Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

venerdì 26 novembre 2010

L'esule

Non era la più bella ma la più luminosa.
Il volto, dall'incarnato chiarissimo e circonfuso dall'aureola pallida dei capelli, e i movimenti aggraziati di una ballerina, le donavano un che di etereo, d' impalpabile, sicchè sentivi forte l'impulso materiale di toccarla per sincerarti che non fosse una visione.
Il suo abito grigio, quasi monacale, risultava ancora più nitido nella cornice dei rossi festosi e dei neri aggressivi, perchè la funzione dei colori violenti non sempre è quella di catalizzare lo sguardo ma, come capita in questo caso, di far risaltare, invece, ciò che è solo apparentemente incolore.
Dunque, non era la più bella, ma la più luminosa.
Quella che avresti voluto toccare.
Eppure nessuno degli astanti aveva trovato il coraggio di avvicinarla, d'invitarla a ballare, un cortese approccio per una prima confidenza.
Una invisibile linea di confine la divideva dal resto della sala.
Intimidivano la malinconia del suo sguardo spaesato di esule.
E quell'abito grigio, serrato fino al collo.

giovedì 25 novembre 2010

Ritorno ad una sfera più privata della mia scrittura

Da questo post in poi non ci sarà più la possibilità di apporre commenti nè io disquisirò più sugli altri blog: ritorno ad una sfera più privata della mia scrittura.
Mi sembrava giusto, però, dopo tre anni (quasi quattro, ormai :) di blog aperto dare una spiegazione a tutti coloro che mi hanno fatto dono del loro tempo e del loro pensiero, ai quali devo davvero molto e, con alcuni dei quali avevo stabilito un modo famigliare ed amichevole di dialogare, cosicchè immagino il loro stupore di trovare, di punto in bianco, sbarrata la porta del mio antro, senza un preavviso, senza un saluto.
Ci tengo a dire che la chiusura del mio blog ai commentatori non è dovuta alle intemperanze o alle astruserie di alcuno,( al fine c'era già attivato l'efficace strumento del moderacommenti) e che chi ha commentato fino ad oggi è sempre stato rispettoso della mia persona ma, come accade nella vita, subentrano necessità ed esigenze che ci portano ad effettuare modifiche e cambiamenti in quello che è stato, fino al momento, il nostro iter consueto.
Ma non potevo fare un cambiamento simile dopo tre anni......quasi quattro, e lasciar fuori dalla porta gli amici, i conoscenti, e chi anche solo di passaggio entrava e, spesso, ero io ad affacciarmi sulla soglia in attesa di un saluto, di un pensiero, che mai sono venuti a mancarmi.
Non è un commianto il mio dal momento che pur rimango in Blogosphere e che continuerò a scrivere nel mio blog e a leggere i vostri, è solo un modo diverso di esserci e, dare una spiegazione sul motivo è un rispetto dovuto, ed un attestato di stima, a chi ha condiviso con me questo lungo tratto di strada.
Grazie davvero
Con affetto
Marilena

lunedì 22 novembre 2010

Nomi

MarilenaAmarantaAlrunaAliceAmerilnaCamilla (Cam o Camille),   KindredEscura
Marlene, Marilyn e Mari (i nomi con cui, spesso, mi chiamano gli amici)

Ho deciso, per scongiurare il maleficio delle amnesie progressive che da un pò di tempo mi tormentano, di usare tutti i miei molteplici nomi come firma, secondo l'umore o il tenore dello scritto, o solo come personalizzazione del rapporto intercorrente tra me e chi commenta.
L'ho già messo in atto in fase sperimentale e trovo che sia un ottimo rimedio per sopperire ai vuoti di memoria, alle intemperanze umorali, alle crisi identificative e alle controindicazioni derivanti da un uso troppo prolungato, ed usurante, dello stesso nome, e per combattere tutti gli accidenti che da questo possono scaturire.
Una ulteriore chiarezza per me, quindi, prima ancora che per l'interlocutore che, come mi ha fatto rilevare l'Imperatrice Camilla abbisogna, talvolta, di note esplicative per sapere con chi diamine, tra le varie identità, sta al momento interagendo.
Camilla dice che non sempre si capisce e, devo convenire con lei, che ha ragione.
Il fatto vero è che, spesso, non lo so neppure io perchè accade che ad iniziare un post sia Amaranta ma a concluderlo sia Alruna.
Fai ordine, mi suggerisce pragmatica, l'Imperatrice.
Le ho chiesto di essere la mia biografa, di provvedere alle pagine del mio diario perchè lei, tra tutte, seppur è la meno creativa è di sicuro la più metodica.
La più affidabile.
Si è alquanto risentita di questa mia affermazione e mi ha risposto freddamente no.
Capisco che ci sentiamo tutti creativi anche chi, come l'Imperatrice, non ha alcun talento per nessun' altra arte  che per se stessa: lei è la prova della creazione di Camilla, un capolavoro magnifico, un assemblaggio magistrale di occhi, gambe, braccia, seni, natiche e capelli.
Tanti capelli
Una chioma fluente eppur così disciplinata.
Una donna che sa addomesticare i capelli in siffatto modo egregiamente potrebbe mettere ordine tra le mie tante identità che affollano, spintonano, bisticciano, persino s'azzuffano, che è risaputo che la dove ci sono tante donne c'è sempre molta vivacità.
Così, nell'intento di fare ordine, questo post entusiasticamente lo firmo col mio nome completo, quello dell'anagrafe e quello della chiesa: l'unica tra i miei fratelli, essendo la maggiore, ad avere il privilegio di tre nomi
Marilena (il nome scelto dai  miei genitori)
Anna (il nome della bisnonna, nonna di mia madre)
Rosa (il nome di mia nonna,  madre di mio padre)
Ed ecco,dunque, questo scritto, il primo della nuova era, che reca la firma estesa dei miei tre nomi
Marilena Anna Rosa

Images by Natalie Shau

sabato 20 novembre 2010

Amerilna

Arrivò dall'eternità, trasportata da una folata dell'ardente vento del deserto.
Un lungo viaggio: i capelli scarmigliati e le unghie sguainate, nascosto sotto il corsetto lo scapolare di Santa Maria Giudea l'Impenitente e, ciondolante da una treccia come un gioiello primordiale, un opale barocco.
Mi ha donato il suo coltellino messicano, la profondità della sua voce e lo sguardo di smeraldo dei suoi occhi.
Ha dormito con me, superba amante, cattiva e persuasiva.
Mai dolce.
Compagna, e mai sorella.
Maestra, e mai complice.
Mi ha insegnato il mimetismo del geco, la trasparenza dell'acqua, l'invisibilità degli spiriti, l'ubiquità dell' ipnosi e la  preveggenza delle streghe.
Da lei ho appreso i rimedi per fronteggiare o alimentare, secondo il bisogno, le febbri del corpo, la peste dell'anima e i deliri della mente.
Ad essere disinibita e cruda.
Volgare e poetica.
Persuasiva.
Mai dolce, nel senso univoco del termine, se dolcezza è sinonimo di soavità e mitezza.

mercoledì 17 novembre 2010

Pirata e gentiluomo

......ed oggi parliamo dei comportamenti maschili nell'ambito degli incontri d'amore.
Mi dispiace dirlo ma, troppo spesso, lor signori non si comportano nel modo dovuto ma, seguendo l'istinto che li domina, si muovono con materialità, talvolta danneggiando e, sovente, non prestando la dovuta attenzione ai particolari.
Consapevole che dopo questa premessa mi attirerò un coro di dissenso dal pubblico maschile, vado dritta per la mia strada ben cosciente, invece, della veridicità delle tesi che ora qui snocciolerò che, di sicuro invece, incontreranno il consenso delle signore.
Quanti di voi, signori, sono davvero consapevoli del valore della propria partner?
Questa domanda, in particolare, la pongo a chi vive una relazione di lunga data.
Vi presentate spontaneamente a vostra moglie, o alla vostra compagna, con una rosa o una scatola di cioccolatini, senza che sia a suggerirvelo la data del compleanno o quella dell'anniversario?
Dopo tanti anni la memoria diventa labile e, seppur si ricordano con precisione queste date (scritte a caratteri cubitali sulla vostra agenda o ricordate da una segretaria solerte), quasi mai ci si sofferma sull'importanza di un piccolo dono al di fuori delle feste comandate.
Questo aiuta a farla sentire sempre bella e desiderabile, una donna da conquistare tutti i giorni e non, come accade nella norma delle lunghe convivenze, vista come un complemento stabile dell'arredamento di casa.
Una donna vi apprezzerà immensamente, non per la materialità del regalo, ma per il pensiero esclusivo.
Gli strateghi uomini (che pur ce ne sono) ben sanno che questo gesto verrà raccontato alle amiche, arrichito di significati e di atmosfere, così da sollecitare l'invidia delle altre signore, ponendola nell'olimpo delle privilegiate e suscitando ammirazione nei vostri confronti.
Questo, ora che l'ho scritto, ed io per prima riletto, pare ovvio. Scontato.
Ma  vale anche qui il discorso che si fa per le invenzioni che, una volta acquisite al mercato e collaudate dalla quotidianeità paiono naturali, esserci sempre state e...... come vivremmo senza la lampadina che illumina?
E questo vale anche per le intuizioni matematiche, filosofiche e logiche, senza tener conto dei lampi di genio!
Una volta che il copyright è apposto, ed i diritti d'autore salvaguardati, non serve dire ci sarei potuto arrivare anch'io, il punto è che non ci siete arrivati, nonostante voi e l' inventore viviate sullo stesso pianeta!
Attenzione, quindi, a sottovalutare ciò che pare ovvio, mentre salutare sarebbe, invece, un ripasso di memoria su ciò che sembra risaputo ma che, nel tempo, cade nel dimenticatoio.
Lo scopo di questa mia reprimenda quindi è di sollecitare una maggior sensibilità nei confronti della partner con piccole attenzioni che torneranno, poi, a vostro vantaggio.

Eva ha trascorso la mattinata dall'estetista e dalla parrucchiera ed ora perlustra i negozi del centro alla ricerca di una particolare lingerie che la rappresenti così come oggi si sente: bellissima e sexy.
Bellezza e seduzione che metterà in scena, in una rappresentazione privatissima, solo per il suo uomo.
Si guarda allo specchio e si approva: la nuova pettinatura è un capolavoro di riccioli e volute artisticamente "en désordre", la guepiere color malva, che ha maliziosamente correlato con un paio di lunghi guanti di raso nero, ne esalta il fisico prorompente.
Nel sottile, e troppo poco studiato linguaggio della lingerie, questa mise significa: sarò io stavolta la seduttrice, quella che prende l'inizativa, quella che catturerà il pirata con l'arma potente della bellezza.
Stasera sarò io a condurre il gioco.

 TRE COSE ASSOLUTAMENTE DA NON FARE
- Non saltatele subito addosso disfacendo in un attimo quello che è stato il lavoro di una mattinata, ma ammiratela esaltandone la bellezza .
Corteggiatela
Non dovete correre all'arrembaggio di una goletta da catturare: lei è già nel vostro porto.
- Non muovetevi alla cieca strappando gancetti e disfacendo nastri, ma lasciate che sia lei a guidarvi quando lo riterrà opportuno: la pazienza dell'attesa è l' anteprima del piacere
Sappiate che nessuna donna ama veder ridotto a brandelli il suo vestito o, nello specifico, un costoso capo di lingerie.
- Non affondate le mani nei suoi capelli, arruffandoli, spettinandoli, disfacendo in un attimo il paziente lavoro di spazzola e phon per ottenere il risultato di quella magnifica messa in piega così perfetta, moderno equivalente di una corona da principessa.
Quest'ultimo consiglio, dato nello specifico, vale per tutte le altre occasioni: mai mettere le mani nei capelli appena fatti di una donna, non c'è niente di più oltraggioso, ed imperdonabile, del disfacimento sul campo di ciocche e chignon.
Una donna è disposta ad accettare le vostre mani ovunque purchè stiano alla larga dalla sua chioma :)

Ricordate sempre, cari signori, che i contesti amorosi abbisognano oltre che della complicità, anche della pratica del savoir faire, elemento di cui sovente ci si dimentica per via della conoscenza intima che così porta ad adottare comportamenti superficiali e prevedibili.
Particolare attenzione, quindi, a non confondere l'affascinante ruolo del Pirata con quello rozzo dell'Ultras, che le donne, invece, ben conoscono la differenza

giovedì 11 novembre 2010

La finestra sul mare

Per Ady
 perchè sono sempre le finestre a raccontare le storie più vere.
Anche quelle che non lo sono.



LA FINESTRA SUL MARE

Questa notte il mare è davvero agitato, le onde s'affannano sulla battigia con rumore di orda  fuggitiva, con gli spruzzi d'acqua che bagnano le finestre ed il lugubre ululato del vento che penetra dal camino, impedendo il sonno alla giovane signora che dimora nella casa sulla scogliera.
Ada, questo il suo nome, s'affaccia dietro i vetri a scrutare la notte, e nel paesaggio ostile delle ombre, le riesce d'individuare, più con la memoria che con la vista, solo un qualche dettaglio limitrofo, che l'esile silhouette di una luna pavida temporaneamente evidenzia attraverso lo sfilacciamento mutevole delle nuvole.
Notte di tempesta, e non c'è da sentirsi al sicuro nemmeno dentro la propria casa.
Questo pensa mentre assiste dal riquadro del vetro al mitologico combattimento degli elementi della natura in contrasto tra di loro.
Squarci di fulmini rabbiosi illuminano il campo di battaglia.
Ma sarebbe stata l'acqua, alla fine, ad averla vinta: quella  orizzontale del mare e quella verticale del cielo.
Il bimbo dorme tranquillo, lui si che è al sicuro, con lei che si predispone a vegliare per tutto il tempo che necessita per proteggerlo da ogni cataclisma.
E si appresta dunque, Ada, a rimaner sveglia come sentinella all'erta, per tutto il tempo  della durata di quel finimondo confidando nella certezza che, prima o poi, anche le tempeste più violente si placano.
E così, sulla base di questa verità meteorologica, il tornado, stremato dagli schiaffi aggressivi dell'acqua, va chetandosi nei sussulti asmatici di un vento supino, di bassa quota, che si va  progressivamente smorzando in sussulti agonici.
La luna s'arroga allora il diritto di proprietà assoluta del cielo, espandendo il suo alone fin oltre la linea dell'orizzonte, ad illuminare un paesaggio mutilato: sabbia arruffata, rami d'albero strappati, carcasse d'uccelli e i legni sconnessi di un' imbarcazione.
Non c'era nessuna barca qui attraccata, ricorda Ada con sicurezza, perché il pomeriggio era stata con suo figlio sulla spiaggia a raccoglier conchiglie, ed il molo era vuoto.
Deve essere stata trascinata di sicuro dalle onde in tempesta, e forse è il caso che io esca e vada a controllare se c'è qualcuno che ha bisogno di aiuto.
Congettura, combattuta dall'istinto umanitario che la spinge ad uscire nella notte ostile, e quello della madre che non si fida a lasciar solo il suo piccolo.
Mentre riflette sul modo più giusto d'agire, ecco emerger, dai relitto della barca, una figura barcollante.
Non distingue bene, ma immagina sia un pescatore colto nel pieno della burrasca, trascinato a schiantarsi sul piccolo molo.
E' un miracolo che sia vivo ed in grado di camminare, così la sua finestra illuminata fungerà da faro verso cui  dirigersi  per chiedere asilo.
Ma l'uomo ignora il richiamo della luce e s'affanna, invece, a trascinare una rete, pesante e colma, che stenta a tirar fuori dall'incaglio delle assi e dei detriti per lasciarla scivolare, dolcemente, in mare.
La luna è ora un potente riflettore che illumina la scena e, dalla sua  finestra sulla scogliera, Ada lo vede seduto in acqua stringere tra le braccia quello che, a prima vista, le sembra un voluminoso fagotto.
Ma non è un fagotto, ultimo bene scampato al naufragio, quello che lui stringe con tanta determinazione al petto, ma è una donna, i cui lunghi capelli s'irradiano, come sottili rami di corallo, sulla superficie dell'acqua.
Ha il capo reclinato sul petto di lui le cui braccia la raccolgono tutta, dalla cintola in su, mentre l'altra metà del corpo è immerso nell'acqua.
Rimangono così nella culla del mare, sotto l'ombrello della luna, sullo sfondo di un paesaggio desolato, senza invocare soccorso, ignorando la luce proveniente dalla finestra sulla scogliera, come se davvero, alla fine, non abbisognassero d'altro che di quella solitudine, come se quel cataclisma fosse stato messo in opera solo a tale scopo.
E solo per loro due.
Dopo averla baciata a lungo lui, infine, la lascia andare affidandola alla quiete delle onde e ai silenzi siderali delle profondità marine dove lei, in un vortice, scompare.
Per far si che lei potesse continuare a vivere continuare a vivere, ha dovuto lasciarla andare, dirle addio, rinunciare a lei, che breve è stato il sogno seppur eterno sarà quel loro amore, ma la sirena è una creatura d'acqua e mai avrebbe potuto vivere sulla terraferma dove, ad ogni boccata d'ossigeno, avrebbe perso i sensi, così come il pescatore, che non ha pinne né squame, mai avrebbe potuto vivere nelle profondità marine, ed ha bisogno dell'aria per poter respirare.
Ed ora, al colmo di ogni disgrazia, è sopraggiunta una tempesta siffatta a stravolgere il precario equilibrio a cui i due innamorati, pur di rimanere insieme, si sono adattati, lui a viver sulla barca e lei al rimorchio della sua rete, e poi questa tempesta che li ha portati a schiantarsi su un molo della città di Napoli, che non era, ai tempi in cui la storia è effettivamente avvenuta, la  metropoli di oggi, ma solo un grosso borgo di pescatori e di mercanti, in quel tempo remoto in cui Ada non era ancora nata, né si aveva alcun presentimento della sua nascita, così come quella di nessun'altro di noi, suoi contemporanei.
Ma questo non può saperlo, convinta com'è che tutto si stia svolgendo nel presente.
E' un addio dunque quello a cui lei assiste dalla sua finestra sul mare, da cui la distoglie la voce del suo bambino che reclama la sua presenza per essere rassicurato, per avere rimboccate le coperte e  una carezza supplementare.
Quando di nuovo si affaccia l'accoglie un'alba striata di sole che dilaga su una natura levigata, compatta.
Impermeabile.
Nessuna traccia dell'apocalisse notturna e tanto meno dei resti del naufragio.
Così negli anni a venire, Ada, continuerà ad  interrogarsi su ciò che davvero è avvenuto quella notte.
Cosa ha realmente visto?
Quando si spalanca una finestra sul mare può capitare che una storia accaduta nel passato possa essere rivissuta nel presente, attraverso la concertazione propositiva degli elementi meteorologici, che ce la mostrano nelle sue esatte sequenze, come fosse la proiezione un film.
Perché sono sempre le finestre a raccontare le storie più vere.
Anche quelle che, forse, non lo sono.


domenica 7 novembre 2010

Finestre

Oltre la siepe splende la luna che non è astro ma solo luce di una finestra che rifulge nel buio come cristallo di specchio, richiamo, promessa, smania d' attesa per lui che non dorme ma aspetta che lei accenda la sua di finestra per dar cuore alla notte e scuoter la brama di chi non ha un nome ma solo un contorno, un'ombra nel vetro che aspetta paziente e più è lunga l'attesa più cresce la voglia e allora rallenta quel tanto che basta, quel tanto che serve, per rinnovare l'urgenza della sua luce che tarda  perché stanotte c'è luna e non serve altra fiamma a rivelare quei gesti che la sua ombra s'inventa per dare il piacere a chi non ha corpo ma solo pupille, affinché lei copra il buio con un lenzuolo notturno ad avvolgere la siepe che li separa. Scioglie i capelli e li spazzola a lungo e poi li riavvolge in cima alla nuca a lasciar nudo il collo senz'altra catena che quella del laccio che incastona una perla, traslucida e bianca, come goccia di luna, la stessa che occhieggia, diafana e lontana, sul confine remoto della siepe comune. Dalla finestra la sua ombra la fissa, non distoglie lo sguardo neppure un momento, aspetta paziente che si sazi del gioco, un inganno da poco di donna annoiata che consapevole ignora quella luce sguaiata e prosegue la recita come attrice pagata per far godere chi guarda, senza essere visto, dietro una porta o una finestra. Attrice che simula una parte non sua con tutto il fervore di una novizia che vuol essere creduta esperta davvero, e sembra una bimba che gioca alla donna ma è una donna che inganna in un gioco di bimba. E lo fa con tal grazia e naturale scioltezza che tu lo diresti che è il suo mestiere, che lei è davvero quello che mostra e che la realtà è quella del vetro e della perla di luce che risplende pallida sul nudo del collo ed ora dilaga sui seni sbocciati dalla sottana. E quando nuda si offre dietro il vetro appannato senz'altra insidia che la sua voglia svelata, la luce sfiamma dall'altra finestra, cede il posto alla luna e alla luce di perla, asseconda nel buio il ruolo che lo riguarda, l'estremo del gioco che paziente ha agognato.
Spegne la luce perché lei non lo veda, che quella parte è solo la sua.
Non è rispetto alla nuda puttana ma a quel desiderio che solitario consuma.

martedì 2 novembre 2010

Il Guascone


 Torna pure indietro, Jerome, aveva acconsentito il suo Signore, ma ricordati che hai solo 24 ore di tempo per sistemare questa storia: non un secondo di più.
Così, Jerome, si ritrovò a percorrere, a spron battuto, la strada che lo riconduceva agli stessi luoghi da cui si era dipartito in un tardo pomeriggio di quel novembre piovoso, accompagnato, nell'ultimo breve tratto di strada dal suo amico Martin che, dopo i saluti di rito, corredati di ricordi e di silenziose promesse, aveva voltato la sua cavalcatura ed intrapreso la via del ritorno senza mai più voltarsi indietro.
Martin rispettava alla lettera i patti: nessun piagnisteo e nessuna retorica nell'ipotesi, tante volte valutata, della possibile, improvvisa, partenza di uno dei due.
Eventualità di cui entrambi avevano sempre realisticamente tenuto conto dal momento che la loro permanenza non aveva mai certezza di stabilità, a causa di quel loro stile di vita al limite della legalità e della morale.
Solo che stavolta, Jerome, sarebbe partito da solo.
Fra i due era lui il più scapestrato, quello che raccoglieva più rancori, ma anche più consensi, soprattutto fra le donne.
Giovane ed attraente, veloce di spada e di lingua, sfacciato ed esibizionista, godeva della benevolenza e dei favori di tutta la società femminile, dalle adolescenti alle nonne, pronte a spender per lui una lode o una giustificazione, facendo ricorso, e questo si che era bello, anche a motivazioni fantastiche e, spesso, surreali.
Jerome era il guascone, l'eroe maledetto, lo spadaccino romantico, l' amante delle donne e dell'avventura.
Non aveva, oltre Martin, suo amico d'indole e d'infanzia, altri amici, seppur riscuotesse l'ammirazione e l'invidia dei giovani cadetti e degli studenti che da quel loro coetaneo così spericolato ed esperto, molto di più di sicuro avrebbero appreso che non da professori bacucchi, e da capitani imbalsamati.
Ma nessuno di loro si era arrischiato ad una sua più intima frequentazione, consapevoli forse che le stelle come Jerome è più salutare ammirarle a debita distanza che, altrimenti, si corre il rischio di rimanerne accecati.
Coscienti che le gesta del guascone, destinate nel tempo a diventar leggenda, se fossero state allo stesso modo intraprese da uno qualsiasi di loro, non avrebbero avuto ugual risalto nè medesimo splendore.
Chi  ha la voce più bella, più sovrastante o, anche solo più canzonatoria, è destinato al ruolo di solista, mentre tutti gli altri devono contentarsi di quello di numero all'interno del coro.
E questo, spesso, genera invidia, perchè tutti in nuce si sentono solisti, convinti che di sicuro lo sarebbero, in maniera inedita, e forse anche più spettacolare, se non ci fosse il costante paragone con i Jerome ed i Martin.
Un marchingegno questo che, nelle intelligenze più immature, come in quelle più egocentriche, quando non induce all'emulazione, porta sovente al disprezzo.
E così c'era solo Martin a salutarlo e poi, quando l'amico se ne era andato, sapeva che non ci sarebbe stato più nessuno
Ma la smentita era arrivata appena varcato il confine.
Si reclamava, con urgenza, la sua presenza nello stesso luogo da dove, appena qualche giorno prima, se ne era dipartito.
Il suo Signore non si prolungò in ulteriori spiegazioni, nè tanto meno scese in particolari.
Hai 24 ore di tempo, Jerome, per mettere a posto le cose: non un secondo di più, aveva sottolineato mentre lo congedava senza consentirgli domande, nè formulare ipotesi.
Ed ecco il nostro guascone rimettersi in viaggio almanaccando su cosa o, meglio, chi, avesse avuto il potere così grande di riportarlo di nuovo indietro.
Martin lo aveva accompagnato al confine, lo aveva salutato nel modo stabilito, e poi se ne era andato, quindi,se si fosse trattato di lui, ci sarebbe stato tutto il tempo, durante il tragitto, per una ultima confessione.
Non era il suo amico, dunque, che reclamava in maniera così imperativa, la sua presenza.
Non gli sovveniva nessun'altro, nemmeno tra le signore virtuose, e quelle meno, che lo avevano gratificato del proprio talamo.
Per quanto minuziosa la sua rassegna non ricordò nessuna che avesse manifestato l'esigenza di un sentimento più profondo, di un sintomo più intimo che prevalicasse quello del gioco o dell'avventura.
Con lui le donne imparavano le acrobazie fisiche dell'amore e poi, loro, si scambiavano particolari e suggerimenti unite dalla necessità di far cordata per non far trapelare chiacchiere e, soprattutto, fornirsi alibi, in tempo reale, ed in caso di bisogno.
Una sorellanza da cui erano state bandite, per una volta tanto con tacito accordo, e grande soddisfazione, le invidie e le rappresaglie che, troppo spesso, dilaniano la società delle donne.
Erano queste le riflessioni che accompagnarono Jerome durante tutto  il tragitto fin quando, superato il confine, si ritrovò a rivivere il momento che lo aveva portato a quel drammatico, ultimo viaggio quando la lama spuntata del pugnale di un adolescente era calata a tradimento sulla sua gola, per incagliarsi nella giugulare, senza riuscire ad infliggere il colpo di grazia
Fu Martin, il suo amico, quando lo rinvenne nel coma del dissanguamento, a porre misericordiosamente termine alla sua sofferenza, affondando la lama per dargli la pace della morte.
Chi dunque lo reclamava con tanta disperazione da costringerlo di nuovo a rivivere il ricordo di quel martirio?
Vide Martin camminare solitario, al centro della piazza, col mantello spavaldamente gettato sulle spalle e, alla cintola, il corto spadino dalla lama spuntata, lo stesso con cui aveva pietosamente posto fine alla sua agonia.
Martin sembrava occupare, con la sua sola presenza, l'intera piazza.
Era lui, ora, l'unico protagonista della scena, l'eroe romantico che piangeva l'amico mentre gli affondava il pugnale nella gola per abbreviarne l'agonia.
E, questo gesto, aveva accresciuto così tanto la sua fama da oscurare quella che un tempo era stata la sua.
E vide poi il palco della ghigliottina, il movimento convulso della folla, e sentì le urla disperate di una voce terrorizzata, ancora infantile, grida che s'alzavano isteriche per poi smorzarsi, incoerenti, in singhiozzi patetici.
Due energumeni trascinavano il suo giovane assassino verso il patibolo.
Lui scalciava, si dimenava, a tratti sembrava dover perdere i sensi.
Ed ecco che per farlo inginocchiare gli avevano dovuto spezzare le gambe perchè il terrore gli aveva paralizzato i muscoli mentre il boia, senza troppi complimenti, gli andava incuneando il collo, gonfio di paura, sul cuscino della decapitazione.
Si era anche pisciato addosso, proprio come fanno i bambini.
Ed ancora, come fanno i bambini quando la paura prende il sopravvento ed invocano il nome di un adulto che venga in extremis a soccorrerli, lui singhiozzava quello di Martin.
Fu allora che Jerome capì.