Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

martedì 15 marzo 2016

Dipendenze

Eterna risorge sempre  la speranza come un fungo velenoso
(Charles Bukowski)



Con la stessa intensità con cui amavo un tempo l'ora del crepuscolo preannunciante la notte, così oggi amo il sorgere dell'alba. La luce piuttosto che il buio, forse perché sto invecchiando e la prospettiva futura di un niente sommerso dall'oscurità più fitta, mi atterrisce. Non riesco ad immaginarlo, il niente, dove tutto è stato cancellato, colori suoni sensazioni, vista udito gusto odorato e tatto, paesaggi  persone  luoghi, stupore eccitazione ansia paura: niente altro fuorché il buio impenetrabile.

Nonostante questo, però, il mio rapporto conflittuale con la luce non è affatto migliorato, anzi, col passare degli  anni, e proprio a causa di questi, si è andato ancor di più inasprendo, proprio perché ne sto diventando dipendente.
E' una dipendenza per sconfiggere una paura.


...e ogni giorno che passa, sempre un pochino di più me ne assoggetto.

Cosa fare, allora?
Attendere?
Rassegnarsi?
Sperare?

La speranza... credo sia questo il vero oppio dei popoli.
Ai  piedi di questa dea, menzognera e sterile, ci prostriamo invocando un miglioramento di prospettiva; una nota che volga, finalmente, al positivo; il superamento di una situazione critica; l'avverarsi di un miracolo.
E lei, da sotto il suo velo verde, ci persuade. divertita e cinica, che materialmente realizzi la sua menzognera proiezione di quel miraggio a cui noi, sfiniti, tendiamo le nostre ultime forze, per non precipitare definitivamente in quel buio che così tanto somiglia alla morte.

 Reagire!

E' questa la risposta giusta al mio interrogativo precedente.
Reagire.
Il che significa, strisciare sulle proprie ferite, rialzarsi, ricadere, ricreare un equilibrio mentre si continua ad avanzare, passo dopo passo, per guadagnare il tempo minimo di riprender fiato, e poter proseguire la propria penosa avventura, talvolta solo finalizzata alla mera sopravvivenza.

...ma ne vale comunque la pena dal momento che solo una volta ci è dato vivere.
Fanno eco voci remote nel cui tono percepisco un velato disprezzo a questa mia lamentazione che sa di insulto nei confronti di chi, versando in condizioni davvero sconfortanti, pur non getta la spugna e s'oppone, con ogni mezzo, a contrastare l'ineluttabilità del destino, lottando e sperando.

Hanno ragione, le voci remote, a disprezzare questa mia pessimistica analisi?
No. E lo credo con fermezza,
Ogni vita è diversa dalle altre, seppur molte paiono somigliarsi, ma sono le nostre esperienze, la nostra sensibilità, e soprattutto la concezione di qualità, a definirne le differenze, cosicché nei confronti del medesimo argomento si hanno migliaia di punti di vista discordanti e, altrettanti, di reazione.
E non sempre è vero che chi dalla vita sia stato più provato sia, alla fine, il più disperato.
Marilena

domenica 13 marzo 2016

In fin dei conti a nessuno di noi è dato conoscere quanto durerà il tempo della propria attesa.



Stamani, causa un risveglio prematuro dovuto alle inquietudine feline di Cagliostro e alle ansie di  un mio sogno premonitore,  mi son decisa a ridiscendere nell'antro dopo un'assenza di otto mesi, in assoluto la mia latitanza più lunga.
Così alle 5,30 di stamattina mi sono ritrovata davanti la porta serrata dell'antro, in compagnia del cinguettio canoro dei passerotti appostati di vedetta sugli alberi, e delle nuvole transfughe, inseguite dalle ultime ombre notturne, sotto l'egida di una luna glabra e svogliata, che si andava lasciando languidamente irretire, dalla tenera, suadente luce dell'alba.
Ma, anche se dall'esterno l'antro mostra ancora la porta serrata e le finestre buie, non sono caduta nel suo teatrale inganno di sonno apparente, ben consapevole delle fibrillazioni già in atto al suo interno.

 Amaranta ha già bevuto il suo primo caffè ed ora sta fumando un cigarillo Moods, con Iggy, il piccolo killer affetto da d.o.c, attaccato alla sua sottana che recita sommesso psicotiche litanie, a cui fa da contrappunto il sereno silenzio di Kilroy, il piccolo Freak,graffity writer, reduce dall'ennesima notte insonne e battagliera, mentre Lizard/monna Lisa, la lucertolina bionda, stenta a riemergere dalle verdi profondità sotterranee del suo sonno di sfinge. Solitario, emerge dal buco remoto ove ha eletto la sua dimora, come fosse, invece, sulla tolda di una nave, Robinson, il topolino naufrago, ben desto e  pronto a gettarsi con entusiasmo all'arrembaggio del nuovo giorno, mentre BLOG, il mio figlio obeso e nichilista, assiso sul divano, come un piccolo Buddha, si accinge, come sempre accade al sorgere di una nuova alba, a scrutare il mondo attraverso gli oblò dei suoi futuristici occhialoni neri.
Solo dell'algida, perfettissima Imperatrice Camilla, ex amica ed ex biografa, non riesco a rilevare la presenza all'interno dell'antro, e così mi viene da ipotizzare, nel migliore dei casi, la sua assenza fisica, nel peggiore, invece, la sua avverata metempsicosi.

Non ho bisogno, quindi, di vedere per conoscere, azioni e contraddizioni, degli ospiti coi quali condivido, ormai da molti anni, l'antro. So di certo che anche se la mia assenza si fosse protratta per un tempo infinito, li avrei ritrovati intenti ad espletare gli stessi identici riti sopra descritti, nella ripetizione di un medesimo, invariato risveglio, privo della consapevolezza del dejavù.
Consapevolezza di cui, invece, io ho la piena responsabilità.
Io e la mia maledetta mania di trasformare in personaggio da romanzo chiunque transiti, anche solo momentaneamente, nella mia vita.
Ma attuare questa trasformazione è il mio modo di preservare dai rischi di una stolta umanizzazione, metterli in salvo rendendoli atipici, diversi, seppur fuorvianti.

Ora non mi resta che bussare alla porta e pazientemente attendere che qualcuno venga ad aprire, anche se questo potrebbe avvenire nel giro di pochi minuti o di un imprecisato numero di anni.
In fin dei conti a nessuno di noi è dato conoscere quanto durerà il tempo della propria attesa.

giovedì 10 marzo 2016

La fantasia mi ha salvata. La fantasia mi ha perduta.


Riprendo a scrivere dopo circa un mese di assenza, in piena crisi esistenziale, e con la valigia pronta a ripartire di nuovo. La mia pagina fb è chiusa, e seppur a malincuore anche quella di Amaranta: troppa noia, alla fine, e troppa banalità. Il mio entusiasmo si è spento e, anzi, mi rendo conto di averlo forzatamente tenuto acceso col fuocherello delle illusioni. Forse la pagina di Amaranta la riapro, se però mi riesce di tenere in vita questo blog, da cui ho estrapolato brani ed interi capitoli, atti a personalizzare la stessa. Ma la mia pagina fb no, quella è definitivamente chiusa. Mi sono resa conto di esser caduta anch'io nella trappola del non senso e delle vite illusorie, che è, in definitiva questo social network. E così me ne sono tirata via: delusa dal virtuale (ma questo è stata solo una riconferma) ma ancor più amaramente dal reale. In definitiva l'uno è lo specchio dell'altro, e questo pur lo sapevo, ma quando si è in cerca di appigli per non precipitare anche un esile fuscello ha parvenza d'arbusto. Solo parvenza, però. Regina degli incantesimi, come spesso ho fatto nel corso della mia vita, ho trasformato ciò che non era in ciò che volevo fosse, e lì vi ho profuso, a piene mani, e con una certa dose di convincimento, (ma dovrei meglio dire di auto ipnotismo), le mie energie intellettuali. Scarse e molto provate, ad essere oggi fino in fondo sincera nel constatare l'insuccesso di questo intento rigenerativo. Per circa un mese ho tenuto spento il computer, contenta di poter disporre appieno dell'interezza delle mie ore, consacrandole, finalmente, a qualcosa di più costruttivo e soddisfacente. Soprattutto tangibile. Ma l'unica differenza, tra il reale e il virtuale, è che il vuoto esistenziale  nel primo caso lo intuisci, nel secondo, invece, lo tocchi. Eppure questo lo sapevo già, esperienza acquisita sul campo, ma alternative non ne ho viste, non ne vedo, (e forse davvero non ce ne sono). Ed ecco che, per sopravvivere, ho costruito intenzionalmente nel corso degli anni, un  micro sistema, per sentirmi al sicuro, alla stregua di certi piccoli animali che, per non essere catturati, mai fuoriescono dal loro perimetro abitativo, limitandosi a poche e necessarie escursioni, cosicché il mondo esterno lo teorizzano sulla base delle ipotesi e della fantasia. La fantasia, in effetti, si è rivelata un'arma a doppio taglio: troppa, fervida e pericolosa. Un labirinto, talmente intricato, dove più volte mi sono smarrita; un laboratorio d'alchimista dove ho plasmato, o rimodellato, caratteri e realtà al solo scopo di rendermeli accettabili; un'impresa edile, dove i muri non li ho abbattuti ma resi solo più sottili, a volte perfino trasparenti, un divisorio, tra me e l'esterno, che però sempre permaneva. La fantasia mi ha salvata. La fantasia mi ha perduta. Tra le due affermazioni c'è l'intero arco della mia vita. Eppure la fantasia è paradossalmente l'unica cosa concreta di me. Prigionia e libertà.
 Un'immensa bolla di sapone in grado di sostenere il mio peso corporeo.
Marilena

mercoledì 9 marzo 2016

HeyJoe (cap 3)



(Pubblicato nell'antologia "Il tango di Cloe" da "Writer Monkey" Maggio 2018)


 
Il papà, Mattew ed HeyJoe, s'erano intanto seduti nell'auto "chenonhanientechenonva", per trovare riparo dalla calura insopportabile e fare insieme il punto della situazione.
Oltre che ascoltare quella importante rivelazione che strettamente riguardava HeyJoe e il nonno.

- Non voglio illuderti, Mattew, il nonno è andato via per sempre o, almeno, fino al giorno in cui non ci sarà dato incontrarlo di nuovo. Sentirai la sua mancanza e farà male. Ma questo star male ti farà crescere e diventerai più forte. Ci saranno, nel corso degli anni futuri, altre assenze nella tua vita e nessuna formula magica ad impedire che avvengano. Ma nessuno di chi ti ha voluto bene andrà mai via senza lasciarti nulla che te lo ricordi, un pezzettino tangibile di quell'amore così grande che niente e nessuno potrà mai toglierti. E' tutto chiaro fin qui, Mattew? -

- Non è giusto però, papà, che le persone che ci vogliono bene debbano morire. Questa proprio non la capisco. Sono quelli cattivi che dovrebbero morire, non il nonno -
- Si deve morire per far spazio agli altri che arriveranno dopo di noi. Però a tutti è dato il tempo sufficiente per gioire, amare, entusiasmarsi e condividere. E questa è una gran cosa, Mattew, davvero una magnifica possibilità. E il nonno l'ha sfruttata tutta e al meglio. Dobbiamo impegnarci a farlo anche noi. Insomma, è questo il compito che ci è stato assegnato: essere felici e far felici chi amiamo. E tu, Mattew, lo stai facendo benissimo. Fai felice un sacco di gente: me, la mamma, gli zii, la maestra, i tuoi compagni di scuola, davvero tante persone. E poi anche HeyJoe. Non t'importa più di lui? -

 Sentendosi tirato in ballo, HeyJoe s'era prodigato a dare il suo contributo in fusa, affettuose e dolenti al contempo. Fusa misurate, così come il momento richiedeva, ma partecipate e solidali, che quel lutto aveva colpito anche lui. Era stato proprio il nonno, in un tardo pomeriggio autunnale, a raccogliere il cucciolo, bagnato ed affamato, che vagava impaurito sotto la pioggia battente, lungo quella stessa strada dove ora erano parcheggiati.
- HeyJoe, dove te ne vai? Scommetto che con questo tempaccio un passaggio lo accetti volentieri. Dai, salta su -
Il nonno aveva spalancato la portiera della sua auto e quella della sua vita: HeyJoe era salito a bordo e non ne era più disceso.

- Sai, Mattew, HeyJoe avrebbe potuto chiamarsi con mille altri nomi, sarebbe sempre stato un gatto magnifico come lo è ora, ma il nonno ha voluto renderlo unico omaggiandolo di un nome strano e che forse nessun'altro in tutto il mondo possiede. Il nonno diceva che il nome, nella vita di ognuno di noi, riveste un'importanza fondamentale poiché sarà quello con cui, per il resto dei nostri giorni, verremo identificati. Amati o odiati, amava aggiungere poi con grande saggezza. Hey Joe è il titolo di una canzone che il nonno amava molto e Jimi Hendrix il nome del cantante che l'ha resa famosa. Il nonno era un fan appassionato di Hendrix, aveva tutti i suoi dischi e, quando poteva, non si perdeva un concerto. Una volta lui e Jimi si sono perfino parlati...non una vera conversazione piuttosto uno scambio di sorrisi, come avviene quando si ha un' intesa e non c'è bisogno di parole. Il nonno, non trovando i biglietti per assistere all'esibizione del suo idolo, s'era fatto assumere come uomo delle pulizie nel locale dove Hendrix si sarebbe esibito, e dopo che il concerto ebbe termine, e il locale s'era svuotato, aveva iniziato a dar entusiasticamente di ramazza sotto il palchetto dove s'era svolta l'esibizione canticchiando "Hey Joe", quando una voce s'era aggiunta a fargli da contro canto, e indovina un po' di chi era quelle voce? Proprio quella del grande Hendrix che era tornato a riprendersi la sua Fender Stratocaster, la sua leggendaria chitarra elettrica. Hendrix sul palco, e il nonno sotto, che cantano insieme "Hey Joe" e poi, Jimi che scende e gli sorride e gli dà una pacca sulla spalla e gli strizza l'occhio mentre s'allontana. Il nonno, se avesse avuto solo un pochino più di tempo per stare con te, ti avrebbe raccontato questa storia con la voce un pò tremante, che dopo tanti anni ancora il ricordo lo emozionava. E così svelato il mistero del nome di HeyJoe che avrebbe benissimo potuto chiamarsi Hendrix o Jimi, o in qualsiasi altro modo, ma pensaci Mattew, quanti al mondo, tra felini e umani, si chiamano Hendrix o Jimi? Un numero enorme. E quanti, invece, HeyJoe? Di HeyJoe sull'intero pianeta, puoi scommetterci, c'è solo lui, così come di Hendrix ce ne è stato uno solo, e di nonno anche, perché seppur siamo in tanti, e dobbiamo andarcene per far posto a tutti quelli che verranno, ognuno di noi è unico ed irripetibile. Il nonno diceva che il nome è un dettaglio importante perché è con quello che veniamo identificati, amati oppure odiati. Ma il nome da solo non basta, siamo noi che possiamo accrescerlo, nel corso della nostra vita, di gloria o di vergogna. Cosa ne pensi? Mi pare che sia una gran bella storia questa del nonno e di Hendrix, -

- E' una bella storia anche per HeyJoe, papà. Il nonno gli voleva bene. -
- Un gran bene, per questo te lo ha affidato, sapendo che tu ne avresti avuto particolare cura, proprio come avrebbe fatto egli stesso. Vedi, Mattew, il nonno, chiamando questo micino HeyJoe, ti ha regalato anche un pezzetto del suo cuore, quell'angolino dove, ancora dopo tanti anni, custodiva con intatta tenerezza l'emozione di quel momento. Il nonno lo avrai sempre vicino, Mattew, se saprai custodire il suo ricordo in qualche parte del tuo cuore, anche se ora, e per tanto tempo ancora, sentirai insopportabile la sua mancanza. Non voglio ingannarti e dirti che sarà facile, ma fuggire non servirà a lenire quel dolore che possiamo, invece, condividere. Uniti saremo meno soli e più forti. Tu che ne pensi, HeyJoe? -

Il gatto, acciambellato sulle gambe di Mattew, s'era limitato ad un neutro miagolio col quale si rimetteva alla decisione del padroncino: se occorreva l'avrebbe seguito fino in capo al mondo anche se così avrebbe dovuto rinunciare agli agi della casa, e a quelli del patio, su cui godeva l'indiscusso dominio. Ma, qualunque decisione avrebbe preso Mattew, lui l'avrebbe fatta sua.

Istintivamente la mano di Mattew era scesa ad accarezzare il collo di HeyJoe che, grato, lo andava ricambiando con leccatine e sottofondo di fusa. S'era attardata, la mano del bambino, nel folto pelo  del gatto, attingendone rassicurante calore. Quella nota di  rasserenante benessere che gli ricordava gli amorevoli abbracci della mamma  quando di notte un mostro si materializzava nel buio della sua stanza. Da HeyJoe emanava lo stesso confortante calore, lo stesso profumo di buono delle pareti di casa, dove era impresso l'odore di ognuno dei suoi abitanti: quello dolce della mamma, quello speziato del papà, quello di cuoio del nonno, quello di tana di HeyJoe. In nessun'altro luogo si sarebbe sentito compreso e protetto come fra le pareti di casa sua, perché il suo dolore era lo stesso che provavano le persone che più lo amavano. Amavano lui, amavano HeyJoe, avevano amato il nonno. ed avrebbero continuato ad amarlo anche ora che non c'era più. Non esisteva al mondo nessun altro luogo, come casa dove poter sperare di guarire, o almeno mitigare quel dolore che ora provava. Eppoi la casa era ancora piena della presenza del nonno e lo sarebbe stata per sempre. Era quello il suo posto. Il papà aveva ragione.

- Torniamo a casa, papà. Torniamo a casa -

domenica 7 febbraio 2016

HeyJoe (cap. 2)


(Pubblicato nell'antologia "Il tango di Cloe" da "Writer Monkey" Maggio 2018)


 I due procedevano affiancati lungo la strada calda e deserta: Mattew concentrato sul suo misterioso problema, HeyJoe,  attento e quieto complice.
...poi, a rompere tutto quel silenzio, il rumore affannato del motore dell'auto del papà di Mattew, che sembrava sempre sul punto di tirar le cuoia, ma alla parola "rottamazione", ecco che magicamente ripartiva alla grande, sicché "rottamazione" aveva assunto per Mattew la stessa valenza dell'abracadabra e dell'apriti sesamo delle fiabe.
"Rottamazione", di certo  doveva essere una parola magica se era in grado di resuscitare un auto che è solo metallo, per di più sprovvisto di udito, ben avrebbe potuto compiere lo stesso miracolo nei confronti del nonno.
Che stupido, pensò Mattew, cercar lontano una soluzione quando, invece, era così a portata di mano.
"Rottamazione", pronunciata a voce alta e con convincimento, avrebbe restituito la vita al nonno.
"Rottamazione" era l'espediente che avrebbe potuto risolvere ogni cosa.
Perché nessuno, nemmeno il papà, ci aveva pensato?

- Ciao Mattew -
- Ciao papà -
-Vedo che indossi il berretto e gli occhiali del nonno: ottimo. Sono entrambi utili a contrastare il caldo, e oggi ce n'è a sufficienza per tutto il resto dell'anno. Sei diretto in qualche luogo preciso? Lo vuoi un passaggio? Credo che HeyJoe lo accetterebbe volentieri visto che lui è sprovvisto di  cappellino ed occhiali e la strada sembra bella calda -
- HeyJoe, se vuole, può accettarlo il tuo passaggio -
- Dubito che lo faccia senza di te. -
- Faccia quello che vuole -
- Beh, non sei generoso nei suoi confronti. Lui si è rivelato essere un buon amico per te, ti vuole bene, ed anche ora te lo sta dimostrando. Che ti sta accadendo, Mattew? -
- Il nonno mi voleva bene, ma tu l'hai lasciato morire. Sono sicuro che morirà anche HeyJoe, e tu non farai nulla nemmeno per lui. Tu vuoi bene solo a questa tua stupidissima macchina -

In preda alla violenza della propria emozione, Mattew iniziò a sferrar calci alla portiera dell'auto.
I calci non erano lacrime ma sortivano lo stesso effetto di svuotamento.
Di sfinimento.
...per ritrovarsi, alla fine esausto, senza più rabbia, tra le braccia del padre.

- Perché non l'hai pronunciata anche per il nonno la parola magica con la quale riesci a far ripartire la tua auto?  "Rottamazione" e il nonno non sarebbe morto -
- Mattew, nessuna formula avrebbe riportato in vita il nonno. Se fosse stato possibile pensi che non l'avrei fatto?  "Rottamazione" con la nostra auto funziona perché è un gioco che ho inventato io per farti ridere. Ti ricordi la prima volta che l'ho pronunciata? La macchina stentava a mettersi in moto ed io, per sollecitarla, ho detto "rottamazione" e lei è subito ripartita. Quella è stata pura fatalità, ma dal momento che la cosa ti ha così tanto divertito io l'ho trasformata in un gioco. Ero io a togliere giri al motore per poi farlo di nuovo ingranare. Sapevo che tu aspettavi il momento delle bizze dell'auto e della mia collera divertita. "Rottamazione" io la pronunciavo a voce alta ed in tono perentorio, e so che anche tu, dal sedile posteriore, la sussurravi. Vedevo, dallo specchietto, le tue labbra muoversi e subito dopo avveniva la magia, e tu scoppiavi a ridere. Non ha nulla che non va la nostra macchina, era solo uno scherzo. Volevo bene al nonno, Mattew, quanto gliene volevi tu. Lui era mio padre. Abbiamo fatto tante cose insieme, esattamente come facciamo noi. Ecco, solo che a me non ha mai potuto regalare un gatto come HeyJoe, perché nel condominio dove abitavamo era vietato tenere animali. Ma sai una cosa? Credo che anche a me avrebbe suggerito di chiamarlo HeyJoe, ed io lo avrei accontentato. E' proprio un bel nome. E poi c'è tutta una storia su quel nome. Se vuoi te la racconto. Lo avrebbe fatto anche il nonno, ma non ne ha avuto il tempo. Voleva solo aspettare che tu fossi un pochino più grande per apprezzare davvero questo suo regalo -

sabato 6 febbraio 2016

HeyJoe (cap 1)



(Pubblicato nell'antologia "Il tango di Cloe" da "Writer Monkey" Maggio 2018)



 Camminavano vicini, EhyJoe e Mattew, sulla strada a quell'ora deserta, inondata dal sole.
Mattew indossava un cappellino dei Chicago Bulls, scolorito e troppo grande per la sua testa, e in bilico sul naso, occhiali Ray Ban, dietro cui scompariva metà della faccia.
HeyJoe, il gatto di casa, lo seguiva trotterellando, adattando il suo passo a quello di Mattew.

Sulla strada non c'era anima viva, cosicché i due camminavano, all'apparenza fieramente spavaldi, proprio al suo centro, entrambi con l'aria agguerrita di chi è pronto a sfidare il mondo.
Mattew, in verità, ogni tanto si voltava indietro come chi teme, o spera, di esser seguito, e così si sarebbe potuta leggere una certa delusione nei suoi occhi, semmai fosse stato possibile catturarne lo sguardo dietro quegli occhiali troppo grandi, e realizzando che non c'erano altri nel raggio di mille miglia, oltre lui e EhyJoe.
E allora accelerò il passo guardando dritto davanti a sé, una spavalderia smentita, però, dall'increspatura delle labbra, mimica che preannuncia il pianto, si sarebbe potuto immaginare che nella sua piccola persona fosse incorso una strenua lotta per ricacciare indietro le lacrime.
Anche se, per esperienza personale, Mattew sapeva che le lacrime ingarbugliano la vista, danno origine a miraggi, materializzano fantasmi, e rendono impraticabile anche la strada più sicura, meglio, quindi, evitarle.
Calcò la visiera del cappello ancor più sugli occhi, ben determinato a percorrere tutto il sentiero fino alla sua fine e, seppur non ne conosceva l'estensione, immaginava che prima o poi una fine ci sarebbe stata,
Non gli importava quante ore, quanti giorni, quanti mesi, o addirittura anni, ci avrebbe messo  a raggiungere quella meta di cui nulla sapeva ma fantasticava miracolosa, che di tempo ne aveva una vita ancora tutta intera.

EhyJoe lo seguiva paziente, anche se avrebbe preferito continuare la siesta nella frescura del patio, al riparo del sole e dall'abbaiare dei cani che, quel pomeriggio, s'erano rivelati più molesti del solito, in aggiunta ad uno straordinario, inspiegabile, viavai di amici e parenti che, a quanto gli era dato sapere, non era domenica né altra festa, nessun barbecue a sfrigolare allegramente in cortile, nessuna festosa baldoria di tavoli apparecchiati.
Eppoi,Mattew in fuga, e nessun invito a seguirlo, per la prima volta deliberatamente ignorato, escluso da quella nuova, misteriosa avventura, ma pure s'era sentito in dovere di seguirlo per sincerarsi che non si sarebbe cacciato in guai troppo seri.
Nei guai ci si finiva in due, mai da soli: questo il patto stabilito che EhyJoe non avrebbe mai violato.
Mattew lo aveva protetto in più di un occasione, anzi, a dirla tutta, s'era assunto spesso la responsabilità della sua irruenza felina, finendo tante volte in punizione al posto suo.
D'altra parte, EhyJoe, il suo amico non lo avrebbe mollato per nulla al mondo, e scontare il castigo in due s'era rivelato non esser poi così tanto male.
Correva veloce Mattew, ma lui non ci aveva messo molto a raggiungerlo e, silenziosamente s'era posto al suo fianco: qualunque cosa stesse accadendo lui ci sarebbe stato.

domenica 31 gennaio 2016

E' una tristezza che sa di nostalgia, da consumarsi dietro i vetri di una finestra bagnata di pioggia.

Le ore rotolano dalle mie dita come perle sfilate di una collana.
Cadono a terra tintinnando in un suono allegro di sfida, e mentre io mi affanno a rincorrerle, quelle, impertinenti, si vanno ad annidare negli angoli più angusti, impenetrabili alle mie mani.
Alacri i miei polpastrelli scavano nella polvere stagnante sotto gli arredi, cercando inutilmente di afferrare le minuscole sfere che agili sfuggono alla presa, lasciandomi a mani vuote.

Il tempo non lo afferri, non lo trattieni e neppure lo possiedi.
Ti è solo concesso di vederlo scivolar via dalle dita, una perla dietro l'altra, a tracciare il tuo cammino a passo di danza verso il buio, e tu, qual'ora decidessi di deviare il tragitto su un percorso alternativo, faresti bene a non illuderti che tanto la meta è già decisa.

Malinconia di stampo retrò, semmai alla mestizia fosse possibile dare una connotazione, la mia attuale sarebbe di questo genere.
Uno spleen all'assenzio da consumarsi, sulla scia dei ricordi, dietro i vetri di un bistrot parigino, memoria di un'estate ormai lontana, luccicante del riflesso grigio/azzurro di neonate nubi implumi, e poi, ancora, le stesse a rincorrermi dietro il finestrino di un treno, nel viaggio di ritorno a  Roma, alla mia casa, alle mie certezze, alla mia collezione di collane ancora intatte.
La luce tenue di un abat jour e sul comodino i libri di Sartre e Simone de Beauvoir, e l'inganno scintillante dei miei lunghi fili di perle appesi allo specchio.
Tutto odorava di Francia in quel periodo della mia vita, soprattutto la primavera, una stagione da  me a torto sottovalutata, (troppo azzurra e botticelliana, in quel periodo la mia preferenza già andava all'autunno, esistenzialista e filosofo, che quando si è  molto giovani si ha la pretesa a voler essere già adulti e vissuti) ma che a distanza di tempo scopro, invece, esser quella che ha conservato inalterata tutta la sua gioiosa fragranza.

Devo averla vissuta, la mia primavera, in modo subliminale ma profondo, e averne inconsciamente fatto incetta, se oggi piacevolmente la riassaporo, complice questo strano Gennaio, tiepido e volitivo come fosse Marzo, che le idee confuse (non parlerei d'inganni) le ha anche il tempo, o chi per noi lassù programma il calendario delle stagioni, che una svista simile ce lo rende più simpatico e  alla nostra portata, e ridiamo di questa sua bizzarria, dimenticando che di astruserie simili ne abbiamo già vissute, salvo poi dimenticarcene ,perché  è facile cancellare pezzi della propria vita  (io ho interi capitoli di cui non conservo memoria, e mi ci danno dietro a quei vuoti quando ne vengo edotta attraverso il racconto degli altri.)

Dov'ero io?
Se c'è chi ricorda la mia presenza l'unica assente era la mia mente consapevolmente intenta a non prestar attenzione, a non voler vedere, a non voler sentire per non dover poi ricordare, perché viene più facile stare dietro ai propri sogni che a quella realtà dalla quale si vuole prendere le distanze. E allora ecco si sale con la memoria retroattiva sul primo treno verso la Francia, seminando metaforici chilometri di distanza tra noi e quella realtà che non vogliamo, sbirciando dal finestrino come dalla vetrata di un bistrot, il lucore del riflesso grigio/azzurro di nubi neonate, destinate a  non sfociare in pioggerella o in burrasca, ma a rimanere in eterno appese, come miti lampioncini, ad un cielo di cartapesta, capolavoro d'ingegneria neo realista, che tanto pare esser vero, ma che a prevenir smentite, l'acume dell'inventore lo ha posto così in alto da impedire a chiunque volesse sincerarsi della sua autenticità di poterlo anche solo sfiorare, nella consapevolezza di venir poi sbugiardato
E' una tristezza che sa di nostalgia, da consumarsi dietro i vetri di una finestra bagnata di pioggia.
Marilena

venerdì 8 gennaio 2016

Eppur si va avanti

INCONTRO
Fu quando smisi di cercare l'uomo della mia vita che incontrai me stessa.
E incredibilmente mi piacqui.
E mi bastai.
(Amaranta)


In questo breve scritto è contenuto tutto il bilancio dell'anno appena trascorso.
Un bilancio incredibilmente positivo che racconta di un equilibrio personale ormai consolidato nella consapevolezza nelle mie capacità, e dall'impegno profuso a non ricadere nel gorgo della depressione.

In quest'inizio d'anno in cui anche la morte ha fatto la sua macabra apparizione, portandosi via, il 2 di Gennaio, un amico fraterno, meraviglioso ed insostituibile, che ha lasciato un vuoto davvero enorme nella mia vita quotidiana.
....e l'irrealtà che ne consegue, che è quella di muoversi in un universo noto ma, al contempo, diverso.

Eppur si va avanti, nonostante il dolore e l'incredulità per una vita falciata via nel giro di 5 mesi, dove tutto è stato tentato, tra speranza e disperazione, e la sentenza definitiva a cui ancor oggi, nonostante la sua morte, faccio fatica a dar credito.

Sarà un lungo inverno nell'attesa della sempre troppo breve estate, e  necessiterà dunque addolcire questo intervallo con quello che si ha e come meglio si può, nella consapevolezza che tutto inizia per poi finire, e che l'unico lasso di tempo che si propone davvero eterno è proprio quello dell'attesa.

L'anno è appena iniziato mentre una vita si è da poco conclusa.
Capitoli che si aprono e capitoli che si chiudono, che vanno ad intersecarsi con questo paragrafo della mia vita così esaltante, nonostante il lutto, da indurmi a soffermarmi, senza averne troppa paura, sul pensiero della morte, che un giorno anche per me arriverà.
E vorrei trovasse una donna soddisfatta, felice di aver vissuto ad onta di tutte le contraddizioni (di quelle di cui ho avuto consapevolezza e di tutte le altre di cui non mi sono resa conto) e soddisfatta di esser riuscita a plasmarmi così come sono.
Marilena

domenica 20 dicembre 2015

Nuove trame



Nell'antro fervono i preparativi per il Natale, me lo raccontano i rumori, e le voci spesso concitate, che provengono dal basso. Non ho bisogno di scendere per vedere cosa sta accadendo poiché a memoria conosco i miei protagonisti e le loro performance rituali.
Perché è di riti che si parla, quegli stessi che vanno in scena ormai da anni e di cui nessuno di noi può farne a meno, pena la perdita della memoria.
E' da circa due mesi che non vi  faccio una capatina, da quell'otto di Novembre, giorno in cui è giunto  qui a Roma il piccolo Conte Cagliostro del Vlad, a stravolgere in positivo la mia vita.
E così, se nell'antro va in scena una commedia già collaudata, e che può quindi essere inscenata senza la mia regia, io mi ritrovo nel mio appartamento a doverne scrivere una inedita, dove è prevista la partecipazione, come protagonista principale, del piccolo felino che man mano che passa il tempo si disvela sempre più in tutta la sua regale grazia di sinuosa pantera in miniatura.
Ed ecco allora che da regista mi trasformo in spettatrice, attenta a non perdermi neppure un passaggio di questo suo meraviglioso, felino sbocciare, non solo nel fisico ( una struttura solida, compatta, ma al contempo agilissima e scattante, che la tensione dei muscoli si rivela nella posizione a lui più congeniale, quella del cacciatore nell'atto di avventarsi contro la preda), ma anche nell'evoluzione del comportamento e dell'apprendimento di codici comuni  e dell'etica della convivenza.
 Siamo troppi presi, in questo attuale momento, a stabilire intese e approfondire la reciproca conoscenza, che tutto il resto, quello già consolidato, può benissimo aspettare.

...eppoi le nuove trame hanno sempre bisogno di ritocchi e di perfezionamenti, soprattutto in corso d'opera, quando è più facile cogliere il dettaglio difettoso e correggerlo in tempo reale, cosicché l'accuratezza della tessitura non appaia deturpata da particolari impropri o inopportuni.

Nell'antro tornerò agli inizi di Gennaio, quando terminato il clangore delle feste, ed esauriti gli eccessi degli entusiasmi e dei nervosismi, che anche lì si consumano, tutto sarà ritornato alla solita innocua, coadiuvata follia.
Marilena

mercoledì 9 dicembre 2015

Divine condivisioni

Riprendo a raccontare sulle pagine del mio diario, a un mese esatto dal suo arrivo, della fantastica convivenza con il mio nuovo coinquilino, il Conte Cagliostro del Vlad, di cui mostro una foto.


Il Conte non è di quegli aristocratici con la puzza sotto il naso, niente affatto snob, da subito mi ha lasciato ampio spazio d'interazione in modo che io potessi, in maniera soft, capire quanta confidenza avrei potuto lecitamente prendermi senza incorrere in spiacevoli fraintendimenti.
Il mio temperamento, materno e al contempo passionale, fa si che le mie dimostrazioni d'affetto siano talvolta irruente, chiassose ed istintive, molto teatrali, e il piccolo Conte, seppur magnanimamente le sopporta, non sempre dà mostra di apprezzarle.
Allora faccio un passo indietro, chiedo scusa e mi dileguo, attendendo il momento in cui sarà lui a cercarmi per reclamare, con grazia regale, un bocconcino o una carezza.
Quando avanza con la coda dritta (spettacolare quella sua coda bicolore, che svetta nera nella parte superiore e grigia in quella inferiore, così come lo è nel sottopancia, della stessa soffice tonalità che alla luce acquista sfumature d'argento e metallo, che irradiano in un'aura avvolgente, così da farlo somigliare ad un fantastico cavaliere lunare), e il richiamo, dolce ed imperativo, del sovrano che è disponibile, solo in quel momento, ad accogliere le mie suppliche e concedersi alla mia ammirazione.

Solo i gatti, tra tutti gli esseri viventi, possiedono il misterioso segreto della seduzione innata, solo loro ne conoscono gli atavici codici, e così quando ti permettono un sia pur momentaneo approccio a quella loro sublime divinità, ti par di toccare il cielo con un dito, perché non c'è nulla di più spontaneo, incorrotto, prezioso e sincero, di quel momento condiviso.
Marilena