- Non c'è n'è più di tempo, nè di pazienza, venite subito giù!-
Il tono imperativo del colonnello Dixon ha convinto Osmond Cox a prendere sul serio il suo ultimatum, e così s'accinge, con notevole difficoltà, a discendere dall'imponente albero.
Il buio e i rami compatti non lo favoriscono di certo, così avrebbe volentieri aspettato i primi chiarori per intraprendere la discesa, ma è pur consapevole che le minacce di un uomo psicologicamente provato non vanno sottovalutate, e questo lo sprona a strisciare il più velocemente possibile sul ruvido tronco della sequoia, ignorando le ferite prodotte per guadagnarsi la strada verso il suolo.
- Voglio sapere che direzione ha preso mia figlia, chi siete e cosa stavate tramando nascosto lassù. -
- Sono Osmond Cox del "Newspaper of Culver City"e stavo cercando spunti per scrivere un articolo non banale sul "Great Sea Circus". Insomma, producete spettacoli di prima grandezza ed era mia intenzione pubblicare qualcosa al vostro livello. -
- In parole povere stavate spiando.-
- Stavo solo facendo il mio lavoro col quale vi avrei reso un gran bel servizio. -
- Già, lo immagino. Cosa speravate di vedere? Dovete essere o molto stupido o incredibilmente presuntuoso se avete pensato, anche per un solo momento, di poter penetrare così facilmente i segreti del "Great Sea Circus". Altri prima di voi ci hanno provato e nessuno c'è mai riuscito. Povero ingenuo, come avete potuto illudervi che fosse alla vostra portata? Vi consiglio di non favi più vedere quà intorno e di non scrivere nessun articolo o, vi prometto, che sarò io a scrivere il vostro necrologio. Ed ora ditemi quale strada ha preso mia figlia e badate bene d'indicarmi la direzione giusta.-
- Io vi dirò dov'è andata la ragazza ma voi mi dovrete svelare qualche segreto, sia pur piccolo, dei vostri fantastici macchinari. Uno scambio alla pari, così come avevamo concordato. -
- Non ricordo di aver pattuito nulla con voi. In piedi! Verrete con me alla ricerca di Ketty, così se mi avrete mentito mi risparmierete la strada per tornare indietro ad ammazzarvi -
Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.
venerdì 14 settembre 2012
mercoledì 12 settembre 2012
L'addestratore di cavallucci marini (cap 10)
BREVISSIMO RIASSUNTO
Gli artisti del "Great Sea Circus" diretti in California sono costretti, a causa dell'azzoppamento di Shadow il prodigioso mustang del colonnello Dixon, a far sosta a Culver City, desolata cittadina dell'entroterra californiano.Qui, bene accolti dagli abitanti, trovano alloggio presso il saloon di Miss Rose Pure dove, in cambio dell'ospitalità, si preparano ad allestire un'anteprima del loro fantascientifico spettacolo.
Ketty, la giovane acrobata e figlia del colonnello Dixon, s'infatua della vita stanziale e si ribella al padre che vuol far di lei una stella del circo, e fugge.
Il colonnello Dixon è convinto che sia stata Miss Rose ad irretire Ketty e spingerla alla ribellione ed alla fuga ma non è, invece, dello stesso parere Mr Wolf, direttore del "Great Sea Circus" che vede in Miss Rose, donna spregiudicata e volitiva, grandi doti artistiche e vorrebbe convincerla a prender parte allo spettacolo cedendo a lei il suo ruolo che è quello de" l'addestratore di cavallucci marini", un numero sensazionale di cui, il giornalista Osmond Cox, a caccia di scoop, è ben deciso a svelare, insieme ai segreti dei complessi macchinari anche i retroscena della vita degli artisti.
E così lo ritroviamo, in questo capitolo, ancora appollaiato sull'altissima sequoia prospiciente l'accampamento del circo.
L'ADDESTRATORE DI CAVALLUCCI MARINI
capitolo 10
- Sareste una bella coppia voi due: un illusionista ed un' imbrogliona. Mentre tu visualizzi il sogno la nostra Rose lo concretizza. Povero Wolf, ti ha sedotto proprio come ha fatto con la mia Ketty. Non mi serve il tuo aiuto, la ritroverò io, da solo -
Senza attendere risposta il colonnello Dixon, guidato dall'istinto e dalla caparbietà, s'inoltra nel buio intenzionato a ritrovare sua figlia per indurla, con le buone o le cattive, a tornare sui suoi passi.
Nel recinto di Shadow, con l'ausilio di una lanterna ispeziona il terreno alla ricerca di una qualsiasi traccia da cui dedurre la direzione verso cui Ketty s'è incamminata, assolutamente inconsapevole dei numerosi pericoli di una fuga malamente organizzata, affidata unicamente alle capacità d'istinto e di resistenza del mustang ancora claudicante.
Di sicuro non possono aver percorso troppa strada.
- Io conosco la direzione verso cui la ragazza s'è incamminata -
La voce è così chiara da squarciare il buio ed illuminarlo su quella maledetta incognita che gli sta facendo perdere del tempo preziosissimo.
Un miracolo insperato.
- Chi siete e cosa ci fate appollaiato lassù?- chiede stupito il colonnello Dixon
- Sono l'unico che vi può aiutare ma il mio aiuto non è gratis, esige uno scambio -
- Di che scambio andate farneticando? Scendete prima che v'impallini come un fagiano, ho una mira ottima anche di notte e, se non mi riuscisse di uccidervi subito, di certo riuscirei a farvi molto male. -
- Non farete nulla per nuocermi perché io conosco la direzione verso cui s'è diretta la ragazza, ma non ve lo dirò se non accetterete le mie condizioni. -
- Maledizione, non fatemi perdere la poca pazienza che ancora mi rimane, chi siete?-
- Uno che da quassù ha visto molto ma non abbastanza di ciò che davvero m'interessa e così, ecco, credo che voi possiate sopperire a questa mia esigenza allo stesso modo in cui io posso supplire alla vostra. Un onorevole scambio alla pari.-
- Ok, ora inizio a sparare e così, se non volete dirlo a me, dovrete spiegare ad un bel pò di gente, tra cui lo sceriffo, il motivo per cui vi trovate lassù. -
- No, non sparate, ma scendere non è affatto facile, è così buio che non vedo neppure le mie mani.-
- Va bene, allora vorrà dire che vi agevolerò il compito facendovi cadere come un sacco bucherellato. -
- No, aspettate, scendo. Datemene il tempo. -
- Non c'è n'è più di tempo, né di pazienza, venite subito giù!-
venerdì 31 agosto 2012
A proposito di me
All'inizio della storia c'ero io, Marilena, io soltanto, donna in carne ed ossa e nessuna alter ego a contendermi la scena.
Un lungo periodo in cui sono esistita nella bellezza e nell'orrore della sola me stessa, splendida ed opaca, secondo l' umore o di come buttava la giornata.
Unica stella a splendere di luce ad intermittenza, quella che meno si notava tra il bagliore perenne delle altre.
Un riflettore, i tuoi occhi, a cui nulla sfuggiva di me, nemmeno la particella più insignificante del mio complesso io, come un battito di ciglia o un sospiro appena percettibile.
Nuda sotto quel riflettore, consapevole ed impudica, sempre appassionata, però, che il sangue l'ho bollente di natura, cosicchè la mia irruenza tracima inarrestabile sia nella collera che nell'amore.
Datemi un palcoscenico ed io mi rivelerò senza vergogne anzi, sputando fuori, e senza alcun ritegno, la megalomania dei timidi, quella che frigge sotto la crosta del vulcano, pronta ad erompere in superficie, sbalorditiva e spiazzante di ogni presunta prevedibilità.
Datemi un pubblico ed io sarò come non sono mai stata, attrice esperta nell'arte dell'affabulazione, levigata in superficie ma intrigata nel profondo, un coacervo inestricabile di rovi puntuti e di succhi amari.
Cos'hai amato di me?
C'è stato un tempo in cui volevi tutto e nulla sembrava mai saziarti: bocconi di anima e di testa.
Così hai iniziato a scavarti una strada, dalla vagina al cervello, un percorso privilegiato all'interno dei rovi e dei succhi amari e delle mie luci intermittenti, per possedermi davvero e totalmente.
Un percorso lussurioso, attraversato dai fiumi sempre in piena della gelosia e della tenerezza, con gli orizzonti immuni dal silenzio perchè c'era sempre un nome da pronunciare, o una parola di rabbia o di comprensione, o un gemito di appagamento.
Bandito il silenzio, i rovi puntuti s'aprivano al vento noto della tua voce e alle esigenze delle tue dita, mentre i succhi amari acquisivano inaspettata dolcezza, fermentando umidi nella tua bocca, trattenuti dalla tua lingua in simbiosi coi tuoi.
Ma questo è stato tanto tempo fa.
Marilena
Un lungo periodo in cui sono esistita nella bellezza e nell'orrore della sola me stessa, splendida ed opaca, secondo l' umore o di come buttava la giornata.
Unica stella a splendere di luce ad intermittenza, quella che meno si notava tra il bagliore perenne delle altre.
Un riflettore, i tuoi occhi, a cui nulla sfuggiva di me, nemmeno la particella più insignificante del mio complesso io, come un battito di ciglia o un sospiro appena percettibile.
Nuda sotto quel riflettore, consapevole ed impudica, sempre appassionata, però, che il sangue l'ho bollente di natura, cosicchè la mia irruenza tracima inarrestabile sia nella collera che nell'amore.
Datemi un palcoscenico ed io mi rivelerò senza vergogne anzi, sputando fuori, e senza alcun ritegno, la megalomania dei timidi, quella che frigge sotto la crosta del vulcano, pronta ad erompere in superficie, sbalorditiva e spiazzante di ogni presunta prevedibilità.
Datemi un pubblico ed io sarò come non sono mai stata, attrice esperta nell'arte dell'affabulazione, levigata in superficie ma intrigata nel profondo, un coacervo inestricabile di rovi puntuti e di succhi amari.
Cos'hai amato di me?
C'è stato un tempo in cui volevi tutto e nulla sembrava mai saziarti: bocconi di anima e di testa.
Così hai iniziato a scavarti una strada, dalla vagina al cervello, un percorso privilegiato all'interno dei rovi e dei succhi amari e delle mie luci intermittenti, per possedermi davvero e totalmente.
Un percorso lussurioso, attraversato dai fiumi sempre in piena della gelosia e della tenerezza, con gli orizzonti immuni dal silenzio perchè c'era sempre un nome da pronunciare, o una parola di rabbia o di comprensione, o un gemito di appagamento.
Bandito il silenzio, i rovi puntuti s'aprivano al vento noto della tua voce e alle esigenze delle tue dita, mentre i succhi amari acquisivano inaspettata dolcezza, fermentando umidi nella tua bocca, trattenuti dalla tua lingua in simbiosi coi tuoi.
Ma questo è stato tanto tempo fa.
Marilena
domenica 26 agosto 2012
Tributo all'amicizia
...così sento di aver concluso questa mia avventura, e sono così stanca che avrei solo voglia di calarmi nell'umido di una fossa e dolcemente lasciarmi andare, mentre immagino sopra di me volteggiare grossi e fantasmagorici uccelli neri che stridono con voci marine, esaltati dalla prospettiva di un lauto quanto insperato banchetto, offerto dalla primizia del mio corpo prima dell'avvento dei vermi.
Una morte letteraria, quindi, sarebbe stato questo l'ultimo capitolo del mio blog se non fosse che l'Imperatrice Camilla, la mia biografa, che per la verità ha sempre trovato eccessivo il mio gusto per il dramma, se ne è andata sbattendo la porta, infuriata e disgustata, minacciando la rottura definitiva della nostra amicizia trentennale.
E questo sì sarebbe una tragedia che io non potrei tollerare accadesse.
La chiamo inutilmente al telefono, si fa negare, mi risponde la più piccola dei suoi figli con la vocina misteriosa, e palesemente menzognera, di chi sta giocando una burla e si sta divertendo da matti.
Io penso che non sia un buon metodo educativo quello dell'istigazione alle frottole, ma l'Imperatrice deve essere davvero arrabbiata se lei, di solito così corretta, vi ha fatto ricorso.
Cerco d'intrattenere la piccola al telefono e non devo fare nessuno sforzo, Desirée è una conversatrice nata e, a differenza della madre così parca di parole, lei ne trabocca, invece, come un cestino troppo colmo.
Mi diverte parlare con lei, così prendo parte al suo gioco.
Le do importanza mentre cerco di strapparle informazioni e portarla dalla mia parte.
Gioco sporco il mio, lo riconosco, ma so che vicino a lei, a vigilare, c'è l'Imperatrice in persona così, senza sentirmi troppo in colpa, tramite Desirée le lancio il mio accorato comunicato di resa.
- Dì alla mamma che la zia Mari non va da nessuna parte senza di lei -
Prima di riattaccare le faccio ripetere il messaggio che lei, diligentemente, ha memorizzato.
Ragazzina sveglia, Desirée!
Ora non mi resta altro che attendere pazientemente che l'Imperatrice si faccia risentire e, nel frattempo, trovare l'ispirazione per concludere la storia de "L'addestratore di cavallucci marini" da offrirle con una dedica, un tributo alla sua ostinazione a continuare a credere in me e alla nostra amicizia.
Una morte letteraria, quindi, sarebbe stato questo l'ultimo capitolo del mio blog se non fosse che l'Imperatrice Camilla, la mia biografa, che per la verità ha sempre trovato eccessivo il mio gusto per il dramma, se ne è andata sbattendo la porta, infuriata e disgustata, minacciando la rottura definitiva della nostra amicizia trentennale.
E questo sì sarebbe una tragedia che io non potrei tollerare accadesse.
La chiamo inutilmente al telefono, si fa negare, mi risponde la più piccola dei suoi figli con la vocina misteriosa, e palesemente menzognera, di chi sta giocando una burla e si sta divertendo da matti.
Io penso che non sia un buon metodo educativo quello dell'istigazione alle frottole, ma l'Imperatrice deve essere davvero arrabbiata se lei, di solito così corretta, vi ha fatto ricorso.
Cerco d'intrattenere la piccola al telefono e non devo fare nessuno sforzo, Desirée è una conversatrice nata e, a differenza della madre così parca di parole, lei ne trabocca, invece, come un cestino troppo colmo.
Mi diverte parlare con lei, così prendo parte al suo gioco.
Le do importanza mentre cerco di strapparle informazioni e portarla dalla mia parte.
Gioco sporco il mio, lo riconosco, ma so che vicino a lei, a vigilare, c'è l'Imperatrice in persona così, senza sentirmi troppo in colpa, tramite Desirée le lancio il mio accorato comunicato di resa.
- Dì alla mamma che la zia Mari non va da nessuna parte senza di lei -
Prima di riattaccare le faccio ripetere il messaggio che lei, diligentemente, ha memorizzato.
Ragazzina sveglia, Desirée!
Ora non mi resta altro che attendere pazientemente che l'Imperatrice si faccia risentire e, nel frattempo, trovare l'ispirazione per concludere la storia de "L'addestratore di cavallucci marini" da offrirle con una dedica, un tributo alla sua ostinazione a continuare a credere in me e alla nostra amicizia.
domenica 12 agosto 2012
Relativismo
E così oggi, dopo tanto tempo, riprendo a scrivere il mio diario, non sulla spinta di una inderogabile esigenza ma, più che altro, sulla necessità di non deviare dal percorso intrapreso a cui devo tanto del mio odierno vigore, e della mia resistenza, alle offensive esistenziali.
Narrare degli ultimi avvenimenti...non lo farò ora, devo avere ancora il tempo di metabolizzarli, di renderli parte essenziale di me, di sentirmeli addosso come ossa, sangue e pelle, e di non comprometterli con un pensiero ardito, o mal formulato, scaturito dall'entusiasmo o dal patimento.
E' questo che l'esperienza mi ha insegnato: le forze fisiche e mentali devono essere saggiate e dosate, di modo che nella sciagurata ipotesi di finire a bordo ring, se ne abbia sempre una piccola scorta per evitare il ko finale.
Credere in se stessi è essenziale.
Credersi invincibili è distruttivo.
Quindi, in questa assolata domenica di Agosto, me ne sto pigramente rintanata nell'angolo più fresco della casa, senz'altra necessità che quella di respirare e di lasciare che il tempo liberamente scorra tra passato e presente in attesa di quel domani che sopraggiungerà ineluttabile e, forse, provvidenziale.
Trovare il coraggio di dare risposte a noi stessi, prima ancora che al mondo, forse è questo l'obiettivo che dovremmo riconoscere primario ma che, invece, il più delle volte ignoriamo, preferendo perderci in quell'esistenzialismo metafisico, assolutamente astratto ed inconcludente, ondivago, tra il dogma e lo smarrimento.
Non è questo a cui io miro seppur so bene che le risposte che riuscirò a darmi non saranno definitive ma soggette al momento in cui le domande verranno formulate e che, quest'ultime, potranno facilmente riproporsi in altre fasi della vita quando, con stupore, mi troverò a dare risposte forse differenti.
Il relativismo è, alla fine, l'unica concreta ed incontrovertibile asserzione esistenziale, anche se questa esplicitazione può sembrare paradossale.
Marilena
Narrare degli ultimi avvenimenti...non lo farò ora, devo avere ancora il tempo di metabolizzarli, di renderli parte essenziale di me, di sentirmeli addosso come ossa, sangue e pelle, e di non comprometterli con un pensiero ardito, o mal formulato, scaturito dall'entusiasmo o dal patimento.
E' questo che l'esperienza mi ha insegnato: le forze fisiche e mentali devono essere saggiate e dosate, di modo che nella sciagurata ipotesi di finire a bordo ring, se ne abbia sempre una piccola scorta per evitare il ko finale.
Credere in se stessi è essenziale.
Credersi invincibili è distruttivo.
Quindi, in questa assolata domenica di Agosto, me ne sto pigramente rintanata nell'angolo più fresco della casa, senz'altra necessità che quella di respirare e di lasciare che il tempo liberamente scorra tra passato e presente in attesa di quel domani che sopraggiungerà ineluttabile e, forse, provvidenziale.
Trovare il coraggio di dare risposte a noi stessi, prima ancora che al mondo, forse è questo l'obiettivo che dovremmo riconoscere primario ma che, invece, il più delle volte ignoriamo, preferendo perderci in quell'esistenzialismo metafisico, assolutamente astratto ed inconcludente, ondivago, tra il dogma e lo smarrimento.
Non è questo a cui io miro seppur so bene che le risposte che riuscirò a darmi non saranno definitive ma soggette al momento in cui le domande verranno formulate e che, quest'ultime, potranno facilmente riproporsi in altre fasi della vita quando, con stupore, mi troverò a dare risposte forse differenti.
Il relativismo è, alla fine, l'unica concreta ed incontrovertibile asserzione esistenziale, anche se questa esplicitazione può sembrare paradossale.
Marilena
giovedì 9 agosto 2012
mercoledì 25 luglio 2012
La sublime esperienza
...così, alla fine, avrebbe attinto agli ultimi residui di volontà per non lasciarsi sopraffare da quegli eventi negativi che da tutta la vita la perseguitavano, ben determinata a riconvertirli in provvidi e proficui.
No, stavolta non sarebbe fuggita e neppure si sarebbe nascosta come in altri tempi le era accaduto di fare, assecondando quel suo destino di reietta che fin dalla nascita l'aveva segnata, nascendo già orfana e ritrovandosi subito vedova, per infine appuntarsi sugli abiti mai smessi di quel suo lutto infinito, la medaglia di eroe, di una guerra inutile e già dimenticata, del suo unico figlio.
Cambiare città e nome non le era valso un fato diverso e così era continuata, di disgrazia in disgrazia, la persecuzione della mala sorte, mai riuscendo a svincolarsene che, come un ombra infausta, l'inseguiva costringendola ad una vita di esilio senza altro scopo che quello di attendere la morte che, beffardamente però, si dilettava ad illuderla.
Almeno un paio di volte aveva ricevuto l'estrema unzione per poi ritrovarsi, con suo grande rammarico, miracolosamente sanata, nuovamente peregrina su quella sua strada solitaria.
L'ultima malattia le aveva sfibrato i muscoli, assottigliato le ossa e fatto cadere tutti i denti, cosicché sperando che fosse giunto finalmente anche per lei il misericordioso momento della morte, aveva rifiutato ogni aiuto, difendendo quel sacrosanto diritto con la patetica rabbia di una cagna stremata, pronta però ad avventarsi con le sue poche forze contro chiunque l'avesse ostacolata nel suo intento.
Ma anche questa volta la morte l'aveva irrisa e lei si era destata nel suo letticciolo appartato, con le membra rigide e la mente torva, sempre più esausta e consumata ma, disgraziatamente, ancora viva.
Ripudiata dalla vita e rifiutata dalla morte, viveva nell'incubo di quell'eterna, macabra resurrezione.
Furono i suoi denti sparsi sul guanciale, come grani di un rosario, a costringerla lucidamente a ragionare sulla necessità di agognare la vita anziché la morte, mentre d'istinto la sua lingua andava esplorando i morbidi contorni tondeggianti e lisci delle gengive.
Inaspettata era sopravvenuta quella percezione sessuale della sua bocca priva dei denti, come di una vulva umida e turgida, pronta ad accogliere al suo interno il membro di un uomo, trattenerlo nella glabra morbidezza dei nudi seni gengivali per avvolgerlo, infine, nella voluttuosità, calda e carnale, della sua lingua.
Le labbra avrebbero fatto il resto.
Con febbrile lucidità andava così delineando la sua resurrezione in quel progetto immaginato, e facilmente realizzabile, certa che nessun uomo avrebbe mai mercanteggiato l'esperienza sublime di quella sua bocca senza denti.
No, stavolta non sarebbe fuggita e neppure si sarebbe nascosta come in altri tempi le era accaduto di fare, assecondando quel suo destino di reietta che fin dalla nascita l'aveva segnata, nascendo già orfana e ritrovandosi subito vedova, per infine appuntarsi sugli abiti mai smessi di quel suo lutto infinito, la medaglia di eroe, di una guerra inutile e già dimenticata, del suo unico figlio.
Cambiare città e nome non le era valso un fato diverso e così era continuata, di disgrazia in disgrazia, la persecuzione della mala sorte, mai riuscendo a svincolarsene che, come un ombra infausta, l'inseguiva costringendola ad una vita di esilio senza altro scopo che quello di attendere la morte che, beffardamente però, si dilettava ad illuderla.
Almeno un paio di volte aveva ricevuto l'estrema unzione per poi ritrovarsi, con suo grande rammarico, miracolosamente sanata, nuovamente peregrina su quella sua strada solitaria.
L'ultima malattia le aveva sfibrato i muscoli, assottigliato le ossa e fatto cadere tutti i denti, cosicché sperando che fosse giunto finalmente anche per lei il misericordioso momento della morte, aveva rifiutato ogni aiuto, difendendo quel sacrosanto diritto con la patetica rabbia di una cagna stremata, pronta però ad avventarsi con le sue poche forze contro chiunque l'avesse ostacolata nel suo intento.
Ma anche questa volta la morte l'aveva irrisa e lei si era destata nel suo letticciolo appartato, con le membra rigide e la mente torva, sempre più esausta e consumata ma, disgraziatamente, ancora viva.
Ripudiata dalla vita e rifiutata dalla morte, viveva nell'incubo di quell'eterna, macabra resurrezione.
Furono i suoi denti sparsi sul guanciale, come grani di un rosario, a costringerla lucidamente a ragionare sulla necessità di agognare la vita anziché la morte, mentre d'istinto la sua lingua andava esplorando i morbidi contorni tondeggianti e lisci delle gengive.
Inaspettata era sopravvenuta quella percezione sessuale della sua bocca priva dei denti, come di una vulva umida e turgida, pronta ad accogliere al suo interno il membro di un uomo, trattenerlo nella glabra morbidezza dei nudi seni gengivali per avvolgerlo, infine, nella voluttuosità, calda e carnale, della sua lingua.
Le labbra avrebbero fatto il resto.
Con febbrile lucidità andava così delineando la sua resurrezione in quel progetto immaginato, e facilmente realizzabile, certa che nessun uomo avrebbe mai mercanteggiato l'esperienza sublime di quella sua bocca senza denti.
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| images by Jan Saudek |
sabato 21 luglio 2012
L'addestratore di cavallucci marini (cap 9)
- Mister Wolf la vostra proposta enormemente mi lusinga ma ho già il mio piccolo impero da dirigere e le mie ragazze, v'assicuro, sono molto meno docili dei vostri cavallucci marini, così non potrei lasciare nemmeno per un giorno Culver City, rischierei di trovare al mio ritorno il caos e la bancarotta. La mia voce serve ad assolvere funzioni di tutt'altro genere e di tutt'altra arte. Eppoi, vi siete chiesto come reagirebbe il vostro socio, il colonnello Dixon? Io e lui siamo assolutamente incompatibili. -
- Quello sarebbe un mio problema, Miss Rose, anche se sono sicuro che col vostro temperamento riuscireste a domare anche lui. Ad ogni modo vi prego di valutare la mia proposta e...-
- Wolf, Ketty è fuggita, ha preso Shadow, il recinto è vuoto, a terra ho trovato il suo scialle, dobbiamo attivare le ricerche, non può aver fatto molta strada sul cavallo ancora convalescente. -
Il colonnello Dixon, agitatissimo, aveva fatto irruzione sotto il tendone senza notare la presenza di Miss Rose.
- E' tutta colpa di quella donna e delle assurdità con cui l'ha blandita. -
- Ne siete davvero convinto? State facendo torto a Ketty che, vi piaccia o no, dispone di autonomia e personale capacità di pensiero. Io non c'entro nulla, seppur immagino che per voi risulti più facile addebitare a me il vostro fallimento.-
Miss Rose era uscita dall'ombra cogliendo impreparato il colonnello Dixon che, ripresosi dalla sorpresa ed in preda alla collera, l'andava ora strattonando per i polsi
- Ditemi dov'è mia figlia o ve ne pentirete! -
Mister Wolf si era allora intromesso
- Garantisci tu, Wolf! Ed io dovrei fidarmi? Ti ha irretito, è molto più brava di te nel gioco delle illusioni, ha un talento immenso, devo riconoscerlo. Sareste una bella coppia voi due: un illusionista ed un'imbrogliona. Mentre tu visualizzi il sogno la nostra Rose lo concretizza. Povero Wolf, ti ha sedotto proprio come ha fatto con la mia Ketty. Non mi serve il tuo aiuto, la ritroverò io, da solo -
domenica 15 luglio 2012
Felicidad
Ora, se al mondo esiste una donna assolutamente tenace, capace di originarsi a nuova vita a dispetto delle proprie continue disgrazie, quella donna di sicuro è Felicidad.
Così un giorno è sparita d'improvviso (come d'improvviso era giunta) dal suo vicolo, inghiottita dai vapori di nubi pedanti, lasciando orfani i suoi clienti in attesa sul marciapiede, qualcuno di loro così esterrefatto di questa sua assenza da rimanere tutta la notte con gli occhi fissi al lampione in attesa di sentire, da un momento all'altro, quel suo ormai leggendario monito: respetáis la fila, señores, o esta noche cierro el despacho.
Tutti in fila, ed in paziente attesa, che Felicidad per ognuno ha tempi e premure diverse, e non transige alle sue regole nemmeno per un sovrapprezzo o per un regalo speciale.
Incorruttibile Felicidad che esibisce quel suo corpo segnato dal passaggio degli anni e degli uomini, come vessillo della sua stoicità, della sua comprovata, vittoriosa resistenza alle vicissitudini della vita.
Nessuno l'ha vista allontanarsi, protetta dall'ombra di una nube pellegrina, imbarcarsi senza bagaglio e senza meta, diretta verso chissà quale altro vicolo, quale altro lampione.
Perchè Felicidad è un'artista che non ama ripetersi, e così vivifica la sua arte attraverso la scelta di una vita nomade, affinata dal contatto diretto col mondo.
Artista di strada, dunque, verrebbe da sottolineare senza alcuna ironia, ma competente, se guardiamo alla lunga fila che ancora sosta in trepida attesa sotto il lampione, smarrita da quella sua defezione, nella speranza che da un momento all'altro lei s'affaccerà a quella sua bassa finestrella e con un gesto gentile inviterà il cliente di turno ad entrare.
Così un giorno è sparita d'improvviso (come d'improvviso era giunta) dal suo vicolo, inghiottita dai vapori di nubi pedanti, lasciando orfani i suoi clienti in attesa sul marciapiede, qualcuno di loro così esterrefatto di questa sua assenza da rimanere tutta la notte con gli occhi fissi al lampione in attesa di sentire, da un momento all'altro, quel suo ormai leggendario monito: respetáis la fila, señores, o esta noche cierro el despacho.
Tutti in fila, ed in paziente attesa, che Felicidad per ognuno ha tempi e premure diverse, e non transige alle sue regole nemmeno per un sovrapprezzo o per un regalo speciale.
Incorruttibile Felicidad che esibisce quel suo corpo segnato dal passaggio degli anni e degli uomini, come vessillo della sua stoicità, della sua comprovata, vittoriosa resistenza alle vicissitudini della vita.
Nessuno l'ha vista allontanarsi, protetta dall'ombra di una nube pellegrina, imbarcarsi senza bagaglio e senza meta, diretta verso chissà quale altro vicolo, quale altro lampione.
Perchè Felicidad è un'artista che non ama ripetersi, e così vivifica la sua arte attraverso la scelta di una vita nomade, affinata dal contatto diretto col mondo.
Artista di strada, dunque, verrebbe da sottolineare senza alcuna ironia, ma competente, se guardiamo alla lunga fila che ancora sosta in trepida attesa sotto il lampione, smarrita da quella sua defezione, nella speranza che da un momento all'altro lei s'affaccerà a quella sua bassa finestrella e con un gesto gentile inviterà il cliente di turno ad entrare.
venerdì 6 luglio 2012
Elogio al vento che scompiglia i capelli, solleva le gonne e sensualmente intriga
...e così par di sentire mille sospiri sospesi nell'aria, mille bocche rosse che si schiudono, mille mani che invano cercano di afferrarlo nel suo turbinare, e tutto diventa stupefacente e giocoso, un rutilare evanescente di gonne e di sciarpe leggere, di capelli...soprattutto di capelli che come stelle filanti si dipanano ribelli dal nodo delle trecce e degli chignon, in una pioggia festosa di forcine e fermagli e nastri colorati.
Un carnevale tardivo in questo ardente luglio, col trucco che dolcemente si disfa in strie nere di liquirizia sotto cui si rivela il nudo degli occhi, eppoi il nudo della pelle, nelle spalline scese e nelle gonne sollevate, offerta pagana di seni e di gambe per lenire l'arsura di questo sole corsaro.
Offerta spudorata, esibita con l'innocente impertinenza delle bambine, nessuna provocazione ma solo istinto del gioco, quel lasciarsi rincorrere il cui scopo finale è lasciarsi prendere, allargare le braccia ed offrire la bocca ed il petto ansante, in un gesto di resa incondizionata.
Il vento sensualmente intriga, il soffio e la carezza, una lingua furtiva che netta e lubrifica, con la sua bava fresca, le arsure della pelle e dei sensi, in un amplesso impudico e stordente, sensualissimo.
Il suo abbraccio da tergo, inaspettato e voluttuoso, la gonna che si solleva e che la mano di malavoglia trattiene per un solo istante, perché troppo eccitante è il gioco esibito sul grande palcoscenico della strada, sotto gli occhi dei passanti, spettatori inconsapevoli del muto tripudio di quell'amplesso intimo che culmina in umido languore nella garza sottile delle mutandine.
Un carnevale tardivo in questo ardente luglio, col trucco che dolcemente si disfa in strie nere di liquirizia sotto cui si rivela il nudo degli occhi, eppoi il nudo della pelle, nelle spalline scese e nelle gonne sollevate, offerta pagana di seni e di gambe per lenire l'arsura di questo sole corsaro.
Offerta spudorata, esibita con l'innocente impertinenza delle bambine, nessuna provocazione ma solo istinto del gioco, quel lasciarsi rincorrere il cui scopo finale è lasciarsi prendere, allargare le braccia ed offrire la bocca ed il petto ansante, in un gesto di resa incondizionata.
Il vento sensualmente intriga, il soffio e la carezza, una lingua furtiva che netta e lubrifica, con la sua bava fresca, le arsure della pelle e dei sensi, in un amplesso impudico e stordente, sensualissimo.
Il suo abbraccio da tergo, inaspettato e voluttuoso, la gonna che si solleva e che la mano di malavoglia trattiene per un solo istante, perché troppo eccitante è il gioco esibito sul grande palcoscenico della strada, sotto gli occhi dei passanti, spettatori inconsapevoli del muto tripudio di quell'amplesso intimo che culmina in umido languore nella garza sottile delle mutandine.
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