Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

giovedì 26 settembre 2019

Rebecca (cap. 9)


TRA LUCI ED OMBRE: BIOGRAFIA DI UN GIOVANE ARTISTA
La cena s'era protratta per il tempo stabilito dalla buona creanza, neppure un minuto di più, poi i due invitati s'erano congedati con la promessa di ricambiare "la squisita ospitalità"e la porta di casa Scalavino s'era richiusa alle loro spalle.

Sulla via del ritorno, padre e figlio camminavano affiancati, schermati dalla notte, assorti nei propri pensieri, in un silenzio che per entrambi aveva il sapore dei sensi di colpa. La serata s'era in ultimo rivelata disastrosa e Mimì non riusciva a perdonarsi di aver coinvolto, contro il suo volere, Giandomenico, per assecondare i desideri di Concetto Scalavino, che però, ad essere onesto, erano anche i suoi, perché agognava la serenità per quel figlio così tormentato: una stella destinata a brillare solitaria al centro di un cielo deserto. Un'immagine che gli faceva male e così avrebbe preferito vedere il suo Giandomenico configurato nel vasto firmamento come una stella infinitamente più piccola, meno luminosa, attorniata, però, da miriadi di altre stelle.
E lo scopo di quella cena, per Mimì, era appunto quello di offrirgli l'opportunità d'incontrare la stella più bella. E irraggiungibile.
Dopo un lungo tratto di strada quel silenzio s'era fatto per lui insopportabile, perché lo percepiva diverso da tutti gli altri silenzi di cui sovente erano costellate le loro conversazioni.
Un silenzio ostile che tracciava, per la prima volta nel loro rapporto, una distanza.
Sentendosi colpevole aveva provato a giustificarsi. E a giustificare.
- Ti chiedo scusa per come sono andate le cose. Non era negli accordi di questa cena parlare di matrimonio. Scalavino ha agito senza il mio consenso e d'impulso. La sua unica giustificazione è che sinceramente ti ammira e vede in te quel figlio tanto desiderato e mai avuto. -

- Le scuse dovreste farle a Rebecca perché nessuna motivazione può giustificare l'umiliazione che le è stata inflitta. Umiliazione di cui siamo stati entrambi compartecipi: io col mio tacere e voi con il vostro accondiscendere. -
Aveva replicato, coinciso e amaro, Giandomenico, chiudendosi a qualsiasi altra obiezione.
Per la prima volta provava rancore verso il padre che teneramente amava, per averlo obbligato a quella pantomima. E verso se stesso, che in nome di quell'affetto, aveva acconsentito.
Quante cose stupide, folli, paradossali, si fanno per amore! Quante, e quali prove si affrontano in suo nome anche quando, consapevoli dei nostri limiti, si ha la certezza di uscirne sconfitti.


Ed era con quei limiti che Giandomenico, nella solitudine della sua camera, si predisponeva a fare i conti, maledicendo la sua mancanza di spirito e la timidezza endemica che lo portava a balbettare, poi ad arrossire e, in ultimo, ad isolarsi. Si disprezzava per essere goffo, insicuro, privo di quelle attrattive che destano l'interesse in una donna e dopo aver conosciuto Rebecca ancora più amaramente se ne doleva, perché immensamente gli era piaciuta. Lo sguardo dell'artista aveva catturato lo splendore dei suoi capelli e dell'incarnato; il bagliore scuro degli occhi; la flessuosità del collo e dei movimenti.
Lo sguardo dell'uomo, invece, aveva percepito che in Rebecca tutto era spontaneo, vero. Incontaminato
Non vi era nulla in lei di lezioso, artefatto, programmato ai fini della seduzione
...neppure quel suo profumo terso di foresta che s'era imposto ai suoi sensi, ammaliante come un incantesimo d'altri tempi.
Incantesimo che lo aveva travolto in un turbinio di emozioni e sentimenti nuovi e magnifici, impetuosi ed intensi, che incoerenti volgevano da quell'euforia alla disperazione, nella certezza che Rebecca mai si sarebbe potuta innamorare di lui, privo com'era di qualsiasi attrattiva fisica, scuro e taciturno. Indecifrabile. Era rimasto nel suo angolo, impassibile e silenzioso,  quando il padre di lei, in quel discutibile modo gliel'aveva offerta in sposa. Un silenzio che Rebecca di sicuro aveva interpretato come di rifiuto o di muto consenso.
Di disprezzo o di condiscendenza.
Ad ogni modo un silenzio riprovevole.

Ma quel silenzio era stato di riguardo verso il padre che con lo Scalavino vantava una lunga e solida collaborazione commerciale, e che la sua risposta istintiva, avrebbe potuto mettere in crisi. Un sodalizio che funzionava da decenni perché il mercante, il più grande importatore di legname dalle Americhe, era da sempre un sincero ammiratore della famiglia Messinese e della la sua progenie di raffinatissimi, rinomati mastri ebanisti, eccellenze di livello nazionale ed internazionale, perché i  due figli maggiori di Mimì, avevano fondato a Parigi un laboratorio sperimentale, di grande rilevanza europea, precursore delle future scuole di arti applicate..
Concetto Scalavino, il più grande importatore di legname dalle Americhe e dall'Africa,  era il fornitore esclusivo per le attività della famiglia Messinese, di cui Mimì era l'amministratore unico.
Un rapporto privilegiato, quello tra Mimì e Concetto, e che lui, quella sera, con una risposta istintiva avrebbe potuto mettere in crisi. Suo padre stava invecchiando e l'ultima cosa che voleva era quella di complicargli la vita, soprattutto dopo aver deciso di prendere i voti.
Decisione che Mimì non osteggiava ma neppure approvava, e quella cena era stato il suo estremo tentativo per dissuaderlo. L'incontro con Rebecca avrebbe potuto indurlo ad un ripensamento e, forse, perfino ad una visione diversa di se stesso.
Una riconciliazione con la sua immagine intima. E quella pubblica
...perché Giandomenico Messinese, l'astro luminoso,"non solo un raffinato mastro falegname ma un genio che coniuga nell'ebanisteria  l'arte della scultura, quella  dell'ingegneria e della pittura, perché è lui stesso, sofisticato paesaggista, a realizzare gli originali dipinti dei suoi arredi",  il genio riconosciuto, non era affatto amato dalla sua gente.

Quel giovane pallido, dagli occhi color del mare e dalle lunghe ciglia femminee, più somigliante ad una abate che ad un artista, blindato nella corazza del suo pastrano nero e di quel rigido riserbo che gli era valsa l'etichetta di misantropo. La sua natura solitaria, e la totale mancanza di protagonismo, lo avevano indotto a fuggire i riflettori e rifugiarsi nella sua bottega d'artigiano, frequentata da giovani apprendisti desiderosi d'apprendere le sue raffinate tecniche d'ebanista. E dal momento che Giandomenico non era mai stato visto in compagnia di una donna, e in quella sua bottega ci trascorreva spesso anche la notte, erano fiorite illazioni maligne riguardo la sua propensione sessuale.

Eh, l'illustrissimo maestro anche stanotte... lavora!

Insinuavano, dandosi di gomito, i nottambuli che transitavano nella stretta viuzza dove era ubicato il laboratorio dell'ebanista, da cui anche a tarda ora trapelava la luce.
Quelle congetture irriguardose erano così assurte a verità incontrovertibili, creando un incolmabile divario fra lui e la sua gente che pur era costretta, per via di quel suo genio nazionalmente conclamato, a riconoscerlo rappresentativo di tutti loro, quando invece era di disprezzo il sentimento dominante nei suoi confronti. Giandomenico Messinese: un intruso. Un alieno, perché neppure le sue caratteristiche fisiche combaciavano con quelle loro. Sulla base di questo disconoscimento anche l'onestà di sua madre, era stata messa in dubbio, perché lui, chiaro di occhi e di capelli, non somigliava a nessuno dei suoi fratelli.
Mimì aveva sorriso di quelle chiacchiere mormorate, che proprio quel figlio dagli occhi chiarissimi e dall'incarnato pallido, così diverso dalla razza bruna dei Messinese, era quello che più gli somigliava.  Quel figlio enigmatico, luminoso ed oscuro, era quello che sentiva più suo.
 All'inizio s'era provato a spiegare che nella famiglia di sua moglie scorreva sangue normanno, ma aveva presto scoperto che quella verità, pura e semplice, veniva invece screditata con ferocia, come una giustificazione puerile a mascherare l'adulterio, estrema difesa per salvare l'onore e la faccia davanti all'opinione pubblica. Mimì, allora, s'era imposto di tirar dritto per la sua strada e non prestare più orecchio alle calunnie che alle sue spalle, e a scapito di ogni plausibile obiezione, si sarebbero continuate a sussurrare.
Tutt'ora nel presente così come era stato nel passato.

UN UOMO LEALE
Della fama nebulosa del giovane artista Rebecca non sapeva quasi nulla, ma seppure fosse stata a conoscenza di quei supposti particolari scabrosi che ne alimentavano la leggenda, il suo giudizio su Giandomenico Messinese non sarebbe cambiato, perché l'aver vissuto in solitudine la maggior parte della sua giovanissima vita l'aveva preservata dalla trappola dei pregiudizi.
In quel giovane taciturno e che facilmente arrossiva, Rebecca aveva ravvisato i sintomi di una sensibilità estrema, un animo nobile e un carattere superiore, che s'affermavano nello sguardo piuttosto che nelle parole. Un uomo leale che mai si sarebbe reso complice di una prevaricazione.
...questo, Rebecca, aveva visto in Giandomenico.
Questo avrebbe raccontato a Gemma, delegata quella sera a far da custode alla loro madre che aveva trovato nella follia la sua libertà.

continua...

venerdì 13 settembre 2019

Rebecca (cap. 8)


LE BASI PER UN'ALLEANZA 
L'entrata in scena dei Messinese prevedeva cortesi sorrisi, educati silenzi e le battute circoscritte alle formule dell'ospitalità.

- Mi scuso per l'assenza di mia moglie, in visita a parenti. Visita programmata da così tanto tempo che non è stato possibile, in ultimo, rinviare. -
Questa la spiegazione sintetica con la quale Concetto Scalavino aveva chiarito l'assenza della moglie, ben sapendo che i suoi discretissimi ospiti non avrebbero chiesto altri particolari.
- Ad espletare le mansioni di padrona di casa supplirà Rebecca, la mia figlia minore. -
Aveva aggiunto con una nota di malcelato orgoglio presentando la giovane al suo fianco.

La semplicità dell'abito, e la pettinatura severa in cui aveva imbrigliato i suoi capelli di fiamma, piuttosto che sminuire la bellezza di Rebecca la esaltavano. E la malia di quel terso profumo che emanava da lei, ne materializzava la presenza rendendo irreale tutto il resto.
Concetto Scalavino s'era deliziato dell'effetto prodotto dalla figlia sui due uomini: il più giovane, che indossava un cappotto scuro, pesante per la stagione, aveva mormorato, arrossendo, una frase di circostanza; il più anziano, timido al pari dell'altro, s'era prodotto in un inchino impacciato.

Al primo impatto entrambi i Messinese erano piaciuti a Gemma. Le era sembrato che non ci fosse nulla di artefatto nel loro modo di presentarsi. Nessuna maschera sui loro volti.
E il rossore sul viso dell'ebanista lo testimoniava.
L' esser nato privo di una schermatura dietro cui poter intimamente elaborare le sue emozioni, aveva significato, per Giandomenico, l'obbligatorietà di una visibilità abbagliante e inopportuna. Questo vivere costantemente allo scoperto aveva ancor di più esasperato la sua ipersensibilità per cui, in ultimo, e come estrema difesa, s'era trincerato dentro quella sua timidezza come all'interno di un fortino, rendendosi inaccessibile.
Il fortino era diventate il suo scudo. La sua seconda pelle. Ma non la sua finzione.
Giandomenico Messinese, da quel suo riparo, continuava ad esser se stesso.

Intenzionata a farli sentire a proprio agio, Rebecca aveva guidato gli invitati verso la sala dove si sarebbe svolta la cena.
Dando mostra di un raffinato acume psicologico, il padrone di casa aveva voluto fosse non la più fastosa ma la più intima, quella riservata ai pranzi di famiglia, per sottolineare il carattere informale di quel convivio ma, soprattutto, a sottintendere l'avvio di una relazione parentale.
Intorno alla tavola sobriamente imbandita ognuno avrebbe recitato, senza inganno, la parte di se stesso, che la posta in gioco, per tutti, era grande, e giocare a carte coperte non era nel carattere degli astanti, fatta eccezione per Concetto Scalavino pronto a barare pur di vincere.

Mimì Messinese avrebbe accettato di buon grado quella parentela senza però attuare nessuna forzatura nei riguardi del figlio, lasciandolo in ultimo libero di decidere. Dopo aver visto Rebecca, però, ardentemente desiderava che Giandomenico cambiasse idea, che la ragazza immensamente gli era piaciuta, bella e di modi gentili, e con una personalità ben delineata nonostante la giovane età.
La moglie ideale per suo figlio. Discretamente, e con imbarazzo, poiché non possedeva la capacità  di decifrare le espressioni, aveva cercato di capire, osservando Rebecca, quanto interesse le avesse suscitato Giandomenico. Conoscendo l'idiosincrasia del suo Giandomenico per le relazioni sociali, aveva sperato che almeno in quell'occasione uscisse  dal suo riparo per mostrarsi nella limpidezza del suo essere. Per la prima volta nella sua vita Mimì Messinese aveva provato nei confronti del figlio del risentimento per essere così strutturato. Ma l'attimo dopo s'era disprezzato per quel pensiero, l'equivalente di un'abiura, di un disconoscimento paterno, e di cui immediatamente s'era pentito. Giandomenico doveva essere amato per quello che era e non per quello che si desiderava fosse. Una conoscenza intima, però, avrebbe rivelato la sua straordinaria grandezza spirituale ed intellettuale di cui per pudore non faceva sfoggio.
 E Rebecca aveva le doti per entrare in comunione con lui.
Se un sentimento doveva nascere sarebbe germogliato spontaneo da un interesse reciproco, senza forzature a piegarne le rispettive volontà.
 In ogni caso lui non sarebbe stato il loro grimaldello.

Forzature, invece, che senza nessuna remora aveva già messo in atto Concetto Scalavino nei confronti di entrambe le figlie, intenzionato ad avvalersi di qualsiasi tecnica coercitiva per sottometterle al suo volere. Una scommessa, però, che avrebbe dovuto tentare da solo dal momento che Mimì Messinese non sembrava possedere l'autorità per imporsi a quel suo figlio straordinariamente talentuoso ma carente delle attrattive fisiche con cui destare l'interesse di una giovane donna.
 Durante la cena aveva avuto l'opportunità di studiarlo con agio e nel dettaglio: il viso lungo, l'incarnato pallido, gli occhi chiarissimi, incorniciati da lunghe ciglia folte, femminee. Quando non era impacciato i suoi gesti erano lenti, quasi languidi. I capelli di un biondo opaco, già radi alla sommità del capo, gli conferivano l'aspetto di un giovane abate: la sola nota maschile, aveva riflettuto, con feroce ironia., dopo aver osservato che anche le mani erano bianche e delicate come quelle di una donna.
...anche se le mani di un artista non possono essere callose e brune come quelle di un contadino.
Una giustificazione insufficiente, però, a dissipare i dubbi sulla virilità del giovane artista e sull'effettiva capacità di generare figli.
 ...perché Giandomenico non somigliava per niente al padre, e neppure ai suoi fratelli: una stirpe di maschi ricciuti e bruni, dal torace possente e le ossa solide. Decisamente maschi.
Senza ulteriori paragoni, già dal confronto col padre di molti anni più vecchio e col fisico appesantito, il giovane ne usciva penalizzato. Lo aveva visualizzato  al fianco di Rebecca, ma di lui neppure l'ombra riusciva a captare, tanto grande era la sua insignificanza che neppure la vicinanza della splendida "regina in miniatura" riusciva a vivificare. Questa ulteriore, sconfortante constatazione, gli aveva suscitato, nei confronti della figlia, un vago senso di colpa, che però aveva prontamente rimosso perché con gli scrupoli si rischia d'inciampare e non si arriva da nessuna parte.
E lui non poteva permetterselo.

Giandomenico aveva solo sfiorato con uno sguardo Rebecca, che gli sedeva di fronte, e dalla quale sembrava emanare una sottile, persuasiva fragranza. Un profumo inebriante che lo spaventava e l'attraeva. Isolandolo. Per pudore non aveva più guardato in direzione della giovane, consapevole che il motivo di quella cena era anche a lei noto, e questo contribuiva a farlo sentire correo di quella vigliacca imposizione a cui lei non s'era potuta sottrarre. Estraniato, partecipava alla conversazione con frasi brevi e asciutte, e solo quando era direttamente interpellato. Il più delle volte limitandosi a cenni d'assenso o di diniego.

Rebecca, inconsapevole del suo sortilegio, cercava di capire quanto fossero complici in quel progetto di nozze i suoi ospiti, ponendo attenzione agli sguardi piuttosto che alle parole, conscia che il regista del copione era suo padre e la conversazione si sarebbe svolta sotto la sua dettatura, quindi le risposte che lei cercava non le avrebbe trovate nelle parole ma piuttosto nelle luci e nelle ombre degli sguardi.
...e negli occhi chiarissimi di Giandomenico non aveva captato minacce.
Inoltre, con la sua sensibilità istintiva aveva interpretato i silenzi del giovane, e le poche scarne frasi, non la prova di una timidezza esiziale ma piuttosto il disagio di essersi reso correo, suo malgrado, di quella forzatura, col ruolo imposto del protagonista.
Un ruolo che rifiutava, allo stesso modo che avrebbe rifiutato qualsiasi altro, perché Giandomenico non era nato per interpretare ma per essere.
Esattamente come lei.
Le basi per una loro futura alleanza c'erano. E delle più solide.

UN' IGNOBILE TRATTATIVA
La conversazione, che verteva sulle qualità  e i difetti dei legnami più pregiati e il loro impiego nell'ebanisteria, era disciplinata dal padrone di casa con lo scopo finale di proporre a Giandomenico il matrimonio con Rebecca., perché Concetto Scalavino, dopo un'attenta riflessione, aveva deciso che il modo migliore per esplicare la sua offerta sarebbe stata quella di farla in maniera diretta, senza girarci troppo intorno, nonostante avesse assicurato Mimì Messinese che l'intento di quella cena era quello di un primo approccio fra i due giovani. Ma il mercante aveva deciso di affrontare la questione subito, e di petto, perché la discrezionalità eccessiva di Mimì Messinese, così come l'esagerata referenza nei confronti del figlio, avrebbero potuto rivelarsi controproducenti.
Se Giandomenico fosse stato educato da un genitore più autorevole e meno sentimentale, sarebbe venuto su con i crismi di un vero uomo. Ma non disperava, Concetto Scalavino, dopo le nozze, e sotto la sua guida, di evolvere il giovane.
Un imprinting tardivo ma necessario.
Per rompere gli indugi, e stabilire da subito un'intesa più intima, aveva abilmente dirottato la conversazione dalla tematiche lavorative a quelle esistenziali, e poter così manifestare i suoi apprezzamenti per l'uomo e l'artista. Sentimenti contrastanti, però, che se per l'artista nutriva sincera ed entusiastica ammirazione, scarsa, o quasi nulla, era quella per l'uomo. Se solo avesse potuto scinderli! Ma non gli era possibile dal momento che l'artista e l'uomo coabitavano, indivisibili come cellule monozigote, nello stesso embrione.

-  Il mogano che mi avete commissionato per lo scrittoio e la cassettiera per le stanze di Sua Santità, lo importerò da Cuba, dove ho inviato un mio uomo di fiducia a seguirne la segagione e scegliere le lastre più compatte, di una qualità sopra l'eccellenza, e per le quali non chiedo alcun compenso. E' il mio omaggio alla vostra arte, Giandomenico. -

- Ma vi costerà una fortuna! - aveva replicato, imbarazzato, Mimì Messinese

- Fortuna è vantare la conoscenza, e da questa sera spero anche l'amicizia, con il maestro ebanista più illustre di Sicilia. D'altronde, caro Mimì, il vostro riservatissimo Giandomenico molto incarna quel figlio maschio che io non ho mai avuto, e solo Iddio sa quanto ho desiderato: l'erede destinatario del mio ingente patrimonio. Ma il Signore, invece di un maschio a cui legittimamente tramandare il nome e il capitale, mi ha dato cinque figlie femmine, delle quali tre egregiamente maritate ma che hanno anche loro nel destino una progenie di femmine, mentre le due minori, Rebecca e Gemma, sono ancora ragazze. Non nascondo che il mio desiderio più grande sarebbe quello che una delle mie figlie andasse in sposa ad un giovane di talento che, beneficiando della sua ingente dote matrimoniale, avrebbe l'opportunità dì vivere agiatamente e dedicarsi in piena autonomia alla propria arte. -

Quell'offerta, gettata dallo Scalavino come un pezzo di carne cruda sulla tavola imbandita, fra le stoviglie di porcellana e i bicchieri di cristallo, aveva colto impreparati tutti per la volgarità della formula e per la tempistica.

Rebecca, con uno sforzo supremo s'era costretta ad un atteggiamento neutro per studiare le reazioni dei due uomini.
Mimì Messinese, nonostante il visibile imbarazzo, per educazione aveva mormorato: fortunato quel giovane e la sua famiglia ad essere imparentati con voi.
 Giandomenico, invece, era arrossito non aspettandosi una proposta così aggressiva e diretta, e a cui doveva una risposta.
Le parole che gli salivano alle labbra, però, erano aspre ed ostili. Di disprezzo per l'uomo che aveva in quel modo umiliato la propria figlia, e la volgarità con cui l'aveva trattata, come una merce posta su un bilancino col contrappeso di un forziere d'oro.
Ma per non dispiacere a suo padre quelle parole le aveva con fatica ricacciate in gola, obiettando con un silenzio, prolungato e significativo, che aveva posto fine a quell'ignobile trattativa.

Il silenzio ostile, e il pulsare di una vena sulla tempia di Giandomenico, avevano raccontato a Rebecca, molto più delle parole, dello stato d'animo del giovane che non osava guardarla immaginando che quella sua mancata risposta potesse essere intesa da lei di spregio alla sua persona, mentre invece stava a significare il suo rifiuto a quell'odiosa compravendita.

giovedì 8 agosto 2019

Rebecca (cap. 7)



INTENTI
- Il mio futuro non contempla il matrimonio, per quanto bella e ricca possa essere la ragazza, non ho propensione  per l'intesa coniugale, e di certo la renderei infelice. La mia arte, d'altronde, non abbisogna di molto: uno spazio, gli arnesi per il lavoro, e le mie mani. E di tutto questo già dispongo. Riferite pure all'ottimo Scalavino che sono lusingato dalla sua proposta che però mi sento di rifiutare. E pregatelo che non l'intenda come uno spregio, che per altro sarebbe immeritato, sia nei suoi confronti che in quelli di sua figlia, ma di una mia congenita propensione alla solitudine. -

La risposta di Giandomenico aveva gelato l'allegria della tavolata e ricondotto tutti al silenzio.

- Rifiuti una così generosa proposta senza neppure aver visto la ragazza?-

- Il matrimonio non è mai stato nei miei progetti. Voglio prendere i voti, papà, e continuare i miei studi nella tranquillità di un monastero perché non sono tagliato per la vita sociale, né per il ruolo di capofamiglia -

- Sinceramente, vuoi farti prete per convinzione o per vigliaccheria?-

 Questa domanda era rotolata fuori dalla bocca di Mimì Messinese prima ancora che riuscisse a riagguantarla e formularla in maniera diversa, consapevole, dopo anni trascorsi nel commercio, dell'importanza della forma, e del tono, per portare a buon fine una trattativa.
Pratico nel linguaggio degli affari, di cui conosceva codici e codicilli, si muoveva agile su un terreno sperimentato dove pur sapeva, nonostante la sua timidezza endemica, destreggiarsi e farsi valere.
Ma ora quella domanda dal tono perentorio, inusuale per lui, ben volentieri avrebbe ritrattato per non mettere in difficoltà quel figlio che così tanto gli somigliava, nelle luci e nelle ombre, ma che a differenza di lui, però, possedeva il genio: fattore che annullava quelle loro supposte somiglianze.
Così avrebbe dovuto ricordarsi di non stare a trattare con una persona comune (che davvero Giandomenico non lo era) ma con qualcuno di rango diverso e superiore e le cui necessità differivano da quelle prevedibili dei comuni mortali, e armarsi di pazienza per convincerlo a valutare gli indubbi vantaggi della sua proposta, consapevole che quanto più facilmente quei benefici sarebbero risultati al primo sguardo evidenti alle intelligenze più spicce tanto più paradossalmente sfuggivano, proprio a causa della loro apparente banalità, alle menti più complesse.

Questa psicologia esercitata da Mimì Messinese nella sua professione non era piaggeria e neppure una raffinata tecnica coercitiva, ma aveva compreso che mai sarebbe stato uomo d'assalto e quindi, qual'ora avesse voluto conseguire risultati di un qualche successo nell'impervio campo degli affari, avrebbe dovuto avvalersi di altri metodi, più  morbidi e sofisticati, a lui più congeniali, cosciente che talvolta, per poter avanzare, strategicamente occorre rimanere qualche passo indietro.

 Mimì Messinese si presentava senza infingimenti: la voce pacata e quell'arrossire spontaneo che lo rivelava come uomo timidissimo e schivo, al limite del farfugliamento emotivo, una summa di complessi dietro cui si nascondeva, invece, un uomo perspicace e colto, ma che agli occhi impietosi dei compaesani s'evidenziava solo come una folcloristica macchietta.

Così s'era subito pentito di quella sua domanda irrispettosa, scaturita di getto proprio da lui che mai aveva tentato di metter qualcuno con le spalle al muro, ed ora, invece, facendosi latore di quella allettante proposta aveva, al primo diniego, sovvertito le sue stesse regole a danno proprio di quel figlio del quale conosceva i travagli psicologici da lui ereditati.


- Prendo i voti perché è l'unico modo per me di continuare ad esistere senza dover rinunciare a quello che sono e a quello che al mondo posso dare. Tenermi fuori dai vostri schemi mediante una mia scelta consapevole, e dichiarata, non mi sarebbe possibile, per cui l'unico modo che ho di vivere con coerenza la mia vita, e la mia arte, è quello di ritirarmi da quel palcoscenico dove, mio malgrado, sono stato trascinato, poiché non sarei capace di recitare in nessun altro ruolo se non in quello di me stesso. -
Giandomenico, con dolcezza, aveva ribattuto alla domanda provocatoria del padre.

- Pecchi di superbia, figlio mio -

- Al contrario, papà, è modestia, questa mia. E della più umile -

- E questa modestia t'impedisce di conoscer la ragazza in questione? -

- Il fine delle vostre aspettative non è solo quello di una conoscenza -

- Nonostante i diritti derivanti dalla mia autorità di padre non ti ho mai imposto nulla, Giandomenico, ma questa volta devo farvi ricorso per non far torto a Concetto Scalavino che s'è mostrato, nel corso degli anni, degno della mia stima e del mio rispetto. Oltretutto egli è il nostro principale fornitore del legno, e sempre ci ha favorito riservandoci un trattamento privilegiato. Lascerò a te decidere, ma solo dopo che avrai conosciuto la ragazza, altrimenti recheremmo un offesa troppo grande all'uomo che così tanto ci stima. -

- Non mancherò di rispetto al nostro fornitore rifiutando il suo invito a cena, ma non cambierò idea. -
Aveva ribattuto, in tono tranquillo, il giovane ebanista.



ALLEANZE
Concetto Scalavino e Mimi Messinese avevano instaurato, per via delle proprie attività, cordialissimi rapporti, circoscritti, però, all'interno dei rispettivi uffici, così quello sarebbe stato il loro primo incontro informale. Incontro a cui si sarebbero recati Mimì e Giandomenico Messinese, senza la scorta del resto della famiglia, con la motivazione ufficiale di una cena di lavoro.
Una discrezione, questa, che si sarebbe rivelata utile se per qualche malaugurato motivo la faccenda non fosse andata in porto.

Il mercante aveva organizzato una tavola sobria, di soli quattro coperti, che a quella cena non avrebbero presenziato né la moglie demente e neppure Gemma, addetta alla sua custodia. 
Sorvegliata e sorvegliante sarebbero state relegate nella stanza più lontana da quella dove si sarebbe
svolto l'evento.


Concetto Scalavino avrebbe però dovuto dubitare della docile adempienza di entrambe le figlie ai ruoli da lui imposti per quella cena, piuttosto che intenderlo come un  ritrovato buon senso, seppur sotto minaccia.
 Un grave errore di valutazione questo suo cantar vittoria, che in realtà nessuna delle due aveva intenzione di assecondare quel suo disegno   

 Gemma, defraudata ed usata, s'era chiusa in una sorta di silenziosa impenetrabilità che
aveva reso lieve, come aria, il suo passo e il suo respiro. E la connaturata assenza di odore aveva contribuito a renderla eterea come una presenza ultraterrena, che se non fosse stato per la scia luminosa dei suoi capelli di lei non ci sarebbe stata alcuna visibile traccia.
Quanto più Gemma andava rendendosi invisibile tanto più Rebecca acquistava materialità non
cedendo e né indietreggiando davanti al cipiglio severo del padre, anzi, dominandolo con la  naturalezza del suo essere.
 Sotto quel suo sguardo, chiarissimo e diretto, Concetto Scalavino si sentiva a disagio, cosicché il più
delle volte era lui a battere in ritirata, con la sensazione che lei potesse leggergli  nel pensiero.
Questa suggestione lo faceva sentire vulnerabile e in un costante stato di all'erta.
Si viveva ormai in stato di guerra dichiarata, ognuno trincerato nella propria postazione e senza ipotesi d'armistizio.

Con la sua sensibilità istintiva, Rebecca, aveva però intuito che perseguire quell'atteggiamento apertamente ostile avrebbe avuto come conseguenza una repressione sempre più dura e più difficile da osteggiare.
Non si poteva espugnare una polveriera muniti solo di un coltellino.
Occorreva una strategia di alleanze.
E l'apparente remissività di Gemma e di Rebecca, quella sera era il risultato dell'alleanza clandestina, tacitamene concordata tra loro, anziché la vittoria dei metodi repressivi di Concetto Scalavino.


Era ben conscia, Rebecca, che a quella cena nessuno avrebbe recitato, neppure quel Giandomenico Messinese, l'introverso artista dalla buia aura, a lei destinato come futuro marito.
Di lui che si sapeva poco ma si mormorava molto.
Persino suo padre, che ora ambiva a diventarne il suocero, s'era lasciato sfuggire un qualche commento, talvolta impertinente e talvolta compassionevole, con mezze parole e con termini oscuri, cosicché lei pur nutriva una qualche curiosità nei riguardi di quell'ospite illustre e renitente, di cui era nota era la scarsa predisposizione all'intrattenimento e ai rapporti sociali.
Così immaginava che anche lui doveva aver subito pressioni tali da non potersi rifiutare di partecipare a quella cena che volentieri avrebbe disertato.

E questa congettura alquanto la rincuorava, intravedendovi possibilità di strategie alternative.
E forse perfino l'ipotesi di una loro futura alleanza.
Quella sera le veniva offerta la possibilità di stabilire un contatto diretto con lui e l'opportunità di agire in maniera più adeguata, dopo aver valutato quanto fosse consapevole del ruolo che in quella farsa gli era stato assegnato, per opporsi al disegno del padre.
Non aveva voluto porsi pregiudiziali nei confronti del giovane, cosciente che un giudizio affrettato, e privo di qualsiasi riscontro diretto, avrebbe potuto negativamente condizionarla da subito.
Aveva bisogno di tutta la sua obiettività per capire se il copione che ci si apprestava a recitare intorno a quella tavola sobriamente imbandita fosse opera di uno o più sceneggiatori.

 Così s'era predisposta a partecipare a quella cena svestita di ogni malanimo nei confronti di colui che le era stato designato come marito, indossando il suo abito più semplice e il suo sorriso più onesto.

Encomiabile questa strategia riduttiva di bellezza, messa in opera da una ragazza giovanissima, consapevole di voler lealmente condurre il confronto nel campo della ragione e non in quello della seduzione, che pur consente alle più dotate, e alle più scaltre, di ottenere facili vittorie.
Ma Rebecca, per sua natura, avrebbe rifiutato a priori una siffatta astuzia, l'equivalente della trappola di una buca profonda ricoperta di foglie, dove condurre, attraverso un ingannevole sentiero di petali di rosa, l'incauta preda, con lo scopo ultimo di farla cadere nel precipizio.

Troppo leale, Rebecca, per aspirare ad una vittoria ottenuta con l'imbroglio, non avrebbe però avuto alcuna misericordia se davanti alla sua offerta di uno scontro ad armi pari l'altro avesse ceduto alla tentazione dei colpi bassi.

 Rischio che istintivamente aveva presagito non avrebbe corso quando Giandomenico Messinese aveva fatto il suo ingresso nella sua sala da pranzo. E nella sua vita.

lunedì 5 agosto 2019

Rebecca (cap. 6)



REBECCA, LA MUSA
Quella sera stessa, convocate entrambe le figlie nel suo studio, senza avvalersi di nessuna metafora e con tono inappellabile, le aveva edotte sul suo disegno: a Rebecca l'onore del matrimonio, a Gemma l'onere della madre. Scelta basata sulle qualità individuali e non su una preferenza affettiva, aveva precisato, che Rebecca, più disinvolta e intraprendente, s'era rivelata la più adatta a ricoprire il ruolo di moglie di un artista geniale ma introverso, e di cui lei sarebbe divenuta l'alter ego in quanto dotata di un carattere volitivo e molto risoluto, speculare a quello del futuro marito, meno brillante e più vulnerabile.
Poiché tale era Giandomenico Messinese, il giovane in questione, artista geniale ma dalla personalità opaca e inibito da una timidezza endemica, fattori per i quali, se lasciato solo a stesso, sarebbe stato destinato a rimanere incompreso. Ed incompiuto.
Stava offrendo, alla figlia minore, un matrimonio di prestigio e la certezza di entrare nell'olimpo delle muse.
Gemma, invece, durante il periodo del fidanzamento della sorella avrebbe dovuto continuare ad occuparsi della madre, controllarla e prevenirne le bizzarrie, soprattutto quando fosse stata ritenuta necessaria la sua presenza in pubblico. Presenza che sarebbe stata limitata solo alle occasioni ineludibili.
Aveva perfino considerato l'ipotesi di un loro soggiorno all'estero, ma che non era possibile, al momento, mettere in pratica senza destare domande lecite ma inopportune.
Un compito a termine, questo di Gemma, ma di vitale importanza, che s'aspettava venisse compiuto con intelligenza e diligenza, cosicché lo scandalo di quel giorno non si sarebbe mai più dovuto ripetere.
Avrebbe, da quel momento in poi, ritenuto Gemma responsabile di qualsiasi spiacevole accadimento riguardante la madre.

Entrambe lo avevano ascoltato in silenzio fino a quel punto finale che non ammetteva replica né dissenso, e col quale Concetto Scalavino riteneva conclusa quella sua informativa e s'apprestava a congedar le figlie con l'augurio della buonanotte, ritenendo le carte scoperte e i giochi conclusi, certo d'aver vinto, anche troppo facilmente, quella partita di cui ora doveva solo riscuotere la posta, quando Rebecca, con voce ferma, aveva detto: ma io non intendo sposarmi.
Il giocatore Scalavino aveva avuto dapprima un sussulto e poi aveva battuto un pugno sul tavolo facendo crollare quel suo castello di carte che s'era ingegnato ad innalzare e che, per un momento, aveva ritenuto inespugnabile.

- Non mi sposo, e non capisco su che basi abbiate potuto fare questi vostri calcoli senza chiedere la mia opinione. Il matrimonio non rientra nelle mie ipotesi di futuro, piuttosto scalerei il monte Olimpo per mio piacere personale, in abiti comodi e a me più congeniali, anziché in quelli teatrali di una musa. Il mio compito, dunque, secondo voi, sarebbe quello di spianare la strada ad un marito geniale ma incapace di riscuoter simpatie, mettermi al servizio delle sue necessità e di quelle della sua arte. E a quelle del vostro smisurato ego. Non mi sposo, prendetene atto e mettetevi il cuore in pace. Che padre siete a pretendere d'imporre ad una figlia il ruolo di moglie e all'altra quello d'infermiera, senza tener conto dei nostri sentimenti? così come di quelli della mamma che voi avete contribuito, col vostro cinismo esistenziale, a ridurre alla follia.-

- Non ti permetto di parlarmi in questi termini! La mia autorità...-

- La vostra autorità non vi dà il diritto di decidere della nostra vita.-

- Sei mia figlia e dipendi da me, in tutto e per tutto. Non dimenticarlo!-

- Dipendo da me stessa e da voi meno che da chiunque altro. Non farò la fine delle mie sorelle o, peggio ancora, di mia madre. Cosa potete farmi? Diseredarmi? Accomodatevi! Picchiarmi? Vi consiglio di non farlo. E non perdete neppure tempo a convincermi perché la mia decisione l'ho presa nel momento stesso in cui sono stata partorita. No, non c'è nulla che potete fare per piegarmi al vostro volere. Fatevene una ragione, papà!-

- Fatevene una ragione, papà. -
Glielo aveva di nuovo sussurrato all'orecchio dandogli il bacio della buonanotte.
Un bacio che bruciava come uno schiaffo.


GEMMA, LA GUARDIANA
Gemma, invece, non aveva proferito parola, né mosso un passo né fatto un gesto: impietrita, aveva seguito con lo sguardo Rebecca lasciare la stanza e ora che lei se ne era andata quel suo sguardo cercava, inquieto e smarrito, un punto su cui soffermarsi, consapevolmente evitando di guardare verso il padre che, con le labbra serrate e i pugni stretti, tremava di rabbia a stento repressa.
Di quell'ira non esplosa la stanza era satura e lei l'aveva respirata tutta in attesa della deflagrazione che però non era avvenuta nemmeno quando, d'istinto, s'era sottratta al tentativo di una carezza.
Un insulto quella carezza: un subdolo abboccamento a stabilire un'accordo, un'alleanza segreta e, forse, una redistribuzione dei ruoli.
Raggelata e stordita Gemma s'era rintanata nel profondo recondito di se stessa, lontana dalla realtà devastante di quel momento, preda di un'indicibile stupore per quell'umiliazione appena subita, lottando contro le lacrime che orgogliosamente ricacciava indietro.

Le ragazze Scalavino non erano avvezze alle lacrime che pur sono, secondo l'occasione, sintomo di gioia o di dolore, non avendo avuto nella loro ancor giovane, e troppo solitaria vita, vere occasioni per sperimentare la pienezza dei due opposti, ragion per cui se necessariamente s'erano fatte le ossa all'indifferenza affettiva di certo erano delle sprovvedute riguardo la valutazione soggettiva di queste due nuove materie, (nello specifico, il dolore) scoprendo, all'improvviso, la brutalità dei sentimenti e l'impatto emotivo. E le conseguenti reazioni.
Rebecca s'era opposta al progetto del padre con uno stupefacente, provocatorio, savoir fair: l'equivalente di uno sputo in faccia lanciato con eleganza ed ottima mira.
Gemma, invece, era rimasta stordita, in balia di sensazioni sconosciute e dolorose, dove su tutte, però, predominava quella dell'umiliazione infertale da quel padre che s'era dimostrato affettuoso solo per opportunismo.
Totalmente estranea all'ipotesi di un suo ruolo in quel progetto nefando, mai avrebbe accettato di esserne asservita soprattutto in qualità di vittima sacrificale. E consenziente.
Iniziava, però, a penetrare i sottili meccanismi di quella manipolazione basata sull'inganno, cinicamente messa in atto da quel padre che, se con una mano elargiva carezze, nell'altra aveva pronto il guinzaglio.


Concetto Scalavino, anche se sconcertato dall'atteggiamento delle figlie, era fermamente deciso a realizzare il suo progetto, riconducendo tutto ad una mera questione di metodo, sicuro che nelle sue figlie il buonsenso, adeguatamente sollecitato dal suo pugno di ferro, sarebbe alla fine prevalso
S'era imposto di mantenere la calma, che le redini a guidar la pariglia ribelle erano salde nelle sue mani, cosicché imporre loro la sella era solo questione di tempo, ma alla fine ci sarebbe riuscito, che mai nessun puledro, per quanto recalcitrante fosse, l'aveva mai avuta vinta su un fantino munito di briglie e di speroni.
E comunque informandole sulle sue intenzioni un primo passo lo aveva compiuto.

Quella sera, attraversando il corridoio che conduceva alle camere da letto aveva notato che l'uscio della stanza di Rebecca, dove la luce era già spenta, era ostruito dal cane di casa, apparentemente addormentato, ma che al suo passaggio aveva digrignato i denti ed emesso un ringhio sordo.
Anche dalla porta socchiusa della camera di Gemma non filtrava alcuna luce e, sbirciando all'interno, Concetto Scalavino aveva constatato esser vuota.
Illuminata, invece, era la stanza della moglie che farneticava a voce alta.
Ma non era sola: la voce di Gemma, paziente e decisa, si sovrapponeva alla sua a rassicurarla che mai avrebbe permesso all'uomo nero di salire in cielo e spegnere le stelle.
Scalavino a quella scena aveva sorriso, congratulandosi con se stesso per aver favorito quel legame in cui Gemma, comunque, si dimostrava coinvolta.



Anche Mimì Messinese, dal canto suo, s'era predisposto quella stessa sera a dar la notizia ai suoi dell'ipotesi di un matrimonio tra Giandomenico e Rebecca, presentandosi a casa con un enorme vassoio di dolci, nonostante fosse giovedì, in anticipo di ben due giorni su quello che costituiva da sempre il rito celebrativo della domenica.
Quell'innocente trasgressione aveva causato un allegro trambusto, scatenato interrogativi e supposizioni circa l'avvenimento da festeggiare, e ai quali lui, insolitamente loquace, si divertiva a fornire elementi fuorvianti, immaginifici, così da poter giungere al termine della cena con la sorpresa ancora intatta, che avrebbe rivelato al momento del dolce e prima del bicchiere di Marsala.

- La novità riguarda te, Giandomenico, e la possibilità di matrimonio con la figlia minore del nostro fornitore per il legname, Concetto Scalavino. La ragazza è molto bella ed è un buon partito, e il tuo futuro suocero ha davvero grande stima di te. Hai davanti un destino luminoso, ma non sei ancora affermato, e le incognite nel campo dell'arte, soprattutto in quello dell'ebanisteria, sono troppe: lo sappiamo bene noi che abbiamo visto nella nostra famiglia così tante ascese e così tante cadute. L'ingente dote matrimoniale della tua futura moglie ti garantirebbe quella tranquillità esistenziale con cui tu potrai approfondire i tuoi studi e maturare il tuo talento, preservandoti da ogni compromesso e rendendoti libero nelle tue scelte. -

Detto questo, Mimì Messinese s'era sentito d'aver espletato, nel migliore dei modi, un compito alquanto difficile, perché con quel figlio, che pure tanto gli somigliava nel carattere, non vantava alcuna intimità. Ma si capivano allo sguardo e si muovevano all'unisono, e questo aveva cementato il loro rapporto anche senza il collante della confidenza.

Si sentiva soddisfatto di questo discorso a braccio, privo di preamboli e virgolettati, che dai suoi era stato accolto all'inizio con un  silenzioso stupore e poi con esplosioni di gioia nei riguardi di Giandomenico e della sconosciuta Rebecca.

venerdì 2 agosto 2019

Rebecca (cap 5)


CONFIDENZE PATERNE
Concetto Scalavino s'era reso conto d'aver ecceduto quando aveva visto Mimì Messinese terribilmente sbiancare e flettere le ginocchia e, se di riflesso non l'avesse prontamente sostenuto, di  certo sarebbe stramazzato a terra.
Mimì Messinese, la fisionomia stravolta, boccheggiava in carenza di aria e di parole, tant'è che il commerciante aveva temuto un attacco di cuore, e già manovrava a slacciargli il colletto quando l'altro, svincolandosi da quel contatto, lo aveva respinto con le sue deboli forze.
Il buon senso lo aveva indotto a rispettar la distanza imposta e nel frattempo elaborare una strategia per uscire dal cul de sac in cui s'era andato a cacciare.
Mimì Messinese s'era accasciato su una sedia, il volto coperto dalle mani e le spalle scosse da singhiozzi, rattrappito su se stesso, imbambolato, incapace di una parola o di un gesto di rabbia, tant'è che Concetto Scalavino s'era già avviato alla porta convinto d'aver compromesso non solo il suo piano ma pure i rapporti col suo più illustre cliente, quando questi, invece, inaspettatamente gli aveva chiesto di rimanere.

Che suo figlio non riscuotesse simpatia lo sapeva: troppo timido e troppo insicuro, non riusciva a mostrarsi nel verso giusto, tant'è che spesso aveva dovuto presenziare, in sua vece, anche ad eventi importanti, come ultimamente era accaduto con monsignor Galimberti, l'inviato di Sua Santità, perché Giandomenico era stato colto da una febbre improvvisa, causata dall'ansia e da quella sua sensibilità così esasperata.

- Sensibilità d'artista. -
Aveva sottolineato, con solennità, l'altro.

- D'artista, lo sappiamo io e voi, ma il popolo no. Per la gente Giandomenico è un arrogante, uno schizzinoso, ed ora, dalle vostre parole, anche un depravato. Ma, se  fosse stato vero, Sua Santità gli avrebbe forse commissionato un incarico così prestigioso?-
 A quest'accorato interrogativo, Concetto Scalavino, aveva scosso il capo in segno di diniego e ribattuto con convinzione: chiacchiere maldicenti a cui non dovete prestare orecchio. Il popolo si sa è per natura invidioso e se prende in antipatia diventa anche maligno. Don Mimì, Giandomenico è un grande artista, e dovete essere fiero di lui. E' questa l'unica verità in cui dovete credere.
.
- Fiero lo sono, ma so anche che un talento come il suo avrebbe abbisognato di spalle più forti e di un carattere più prepotente. -
L'altro aveva sospirato afflitto.

- Una moglie, Don Mimì, è quello che ci vuole per Giandomenico. Una giovane accorta e di carattere,  capace di fare i suoi interessi e di sostenerlo. Ricca, perché un artista deve occuparsi solo della sua arte e non essere afflitto da quisquilie, e problemucci materiali, come qualsiasi altro mortale. E bella, perché la bellezza ispira poesia e un artista vive di poesia. Una moglie metterebbe a posto molte cose. La nascita di un figlio, poi, farebbe zittire le malelingue e donerebbe serenità al nostro artista. -
Aveva controbattuto, deciso, Concetto Scalavino.

- Una moglie...ma chi? Giandomenico non ha mai palesato l'intenzione di sposarsi né mostrato interesse per nessuna delle giovani di nostra conoscenza. E' così chiuso. Impenetrabile come un riccio.-
Aveva ribadito sconfortato il Messinese.

- Eppure ci sono donne capaci di trasformare gli aculei del riccio in dita gentili. La mia figlia più giovane, ad esempio, appartiene alla specie. Odora di femmina, Don Mimì, un profumo da risvegliare i sensi ad un morto, ed un caratterino da far rigar dritto i vivi. -
Gli aveva rivelato con un sorriso.
- E' una confidenza, questa mia, che solo a voi mi permetto di fare, da padre a padre, dettata dalla stima incondizionata che nutro per voi e per la vostra famiglia, e per Giandomenico in particolare, che merita il meglio del meglio. Ed è proprio quello che oggi, tramite voi, gli sto offrendo. -
Aveva concluso la sua arringa finale con una mano sul cuore, a testimoniare l'onestà delle sue affermazioni.

Mimì Messinese, ancora frastornato, aveva però trovato il coraggio di chiedere: ma voi cosa ci guadagnate in tutto questo?

- L'onore grande d'apparentarmi con voi! -
 Aveva risposto, con convinzione, Concetto Scalavino.


Per il commerciante le cose si stavano avviando nella giusta direzione dal momento che il Messinese non  solo non aveva rifiutato la sua proposta ma, anzi, se ne era dimostrato perfino grato.
Sapeva, Concetto Scalavino, di averlo ora in pugno e che neppure serviva stringere troppo la presa, e così, molto accortamente, aveva disserrato le dita e aperto il palmo affinché l'altro si sentisse fiducioso e a proprio agio. Confortato.

Mani capaci, con le quali aveva materialmente costruito il suo impero e sul quale, finalmente, avrebbe fondato la sua dinastia attraverso il matrimonio morganatico tra la sua piccola "regina in miniatura" e il giovane artista ieratico.
Unione, i cui discendenti, avrebbe avuto il suo stesso sangue e il suo cognome.
 Clausola, questa, che era stata accettata dal Messinese che nutriva altro genere di sensibilità, e quella d'insignire i futuri discendenti anche del cognome materno, gli era sembrato un innocente egocentrismo, che l'usanza del cognome doppio, triplo o a cascata, era un vezzo in uso in molte famiglie di rango a testimoniare il lustro delle parentele acquisite.

Se per Concetto Scalavino l'unione tra Rebecca e Giandomenico significava l'inizio della realizzazione del suo sogno di grandezza, per Mimì Messinese, invece, sarebbe stata la fine delle maldicenze su suo figlio. Non s'era pienamente reso conto, fino a quel momento, di quanta stanchezza ed amarezza aveva accumulato nel corso degli anni per via degli inganni consapevolmente subiti, delle ipocrisie accettate, dei bisbigli e dei silenzi repentini, delle strette di mano fuggevoli e delle occhiate irridenti.
Ora, finalmente, tutto questo sarebbe cessato.

Con questa certezza s'era avviato verso casa, a passo spedito e le spalle erette, di nuovo in sintonia col mondo, che gli pareva di esser rinato e avrebbe spontaneamente, lui così schivo, condiviso quella sua emozione con chiunque, che pur era così evidente quel suo inedito stato di grazia, leggibile sulla sua bocca che non smetteva il sorriso, e nel piglio deciso con cui affrontava la strada.
Mimì Messinese captava gli sguardi, frontali e trasversali, in modo nuovo, tant'è che nessuno, tra quelli incrociati, gli era parso canzonatorio o irrispettoso o, peggio ancora, di disprezzo.
Gli sembrava che la Sicilia intera fosse al corrente dell'imminente matrimonio, che è risaputo che le notizie corrono, anche quelle non ancora annunciate, figuriamoci questa sua già formalizzata nei dettagli.
Così non si sarebbe affatto meravigliato se qualcuno lo avesse fermato per congratularsi delle nozze future.

Mentre un rinato Mimì Messinese, soavemente imbaldanzito, s'avviava celere verso casa per compartecipare i suoi alla lieta novella, Concetto Scalavino, invece, volutamente ritardava  il rientro, inoltrandosi su stradine secondarie e poco frequentate, per avere il tempo d'imbastire argomentazioni convincenti da poter far digerire ad entrambe le figlie quella sua decisione, presagendo che non sarebbe bastato il pugno di ferro per imporsi ma che avrebbe piuttosto dovuto predisporsi alla pazienza, per far sembrare gustosa quella pietanza che solo il cuoco trovava appetibile.


UN SEGRETO DI FAMIGLIA
Rientrando aveva invece trovato lo scompiglio, con la moglie che, eludendo la sorveglianza di Gemma, aveva scalato un alberello tra i cui rami s'era appollaiata, con il retino in mano, per la consueta caccia alle stelle.
Legato alla catena, e rischiando a tratti lo strangolamento, il cane lascivo abbaiava impotente e rabbioso, con acuti lancinanti e prolungati, che avevano richiamato un manipolo di cani randagi che premevano alla cancellata con la forza disperata dei loro muscoli denutriti.
Quel trambusto aveva finanche attirato l'attenzione della serva sordomuta che sbirciava dall'uscio della cucina, mentre Rebecca, la gonna avvolta sui fianchi, s'apprestava con agilità d'acrobata a scalare l'alberello dove la pazza s'era rintanata con l'intento di assaltare entrambi i carri dell'Orsa.
Gemma, nel frattempo, s'era munita di uno specchio attraverso cui convogliava i fragili raggi del sole a tramonto fra le intercapedini dei rami più bassi con lo scopo di creare l'illusione di stelle cadenti, e indurre la madre a scendere dall'albero.
 E ben aveva assolto al compito quell'ingannevole luminescenza,  che già la pazza si predisponeva alla discesa, incurante dei graffi inflitti dalle fronde, impavida ed incosciente, non si curava a saggiare la consistenza dei rami a cui s'affidava nella discesa, cieca al pericolo e sorda alle voci che da basso l'incitavano di fare attenzione, indirizzandola, come se lei fosse dotata di una qualche ragionevolezza.
Nell'eccitazione del gioco, però, aveva mancato la presa di un ramo e di certo, sarebbe precipitata se Rebecca non l'avesse prontamente afferrata per un braccio.
...e ancora, sospesa nel vuoto, continuava a scalciare e a reclamare, con voce di bimba, il retino che aveva perduto.

La muta dei cani randagi, che mai aveva smesso di ringhiare, aveva impedito ai curiosi d'avvicinarsi al cancello.
Una fortuna questa, che lo scandalo della moglie vaneggiante, appesa nuda a un ramo, assolutamente doveva rimanere circoscritto al perimetro interno del giardino.
Tranne  le due figlie, e la serva sordomuta, non c'erano altri testimoni oculari.
Non era questo il momento che quel segreto famigliare divenisse pubblico.
Non ora, con un matrimonio imminente e la gloria a portata di mano.
Questo rifletteva assistendo alla scena all'esterno dello steccato, Concetto Scalavino, mentre Gemma, con una coperta in mano, correva a prestare soccorso alla madre e alla sorella.
Oltretutto questa vicenda gli forniva lo spunto per mettere al corrente le figlie del suo progetto, e senza far ricorso alla diplomazia, riguardo al ruolo che da quel momento avrebbero dovuto rivestire.

domenica 28 luglio 2019

Rebecca (cap. 4)



UN VIAGGIO DI SOLA ANDATA
Una presenza discreta, quella di Gemma, possibilmente muta e solo se necessaria.
Questo prevedeva la strategia del copione.
Che quella figlia, pur bella quanto l'altra, ma priva dell'odore di femmina, l'avrebbe designata a badante della pazza.
D'altronde la scelta tra quale delle due figlie sarebbe andata sposa non se l'era neppure posta, perché se fosse stata Gemma, anziché Rebecca, a possedere il conturbante dono dell'essenza di Eva, quel sortilegio profumato e peccaminoso che aveva indotto Adamo a trasgredire, sarebbe stata lei l'eletta all'altare.
Così, Concetto Scalavino, deus ex machina dei destini famigliari, non s'addebitava alcun favoritismo dettato da una preferenza personale, o da un affetto più profondo nei riguardi di una figlia a discapito dell'altra, poiché per entrambe nutriva lo stesso distacco emotivo della paternità abiurata, dove il rancore s'era andato solo, e superficialmente stemperando, dopo la nascita virtuale de "la regina in miniatura", in una tiepida indulgenza che forse avrebbe potuto trasformarsi, con il successo del piano, in benevolenza.
Benevolenza di cui avrebbe goduto anche Gemma.

Dopo questa sintetica, ma ineccepibile analisi auto assolutoria, si sentiva pronto a passare dalla progettazione alla realizzazione del suo disegno, predisponendosi con l'autorevolezza di un regista a stabilire la sequenza dei primi piani, la profondità di campo e, soprattutto, la durata delle battute.
Avrebbe prima curato i dettagli scenografici eppoi istruito le sue due attrici, non prendendo in considerazione, neppure come ipotesi, la messa in discussione del copione.

Giandomenico Messinese, nonostante fosse di pochi anni maggiore di Gemma e di Rebecca, sembrava però più adulto, con un principio di calvizie prematura ed un fisico mingherlino, intabarrato, qualunque fosse la stagione, in cupe palandrane odorose di resina.
Aveva però occhi mansueti e profondi, del colore del mare, orlati di folte ciglia setose, e mani d'artista con dita lunghe e polpastrelli sensibili.
La consapevolezza del suo aspetto, che egli reputava poco attraente, lo aveva reso impacciato e balbuziente.
Più simile ad un giovane abate che ad un artista scarmigliato, partecipava raramente agli eventi societari, e questo gli era valsa la fama di arrogante e alienato le simpatie del popolo come quelle dei notabili, che quella sua ritrosia, originata da una timidezza patologica scambiata per alterigia, non concedeva varchi a blandizie di alcun tipo, rendendolo inavvicinabile ma, soprattutto, incorruttibile.
Un'odiosa iattura quella di avere un rappresentante di tale fama e non poterne in alcun modo disporre, perché il giovane maestro ebanista s'era fatto da sé e non doveva nulla a nessuno, se non a quel suo genio ereditato, e da lui maledetto, dacché avrebbe mille volte preferito esserne nato sprovvisto e non dover essere quel Giandomenico Messinese che, al pari di nostro Signore, sarebbe stato costretto a dover trasportare sulle sue fragili spalle, e contro la sua stessa volontà, la pesantissima croce del suo prodigioso talento.
Quel talento lo avrebbe ora condotto a Roma, nella città di San Pietro, dove egli andava segretamente accarezzando l'idea di prendere i voti in un qualsiasi ordine monastico, non per esigenze di fede ma per necessità di sopravvivenza.
Un viaggio di sola andata.

Era questo il progetto che il giovane maestro ebanista andava segretamente meditando.
Avrebbe però prima adempiuto all'impegno contratto con la Santa Sede per la creazione di uno scrittoio e di una cassettiera, arredi  per le stanze private di  papa Leone XIII.
Sarebbe stata la sua opera ultima.
Sarebbe stato il suo capolavoro.
...poi, senza darne notizia ad alcuno, si sarebbe ritirato in un convento, lontano dalle ipocrisie e dal chiasso del mondo, per ritrovare le ragioni della sua arte, studiare e sperimentare, maturare il suo genio e finalizzarlo ad uno sopo universalmente più grande, non più al servizio della vanità degli uomini ricchi, quelli che potevano permettersi di comprarlo.
Quest'ultima verità, sopra ogni altra, gli riusciva intollerabile, non per una questione di amor proprio ma di pudore violato. Lucidamente si riconosceva come vittima, però consenziente. Continuare ad accettare questo stato di cose lo avrebbe, infine, reso complice.
Non sospettava minimamente, Giandomenico Messinese, che proprio uno di quei ricchi commercianti, che egli così profondamente disprezzava, mirava a comperare non solo il suo nome ma anche il suo gene.

UNA NUOVA IMMAGINE PER GIANDOMENICO MESSINESE
Rebecca e Gemma, al pari del giovane ebanista, proseguivano le loro esistenze all'oscuro dei calcoli che Concetto Scalavino aveva computato con precisione di mercante, certo della qualità indiscutibile della sua merce e del prezzo richiesto, assolutamente irrisorio per un articolo di così grande pregio.
Un affare per l'acquirente, se chi vendeva non era per mera necessità d'incasso ma per la vanità d'allocare la sua merce in una vetrina di maggior prestigio.
Non una svendita, quindi, ma una transazione alla pari.

...così, in ossequio alla prima regola del commercio che da sempre suggerisce la massima discrezione per portare a termine un buon affare, Concetto Scalavino del suo progetto non avrebbe fatto parola con nessuno fino al momento in cui i Messinese lo avrebbero contattato per una nuova fornitura: solo allora avrebbe fatto la sua proposta di matrimonio tra il loro Giandomenico e la sua Rebecca.
Era certo che la transazione sarebbe andata a buon fine, perché la fanciulla non solo era ricca ma era anche bella, e avrebbe contribuito a migliorare la stirpe dei Messinese, prolifica di geni ma non di adoni.

Nel frattempo aveva iniziato a delegare sempre più spesso Gemma, in maniera accortamente casuale, per non generar sospetti, alla custodia della madre, coinvolgendola con tecnica subliminale alla sua gestione, che poi nel breve tempo sarebbe diventata di sua piena, ed esclusiva, competenza.
Le affidava piccoli, ed apparentemente innocui, compiti di dama di compagnia, gratificandola di lodi per l'autorevolezza con cui lei svolgeva tali mansioni.
E con attestazioni di fiducia incondizionata.

Gemma, cucciolo di cane, sensibile a questa nuova agnizione che la gratificava finalmente per la prima volta nella sua vita di un riconoscimento personale di così vasta portata, dove la lode e la carezza erano forse anticipatori di quell'adozione così disperatamente agognata, che aveva rinserrato zanne ed artigli predisponendosi, fiduciosa, ad una resa incondizionata.



 Mimì Messinese lo aveva finalmente contattato per una ingente commessa di pregiatissimo legno di seta e di legno viola, da recapitarsi direttamente a Roma, presso la Santa Sede.
Il carico avrebbe preceduto il giovane maestro ebanista che, preso com'era dalla progettazione dello scrittoio e della cassettiera per Sua Santità, viveva ormai recluso nel suo laboratorio come un asceta, dimentico perfino dei suoi più elementari bisogni.
Questa confidenza, timida quanto inaspettata, era affiorata con un sospiro di preoccupazione dalla voce di Mimi Messinese, insinuandosi abusiva tra cifre e clausole (poche, in realtà, che tra loro due vigeva l'onore della parola data) e inconsapevolmente fornendo al mercante l'opportunità di un alibi introduttivo al suo progetto.

 Mimì Messinese, padre di Giandomenico ed amministratore dell'azienda di famiglia, nutriva nei confronti dell'imprenditore una stima sincera ed illimitata, che se non s'era approfondita in un'amicizia più intima era stato per non venir meno a quella norma dell'etica professionale, e del buon senso, a cui sempre, e senza pentimento, s'era rigidamente attenuto, e che saggiamente suggeriva di evitare commistioni tra amicizia ed affari.
Ma quel giorno la preoccupazione era affiorata spontanea nelle parole sommesse di quella confidenza inaspettata con cui, per la prima volta in tutti quei decenni d'intensa collaborazione professionale, s'era d'improvviso imposta come  ineludibile, la necessità di condividere un assillo così intimo.
Un atteggiamento inedito per il carattere schivo di Mimì Messinese, ma di cui Concetto Scalavino, passato l'attimo dello stupore, abilmente si accingeva a servirsene per portare l'altro sul proprio terreno, palesandogli il suo progetto come una strategia  spontanea, scaturita dall'empatia suscitata da quel suo scoramento evidente a cui non solo emotivamente partecipava, ma se ne faceva carico, fornendogli una soluzione istantanea, semplice e di buon senso

 ...per Giandomenico, così timido e schivo, una moglie bella, e di carattere, sarebbe stata la soluzione a quei problemi esistenziali di cui Mimì Messinese gli aveva fatto l'onore della confidenza.
Una moglie bella e ricca, la cui ingente dote non solo sarebbe servita a garantirgli la tranquillità indispensabile a poter coltivare il suo talento al riparo dagli assili ineludibili della quotidianità ma, inoltre, avrebbe fugato i sospetti di un matrimonio di convenienza. Quella ricchezza avrebbe attestato il sentimento e non il calcolo, permeando di romanticismo la loro unione e, perfino, positivamente modificato l'immagine pubblica di Giandomenico Messinese, il cui ermetismo congenito gli aveva alienato le simpatie del pubblico e gli entusiasmi della critica. Questa nuova immagine sarebbe andata  morbidamente sovrapponendosi a quella scorbutica ed introversa dell'asociale. Un'immagine  più conformista, e di più facile accettazione, di uomo austero ma di meritata fama e di solidi valori. Una moglie gravida, in ultimo, avrebbe posto fine a tutte le insinuazioni maligne, lesive della persona e dell'onore, e sfatato l'ignobile diceria, dettata dall'antipatia e dall'invidia, che voleva il giovane artista attratto da quelli del suo stesso sesso.

mercoledì 24 luglio 2019

Rebecca (cap.3)



UNA SECONDA IPOTESI DI NASCITA
"Questa bambina, che inebria i sensi con la  fragranza delle mandorle e scalda il sangue con l'entusiasmo della cannella, potrebbe benissimo un giorno, se non corrisposto, spingere un uomo al suicidio".
Era questa la certezza conseguita da Concetto Scalavino dopo aver preso attentamente a studiare la sua ultimogenita.

...e, pur arrossendo di questo pensiero, del quale s'era vergognato come dall'aver commesso atto d' incesto, ne aveva preso però nota, non riuscendo a stabilire se dolersene o rallegrarsene, consapevole che una creatura simile, che andava scoprendo indomita quanto seducente, non poteva avere che impresso nel suo destino un drammatico futuro di gloria, perché è universalmente noto che se la bellezza può con irruenza trascinare all'amore, con altrettanto trasporto può suscitare l'odio.
...e così l'anima del mercante, essendo stata molto più a lungo e con consapevolezza esercitata, aveva preso il sopravvento su quella del genitore, dandosi, in ultimo, perfino dell'idiota per tutti quegli anni passati a dolersi sulla mancata nascita di un erede maschio, quel giovane Concetto Scalavino mai venuto al mondo, il motivo per cui s'era stoltamente precluso, fino a quel momento, ogni altra possibile alternativa.
...e se non fosse stato per lo scandalo casalingo di quel cane infoiato, di sentinella davanti alla camera da letto di Rebecca, egli, forse, non si sarebbe mai degnato di valutare la fortuna che ora gli si palesava dinnanzi come una rivelazione esaltante, pregna di progetti fattibili per realizzare i suoi sogni.

Quella sera stessa, a Rebecca, venne concessa una seconda ipotesi di nascita, m astavolta, però, a   partorirla sarebbe stato lui stesso, adempiendo all'evento con tutta la partecipazione emotiva, e l'entusiasmo, di cui aveva difettato, invece, la moglie.
Come una Dea sarebbe stata espulsa, con forza maschia, ma non brutale, dai lombi paterni, per essere accolta nell'incavo ospitale delle sue grandi mani e rifugiata, poi, al sicuro, sul suo largo petto, in concomitanza della regione del cuore, per ninnarla, dolcemente, con la ritmica cadenza dei suoi battiti.

Ed ecco così esistere, nello stesso tempo, e nello stesso luogo, seppur su due paralleli diversi, Rebecca "la regina in miniatura", appena partorita dal padre, e Rebecca l'adolescente, che dorme nella sua camera, vigilata dal cane domestico in preda agli eccessi di una malia sessuale.


LA REGINA IN MINIATURA
Rebecca, "la regina in miniatura", respirava tranquilla i suoi primi attimi di vita, al sicuro sul petto del padre e protetta dalle sue grandi mani, mentre Rebecca, il cucciolo di lupo, s'era destata all'improvviso, inquieta e con i sensi  allertati, istintivamente presagendo un pericolo.
Ed il pericolo era in agguato fuori la porta della sua camera, sulla cui soglia vigilava il cane lascivo.
Se quella sera Concetto Scalavino malauguratamente avesse osato oltrepassare la porta, il cane, di sicuro, lo avrebbe sbranato.

Reduce da questo suo metaforico parto, quando finalmente, e per la prima volta, aveva assaporato le gioie intime della paternità, il mercante s'era convinto che "la regina in miniatura"sarebbe stata il suo riscatto. La sua rivincita.
Lo strumento col quale avrebbe beffato il suo destino.


Ipotesi ancora in nuce che andava accortamente elaborando attraverso un disegno minuzioso e circostanziale, dove tutte le tessere di quell'ipotetico mosaico avrebbero dovuto essere allocate nel loro alveo naturale, così da risultare strettamente connesse, con precisione millimetrica, da mistificare, anche da vicino, l'inevitabile saldatura del collante e dei chiodi, nella perfetta sintesi di una superficie compatta, liscia e pulita, una trama omogenea e non un meticoloso rammendo: il capolavoro di un maestro ebanista.
...e mentre lo Scalavino artista fantasticava sul tema degli sfondi ove far risaltare al meglio le potenzialità inedite di Rebecca, lo Scalavino mercante, invece, vagliava le conseguenze, in termini di ricchezza e gloria, che ne sarebbero successivamente derivate.
Più di gloria che di ricchezza, che di quest'ultima ne aveva già a profusione.

In realtà il progetto che andava elaborando non era impossibile da realizzare, che la materia prima c'era, e della qualità più pregiata, ed avvalendosi delle sue comprovate capacità nel campo degli affari non avrebbe avuto difficoltà alcuna ad immetterla sul mercato e a condizioni, per lui, assolutamente vantaggiose.
L'idea era quella di combinare il matrimonio tra "la piccola regina in miniatura" ed il giovane, talentuoso maestro ebanista, Giandomenico Messinese, la cui fama aveva già travalicato i confini della Sicilia per giungere fino alla Città del Vaticano da dove gli era stata commissionata la creazione di uno scrittoio e di una cassettiera, arredi per le stanze private di Sua Santità, papa Leone XIII.

Concetto Scalavino era da sempre il fornitore unico per il legno da cui s'approvvigionava la famiglia Messinese, che vantava un paio di generazioni di ottimi e riconosciuti maestri ebanisti ed ora, tra tutti, Giandomenico, l'enfant prodige, il cui genio avrebbe inesorabilmente oscurato la fama di Giuseppe Maggiolini.
Ne era certo Concetto Scalavino che nutriva nei riguardi della famiglia Messinese un sentimento ambiguo di stima e d'invidia per quella progenie feconda di maschi e di talenti destinati a perpetrare, nel corso dei secoli, il proprio nome nella fama, mentre invece, lui, non avendo avuto in sorte nessun erede maschio sarebbe definitivamente morto dopo il suo ultimo giorno di vita.
 Per ovviare a questo, alla stipula del contratto matrimoniale avrebbe preteso come unica, indiscutibile condizione, che ai futuri nipoti venisse imposto, insieme al cognome del padre, anche quello della madre.

Un progetto così ardito da indurlo a non trascurare alcun particolare nella stesura del canovaccio e la distribuzione dei ruoli nel progetto che andava elaborando, perché per questo matrimonio, a differenza di quelli combinati per le altre sue figlie,(affette dalla stessa tara materna che portava a generare solo femmine) nessuno dei quali, però, aveva comportato un suo coinvolgimento così personale e così diretto, tanto da non prendere in considerazione, per il caso specifico, l'eventualità di un inciampo o di un rifiuto, poiché la posta in gioco era il suo diritto al nome e ad una discendenza che degnamente lo rappresentasse.
...fantasticava, Concetto Scalavino, davanti la stanza de "la regina in miniatura", sulla futura progenie di nipoti maschi, dotati del genio del padre e del carisma della madre.
E del suo cognome.

In virtù di quella sagacia che egli pur con molte ragioni s'accreditava, si predisponeva allo studio di una strategia sottile e psicologica, poiché in quel frangente nulla era da trascurare, neppure la demenza della moglie, che lo spauracchio di una tara ereditaria avrebbe potuto costituire valido motivo di rifiuto da parte della famiglia Messinese.
...quella moglie incapace di generare un erede maschio e la cui follia egli, sacrificandosi personalmente, era riuscito fino a quel momento a tener nascosta al mondo, e che mai avrebbe permesso interferisse con quel suo progetto esistenziale.
...seppur si rendeva conto che non avrebbe potuto farla sparire così da un giorno all'altro, relegarla in una struttura manicomiale o domiciliarla in un convento, che la voce si sarebbe inevitabilmente sparsa.
Anche l'assenza da casa, motivata ad esempio con una visita ad un parente, poteva essere solo una soluzione temporanea per quella moglie squinternata, alla quale non c'era verso di farle tenere indosso neppure una tunica, quando invece una camicia di forza si sarebbe rivelato l'abbigliamento più confacente
... e dal momento che era impossibile farla materialmente sparire, Concetto Scalavino aveva stabilito che meno si mostrava meno se ne sarebbe parlato, più facile sarebbe stato rimuoverla dal mondo dei vivi.

A tal scopo aveva drasticamente ridotto il personale domestico ad una giovane cameriera sordomuta, una cuoca part time, ed un factotum delegato a svolgere le  mansioni all'esterno della casa, mentre invece, per l'educazione scolastica delle due adolescenti, era stato ristrutturato un piccolo vano indipendente dalla casa, circondato da alberelli sempreverdi e siepi espansive, allo scopo di limitare, alle istitutrici, la vista diretta sulla casa.
Accortezze comunque puerili, inadeguate, che questo suo progetto necessitava di uno scenografia più convincente, di complici e non di comprimari (in ultimo, non aveva neppure quelli), quando da dietro le quinte avrebbe diretto i suoi attori, ed esposto se stesso solo quando il copione lo avesse previsto.
In questo modo si predisponeva a recitare un monologo spacciandolo per un racconto a più voci.
...eppoi avrebbe dovuto fare in modo che Gemma accettasse la parte che le aveva riservato.
Un ruolo secondario, indispensabile, però, alla riuscita della commedia.

lunedì 22 luglio 2019

Rebecca (cap.2)



CINQUE FIGLIE FEMMINE, PER CONCETTO SCALAVINO,  NON COMPENSAVANO LA MANCATA NASCITA DI UN MASCHIO
E con la follia della moglie aveva dovuto fare i conti, personalmente occuparsene dal momento che le stelle, e tutti gli astri celesti sparsi a miriadi nell'universo, pareva non le dessero tregua, perseguitandola col bagliore delle radiazioni a cui lei opponeva lo schermo nero di una mascherina, rassegnandosi a vivere al riparo di un buio fittizio a causa del quale, come una cieca, andava continuamente a sbattere contro i corpi statici, e quelli in movimento, dell'universo fisico.
Concetto Scalavino s'era così trovato a rivestire il ruolo di angelo custode di quella moglie bislacca che girava vestita solo di una mascherina nera sugli occhi, armata del retino per le farfalle e col quale, dal suo mondo di tenebra, menava, a destra e a manca, incauti, quanto pericolosi fendenti.

E così s'era risolto a svolgere a casa buona parte del suo lavoro, riducendo al minimo anche i suoi spostamenti e contando, per la tenuta dell'azienda, sulla solidità del nome e la fedeltà della clientela.
Gli capitava però di sentirsi spesso demotivato in quel suo lavoro, che pur così tanto lo aveva appassionato, sentendosi defraudato di qualsiasi prospettiva di un futuro cosicché, più di una volta gli era capitato di pensare che se tutto fosse andato in malora ne avrebbe patito solo lui.
Immaginava che diverso sarebbe stato se avesse potuto contare sulla presenza di un figlio maschio, idealizzando la complicità di un rapporto, in quella stessa situazione, perfetto e perfettibile, col passaggio di testimone al compagno di squadra più giovane e più in forma, quello che avrebbe terminato per lui, e nel suo nome, il suo percorso fino al gradino più alto del podio.
Invece, ironia della sorte, si trovava costretto a far da balia ad una moglie ritornata bambina e a quelle sue due figlie che gli risultavano estranee e alle quali si rapportava in maniera approssimativa, spesso incoerente, poiché di certo loro seppur non lo intralciavano neanche gli offrivano collaborazione.
Su questa riflessione amara riaffiorava come sempre il rancore, per la verità mai sopito, nei riguardi della moglie che, in cambio del benessere e della ricchezza da lui a piene mani elargitele, gli aveva negato quell'unico dono a cui lui aspirava.
Cinque figlie femmine, per Concetto Scalavino, non compensavano la mancata nascita di un maschio

...anche se il pragmatismo e la consapevolezza, doti prioritarie del suo carattere lo inducevano ora, seppur forzosamente, verso il superamento di questa delusione esistenziale che se non poteva ribaltare avrebbe potuto, però, tentare di modificare.

Le tre maggiori avevano contratto ottimi matrimoni, ma nessuna di loro aveva generato un maschio, che per lui sarebbe equivalsa ad una sorta di compensazione, seppur parziale, dal momento che il nascituro avrebbe acquisito il cognome del padre, e non il suo.
Matrimoni, quelli delle sue figlie, circoscritti all'ambiente commerciale, così Concetto Scalavino aveva iniziato a fantasticare sull' ipotesi di uno sconfinamento in altri ambiti per conseguire un percorso alternativo verso quella sua evoluzione che aveva immaginato possibile solo con la nascita di un erede del suo stesso sesso, e la cui attuazione, adesso, si trovava costretto a vagliare su procedimenti diversi.
Questo suo progetto,( non una necessità dal momento che i suoi affari continuavano a prosperare floridi), era anche un modo per tenersi occupato e sfuggire quegli stati depressivi che lo assalivano con sempre maggior frequenza nella casa abitata dalla presenza turbolenta della moglie e da quella aliena delle figlie.
In virtù di questo nuovo progetto, che direttamente contemplava il coinvolgimento delle due adolescenti, e il tentativo di stabilire con loro un primo vero, difficile contatto, dal momento che entrambe si mostravano genuinamente avulse alle seduzioni materiali così come alla retorica dei sentimenti che, d'altra parte, Concetto Scalavino, pessimo attore, malamente metteva in scena alzando a sproposito i toni e, altrettanto a sproposito, abbassandoli, nell'intento di proporsi in quel ruolo paterno che egli stesso era ben conscio non essere in grado minimamente d'interpretare.

 Queste sue incoerenze generavano scompiglio, nella collaudata convivenza di Gemma e Rebecca, basata sull'autonomia e sul rispetto dei relativi territori, dettami a cui entrambe s'attenevano con la deferenza leale con la quale due soldatesse, che pattugliando i confini dei propri avamposti, si scrutano da dietro le rispettive trincee, senza mai parlarsi, ma consapevoli l'una della presenza dell'altra.
Due soldatesse che non s'erano mai combattute ma che neppure s'erano mai strette la mano, oscuramente trovando in questo loro quotidiano, pacifico fronteggiarsi, una solidarietà che, seppur non s'identificava nell'affetto, di certo radicava nell'empatia
Nella capacità di mettersi nei panni dell'altra.
Entrambe, pur non essendolo, erano cresciute come orfane, nell'indifferenza materna e nel disprezzo paterno, senza quegli esempi del mondo adulto che contribuiscono, nel bene o nel male, a forgiare lo spirito dei giovani, spingendoli all'emulazione o alla ribellione, stimolando contrasti o armonie, indurendo o addolcendo quei caratteri ancora informi quando, immaturi, subiscono la fascinazione dei prototipi parentali: le bambine emulano la mamma così come i maschietti il papà.
Nulla di tutto questo, invece, era toccato a Gemma e a Rebecca che s'erano industriate, fin dalla più tenera età, a voler esser somiglianti solo a se stesse, poiché gli adulti che gli si paravano davanti sembravano avere la stessa aleatoria consistenza delle ombre cinesi che, per essere visibili, abbisognano di una luce indirizzata e di una parete disadorna.

Somiglianti solo a se stesse, col risultato di esserlo diventate davvero, ed in maniera così radicale che neppur4e il miglior pedagogo convinto della sua missione, e per di più supportato dall'ausilio di una ferula, sarebbe riuscito ad imporre un cambiamento, e altrettante scarse speranze di recupero lasciavano presagire i metodi abborracciati di Concetto Scalavino.


GEMMA, CREATURA INCOMPIUTA
Gemma e Rebecca, nonostante le defezioni genitoriali, non erano cresciute come creature primitive.
O ribelli.
Nessuna delle due propugnava l'anarchia o il sovvertimento dei codici societari, d'altronde non ne avevano bisogno perché entrambe, nei mondi dove regnavano, le regole erano loro stesse a stabilirle.
Fisicamente si somigliavano: non molto alte ma ben proporzionate, i capelli di fiamma, gli occhi grandi e neri, in contrasto con la carnagione chiara, tipica delle rosse che se in Gemma, al pari delle altre sorelle, aveva acquisito i toni sfumati del pallore materno, in Rebecca, invece, aveva i toni luminosi del miele.
E non era solo l'incarnato l'unica differenza evidente, che da quando Concetto Scalavino aveva iniziato ad osservarle più attentamente, le dissomiglianze gli balzavano evidenti agli occhi.

Gemma, maggiore di Rebecca di un paio d'anni, si mostrava trattenuta, avara di sorrisi e di gesti, scivolava silenziosa  tra gli oggetti, e la sua presenza, priva di odore, richiamava quella di una sentinella in avanscoperta in un territorio sconosciuto, che pur cerca di espletare, nel più breve tempo possibile, la missione affidatele per poter far ritorno in fretta alla sua garitta.
Quell'affaccio da cui poter sorvegliare il mondo mantenendo le distanze.
Eterea e malinconica, Gemma, creatura incompiuta, era forse più bella di Rebecca ma l'estraneità severa verso se stessa, di cui si faceva ornamento, quella corazza che l'aveva protetta dalle delusioni dei respingimenti, col passar del tempo però, le avrebbe imprigionato l'anima.

...perché nell'attimo stesso in cui era  fuoriuscita dalla vagina di sua madre, Gemma aveva da subito percepito dalla freddezza con cui era stata accolta, la disgrazia di esser nata col sesso sbagliato. E così era venuta al mondo con le labbra serrate e i pugni chiusi. E la ferma intenzione di non piangere.
La levatrice, allora, le aveva dato dei colpettini leggeri per stimolare col vagito il primo respiro.
Quella sculacciata d'incoraggiamento, professionale ed asettica, era stata la sola carezza con la quale era stata accolta alla vita.

A differenza di Gemma e delle altre sorelle che l'avevano preceduta, e che già al momento della nascita avevano accettato, nella stimmata del proprio sesso, il destino del ripudio, e per questo s'erano apprestate a venire al mondo silenziose ed asciutte, in maniera sbrigativa e senza creare problemi aggiuntivi, consapevoli dell'imbarazzo materno e della delusione paterna, Rebecca, invece, aveva trasgredito gli schemi, nascendo con gli occhi aperti e i polmoni liberi e la voce spiegata: un ingresso da protagonista.
 Femmina. Senza ombra di dubbio.
Né di pentimento.

Ma la differenza inequivocabile, tra le sue due figlie, era nell'odore: al contrario di Gemma che non ne aveva alcuno, Rebecca, invece, inebriava.
Se ne era reso conto, Concetto Scalavino, la sera che aveva visto il cane di casa masturbarsi con lo stesso veemente entusiasmo di un uomo, davanti la porta socchiusa della stanza da letto della sua figlia minore.

sabato 20 luglio 2019

Rebecca (cap.1)


FEMMINA. E SENZA OMBRA DI DUBBIO.
Rebecca era nata in un mondo limitato, vuoto e silenzioso che lei, al momento della sua nascita, aveva provveduto a colmare con abbondanza di capelli e vigorosi vagiti.
Era fuoriuscita dalla vagina esausta della madre, avvolta nel bozzolo rosso della sua chioma, contestando, a pieni polmoni, la sorpresa per quella fraudolenta, estirpazione uterina.
La levatrice, con fatica, aveva convinto la madre ad attaccarsela al seno per metter fine a quel trambusto neonatale, poiché la puerpera, dopo i patimenti del parto era preda della tentazione del ripudio, consapevole che anche quest'ultima figlia  avrebbe subito, al pari delle altre quattro che l'avevano preceduta, la fredda accoglienza paterna.
Ed in sopraggiunta sarebbe di nuovo sfumato lo splendido collier di Boucheron, 2.000 diamanti e zaffiri cobalto, pattuito come regalo per la nascita di un maschio.

 Femmina. E senza ombra di dubbio.
La drastica conferma della levatrice aveva scaraventato nel mutismo dell'impotenza il padre della neonata, opulento commerciante nel ramo del legno e con ambizioni d'ebanista, che aspirava alla nascita di un figlio maschio a cui tramandare la prospera attività  famigliare, e la passione per i mosaici e gli intarsi.
Per lui avrebbe dato vita al più prestigioso laboratorio d'ebanisteria della storia, una fucina che avrebbe indirizzato alla sperimentazione giovani talentuosi  tra i quali, ne era certo, sarebbe emerso il nuovo Giuseppe Maggiolini.
E chissà, se dopo tanto sperare e tanto credere e tanto desiderare, come accade nei sogni più arditi,  sarebbe stato proprio quel figlio, battezzato col suo stesso nome, il redivivo Maggiolini.

Ed invece era nata lei, Rebecca, la quinta delle sue figlie.
A differenza, però, delle sorelle che passivamente avevano respirato l'indifferenza paterna, rimanendone poi condizionate con sintomi fisiologici quali l'incarnato opaco, lo sguardo incerto ed il languore nei gesti, Rebecca, niente affatto scoraggiata da quel freddo disinteresse, rifulgeva di luce propria.


Così, il ricco commerciante di legname, Concetto Scalavino, s'era dovuto rassegnare a questa ennesima, sconfortante paternità, quando ancora una volta erano andate deluse le sue speranze di un figlio maschio che gli garantisse la continuità del cognome e quella del commercio.
Questa bambina, però, sarebbe stata anche l'ultimo tentativo poiché l'utero amaro della moglie s'era dimostrato incapace di generare figli maschi e, oltretutto, le gravidanze ravvicinate l'avevano resa arida al riguardo di qualsiasi sessuale persuasione sperimentale, farmacologica o popolana, tant'è che s'era risolta a dormire in un letto singolo e con la porta inchiavardata, ben lontana dalla camera matrimoniale e dalle stanze delle figlie, così ferma nel suo proposito di castità da riuscire, lei così sensibile al potere seduttivo dei gioielli, a restare indifferente alla sofisticata insidia di una meravigliosa spilla, un capolavoro floreale in oro, smalto e gemme preziose, di Tiffany.
Lo sfavillante bouquet era stato sdegnosamente rispedito al mittente che, profondamente risentito nell'orgoglio, s'era astenuto da qualsiasi altro tentativo di corruzione coniugale, rimanendo comunque fedele a quel matrimonio ormai solo di facciata.
Concetto Scalavino s'era allora acquartierato nei suoi uffici commerciali dispensando la sua presenza casalinga  solo per le occasioni importanti, come le feste comandate e gli anniversari.
O quando necessitava la recita di un'armonia domestica.

Un'armonia così somigliante all'educato imbarazzo degli estranei che, ottemperando alle norme della creanza, sono usi scambiare le solite e banali frasi di circostanza sul tempo e la salute e le stagioni che non sono più le stesse.
Maritate le figlie maggiori erano rimaste le adolescenti, Gemma e Rebecca, a suddividersi gli enormi spazi disabitati della casa, senza per'altro contendersi nulla perché estranee l'una all'altra, che niente mai avevano condiviso, neppure il ricordo dell'infanzia recente, quella indelebile memoria che, nel bene e nel male, accomuna nell'appartenenza alla stessa progenie.

Ma quando un giorno la madre delle sue figlie s'era affacciata alla soglia della sua camera d'esiliata, completamente nuda e con in mano un retino per farfalle con cui acchiappar le stelle cadenti e i frammenti delle code delle comete, che a suo dire la perseguitavano col loro bagliore esasperato impedendole il buio e il sonno, e mostrandosi refrattaria a qualsiasi ragionevole convincimento che la distogliesse da quella sua bislacca guerra alla Via Lattea, che Concetto Scalavino s'era risolto ad un ritorno stabile in famiglia.


UN CUCCIOLO DI CANE. UN CUCCIOLO DI LUPO.
Rebecca e Gemma, cresciute senza l'ausilio del mondo adulto, abbandonate a se stesse, ignoravano l'arte del compromesso così come le sottigliezze della mediazione e, non avendo cognizione di codici etici a cui far riferimento, incarnavano quanto più d'incondizionato si potesse trovare in creature nate nel secolo moderno dell'industrializzazione.

Un cucciolo di cane.
Un cucciolo di lupo.
Entrambe ringhiavano.
Entrambe mordevano.

Ma, mentre nel ringhio di Gemma s'intuivano note di pianto, un disperato quanto remoto bisogno d'amore, la necessità di scodinzolare per accaparrarsi una lode o una carezza, e la disponibilità, seppur non francamente espressa di un'adozione, con la resa incondizionata, dopo una breve lotta, dove il cucciolo di cane, sguainati zanne ed artigli, avrebbe ben fatto attenzione, però, a non dilaniare quella mano che pur gli si tendeva. Solo una piccola, quanto indispensabile dimostrazione di fierezza, per cui la resa, alla fine, non sarebbe risultata troppo umiliante.
Rebecca, cucciolo di lupo, invece, quella sua anarchia, scaturita in parte dall'ignoranza delle regole societarie ed in parte naturalmente congenita nella sua natura, esaltava come dote preponderante di un carattere impavido, fiero ma non altero, e comprensivo di quella lealtà insita nei temperamenti superiori, dati inconfondibili del pedigree di un campione di razza, che si traduceva nel divieto franco, e non reiterabile, a sconfinare nel suo territorio. Un avvertimento schietto che, se disatteso, il cucciolo di lupo non avrebbe avuto nessun tentennamento nell'azzannare l'improvvido trasgressore.

Concetto Scalavino, aspirante genitore di un figlio maschio, si era trovato così a doversi confrontare con quelle sue due figlie a lui assolutamente sconosciute.
Un confronto davvero difficile, questo, che s'era accinto ad affrontare con lo stesso piglio col quale trattava i suoi prosperi affari, basato sulla secolare, e sperimentata transazione, del dare e dell'avere, salvo rendersi conto, quasi da subito, che stava invece imbastendo un fallimento e, soprattutto, che entrambe le figlie, a differenza della loro madre, erano immuni al fascino corruttivo dei gioielli.
Gemma e Rebecca, d'altro canto, non nutrivano ostilità preconcette nei riguardi del padre, piuttosto una sorta d'irridente curiosità davanti a quei suoi palesi, quanto infruttuosi, tentativi di corruzione. Una scorciatoia puerile per abbreviare i tempi con cui accreditarsi nel suo ruolo genitoriale, saltando i preamboli della conoscenza e affidandosi, invece, a quella consolidata prassi per ottenere favori e supremazie, sperimentata con successo nella sua lunga, quanto prolifica esperienza di uomo d'affari.

Rebecca, la mia incompiuta


Riprendo a scrivere "Rebecca" la mia incompiuta, il cui primo capitolo l'ho pubblicato, su questo blog, nel giugno del 2013  e l'ultimo nell'agosto del 2017.
Lo riprendo a scrivere non perché sia a corto d'ispirazione su altri soggetti (ne ho ben due, in bozze,  da elaborare) ma perché di "Rebecca" non voglio perderne traccia, che di lei ho amato tutto, perfino la prepotenza con cui s'era proposta, in quel lontano giugno del 2013, alla mia fantasia, con chioma tizianesca e pedigree di lupo.

Scavo sotto la polvere e riporto il mio manoscritto alla luce come fosse un reperto antico, ma che risulta nuovo agli occhi di chi per la prima volta lo legge. E ai miei stessi, che seppur ricordo quasi a memoria ogni suo particolare (e questo mi meraviglia, perché la mia memoria di solito labile cancella facilmente anche l'immediato, l'appena accaduto, o spesso lo rielabora in maniera difforme dall'originale), pur sento l'esigenza intima di riappropriarmene. Di riscoprirlo. Di accarezzarlo con mani d'innamorata. Nettarlo dalle scorie del tempo. Mondarlo dal muschio dell'oblio. Rigenerarlo nella sua stessa essenza.
...così ho riportato tutto nel cassetto delle bozze da dove inizierò l'opera di revisione, e accorpamento dei capitoli, ripubblicandoli ex novo e stavolta molto determinata ad arrivare fino in fondo, per dare a Rebecca un destino finalmente compiuto.

P.S - Unico neo è che nella riscrittura andranno persi tutti i commenti.