Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

mercoledì 8 dicembre 2010

La Marquise Baroque (capitolo 3)

"Non far trapelare mai i tuoi veri sentimenti ma adattali a ciò che la situazione esige"
Yolande Martine Gabrielle de Polastron, Duchesse de Polignac

IL DESTINO DELLA FRANCIA
- Toinette, ce rossignol prodigieux est tien -
Con queste semplici parole, e col suo sorriso più seducente, la Duchessa de Polignac l'aveva data in dono a la Reine.
Ed ecco che Josephine veniva, per la seconda volta nell' arco della sua giovane vita, nuovamente ceduta.
Il deja vu dell'abbandono la investì come terra folata negli occhi e per un momento vacillò sopraffatta dalla paura dell'ignoto, ma riuscì a prodursi in un inchino impeccabile e sorridere perfino, come le aveva insegnato Yolande: solo un accenno di labbra appena dischiuse.
La Reine, con un grazioso gesto della mano, acconsentì ad accettare il dono.
Si narra che perfino l'apatico Luigi XVI fosse rimasto affascinato dalla incantevole soavità di Josephine, e per molto tempo girò l'infame diceria di una partita a dadi disputata  fra i due sovrani per stabilire "le lit royal" che quella notte avrebbe accolto Costantin, Page d'Amour.
Resta il fatto che Josephine Fournier rimase ospite fissa de le Petite Trianon dove spesso, e per lunghi periodi, dimorava anche la sovrana, e questo contribuì ad alimentare, con supponenza di verità, le maldicenze nei riguardi di Maria Antonietta, rafforzando la leggenda delle depravazioni consumate all'interno di quel suo palazzo, privato ed inaccessibile, dove spesso era ospite anche la Duchessa de Polignac, designata come l'amante ufficiale della Reine.
Non ho io il potere di fare rivelazioni, accreditare o smentire, che è ben risaputo che nei capitoli della storia, soprattutto in quella privata di una regina, l'elogio e l'inchino sovente celano il malanimo, e quindi, in ossequio ai principi dell'onestà intellettuale a cui ogni scrittore, e biografo in particolare, dovrebbe sottostare, mi atterrò a divulgare solo ciò che risulta poter essere testimoniato.


Il destino della Francia è nelle mani di tre donne ma, ad avere lo scettro, non è quella che porta la corona.
(da un articolo di Bernard Marivaux sulla rivista satirica "Madame La France")

Questa era la citazione più frequente nei pamphlets ed il motto più in voga tra il popolo, vessato ed affamato, e la nuova borghesia, produttiva e colta, stanca di contribuire con il pagamento delle tasse a mantenere lo stile di vita, eccentrico e scandaloso, della casa reale.
Di fatto, enormemente era cresciuto il potere di Yolande de Polignac, e la sua intimità con la Reine si era andata ancor di più rafforzando tramite Josephine Fournie, enfant prodige de la tragédie lyrique, ed ospite stabile del Petite Trianon, che alla Duchessa era stata affidata affinché continuasse a seguirla nella sua educazione societaria come in quella musicale.
- Josephine è il nostro capolavoro che l'Europa ammira ed invidia, far dimenticare la sua nascita volgare sarebbe un vantaggio per la Francia e la Regina. Hai carta bianca, Yolande, per arrivare all'obiettivo  - 
E di quella carta bianca, la Duchessa de Polignac, se ne servì per consolidare il suo immenso potere a corte, influenzando le scelte personali e politiche de la Reine, ampliando il suo raggio d'azione e d'interferenza, che si estendeva dal campo dell'arte a quello delle finanze.
Il Re Luigi tollerava l'invadenza della Duchessa non volendo dispiacere a Maria Antonietta in quel periodo incinta, che all'amica aveva perfino elargito il privilegio di un tabouret e la concessione di sedersi in presenza dei sovrani.
Yolande, pur tra i tanti intrighi personali, si accinse a sistemare le faccende di Josephine che, nel frattempo, si applicava con passione all'arte della musica, evolvendo le sue capacità vocali di pari passo con la maturazione di una bellezza fisica fuori dall'ordinario che le fruttò invidie e maldicenze tra le aristocratiche che non dimenticavano i suoi oscuri natali e l'amicizia intima, in odore di peccato, con la Duchessa e la Reine.

IL DESTINO DELLA FRANCIA E' NELLE MANI DI TRE DONNE  MA, AD AVERE LO SCETTRO, NON E' QUELLA CHE PORTA LA CORONA
Il riferimento a Yolande de Polignac era evidente e comprendeva anche lei, Josephine, che la Reine, in pubblico, confidenzialmente chiamava Josepha alla maniera austriaca, per sottoscrivere una sorellanza dettata dal trait d'union di quel nome che apparteneva anche a lei: Maria Antonia Josepha Johanna von Habsburg-Lothringen
La Reine è nel profondo una democratica, mormoravano ironicamente dietro i ventagli le dame, cosicchè nel suo letto comodamente trovano posto la duchessa e la lavandaia. E forse il figlio che Madame Scandale porta in grembo non è il  frutto dei reali lombi di Luigi XVI, sessualmente inetto, ma, con buone possibilità, lo è di quella strega della Duchessa de Polignac.
Yolande, forte delle sue prerogative e del suo ascendente, poco si curava delle chiacchiere velenose ma procedeva spedita nel rafforzare la sua posizione personale, e quella famigliare, nella gerarchia di corte, senza però trascurare i suoi doveri di tutrice verso Josephine Fournier, assolutamente consapevole che un incarico ben svolto porta riconoscimenti ed introiti, ma soprattutto quando si lavora per una regina, anche molti privilegi.
Sistemare convenzionalmente Josephine non sarebbe stato difficile perché quella carta bianca che Maria Antonietta le aveva concesso le offriva possibilità di audaci strategie anche se non immuni da rischi: un gioco d'azzardo in cui la Duchessa avrebbe sperimentato la sua congenita natura di baro.

( poupée - Lena e Katya Popova)

sabato 4 dicembre 2010

La Marquise Baroque (capitolo 2)

LA METAMORFOSI DENTRO LA  SERRA 
 La Duchessa de Polignac entusiasticamente si apprestò a riplasmare, secondo la sua logica ed il suo gusto, quell'uccellino ancora implume, che senza il suo prodigioso intervento tale sarebbe rimasto per tutta la vita.
E non era quello un cimento facile, perché i dodici anni della vita stentata di Josephine Fournier avevano già iniziato a mostrare i loro disastrosi effetti collaterali.
Ma non era per umanità, né per mecenatismo, che la Sovraintendente ai divertimenti de la Reine s'era appassionata alle sorti di quella creatura diafana dalla voce angelica, ma perché la sua intelligenza vivace aveva valutato, nel suo futuro impiego, un tornaconto personale per consolidarsi nell'enorme influenza di cui già godeva a Versailles.
Applicò ogni cura nell'educazione societaria de la petite blanchisseuse, fornendola di una governante personale, di un precettore che le insegnasse i rudimenti della lettura e della scrittura, ed affidandola, per l'apprendimento dell'arte musicale, al maestro Jean-Phlippe Rameau, il più grande organista dell'epoca e teorico della musica francese, il quale accettò l'incarico come favore dovuto alla Duchessa, il cui entourage si era apertamente schierato dalla sua parte nella diatriba sorta con Jean-Jacques Rousseau circa le origini della musica, abbracciando il teorema di Rameau secondo cui la musica è linguaggio primievo ed  universale in antitesi a quello del filosofo svizzero che propugnava, invece, per la sua diversificazione generata dai fattori storici e culturali.
La Duchessa era una donna molto accorta, che se si vuol mantenere stabile il proprio potere bisogna fare le cose ammodo, non cedere a tentazioni poco ponderate, e che i frutti maturi sono i migliori a cogliersi, così non confidò a nessuno di questa sua adozione e del progetto conseguente, ma quel che è certo, è che nelle sue abili mani Josephine sbocciò vivida come un fiore di serra, meticolosamente protetta dagli eccessi della luce e da quelli del clima, e questo le conferì quell'aria esotica, indolente e sovrana, su cui la petite blanchisseuse avrebbe costruito la sua fama mentre lei avrebbe rafforzato la sua influenza a corte.
Saggiamente Yolande aveva permesso le visite periodiche di Marianne, consapevole che col tempo, e senza nessuna forzatura, sarebbe subentrata l'estraniazione fra madre e figlia, dovuta  alla diversità degli stili di vita, e che quella presenza materna, dimessa e supplicante, caritatevolmente accettata, avrebbe oltremodo affrettato in Josephine un distacco definitivo.
D'altronde la petite blanchiseuse non aveva alcuna nostalgia della vita passata, ed anche se a volte le sembrava di avvertire il doloroso graffio di un coltellino laddove pulsava il cuore, la Duchessa la medicava con nuovi e meravigliosi doni per far dimenticare al bocciolo di vivaio di essere stato originato da un fiore di prato.
E la vita di serra ben si confaceva a Josephine che, schiudendosi nella mitezza di quel calore temperato, respirava, assorbiva, si plasmava nel carisma della sua benefattrice, giungendo perfino a somigliarle nell'aspetto fisico, che entrambe avevano gli occhi azzurri, dentatura perfetta, un incarnato diafano e serici capelli bruni.
Così, come talvolta accade per quei cani che vivendo in empatia, o in forzata prigionia, con i loro padroni ne assumono le sembianze, i vezzi e i ghiribizzi, perfino lo sguardo, quand'anche, viceversa, sono i padroni sottomessi ad un affetto innaturale a somigliare ai loro animali che quasi t'aspetti inizino festosamente a scodinzolare e ad abbaiare a comando, o ad annusare circospetti.
Questo aspetto estremo dell'imitazione può scaturire dall'ineluttabilità di un amore viscerale così come dall'alienazione di un prolungato isolamento, quando l'universo intero si riduce alle singole fattezze dell' amante o del carceriere.
Ma al di là dei nostri strutturati ragionamenti psicologici, la somiglianza fisica di Josephine e di Yolande derivava solo da una naturale coincidenza anatomica, pur se occorre sottolineare che la petite blanchisseuse ammirava la Duchessa ed ardentemente aspirava ad esser come lei, anche se mai avrebbe immaginato di eclissarne, un giorno, lo splendore.

UN DONO PER LA REGINA
Fu la sera in cui Josephine Fournier fece la sua prima apparizione, en travesti, nel ruolo di Constantin, Page d'Amour, durante una rappresentazione al Petite Trianon, quando dispiegò la sua splendida voce di soprano appena adolescente in un assolo basato su complicatissimi virtuosismi vocali elaborati sulla portentosa estensione di quelle sue corde vocali debitamente educate dal suo precettore, Jean-Philippe Rameau, che così ritenne saldato il suo debito di gratitudine con la Duchessa de Polignac, consacrando con la sua presenza presso il regale parterre, in quell'occasione al gran completo, la sua talentuosa allieva che riscosse i favori, entusiastici ed immediati, dell'entourage reale.
Subito dopo la rappresentazione, Yolande, donò il delizioso Paggio d'Amore a la Reine.

(poupée - Lena e Katya Popova)

mercoledì 1 dicembre 2010

La Marquise Baroque (capitolo 1)

Quella che qui si narra è la straordinaria storia di Josephine Fournier, universalmente conosciuta come la Marquise Baroque, e la sua leggendaria ascesa dai bassifondi della città di Parigi allo splendore della corte di Luigi XVI, sotto la cui egida visse fino all'alba infausta in cui venne ghigliottinata.

PARTENDO DALLA FINE
Josephine Fournier, la Marquise Baroque, venne giustiziata in una nebbiosa alba del 16 Ottobre del 1793 all'interno della Conciergerie, evitando una esecuzione pubblica che avrebbe, per clangore di folla, forse offuscato lo spettacolo più importante, quello della decapitazione de la Reine, che da lì  a poche ore sarebbe andato in scena.
Josephine ottenne di essere condotta al patibolo col suo abito più bello e senza subire l'umiliazione dei capelli mozzati, che a lei vennero lasciati intatti seppur raccolti in una treccia serrata, fissata sulla sommità del capo.
Tutto questo fu possibile grazie all'accondiscendenza umanitaria di Jean-Baptiste Michonis, Ispettore delle Carceri e Capo della Polizia, in seguito giustiziato anch'egli con l'accusa di aver partecipato alla congiura de l'oeillet, per far evadere Maria Antonietta.
 La Marquise Baroque fu dunque l'unica aristocratica (ma nobile non era, almeno di nascita, seppur nessuno più se ne ricordava) a non subire l'oltraggio estremo della decapitazione pubblica con tutte le umiliazioni che tale messinscena esigeva, o sottostare alla brutalità dell'odio sociale così come era stato per la Principessa di Lamballe, stuprata, torturata, decapitata ed in ultimo squartata.

LA PETITE BLANCHISSEUSE
Josephine era la figlia bastarda di Marianne Fournier, la blanchisseuse, nata senza il riconoscimento del padre e col destino già segnato di mani corrose dalla lisciva.
Marianne se la trascinava dietro nel suo pellegrinaggio quotidiano nelle case più abbienti dove si spaccava la schiena a far tornar candido ciò che più non lo era, come certi peccati che si consumano di nascosto protetti dalle pareti di una ricca dimora o, come era accaduto a lei, dai  muri di una stalla.
Peccati che l'acqua, solo apparentemente monda, perché gli odori permangono, e se solo più profondamente si guarda son lì, pronti a tornare a galla nella schiuma oleosa del sapone.
Marianne il suo peccato se lo portava appeso sulle spalle, alla maniera indigena, dacchè le braccia erano sempre cariche dei voluminosi fagotti dei peccati altrui, che di cullare sua figlia non aveva di certo il tempo.
Poi, quando Josephine fu in grado di tenere un pezzo di sapone fra le mani senza farselo portar via dall'acqua, se la portava dietro come aiuto, a condividere il duro lavoro della smacchiatura e della battitura, per insegnarle il mestiere.
Marianne, la blanchisseuse.
Josephine, la petite blanchisseuse.
Un destino ereditato dalla casualità della nascita eppur progettato per evolversi su altri percorsi, quando in un gelido mattino di Febbraio la petite blanchisseuse spiegò, di un tono più alto del consueto, la sua voce di usignolo dodicenne, per combattere il freddo ed inconsapevolmente affermare la sua gioia di vivere, nonostante quella sua sarebbe stata una dura vita che pur contemplava le stimmate indelebili delle vesciche alle mani, che quel giorno avevano ricominciato a sanguinare, tant'è che Marianne, presa dal timore che si potesse macchiare quella biancheria che avevano il dovere di riconsegnare impeccabile, le impose di tenerle all'asciutto, che avrebbe fatto da sola piuttosto che rischiare un imbrattamento, perché non potevano permettersi di perdere una così importante e ben retribuita commissione, un affronto che Yolande Martine Gabrielle de Polastron, Duchesse de Polignac, Sovraintendente Della Casa Della Regina, non meritava di certo.
Josephine ubbidì con gioia, che il dolore alle mani era tanto e che forse un pò di riguardo avrebbe contribuito a placarlo, e che la voce no, quella non recava le moleste brutture delle vesciche e che poteva dispiegarla, intatta nella sua meravigliosa estensione, come un finissimo lenzuolo immacolato per il suo piacere personale, e forse di qualche angelo di passaggio, e che se paupula il pavone, che pur emette un verso così sgradevole come richiamo d'amore, nessun disturbo oltremodo insopportabile avrebbe potuto arrecare la sua voce di bambina, tanto più che a quell'ora mattiniera alla fonte c'erano solo loro due.
Ma il caso volle che fosse proprio la Duchessa de Polignac ad ascoltarla cantare mentre in carrozza s'avviava alla volta del Petit Trianon, il palazzo privato di Maria Antonietta a Versailles, che si fermò incantata ad ascoltare quella voce ancora immatura, eppur già così naturalmente predisposta, che gorgheggiava inconsapevole di quell'ascoltatrice rapita, e quanto mai adatta a favorire una svolta nel suo destino
La Duchessa de Polignac, donna dalle decisioni rapide, scese dalla carrozza il tempo necessario per una veloce trattativa, che già era in ritardo per l'allestimento dello spettacolo serale per la Reine, che non si rivelò neppure troppo difficile convincere Marianne che sua figlia, dotata di una voce così incantevole, sotto la sua protezione avrebbe fatto fortuna.
La blanchisseuse affidò dunque di buon grado sua figlia alla nobildonna, che era nota in tutta Parigi la sua amicizia personale con la Reine, in virtù della quale era diventata una delle donne più potenti di Francia.
Amicizia intima, e questo sottintendeva nell'immaginario popolare ad amori saffici, che come era risaputo, Luigi XVI era un marito inetto ed un sovrano sottomesso.
A suggellare l'accordo la Duchessa le porse un gruzzolo sostanzioso, e la rassicurazione che avrebbe potuto vedere sua figlia ogni volta che ne avrebbe avuto il desiderio.
Marianne acconsentì.

( poupée - Lena e Katya Popova)

venerdì 26 novembre 2010

L'esule

Non era la più bella ma la più luminosa.
Il volto, dall'incarnato chiarissimo e circonfuso dall'aureola pallida dei capelli, e i movimenti aggraziati di una ballerina, le donavano un che di etereo, d' impalpabile, sicchè sentivi forte l'impulso materiale di toccarla per sincerarti che non fosse una visione.
Il suo abito grigio, quasi monacale, risultava ancora più nitido nella cornice dei rossi festosi e dei neri aggressivi, perchè la funzione dei colori violenti non sempre è quella di catalizzare lo sguardo ma, come capita in questo caso, di far risaltare, invece, ciò che è solo apparentemente incolore.
Dunque, non era la più bella, ma la più luminosa.
Quella che avresti voluto toccare.
Eppure nessuno degli astanti aveva trovato il coraggio di avvicinarla, d'invitarla a ballare, un cortese approccio per una prima confidenza.
Una invisibile linea di confine la divideva dal resto della sala.
Intimidivano la malinconia del suo sguardo spaesato di esule.
E quell'abito grigio, serrato fino al collo.


giovedì 25 novembre 2010

Ritorno ad una sfera più privata della mia scrittura

Da questo post in poi non ci sarà più la possibilità di apporre commenti nè io disquisirò più sugli altri blog: ritorno ad una sfera più privata della mia scrittura.
Mi sembrava giusto, però, dopo tre anni (quasi quattro, ormai :) di blog aperto dare una spiegazione a tutti coloro che mi hanno fatto dono del loro tempo e del loro pensiero, ai quali devo davvero molto e, con alcuni dei quali avevo stabilito un modo famigliare ed amichevole di dialogare, cosicchè immagino il loro stupore di trovare, di punto in bianco, sbarrata la porta del mio antro, senza un preavviso, senza un saluto.
Ci tengo a dire che la chiusura del mio blog ai commentatori non è dovuta alle intemperanze o alle astruserie di alcuno,( al fine c'era già attivato l'efficace strumento del moderacommenti) e che chi ha commentato fino ad oggi è sempre stato rispettoso della mia persona ma, come accade nella vita, subentrano necessità ed esigenze che ci portano ad effettuare modifiche e cambiamenti in quello che è stato, fino al momento, il nostro iter consueto.
Ma non potevo fare un cambiamento simile dopo tre anni......quasi quattro, e lasciar fuori dalla porta gli amici, i conoscenti, e chi anche solo di passaggio entrava e, spesso, ero io ad affacciarmi sulla soglia in attesa di un saluto, di un pensiero, che mai sono venuti a mancarmi.
Non è un commianto il mio dal momento che pur rimango in Blogosphere e che continuerò a scrivere nel mio blog e a leggere i vostri, è solo un modo diverso di esserci e, dare una spiegazione sul motivo è un rispetto dovuto, ed un attestato di stima, a chi ha condiviso con me questo lungo tratto di strada.
Grazie davvero
Con affetto
Marilena

lunedì 22 novembre 2010

Nomi

MarilenaAmarantaAlrunaAliceAmerilnaCamilla (Cam o Camille),   KindredEscura
Marlene, Marilyn e Mari (i nomi con cui, spesso, mi chiamano gli amici)

Ho deciso, per scongiurare il maleficio delle amnesie progressive che da un po' di tempo mi tormentano, di usare tutti i miei molteplici nomi come firma, secondo l'umore o il tenore dello scritto, o solo come personalizzazione del rapporto intercorrente tra me e chi commenta.
L'ho già messo in atto in fase sperimentale e trovo che sia un ottimo rimedio per sopperire ai vuoti di memoria, alle intemperanze umorali, alle crisi identificative e alle controindicazioni derivanti da un uso troppo prolungato, ed usurante, dello stesso nome, e per combattere tutti gli accidenti che da questo possono scaturire.
Una ulteriore chiarezza per me, quindi, prima ancora che per l'interlocutore che, come mi ha fatto rilevare l'Imperatrice Camilla abbisogna, talvolta, di note esplicative per sapere con chi diamine, tra le varie identità, sta al momento interagendo.
Camilla dice che non sempre si capisce e, devo convenire con lei, che ha ragione.
Il fatto vero è che, spesso, non lo so neppure io perché accade che ad iniziare un post sia Amaranta ma a concluderlo sia Alruna.
Fai ordine, mi suggerisce pragmatica, l'Imperatrice.
Le ho chiesto di essere la mia biografa, di provvedere alle pagine del mio diario perché lei, tra tutte, seppur è la meno creativa è di sicuro la più metodica.
La più affidabile.
Si è alquanto risentita di questa mia affermazione e mi ha risposto freddamente no.
Capisco che ci sentiamo tutti creativi anche chi, come l'Imperatrice, non ha alcun talento per nessun' altra arte che per se stessa: lei è la prova della creazione di Camilla, un capolavoro magnifico, un assemblaggio magistrale di occhi, gambe, braccia, seni, natiche e capelli.
Tanti capelli
Una chioma fluente eppur così disciplinata.
Una donna che sa addomesticare i capelli in siffatto modo egregiamente potrebbe mettere ordine tra le mie tante identità che affollano, spintonano, bisticciano, persino s'azzuffano, che è risaputo che la dove ci sono tante donne c'è sempre molta vivacità.
Così, nell'intento di fare ordine, questo post entusiasticamente lo firmo col mio nome completo, quello dell'anagrafe e quello della chiesa: l'unica tra i miei fratelli, essendo la maggiore, ad avere il privilegio di tre nomi
Marilena (il nome scelto dai  miei genitori)
Anna (il nome della bisnonna, nonna di mia madre)
Rosa (il nome di mia nonna,  madre di mio padre)
Ed ecco, dunque, questo scritto, il primo della nuova era, che reca la firma estesa dei miei tre nomi
Marilena Anna Rosa

Images by Natalie Shau

sabato 20 novembre 2010

Amerilna

Arrivò dall'eternità, trasportata da una folata dell'ardente vento del deserto.
Un lungo viaggio: i capelli scarmigliati e le unghie sguainate, nascosto sotto il corsetto lo scapolare di Santa Maria Giudea l'Impenitente e, ciondolante da una treccia come un gioiello primordiale, un opale barocco.
Mi ha donato il suo coltellino messicano, la profondità della sua voce e lo sguardo di smeraldo dei suoi occhi.
Ha dormito con me, superba amante, cattiva e persuasiva.
Mai dolce.
Compagna, e mai sorella.
Maestra, e mai complice.
Mi ha insegnato il mimetismo del geco, la trasparenza dell'acqua, l'invisibilità degli spiriti, l'ubiquità dell'ipnosi e la  preveggenza delle streghe.
Da lei ho appreso i rimedi per fronteggiare, o alimentare, secondo il bisogno, le febbri del corpo, la peste dell'anima e i deliri della mente.
Ad essere disinibita e cruda.
Volgare e poetica.
Persuasiva.
Mai dolce, nel senso univoco del termine, se dolcezza è sinonimo di soavità e mitezza.

mercoledì 17 novembre 2010

Pirata e Gentiluomo



...ed oggi parliamo dei comportamenti maschili nell'ambito degli incontri d'amore.
Mi dispiace dirlo ma troppo spesso, lor signori, non si comportano nel modo dovuto e seguendo l'istinto che li domina si muovono con materialità, e spesso senza troppa attenzione, nei confronti della propria partner.
Consapevole che dopo questa premessa mi attirerò un coro di dissenso dal pubblico maschile, vado dritta per la mia strada ben cosciente, invece, della veridicità delle tesi che ora qui snocciolerò.
Quanti di voi, signori, sono davvero consapevoli del valore della propria partner? Questa domanda, in particolare, la pongo a chi vive una relazione di lunga data.
Vi presentate spontaneamente a vostra moglie, o alla vostra compagna, con una rosa o una scatola di cioccolatini senza che sia a suggerirvelo la data del compleanno o quella dell'anniversario?
Dopo tanti anni la memoria diventa labile e, seppur ci si ricorda di queste date (scritte a caratteri cubitali sulla vostra agenda o rammentate da una segretaria solerte), quasi mai ci si sofferma sull'importanza di un piccolo dono al di fuori delle feste comandate.
Questo avrebbe l'effetto di farla sentire sentire sempre bella e desiderabile, una donna da conquistare tutti i giorni, a differenza di come tristemente accade nelle lunghe convivenze, come un complemento dell'arredamento casalingo
Una donna vi apprezzerà immensamente, non per la materialità del regalo, ma per il pensiero
esclusivo.
Gli strateghi uomini (che pur ce ne sono) ben sanno che questa inaspettata galanteria verrà poi da lei raccontata alle amiche, arricchita di significati e di atmosfere, sollecitando l'invidia delle altre signore che ponendola nell'olimpo delle privilegiate, susciterà ammirazione nei vostri confronti.

Eva ha trascorso la mattinata dall'estetista e dalla parrucchiera, ed ora perlustra i negozi del centro alla ricerca di una particolare lingerie che la rappresenti così come oggi si sente: bellissima e sexy.
Bellezza e seduzione che metterà in scena, in una rappresentazione privatissima, solo per il suo uomo.
Si guarda allo specchio e si approva: la nuova pettinatura è un capolavoro di riccioli e volute artisticamente "en désordre", la guepiere color malva, che ha maliziosamente correlato con un paio di lunghi guanti di raso nero, ne esalta il fisico prorompente.
Nel sottile, e troppo poco studiato linguaggio della lingerie, questa mise significa: sarò io stavolta la seduttrice, quella che prende l'iniziativa, quella che catturerà il pirata con l'arma potente della bellezza.
Stasera sarò io a condurre il gioco.

 TRE COSE ASSOLUTAMENTE DA NON FARE
- Non saltatele subito addosso disfacendo in un attimo quello che è stato il lavoro di una mattinata, ma ammiratela esaltandone la bellezza .
Corteggiatela
Non dovete correre all'arrembaggio di una goletta da catturare: lei è già nel vostro porto.
- Non muovetevi alla cieca strappando gancetti e disfacendo nastri, ma lasciate che sia lei a guidarvi quando lo riterrà opportuno: la pazienza dell'attesa è l'anteprima del piacere
Sappiate che nessuna donna ama veder ridotto a brandelli il suo vestito o, nello specifico, un costoso capo di lingerie.
- Non affondate le mani nei suoi capelli, arruffandoli, spettinandoli, disfacendo in un attimo il paziente lavoro di spazzola e phon per ottenere quella magnifica messa in piega così perfetta, moderno equivalente di una corona da principessa.
Quest'ultimo consiglio, dato nello specifico, vale per tutte le altre occasioni: mai mettere le mani nei capelli appena fatti di una donna, non c'è niente di più oltraggioso del disfacimento sul campo di ciocche e chignon.
Una donna è disposta ad accettare le vostre mani ovunque purché stiano alla larga dalla sua chioma!

Ricordate sempre, cari signori, che i contesti amorosi abbisognano oltre che della complicità anche del savoir faire, elemento di cui sovente ci si dimentica a causa dell'intimità casalinga che troppo spesso induce a comportamenti superficiali e prevedibili. Approssimativi, se non addirittura sciatti.

Particolare attenzione, quindi, a non confondere l'affascinante ruolo del Pirata che fa sentire la sua donna come il gioiello più prezioso del suo forziere, con quello rozzo dell'Ultras, avvezzo all'arrembaggio ma non alla conquista, perché le donne, invece, ben conoscono la differenza



giovedì 11 novembre 2010

La finestra sul mare


(Pubblicato nell'antologia "La radice dell'infinito"da "Writer Monkey" Luglio 2018)

Per Ady
 Perché sono le finestre aperte sull'immaginifico a  raccontare le storie più vere.
Anche quelle che non lo sono.

LA FINESTRA SUL MARE
Questa notte il mare è in tempesta, le onde irrompono sulla battigia con la furia di un'orda in fuga sotto l'impeto violento dell'acqua, quella orizzontale del mare e quella verticale del cielo, mentre il lugubre ululato del vento penetra dal camino, col suo  sibilo di anima dannata, impedendo il sonno alla giovane signora che dimora nella casa sulla scogliera.
Ada, questo il suo nome, s'affaccia a scrutare la notte, e nel paesaggio ostile delle ombre le riesce d'individuare, più con la memoria che con la vista, qualche dettaglio limitrofo, perché il tondo opaco della luna riflette il buio e non la luce.
Con un nubifragio di tale portata non c'è da sentirsi al sicuro nemmeno tra le mura della propria casa.
Questo pensa la giovane madre mentre veglia sul sonno del suo bimbo che pure dorme tranquillo, al sicuro, con lei che lo protegge, facendosi coraggio con la certezza che anche le tempeste più rabbiose, in ultimo, si placano.
Ed è ciò che avviene, perché il tornado, stremato dagli schiaffi violenti dell'acqua, va chetandosi in un vento supino, di bassa quota.
La pavida luna, di nuovo padrona del cielo, spande il suo alone oltre la linea dell'orizzonte, ad illuminare un paesaggio mutilato: sabbia arruffata, rami strappati, carcasse d'uccelli, e i legni di un' imbarcazione.
...ma non c'era nessuna barca qui attraccata, ricorda Ada con sicurezza, che il pomeriggio era stata con suo figlio sulla spiaggia a raccogliere  conchiglie, ed il molo era vuoto.
...deve essere stata trascinata fin qui dalla tempesta, e forse è il caso che io vada a controllare se  qualcuno ha bisogno di aiuto.
Congettura, combattuta fra l'istinto umanitario, che la spingerebbe ad uscire nella notte ostile, e quello materno, che le impedirebbe di lasciar solo il suo piccolo.
Mentre riflette sull'agire, ecco emergere dai relitti della barca, una figura barcollante.
Immagina, Ada, che sia un pescatore trascinato dalla burrasca a schiantarsi sul piccolo molo, ed è un miracolo che sia vivo.
La sua finestra illuminata fungerà da faro verso cui potrà incamminarsi per avere asilo.
Ma l'uomo ignora quel richiamo e s'affanna, invece, fra l'incaglio delle assi, a districare una rete impigliata che trascina verso il mare aperto.
La luna, ora, è un potente riflettore che illumina la scena, e dalla sua  finestra sulla scogliera Ada lo scorge immerso tra i flutti, sollevare e stringere tra le braccia un voluminoso fagotto.
Ma non è un fagotto, ultimo bene scampato al naufragio, quello che lui serra al petto, ma una donna, i cui lunghi capelli s'irradiano come sottili rami di corallo, sulla superficie dell'acqua.
Ha il capo reclinato sul petto di lui, le cui braccia la raccolgono dalla cintola in su, mentre l'altra metà del corpo resta immersa.
Abbracciati nella culla del mare, ignorano la luce proveniente dalla finestra.
Quella tempesta ha stravolto il precario equilibrio a cui i due innamorati, una sirena ed un pescatore, s'erano adattati, lui a viver sulla barca e lei al rimorchio della sua rete, prima che l'apocalisse li trascinasse su quel molo della città di Napoli, che non era, ai tempi in cui avvenne questa loro storia d'amore, la  metropoli di oggi, ma solo un grosso borgo di pescatori e di mercanti, in un tempo remoto in cui Ada non era ancora nata né si aveva  alcun presentimento della sua nascita.
Ma questo lei non può saperlo, convinta com'è che tutto si stia svolgendo in tempo reale.
Dopo un ultimo bacio, la sirena scompare sotto il pelo dell'acqua e il pescatore s'incammina verso la terraferma
E' un addio, dunque, quello che è andato in scena sul molo deserto e devastato dalla tempesta, e da cui la distoglie la voce di suo figlio che s'è svegliato e la reclama accanto a sé.
Quando Ada di nuovo si affaccia, l'accoglie un'alba striata di sole, sullo sfondo di una natura levigata, compatta. Impermeabile.
...e nessuna traccia dell'apocalisse notturna e dei resti del naufragio.
Come se tutto fosse stato un sogno.
Un'allucinazione
O una magia.
...perché quando si spalanca una finestra sul mare può benissimo accadere che una storia del passato riemerga nel presente, nelle sue esatte sequenze, come nella proiezione un film.
Perché sono le finestre aperte sull'immaginifico a raccontare le storie più vere.
Anche quelle che non lo sono.

domenica 7 novembre 2010

Finestre



Oltre la siepe splende la luna che non è astro ma solo luce di una finestra che rifulge nel buio come cristallo di specchio, richiamo, promessa, smania d' attesa per lui che non dorme ma aspetta che lei accenda la sua di finestra per dar cuore alla notte e scuoter la brama di chi non ha un nome ma solo un contorno, un'ombra nel vetro che aspetta paziente e più è lunga l'attesa più cresce la voglia e allora rallenta quel tanto che basta, quel tanto che serve, per rinnovare l'urgenza della sua luce che tarda  perché stanotte c'è luna e non serve altra fiamma a rivelare quei gesti che la sua ombra s'inventa per dare il piacere a chi non ha corpo ma solo pupille, affinché lei copra il buio con un lenzuolo notturno ad avvolgere la siepe che li separa. Scioglie i capelli e li spazzola a lungo e poi li riavvolge in cima alla nuca a lasciar nudo il collo senz'altra catena che quella del laccio che incastona una perla, traslucida e bianca, come goccia di luna, la stessa che occhieggia, diafana e lontana, sul confine remoto della siepe comune. Dalla finestra la sua ombra la fissa, non distoglie lo sguardo neppure un momento, aspetta paziente che si sazi del gioco, un inganno da poco di donna annoiata che consapevole ignora quella luce sguaiata e prosegue la recita come attrice pagata per far godere chi guarda, senza essere visto, dietro una porta o una finestra. Attrice che simula una parte non sua con tutto il fervore di una novizia che vuol essere creduta esperta davvero, e sembra una bimba che gioca alla donna ma è una donna che inganna in un gioco di bimba. E lo fa con tal grazia e naturale scioltezza che tu lo diresti che è il suo mestiere, che lei è davvero quello che mostra e che la realtà è quella del vetro e della perla di luce che risplende pallida sul nudo del collo ed ora dilaga sui seni sbocciati dalla sottana. E quando nuda si offre dietro il vetro appannato senz'altra insidia che la sua voglia svelata, la luce sfiamma dall'altra finestra, cede il posto alla luna e alla luce di perla, asseconda nel buio il ruolo che lo riguarda, l'estremo del gioco che paziente ha agognato.
Spegne la luce perché lei non lo veda, che quella parte è solo la sua.
Non è rispetto alla nuda puttana ma a quel desiderio che solitario consuma.