Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

martedì 19 maggio 2020

Nel mio delirante universo dada



Confesso che vorrei essere profondamente diversa da quella che sono, e così anche se non ho termini di paragoni con un'altra me stessa, talvolta mi assale il dubbio, o meglio la certezza, che io in origine fossi diversa. Ma di questo non ho alcuna  prova. E nessuno che possa smentire o confermare. Così
devo presupporre, ob torto collo, che io sia nata strutturata esattamente come sono.
La mia sfrontatezza intellettuale non ha limiti, concedo alla mia fantasia di tutto e di più.
Da questi stadi ne emergo estenuata, inebriata. Come drogata.
E' la passionalità la nota dominante del mio carattere. E una fantasia sfrenata, che sfoga irruenta come un vento desertico, polveroso e ardente, che punta alle terre più depresse, quelle refrattarie alla fertilità e all'ingravidamento. E più brulle sono le zolle più feconda è la mia fantasia. Deu ex machina: dove entro in scena io niente più è stabile, convenzionale, sacro o parallelo. Niente ha un nome. Niente ha un  senso. Ma tutto ha un'unica identità, la mia, transitoria e mutevole anche questa. Così come, transitorio e mutevole, in questi luoghi, è perfino il tempo, che qui scorre in verticale. Il tempo psicologico dei sonnambuli e degli insonni. E quello retroattivo dei narcolettici. Un tempo illusorio. Difforme. Controverso. Opposto a quello simmetrico e circolare dei calendari, compiuto e novello, uguale e diverso, nell'avvicendarsi degli anni e nel succedersi delle stagioni. Progressivo. Coerente e mansueto. Addomesticato ai bisogni quotidiani del convenzionale. Del pattuito. Del circoscritto. Un tempo cronologico limitato alle necessità primarie della semina e del raccolto e a quelle umane del sonno e della veglia, mentre in questo mio delirante universo dada tutto è invece frastagliato, folle e incoerente. Talmente assurdo, ai miei stessi sensi, del persuadermi della necessità di un teorema piano, esistenziale, a cui far riferimento e da cui trarre un conforto personale.
La grammatica impostata sulla scala della matematica: espressione di un baricentro programmato sul ciclo arcaico del sonno e del risveglio e, fra le due fasi, l'intervallo passivo dei sogni. Intervallo che io invece vivo ad occhi aperti, perché dei sogni, nel mio dissacrante fervore distruttivo ne ho cancellato ogni memoria. Tabula rasa. Solo nei brevi istanti in cui chiudo gli occhi, consegnandomi all'inquieto dormiveglia che io chiamo sonno, riesco ad intravederne qualche flash back molto sfocato e solo parziale. Remoto. Freddo. Una reminiscenza aliena che penso non mi appartenga.
Ma di questo non ho alcuna prova. E nessuno che possa smentire o confermare.

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