Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

martedì 14 aprile 2020

Rebecca (cap.16)


IN PUNTA DI PIEDI
Brigida era entrata in punta di piedi nella camera di Concetto Scalavino per chiudere le tende perché il sole, nonostante volgesse all'imbrunire, ancora smerigliava di rosso le pareti, e prendere ordini per la cena e sincerarsi delle sue condizioni, che quel giorno, contrariamente al solito, la campanella di servizio aveva suonato solo una volta perché venisse fornito di pennino e carta da lettere. I fogli, malamente scarabocchiati, erano scivolati a terra quando lui s'era addormentato. Scrivere in quella posizione scomoda non era facile, così come il trascorrere intere giornate immobilizzato a letto.
Quanto doveva pesare ad un uomo d'azione e di controllo come lui quella forzatura e la conseguente dipendenza da lei per le veci nella casa, e da Giovanni Basile per quelle negli affari!
Ma se poteva fidarsi di loro per le pratiche quotidiane così non era per quelle più personali, e a causa dell'incidente, sospese e d'improvviso incerte, e che pure dovevano tremendamente angosciarlo non potendo, per queste, affidarsi ad alcun vice.
Brigida aveva raccolto i fogli, tirato le tende, e senza far rumore era uscita dalla stanza.
 Nell'ingresso aveva intercettato Rebecca e ponendole le lettere in mano, aveva detto: «Sono certa che avete una grafia migliore di quella di vostro padre, ricopiatele e, se occorre, correggetele.»

«Cosa sono?» Aveva chiesto sorpresa la ragazza sbirciando i fogli fittamente coperti da una scrittura maschile puntuta e irregolare, a tratti illeggibile.

«Lettere d'affari: il vostro possibile passaporto per l'indipendenza.» Le aveva risposto Brigida seria.

«Davvero siete convinta che copiare in bella calligrafia queste sue lettere, per di più prelevate a sua insaputa dalla sua camera, mi varrà un suo encomio? »

« Avete ragione, sarà molto arrabbiato con voi, ma anche colpito, sbalordito dall'intraprendenza del  gesto e dall'audacia di aver osato entrare in un contesto che sicuramente lui giudica non alla vostra portata. Sono altrettanto certa, però, che voi saprete tenergli testa.» Aveva ribadito sicura la governante.

Rebecca la guardò perplessa: «Non riesco a seguirvi: perché mio padre dovrebbe trovare significativo questo mio gesto? Si vede che non lo conoscete e avete avuto poco a che fare con lui. E' un despota che vorrebbe tutti piegati alla sua volontà, e dove non arriva col convincimento usa la coercizione per...»

«Ma è anche un uomo terribilmente solo.» La interruppe Brigida. «Lo attestano quelle sue lettere faticosamente scritte a causa della posizione precaria a cui l'immobilità lo ha costretto. Poteva chiedere aiuto a me, a voi o a Gemma, ma non l'ha fatto. Per stupido orgoglio, direte voi, ma anche perché crede di non avere nessuno di cui potersi fidare. La morte di Mimì Messinese ha reso evidente questa mancanza, accentuando la sua solitudine.»

«C'è quel Giovanni Basile, il suo braccio destro. Di lui dovrebbe fidarsi.» Obiettò seccamente Rebecca.

«Confondete la fiducia con l'intimità. Sono cose diverse. Rifletteteci.» Disse la governante mettendole in mano il pacchetto delle lettere, per sparire poi nella cucina.

CONTRASTI
Assorta nei propri pensieri, Rebecca, non s'era accorta della presenza della sorella rimasta in silenzio ad osservarla disporre in ordine i fogli sullo scrittoio.
Solo dopo, alzando gli occhi, l'aveva vista, e davanti al suo sguardo irridente per la prima volta in vita sua s'era sentita a disagio, come colta in fallo.
Chiaramente, però, aveva intuito che l'intesa su cui s'andava imbastendo il legame con Gemma non era abbastanza consolidata per cui rischiava, alla luce dei recenti malintesi, di lacerarsi, perché sebbene entrambe perseguissero lo stesso progetto, i contrasti erano sul metodo per realizzarlo.

«Ora svolgi per lui mansioni di segretaria? » Domandò ironica, Gemma. Poi, senza darle il tempo di rispondere aggiunse: «Tu e la signora Catalano parlavate nell'ingresso così, mio malgrado, ho ascoltato la vostra conversazione.» Quella puntualizzazione avrebbe potuto avere apparenza di scuse, ma il tono sarcastico, e il sorriso canzonatorio, chiaramente smentivano essere tale.

«Mi ha chiesto di riscrivere in grafia leggibile queste lettere di papà. Tutto qui.» Volutamente, Rebecca, non aveva raccolto la provocazione per non inasprire i toni ed acuire la tensione.

«Farai qualsiasi cosa lei ti chiederà?» La domanda suonava come uno sberleffo.

«No. Solo quello che riterrò opportuno.» Rispose Rebecca, guardandola negli occhi.

«Come immaginavo: hai già dimenticato tutto, mentre io, invece, non dimentico niente.» C'era delusione nella voce di Gemma. Ma anche una sfida.

«Non ho dimenticato neppure io, ma ora la situazione è cambiata. Mimì Messinese è morto e con lui anche il progetto di nostro padre, ma nonostante il suo riprovevole agire, trovo ingiusto che Giandomenico e la sua famiglia lo reputino colpevole della sua morte: non lo ha ucciso lui, Mimì.» Aveva ribadito con forza Rebecca.

«Ne sei davvero convinta? Sbagli a difenderlo, perché lui ha ucciso anche la mamma.» In quella sentenza inappellabile, la voce di Gemma era risuonata gelida, in contrasto, però, con lo sguardo compassionevole rivolto alla sorella prima di uscire dalla stanza.

PUNTI DI VISTA ESTERNI E DISCORDANTI
Rebecca, rimasta sola, aveva gettato un'occhiata pensosa ai fogli sparsi sullo scrittoio chiedendosi se quella silenziosa collaborazione, per altro non richiesta da suo padre, ma caldeggiata dalla signora Catalano, non fosse una trappola.
Abituata a far riferimento solo a se stessa e al suo istinto, si trovava ora a doversi districare in un coacervo d'ipotesi, di verità vere o presunte, di punti di vista esterni e discordanti, eppure tutti allo stesso tempo plausibili.

Aveva ragione Gemma nell'affermare che il loro padre avesse ucciso la mamma, seppure lei era ancora viva e che, al di là dello smarrimento mentale, godeva di una salute di ferro, ma continuava a credere, però, che non fosse responsabile della morte di Mimì Messinese seppure lui fosse realmente morto, stroncato da un infarto provocato dall'ansia, dalle pressioni, e dalla sua incapacità a barcamenarsi in una situazione dove forse non aveva visto via d'uscita, ma che lui stesso, con la sua acquiescenza, aveva contribuito a creare.
 In base a questo ragionamento, allora, erano colpevoli anche lei e Giandomenico, che pur non accettando quella situazione, per motivi diversi l'avevano comunque protratta.
 E se così fosse, qual era il grado individuale di colpevolezza?
Perché un'intelligenza sensibile come quella di Giandomenico non aveva vagliato questo punto di vista?
O forse lo aveva fatto, e se ne era ritratto inorridito.

venerdì 21 febbraio 2020

Rebecca (cap. 15)


DIETRO UN MURO D'OMBRA
Giandomenico l'aveva guidata in una stanza disadorna composta da pochi essenziali arredi, quali uno scrittoio, sul cui ripiano era sparsi alla rinfusa dei fogli da disegno, una branda e una sedia. Una luce clandestina filtrava dalle assi delle persiane socchiuse. L'aria era immota, permeata dall'odore dolce del legno e da quello aspro delle vernici. E da quello remoto della disperazione.
In quella penombra da purgatorio lui le aveva indicato quell'unica seggiola: «Perdonatemi, non ho di meglio da offrirvi.» Aveva detto a voce bassa, impacciato.
Rebecca, con gentilezza, respinse l'invito a sedersi: «Perdonate me, piuttosto, non avrei mai voluto importunarvi in un momento così particolare, se non fosse stato per una necessità indifferibile, e che direttamente vi riguarda.»
A questa premessa era seguito un breve silenzio. Erano a pochi passi l'uno dall'altra, ma una distanza infinita li separava. Da quella distanza la voce di Giandomenico l'aveva  raggiunta: «Continuate, vi prego.» La sollecitò, con una nota d'impazienza.
«So che ritenete mio padre responsabile della morte del vostro, ma non è così. Al contrario, gli voleva bene e lo stimava. Il dolore per la sua perdita lo ha precipitato nel baratro della depressione. Temiamo per la sua salute.»
«Davvero, Rebecca, siete convinta che la causa della depressione di vostro padre sia la morte del mio, e l'ipotesi di veder ormai fallito il suo progetto... o ancor meglio, il suo indegno affare? Mio padre era un ingenuo che si è fatto irretire dal vostro, così come ora voi state tentando di fare con me. E pensare che vi facevo diversa da lui! Ma io non sono...»
Lo schiaffo era risuonato secco e inappellabile, smorzando la frase sulla bocca di Giandomenico.

«Non sono venuta qui a difendere mio padre, ma siete così pieno di risentimento e di rabbia che nulla di quanto ho da dirvi riuscirà ad indurvi alla ragionevolezza. State cercando un capro espiatorio perché altrimenti dovreste incolpare voi stesso. Ma sbagliereste ancora.»

Quello schiaffo lo aveva sorpreso, così come quell'invettiva, pronunciata, però, senza i toni della collera. Anche questo lo aveva sorpreso. Ma se non era venuta a difendere il suo ignobile padre era venuta ad accusare lui: «Andate via. Non rendete più penosa questa vostra messa in scena. Per un momento mi sono illuso che voi...che tu... che tu fossi diversa da tutti. Ho pensato che valessi la pena della mia rinuncia, che ho brandito come una spada contro il mio stesso padre . E con quella gli ho trafitto il cuore. Hai ragione, non devo cercare un capro espiatorio: mio padre l'ho ucciso io, ma la mia mano l'ha armata il tuo!»

Rebecca, gli si era fatta allora più vicina. A pochi passi da lui, che i loro visi quasi si toccavano: «State delirando. Ma forse il delirio è il vostro ultimo rifugio. Un rifugio sicuro, accessibile solo a voi e alla vostra rabbia. Vi pensavo diverso: ho scambiato la vostra debolezza per la vostra forza. Un errore imperdonabile.»

Queste parole risuonavano accusatorie. Ingiuste. Come quel suo schiaffo. Giandomenico sapeva di dover reagire, di doversi almeno difendere, se non da lei dalla sua stessa impotenza.

«Non riesco a perdonare. Né perdonarmi.» Aveva mormorato dietro il suo muro d'ombra.

Ma Rebecca era già andata via.

ECCESSO D'AMORE
Giovannii Basile e Rebecca Scalavino s'erano incontrati sulla soglia di casa mentre lei stava entrando e lui stava uscendo. L'uomo alto e scuro, che indossava stivali da cacciatore e un cappello da mandriano, cavallerescamente, con un sorriso, s'era fatto di lato per farla passare.

«Chi è l'uomo che ho intravisto nell'atrio?» Rebecca aveva domandato a Brigida.

 «Giovanni Basile: il braccio destro di vostro padre. Da quando s'è infortunato viene spesso in visita. E a proposito di visite: come è andata la vostra?»

«Un fallimento. Giandomenico Messinese ritiene, seppur per ragioni diverse, se stesso e papà colpevoli della morte di Mimì. Nello stato d'animo in cui versa non sono riuscita a farlo ragionare.»

Rebecca, succintamente, ma senza omettere nulla, le aveva raccontato la dinamica dell'incontro: una cronaca sintetica ma esaustiva dell'accaduto. Un resoconto esposto con voce ferma, imparziale, all'apparenza priva di emozioni, come se la cosa riguardasse qualcun'altra e non lei. Ma Brigida, che l'andava attentamente osservando, aveva intuito dietro  che quel suo ferreo autocontrollo, il turbamento. Una tempesta di emozioni sconosciute, che lei, cucciolo di lupo, andava al momento sotterrando nel fondo della sua anima, per impedire che il loro odore, propagando, venisse inquinato dall'esterno. Poi, quando sarebbe stata sola, le avrebbe dissotterrate, annusate ed assaggiate,  supportando con l'istinto la mancanza d'esperienza.
L'istinto, però, non le sarebbe servito a decodificare i sofisticati machiavellismi delle emozioni, soprattutto a livello inconscio.
Brigida, da profonda conoscitrice dell'animo umano, aveva visto la trappola in cui il cucciolo di lupo si sarebbe andato a cacciare e aveva allora provveduto ad erigere una barriera di protezione, instillando il dubbio nelle sue percezioni.

«Non sempre tutto è come appare. Per emergere alla luce, talvolta, è necessario esplorare il buio più profondo. La fiammella che voi avete cercato di far filtrare nell'oscurità impenetrabile in cui Giandomenico si dibatte ha prodotto solo uno squarcio che gli ha ferito gli occhi, paradossalmente acuendo il senso di cecità e di smarrimento. Quel bagliore lo ha spinto a rintanarsi, ancor più se possibile, nel suo fondo. Respingendovi.»

«Se sapevate che la conseguenza era questa, perché non mi avete dissuasa?» Aveva chiesto Rebecca, stupita.

«Il risultato non era affatto scontato. Ad ogni modo era quello che sentivate di dover fare. Ed era quello che andava fatto.»

«Mi disprezza con la stessa forza con cui disprezza papà.»

«Al contrario: vi ama con la stessa disperazione con cui odia vostro padre, e se stesso. Ma lo avete destabilizzato perché vi immaginava dalla sua stessa parte. E così, per rinnegare quella sua illusione, ha dovuto deturpare la vostra immagine per punirsi in maniera ancora più aspra.»

«Mi ama? E da cosa genera questa vostra deduzione? Vi ricordo che a quella cena non c'è stato seguito.»

«Sinceramente, Rebecca, avreste voluto ci fosse un seguito?»

«No, perché questo contemplava il matrimonio.»

«E quale altro seguito avrebbe potuto esserci per una ragazza perbene e di buona famiglia?» Chiese Brigida, con amara ironia.
 
«L'indipendenza. Il lavoro. Le scelte personali. Una vita come la vostra.»

 « L'indipendenza e il lavoro sono conquiste, e le scelte personali una loro conseguenza. E tutto questo esige un prezzo. Io sono stata facilitata, o forse obbligata, in tal senso. Non ho dovuto lottare per avere la mia indipendenza che probabilmente era già insita nel mio destino. Ma non per tutte è così.» Sospirò. e. subito dopo, senza darle il tempo di rispondere, aggiunse: «Non c'è stato seguito a quella cena perché Giandomenico vi ama a tal punto da lasciarvi libera.»

«Amarmi? Come fate ad affermare che si tratti di amore e non piuttosto della sua mancanza? »
Chiese Rebecca stupita da quell'incredibile paradosso. L'amore, che mai aveva conosciuto, lo aveva immaginato fino a quel momento come un sentimento piano ed elementare. Simile a quello che provava per Gemma. Ma ora lo andava scoprendo oscuro, intricato. Indecifrabile.

« Perché solo un eccesso d'amore può provocare un simile dramma.» Sospirò Brigida.

venerdì 31 gennaio 2020

Rebecca (cap.14)



SULL'ORLO DEL PRECIPIZIO
La morte di Mimì aveva provocato terremoti all'interno della famiglia Messinese perché Giandomenico, pur incolpando di quella Concetto Scalavino, se ne sentiva parimenti responsabile. Avrebbe dovuto mostrarsi più clemente con suo padre, mitigare quei suoi toni apertamente accusatori e non arroccarsi nel fortino delle sue ragioni. Era stata la sua supposta superiorità morale contrapposta alla totale assenza in Concetto Scalavino, a condurlo alla morte.
Era giusto che entrambi ora ne pagassero le conseguenze.
Lo avrebbe affrontato inchiodandolo alle sue responsabilità, dopo di che sarebbe partito non alla volta di Roma, ma verso un luogo lontano, irraggiungibile, dove poter espiare la sua colpa.
Avrebbe rinunciato alla sua arte, ai suoi affetti e ai voti, di cui non se ne sentiva più degno, ma prima avrebbe pareggiato i conti con l'uomo che lo aveva condotto sull'orlo di quel precipizio.

Brigida Catalano, intanto, aveva raccontato a Gemma e a Rebecca del suo breve incontro con Pietra Messinese, preoccupata dalle intimidazioni di quest'ultima, ma anche dallo stato di profondo abbattimento in cui il loro padre era caduto dal giorno della morte di Mimì.
Una cronaca asciutta, quella della governante, con cui rendeva partecipi le due giovani della freddezza con cui Pietra aveva accolto la corona di fiori e il messaggio di cordoglio, e l'anteprima della notizia della cessazione di ogni tipo di rapporto con la famiglia Scalavino. Il suo racconto terminava con il minaccioso suggerimento di Pietra "nel frattempo fate in modo che non prenda nessuna iniziativa personale. E' un consiglio per il suo bene."

 «Visto lo stato di depressione in cui versa vostra padre non gli ho fatto menzione né della fredda accoglienza né della preannunciata rottura dei rapporti con la famiglia Messinese, e tanto meno di questa intimidazione. Prima di prendere qualsiasi iniziativa ho pensato fosse opportuno discuterne con voi dal momento che il comportamento di Pietra Messinese stride con l'atteggiamento amichevole di Mimì in visita a vostro padre.»

Rebecca e Gemma avevano ascoltato in silenzio, e senza mai interrompere, il racconto di Brigida, e solo quando lei s'era taciuta, Gemma, con voce gelida aveva detto: « Sbagliate a preoccuparvi per lui: il diavolo non teme gli orrori del suo inferno.»

Ma a sorpresa, Rebecca, aveva preso le difese del padre: «Sei ingiusta, Gemma, a tutti dovrebbe essere concesso il diritto di difendersi. E con questo non intendo la facoltà di sottrarsi al giudizio e poi alla pena, ma almeno conoscere i capi d'accusa e potervi replicare, anche se quei capi d'accusa sono noti e le responsabilità evidenti.»

 «Una farsa, quindi.» Era stata la fredda replica della sorella.

 «L'affetto e la stima di papà verso Mimì Messinese sono vere. E il suo dolore è sincero. Nessuno potrà convincermi del contrario.»

 « Alla fine ha corrotto anche te.»  Gemma sospirò amara, uscendo dalla stanza.

UNA PROBABILE ALLEATA
Rebecca non aveva fatto alcun gesto per trattenerla, ma era rimasta in silenzio, colpita da quella critica, confusa su se stessa e sulla legittimità della sua affermazione riguardo i sentimenti di suo padre. In definitiva neppure lei lo conosceva nell'intimo per pronunciarsi in una dichiarazione così esplicita, che se anche non lo scagionava dalle sue colpe di certo gli concedeva un'attenuante.
Ma lo stato di prostrazione in cui suo padre era caduto non poteva essere una finzione, perché in realtà lui era un pessimo attore e risultava convincente solo nelle parti in cui poteva genuinamente interpretare se stesso, come in quel caso.
D'altro canto capiva che il risentimento di Gemma scaturiva dall'amarezza delle umiliazioni che lui, incurante dei suoi sentimenti, le aveva inferto per perseguire il suo scopo.
Come si poteva credere che un uomo così profondamente egoista  fosse dotato di sentimenti?
...eppure il senso di smarrimento che lo aveva pervaso alla morte di Mimì, e che lo stava precipitando nella depressione, testimoniava di questa sua capacità, per questo trovava ingiusto il comportamento della famiglia Messinese, quel loro prendere freddamente le distanze da lui che li aveva sempre favoriti nel campo degli affari e per i quali nutriva una sincera, incondizionata ammirazione. E per Mimì un affetto vero
...anche se in ultimo, per pervenire ai suoi scopi, l'indole sotterranea del manipolatore aveva preso il sopravvento.

 «Pietra Messinese addebita a papà la morte di Mimì.» Aveva confidato Rebecca a Brigida Catalano. E poi dopo una breve riflessione aveva aggiunto: «Ma non è lei ad esserne convinta, quanto Giandomenico. Devo parlare con lui.»

S'era già avviata alla porta ma Brigida l'aveva fermata, trattenendola per un braccio: «Non andrete da nessuna parte senza il mio permesso. Sono responsabile per voi, in assenza di vostro padre, e converrete con me che in questo momento lui è come se non ci fosse. Raccontatemi cosa è accaduto e poi studieremo la maniera opportuna per sistemare la faccenda.» Concluse con dolcezza, liberandola dalla sua stretta.

Rebecca l'aveva guardata stupita perché lei si stava proponendo sua alleata. Dov'era il tranello?
Al pari di Gemma le rimaneva difficile fidarsi degli adulti, delle loro promesse che spesso celavano inganni.
Il cucciolo di lupo che albergava in lei era in allerta, ma pure l'istinto la induceva a fidarsi di Brigida.
...così le aveva raccontato la storia nella nuda sequenza dei fatti. Una narrazione epurata, per quanto possibile, da quell'emotività che avrebbe potuto condizionare il giudizio della governante.

Brigida aveva ascoltato attenta quel resoconto sciorinato senza enfasi anche in quei passaggi che pure intuiva dovessero avere, per la giovane narratrice, un intenso coinvolgimento personale.
Nella compostezza di Rebecca, nei toni pacati della voce, aveva rivisto se stessa poco più che adolescente, all'indomani della morte di sua madre intenta ad asciugare dagli occhi di suo padre le lacrime dello smarrimento, e a indurlo a riprendere la via del mare, rassicurandolo che sul porto della loro casa, e sulla piccola ciurma dei suoi fratelli, avrebbe vigilato lei.
Una promessa mantenuta.

Quando Rebecca concluse il suo racconto, Brigida disse: «Convengo anch'io che dobbiate parlare con Giandomenico, e farlo subito, prima che la situazione degeneri. Sono certa che troverete le parole giuste per indurlo alla ragione.»

DIVIETO D'ACCESSO
S'era avviata, Rebecca, alla ricerca del giovane, riflettendo sui luoghi dove potesse trovarlo, sperando che quell'incontro avvenisse senza testimoni, per poter parlare più liberamente e senza mezzi termini.
D'istinto aveva imboccato la stretta stradina che conduceva al laboratorio d'ebanisteria, immaginando che fosse quello il posto dove lui avesse trovato solitario rifugio: sarebbe stato quello che anche lei avrebbe scelto se fosse stata nel suo stesso stato d'animo. Chiuso per lutto, inaccessibile a tutti.
Per un istante si soffermò a pensare che forse anche lei rientrava in quella categoria. Che anche per lei valeva quel divieto d'accesso. Sarebbe stato, comunque, un diritto di Giandomenico rifiutare la visita della figlia dell'uomo che riteneva responsabile della morte del padre.
Cosa avrebbe fatto se lui l'avesse respinta?
In cerca di risposte, Rebecca si guardò intorno.
Il vicolo in cui ubicava il laboratorio era deserto in quell'ora d'intensa calura pomeridiana. Chiuso il portone dell'atrio e sbarrate le persiane alle finestre. Sembrava non ci fosse nessuno, eppure il suo istinto le diceva che Giandomenico era dietro quella porta, a pochi passi da lei. Batté al portoncino, e i colpi del picchiotto propagarono cupi nel silenzio della strada. Inutilmente. Sottovoce, da dietro quella porta che ostinatamente rimaneva chiusa, lo implorò: «Giandomenico, per favore, aprite, ho assoluto bisogno di parlarvi.»  Ma ancora le rispose il silenzio.
Testarda, reiterò di nuovo, ma invano, quella supplica.
Rassegnata, stava per andar via, quando la porta s'aprì.

mercoledì 15 gennaio 2020

Rebecca (cap. 13)


UNA MORTE NON ANNUNCIATA
La notizia della morte di Mimì Messinese aveva profondamente sconvolto Concetto Scalavino, che pretendeva di partecipare ai suoi funerali, pur avendogli il medico imposto l'immobilità assoluta.

Non c'era modo di acquietarlo, che non se ne faceva una ragione di quella morte non annunciata, e riandava col pensiero all'ultimo pomeriggio trascorso insieme, che non v'erano stati segnali che lasciassero presagire l'evento funesto. Stava bene, Mimì, ne era certo, forse un po' stanco, forse un po' teso, ma questo lo aveva attribuito ai preparativi dell'imminente partenza di Giandomenico.
All'inizio s'era addirittura rifiutato di crederci, etichettando la luttuosa notizia come lo scherzo macabro di qualche buontempone, anche se non avrebbe saputo spiegarsene il motivo, ma oggetto di dicerie cattive e fraudolente, i Messinese, erano stati, anche nel passato, i destinatari.
Aveva chiesto a Brigida Catalano di sincerarsi di questa chiacchiera, che altro non poteva essere, ma quando lei gliel'aveva confermata lui piombò in uno stato di prostrazione tale che l'aveva fatta spaventare, per cui era stato necessario l'intervento del medico che gli aveva prescritto un iperico.

La corona di fiori che Concetto Scalavino aveva commissionato per i funerali di Mimì Messinese era degna di un capo di stato, e il messaggio di condoglianze, personalmente recapitato da Brigida Catalano alla vedova, esprimeva il dolore inconsolabile per la perdita di un amico e di un grande uomo.
Pietra, lesse il messaggio e poi, sotto gli occhi di Brigida, lo stracciò
«Ringraziatelo da parte mia per la corona e le parole, ma dissuadetelo da qualsiasi altro atto di cortesia. La morte di mio marito sancisce la fine di ogni rapporto tra la nostra società e quella del signor Scalavino. Per la liquidazione degli affari in corso se ne occuperà mio figlio Michele: sarà lui a contattarlo, ma nel frattempo fate in modo che non prenda nessuna iniziativa personale. E' un consiglio per il suo bene.» Disse Pietra in tono asciutto, senza altre spiegazioni, congedando Brigida.

In realtà, la maestosa corona di fiori di Concetto Scalavino, aveva suscitato le ire di Giandomenico che lo riteneva responsabile della morte del padre, e s'opponeva che fosse al seguito del corteo funebre.
«Non voglio scandali. » Tagliò corto Pietra «La corona di Concetto Scalavino ci sarà come quella di chiunque altro abbia voluto rendere omaggio alla memoria di tuo padre.»

«Non potere impormi questa finzione.» Giandomenico batté un gran pugno sul tavolo.
«Allora non venire!» aveva ribadito con gli occhi asciutti e con fermezza Pietra «Ma se vieni esigo il tuo rispetto per la mia volontà!» Poi, carezzandogli la mano ancora serrata, lo baciò sulla guancia: «Non tramutare il tuo dolore in rabbia. Non è questo il momento.»

Così, Giandomenico presenziò alle esequie tenendosi in disparte, al margine del gruppo di famiglia: la barba incolta e gli occhi bui, impenetrabile nel suo lutto e nel suo dolore. In quella sua evidente disperazione, che non tollerava né voci né contatti, nessuno degli astanti aveva trovato il coraggio di avvicinarglisi e stringergli la mano per le condoglianze.


LA REALTA' DIETRO L'APPARENZA
All'oscuro delle dinamiche della famiglia Scalavino, Brigida, del messaggio di Pietra Messinese, prudentemente riferì solo dei ringraziamenti, che l'ansia febbrile con cui lui l'aveva sottoposta al fuoco di fila di domande, l'aveva indotta a mantenersi nel campo delle rassicurazioni. Lui le chiedeva dettagli che lei non era in grado di fornirgli, poiché il brevissimo scambio di parole con Pietra Messinese era avvenuto sulla soglia di casa, dove non era stata invitata ad entrare. Anche questo particolare, Brigida, aveva omesso nel suo resoconto, decisa, però, ad approfondire quella storia per non trovarsi impreparata a doverne gestire i futuri e forse imprevisti risvolti, perché l'atteggiamento di Pietra Messinese e quello di Concetto Scalavino, raccontavano due versioni contrastanti della medesima trama.
Per venirne a capo avrebbe chiesto chiarimenti a Gemma e Rebecca.

Tra Brigida Catalano e le due ragazze  Scalavino s'era da subito, e in maniera spontanea, stabilita un'intesa che basava sulla schiettezza dei caratteri, seppure Gemma, ferita dai comportamenti del padre, s'era mostrata se non restia, comunque guardinga, nei confronti della governante.
 Brigida, da parte sua, non aveva fatto pressioni, non aveva invaso spazi e neppure preteso di assumere un ruolo diverso da quello per cui era stata assunta, ma non per questo s'era resa invisibile o, peggio ancora, ininfluente. Dall'esperienza acquisita nel dover gestire la sua numerosa, e problematica famiglia, e poi per lavoro altre ancora, aveva sviluppato quelle doti psicologiche necessarie all'interagire anche con caratteri difficili senza sopraffare o lasciarsi sopraffare. La sua eccezionale sensibilità, in sinergia col suo altrettanto eccezionale pragmatismo, impediva all'emotività di prendere il sopravvento, ma piuttosto di ragionare e di decidere.
Era stato con Silvestro, il fratello nato con lo sguardo degli angeli, nel tempo passato con lui che aveva sviluppato le virtù della pazienza, della tenacia, e della speranza che non cede allo sconforto. Era stato l'amore per quel fratello nato diverso a forgiarle il carattere e l'anima. Ad introdurla nei segreti delle parole mute e dei pensieri bisbigliati; del tempo a clessidra (l'evoluzione senza la sua dispersione) e degli equilibri concentrici (non esiste un unico equilibrio, ma diversi e di varia  natura, tutti circolanti intorno ad un unico ganglio che ne regola il bilanciamento) e del sonno liquido (la capacità d'immaginare ad occhi aperti, integrante all'arsura delle insonnie).
Con questo immenso bagaglio di conoscenze e di esperienza, Brigida Catalano aveva fatto il suo ingresso in casa Scalavino, in punta di piedi e senza rumore, ma prendendo atto con il colpo d'occhio dello specialista, della realtà dietro l'apparenza.

 RINASCITE
Nel suo primo giorno in casa Scalavino, Brigida aveva spalancato le finestre, sprimacciato cuscini e materassi e ravvivato le tende, liberato gli uccelli dalla prigionia delle voliere, e in ultimo chiesto l'intervento di un giardiniere affinché trasformasse le aiuole spelacchiate, e il sentiero invaso dalle erbacce, in una corte fiorita.
«Un giardino in fiore non è solo questione di estetica, ma contribuisce al benessere psicologico: è un antidoto alla malinconia, previene la depressione, induce all'ottimismo e all'allegria.» Spiegava, paziente, Brigida Catalano, cercando di vincere l'infantile resistenza di Concetto Scalavino al progetto.

«L'unica rosa di cui dovete prendervi cura è mia moglie.» L'aveva irrisa lui, per chiudere il discorso, giocando sul nome della moglie: Rosa, appunto.
Senza scomporsi, Brigida, gli aveva sorriso e sistemandogli il cuscino sotto il capo aveva detto: «Non è solo questione di estetica ma anche di bonifica, che le formiche stanno invadendo i piani bassi, e tra non molto ve le troverete anche nel letto. E vi assicuro che averci a che fare con loro non è affatto piacevole. In vostra vece ho trattato un unico, convenientissimo prezzo, per entrambe le cose: opera di bonifica e di abbellimento. L'una non esclude l'altra, e voi non andrete fallito.» E stavolta era stata lei a fare ironia, uscendo dalla stanza senza dargli il tempo di ribattere.

Sotto la direzione di Brigida Catalano non solo il giardino era rigenerato in una nuova stagione ma  anche Rosa, che s'aggirava per i viali vestita con impalpabili tuniche color dell'aria,  intenta a raccogliere sassolini dorati, pietruzze di madreperla e scaglie di cristallo, opportunamente disseminati da Brigida per la sua quotidiana caccia al tesoro. Rosa ne faceva incetta durante le sue escursioni diurne, e quando dormiva, la governante tornava a spargerle per i viali, come briciole di Pollicino, affinché lei non smarrisse la strada di casa
...come la coda di quelle comete irraggiungibili a cui Rosa, grazie a questo espediente, aveva smesso di dar la caccia a favore di un bottino terrestre, meno rischioso e più alla sua portata.

lunedì 6 gennaio 2020

Rebecca (cap.12)


UN PROVVIDENZIALE INCIDENTE
«Convengo con voi, Mimì, sull'armonia del legno di abete, che le arpe e i violini degli angeli sono di sicuro fatti con quello, ma i liuti degli arcangeli, quelli sono di mogano, quello stesso che ho commissionato per Giandomenico per gli arredi di Papa Pio X. Il mogano più pregiato, proveniente dal centro America, ad impreziosire con l'arte di vostro figlio la stanza privata di Sua Santità, che direttamente spalanca sul Paradiso.»

Concetto Scalavino,  adagiato nel suo letto, nella stanza inondata di luce e permeata dalla fragranza della lavanda, amabilmente conversava con Mimì Messinese, che seduto su una poltroncina sorseggiava da un bicchiere di vetro acqua e zammù, che Brigida Catalano s'era premurata di offrirgli a conforto del caldo, prematuro ed eccessivo, di quell'inizio di primavera che sapeva già di estate.
Mimì Messinese, seduto al capezzale del letto del mercante, non riusciva però ad ignorare la sensazione di disagio che gli procurava quell'intimità inedita, che sapeva molto di famigliarità, soprattutto dopo le confidenze che l'altro gli aveva svelato sulla malattia della moglie.

  «Di questa sciagura, Mimì, ne siete voi solo al corrente, e naturalmente la signora Catalano, ai cui servigi, a causa di questo, ho dovuto far ricorso in previsione di quella mia programmata, e rimandata, partenza per l'America. Non potevo gravare Gemma e Rebecca del carico della madre che nella sua follia è davvero imprevedibile. E questo ne è la prova. » Indicò la gamba ingessata. «Avessi avuto un figlio maschio avrei incaricato lui di compiere quel viaggio in mia vece, ma Rosa, mia moglie, ha saputo germogliare solo boccioli femmine...»
 Amaramente aveva riso alla sua stessa battuta, cosicché l'altro s'era sentito in dovere di solidarizzare: «Avete ragione, un figlio maschio avrebbe di certo alleviato il vostro fardello.» 
Ma di più non s'era sentito di dire per timore che il discorso da generico diventasse personale e si tornasse a parlare dell'ipotesi di matrimonio tra Giandomenico e Rebecca, non sentendosi di assumere impegni, per conto terzi, e né tanto meno di elargire promesse, che la paura di un altro passo falso, come quello dell'invito a pranzo che solo quel provvidenziale incidente aveva al momento evitato, lo costringeva ad un vigile autocontrollo sulle parole e sulle emozioni.
Quella caduta dalle scale che per Concetto Scalavino era stata una iattura, per lui, invece, s'era rivelata una salvezza, perché di quell'invito non ne aveva ancora  fatto menzione a Giandomenico, che ne era quindi all'oscuro, seppure l'eventualità che lo venisse a sapere dallo stesso Scalavino, al quale suo figlio presto avrebbe fatto visita per ringraziarlo del dono di pregiato legname, oscillava sulla sua testa come la spada di Damocle, tanto che, alla fine, risolse che il male minore sarebbe stato parlargliene quella sera stessa.
A questa prospettiva, però, dentro di lui montava l'ansia, che già avrebbe voluto tutto fosse concluso. Definito. 
Timoroso che la sua apprensione diventasse visibile perché consapevole di non saper nascondere le proprie emozioni, Mimì Messinese cercava il momento opportuno per accomiatarsi, quando a trarlo d'impaccio fu la governante che entrò ad annunciare una visita.
«Tornerò presto a trovarvi.» Promise, salutandolo.
Sull'uscio aveva incrociato il nuovo visitatore, un uomo alto, scuro, in tenuta da caccia. S'erano salutati, senza essersi presentati, con un breve cenno del capo. La governante lo aveva poi accompagnato fino alla porta d'ingresso, salutandolo con un sorriso gentile. Da lei emanava una fragranza sottile di lavanda, lo stesso aroma che permeava la stanza dello Scalavino. E forse la casa intera


PIETRA 
... perché donne, come i gatti, marcano il loro territorio. Rifletté divertito. Tutte le donne lo fanno. Anche Pietra, sua moglie, il cui profumo di zagara aleggiava nella casa e nel suo cuore.
 Inebriante. Suadente. Predominante.

Al pensiero della moglie si sentì pervadere da un senso di gratitudine e d'infinita tenerezza.
L'immagine di lei lo distolse, per un momento, dai pensieri gravosi che lo avevano accompagnato nel corso della giornata, e al difficile confronto che lo attendeva, al suo rientro, con Giandomenico.
Era stata lei, tanti anni prima, a sceglierlo fra quelli che aspiravano alla sua mano. Era stata ancora lei a prendere l'iniziativa, perché lui, così schivo e timido, non avrebbe mai trovato il coraggio di dichiararsi.
S'era innamorata di Mimì per la sua dolcezza, perché arrossiva quando i loro sguardi s'incontravano, ancora nel presente come era stato nel passato, per quelle emozioni che lei continuava a suscitargli dentro, nonostante il passare degli anni, le tante gravidanze, i capelli ingrigiti e gli occhiali da vista.
Avevano tirato su una nidiata di figli dividendosi i compiti, ma Mimì sempre aveva riconosciuto alla moglie di aver svolto il ruolo più difficile: a me è toccato il compito di mantenere la famiglia, a Pietra, invece, quello di cementarla. Tanti anni assieme e nessuna nube, nessuna incomprensione così insormontabile da minare il loro rapporto. Nessuna. Neppure le dicerie, alla nascita di Giandomenico, sul supposto adulterio di Pietra, che avevano, invece, contribuito a render granitico il loro matrimonio.
Anche ora, nel conflitto famigliare con Giandomenico, s'era schierata dalla parte del marito, e non perché  non ritenesse validi i motivi di dissenso del figlio, ma perché riconosceva a Mimì l'attenuante di avere agito per eccesso d'amore
...e d'altronde, da come la vedeva lei, non c'era nulla d'irreparabile in quella situazione. Nulla che non potesse risolversi con un onesto chiarimento tra le parti. 
Nulla che valesse la pena di tutta quella sofferenza.

LA MORTE DI UN UOMO MITE
«No, non avete sbagliato ad invitare a pranzo Concetto Scalavino e la sua famiglia, una formalità a cui non ci possiamo sottrarre, ma avreste dovuto comunque consultarvi prima con me visto che anche io sono parte in causa, e in qualche modo da questa storia dobbiamo trarci onorevolmente d'impaccio senza umiliare la ragazza né il padre. »
Giandomenico aveva parlato in tono freddo, senza balbettare, guardando suo padre negli occhi, che si limitava ad ascoltare quelle recriminazioni a testa bassa, senza replicare.
Un breve silenzio fece seguito al discorso asciutto del giovane che poi aveva aggiunto: «Andrò a trovare il nostro fornitore e gli esporrò i motivi per cui non mi è possibile sposare sua figlia, così come nessun'altra. Non potrà obiettare nulla davanti alla mia decisione di prendere i voti. Lo scopo è rendere libera la ragazza, che a quanto pare in questa storia non ha alcuna voce in capitolo, e mettere fine a questa vergognosa farsa.»
«Sono addolorato di averti coinvolto in questa situazione che è sfuggita ai miei stessi intenti, ma il mio proposito, ti confesso, era quello di offrirti una prospettiva diversa da quella del monastero.»
«Comprandomi una moglie?» Il giovane aveva replicato in tono sarcastico, arrossendo violentemente e stringendo le mani a pugno. «Come avete potuto, anche solo per un momento, immaginare che io avrei accettato? E dei sentimenti di Rebecca? Neppure quelli avete tenuto in considerazione.»
«Non era quello il mio scopo Giandomenico.» Mormorò con voce intrisa di pianto, coprendosi il volto con le mani e scatenando l'esasperazione del giovane: «Guardatemi! Non vi nascondete, papà, e prendete finalmente atto di quello che sono, o meglio, di quello che non sono, e fatevene una ragione.» Mormorò con un filo di voce che aveva, però, la stessa potenza di un grido.
«E cosa non sei, figlio mio?» Domandò, Mimì, accorato.
«Adattabile al vostro mondo.» Gli rispose freddamente prima di uscire sbattendo la porta.

Infinitamente stanco, stremato dall'ansia che per tutto il giorno lo aveva perseguitato, affranto dai sensi di colpa e dalla consapevolezza della sua inettitudine, senza più forze e né volontà, Mimì Messinese si accasciò su una sedia e senza opporre resistenza rimise la sua anima a Dio: era morto senza serbar rancore a nessuno, con la stessa mitezza con la quale era vissuto.

domenica 8 dicembre 2019

Rebecca (cap. 11)



DISPOSIZIONI PRIMA DELLA PARTENZA
«Non c'era bisogno di una governante, avremmo provveduto noi alla mamma e alla casa. Non temete che un'estranea possa rivelare ad altri le sue condizioni di salute dopo che avete, in tutti i modi, cercato di nasconderle al mondo? O forse sono cambiati i vostri progetti? » Aveva domandato Gemma, in tono ironico, dopo che Brigida Catalano era  andata via.
Lo fronteggiava calma e con una sicurezza nuova, pacata. Adulta.
Un sorriso lieve, leggermente beffardo, le increspava le labbra, e i bellissimi occhi scuri lo sfidavano.
Non c'era più nessuna traccia in lei di quell'emotività che la rendeva guardinga e vulnerabile, inducendola all'invisibilità: autodifesa, questa, che l'aveva indotta a privarsi del suo odore e spogliarsi della sua ombra. Per tutto quel tempo era rimasta in attesa che suo padre rilevasse la sua presenza per amore e non per convenienza, come invece era stato. Aveva così smesso ogni attesa, ogni illusione, riguardo l'uomo che l'aveva generata, al quale avrebbe anche perdonato quella sua vita da orfana se solo avesse compiuto nei suoi riguardi un riconoscimento. Che però non c'era stato.
Così come non c'era stato per nessuna delle sue altre sorelle, tranne per Rebecca.
Ma di questo non era gelosa. Gemma, per sua natura non era portata, al pari della sorella, al sentimento dell'invidia o del predominio, cosicché la loro intesa s'era evoluta in maniera schietta e naturale, assolutamente priva d'incresciosi imbarazzi o speciose ipocrisie.

«Starò via per un periodo piuttosto lungo e la signora Catalano sarà, in questa circostanza, la mia e la vostra referente. Dovrete essere, per questo, collaborative e rispettose. In quanto alle condizioni della mamma... la signora saprà gestire la situazione con la dovuta discrezione. Confido su di voi affinché durante la mia assenza non accada nulla di spiacevole. Nulla di cui io debba chiedervene ragione.» L'ultima frase, anche se pronunciata in tono asciutto, sapeva di minaccia.

Concetto Scalavino, prima d'imbarcarsi per le Americhe, oltre che occuparsi delle questioni di famiglia, doveva espletare il disbrigo degli affari in corso che contemplavano anche una visita a Mimì Messinese, per metterlo al corrente di quel suo viaggio imminente e rassicurarlo che la fornitura di legname per Giandomenico era cosa già fatta, sperando con questa premura di sollecitare prima della sua partenza, quell'invito che ancora non c'era stato.

UNA QUESTIONE SUPERIORE
«Il legname è in deposito nel mio magazzino di Palermo, pronto per essere spedito a Roma quando il vostro figliolo lo riterrà opportuno. Di tutto questo ho già messo al corrente il mio uomo di fiducia, Giovanni Basile, che provvederà ad espletare, in mia vece, tutte le formalità per la spedizione del più pregiato dei mogani, e per il quale non mi dovete alcun compenso.» 
Mimì Messinese era arrossito: «E' una cifra ingente. Siete sicuro?» Domandò confuso, agitandosi sulla sedia come su un pagliericcio di aghi.
Per tutta risposta, Concetto Scalavino, aveva sorriso: «Caro Mimì, posso permettermelo questo  mio omaggio all'arte dell'ebanisteria e all'artista che magnificamente la rappresenta: una questione superiore dove gli affari non c'entrano.» 
Era stato allora che Mimì, stringendogli commosso la mano, d'istinto aveva detto: «Domenica a pranzo, naturalmente con la vostra famiglia.»

"Domenica a pranzo, naturalmente con la vostra famiglia." Andava ripetendosi soddisfatto Concetto Scalavino, per quell'evento da espletarsi alla luce del sole, senza formalismi o messinscene. Soprattutto senza alibi di facciata con cui motivare alla comunità le ragioni di quel convivio
...che su tutte, comunque, agli occhi della gente, sarebbe prevalsa quella di un probabile apparentamento tra le due famiglie.
Ipotesi realistica, supportata dall'esistenza di un giovane scapolo e di due signorine ancora nubili.

Nessun dubbio, per lui, che quella fosse l'ufficializzazione del fidanzamento tra Giandomenico e Rebecca, mentre invece, Mimì Messinese, l'attimo stesso in cui aveva formulato l'invito se ne era  pentito, temendo la reazione di Giandomenico per non averlo concordato con lui, era precipitato nell'ansia.
Era stato troppo impulsivo.
E sentimentale.
Ma ormai l'invito era stato fatto e non c'era modo di tornare indietro.

LA CATTIVA SORTE
Il fantastico momento che Concetto Scalavino stava vivendo s'era bruscamente interrotto in un pomeriggio casalingo, quando s'era ritrovato a ruzzolar lungo la scala che stava scendendo, nel tentativo di schivare la moglie che avvolta in un lenzuolo, i capelli spioventi sul viso e armata di  retino, la stava salendo, correndo trafelata dietro a qualche suo invisibile fantasma. Fallendo la manovra era rovinosamente precipitato lungo le scale, mentre lei non s'era neppure voltata a guardare, incurante (ma più giusto sarebbe dire inconsapevole, che lo stato di follia in cui versava la rendeva assolutamente innocente)  delle sorti del marito che, inerte, giaceva ai piedi della scala.

Immobilità per un periodo di due mesi, il tempo necessario al rimargino delle fratture della gamba sinistra, costringendolo all'immobilità dalle fasce del gesso. Questo il verdetto del medico a cui Concetto Scalavino, seppur di malavoglia, aveva dovuto soggiacere. Due mesi, un tempo infinito per chi, come lui, aveva progetti nell'immediato presente, e tempi circoscritti per realizzarli. Ma era ben deciso, nonostante la sorte ostile, a portare comunque a termine i suoi programmi, che non sarebbe stato di certo quell'accidente a deviarlo dai suoi piani facendogli riscrivere quella storia che fino a quel momento, pur con fatica e qualche forzatura, pareva finalmente avviarsi al lieto fine.
Quel lieto fine che nessuno, nonostante quell'increscioso incidente di percorso, gli avrebbe scippato e che anzi, invece, con più determinazione avrebbe perseguito, avendo la sorte, che lui forse in maniera eccessivamente sbrigativa aveva etichettato cattiva, voluto ricordargli in quel modo la caducità degli uomini e la brevità della vita. Un sollecito, quindi, a non sprecare altro tempo in inutili arzigogoli esistenziali e teoremi filosofici, cosicché dal suo letto d'esiliato avrebbe comunque fatto fronte alle avversità del destino, a dimostrare che l'invincibilità non è un  derivato della fortuna ma piuttosto del talento, e così si sarebbe cimentato a ribaltare, a suo vantaggio, quella sciagura.

No, non sarebbe stata quella caduta a metterlo in ginocchio.
Sorrise al suo stesso gioco di parole.
L'unica variazione ai suoi programmi sarebbe stata l'entrata in scena anticipata di Brigida Catalano.

D'altronde, in previsione della sua partenza, era certo di aver serrato con tripla mandata il chiavistello, dopo aver diligentemente assicurato le catene al gancio più robusto della casa, famiglia e averi, tutto responsabilmente tutelato sotto il suo più stretto controllo.

Ma se così fosse la storia dell'uomo si ridurrebbe a ben pochi capitoli, se davvero catene e lucchetti risultassero così efficacemente intimidatori da dissuadere gli oppressi dai tentativi di libertà, saremmo solo stirpe di padroni e di schiavi, facile da governare perfino a quel Padreterno, che pur disponendo di strumenti molto più potenti e sofisticati di quelli umani, come la terribile minaccia dell'inferno e del suo diavolo, e quella sempre incombente della fine del mondo, neppure a lui è riuscito di domare, in modo definitivo, disobbedienze e anarchie.