Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

mercoledì 24 luglio 2019

Rebecca (cap.3)



UNA SECONDA IPOTESI DI NASCITA
"Questa bambina, che inebria i sensi con la  fragranza delle mandorle e scalda il sangue con l'entusiasmo della cannella, potrebbe benissimo un giorno, se non corrisposto, spingere un uomo al suicidio".
Era questa la certezza conseguita da Concetto Scalavino dopo aver preso attentamente a studiare la sua ultimogenita.

...e, pur arrossendo di questo pensiero, del quale s'era vergognato come dall'aver commesso atto d' incesto, ne aveva preso però nota, non riuscendo a stabilire se dolersene o rallegrarsene, consapevole che una creatura simile, che andava scoprendo indomita quanto seducente, non poteva avere che impresso nel suo destino un drammatico futuro di gloria, perché è universalmente noto che se la bellezza può con irruenza trascinare all'amore, con altrettanto trasporto può suscitare l'odio.
...e così l'anima del mercante, essendo stata molto più a lungo e con consapevolezza esercitata, aveva preso il sopravvento su quella del genitore, dandosi, in ultimo, perfino dell'idiota per tutti quegli anni passati a dolersi sulla mancata nascita di un erede maschio, quel giovane Concetto Scalavino mai venuto al mondo, il motivo per cui s'era stoltamente precluso, fino a quel momento, ogni altra possibile alternativa.
...e se non fosse stato per lo scandalo casalingo di quel cane infoiato, di sentinella davanti alla camera da letto di Rebecca, egli, forse, non si sarebbe mai degnato di valutare la fortuna che ora gli si palesava dinnanzi come una rivelazione esaltante, pregna di progetti fattibili per realizzare i suoi sogni.

Quella sera stessa, a Rebecca, venne concessa una seconda ipotesi di nascita, ma stavolta, però, a   partorirla sarebbe stato lui stesso, adempiendo all'evento con tutta la partecipazione emotiva, e l'entusiasmo di cui aveva difettato, invece, la moglie.
Come una Dea sarebbe stata espulsa, con forza maschia, ma non brutale, dai lombi paterni, per essere accolta nell'incavo ospitale delle sue grandi mani e rifugiata, poi, al sicuro, sul suo largo petto, in concomitanza della regione del cuore, per ninnarla, dolcemente, con la ritmica cadenza dei suoi battiti.

Ed ecco così esistere, nello stesso tempo, e nello stesso luogo, seppur su due paralleli diversi, Rebecca "la regina in miniatura", appena partorita dal padre, e Rebecca l'adolescente, che dorme nella sua camera, vigilata dal cane domestico in preda agli eccessi di una malia sessuale.

LA REGINA IN MINIATURA
Rebecca, "la regina in miniatura", respirava tranquilla i suoi primi attimi di vita, al sicuro sul petto del padre e protetta dalle sue grandi mani, mentre Rebecca, il cucciolo di lupo, s'era destata all'improvviso, inquieta e con i sensi  allertati, istintivamente presagendo un pericolo.
Ed il pericolo era in agguato fuori la porta della sua camera, sulla cui soglia vigilava il cane lascivo.
Se quella sera Concetto Scalavino malauguratamente avesse osato oltrepassare la porta, il cane, di sicuro, lo avrebbe sbranato.

Reduce da questo suo metaforico parto, quando finalmente, e per la prima volta, aveva assaporato le gioie intime della paternità, il mercante s'era convinto che "la regina in miniatura"sarebbe stata il suo riscatto. La sua rivincita.
Lo strumento col quale avrebbe beffato il suo destino.

Ipotesi ancora in nuce che andava accortamente elaborando attraverso un disegno minuzioso e circostanziale, dove tutte le tessere di quell'ipotetico mosaico avrebbero dovuto essere allocate nel loro alveo naturale, così da risultare strettamente connesse, con precisione millimetrica, da mistificare, anche da vicino, l'inevitabile saldatura del collante e dei chiodi, nella perfetta sintesi di una superficie compatta, liscia e pulita, una trama omogenea e non un meticoloso rammendo: il capolavoro di un maestro ebanista.
...e mentre lo Scalavino artista fantasticava sul tema degli sfondi ove far risaltare al meglio le potenzialità inedite di Rebecca, lo Scalavino mercante, invece, vagliava le conseguenze, in termini di ricchezza e gloria, che ne sarebbero successivamente derivate.
Più di gloria che di ricchezza, che di quest'ultima ne aveva già a profusione.

UN PROGETTO ARDITO
In realtà il progetto che andava elaborando non era impossibile da realizzare, che la materia prima c'era, e della qualità più pregiata, ed avvalendosi delle sue comprovate capacità nel campo degli affari non avrebbe avuto difficoltà alcuna ad immetterla sul mercato e a condizioni, per lui, assolutamente vantaggiose.
L'idea era quella di combinare il matrimonio tra "la piccola regina in miniatura" ed il giovane, talentuoso maestro ebanista, Giandomenico Messinese, la cui fama aveva già travalicato i confini della Sicilia per giungere fino alla Città del Vaticano da dove gli era stata commissionata la creazione di uno scrittoio e di una cassettiera, arredi per le stanze private di Sua Santità, Papa Pio X.

Concetto Scalavino era da sempre il fornitore unico per il legno da cui s'approvvigionava la famiglia Messinese, che vantava un paio di generazioni di ottimi e riconosciuti maestri ebanisti ed ora, tra tutti, Giandomenico, l'enfant prodige, il cui genio avrebbe inesorabilmente oscurato la fama di Giuseppe Maggiolini.
Ne era certo, Concetto Scalavino, che nutriva nei riguardi della famiglia Messinese un sentimento ambiguo di stima e d'invidia per quella progenie feconda di maschi e di talenti destinati a perpetrare, nel corso dei secoli, il proprio nome nella fama, mentre invece, lui, non avendo avuto in sorte nessun erede maschio sarebbe definitivamente morto dopo il suo ultimo giorno di vita.
 Per ovviare a questo, alla stipula del contratto matrimoniale avrebbe preteso come unica, indiscutibile condizione, che ai futuri nipoti venisse imposto, insieme al cognome del padre, anche quello della madre.

Un progetto così ardito da indurlo a non trascurare alcun particolare nella stesura del canovaccio e la distribuzione dei ruoli nel progetto che andava elaborando, perché per questo matrimonio, a differenza di quelli combinati per le altre sue figlie,(affette dalla stessa tara materna che portava a generare solo femmine) nessuno dei quali, però, aveva comportato un suo coinvolgimento così personale e così diretto, tanto da non prendere in considerazione, per il caso specifico, l'eventualità di un inciampo o di un rifiuto, poiché la posta in gioco era il suo diritto al nome e ad una discendenza che degnamente lo rappresentasse.
...fantasticava, Concetto Scalavino, davanti la stanza de "la regina in miniatura", sulla futura progenie di nipoti maschi, dotati del genio del padre e del carisma della madre.
E del suo cognome.

In virtù di quella sagacia che egli pur con molte ragioni s'accreditava, si predisponeva allo studio di una strategia sottile e psicologica, poiché in quel frangente nulla era da trascurare, neppure la demenza della moglie, che lo spauracchio di una tara ereditaria avrebbe potuto costituire valido motivo di rifiuto da parte della famiglia Messinese.
...quella moglie incapace di generare un erede maschio e la cui follia egli, sacrificandosi personalmente, era riuscito fino a quel momento a tener nascosta al mondo, e che mai avrebbe permesso interferisse con quel suo progetto esistenziale.
...seppur si rendeva conto che non avrebbe potuto farla sparire così da un giorno all'altro, relegarla in una struttura manicomiale o domiciliarla in un convento, che la voce si sarebbe inevitabilmente sparsa.
Anche l'assenza da casa, motivata ad esempio con una visita ad un parente, poteva essere solo una soluzione temporanea per quella moglie squinternata, alla quale non c'era verso di farle tenere indosso neppure una tunica, quando invece una camicia di forza si sarebbe rivelato l'abbigliamento più confacente
... e dal momento che era impossibile farla materialmente sparire, Concetto Scalavino aveva stabilito che meno si mostrava meno se ne sarebbe parlato, più facile sarebbe stato rimuoverla dal mondo dei vivi.

A tal scopo aveva drasticamente ridotto il personale domestico ad una giovane cameriera sordomuta, una cuoca part time, ed un factotum delegato a svolgere le  mansioni all'esterno della casa, mentre invece, per l'educazione scolastica delle due adolescenti, era stato ristrutturato un piccolo vano indipendente dalla casa, circondato da alberelli sempreverdi e siepi espansive, allo scopo di limitare, alle istitutrici, la vista diretta sulla casa.
Accortezze comunque puerili, inadeguate, che questo suo progetto necessitava di uno scenografia più convincente, di complici e non di comprimari (in ultimo, non aveva neppure quelli), quando da dietro le quinte avrebbe diretto i suoi attori, ed esposto se stesso solo quando il copione lo avesse previsto.
In questo modo si predisponeva a recitare un monologo spacciandolo per un racconto a più voci.
...eppoi avrebbe dovuto fare in modo che Gemma accettasse la parte che le aveva riservato.
Un ruolo secondario, indispensabile, però, alla riuscita della commedia.

lunedì 22 luglio 2019

Rebecca (cap.2)



CINQUE FIGLIE FEMMINE, PER CONCETTO SCALAVINO,  NON COMPENSAVANO LA MANCATA NASCITA DI UN MASCHIO
E con la follia della moglie aveva dovuto fare i conti, personalmente occuparsene dal momento che le stelle, e tutti gli astri celesti sparsi a miriadi nell'universo, pareva non le dessero tregua, perseguitandola col bagliore delle radiazioni a cui lei opponeva lo schermo nero di una mascherina, rassegnandosi a vivere al riparo di un buio fittizio a causa del quale, come una cieca, andava continuamente a sbattere contro i corpi statici, e quelli in movimento, dell'universo fisico.
Concetto Scalavino s'era così trovato a rivestire il ruolo di angelo custode di quella moglie bislacca che girava vestita solo di una mascherina nera sugli occhi, armata del retino per le farfalle e col quale, dal suo mondo di tenebra, menava, a destra e a manca, incauti, quanto pericolosi fendenti.

E così s'era risolto a svolgere a casa buona parte del suo lavoro, riducendo al minimo anche i suoi spostamenti e contando, per la tenuta dell'azienda, sulla solidità del nome e la fedeltà della clientela.
Gli capitava però di sentirsi spesso demotivato in quel suo lavoro, che pur così tanto lo aveva appassionato, sentendosi defraudato di qualsiasi prospettiva di un futuro cosicché, più di una volta gli era capitato di pensare che se tutto fosse andato in malora ne avrebbe patito solo lui.
Immaginava che diverso sarebbe stato se avesse potuto contare sulla presenza di un figlio maschio, idealizzando la complicità di un rapporto, in quella stessa situazione, perfetto e perfettibile, col passaggio di testimone al compagno di squadra più giovane e più in forma, quello che avrebbe terminato per lui, e nel suo nome, il suo percorso fino al gradino più alto del podio.
Invece, ironia della sorte, si trovava costretto a far da balia ad una moglie ritornata bambina e a quelle sue due figlie che gli risultavano estranee, e alle quali si rapportava in maniera approssimativa, spesso incoerente, poiché di certo loro seppur non lo intralciavano neanche gli offrivano collaborazione.
Su questa riflessione amara riaffiorava come sempre il rancore, per la verità mai sopito, nei riguardi della moglie che, in cambio del benessere e della ricchezza da lui a piene mani elargitele, gli aveva negato quell'unico dono a cui lui aspirava.
Cinque figlie femmine, per Concetto Scalavino, non compensavano la mancata nascita di un maschio

IPOTESI DI SCONFINAMENTO
...anche se il pragmatismo e la consapevolezza, doti prioritarie del suo carattere lo inducevano ora, seppur forzosamente, verso il superamento di questa ennesima delusione che se non poteva ribaltare avrebbe potuto, però, tentare di modificare.

Le tre maggiori avevano contratto ottimi matrimoni, ma nessuna di loro aveva generato un maschio, che per lui sarebbe equivalsa ad una sorta di compensazione, seppur parziale, dal momento che il nascituro avrebbe acquisito il cognome del padre e non il suo.
Matrimoni, quelli delle sue figlie, circoscritti all'ambiente commerciale, così Concetto Scalavino aveva iniziato a fantasticare sull' ipotesi di uno sconfinamento in altri ambiti per conseguire un percorso alternativo verso quella sua evoluzione che aveva immaginato possibile solo con la nascita di un erede del suo stesso sesso, e la cui attuazione, adesso, si trovava costretto a vagliare su procedimenti diversi.
Questo suo progetto, ( non una necessità dal momento che i suoi affari continuavano a prosperare floridi), era anche un modo per tenersi occupato e sfuggire quegli stati depressivi che lo assalivano con sempre maggior frequenza nella casa abitata dalla presenza turbolenta della moglie, e da quella aliena delle figlie.
In virtù di questo nuovo progetto, che direttamente contemplava il coinvolgimento delle due adolescenti, e il tentativo di stabilire con loro un primo vero, difficile contatto, dal momento che entrambe si mostravano genuinamente avulse alle seduzioni materiali così come alla retorica dei sentimenti che, d'altra parte, Concetto Scalavino, pessimo attore, malamente metteva in scena alzando a sproposito i toni e, altrettanto a sproposito, abbassandoli, nell'intento di proporsi in quel ruolo paterno che egli stesso era ben conscio non essere in grado minimamente d'interpretare.

 Queste sue incoerenze generavano scompiglio, nella collaudata convivenza di Gemma e Rebecca, basata sull'autonomia e sul rispetto dei relativi territori, dettami a cui entrambe s'attenevano con la deferenza leale con la quale due soldatesse, che pattugliando i confini dei propri avamposti, si scrutano da dietro le rispettive trincee, senza mai parlarsi, ma consapevoli l'una della presenza dell'altra.
Due soldatesse che non s'erano mai combattute ma che neppure s'erano mai strette la mano, oscuramente trovando in questo loro quotidiano, pacifico fronteggiarsi, una solidarietà che, seppur non s'identificava nell'affetto, di certo radicava nell'empatia
Nella capacità di mettersi nei panni dell'altra.
Entrambe, pur non essendolo, erano cresciute come orfane, nell'indifferenza materna e nel disprezzo paterno, e senza quegli esempi del mondo adulto che contribuiscono, nel bene o nel male, a forgiare lo spirito dei giovani, spingendoli all'emulazione o alla ribellione, stimolando contrasti o armonie, indurendo o addolcendo quei caratteri ancora informi quando, immaturi, subiscono la fascinazione dei prototipi parentali: le bambine emulano la mamma così come i maschietti il papà.
Nulla di tutto questo, invece, era toccato a Gemma e a Rebecca che s'erano industriate, fin dalla più tenera età, a voler esser somiglianti solo a se stesse, poiché gli adulti che gli si paravano davanti sembravano avere la stessa aleatoria consistenza delle ombre cinesi che, per essere visibili, abbisognano di una luce indirizzata e di una parete disadorna.

Somiglianti solo a se stesse, col risultato di esserlo diventate davvero, ed in maniera così radicale che neppure il miglior pedagogo convinto della sua missione, e per di più supportato dall'ausilio di una ferula, sarebbe riuscito ad imporre un cambiamento, e con altrettante scarse speranze di recupero, lasciavano presagire i metodi abborracciati di Concetto Scalavino.

GEMMA, CREATURA INCOMPIUTA
Gemma e Rebecca, nonostante le defezioni genitoriali, non erano cresciute come creature primitive.
O ribelli.
Nessuna delle due propugnava l'anarchia o il sovvertimento dei codici societari, d'altronde non ne avevano bisogno perché entrambe, nei mondi dove regnavano, le regole erano loro stesse a stabilirle.
Fisicamente si somigliavano: non molto alte ma ben proporzionate, i capelli di fiamma, gli occhi grandi e neri, in contrasto con la carnagione chiara, tipica delle rosse che se in Gemma, al pari delle altre sorelle, aveva acquisito i toni sfumati del pallore materno, in Rebecca, invece, aveva i toni luminosi del miele.
E non era solo l'incarnato l'unica differenza evidente, che da quando Concetto Scalavino aveva iniziato ad osservarle più attentamente, le dissomiglianze gli balzavano evidenti agli occhi.

Gemma, maggiore di Rebecca di un paio d'anni, si mostrava trattenuta, avara di sorrisi e di gesti, scivolava silenziosa  tra gli oggetti, e la sua presenza, priva di odore, richiamava quella di una sentinella in avanscoperta in un territorio sconosciuto, che cerca di espletare, nel più breve tempo possibile, la missione affidatele per poter far ritorno in fretta alla sua garitta.
Quell'affaccio da cui poter sorvegliare il mondo mantenendo le distanze.
Eterea e malinconica, Gemma, creatura incompiuta, era forse più bella di Rebecca ma l'estraneità severa verso se stessa, di cui si faceva ornamento, quella corazza che l'aveva protetta dalle delusioni dei respingimenti, col passar del tempo però, le avrebbe imprigionato l'anima.

...perché nell'attimo stesso in cui era fuoriuscita dalla vagina di sua madre, Gemma aveva da subito percepito dalla freddezza con cui era stata accolta, la disgrazia di esser nata col sesso sbagliato. E così era venuta al mondo con le labbra serrate e i pugni chiusi. E la ferma intenzione di non piangere.
La levatrice, allora, le aveva dato dei colpettini leggeri per stimolare col vagito il primo respiro.
Quella sculacciata d'incoraggiamento, professionale ed asettica, era stata la sola carezza con la quale era stata accolta alla vita.

A differenza di Gemma e delle altre sorelle che l'avevano preceduta, e che già al momento della nascita avevano accettato, nella stimmata del proprio sesso, il destino del ripudio, e per questo s'erano apprestate a venire al mondo silenziose ed asciutte, in maniera sbrigativa e senza creare problemi aggiuntivi, consapevoli dell'imbarazzo materno e della delusione paterna, Rebecca, invece, aveva trasgredito gli schemi, nascendo con gli occhi aperti e i polmoni liberi e la voce spiegata: un ingresso da protagonista.
 Femmina. Senza ombra di dubbio.
Né di pentimento.

Ma la differenza inequivocabile, tra le sue due figlie, era nell'odore: al contrario di Gemma che non ne aveva alcuno, Rebecca, invece, inebriava.
Se ne era reso conto, Concetto Scalavino, la sera che aveva visto il cane di casa masturbarsi con lo stesso veemente entusiasmo di un uomo, davanti la porta socchiusa della stanza da letto della sua figlia minore.

sabato 20 luglio 2019

Rebecca (cap.1)


FEMMINA. E SENZA OMBRA DI DUBBIO.
Rebecca era nata in un mondo limitato, vuoto e silenzioso che lei, al momento della sua nascita, aveva provveduto a colmare con abbondanza di capelli e vigorosi vagiti.
Era fuoriuscita dalla vagina esausta della madre, avvolta nel bozzolo rosso della sua chioma, contestando, a pieni polmoni, la sorpresa per quella fraudolenta estirpazione uterina.
La levatrice, con fatica, aveva convinto la mamma ad attaccarsela al seno per metter fine a quel trambusto neonatale, poiché la puerpera, dopo i patimenti del parto, era preda della tentazione del ripudio, consapevole che anche quest'ultima figlia avrebbe subito, al pari delle altre quattro che l'avevano preceduta, la fredda accoglienza paterna.
Ed in sopraggiunta sarebbe di nuovo sfumato lo splendido collier di Boucheron, 2.000 diamanti e zaffiri blu cobalto, pattuito come regalo per la nascita di un maschio.

 Femmina. E senza ombra di dubbio.
La drastica conferma della levatrice aveva scaraventato nel mutismo dell'impotenza il padre della neonata, opulento commerciante nel ramo del legno e con ambizioni d'ebanista, che aspirava alla nascita di un figlio maschio al quale tramandare la prospera attività  famigliare e la sua passione per i mosaici e gli intarsi.
Per lui avrebbe dato vita al più prestigioso laboratorio d'ebanisteria della storia, una fucina che avrebbe indirizzato alla sperimentazione giovani talentuosi tra i quali, ne era certo, sarebbe emerso il nuovo Giuseppe Maggiolini.
E chissà, se dopo tanto sperare e tanto credere e tanto desiderare, come accade nei sogni più arditi,  sarebbe stato proprio quel figlio, battezzato col suo stesso nome, il redivivo Maggiolini.

Ed invece era nata lei, Rebecca, la quinta delle sue figlie. L'unica alla quale non era stato posto, come  alle sue sorelle, il nome di una pietra preziosa, chiamandosi le altre, in ordine di nascita, Agata, Giada, Ambra, e la penultima Gemma. A lei era stato dato, per volere materno a simboleggiare una definitiva rottura con il passato, un nome che suonasse volutamente sgraziato ed estraneo, a confronto con quelli classici e tradizionali che permeavano l'anagrafe di famiglia, a sancire il suo ultimo atto di genitrice. 
Ma la diversità di Rebecca dalle sorelle non era solo nel nome ma anche, e soprattutto, nel carattere che già da quei primi vagiti ne evidenziava le peculiarità, perché a differenza delle sorelle che passivamente avevano respirato la freddezza paterna, rimanendone poi condizionate con identici sintomi fisiologici quali l'incarnato opaco, lo sguardo incerto ed il languore nei gesti lei, niente affatto scoraggiata da quel freddo disinteresse, rifulgeva di luce propria.


UN MATRIMONIO DI FACCIATA
Così, il ricco commerciante di legname Concetto Scalavino, s'era dovuto rassegnare a questa ennesima, sconfortante paternità, quando ancora una volta erano andate deluse le sue speranze di un figlio maschio che gli garantisse la continuità del cognome e quella del commercio.
Questa bambina, però, sarebbe stata anche l'ultimo tentativo, poiché l'utero amaro della moglie s'era dimostrato incapace di generare figli maschi e, oltretutto, le gravidanze ravvicinate l'avevano resa arida al riguardo di qualsiasi persuasione sperimentale, farmacologica o popolana, tant'è che s'era risolta a dormire in un letto singolo e con la porta inchiavardata, ben lontana dalla camera matrimoniale e dalle stanze delle figlie, così ferma nel suo proposito di castità da riuscire, lei così sensibile al potere seduttivo dei gioielli, a restare indifferente all'insidia di una meravigliosa spilla di Tiffany, un sofisticato capolavoro floreale in oro, smalto e gemme preziose, che il marito le aveva proposto in cambio di un' altra gravidanza.
Lo sfavillante bouquet era stato sdegnosamente rispedito al mittente che, profondamente risentito, s'era poi astenuto da qualsiasi altro tentativo di corruzione coniugale, rimanendo comunque fedele a quel matrimonio ormai solo di facciata.
Concetto Scalavino s'era allora acquartierato nei suoi uffici commerciali dispensando la sua presenza casalinga  solo per le occasioni importanti, come le feste comandate e gli anniversari.
O quando necessitava la recita di un'armonia domestica.
Un'armonia così somigliante ad un'educata, vicendevole indifferenza.

Maritate le figlie maggiori erano rimaste le più giovani, Gemma di 19 anni e Rebecca di 17, a suddividersi gli enormi spazi disabitati della casa, senza peraltro contendersi nulla perché estranee l'una all'altra, che niente mai avevano condiviso, neppure il ricordo dell'infanzia recente, quella indelebile memoria che, nel bene e nel male, accomuna nell'appartenenza alla stessa progenie.

Ma quando un giorno, la madre delle sue figlie, s'era affacciata alla soglia della sua camera d'esiliata, completamente nuda e con in mano un retino per farfalle con cui acchiappar le stelle cadenti e i frammenti delle code delle comete, che a suo dire la perseguitavano col loro bagliore esasperato, impedendole il buio e il sonno, mostrandosi refrattaria a qualsiasi ragionevole convincimento che la distogliesse da quella sua bislacca guerra alla Via Lattea, che Concetto Scalavino s'era risolto ad un ritorno stabile in famiglia.

UN CUCCIOLO DI CANE. UN CUCCIOLO DI LUPO.
Rebecca e Gemma, cresciute senza l'ausilio del mondo adulto, abbandonate a se stesse, ignoravano l'arte del compromesso così come le sottigliezze della mediazione e, non avendo cognizione di codici etici a cui far riferimento, incarnavano quanto più d'incondizionato si potesse trovare in creature nate nel secolo moderno dell'industrializzazione.

Un cucciolo di cane.
Un cucciolo di lupo.
Entrambe ringhiavano.
Entrambe mordevano.

Ma, mentre nel ringhio di Gemma, cucciolo di cane, s'intuivano note di pianto, un disperato bisogno d'amore, la necessità di scodinzolare per accaparrarsi una lode o una carezza, la disponibilità, seppur non francamente espressa di un'adozione. La resa incondizionata sarebbe avvenuta, però, solo dopo una lotta non troppo cruenta, quando il cucciolo di cane, sguainati zanne ed artigli, non avrebbe dilaniato la mano protesa in una carezza. Sarebbe stata quella, prima di capitolare, una piccola, quanto indispensabile dimostrazione di fierezza, che avrebbe reso meno umiliante la resa.
 In Rebecca, invece, cucciolo di lupo, l'anarchia, scaturita in parte dall'ignoranza delle regole societarie ed in parte naturalmente congenita nella sua natura, si esaltava come dote preponderante di un carattere impavido, fiero ma non altero, e comprensivo di quella lealtà insita nei temperamenti superiori, dati inconfondibili del pedigree di un campione di razza, che si traduceva nel divieto franco, ed imperativo, di sconfinare nel suo territorio. Un avvertimento schietto che, se disatteso, il cucciolo di lupo non avrebbe esitato nell'azzannare l'improvvido trasgressore.

Concetto Scalavino, aspirante genitore di un figlio maschio, si era trovato così, d'improvviso, a doversi confrontare con quelle sue due figlie a lui assolutamente sconosciute.
Un confronto davvero difficile, questo, che s'era accinto ad affrontare con lo stesso piglio col quale trattava i suoi prosperi affari, basato sulla secolare, e sperimentata transazione, del dare e dell'avere, salvo rendersi conto, quasi da subito, che stava invece imbastendo un fallimento e, soprattutto, che entrambe le figlie, a differenza della loro madre, erano immuni al fascino corruttivo dei gioielli.
Gemma e Rebecca, d'altro canto, non nutrivano ostilità preconcette nei riguardi del padre, quanto piuttosto una sorta d'irridente curiosità davanti a quei suoi palesi, quanto infruttuosi tentativi di corruzione. Una scorciatoia puerile per abbreviare i tempi con cui accreditarsi nel suo ruolo genitoriale, saltando i preamboli della conoscenza e affidandosi, invece, a quella consolidata prassi per ottenere favori e supremazie.
Una procedura sperimentata con successo nella sua lunga, quanto prolifica esperienza di uomo d'affari.

Rebecca, la mia incompiuta


Riprendo a scrivere "Rebecca" la mia incompiuta, il cui primo capitolo l'ho pubblicato, su questo blog, nel giugno del 2013  e l'ultimo nell'agosto del 2017.
Lo riprendo a scrivere non perché sia a corto d'ispirazione su altri soggetti (ne ho ben due, in bozze,  da elaborare) ma perché di "Rebecca" non voglio perderne traccia, che di lei ho amato tutto, perfino la prepotenza con cui s'era proposta, in quel lontano giugno del 2013, alla mia fantasia, con chioma tizianesca e pedigree di lupo.

Scavo sotto la polvere e riporto il mio manoscritto alla luce come fosse un reperto antico, ma che risulta nuovo agli occhi di chi per la prima volta lo legge. E ai miei stessi, che seppur ricordo quasi a memoria ogni suo particolare (e questo mi meraviglia, perché la mia memoria di solito labile cancella facilmente anche l'immediato, l'appena accaduto, o spesso lo rielabora in maniera difforme dall'originale), pur sento l'esigenza intima di riappropriarmene. Di riscoprirlo. Di accarezzarlo con mani d'innamorata. Nettarlo dalle scorie del tempo. Mondarlo dal muschio dell'oblio. Rigenerarlo nella sua stessa essenza.
...così ho riportato tutto nel cassetto delle bozze da dove inizierò l'opera di revisione, e accorpamento dei capitoli, ripubblicandoli ex novo e stavolta molto determinata ad arrivare fino in fondo, per dare a Rebecca un destino finalmente compiuto.

P.S - Unico neo è che nella riscrittura andranno persi tutti i commenti.

lunedì 27 maggio 2019

Una storia amerikana (cap. 5)


IL SOLE A MEZZANOTTE

Una mattinata fredda ma limpida, salutò Scarlett al suo risveglio. C'era perfino un indizio di sole, mentre i marciapiedi di Duluth brulicavano, fin dalle prime ore, della frenetica vita cittadina.
Tornò alla tavola calda dove aveva cenato la sera prima, per bere una tazza di caffè e scambiare due parole con Dorothy.
 Ma lei non era di turno e al suo posto c'era una donna di mezz'età dai modi bruschi.
Non tutti, appena svegli, hanno voglia di fare conversazione, le era venuto di pensare per giustificare i modi poco cordiali della cameriera (doveva smetterla, però, di trovare sempre una giustificazione per tutti, soprattutto ora che non era più obbligata nei riguardi di Bruce)
Chissà come sarebbe stato far colazione con Dylan.
Non riusciva a non pensare a lui. Forse era già in viaggio diretto chissà dove.
Nonostante questa quasi certezza non riusciva ad evitare di guardare ogni uomo sperando fosse lui.
Ma con lo scrambler rimesso a posto le possibilità di un incontro sarebbero aumentate.
Ritrovare Dylan sarebbe diventato lo scopo del suo viaggio.

Freddy, meccanico e boy friend di  Dorothy, armeggiò sullo scrambler, cavando dalle profondità del suo furgoncino ogni sorta di attrezzo e spiegandole i vari interventi a cui lo avrebbe sottoposto. Si capiva che amava il suo lavoro e che ne aveva competenza. In ultimo le aveva perfino tracciato un percorso alternativo alla strada secondaria percorsa con Dylan, e raccomandandole di seguire quell'itinerario, perché sfidare la sorte, dopo aver da questa ricevuto un benevolo avvertimento, non sarebbe stato sintomo di coraggio ma di stupidità. 
Lei seguì il suo consiglio immettendosi sull'arteria principale per tornare di nuovo a Duluth dove avrebbe fatto rifornimento di cibo e di acqua e di un pacchetto di Luky Strike.
L'acquisto delle sigarette trasformava l'ipotesi di un incontro casuale con Dylan in una certezza.
Prima di partire, però, sarebbe passata alla tavola calda a salutare Dorothy.

- Fossi in te aspetterei ancora un giorno prima di partire - le consigliò la giovane cameriera alla quale Scarlett aveva raccontato la storia - c'è sempre la possibilità che lui torni qui a cercarti, perlustrando ad esempio le officine meccaniche. Posso chiedere a Freddy di tenerci informate al riguardo. Rifletti: ha maggiori probabilità lui di trovare te che non viceversa. Ad ogni modo se non tornerà indietro a cercarti credo che non dovresti cercarlo neppure tu. -

Convinta dalla logica di Dorothy, Scarlett decise di rimanere a Duluth ancora per un giorno, rimandando all'indomani la partenza. Avrebbe nel frattempo, però, cercato d'individuare il luogo dove s'era celebrata quella festa privata allo scopo di ricavare qualche indicazione supplementare che la indirizzasse nella ricerca di Dylan. Ma di quella festa, a quanto pareva, nessuno ne sapeva niente.
Una festa privata, rifletté, poteva benissimo sottintendere ad un incontro con una donna.
 Questa riflessione le provocò una punta di gelosia che però respinse. Non aveva alcun titolo di essere gelosa perché lui era un uomo libero e non doveva render conto a nessuno delle sue azioni. Tanto meno a lei, occasionale compagna di viaggio con la quale aveva condiviso un tratto di strada, qualche sporadica confidenza e un attimo di tenerezza.
Così avrebbe seguito il consiglio di Dorothy, concedendosi un giorno d'attesa prima di riprendere il viaggio.

Dylan, nonostante la stanchezza, non gli era riuscito di dormire quella notte, passata in gran parte a contrastare l'oppressione del vuoto che lo aveva colto. In realtà non era quello un sintomo sconosciuto, era accaduto altre volte che lui si sentisse soffocare nonostante lo spazio e l'aria, ma stavolta era stato molto più acuto. Dilaniante. Non aveva paura di morire, ma di morire senza una ragione. Sarebbe potuto cadere dal muro che aveva poc'anzi scavalcato, o venire ammazzato se l'uomo che aveva freddato col suo winchester si fosse reso conto della sua presenza: ipotesi reali derivanti dalla meccanica dell'effetto/causa, e non certo da quel tarlo interiore non definito, ma estraneo al pentimento. Di questo ne era certo. Non uccideva per il gusto di uccidere ma per affermare la giustizia laddove la legge aveva fallito, questa l'unica motivazione per cui impugnava il winchester e premeva il grilletto. All'inizio "cacciatore di taglie" e  "bounty killer" e poi s'era messo in proprio, che rischiare la vita per poche centinaia di euro non valeva la pena (davvero poco pagava lo stato i suoi sceriffi)e così s'era messo al servizio di quelle organizzazioni che perseguivano nobili ideali su sentieri secondari.
E negli anni, Dylan, s'era fatto un nome e una reputazione: una leggenda per gli addetti del settore.
Nessun pentimento e nessuna abiura per quella sua vita. La possibilità di morire per cause di servizio, o per un qualsiasi altro materiale accidente, rientravano nella sua casistica.
Ma rifiutava l'ipotesi di morire per asfissia aleatoria.
Cavò di tasca le Luky Strike e il suo pensiero andò a Scarlett. Sorrise al ricordo.
Lei gli era piaciuta subito, e non solo perché era bella, ma perché nell'intraprendenza e nella volontà di un'affermazione personale, gli ricordava Linda. Entrambe rappresentavano il suo ideale di donna.
Chissà dove era ora. La immaginava in sella alla sua moto, col vento nei capelli, correre verso la libertà. Una libertà molto più vasta che non contemplava una casa, una cucina e un divano. E un uomo.
In quanto a lui si sarebbe preso una lunga vacanza.
Con questi pensieri s'era immesso sulla strada che costeggiava il Superior Lake disseminata di Hotel per turisti, dove in uno di questi avrebbe potuto ristorarsi e rimettersi in ordine. Respinta l'idea di proseguire in autostop, immaginandosi nell'aspetto piuttosto malmesso, ma anche perché quel modo di viaggiare, che pure aveva praticato nei primi anni della sua vita on the road, non era troppo nelle sue corde, perché il passaggio gratis lo pagavi comunque con la conversazione forzata e il prestare ascolto alle storie di chi te l'offriva. Storie noiose, per la maggior parte, e per tanti versi simili. I camionisti e i commessi viaggiatori erano i narratori  peggiori, con quella loro aria perennemente assonnata che si rifletteva anche nel tono delle voci. Quasi sempre il loro racconto verteva sui tradimenti, subiti o inflitti, a causa di quella loro vita fatta di brevi soste e lunghi viaggi. Quasi sempre il loro racconto terminava con il desiderio di una vita stanziale: una casa con una cucina, un divano e una tv. Una vita normale, con la certezza di esserci alle feste di compleanno dei figli, e presenziare con gli amici ai barbecue della domenica.
Era anche quello che aveva perseguito Scarlett e a cui ora anche anche lui anelava, perché di quella sua vita fatta di brevi soste e di lunghi viaggi, cominciava ad esserne stanco.
Un giorno si sarebbe fermato, avrebbe comprato una casa e una macchina da scrivere. E preso un cane. Ne avrebbe adottato uno non addomesticabile, con l'istinto del lupo. Un cane col quale non avrebbe sottoscritto nessun patto di fedeltà ma solo quello di un reciproco riconoscimento.

Dalla finestra della camera del piccolo hotel dove aveva preso alloggio scorgeva il verde baluginio del lago che andava smorzandosi sotto la volta opaca di un cielo avaro di luce e di colori. 
Una notte senza stelle, senza meta e senza sogni.
Una notte randagia, solitaria come le infinite altre trascorse all'addiaccio in attesa dell'alba.
In attesa di rimettersi in viaggio.
Ma quella notte non doveva stare in allerta che nessuno, prima delle prossime quarantotto ore, avrebbe scoperto il cadavere e dato l'allarme. Poteva godersi il tepore della stanza e la morbidezza del letto. Poteva lasciarsi andare all'amarezza di aver rinunciato a Scarlett, per non coinvolgerla in quella sua vita al confine tra il bene ed il male. Vivere su quel confine era stata una sua consapevole scelta di cui s'era assunto la piena  responsabilità, mentre lei, condizionata dal sentimento, l'avrebbe fatta propria sulla cieca fiducia, e che forse un giorno sarebbe stata costretta a giustificare a se stessa prima ancora che al  mondo.
Per questo non le aveva chiesto di restare.
Ma nei suoi sogni l'avrebbe evocata. Nei suoi sogni le avrebbe chiesto di restare.


Quando s'era svegliato il sole stava sorgendo. Un sole maturo, grande e aranciato, simile ad un disco di rame, spiccava alto sulla linea del lago, sullo sfondo del cielo notturno.
Un vero sole, e non l'abile inganno di una luna mascherata, generato dall'incontro clandestino del crepuscolo mattutino con quello serale. E il connubio astrologico aveva dato vita a quel miracolo  e materializzato la profezia di Linda che gli aveva predetto che il suo viaggio sarebbe terminato col sole di mezzanotte.
Quell'oscura predizione l'aveva sempre associata alla sua morte, con l'immagine istantanea di uno sparo e col bagliore di quell'ultima luce sulla linea della notte.
Niente di tutto questo era avvenuto, e quello che andava in scena, invece, era un inno alla vita e alla gioia, che la gente era scesa in strada a  festeggiare quel fantastico sole ibrido che rischiarava il mondo con la sua morbida luce di velluto. Una luce benevola che non feriva i suoi occhi.
Forse, confusa in quella folla, c'era anche Scarlett.
Non poteva averne la certezza ma solo la speranza.
Per concretizzare quella speranza sarebbe tornato a Duluth a cercarla.
Non avrebbe commesso lo stesso errore che aveva fatto con Linda.
Aveva quarantotto ore di tempo per ritrovarla e portarla nella sua nuova vita.
 

domenica 19 maggio 2019

Una storia ameriKana (cap. 4)


DULUTH

Dylan e Scarlett percorsero il tratto di strada che li separava da Duluth, entrambi isolati nei propri pensieri, in un silenzio che sapeva già di nostalgia, scambiandosi di tanto intanto un'occhiata ed un sorriso. La loro breve storia era già finita e ora le strade si sarebbero divise: lui diretto alla sua festa privata, lei alla ricerca di un meccanico che rimettesse in moto lo scrambler.

- Ti avrei offerto da bere ma sono atteso a quella festa che senza di me non può iniziare. - Disse Dylan,   sinceramente dispiaciuto.

-  Arrivederci, Dylan. E' stato bello averti incontrato. Se avessi un recapito te lo lascerei, ma non ne ho, e neppure tu mi pare. -
Reprimendo l'istinto di baciarlo sulla bocca per trattenerlo, si limitò ad un bacio più casto sulla guancia. Dylan sorrise scompigliandole con le dita i capelli: abbi cura di te, Scarlett.

Era l'addio di due buoni amici che per un momento erano stati anche due buoni amanti.
E così, con gli occhi asciutti, s'erano avviati, senza più voltarsi indietro, ognuno verso la propria strada.
E il proprio destino.

Scarlett, seduta ad una tavola calda, ordinò una fetta di torta e un bicchiere di latte, perché la fame che l'aveva assillata per l'intero giorno era svanita soppiantata da un'indicibile tristezza che neppure la stanchezza era riuscita a neutralizzare in esigenze più fattibili e materiali, come quelli di una doccia calda e di un  sonno ristoratore, che avrebbero di sicuro concorso a riequilibrare quel suo sbandamento psicologico. Quell'insopprimibile senso di solitudine provocato dall'assenza di Dylan.
A questa sua intima, onesta ammissione di dipendenza, s'era schernita e poi arresa alla consapevolezza che quel suo malessere aveva il nome e il volto del suo occasionale compagno di viaggio. E non avrebbe abiurato a quel suo sentimento corsaro, che il rinnegarlo sarebbe stato tradire se stessa. Ci avrebbe convissuto fino a quando, immaginava, la nostalgia sarebbe dolcemente sfumata in ricordo.
Era uscita dalla tavola calda con l'indirizzo di un meccanico che a detta di Dorothy, la ragazza che serviva ai tavoli, era il migliore in assoluto di Duluth. E che poi fosse anche il suo boy-friend era solo un dettaglio che non inficiava il suo giudizio. Dorothy le aveva fornito anche l'indirizzo di una pensioncina, pulita e a buon mercato, a pochi passi dalla tavola calda. Per Scarlett quella lunga giornata terminava lì. Sapeva che non si sarebbe disfatta dei suoi assilli, ma la prospettiva di una doccia e di un letto caldo ora un po' la rincuoravano. E poi chissà, Dylan, magari avrebbe avuto un ripensamento e dopo la festa sarebbe tornato a cercarla.
Una piccola speranza in quella sera di Duluth, fredda e priva di stelle.

Dylan si fermò davanti all'imponente portone. L'indirizzo e il cognome coincidevano. Le informazioni essenziali inerenti  il suo incarico le aveva memorizzate. Non era nel suo modus operandi comportarsi alla stregua di un turista ignaro delle strade e degli indirizzi, così aveva imparato a registrare mnemonicamente tutto, soprattutto i particolari. Erano i dettagli che sempre facevano la differenza.
L'abitazione era poco fuori città, molto isolata e ubicata in una strada chiusa.
Dalle finestre non filtrava nessuna luce e alcun rumore. E anche intorno dominava il silenzio.
Con qualche difficoltà aveva scavalcato l'alto muro laterale, scivoloso di muschio e di liquami,  preferendolo al cancello in ferro battuto, più facile da violare ma più esposto alla vista. La chiave, come stabilito, era custodita nell'incavo del penultimo gradino. L'aveva girata senza difficoltà nella serratura, dopo averla però preventivamente oliata per evitare ogni possibilità di attrito. La camera da letto era al piano di sopra, prima porta a destra, subito dopo la consolle sopra la quale era posizionata una pregiata collezione di  ceramiche. Il pianerottolo era avvolto nella semioscurità, così lui, per evitare d'inciampare nella consolle, procedeva allineato alla balaustra, in modo da trovarsi frontale alla porta.
Erano sempre i dettagli a fare la differenza. Per questo come prima cosa esigeva una descrizione minuziosa del luogo. Non è sufficiente dire la prima porta a destra, se a destra c'è anche un tavolino di cui non sai nulla, con sopra delle ceramiche che potresti far tintinnare, o peggio ancora far cadere. Così come è necessario sapere dell'esistenza del folto tappeto in cui potresti incespicare appena varcata la soglia.
Accosciato a terra, Dylan, aveva estratto dalla custodia della chitarra un winchester 308 al quale, con gesti rapidi ed esperti, aveva applicato il silenziatore. Non aveva bisogno della luce per espletare quell'operazione, e neppure per orizzontarsi. Il buio gli era amico, perfino lo facilitava, al contrario della luce che, invece, gli feriva gli occhi, per via di quella sensibilità congenita ricevuta in dote con quelle sue pupille bicolori. Una tara ereditaria. Forse. Non aveva mai però indagato su questa sua peculiarità, adeguandosi a vivere con le modalità di un animale notturno. Ma di quella sua vita non s'era mai lamentato, e in definitiva gli piaceva, altrimenti avrebbe benissimo tentato un'altra. Non difettava né d'ingegno e né di talento.
Con una leggera pressione sulla maniglia la porta della camera s'era spalancata e nel riquadro era apparso il letto e l'uomo supino sul lato sinistro, placidamente addormentato, inconsapevole di quell'intrusione. Sul comodino di sinistra, come gli era stato riferito, aveva individuato la pistola. Inutile arma di difesa perché Dylan, a distanza ravvicinata, lo aveva centrato in piena fronte.

"In nomine patris, fillis et spiritus sancti. Amen"
Aveva mormorato premendo il grilletto.

Un lavoro pulito. Ineccepibile. Tanto che quello non s'era accorto di nulla, passando dal sonno alla morte con la stessa espressione rilassata con cui s'era addormentato.

 Terminato il suo compito rapidamente aveva riposto il winchester  nella custodia, intraprendendo indisturbato il percorso verso l'uscita.
L'indomani qualcuno avrebbe trovato l'uomo ucciso nel suo letto e nessuna traccia del killer, mentre qualcun altro avrebbe depositato sul suo conto un assegno con una cifra con molti zeri.

mercoledì 1 maggio 2019

Una storia ameriKana (cap 3)



DYLAN

 Scarlett - Vai a Duluth per lavoro? -
Dylan - Si, ho l'ingaggio per una serata. -
Scarlett - Una sola serata? -
Dylan - E' una festa privata. -

Avevano percorso oltre la metà della strada e nel il tragitto non avevano incrociato nessuna macchina o essere umano. E la stanchezza iniziava a farsi sentire. Almeno per Scarlett. Dylan lo aveva intuito dall'andatura rallentata e dai silenzi sempre più lunghi. Anche la fame e la sete iniziavano a mordere, così le aveva proposto una breve tappa, il tempo di fumarsi una sigaretta e riposarsi un po'.

- Ce la faremo ad arrivare per stasera? - Chiese Scarlett, lasciandosi cadere esausta sul bordo del marciapiede. 

- Sicuro. Prima che annotti saremo a Duluth. - Confermò lui, sedendosi accanto e accendendosi una sigaretta.

- Come fai ad esserne così certo? Hai già fatto questa strada? -

- No, ma stando alla cartina non dovremmo essere troppo distanti. -

- Non ti ho visto consultarla. -
C'era una certa apprensione nella voce di lei che Dylan aveva però colto, e toccandosi la fronte disse in tono rassicurante: l'ho memorizzata qui.

- Non mi dire! E su questa cazzo di strada non passa nessuno! -
La stanchezza stava prendendo il sopravvento su di lei. Si tolse le scarpe per massaggiarsi i piedi e si  guardò attorno senza nessuna curiosità. Delusa di ritrovarsi ancora nello stesso silenzioso, solitario paesaggio di erba e di asfalto, mormorò 'fanculo.

- Prendila per il verso giusto - Suggerì Dylan - avresti potuto rimanere seriamente ferita nell'incidente con lo scrambler, e nessuno a soccorrerti. Oppure non incontrare anima viva e dover proseguire da sola, a casaccio. O peggio ancora doverti difendere da un malintenzionato. Invece hai incontrato me e più della metà del percorso l'abbiamo completata in maniera tranquilla, direi, e arriveremo in città prima che faccia buio. Mi pare che non ci sia  nulla di che lamentarsi, almeno dal mio punto di vista. -

Scarlett, non poteva far altro che convenire con quel suo riassunto positivo: - hai ragione, Dylan (era la prima volta che lo chiamava per nome), ti chiedo scusa. -

- Non devi scusarti, un'esperienza nuova comporta sempre alternanza di stati d'animo. Direi che tu la stai affrontando piuttosto bene. Per me, invece, questa  è la normalità. Dopo anni di vita sulla strada riesco a vedere i vantaggi prima ancora che gli svantaggi. A questo devo la mia sopravvivenza. In verità le ipotesi peggiori non le prendo neppure in considerazione, non servono a nulla e mi complicherebbero la vita costringendomi ad una continua tensione. -
 Un discorso rivelatore della sua  filosofia di vita, a cui Scarlett aveva ribattuto divertita: - in sintesi, vivi alla giornata. - 

Lui, in segno di assenso, alzò il pollice.

-  Sono vissuta in un circo per un bel po' di anni e la vita nomade è una realtà che ben conosco, anche se noi eravamo una comunità e così non si era mai da soli ad affrontare gli imprevisti. Nei miei sogni c'erano invece una casa, un marito, un paio di marmocchi e un cane. Le feste di compleanno e il barbecue la domenica. Una vita normale, come quella che intravedevo dalle finestre delle abitazioni presso cui ci accampavamo. Famiglie sedute a mangiare allo stesso tavolo e poi a guardare la tv sullo stesso divano. Per questo ho sposato Bruce e sono andata a vivere a Wawina. Volevo una casa con una cucina, un divano e una tv, e dei figli: volevo una vita normale, e lui era disposto ad offrirmela. -
L'ultima frase era quasi un sussurro.

- Non c'è nulla di sbagliato in questo tuo desiderio. Hai solo sbagliato l'uomo con cui realizzarlo. Il fatto è che ognuno di noi ha le proprie idee e i propri sogni, e non sempre coincidono con quelli dell'altro. Scommetto, però, che tu dei sogni di Bruce non sai nulla. Glielo hai chiesto se ne avesse?  Non ti sto colpevolizzando, ma la verità è che noi, quando si tratta di sogni, diventiamo egoisti. Senza cattiveria, ma lo diventiamo. E quando poi non ci  riesce di realizzarli troppo spesso diamo la colpa all'altro. Così, se non hai preso il brevetto di pilota la responsabilità magari non è tutta di Bruce. Avrà altre colpe nei tuoi confronti, ma forse non quella. -

Scarlett accolse questa constatazione in silenzio. Rifletté, per la prima volta, che in verità lei non sapeva niente dei sogni di Bruce, semmai  ne avesse avuti, di che fortemente dubitava. Il fatto era che suo marito non la incuriosiva più da tanto tempo. Era sempre così scontato! Un tipo come lui non ha sogni ma uccide quelli degli altri, per questo non si sarebbe sentita in colpa per non avergli chiesto dei suoi sogni.

- E tu, Dylan, ne hai di sogni? - 

-  Più che altro ho qualche necessità. Alla mia età i sogni hanno il sapore del rimpianto, ed io non voglio rimpianti. -

- Non mi sembri così vecchio. -

Lui sorrise a quel complimento.

- Ho una buona resistenza fisica e la vita sulla strada, se non ti uccide, ti mantiene in forma. Ma non potrò continuare per sempre, così un giorno pianterò le tende da qualche parte, comprerò una macchina da scrivere e racconterò delle mie esperienze on the road. -

- Allora ce l'hai un sogno! - Esclamò, sorpresa ed entusiasta.

- Non è un sogno, è una necessità. I sogni non hanno limite di tempo, le necessità, invece, sono a scadenza. -

 Scarlett, d'istinto, lo baciò.

- Wow -
Mormorò Dylan, sorpreso da quel bacio inaspettato.

- Ho appena soddisfatto una mia necessità. - Lei puntualizzò con un sorriso. Ma il tono era serio.

- Non devi giustificarti. - Disse lui, sfiorandole la bocca con le dita.

- Non mi sto giustificando. - E a conferma della sua affermazione lo baciò di nuovo.

Avevano fatto l'amore al riparo di un cespuglio, in quel silenzio rarefatto, con fervore ma senza spogliarsi, perché l'aria era gelida e il suolo aspro, mentre la penombra rapidamente infittiva in pallido buio. Raggomitolata fra le sue braccia, Scarlett s'era assopita. Nella luce che andava scurendo risaltavano la sua fronte bianca e l'onda bruna dei capelli. Dylan ne aveva trattenuta una ciocca tra le dita aspirandone il profumo e studiando nella penombra i lineamenti del suo viso, le ciglia folte e la bocca leggermente dischiusa. Gli dispiaceva di non averle potuto offrire l'intimità di una stanza e il calore di un letto, e la complicità di quei piccoli riti, scontati e piacevoli insieme, che si consumano  dopo aver fatto l'amore: fumare una sigaretta, bere un bicchiere di vino, rimanere abbracciati ad ascoltare il ticchettio della pioggia sui vetri. Quella sarebbe stata la perfezione. No... quella sarebbe stata la normalità. quella stessa che aveva spinto Scarlett fra le braccia di Bruce e poi indotta a fuggirne via.
Si andava domandando se in una situazione diversa avrebbe fatto l'amore con lui o se quella fosse stata per lei solo un'esperienza, la prima, della sua nuova vita. Ma in definitiva, qualunque fosse stata la ragione, non avrebbe indagato cosi come aveva fatto con tutte le altre sue occasionali compagne.
 A nessuna di loro aveva dato una ragione per restare. A nessuna aveva chiesto di rimanere.
Ma con Linda, in arte Esmeralda, quella ragione avrebbe voluto dargliela. A lei avrebbe voluto chiedere di rimanere.

 Di lei s'era innamorato dello spirito irrequieto che l'abitava, e della sua innata, quasi selvaggia, propensione all'indipendenza. Linda/Esmeralda, capelli corvini e occhi verdi, la figlia zingara del vento, batteva i mercati e le fiere d'America col suo esiguo bagaglio da chiromante, in compagnia di Devil Dog, un bastardino nero di una bruttezza strepitosa, cieco d'un occhio e zoppo d'una zampa, con le zanne prominenti come quelle di una tigre,  e che quando era troppo stanco per camminare lei avvolgeva in uno scialle e lo trasportava sulla schiena.
 Devil Dog: l'unico compagno a cui Linda sarebbe rimasta fedele per tutta la vita.

Il giorno del loro incontro lei gli aveva letto la mano pronosticando che quel suo lungo viaggio, sarebbe  terminato col sole di mezzanotte. Una profezia ermetica che lei stessa, però, non era stata in grado di chiarire, e a cui Dylan non aveva più pensato fino a quando s'era specializzato in requiem, e allora quella predizione era affiorata vivida alla memoria, minacciosa ed ingombrante, rischiando perfino di condizionarlo.

Lui e Linda erano rimasti insieme circa due mesi, ma quella ragione per rimanere, Dylan non aveva avuto il tempo di proporla che lei, presagendo quel suo sentimento e non volendo umiliarlo con un rifiuto, s'era eclissata tra la folla di una fiera.

Lui aveva capito e non le aveva serbato rancore. Non l'aveva mai cercata. 

 Scarlett aprì gli occhi e gli sorrise .

- Siamo in dirittura d'arrivo. - Annunciò Dylan indicando le luci di Duluth ora visibili all'orizzonte.

Lei d'improvviso si sentì  triste, consapevole che quelli sarebbero stati gli ultimi momenti trascorsi assieme. Alle porte della città si sarebbero separati perché le loro vite diramavano in direzioni opposte, e d'altronde non c'era stato niente che lasciasse presupporre un finale diverso.
E perché avrebbe dovuto esserci? Avevano condiviso un attimo di tenerezza, non s'erano mica giurati amore eterno.
Capita, durante un naufragio, d'innamorarsi del compagno di sventura, ma è una situazione al limite  dove predomina l'incertezza ed ecco che l'amore, o quello che si crede tale, subentra a sopperire al disorientamento emotivo, stabilendo un'apparenza fittizia di normalità.
Ma quando alla vera normalità si farà di nuovo ritorno probabile che anche quell'amore finisca.

giovedì 25 aprile 2019

Una storia ameriKana (cap. 2)


SCARLETT

- ...e avessi visto la faccia del giudice quando ho detto che ero disposta a lasciare interamente a Bruce la proprietà della casa e della terra in cambio del suo giubbotto d'aviatore e dello scrambler! "Signora, se fosse in mio potere ordinerei una perizia psichiatrica", mi ha detto mentre firmavo gli accordi per il divorzio. "La perizia psichiatrica avrei dovuta farla prima di sposarmi con quest' individuo", gli ho risposto, ma non credo di averlo convinto.-
Scarlett scosse la testa sorridendo, e Dylan la guardò ammirato.

- Immagino che il giubbotto e lo scrambler fossero le cose a cui lui tenesse di più. - 

Lai annuì:- Questo giubbotto lo abbiamo comprato insieme ad un  mercatino dell'usato, in realtà lo volevo per me, ma la taglia non c'era e allora lo ha preso lui, così come si è sempre preso tutto quello che mi piaceva. Sogni compresi. Come quello di pilotare un aereo. Riprendendomi il giubbotto mi sono ripresa il mio sogno. Lo trovi stupido? -
Era curiosa di conoscere il suo parere perché lui sembrava all'opposto di Bruce e del giudice. La sua approvazione l'avrebbe gratificata.

- No, non è stupido. E' grande. - Disse lui senza incertezze.

Era parecchio che camminavano, ma ora che s'era rotto il ghiaccio, ed erano entrati in confidenza, la strada sembrava meno faticosa. E il movimento attenuava la sensazione del freddo anche se aumentava quella della fame.

-  Conviene fare una piccola sosta.- Dylan si diresse verso un grosso tronco reciso, dove sedette e si accese una sigaretta. - Attenua la fame. - Disse porgendole il pacchetto di Lucky Strike, che lei però rifiutò.

- Non fumo. Mio padre è morto di cancro ai polmoni. Non è stato bello vederlo morire. Non voglio fare la sua stessa fine. -
Con un gesto della mano respinse le sigarette. E il ricordo.

- Di qualcosa moriremo comunque. Tu stavi per ammazzarti con la moto. - Replicò lui col tono di una verità incontrovertibile

- Hai ragione: uccisa dallo scrambler del mio ex marito. -  Rise. - Ma l'alternativa a quello era il trattore. Bruce la macchina non l'ha mai voluta comprare, ha sempre detto che non ci serviva, che a Wawina eravamo serviti di tutto. Ma figurati! Uno spaccio, una chiesa che funge anche da scuola, una condotta medica funzionante a giorni alterni, e una stazione ferroviaria con un unico treno dove nessuno mai sale e nessuno mai scende: benvenuti a Wawina, l'ombelico del mondo. Almeno a detta di Bruce. -

- Perché lo hai sposato? - La domanda era seria, stavolta.

-  Sono nata e cresciuta in un circo, dove mio padre faceva il domatore di leoni e mia madre, prima che un incidente la rendesse zoppa, l'acrobata cavallerizza. Ho trascorso la mia infanzia e la mia adolescenza sotto un tendone, dove solo un telo garantiva quella privacy che però mostrava in penombra, perché da quel tendaggio filtravano ombre, gesti e voci. Io e mio fratello Lou, abbiamo assistito alle schermaglie amorose dei miei, alle loro liti furibonde e alle loro altrettanto furibonde riappacificazioni. Mio padre domava i leoni e mia madre domava lui. Questo prima dell'incidente che l'aveva resa zoppa e incattivita. Ha iniziato a bere e ad accusare mio padre di tradimenti inesistenti. Un vero inferno per tutti, fino al giorno in cui s'è impiccata nel recinto dei cavalli: la sua ultima acrobazia. Mio padre, perso interesse al suo lavoro (domare i leoni ora che non c'era più mia madre a domare lui, non aveva senso) e alla vita, e passava il tempo a fumare e a parlare col fantasma di lei. La gente del circo, esasperata dalla sua inerzia, un giorno ci ha scaricato in un villaggio mormone dello Utah dove, mio fratello ed io, ci siamo trovati a doverlo accudire. Ormai dipendeva completamente da noi così come noi dipendevamo dalla comunità mormone che, fin dal primo momento, ci aveva adottato. Dopo che mio padre è morto, Lou ha sposato la figlia di un membro della "Church of Jesus Christ of Latter-Day Saints" mentre io ho tagliato la corda quando il suocero, vedovo di fresco, mi ha chiesto in moglie. Ero stanca di situazioni strambe, volevo una vita normale e così ho chiesto ospitalità ad una zia nel Wisconsin, e subito dopo ho incontrato Bruce. L'ho conosciuto ad un rodeo mentre tentava di domare un bronco selvaggio da cui era stato però subito disarcionato. Per niente risentito, una volta a terra, ha iniziato a ridere. Una risata contagiosa che ha coinvolto tutta la platea. Ho pensato a mia madre e a mio padre, domatori indomiti, e alla tragedia delle loro vite, e in quel momento ho deciso che avrei sposato uno come quel ragazzo che nonostante la caduta, e la figuraccia, se la rideva di gusto. Così ho saltato il recinto e gli ho porto la mano per aiutarlo ad alzarsi. Il pubblico è andato in visibilio. Lui ha preso la mia mano e non l'ha lasciata più. -
Scarlett aveva sciorinato il suo racconto senza apparente partecipazione emotiva, con lo sguardo fisso sulla traiettoria dei ricordi, al confine tra il Wisconsin e il Minnesota.

- E così ha preso la tua mano e non l'ha lasciata più. Non ci trovo nulla di strano, sei molto carina ed intraprendente, che non guasta. Ma sarebbe accaduto se fossi stata intraprendente ma brutta? -
La riflessione di Dylan non aveva alcun intento provocatorio, era solo per avere il  punto di vista di lei.

 -  Mia madre era ardita, spericolata ed intraprendente ma non certo bella, eppure mio padre ne era follemente innamorato. Credo che ci si innamori di altre cose oltre l'aspetto fisico. -

- Trovi davvero che io sia carina? -  Domandò lei dopo che s'erano rimessi in cammino.
Dylan assentì con convinzione.

Lei sorrise e indicando i Ray-Ban Wayfarer che gli schermavano gli occhi, chiese: - non li togli mai?-

- Sono refrattario alla luce, e poi ho gli occhi di due colori diversi, uno verde e l'altro nocciola, e  la gente ha la brutta abitudine di fissarmi. Non lo fanno con intenzione, ma non possono farne a meno. Dovrei esserci abituato, ma non è così. Non mi va di essere al centro dell'attenzione. Non per questo dettaglio. -

- Anche a me non piace sentirmi troppo gli occhi addosso. Bruce, invece, ama essere guardato, soprattutto dalle donne.- Nella sua voce non c'era traccia di gelosia.

- Così il tuo ex è un tipo che attira l'attenzione. Ha attirato anche la tua, no? -

- E' il tipo yankee, biondo, occhi azzurri e fisico da surfista, anche se non sa nuotare. Annegherebbe in una pozzanghera -

- Stando al tuo racconto, neanche i puledri sa cavalcare. Disarcionato al primo tentativo! -

- Te l'ho detto che lui ama essere comunque al centro della scena! -
Ribadì Scarlett, ridendo di cuore.

venerdì 19 aprile 2019

Una storia ameriKana (cap. 1)



ALL'INCROCIO TRA ELDES CORNER E PROCTOR

Dylan si svegliò dopo la notte trascorsa nell'incavo di una grotta, scaldato da un fuocherello striminzito e a stomaco vuoto. Si consolò con la metà di una sigaretta, conservata con cura nel fondo di una tasca: rimedio, quello, per i momenti più critici.
Sfidando il freddo si rimise subito in cammino.
A tracolla la custodia di una chitarra, la barba incolta e i capelli arruffati, striati di grigio, gli conferivano, a dispetto degli anni e delle vicissitudini, un'aria giovanile. Cavò di tasca i Ray-Ban Wayfarer che indossò con una certa soddisfazione. Si sentiva a posto. Perfetto.
Procedeva confidando nel suo senso d'orientamento e nella sua prodigiosa memoria, perché la cartina geografica l'aveva smarrita, chissà dove e chissà quando, durante i suoi innumerevoli spostamenti. Lui, però, non se n'era fatto un cruccio, che la sua filosofia esistenziale gli impediva cedimenti per inezie del genere, soprattutto in una mattina limpida come quella, dove tutto appariva ben definito e allo scoperto.
...e alla città di Duluth non doveva mancare poi molto.

Dalla direzione opposta proveniva, invece, Scarlett, alla guida di uno scrambler piuttosto malridotto e del quale aveva rischiato più volte di perdere il controllo Ma pure proseguiva indomita, ristabilendo con audaci acrobazie un fittizio equilibrio destinato, però, a durare solo per poco, nonostante lei  lo incitasse a gran voce come fosse un puledro, ora minacciando ora blandendo, rischiando sempre di essere disarcionata.
La moto, e il giubbotto d'aviatore di almeno due di taglie più grande che indossava sopra pantaloni rosa, costituivano il suo unico bagaglio oltreché la  quota di beni sancita dal contratto di divorzio.
A Bruce, l'ex marito, era andata la casa e il vasto appezzamento di terreno coltivato a mais.  Ma lei, assolutamente soddisfatta di quella suddivisione all'apparenza iniqua, non aveva provato nessun rancore e nessuna nostalgia quando, inforcando la moto e indossando il giubbotto, se n'era andata via da quella che era stata per lungo tempo la sua casa. E la sua vita.
... e all'incrocio tra Eldes Corner e Proctor che Dylan e Scarlett fecero la reciproca conoscenza.

Dylan vide la moto sopraggiungere a gran velocità e in maniera scomposta, impennarsi e disarcionare il centauro a bordo, mandandolo a ruzzolare a terra a qualche metro di distanza dove rimase a giacere immobile. Subito si precipitò in suo soccorso, scoprendo con sorpresa che il motociclista a terra era una donna che imprecava, però, come un uomo.

- Riesci a muoverti ? - Chiese chinandosi su di lei.

- Si...credo di si. - Confermò Scarlett mentre Dylan l'aiutava a rialzarsi.
- Niente di rotto. - Stabilì una volta riconquistata la posizione eretta.

- Beh dopotutto ti è andata bene...forse, non altrettanto però, alla tua moto -. Lui disse indicando lo scrambler dal quale fuoriusciva un sottile filo di fumo.

- Ne sai qualcosa di motori? - Domandò lei dopo aver tentato invano di metterlo in moto.

Dylan scosse la testa. -No. Mi spiace. Mai posseduto né una macchina né una moto.-
Lei lo guardò stupita e poi esclamò: - oddio, da quale pianeta provieni? -

- Dylan. Non è il nome del pianeta, ma il mio. - Specificò sorridendo.

- Scarlett. - Rispose lei

- Dov'eri diretta, Scarlett? -

- Il più lontano possibile da questi paraggi. -

- Il più lontano possibile a bordo di una moto non è lo stesso che a piedi. Duluth è il posto più vicino, là potresti trovare un meccanico che ti ripari la motocicletta in modo da poter poi proseguire. Non hai comunque altra alternativa. Io sono diretto lì, se ti va possiamo fare la strada insieme. -

S'erano incamminati, lui con passo misurato lei, invece, spedita. Dylan consigliò di moderare l'andatura per non bruciare subito tutte le energie perché di strada ne mancava ancora molta.


- E' stato di certo quel bastardo di Bruce a manomettere lo scrambler. Che possa crepare all'inferno! -
Scarlett imprecò.

- Chi è Bruce? Sembri molto arrabbiata con lui. -

- Il mio ex marito. -

 - A quanto pare tutti gli ex sono destinati ad essere dei bastardi. -

Non le era era sfuggito il tono ironico di quella risposta e il sorriso leggermente canzonatorio, così replicò sarcastica: - anche tu un ex? -

A quella domanda Dylan rise divertito, scuotendo la testa in segno di diniego: - No, non mi sono mai sposato. -

- Ma l'avrai avuta una relazione? -

- Più di una. -

 - Allora fai parte anche tu della categoria degli ex.- Ribadì convinta

 - Se valuti come relazione le storie nate e finite nell'arco delle ventiquattr'ore... -

Scarlett lo guardò con un misto di curiosità e disapprovazione, senza più fare domande.


Avevano poi proseguito per un lungo tratto affiancati e in silenzio.
- Conviene fermarci e riposarci un po'. Di strada ancora ne manca - Suggerì Dylan posando a terra la custodia della sua chitarra e sedendosi su un massetto affiorante oltre il bordo del marciapiede, dove fece posto anche a lei.

- Ma su questa strada non passa nessuno? Abbiamo camminato per chilometri e neppure l'ombra di una macchina o di un camion. -

- Credo che questo sia un percorso secondario, almeno a giudicare dallo stato malmesso dell'asfalto. In parallelo c'è la via  principale, una grande arteria molto trafficata, ma questa, sulla cartina, è indicata come la più breve per Duluth. Ed anche la più sicura per chi viaggia a piedi. - Disse Dylan togliendosi le scarpe e invitandola a fare altrettanto.

- Il suolo è freddo e bagnato. - Si lamentò lei. - Non le tolgo. -

- Come ti pare, ma di strada ne abbiamo ancora da fare molta e ai piedi bisogna dare sollievo. Sarebbe stato peggio col caldo, però. -
Le aveva sorriso e poi, dopo essersi inutilmente frugato in tasca, domandò: hai mica una sigaretta?

Scarlett cavò dalla tasca del suo giubbotto un pacchetto di Lucky Strike e porgendogliele disse:-  puoi tenerle. Io non fumo. -

- Immagino siano di Bruce. Come pure il giubbotto. - Dylan sorrise grato, accendendone subito una. 
- Non mi è mai riuscito di smettere. - Aggiunse  aspirando con soddisfazione la sigaretta, e  guardandosi intorno rilassato.

Scarlett, invece, era tesa. Guardava avanti a sé o dietro di sé,  mai intorno. - Staremo fermi ancora per molto?- C'era impazienza nella sua voce. 

Dylan buttò via la cicca, rimise le scarpe e dopo aver tirato su la custodia della chitarra, si predispose a riprendere il cammino.

- Sei un musicista? - Scarlett chiese indicando la voluminosa tracolla che ballonzolava sulla sua schiena, dando per scontata la risposta.

 Dylan confermò con un cenno del capo.

- E che genere suoni? - Chiese lei  più per gentilezza che per un vero interesse.

- Requiem. -

- Ma per quel genere non si usa il violino? E là dentro, invece, scommetto che c'è una chitarra. -

Per la prima volta provò una genuina curiosità nei confronti del suo compagno di viaggio, col quale aveva condiviso parecchia strada e poche parole. Ma anche lei, d'altronde, non era un tipo molto loquace, cioè, non lo era più con tutti. E da un sacco di tempo. Esattamente da quando s'era sposata con Bruce.

- Sono un musicista estemporaneo. Ma alla guida di una moto, però, estemporanea lo sei anche tu.-
L'ironia, volutamente marcata della risposta, la indusse ad un sorriso.

- Che fai, sfotti?- Ribattè Scarlett, ridendo.