Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

lunedì 24 giugno 2013

Il mare di Amaranta

Amaranta mi ha portato dal suo mare una conchiglia dagli incredibili colori di deserto.
Me l'ha porta con uno dei suoi rari sorrisi, stringendo la mia mano a pugno perchè la racchiudessi tutta.
Quella conchiglia è il suo cuore, azzurro e tumultuoso, un mare in perenne tempesta.
 Un mare che non si concede alla facile poesia.
Avere dentro il petto un mare che pulsa, invece del solito cuore, è qualcosa che rende davvero diversi,  creature enigmatiche, imperscrutabili, generosi mutanti.
Il mare di Amaranta è ubicato nel deserto: dune soffiate dal vento, sfumate di nero nell'ombra notturna, più grigie all'aurora.
 Un deserto azzurro, ingannevolmente statico, abitato da conchiglie color zafferano.
 Ogni conchiglia un sole, per questo le dune apparentemente hanno colore di sabbia, è il riflesso d'oro di queste abitatrici. 
Amaranta è affiorata dal suo mare e il deserto ha sussultato quando, risalendo in superficie, il suo braccio ha tagliato le onde e lei ne è emersa cosparsa di polvere d'oro, granelli luccicanti sulle braccia e sui capelli bruni.

Mi sorride da una distanza lunare, gli occhi verdi e nudi, mi offre il suo meraviglioso dono.

domenica 23 giugno 2013

Rebecca (cap 10)

......eppoi avrebbe dovuto fare in modo che Gemma accettasse la parte che a lei aveva riservato, dietro le quinte e con poche battute.

Una presenza discreta, possibilmente muta e solo se necessaria.
Questo prevedeva la strategia del copione.
Che quella figlia, pur bella quanto l'altra, ma priva dell'odore di femmina, l'avrebbe destinata a badante della pazza.
D'altronde la scelta tra quale delle due figlie sarebbe andata sposa non se l'era neppure posta, perchè se fosse stata Gemma, anzichè Rebecca, a possedere il dono favoloso dell'essenza di Eva, quel sortilegio profumato e peccaminoso che aveva indotto Adamo a trasgredire, sarebbe stata lei l'eletta all'altare.
Così Concetto Scalavino, deus ex machina dei destini famigliari, non s'addebitava alcun favoritismo dettato da una preferenza personale, o da un affetto più profondo, nei riguardi di una figlia a discapito dell'altra, poichè per entambe nutriva lo stesso distacco emotivo della paternità abiurata, dove il rancore s'era andato solo, e superficialmente stemperando, dopo la nascita virtuale della "regina in miniatura", in una tiepida indulgenza che forse avrebbe potuto trasformarsi, con il successo del piano, in benevolenza.
Benevolenza di cui avrebbe goduto anche Gemma.

Dopo questa sintetica, ma ineccepibile analisi autoassolutoria, Concetto Scalavino si sentì pronto a passare dalla progettazione alla realizzazione del suo disegno, predisponendosi con l'autorevolezza di un regista a stabilire la sequenza dei primi piani, la profondità di campo e, soprattutto, la durata delle battute.
Avrebbe prima curato i dettagli scenografici eppoi istruito le sue due attrici, non prendendo in considerazione, neppure come ipotesi, il respingimento del copione.
......seppur Giandomenico Messinese, nonostante fosse di pochi anni maggiore di Gemma e  di Rebecca, sembrava però più adulto, con un principio di calvizie prematura ed un fisico mingherlino, intabarrato, qualunque fosse la stagione, in cupe palandrane odorose di resina.
Aveva però occhi mansueti e bellissimi, del colore del mare, orlati di folte ciglia setose,  mani d'artista con dita lunghe e nervose e polpastrelli sensibili.
La consapevolezza del suo aspetto, che egli reputava poco attraente, lo aveva reso impacciato e balbuziente.
Più simile ad un giovane abate che ad un artista scarmigliato, partecipava raramente agli eventi societari e questo gli era valsa la fama di arrogante e alienato le simpatie del popolo come quelle dei notabili, che quella sua ritrosia, originata da una timidezza patologica, scambiata per alterigia, non concedeva varchi a blandizie di alcun tipo, rendendolo inavvicinabile ma, soprattutto, incorruttibile.
Un'odiosa iattura quella di avere un rappresentante di tale fama e non poterne in alcun modo disporre, perchè il giovane maestro ebanista s'era fatto da sè e non doveva nulla a nessuno, se non a quel suo genio ereditato, e così spesso maledetto, dacchè avrebbe mille volte preferito esserne nato sprovvisto e non dover esser lui quel Giandomenico Messinese che, al pari di nostro Signore, sarebbe stato costretto a dover trasportare sulle sue fragili spalle, e contro la sua stessa volontà, la sontuosa e pesantissima croce del suo prodigioso talento.
Quel talento lo avrebbe ora condotto a Roma, nella città di San Pietro, dove egli andava segretamente accarezzando l'idea di prendere i voti in un qualsiasi ordine monastico, non per esigenze di fede ma per necessità di sopravvivenza.
Un viaggio di sola andata.

venerdì 21 giugno 2013

Deus ex machina

Fino a pochi anni fa ero una persona totalmente diversa, vabbé.......abbastanza diversa.
Più defilata e, per scelta personale, sempre in secondo piano, sempre sullo sfondo.
Vivere da protagonista era fuori dai miei schemi, non perché pensassi fosse impossibile ma, più semplicemente, la cosa non mi riguardava, non mi si confaceva.

Ho sempre pensato che in un ipotetico film mi sarebbe stato di sicuro assegnato un ruolo da comprimaria: amica della protagonista, cugina o semplice conoscente.
Una figura sullo sfondo.
Un po questa percezione di me stessa vagamente m'umiliava e profondamente m'infastidiva, soprattutto quando ero più giovane, nel tempo in cui competizione, ed affermazione, possono costituire un perverso binomio esistenziale.

Col passare del tempo, invece, mi sono resa conto che in realtà non mi è costato molto sostare nelle retrovie di quell'ipotetico set virtuale, non è stata una rinuncia né una rassegnazione, semplicemente non ero interessata al ruolo principale perché miravo molto più in alto, ad esser quella che i copioni li scrive.
Deus ex machina.
E non c'è nulla di più travolgente, adrenalico, del dirigere da dietro le quinte.
La maggior parte delle persone sognano il palco e la platea, mirano ad apparire.
Apparire significa esserci
Esserci significa esser visti.
Esser visti significa esistere.
E ai più non importa in che modo, e per quale scopo, si viene reclutati per la recita esistenziale anzi, spontaneamente ci si offre, svestendosi senza troppi pudori e forse oggi, senza neppure più troppa malizia.
 Il mondo contemporaneo ha perso l'innocenza, anche quella del peccato.

Quanto dura una scena da protagonista?
Quante sono quelle memorabili che saranno nel futuro ricordate?

Anna Karenina, ad esempio, potrà avere tante sembianze, e voci diverse, quante sono le attrici chiamate ad interpretarla ma attenzione, le battute, come il finale, saranno sempre e solo quelle stabilite dalla volontà di Tolstoj.
In caso contrario sarebbe una mistificazione.
Così nemmeno l'interprete più anticonformista, la più ribelle o temeraria, o quella più fervente, potrà mai impedire il suicidio di Anna..
Nessuno potrà cambiare quel destino che Tolstoj ha stabilito per lei dovesse essere, altrimenti sarebbe un'altra storia
 E non è fondamentale conoscere la fisionomia di Tolstoj, a nessuno importa sapere se fosse bello o brutto, calvo o capelluto, senza di lui, è certo, l'eroina in questione non sarebbe mai esistita.
Possiamo quindi affermare che Anna Karenina e Lev Tolstoj sono un' unica persona.

 Stabilito allora che per entrare nell'eternità non è indispensabile il requisito della fotogenia ma, piuttosto, quello di una chiaroveggenza coltivata e di una certezza appassionata nelle proprie capacità.
Perché è dietro le quinte che si decidono da sempre i destini delle storie.
I primi piani sono per gli attori i quali, però, devono sottostare senza possibilità d'appello ai dettami della trama, il cui esito è frutto dell'estro narrativo dello sceneggiatore, portato poi a compimento dal regista.
Sceneggiatore e regista, deus ex machina, un binomio che anche l'attore più egocentrico farebbe bene a tenere in debito conto.
Marilena

mercoledì 19 giugno 2013

Pensieri

 Risveglio
Nonostante ci sia il sole stamani gira storto.
L'indizio inconfutabile di questa giornata appena nata, e già abortita, non è solo insito nel tono velletario dell'interrogativo che al risveglio s'è affacciato alla mente: "che vojo fà? chi vojo esse?" ma, piuttosto, nell'averlo pensato in dialetto romanesco, perchè da qualche tempo ho fatto caso che la lingua in cui formulo il primo pensiero del mattino è sintomatica della mia predisposizione umorale.
Ed il dialetto romanesco non preannuncia mai nulla di buono.

 Pensieri
"Che vojo fa? Chi vojo esse?"
Come se potessi davvero liberamente decidere cosa fare e chi essere!

 Vita reale
Dopo aver scritto questa pagina di diario uscirò per fare la spesa.
Prima, però, dovrò passare al bancomat.
Prelievo doloroso, ma necessario.
Le poche centinaia di euro in entrata sul mio conto inesorabilmente vanno esaurendosi alla stessa velocità con cui le spese vanno aumentando.
Ho smesso perfino di fumare.
In realtà ho smesso tante altre cose.
Bancomat e spesa (questo sarà l'ordine degli eventi) e poi andrò a lavorare.
Ed oggi è mercoledì la giornata peggiore della mia settimana lavorativa.

Cazzo di vita è questa?
Centellinare gli spicci necessari per la spesa con cui comprare del cibo per mantenersi in forze per poter lavorare per guadagnare sempre gli stessi pochi spicci coi quali non potersi comprare neppure il "cancro consapevolmente scelto" delle sigarette ma, in compenso, dover subire l'avvelenamento ambientale, ed alimentare, sempre pagati con la forza lavoro!!!

 Imperativo
Devo trovarmi un secondo lavoro.
Questo è l'imperativo.
Come lo trovo?
Lancio un appello su FB?
FB fa miracoli.
O almeno così si vocifera.
Con FB si riempiono le piazze, si creano società, si organizzano matrimoni, si progettano rivoluzioni.
Io voglio solo un lavoro.

L'appello
L'appello, intanto, lo faccio qui:
AAA signora over 50, seria professionista nel settore delle pulizie, offresi per uffici e condomini, nella zona di Roma.
Telefonare solo se seriamente interessati. Esclusi perdigiorno.

 Tutto ha uno scopo
Un'amica mi ha detto che tutto ha uno scopo nella vita.
Il mio dev'essere quello di lucidare le scrivanie!
 A questo punto una sigaretta quanto ci starebbe bene!
Una sigaretta farebbe sembrare addirittura romantica tutta questa mediocrità: io, in sottoveste rosa seduta al computer con la sigaretta tra le labbra, l'aria blasè, mentre computo pensieri esistenzialmente cinici che diligentemente poi appunterò su un block notes, perché i pensieri, quelli giusti, al pari dei soldi guadagnati non dovrebbero andare mai sprecati.

 Necessità
Ho bisogno di un altro caffè per dar l'avvio a questa giornata, stabilita stramba, dalla mia convinzione sul potere occulto dei pensieri formulati nel dialetto romanesco.

"Vado in cucina  a prepararmi un altro caffè."
Lo dico al mio pubblico immaginario (ho sempre avuto un pubblico immaginario fin dai tempi delle scuole elementari, quando ripetevo a voce alta le lezioni. Lo stesso pubblico al quale ora propino i miei racconti)

Mi rendo conto, però, che stamani i miei spettatori  non sono troppo convinti della mia perfomance, perplessi, non sanno risolversi ad applaudire e restano in silenzio: ce n'è uno nell' ultima fila che tossisce imbarazzato, qualcuno si agita sulla sedia, qualcun'altro esce di sala.

"Vado in cucina a prepararmi un altro caffè."
Ripeto la battuta con più convinzione.
 E, finalmente, arrivano gli applausi.
Marilena

domenica 16 giugno 2013

Rebecca (cap 9)

Ma d'altra parte egli era così intento a riflettere su quel suo progetto ancora in nuce, che andava nella mente  elaborando attraverso un disegno minuzioso e circostanziale......

......tanto da indurlo a non trascurare alcun particolare riguardo la stesura del cannovaccio e la distribuzione dei ruoli, perchè per questo matrimonio, a differenza di quelli combinati per le altre sue figlie, anche quelli ponderati e convenienti per  i soggetti in causa, nessuno dei quali, però, aveva comportato un suo coinvolgimento così personale e così diretto, tanto da non prendere in considerazione, per il caso specifico, l'eventualità di un inciampo o di un rifiuto, poichè la posta in gioco era il suo diritto all'eternità del nome e ad una discendenza che degnamente lo rappresentasse.
...... fantasticava, Concetto Scalavino, davanti la stanza della regina in miniatura, sulla futura progenie, Messinese Sclavino,  di nipoti maschi dotati del talento del padre, del carisma della madre e del suo pragmatismo lungimirante.
......così, in virtù di quella sagacia che egli pur con molte ragioni s'accreditava, si predisponeva allo studio di una strategia consona, sottile e psicologica, poichè in quel frangente nulla era da trascurare, neppure la demenza della moglie, che lo spauracchio di una tara ereditaria avrebbe potuto costituire valido motivo di rifiuto da parte della famiglia Messinese.
......quella moglie incapace di generare un figlio maschio e la cui follia egli, sacrificandosi personalmente, era riuscito fino a quel momento a tener nascosta al mondo, e che mai avrebbe permesso interferisse con quel suo progetto esistenziale.
......seppur si rendeva conto che non avrebbe potuto farla sparire così da un giorno all'altro, relegarla in una struttura manicomiale o domiciliarla in un convento, che la voce si sarebbe inevitabilmente sparsa.
Anche l'assenza da casa, motivata ad esempio con una visita ad un lontano parente, poteva essere solo una soluzione temporanea, per quella moglie squinternata, alla quale non c'era verso di farle tenere indosso neppure una tunica, anche se, stando al convincimento di Concetto Scalavino, una camicia di forza si sarebbe rivelato l'abbigliamento più confacente.
......cosicchè meno si mostrava, meno se ne parlava, e più facile sarebbe stato rimuoverla dal mondo dei vivi. 
Ed in base a questo assunto aveva drasticamente ridotto il personale domestico che, in quel presente, annoverava una giovane cameriera sordomuta, una cuoca part time ed un factotum delegato a svolgere le  mansioni all'esterno della casa, mentre invece, per le istitutrici delle due adolescenti, era stato confortevolmente ristrutturato, a mò di studiolo, un piccolo vano indipendente dalla casa, circondato da alberelli sempreverdi e siepi espansive, con il duplice scopo d'impedire, per quanto possibile, la visuale sulla facciata della casa e stabilire un confine ben definito.
......ed ecco ora valutare, per quel suo ambizioso progetto, inadeguate tutte quelle accortezze fino a quel momento messe in campo, che si rendeva conto di ncessitare di uno scenografia più convincente, che avrebbe avuto bisogno di complici e non di comprimari e che, in ultimo, non aveva neppure quelli, e così a lui sarebbe spettato il difficile compito della regia e quello laborioso della messinscena, oltretutto agendo dietro le quinte per esporsi, in prima persona, solo quando il copione lo avrebbe previsto.
Concetto Scalavino si andava coscienziosamente preparando a recitare un monologo spacciandolo per un racconto a più voci, trovandosi, inoltre, nella emergenza di stornare lo sguardo inopportuno dello spettatore dalla facciata della casa per  indurlo, invece, a concentrarsi sulla bellezza dell' inconsapevole prima attrice che, di certo, lo avrebbe facilmente persuaso con l'odore inebriante della sua sensualità.
......eppoi avrebbe dovuto fare in modo che Gemma accettasse la parte che a lei aveva riservato, dietro le quinte e con poche battute.
Indispensabili, però, alla riuscita della commedia.

venerdì 14 giugno 2013

Rebecca (cap 8)

Rebecca, il cucciolo di lupo, s'era destata dall'inquietudine di un sogno indecifrabile, con i sensi  allertati, istintivamente presagendo un pericolo.

Ed il pericolo era in agguato fuori la porta della sua camera, oltre il corpo del cane lascivo che quieto dormiva sulla soglia, barriera ad  impedire l'accesso alle inquietudini dei morti e alle sconvenienze dei vivi.
Se quella sera Concetto Scalavino malauguratamente avesse osato oltrepassare quel confine, il cane, di sicuro, lo avrebbe sbranato.
Ma d'altra parte egli era così intento a riflettere su quel suo progetto ancora in nuce, che andava nella mente  elaborando attraverso un disegno minuzioso e circostanziale, dove tutte le tessere di quell'ipotetico mosaico avrebbero dovuto essere individuate e poi allocate nel loro alveo naturale, così da risultare strettamente connesse, con precisione millimetrica, da mistificare, anche da vicino, l'inevitabile saldatura del collante e dei chiodi, nella perfetta sintesi di una superficie compatta, liscia e pulita, una trama omogenea e non un meticoloso rammendo:  il capolavoro di un maestro ebanista.
Così, mentre lo Scalavino artista fantasticava sul tema degli sfondi ove far risaltare al meglio le potenzialità inedite di Rebecca, lo Scalavino uomo d'affari, invece, vagliava le positive conseguenze, in termini di ricchezza e gloria, che ne sarebbero successivamente derivate.
Più di gloria che di ricchezza, che di quest'ultima ne aveva già a profusione.

In realtà, il progetto che andava prendendo forma nella sua mente febbrile, non era nè macchinoso nè tanto meno difficile da realizzare, che la materia prima c'era, e della qualità più pregiata, ed avvalendosi delle sue capacità nel campo degli affari non avrebbe avuto difficoltà alcuna ad immetterla sul mercato e a condizioni, per lui, assolutamente vantaggiose.
L'idea era quella di combinare il matrimonio tra la piccola regina in miniatura ed il giovane, talentuoso maestro ebanista, Giandomenico Messinese, la cui fama aveva già travalicato i confini della Sicilia per giungere fino alla Città del Vaticano, da dove gli era stata commissionata la creazione di uno scrittoio e di una cassettiera, arredi personali per le stanze private di Sua Santità, papa Leone XIII.

Concetto Scalavino era da sempre il fornitore unico per il legno da cui s'approvvigionava la famiglia Messinese, che vantava un paio di generazioni di ottimi e riconosciuti maestri ebanisti ed ora, tra tutti, Giandomenico, l'enfant prodige, il cui genio avrebbe inesorabilmente oscurato la fama di Giuseppe Maggiolini.
Di questo era certo, Concetto Scalavino, che nutriva nei riguardi della famiglia Messinese un sentimento ambiguo di stima ed invidia, per quella progenie feconda di maschi e di talenti destinati a perpetrare, nel corso dei secoli, il proprio nome nella fama, mentre invece lui, non avendo avuto in sorte nessun erede maschio che ne continuasse il nome e l'opera, sarebbe definitivamente morto dopo il suo ultimo giorno di vita.
 Per ovviare a questo, alla stipula del contratto matrimoniale avrebbe preteso come unica, indiscutibile condizione, che ai futuri nipoti venisse imposto, insieme al cognome del padre, anche quello della madre.

martedì 11 giugno 2013

La Repubblica Delle Madri


 « La forma estrema di violenza di genere contro le donne, prodotto della violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine - maltrattamenti, violenza fisica, psicologica, sessuale, educativa, sul lavoro, economica, patrimoniale, familiare, comunitaria o anche istituzionale - che comportano l’impunità delle condotte poste in essere tanto a livello sociale quanto dallo Stato e che, ponendo la donna in una posizione indifesa e di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa, o in altre forme di morte violenta di donne e bambine: suicidi, incidenti, morti o sofferenze fisiche e psichiche comunque evitabili, dovute all’insicurezza, al disinteresse delle Istituzioni e alla esclusione dallo sviluppo e dalla democrazia »
(Marcela Lagarde)

 LA REPUBBLICA DELLE MADRI
 Bellissime, seducenti e fiere, talvolta crudeli, altre ancora spavalde, spesso ironiche, ma sempre assolutamente consapevoli: femmine con gli attributi ma, per favore, non etichettatele amazzoni.
Questa, sommariamente, è la tipologia delle donne che abitano il mio blog, dove Rebecca è solo l'ultima  arruolata di questa comunità, profumata e rumorosa, di madri di tutte le età e di tutte le epoche, pronte a far esplodere, attraverso il racconto delle soluzioni personali, quella miccia innescata agli albori della rivoluzione francese, nel 1789, da Olympe de Gouges, antesignana di tutti i futuri movimenti per l'emancipazione delle donne che, al di là delle conquiste ottenute, è ai nostri giorni ancora inesplosa.
......che le donne sono le principale nemiche della loro stessa causa e che, quelle di oggi, lo sono più di tutte, avendo adottando gli stessi metodi, e le stesse aberrazioni, di cui normalmente fanno sfoggio i maschi.
E, consapevolmente, uso il termine "maschi" per esaltare la natura predatrice e primordiale che, purtroppo, ancora molti appartenenti a questa progenie millantano come virtù.
Con la parola "uomini", invece, faccio riferimento all'evoluzione positiva della specie: un distinguo necessario.

Ma non del femminismo, realizzato o meno, che qui voglio parlare ma, piuttosto, della mia necessità di raccontare le potenzialità di un universo al femminile, attraverso queste mie storie che hanno come protagoniste donne, madri consapevoli di quel mondo il cui destino non hanno ancora potuto cambiare perchè le leve sono in altre mani, meno compassionevoli e più rapaci.
Queste donne non sono nè amazzoni nè soldatesse, non vestono divise, non si ergono a tutrici di alcun'altra morale che non sia quella del rispetto e dell'accettazione, i cardini rappresentativi di quella civiltà, e di quel progresso, ancora per noi così lontani.
Queste madri, che non imbracciano fucili perchè ripudiano la violenza come sistema risolutivo, sanno avvalersi ,con malizia ed ironia, dell'intelligenza, della bellezza e della determinazione, per sovvertire l'ordine imposto all'interno delle mura domestiche, decretando così l'inizio di quella rivoluzione pacifica, seppur non indolore, che contribuirebbe a migliorare le società ed i governi.
 ......perchè le rivoluzioni che portano ai veri cambiamenti, quelli strutturali, sono quelle che iniziano, in primis, dall'educazione dei figli e dalla rieducazione dei mariti e dei padri, contemplano il rifiuto delle regole ataviche di sottomissione e la denuncia di quelle violenze, morali e fisiche, che troppe volte terminano nel sangue.
 ...... e non è lavando il sangue con altro sangue che si determinano i cambiamenti societari ma, piuttosto, attraverso l'acquisizione, espansa e condivisa, di quella cultura umanitaria ed illuminista, propugnata dai padri progressisti, con lo scopo primario di spronare all'evoluzione il "buon selvaggio" di J.J. Rosseau.

domenica 9 giugno 2013

Rebecca (cap 7)

Ma la differenza inequivocabile era nell'odore: Gemma non ne aveva alcuno, Rebecca, invece, inebriava.

Questa bambina, che inebria i sensi con la  fragranza delle mandorle e scalda il sangue con l'entusiasmo della cannella, potrebbe benissimo un giorno, se non corrisposto, spingere un uomo al suicidio.
Era questa la certezza conseguita da Concetto Scalavino dopo aver preso attentamente a studiare la sua ultimogenita.

......e, pur arrossendo a questo pensiero, del quale s'era vergognato come dall'aver commesso atto d' incesto, ne aveva preso però nota, non riuscendo a stabilire se dolersene o rallegrarsene, consapevole che una creatura simile, che andava scoprendo indomita quanto seducente, non poteva avere che impresso nel suo destino un futuro di gloria seppur, presentiva, non privo di calamità, perchè è universalmente noto che, se la bellezza può, con irruenza, trascinare all'amore, con altrettanto trasporto può suscitare l'odio.
......e così l'anima del mercante, essendo stata molto più a lungo e con consapevolezza esercitata, aveva preso il sopravvento su quella del genitore, pragmaticamente discernendo tra dubbi e disagi con lo scopo finale, e realizzato, d'imbastir certezze.
......e dandosi, in ultimo, perfino dell'idiota, per tutti quegli anni passati a dolersi sulla mancata nascita di un erede maschio, quel giovane Concetto Scalavino mai venuto al mondo, causa primaria di quella fallimentarietà che egli riteneva irreversibile, e che l'aveva di fatto gettato nello sconforto esistenziale, ragione per la quale s'era stoltamente precluso, fino a quel momento, ad ogni altra possibile alternativa.
......e se non fosse stato per lo scandalo casalingo di quel segugio infoiato, di sentinella davanti la soglia della camera da letto di Rebecca  egli, forse, non si sarebbe mai degnato di valutare la fortuna che ora gli si palesava dinnanzi come una rivelazione, esaltante e pregna di progetti fattibili per realizzare i suoi sogni.

Così, a Rebecca, quella sera stessa venne concessa una seconda ipotesi di nascita, stavolta, però, a   partorirla sarebbe stato lui stesso, adempiendo all'evento con tutta la partecipazione emotiva, l'interesse e l'entusiasmo di cui aveva difettato, invece, la moglie.
Come una Dea sarebbe stata espulsa, con forza maschia, ma non brutale, dai lombi paterni, per essere subito accolta nell'incavo ospitale delle sue grandi mani e rifugiata, poi, al sicuro, sul suo largo petto, in concomitanza della regione del cuore, per ninnarla, dolcemente, con la ritmica cadenza dei suoi battiti.

Ed ecco così esistere, nello stesso tempo e nello stesso luogo, seppur su due paralleli diversi, Rebecca la neonata, appena partorita dal padre, e Rebecca l'adolescente, che dorme nella sua camera, vigilata dal cane domestico in preda agli eccessi di una malia sessuale.

Rebecca, la regina in miniatura, respirava tranquilla i suoi primi attimi di vita, al sicuro sul petto del padre e protetta dalle sue grandi mani, mentre Rebecca, il cucciolo di lupo, s'era destata dall'inquietudine di un sogno indecifrabile, con i sensi  allertati, istintivamente presagendo un pericolo.

domenica 2 giugno 2013

Rebecca (cap 6)

Gemma e Rebecca  s'erano industriate, fin dalla più tenera età, a voler esser somiglianti solo a se stesse.

......col risultato di esserlo diventate davvero, ed in maniera così radicale, che perfino il miglior pedagogo convinto della sua missione, e per di più supportato dall'ausilio di una ferula, avrebbe in ultimo desistito ad imporre un cambiamento, che così altrettante scarse speranze di recupero lasciavano presagire i metodi abborracciati di Concetto Scalavino.

Gemma e Rebecca non erano, come erroneamente potremmo immaginarle, primitive o eccentriche o scalmanate.
Nessuna delle due propugnava l'anarchia o il sovvertimento dei codici societari, d'altronde non ne avevano bisogno perchè entrambe, nei mondi dove regnavano trincerate ed indiscusse, le regole erano loro a stabilirle.
Fisicamente si somigliavano: non troppo alte ma ben proporzionate, i capelli di fiamma, gli occhi lanceolati e neri, la carnagione chiara, tipica delle rosse che, se in Gemma, al pari delle altre sorelle, aveva acquisito i toni opachi del pallore materno, in Rebecca, invece, aveva assunto i toni luminosi del miele.
E non era solo l'incarnato l'unica differenza evidente, che da quando Concetto Scalavino aveva iniziato ad osservarle meno superficialmente, le dissomiglianze gli balzavano evidenti agli occhi.

Gemma, maggiore di Rebecca di un paio d'anni, si mostrava trattenuta, avara di sorrisi e di gesti, scivolava silenziosa  tra gli oggetti, e la sua presenza, priva di odore, richiamava quella di una sentinella in avanscoperta in un territorio sconosciuto, che pur cerca di espletare, nel più breve tempo possibile, la missione affidatele per poter far ritorno alla sua garritta, a quell'affaccio da cui poter sorvegliare il mondo, mantenendo le distanze.
Eterea e malinconica, Gemma, creatura incompiuta, era forse più bella di Rebecca ma l'estraneità severa, di cui si faceva ornamento, la corazza che l'aveva protetta dalle delusioni dei respingimenti del mondo, col passar del tempo rischiava, però, d'imprigionarne l'anima dopo averla resa impenetrabile.

......perchè nell'attimo stesso in cui era  fuoriuscita dalla vagina di sua madre aveva intuito, dalla freddezza  con cui era stata accolta, la disgrazia di esser nata col sesso sbagliato. E così era venuta al mondo con le labbra serrate e i pugni chiusi e la ferma intenzione di non piangere. La levatrice, allora, le aveva dato dei colpettini leggeri per stimolare col vagito il primo respiro. Quella sculacciata d'incoraggiamento, professionale ed asettica, fu la sola carezza con la quale era stata accolta alla vita.

Rebecca, invece, a differenza di Gemma e delle altre sorelle che l'avevano preceduta, e che già al momento della nascita avevano accettato, nella stimmata del proprio sesso, il destino del ripudio, e per questo s'erano apprestate a venire al mondo silenziose ed asciutte, in maniera sbrigativa e senza creare problemi aggiuntivi, consapevoli dell'imbarazzo materno e della delusione paterna, Rebecca, invece, aveva trasgredito gli schemi, nascendo con gli occhi aperti e i polmoni liberi e la voce spiegata: un ingresso da protagonista.
 Femmina. Senza ombra di dubbio.
Nè di pentimento.

Ma la differenza inequivocabile era nell'odore: Gemma non ne aveva alcuno, Rebecca, invece, inebriava.
Se ne era reso conto, Concetto Scalavino, la sera che aveva visto il cane di casa masturbarsi con lo stesso veemente entusiasmo di un uomo, davanti la porta socchiusa della stanza da letto della sua figlia minore.