Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

venerdì 6 novembre 2015

Tattiche di sopravvivenza


Stamani proprio non gira per il verso giusto.
Un senso di gelo opprimente, di distacco e di solitudine mi pervade, quasi fosse subentrato, al mio interno, un precoce inverno siberiano.
Ho acceso la stufetta nonostante fuori ci sia un solicello tiepido e l'aria tersa.
Sono quasi certa che davanti al fuoco di un caminetto sarei scoppiata in lacrime.
Odio questi miei improvvisi sbalzi di umore, queste mie repentine ascese verso vette inaccessibili e le subitanee rovinose cadute verso il suolo.
Uno sfracellamento metaforico ma altrettanto doloroso quanto uno reale.
Non ce la faccio proprio a rimanere in alto per un tempo abbastanza lungo per far sì che le mie ali, irrobustendosi nell'esercizio del volo, non cedano alle subdole lusinghe della forza di gravità.
  Devo rialzarmi al più presto, e per farlo ho bisogno di una motivazione valida.

I miei occhi cadono sull'elenco delle cose da fare: tante e tutte noiose, mentre ho bisogno, in questo momento, di qualcosa che mi stimoli e che mi appassioni.
Ma nessuna ispirazione giunge in mio soccorso, così come altre volte dovrò far ricorso alla mia immaginazione.

Per sfuggire all'oppressione non esistono formule magiche, si deve far ricorso unicamente alla propria riserva personale di tattiche di sopravvivenza (che siano virtuali, metafisiche o  reali, o un assemblaggio di tutte le risorse disponibili, non ha alcuna importanza, quello che conta è il risultato).

Un buon caffè, caldo e profumato, da sorseggiare nel chiarore della finestra, godendo della luce e dei colori del mattino, è un preliminare necessario ad una più positiva predisposizione verso me stessa ed il mondo.
E se al di là della finestra non c'è un paesaggio all'altezza, allora lo invento, concentrandomi su un particolare che ha attratto il mio sguardo (niente, in questo frangente, avviene per caso) ed isolandolo dal contesto generale posso, attraverso la fantasia, rigenerarlo in qualcosa di più vasto.
La chioma dell'albero che si staglia oltre la mia finestra, ad esempio, può costituire, secondo il caso, la veduta aerea su un continente come l'area disordinata di un paesaggio boschivo piuttosto che l'intrigo di una foresta amazzonica.
Gli elementi indispensabili sono tutti alla mia portata: il cielo, i rami e le foglie.
E le varianti date dagli agenti atmosferici, quali vento, luce, pioggia, nebbia, neve, contribuiscono a far si che il paesaggio, e quindi anche il viaggio, sia sempre diverso, ricco di sorprese e scoperte.
I rami di quell'albero meraviglioso mi hanno trasportato, con le loro traiettorie inedite, in luoghi fantastici ed inesplorati.

Così, partendo dallo sfondo di un cielo di seta celeste, complice la scenografia del palazzo che s'intravede parziale dietro il fogliame, ed emergente solo di un tono di colore più scuro di quello del cielo, ho  inquadrato il dettaglio architettonico del balconcino dell'ultimo piano, la cui veranda incastonata dietro una grata elaborata come una preziosa filigrana, occhieggiante del rosso vivido e del fucsia smagliante di piccoli fiori tardivi affioranti dall'intrigo dei rampicanti, mi ritrovo davanti alla porta, misteriosa e tragica, del Palazzo del Principe Shahriyar, nel  regno di Tartaria, dove ebbe inizio la saga delle "Mille e una notte" ad opera di Shahrazad, immaginifica quanto scaltra affabulatrice, che con la sua fervida immaginazione ammaliò il Principe sanguinario, riuscendo a sfuggire al suo già programmato destino di morte.
L'ho intravista nella penombra dei tendaggi, assisa ai piedi del Sultano che l'ascoltava estasiato, innamorandosi, prima ancora che della sua bellezza, della sua voce e della sua fantasia.
Shahrazad, intuendo la mia presenza al di là del vetro del balconcino, si è voltata, sorridendomi complice

Nessun'altra strada avrebbe potuto condurmi in quel luogo incantato se non i rami di quest' albero magico che si staglia nel riquadro della mia finestra, ma che pure è reale, con le radici ben piantate nell'asfalto e contro il quale mi capita sovente d'inveire, soprattutto in questa stagione quando le sue foglie si cospargono, come un tappeto scricchiolante sul mio terrazzo, ostruendo lo scolo dal quale defluisce l'acqua piovana
Ma quest'albero ha un cuore molto più grande del mio: è un albero saggio e non mi serba rancore per l'ingratitudine dei miei ingiusti improperi.
E' un albero che non ha rami, ma braccia.
Marilena

martedì 27 ottobre 2015

Cagliostro

Cagliostro, il mio futuro coinquilino, generoso dono della mia amica Giulia, giungerà da Napoli il 7 di Novembre, così mi sto dando da fare per rendere quanto più accogliente possibile il mio appartamento, che i gatti, è noto, sono una specie molto difficile d'accontentare.
Come l'ho visto è scattato il colpo di fulmine: un cucciolino nero, minuscolo sullo sfondo giallo di una coperta, in attesa di una casa possibilmente comoda e dotata di tutti i comfort di cui un gatto assolutamente necessita, in particolare questo che reca con sé il blasone di Conte.
Nero, con due occhioni d'ambra ed il carattere peperino di un cucciolo di appena due mesi.
Adoro che giunga in Novembre a condividere con me il calore della casa, l'intimità del divano e quella delle braccia, entrambi al riparo, sotto lo stesso tetto, dalla pioggia battente e dai venti impetuosi dell'autunno.
Così ho creato per lui questa rassicurante scenografia che...no, in realtà credo d'averlo fatto essenzialmente per me stessa, perché da troppo tempo vivo da sola e così tutto ruota esclusivamente intorno alle mie necessità, piccole o grandi, vere o fittizie, maturate nelle lunghe e solitarie ore, scandite dal battito di un immaginario pendolo in costante rotazione antioraria, scansionato sull'orbita delle stelle fisse.

Il Conte Cagliostro del Vlad (questo il suo nome completo, un mix tra il Conte di Cagliostro e il Conte Vlad, ideato, questo, in sinergia con la mia amica Lucy, entrambe convinte della necessità di omaggiare il felino di un nome adeguato) ), ne sono certissima, apporterà benefico subbuglio in questo mondo circoscritto ai miei soli bisogni personali, salvandomi dall'inaridimento esistenziale che potrebbe col tempo sopraggiungere.
Perché quando l'unico calore lo si trae unicamente da se stessi è facile incorrere nel rischio di morire per autocombustione.
Marilena


lunedì 19 ottobre 2015

Magie



Quando sono a corto d'idee indosso un mio cappello, alquanto sformato dal lungo uso, che però considero dotato di fantastiche prerogative, ed esco sperando di trovare sulla strada l'ispirazione.
 Le idee, talvolta, si materializzano sollecitate dalla fantasmagoria della luce dei fari di una macchina che sbuca, improvvisa e minacciosa, da un vicolo buio; da  un lussurioso cesto di rose imperiali, che ammicca da un negozio di fiori, come una splendida prostituta intenta ad adescar clienti da una vetrina di Amsterdam; da un cane randagio, che si abbevera beato ad una fontanella, soddisfatto di quel momentaneo benessere, e lappa, ingordo e grato, anche la più piccola goccia d'acqua, consapevole che potrebbe essere la sua ultima polla per un lunghissimo tratto di strada; da un sole kamikaze, che si lascia esplodere nei colori di sangue del tramonto, martirio perpetrato all'ora dei vespri per impedire alla notte d'invadere, col suo occulto splendore, quel cielo che egli considera suo per diritto divino.
Tutto ciò che mi colpisce, d'inedito, favoloso, originale ed improbabile, lo stipo in quel mio cappellaccio, che è abbastanza fondo da contenere il tutto, e anche il di più.
E' questo bottino corsaro, che alla bisogna tirerò fuori dalle sue profondità deformi di quel mio cappello come dal cilindro di un prestigiatore, spacciandolo, al mio  pubblico, come straordinaria opera di magia  anziché di disperata ribellione all'amnesia.

sabato 3 ottobre 2015

Dopo l'ultimo capitolo - John e Mary


John e Mary li ho incontrati per la prima volta in una giornata d'affanno in cui andavo troppo di fretta per espletare i convenevoli del galateo, così mi sono limitata ad un saluto sbrigativo, ripromettendomi, però, di non perderli di vista.
Invece ho perso le loro tracce. 
Ma non poteva essere altrimenti visto che non hanno fissa dimora e la loro casa è la strada.
Così dopo aver invano, per qualche giorno ancora cercato di rintracciarli, ho alla fine rinunciato.

Chissà poi dov'erano finiti nel frattempo, che il mondo è sterminato e la finestrella del mio video, sia pur dotata di una visualità ad ampio raggio, non mi permette di esplorarlo nella sua intera ampiezza.
Oltretutto, la pazienza, in questo particolare periodo non è la mia virtù principale.
La fugace apparizione di John e Mary mi aveva però fornito di un buon spunto di scrittura, che io non intendevo assolutamente mandare sprecato.
Ho così lavorato sui particolari che ricordavo, rifinendoli di fantasia e assemblando il tutto nei capitoli qui pubblicati.

...poi stamani, mentre sorseggiavo il primo caffè, godendomi lo stato di grazia in cui m'ero risvegliata dopo una notte intera di sonno, ecco che qualcuno bussa, con eccessiva foga, alla mia porta. Mi appresto ad aprire con l'intenzione di mettere al suo posto lo scocciatore mattiniero e, con grande sorpresa, mi trovo davanti proprio loro due, John e Mary.

...e non sono affatto in vena di convenevoli.

Noto che Mary è molto diversa nell'aspetto da come la ricordavo.
Il foulard che le copriva interamente il capo ora è usato come fascia a trattenere la massa straripante e riccioluta dei suoi spettacolari capelli rossi.
Ma non è solo il dettaglio dei capelli a farla sembrare diversa, perché in lei ora traspare una inedita, gradevole morbidezza, in quella sua fisicità, fino allora, spigolosa.

- Accidenti, Mary, ti trovo straordinariamente bene, Sei più bella di come ti ricordavo. Sono davvero felice per te, anzi...per voi -
Mi rivolgo sorridendo verso John che, però, non ricambia il sorriso.

...e questo un pò mi preoccupa.

Perché John, per come lo ricordo io, è un tipo gentile, molto cordiale.
Soprattutto con le donne.

- E come va la vita di coppia? - Azzardo la domanda cercando di rompere il ghiaccio e capire il perché di quella freddezza. Mi sarei aspettata, da parte loro,  un pò più d entusiasmo, visto che sono io l'artefice della loro felicità.
- Aspetto un figlio - Risponde Mary, fissandomi negli occhi.
- Ma è meraviglioso. E' una notizia fantastica. Ecco perché mi sembravi così diversa, la gravidanza ti dona, sei diventata ancora più bella. Dovremmo festeggiare, non credete? -
Sorrido ad entrambi, predisponendomi ad andare a prelevare dal frigo la bottiglia di "Moet & Chandon"  tenuta in serbo nel caso ci fosse stato, un giorno, qualcosa d'importante da festeggiare.
E cosa, più dell'arrivo di un neonato, merita le bollicine dello champagne?

- Siediti, che dobbiamo parlare -
Il tono di Mary sgonfia ad una ad una le ipotetiche bollicine che già immaginavo frizzare nei calici.
- Sono incinta - Ribadisce asciutta.
Io mi limito educatamente ad annuire. Fin qui è tutto chiaro.
Ma quello che aggiunge dopo mi destabilizza.
- Ed è solo tua la responsabilità - Il suo tono di voce è molto serio.
- Mia?- Ripeto stupita
- Come può essere mia la responsabilità di questo bambino concepito da voi due!- Replico incredula
- Sei tu che hai dato corso al tutto, è quindi è interamente tua la responsabilità di ciò che è avvenuto - Replica asciutta
- Io vi ho lasciato in quella stanza a scambiarvi confidenze, abbracci e innocui bacini...anzi no, questi non li ho neppure menzionati. E alla fine v'addormentate l'uno fra le braccia dell'altra. Fine della storia, che non prevede nessun dopo. -
Meno male che la trama, così recente, me la ricordo bene.

John mi lancia un'occhiata malandrina, e il suo sorriso sghembo sottintende un'altra versione.
- Io non sono responsabile di quello che i miei personaggi combinano dopo il capitolo finale - E stavolta sono io ad essere arrabbiata
- Lo scrittore è per tutta la durata della sua vita responsabile dei percorsi e delle azioni dei suoi personaggi. Responsabilità che non ha scadenza. Troppo facile, mia cara, il ruolo di deus ex machina, Così divertente, ed eccitante, programmare e decidere le sorti dei protagonisti e poi, dopo l'ultimo capitolo, abbandonarli al proprio destino. Eh no, non funziona così! - Controbatte Mary, che da prova di un'ottima, seppur aggressiva, facondia oratoria

- Anche tu, John, pensi che sia d'attribuire esclusivamente a me, tutta la vicenda? - Chiedo sarcastica
Lui si limita ad alzare le spalle e guardarmi con simpatia. Eppoi la sua risposta coincisa, che pone fine ad ogni discussione: sapevi chi ero! 

Oh certo che lo sapevo, ma questo però non lo giustifica. Insomma, è evidente che, seppur tra le righe, si leggeva la sua predisposizione al riscatto dal suo burrascoso passato di dongiovanni.

- Ok, cosa volete che faccia?- Alzo le mani in gesto di resa

- Procuraci un posto dove stare. Un bambino ha bisogno di un tetto, non può certo vivere all'addiaccio. Eppoi un lavoro per John. Un neonato ha bisogno di cose indispensabili e noi vogliamo che le abbia. Niente altro. E' questo l'ultimo, definitivo capitolo. Da questo momento in poi ti liberiamo da ogni altra ulteriore responsabilità nei nostri riguardi visto che ti sei dimostrata completamente inadeguata, e gestiremo da soli i nostri sequel. E la prossima volta, quando scrivi una storia, cerca di essere meno fantasiosa e più attenta a valutare le possibili conseguenze a cui esponi i tuoi personaggi. Più pragmatica e meno immaginifica - Mi suggerisce Mary prima di uscire definitivamente di scena. 

venerdì 2 ottobre 2015

Il primo abbraccio (cap 3)


(Pubblicato nell'antologia "Il tango di Cloe" da "Writer Monkey" Maggio 2018)



 - Cosa aspetti, vuoi aiutarmi o resti lì a guardare? -
Così Mary andava incitando l'incredulo John
- Legagli le mani a questo figlio di puttana. Legalo bene, che non si possa facilmente liberare. Usa la tua cinta che del foulard io ho bisogno. Dopo gli togliamo i vestiti. Portiamo via tutto, che i vermi in natura sono nudi. -

John la guardava trasognato, ubbidendo meccanicamente ai suoi ordini, incerto se fosse nel bel mezzo di un sogno o protagonista di un fatto di cronaca.
In quel determinato contesto Mary si muoveva agile, certa del fatto suo.
Ma ciò che più lo aveva colpito era stata la visione di quella sua gran chioma zingaresca, malamente sforbiciata, e del colore vivido del fuoco, che sembrava illuminare la penombra della stanza.
 Mary aveva raccolto gli abiti dell'uomo in un fagotto, muovendosi sicura, senza impaccio apparente.
- Nelle tasche frugheremo poi, con agio, quando saremo lontani da qui -
Così aveva stabilito mentre andava nascondendo, sotto il foulard da hippy, quei suoi capelli di fiamma.

Avevano poi ripreso il cammino, fianco a fianco, nel loro consueto silenzio, alla ricerca di un rifugio dove trascorrere il tempo restante della notte.
Ma ora era lei che tracciava il percorso, con lui che la seguiva adeguando i suoi passi.
Trovarono riparo in quello che doveva essere stato una volta un casolare, scegliendo ognuno il proprio angolo privato dove poter riprendere a sognare i loro miraggi impossibili.
Al centro della stanza, dove Mary lo aveva depositato, troneggiava il fagotto degli abiti dell'uomo.
Una prova di fiducia? Si era ritrovato a domandarsi John.
Quel bottino apparteneva di diritto a Mary poiché era lei ad averlo conquistato, ma lui avrebbe potuto tranquillamente impossessarsene mentre quella dormiva senza contravvenire a nessuna legge del popolo della strada.
La quinta regola, infatti, suggerisce di non separarsi mai dai propri beni, soprattutto di non tenerli troppo in vista per non scatenare eventuali mire di possesso.
Una trappola, il bottino lasciato in bella vista? Andava congetturando, nel suo angolo insonne, John.
Si può fuggire inducendo l'altro alla fuga, motivandolo con argomenti irresistibili.
Un modo sottile per dire: prendi tutto e vattene.

Eppure lui che aveva, in quel periodo di strana convivenza, prospettato tante volte l'abbandono, ora non era più certo di voler proseguire da solo. Cercò d'immaginare se stesso girovagare senza la sua altissima compagna, e vide solo un'ombra confusa, invisibile prima ancora che agli occhi del mondo, ai suoi stessi. In qualche modo la vicinanza di Mary lo rendeva reale: materia, e non ammasso di particelle addensate nello spazio circoscritto del suo polveroso io.
Eppoi c'era stata la rivelazione di quei suoi capelli sfolgoranti come un sole sfarzoso, da sempre celati sotto il fazzoletto che ne occultava lo splendore.
Perché una donna nasconde ciò che, invece, la renderebbe unica?
E la risposta fin troppo facile: per non avere troppa visibilità.
Mary aveva dovuto rinunciare alla vanità femminile di quella sua chioma sontuosa per rendersi il più invisibile possibile, che già in questo la sua altezza non l'aveva favorita, e lo splendore dei suoi  capelli l'avrebbe maggiormente esposta allo sguardo morboso del mondo.
Questo pensava John nel suo angolo insonne, trovando estremamente ingiusto il destino di quei capelli che sarebbero stati il tesoro più prezioso, ostentato da qualsiasi  altra donna, ma non da Mary, nata con una sorte avversa e troppi centimetri d'altezza.
Andava destandosi in lui un irresistibile, sopito, desiderio di bellezza, poter immergere le dita in quella seta rossa e dimenticarsi, per un momento, del grigio del mondo.
Lui che aveva amato il femminino in tutte le sue sfumature si sentì sconsolatamente triste per lei

Anche Mary non riusciva a dormire. La paura era stata tanta, sentiva ancora le mani dell'uomo brancicare su di lei, ed era stato un  miracolo che l'avesse colta nell'atto di tagliarsi i capelli, che il coltellino a portata di mano, non sempre nel momento del bisogno, è così raggiungibile.
Stavolta era stata fortunata, ma la prossima? Avrebbe voluto non pensarci, ma i fotogrammi della lotta, solitaria e silenziosa, che l'aveva vista protagonista, continuavano a materializzarsi nel buio ricchi di particolari come le sequenze di un thriller.
Disgusto, impotenza e solitudine, la pervasero.
Rannicchiata contro la parete finalmente pianse.

Quel singulto sommesso di animale braccato, unica eco nel silenzio desolante della notte, aveva raggiunto John ancora desto nel suo cantuccio, intento ad analizzare quel suo nuovo sentire nei riguardi della sua compagna, D'istinto si alzò per raggiungerla e consolarla ma, dimentico della barriera (o trappola?) del fagotto posto al centro della stanza, vi inciampò, rovinando rumorosamente  a terra.
Con un balzo, Mary, fu sopra di lui, tenendo bene in vista la sua piccola lama.
Ma John fu più desto e gliela fece cadere di mano, eppoi fece qualcosa che lei non si aspettava: la strinse tra le braccia.
Un abbraccio forte, caldo, protettivo.
Un abbraccio silenzioso, che la trovò impreparata, ma che non respinse.

Fu quella una notte di confidenze, d'incontro e non di fuga, dove lei pianse tutte le sue lacrime represse e rise di tutte le cose buffe che lui le andava raccontando per asciugarle il pianto.
Fu quella una notte di rivelazioni in cui lei gli fece il dono della sua bellezza, sciogliendo, solo per lui, i suoi meravigliosi capelli di fiamma.
In quel vivido rosso John immerse gioioso le dita riscoprendo con  stupore in quella loro tana notturna, i colori delle albe e dei tramonti, dei fiori e delle farfalle, della bellezza suprema del mondo che talvolta si è costretti a celare sotto un cencio perché non risplenda troppo a destare inopportuni desideri. E al diavolo tutte le strategie dell'invisibilità, che nella natura dell'uomo è vivere nella luce e non nell'ombra, condannato al destino iniquo di preda o  predatore.
Tutti, infine, hanno diritto al sole, all'aria, alle stagioni, alla bellezza dell'esistenza e non solo alle sue disperazioni.

- Domani sarà un giorno di sole, te lo prometto. -
Sussurrò John a Mary, stringendola tra le braccia, prima di addormentarsi

mercoledì 30 settembre 2015

Il primo abbraccio (cap 2)



(Pubblicato nell'antologia "Il tango di Cloe" da "Writer Monkey" Maggio 2018)

 
La terza regola della strada suggerisce di seguire il proprio istinto, che anni di vita all'aperto hanno affinato e reso sensibile all'estremo, come quello dei cani randagi in grado di subodorare il pericolo in agguato nell'apparente quiete.
Anche i due compagni di strada, (che da questo momento in poi saranno John e Mary) avevano col tempo acquisito, e perfezionato, ognuno a proprio modo, le tattiche essenziali di sopravvivenza, quali l'invisibilità e il mimetismo.

A dire il vero, a Mary, queste strategie primarie le erano state da subito precluse, che la sua altezza da giraffa la evidenziava tra la folla attirando su di sé tutti gli sguardi, costringendola a spostarsi più cautamente di notte, quando il mondo dorme e le strade sono meno frequentate.
Ma le strade deserte non sono di certo più sicure, e se si sentiva protetta dalla curiosità della folla diurna non poteva altrettanto esserlo da quella notturna, soprattutto nelle notti di luna piena quando anche gli agnelli si trasformano in lupi mannari. Così s'era premunita, come arma di estrema difesa, di una piccola lama, seppur mezza spuntata, che teneva ben nascosta nella profondità di una tasca.
La quarta regola della strada insegna, infatti, ad elargire avaramente la propria fiducia, che sovente accade che lo stesso col quale durante il giorno hai condiviso il cibo, quando poi cala il buio ti derubi dei tuoi miseri averi.

Al contrario di Mary, John, invece, le tattiche del mimetismo e dell'invisibilità le aveva elevate al massimo grado, che avrebbe ben saputo insegnare agli strateghi della guerra il segreto dei gechi e dei camaleonti, o quelli più arcani dell'invisibilità, ad onor del vero, favorito in questo da quella sua fisicità minima e col tempo divenuta anche incolore, che ben s'apprestava all'amalgama col selciato e i muri e le nebbie mattutine. L'arte della mimetizzazione lo aveva salvato in più di una situazione. Per questo preferiva viaggiar solo che non tutti erano, al par di lui, in questo geniali. E in particolare questa sua compagna di strada che svettava su tutti gli altri nella sua inopportuna altezza, costituiva per lui un pericolo serio e costante, Una vera disgrazia nascere così alti, soprattutto per una donna, s'era ritrovato più volte a pensare, finalmente rappacificato con la sua bassa statura, che un qualche centimetro in più in altezza lo avrebbe, in tempi passati, desiderato, anche se questo suo deficit non era mai stato d'ostacolo alla sua carriera di dongiovanni, perché le donne erano ipnotizzate dai suoi occhi turchini e attratte dal suo broncio d'adolescente.

In base alla quarta regola della strada, John, che di Mary nulla conosceva (neanche il colore dei capelli, celati dal foulard ), tanto meno era al corrente dell'esistenza di quel suo coltellino. La lama  che in più di un'occasione aveva fatto la differenza, e che lei egregiamente aveva imparato ad usare.
Come la notte in cui un balordo, silenziosamente, era strisciato fin dentro il loro rifugio provvisorio, trovando ghiotta l'occasione di un facile bottino e di un veloce stupro, che la donna, pur essendo altissima, era pur sempre una femmina assoggettabile, come tutte le altre, dalla forza superiore maschile, e il nanerottolo che le camminava a fianco non costituiva di certo un ostacolo alla sua impresa. Oltretutto i due s'erano allocati negli angoli opposti e divisi da un tramezzo, con l'uomo  che già dormiva della grossa. La donna, invece, era di schiena, rivolta verso il muro, intenta a una qualche sua segreta operazione, al riparo dallo sguardo del suo compagno, semmai si fosse svegliato. Il che, pensò l'intruso, gli avrebbe reso tutto più facile, aggredendola alle spalle l'avrebbe colta di sorpresa togliendole ogni possibilità di reazione, e uno straccio, infilato in bocca, l'avrebbe azzittita. Non ci sarebbe stato neppure bisogno di tramortire l'uomo pesantemente addormentato, per non rischiare un  suo risveglio prematuro, o un qualsiasi trambusto che potesse allertare la donna. Era strisciato così alle sue spalle, afferrandola con una mano per la vita e con l'altra cacciandole in bocca un fazzoletto, e contando sulla sorpresa non s'era aspettato alcuna reazione, tanto meno il baluginio di una lama spuntata d'incanto nelle mani della donna nell'attimo stesso in cui s'era alzata in piedi, ergendosi in tutta la sua altezza e disarcionandolo E s'era ritrovato a terra, con un coltello puntato alla gola. Invertite le parti era lei ora che conduceva il gioco. E il trambusto, in quello spazio minimo, aveva alla fine svegliato John che, ancora incredulo, s'era trovato davanti la fantastica scena di un'amazzone scarmigliata, con la chioma tagliata a metà, che premeva un coltello  alla gola di uno sconosciuto.

lunedì 28 settembre 2015

Il primo abbraccio (cap 1)


(Pubblicato nell'antologia "Il tango di Cloe" da "Writer Monkey" Maggio 2018)


 La vita non era stata affatto generosa con loro due, e questa era la ragione unica per cui s'erano adeguati l'uno all'altra.
Ma questo non significava che si piacessero.
Il loro stare insieme era più dettato da una necessità di sopravvivenza dove il sentimento non c'entrava affatto, tant'è che in quelle giornate quando non occorreva dover fronteggiare le avversità del mondo, entrambi, pur senza dirselo, andavano valutando l'idea di proseguire separatamente.
Neppure lo stato di continua necessità aveva contribuito a trasformare quel loro fortuito, e strampalato legame, in qualcosa di più solido e cordiale, come un'amicizia.
Camminavano fianco a fianco limitandosi nelle parole, e nei contatti, allo stretto indispensabile.
 La gente si voltava, incuriosita, a guardarli: lei altissima, il mento a punta, sopra al quale si disegnava una bocca pallida, quasi incolore. Per contrasto gli occhi, invece, erano belli, scuri e grandi, occhi gitani, incastonati sotto una fronte bassa, rigidamente incorniciata da un foulard che le nascondeva completamente i capelli.
Lui, invece, era molto più basso, le arrivava a mala pena alla spalla. Il viso, però, era ancora bello, dai tratti regolari, una di quelle fisionomie che reca impresso il fulgore dell'adolescenza anche quando si è in là con gli anni. I capelli, incolti ed unti, conservavano nel grigio invasivo tenui striature di biondo. Gli occhi chiarissimi avevano però perso la loro tonalità turchina declinando in un anonimo grigio.
Camminavano, come d'abitudine, l'uno di fianco all'altra, senza mai sfiorarsi, assorti nei propri pensieri, cosicché risultava difficile capire chi dei due fosse a stabilire il percorso.
Ad un più attendo sguardo, però, risultava evidente che lei aveva adeguato il suo passo a quello di lui, molto più breve e cauto.
Era il suo compagno, dunque, a decidere la strada.

"Lei si limita a seguirlo, che un posto vale l'altro, che in tanti anni di strada non ha mai trovato nessun luogo che rechi un conforto, un piccolo agio che induca a rimanere. Un muro di strada che si possa chiamar casa, con una fontanella nei paraggi dove dissetarsi e lavar via la stanchezza. E un bordo di marciapiede fiorito, cangiante durante le stagioni, che possa ricordare il davanzale di una finestra o lo slargo di un balconcino.
Questo il suo sogno segreto: un muro, un ciglio di strada ed una fontanella, circoscritti a lei sola, alle sue minime esigenze. A quel suo desiderio, mai sopito, di una vita stanziale."

Gli sguardi, al loro indirizzo, non erano meno dolorosi delle parole. La forza era nell'ignorarli. Forza acquisita con l'esperienza, che il primo insegnamento della strada consiste nel non accettare provocazioni, e fingere di non avere orecchi per non alimentare la crudeltà di chi non ha cuore. Così era stato per vincere la paura che s'erano ritrovati a camminare insieme, uniti da una comune sventura che non era tramutata, però, in sentimento, perché la loro diversità era evidente non solo agli occhi del mondo, ma ai loro stessi. Non avevano mai provato a raccontarsi le reciproche traversie, e nemmeno avrebbero saputo dire quanti chilometri avevano percorso insieme dal giorno in cui, per scampare ad una banda di balordi, s'erano ritrovati a correre sullo stesso marciapiede, travolti dalla stessa identica paura che li aveva portati a condividere l'anfratto che li aveva messi al sicuro.
Ognuno provvedeva alle proprie necessità senza pesare sull'altro, senza mai chiedere nulla, che il secondo insegnamento della strada è quello di fare affidamento sempre e solo su se stessi. Mai perdere dunque la propria indipendenza anche quando si è in due, che il rischio maggiore è quello di abbassar la guardia e trovarsi d'improvviso nei pasticci.

"Fidarsi, per lui, non è affatto facile. Soprattutto delle donne. E si che nella sua vita ne ha avute, e di molto belle, ed è stata proprio una di loro a portarlo alla distruzione Senza rimpianti, vorrebbe aggiungere, ma non gli riesce, consapevole che sarebbe solo una scontata battuta da film. Di rimpianti ne ha, e molti, ma sarebbe inutile caricarseli sulle spalle come il fardello aggiuntivo di uno zaino troppo pesante e per il quale non ricaverebbe alcun costrutto. Non nella sua attuale vita. Di cosa abbisogna ora non saprebbe dirlo neppure lui, tante sono le cose che gli vengono in mente, e così nella consapevolezza di sogni irrealizzabili, le scarta tutte."

lunedì 21 settembre 2015

Una scenografia mutevole all'interno di un prisma.








Fuori dal tunnel?
Forse.
Ma nell'incertezza voglio godere appieno di questo periodo per me nuovamente positivo, con la testa che ribolle di idee, simile ad un treno a vapore messo anzitempo a riposo su un binario morto, ma che ora sbuffa, impaziente, la sua resurrezione, con lunghi e vigorosi pennacchi di fumo, come parole sulla lavagna limpida del cielo.

Travolta da questo folle, e al contempo carezzevole turbine, scrivo su questo blog e sulla pagina di Amaranta in fb (quante idee, piccole e allo stesso tempo impegnative, mi va suggerendo lo spazio della mia alter ego). Scrivo nella schiuma del lavello, mentre rigoverno le stoviglie; nella polvere accumulata sugli arredi; scopro parole perfino nelle volute del tubetto del dentifricio.

E' un momento di grazia questo che sto vivendo nel presente, ma ben conscia degli alti e bassi della mia mente, cerco di non disperdere nulla di questa meravigliosa vendemmia dove gli aggettivi, i verbi, le preposizioni e gli articoli, le frasi perfette come gli errori grammaticali, pendono come tralci d'uva, succulenti nella delicata trasparenza della loro polpa, dove sono visibili, ad occhio nudo e alla luce del sole, i piccoli semi scuri del loro cuore.

Festosi tralci di quel carnevale pagano che l'autunno ai miei occhi incarna, con i bagliori dei suoi chicchi d'uva, bianco perlacei o giallo cristallino, rossi, quasi neri, viola e porpora cardinalizio, disegnati sullo sfondo di un cielo trascolorante ed umorale, (un cielo di certo femminile), che varia dall'azzurro ancora estivo al più cupo antracite, dove gli spazi di tiepida luce s'intersecano con il rosso vivido dei lampi, e ci può sorprendere con una pioggia torrentizia o un vento maramaldo che, invece, le nubi le spazza via.

E' questo il meraviglioso autunno: una scenografia variabile all'interno di un prisma.
Fortunato lo sguardo che sa cogliere quei suoi repentini bagliori e trasformarli in versi.
Marilena

domenica 20 settembre 2015

Relazioni pericolose (parte terza)


Il mio abbraccio spontaneo di riconciliazione con l'Imperatrice, mi ha di fatto reso consenziente alla sua intervista: ecco cosa accade a farsi prendere dai sentimenti.

Camilla l'adoro, è stata la mia editor fin dall'inizio, ed anche quando mi sono trasformata per lei in una causa persa, ha continuato a spronarmi, ad essermi amica.
Io e lei siamo agli opposti, ma questo anziché generare incomprensioni e disagi ci ha portato ad essere molto intime, seppur la maggior parte del merito va ascritto al mio accomodante carattere capace di sopportare le sue amorevoli ruvidezze.

Seduti sullo stesso divano, io, Cristiano ed Amaranta, sembriamo scolaretti in attesa dell'interrogazione, ed ognuno gestisce, come meglio gli riesce, la propria ansia.
In realtà ad essere ansiosa sono io sola: Amaranta sfoggia la sua disinvoltura con lo stesso charme con cui aveva indossato l'abito rosso col quale aveva sedotto Cristiano, a quel tempo mio innamorato in nuce.
E Cristiano, d'altra parte, è nel suo campo: i giochi d'amore sono materia che gli compete.

Chissà se anche l'algida, inarrivabile, Camilla, è stata sedotta dal bellissimo matematico che, abiurando alla sua scienza, si è improvvisato filosofo della follia dell'amore, con laurea honoris causa acquisita sul campo.

Camilla estrae, da un'elegantissima borsa Louis Vuitton, un taccuino elettronico che scartabella col tocco lieve delle lunghe dita affusolate, alla ricerca del promemoria su cui immagino abbia già da tempo fissato tutte le domande.
Tra le sue molteplici doti non c'è quella dell'improvvisazione, è nel suo stile, quindi, programmare ed attenersi rigidamente agli schemi. Se volessi metterla in difficoltà saprei come fare, ma non lo farò.
Ci siamo appena ritrovate e non voglio perderla di nuovo.

Sono pronta a testimoniare, affermare e giurare sul mio amore, in verità mai sopito, per il seducente uomo che mi siede accanto e...si, 'fanculo, davanti alla sua sete d'amore e di conforto, non ho avuto scrupoli a dividerlo con un'altra donna, al pari di me generosa perché innamorata di lui.
Ed è stata un'esperienza bellissima, che di certo non intendo rinnegare.

Rinnegare... oh no.
Mi fa eco Amaranta.
Cristiano è un amante meraviglioso, assolutamente degno della fama che lo accompagna.
Uno degli uomini più prodigiosi col quale io abbia condiviso il letto, e di letti ne ho attraversati.
 Sottolinea con un sorriso malizioso, tanto per render chiaro il concetto.
A differenza della nostra comune amica,( aggiunge indicandomi), posso vantare una larghissima quanto variegata esperienza di uomini e situazioni, ed è in virtù di ciò che posso affermare che solo per questo meraviglioso uomo (è la volta di Cristiano ad essere indicato) provo un amore unico e totale, seppur squilibrato, perché sono io quella, in tutte le storie, che mai si innamora.

Dividerlo con lei non è stato poi così difficile.
Aggiungo d'istinto, sorprendendomi per le mie stesse parole.
Devo ammettere che all'inizio da parte mia c'è stato molto imbarazzo e anche  gelosia. Mi è sembrato, da parte della mia alter sorellina, una invadenza oltraggiosa, una mancanza di rispetto e di sentimento, nei miei confronti. Lei è la vincente, quella che ottiene sempre quello che vuole. Io, invece, l'insicura, quella che ha continuamente bisogno di conferme. Ed ecco, al mio orizzonte, profilarsi quest'uomo leggendario, che non so neppure io in virtù di quale misterioso sortilegio, mi è venuto a cercare, confessando d'aver bisogno di me. E' venuto a cercare me e ha trovato anche lei.  Non ha potuto, o forse voluto, scegliere. Scegliere avrebbe significato ferire una delle due.

Non è quella la ragione, Mari.
Controbatte Cristiano.
Non si tratta di non aver voluto scegliere ma piuttosto di non aver voluto rinunciare a nessuna delle due. Attraverso voi ho visto l'alba e il tramonto fondersi in una favolosa eclissi e generare qualcosa di nuovo e per me straordinariamente sorprendente e miracoloso: l'amore che non conosce gli egoismi dell'orgoglio della primogenitura.

Stai parlando di amore vero? Come quello mistico, per la tua misteriosa amante parigina?
Domanda allusiva Camilla.

Esattamente.
Risponde Cristiano, spiazzandola.
Spiazzandoci.

venerdì 18 settembre 2015

Relazioni pericolose (parte seconda)



L'entrato in scena di Cristiano Diogo de Santos, conosciuto alle cronache come Il Portoghese, ha prodotto un amorevole, quanto strampalato trambusto, tra le creature di genere femminile che abitano il mio antro.
Tutte follemente innamorate di lui, della sua bellezza e della sua tristezza, quando a causa di una ancor più di lui scaltra incantatrice, decadde dall'Olimpo dei conquistatori, votandosi alla solitudine.

Il Portoghese, vestito di chiaro, i bellissimi occhi verdi nascosti dietro gli occhiali scuri, è seduto sul divano in meraviglioso contrasto con l'imperiale Camilla, vestita di scuro, e con il seducente volto messo a nudo dai capelli raccolti in una pesante, elaborata treccia.
Discutono, in modo pacato, a bassa voce, davanti lo sguardo discreto, ed incantato, di Lizard/Monna Lisa, la lucertolina bionda, acciambellata in adorazione ai pedi di Cristiano.
Lei, così timida e riservata, sfoggia per lui uno sfarzoso nastro di seta gialla posto sulla sommità della piccola coda, a guisa di strascico regale.
Lentamente, come fosse attratta da una calamita, dimentica il suo pudore innato di creatura mimetica, e si avvicina a lui, un centimetro per volta, solo per respirarne il profumo ed entrare, anche se per un solo momento, con l'abbaglio frusciante del suo nastro di seta, nel suo campo visivo.

Faccio il mio ingresso sulla scena senza pensare minimamente di essere inadeguata alla parte che mi è stata assegnata: quella  seducente dell'amante.
Mi rendo conto di indossare una maxi t-shirt da lungo tempo fuori moda, i cappelli tenuti indietro dalla scenografica, quanto inutile, mascherina nera per dormire.
Alle mie spalle avverto la presenza silenziosa, e divertita, di Amaranta
Cristiano e Camilla, quando mi vedono si alzano allo stesso tempo, l'uno per abbracciarmi e l'altra per tendermi la mano.
Una volta io e lei ci saremmo abbracciate, qualunque fosse stata la causa del litigio, ora, invece, ci ritroviamo entrambe, impacciate ed estranee, nel gesto sportivo di stringerci la mano.
Così d'impulso l'attiro a me, l'abbraccio stretta e mi ritrovo, come ai vecchi tempi, ad inspirare il  sontuoso profumo del suo perfettissimo essere, e sentirmi rinascere nelle sue grandi, confortevoli braccia materne.
Siamo coetanee, ma l'abisso delle mie insicurezze ha stabilito il grado della parentela.

Cristiano mi avvolge in un lungo abbraccio, caldo ed innocente.

Eu te amo, Escura.
Mi sussurra tra i capelli
.
(Escura è il nome con cui lui mi chiama nell'intimità)

Questo impenitente peccatore ci ama tutte con lo stesso trasporto, la stessa sincerità e gli stessi inganni.
Chissà se anche la perfetta, incorruttibile Imperatrice Camilla, ha ceduto alle sue lusinghe.
Lei che si è costruita da sé, un centimetro alla volta, facendo attenzione a calibrare il meraviglioso, incredibile volume del suo divino essere, col quale avrebbe potuto, invece, facilmente e in un solo boccone, fagocitare il mondo con la sua straordinaria bellezza: i piedi da soldato, le mani grandi, la chioma straripante, i seni colmi da nutrice, e l'ancheggiare morbido dei fianchi sinuosi.
 E lo splendore della sua pelle maculata da minuscole lentiggini, sparse a pioggia come un impalpabile velo di zucchero scuro.