invece, mancando totalmente d'ironia, s'accalorava nel difendere la sua tesi partigiana.

«Nuestras tortillas, por ejemplo, son mucho màs ricas ay apetitosas che tu crepes, y te satisfacen mas.»
Lo provocava Marta, in tono semiserio, deliziandosi delle reazioni molto teatrali di lui.
«Mon dieu que dois-je entendre». Rispondeva Jean Baptiste tappandosi le orecchie e scuotendo il capo : «tes tortillas rassasient l'estomac.» obiettava, inspirando l'aria e gonfiando le guance «mes crepes, par contre, nourrissent  l'ame» concludeva, espirando con un'espressione beata.

Gina, splendente di paillettes, le andò incontro sorridente: «quei due non sono quasi d'accordo su niente...vedrai che prima o poi si sposano.» Indicò ridendo la cucina, dove la disputa ancora continuava.

«Siete bellissimi» esclamò Angie Rose abbracciando in un solo sguardo Gina e Apache: «andate da qualche parte?»
«Al Majestic danno "Il fantasma dell'opera" ma trovare i i biglietti, t'assicuro, è stato davvero un'impresa, ma che ci dà l'opportunità di festeggiare il successo di un'altra impresa, quella di Apache». Lui annuì sorridendo, alzando il pollice in segno di vittoria.

«Ad ogni modo non volevamo andar via senza averti rassicurato sul buon esito della vicenda sui suoi sviluppi.» Aggiunse Apache, visibilmente soddisfatto «ho consegnato la borsa ad un mio amico, un ispettore di polizia che mi doveva un favore, e che ha provveduto a pattugliare la zona con agenti in borghese. Alla vecchia signora non verrà imputato niente e non risulterà in alcun modo coinvolta nella vicenda. Quei soldi, finiti nel vostro cortile, sono i proventi del riscatto per un rapimento. L'aver indicato dove la borsa è stata ritrovata favorirà la cattura dei sequestratori, sebbene uno di loro è già nella mani della polizia. A proposito, le banconote erano segnate e la tua amica non avrebbe mai potuto spenderle, ma in cambio avrebbe corso grossi rischi  perché quella è gente che non scherza».
«Grazie» Angie Rose lo baciò su una guancia. Era la prima volta che lo faceva. Lui accolse con naturalezza quel gesto spontaneo «E di cosa, piccola? Sarebbe stato impossibile fallire un piano perfetto come il nostro».
Gina, con discrezione, s'era allontanata dirigendosi alla cucina, per ritornare con Jean Baptiste e Marta. Poi, dal ripiano di una credenza, trasse un vassoio con cinque flute e una bottiglia di Bollinger.
Alla vista dell apreziosa bottiglia, Jean Baptiste declamò inspirato: «Champagne: le nectare des dieux est francais. Pas italien, pas amèrican... » e, lanciando un'occhiata significativa a Marta concluse «encore moins mexicain »
«Touchè» Rispose lei ridendo.
«Jean Baptiste, ho notato che quando discuti con Marta le parli in francese. Perché?» Domand Gina
«Così non può sopraffarmi con la sua parlantina.» Rispose lui sornione.
«In realtà è sempre lui che parla, e così il francese ora lo capisco abbastanza bene, e posso rispondergli a tono». Spiegò Marta ridendo, nel tono di chi la sa lunga. Poi, rivolta allo chef «tout ce que tu fais c'est me parler en francais...Je pourrais vouis repondre immediatement...mais je vous laisse parler pour en savoir plus». Marta pronunciò il suo discorso in maniera fluida, senza tentennamenti e in un piacevole mix di accenti ispano-francesi.
«Diable de femme!» Esclamò Jean Baptiste, alzando le mani in segno di resa.
Apache rise: «Non so cosa abbia detto Marta perché, a differenza di lei non parlo la tua lingua, ma il tuo commento, amico mio, è inequivocabile». Poi, sollevando il calice, disse: «Brindiamo alle donne».
Tutti alzarono i bicchieri toccando quelli degli altri.
«E all'amicizia». Propose Gina.
I bicchieri tintinnarono di nuovo.
«E alle imprese riuscite». Le fece eco Angie Rose, sollevando il suo calice verso Apache.

«Sono una bellissima coppia» sospirò Marta dopo che Apache e Gina furono usciti «è un vero peccato che non stiano insieme».
«Magari non è così». Obiettò Jean Baptiste, con l'aria di chi è ben informato.
Marta ed Angie Rose lo guardarono sorprese.
«Tu li conosci  da molto...cosa sai di loro?» Domandò la piccola maya. «Non è curiosità la mia, mi piacerebbe saperne di più perché voglio bene ad entrambi.»
Erano seduti a cenare, come sempre a quell'ora, prima dell'apertura del ristorante al pubblico. Jean Baptiste, al centro dell'attenzione, non si fece pregare. Quella sera, poi, si sentiva particolarmente ispirato dall'atmosfera, romantica e corsara, che continuava ad aleggiare nella sala, anche dopo che Gina ed  Apache erano andati via.

«Quando Gina rimase vedova, la sua bellezza strepitosa attirò molti pretendenti dell'alta borghesia, e persino qualche aristocratico, ma lei aveva le sue idee e non volle risposarsi. Con il sostanzioso lascito del marito, un altro dirigente della Citibank, aprì questo ristorante. La decisione non piacque alla famiglia, una delle più influenti della città, che la osteggiò in tutti i modi per indurla a desistere e sposare uno dei suoi facoltosi corteggiatori. Ma lei tenne duro e perseguì il suo obiettivo. Fu in quel periodo che conobbe Apache. Colpo di fulmine per entrambi. Ma alla famiglia di lei neppure quella scelta andava bene: un ex stunt-man caduto in disgrazia e con problemi di alcol, quando aveva rifiutato uomini di altissima reputazione e con ingenti patrimoni. Inaccettabile per la sua famiglia. Ma benché pressata e in tutti i modi ostacoli, lei non cedette e il padre la diseredò.» Jean Baptiste s'interruppe per versarsi una dose di Bordeaux Rouge e tagliare il suo filetto allo chateaubriand (era la sera della cucina francese) ancora intatto nel suo piatto. «Dèlicieux.»Mormorò, approvando sè stesso.
«E' davvero squisito.» Convenne Angie Rose, intenta ad intingere pezzetti di carne nella salsa bernese.
«E poi...cosa è accaduto dopo?» Incalzò Marta che, presa dal racconto, non aveva ancora iniziato a mangiare.
«Perché non mangi? Non ti piace?» Domandò apprensivo lo chef indicando il piatto ancora pieno. Nonostante le loro schermaglie si vedeva che teneva molto a lei e al suo giudizio.
«Mi delizio del suo profumo in attesa che tu termini la storia.» Rispose la giovane messicana, sollecitandolo in quel modo a riprendere il racconto.
«Apache, quando seppe che per lui Gina era entrata in collisione con i genitori, la pregò di lasciarlo e riappacificarsi con loro. Ma lei fu irremovibile, Era molto innamorata e mai avrebbe rinunciato a lui. Le cose andarono avanti fin quando di Gina iniziò ad occuparsene la stampa, per via di quella sua voce che infrangeva il vetro, e poi anche Hollywwod che ne avrebbe voluto fare una star. Tutto questo interesse per Gina toccò anche lui, che non la prese bene.»
Jean Baptiste fece una pausa per bere un sorso di vino e i suoi occhi andarono al piato di Marta ancora intatto, così s'affrettò a riprendere il racconto: «Di Apache venne tirato in ballo il suo passato, l'incidente che lo aveva reso zoppo e la sua caduta nell'alcolismo. Perfino quella sua mancata storia d'amore con l'assistente sociale che l'aveva aiutato a ricostruirsi , divenne materia di gossip. tutto manipolato e romanzato. Sarcasticamente, e con spregio, venne soprannominato "il signor Colombo", un appellativo per arrampicatore sociale o, peggio ancora, mantenuto, nonostante Gina fosse stata ripudiata dalla sua famiglia e diseredata. Quell'insulto denigratorio era stato per Apache la goccia che aveva fatto traboccare il vaso e, nonostante fosse innamorato di lei, se ne andò. Ma quando Gina fu costretta a letto per le gravi complicazioni di una polmonite, lui tornò per offrirle conforto ed aiuto, e quel suo cuore che mai aveva smesso di battere per lei. Si occupò della sua convalescenza e della gestione del ristorante. Nel frattempo il clangore della loro storia s'era chetato e, seppur a un paio di giornaletti da gossip quel suo ritorno non era apparso inosservato, la notizia non destò più molta curiosità. Si amavano, ma quello che era accaduto li aveva profondamente scossi, soprattutto Apache, umiliato dall'appellativo di "signor Colombo" a cui, immaginava il matrimonio lo avrebbe legato. Ma alle nozze non mirava neppure Gina, refrattaria per natura ai legami imposti, alle formule di rito e alle catene sociali di qualsiasi specie. Insieme stabilirono che il loro rapporto non aveva bisogno di alcun tipo di convalida e che sarebbe durato il tempo della passione, non un giorno di più. Per questo avrebbero condotto vite indipendenti pur continuando a lavorare insieme (se Gina è il cuore di questo ristorante, Apache ne è il motore), consumando nel segreto i meravigliosi momento del desiderio. E a quanto pare la cosa funziona». Concluse compiaciuto. Poi, vedendo nel piatto di Marta il filetto appena piluccato le intimò severo: «L'historie est finie. Maintenant tu peux manger.»
«Oui». Sospirò lei con aria sognante, accingendosi a consumare la pietanza ormai fredda.

Angie Rose aveva ascoltato la storia in silenzio, senza mai interrompere né porre domande. Non c'era niente da chiedere perché nel suo breve racconto Jean Baptiste era stato esaustivo. Un grande amore quello fra Gina e Apache che ancora, dopo tanti anni, non s'era offuscato ma anzi brillava di luce purissima, quella stessa che aveva percepito nei loro modo d'intendersi. Si sentì invadere da una gamma infinita di sensazioni e, tra queste, anche una punta di gelosia, ma non verso Gina, nei confronti della quale non avrebbe mai potuto nutrire sentimenti malevoli, ma per quell' amore così grande e generoso, da farle desiderare di essere, anche solo per un momento, al posto dell'amica, perché mai aveva amato e mai nessuno l'aveva amata con quell'intensità. Quelle che aveva definito, fino a quel giorno, le storie più  importanti della sua vita, le apparivano ora prive di anima, banali flirt privi della possanza e della poesia di quell'amore così romantico e carnale. Immaginò che un bacio di Apache l'avrebbe fatta risplendere, trasformandola da particelle in atomo, e colmando la sua esiguità in pienezza, sarebbe emersa dalla penombra come una luce viva, abbagliante di sentimento.
Si riscosse dal suo sogno ad occhi aperti e notò che Jean Baptiste la stava osservando e allora si riscosse, temendo che quei suoi pensieri trapelassero dallo sguardo e potessero venir fraintesi.
«Preparo i tavoli.» Disse alzandosi e tirando fuori da uno stipo la mise en place primaverile.

Era stata lei a suggerire di allestire la sala con tovaglie e stoviglie in tema con la stagione e Gina, con entusiasmo, l'aveva accolta. Insieme erano andate a scegliere i tessuti e il vasellame d'abbinarci. 

trasse dallo stipo la pila delle tovaglie di lino nella raffinata fantasia botanical primaverile, e sorrise al ricordo di quel piacevole pomeriggio di shopping di fine febbraio. Un pomeriggio limpido ma freddo, così dopo gli acquisti per scaldarsi s'erano rifugiate in una piccola sala da thè, molto accogliente e poco rumorosa, dove la cameriera le aveva scambiate per madre e figlia. Entrambe avevano sorriso di quella svista, senza però smentirla e stando al gioco.

«E' bello averti come madre.» Aveva detto Angie Rose quando la cameriera se ne fu andata.
Gina aveva avvertito nel tono leggero della voce una nota di profonda tristezza «Non parli mai della tua famiglia ed io, per discrezione, non ti ho mai fatto domande.»
«Non c'è molto da dire. E' ormai una storia del passato che , però, continua a far male. E credo che farà male per il resto della vita.» Rispose, continuando a rimestare, con un gesto meccanico, col cucchiaino il fondo della tazzina, e lo sguardo lontano.
«Mia madre è una donna impossibile, di quelle che non ascolta e non dialoga. Una donna piena di certezze perché la sua visione del mondo, nettamente diviso tra il bene ed il male, non lascia posto al dubbio. Così, quando a diciassette anni sono rimasta incinta, ha saputo esattamente da che parte collocarmi, con un verdetto immediato ed inappellabile di colpevolezza. Non ha avuto dubbio nel condannarmi, non mi ha chiesto spiegazioni e neppure concesso attenuanti. Ero scivolata dalla parte del male, e per farmi di nuovo instradare sulla retta via mi ha messo alle strette: o mi sposavo o abortivo. Io non volevo sposarmi, non amavo Luke...mi piaceva ma non lo amavo. Era solo una storia di sesso, la nostra. E poi neppure lui voleva quel matrimonio, una facciata per giustificare la nascita del bambino che io, però, avrei comunque voluto per me sola. Ma lei, invece, davanti al mio diniego, aveva incrudito il suo ultimatum: o abortivo oppure avrebbe denunciato Luke. Mia madre è figlia di un magistrato molto influente, e Luke era maggiorenne e passibile di pena, denunciarlo sarebbe stato rovinargli la vita, così ho abortito, ma compiuti diciotto anni sono andata via di casa.» 
«E tuo padre cosa ha detto? Che reazioni ha avuto?» 
«Mio padre è uno che non vuole problemi, soprattutto con mia madre. Per questo ha sempre lasciato a lei le decisioni importanti. adeguandosi alle sue scelte. Lui ama la sua vita tranquilla e programmata che ruota attorno al suo studio d'architetto e al circolo del golf, i pranzi domenicali coi nonni  e alle partite a poker con gli amici. Un mondo circoscritto e selettivo, quello dei miei genitori, dove non c'è posto per l'imprevisto. E quando questo accade si fa in modo di cancellarlo.»
«Ma la tua famiglia, dopo che sei andata via, non ti ha mai cercata?»
«Si, mio padre, tramite un detective. Presumo, però, che abbia dovuto discutere a lungo con la mamma per farle accettare questa sua iniziativa di cui, ad ogni modo, gliene sono grata, perché quella, forse, è stata l'unica volta che ha fatto valere una sua decisione: un atto di coraggio.» Aveva sorriso, ma gli occhi erano tristi. «Ma quando ha saputo della mia aspirazione di fare l'attrice non mi ha più cercata anche se, sospetto, che siano al corrente di ogni mia attività e controllare che non mi cacci in qualche casino a scapito del buon nome della famiglia.» 
«E' una bella storia.» Disse Gina, carezzandole una mano.
Angie Rose la guardò stupita «Davvero? Non pensi che sia triste?»
«Per il bambino che non hai potuto avere...si quella è la parte più triste perché ponendoti davanti alla scelta tra la vita di Luke e quella di tuo figlio, in realtà non ti ha dato nessuna scelta. In quanto minorenne non potevi decidere niente anche se ti hanno fatto credere che tutto dipendesse da te. Ti hanno abilmente manovrata.» S'interruppe per darle il tempo di riflettere su quest'ultima constatazione, e poi proseguì: «Ma tutto quello che è accaduto dopo non è affatto triste, perché è il racconto della tua rinascita: sei andata via di casa, non ti sei cacciata nei guai, sei indipendente e persegui il tuo sogno. Hai trovato il coraggio di voltare pagina. Di ricominciare. Una storia decisamente positiva.»

Una storia decisamente positiva, aveva detto Gina, e riflettendoci su era vero, anche se lei non l'aveva mai vista in quel modo, perché sopraffatta dai sensi di colpa nel non aver saputo opporsi a sua madre e tenersi il bambino aveva, fino a quel momento, vissuto la sua giovane vita come un fallimento, fino al momento in cui Gina in quella sua storia ci aveva visto una rinascita. E così, d'un tratto, quel peso immane che le gravava sull'anima era diventato più sopportabile. S'era affievolito anche il rancore che ancora sentiva nei confronti di Luke per averla messa in quella situazione in cui lui se l'era cavata col trasferimento in un'altra città mentre lei, ogni anno contava i compleanni di quel loro figlio che sarebbe dovuto nascere in Febbraio, stabilendo come data simbolica il quattordici, la festa di San Valentino. Ogni anno,  in quel giorno, comprava un pelouche. Ne aveva collezionati sei.
«Smetti di farti del male. Conti forse gli anni ai sogni e alle cose belle? » Le aveva chiesto con dolcezza «No, perché  sai che non hanno età, non invecchieranno mai a dispetto di te stessa e del tempo che passa. Stabilire una data è mettere un vincolo. Una scadenza. Lascia andare il tuo bambino, non tenerlo imprigionato in un calendario o su una mensola, ma tienilo al sicuro nel tuo cuore, l'unico posto dove vorrebbe stare.»

Angie Rose sorrise al ricordo di quel pomeriggio quando Gina, inducendola a guardare dentro di se, le aveva svelato il segreto della sua infelicità ma anche quello della sua forza, e un senso di gratitudine la pervase.
Apparecchiato l'ultimo tavolo, pose al suo centro un elegante vaso di cristallo con tre splendide rose rosse, e chiese a Jean Baptiste: «Credi che dopo il teatro, Gina e Apache, verranno a cena?»
Lui le rispose con un sorriso malizioso.
«Non importa» disse mettendo in bella vista il cartellino" riservato" «stasera questo tavolo è per loro.»

sabato 9 gennaio 2021

Words

Strano come a volte ci si trovi definiti nelle parole di un altro, quasi fossero le nostre.



 

mercoledì 16 dicembre 2020