Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

giovedì 31 gennaio 2019

Racconto

C'è stato un tempo in cui affidavo alle parole il racconto del mio malessere.
Oggi, invece, quel racconto è nel silenzio delle pagine non scritte.

(Amaranta - link fb)


venerdì 25 gennaio 2019

Fleur (cap 15)


L'AMICO MALVAGIO
Dopo esser uscito dalla gioielleria, Ferrer s'era diretto con passo spedito verso casa di Josette, allo scopo di farle confessare, con le buone o le cattive, il ruolo da lei espletato all'interno di quella congiura ordita a disonorarlo agli occhi del mondo e a quelli di Fleur. Iniziava da lei non perché la ritenesse la mente strategica diquel diabolico piano volto alla sua distruzione, (la sua intelligenza, modesta quanto la sua fantasia, la  relegava, nella vita come sul set, a ruoli secondari, e semplici comparsate) ma solo perché era quella al momento reperibile, immaginando che Serrano, in quanto fidanzato di Celeste, sarebbe stato trattenuto a casa Petit.
Serrano il traditore, aveva tramato alle sue spalle imbastendo, con pazienza e astuzia, quella sottilissima ragnatela  dove lui, come una mosca cieca, s'era lasciato intrappolare. Approfittando del suo momento di smarrimento, e attraverso un perfetto gioco d'incastro di menzogne, pianificate a tavolino, e verità all'occorrenza distorte, l'amico malvagio, l'aveva messo in cattiva luce agli occhi della famiglia Petit, e per un momento perfino ai suoi stessi, inducendolo, con astuzie psicologiche e raffinati sofismi, a dubitare della purezza del suo amore per Fleur. Con estrema abilità narrativa Serrano aveva mistificato il suo sentimento, traducendolo in qualcosa di orribile e peccaminoso.
Con quell'ingannevole racconto aveva però conquistato la fiducia e il cuore di Celeste.
Così ora immaginarlo seduto al suo posto al tavolo dei Petit lo colmava di una rabbia feroce che gli faceva ribollire il sangue e annebbiare la vista. Lui, da sempre immune dal morbo della gelosia, d'improvviso si scopriva invaso dalle sue metastasi cancerogene.
Infettato, e senza possibilità di cura.

Ferrer aveva bussato alla porta di Josette e, con sorpresa, era venuto invece ad aprirgli un uomo anziano, in veste da camera e  in pantofole, e quando quello gli aveva detto che lì non vi abitava nessuna Josette ma piuttosto che quella era casa sua, lui con spinta lo aveva fatto da parte e facendo irruzione nelle stanze chiamando a gran voce, e con gli epiteti peggiori, la sua ex amante. La vista della finestra della cucina, priva della gabbia dei colibrì da cui mai si sarebbe separata, lo aveva infine convinto che lei non abitava più li.

- 'fanculo Josette, stupida puttana, hai perso la tua unica occasione di salire alla ribalta da protagonista. -
Aveva inveito Ferrer all'indirizzo del fantasma di lei. E poi era scoppiato in una gran risata.


In quello stato di esaltazione emotiva aveva camminato a lungo, e senza meta, preferendo la solitudine della strada a quella della propria casa. In modo confuso rivendicava il suo diritto ad un asilo, a parole di conforto, e perfino aalla solidarietà di un abbraccio. Scoprendosi d'improvviso orfano, il suo pensiero, con una fitta al cuore, era andato a suo figlio Sebastian, l'orfano da lui concepito e la cui salvaguardia, al momento della nascita, aveva affidato a Santa Martha Dominadora, abiurando così, da subito, al suo ruolo di padre, e a quanto poco posto Sebastian occupasse nel suo cuore se di lui s'era ricordato solo nel momento della disperazione. Non aveva così nessuna ragione di chiedere, proprio a lui, quell'abbraccio, quell'intima condivisione che lui stesso, per primo, gli aveva negato.
Troppo tardi per i sensi di colpa e per i rimorsi, così lo avrebbe tenuto fuori, anche stavolta, dalla sua vita, come atto d'amore, però. Il suo unico nei suoi confronti, e di cui mai, forse, avrebbe saputo.

S'era in ultimo risolto ad andare da Blanca, l'avrebbe costretta a confessare la verità sui fatti e sul ruolo da lei rivestito in quella congiura, e poi...poi cosa avrebbe fatto? L'avrebbe uccisa. Non avrebbe avuto altra scelta perché lei non gliel' avrebbe lasciata.

UNA CANZONE PER FLEUR
Le finestre della villetta di Blanca erano tutte illuminate, sagome scure si delineavano al suo interno, coppe di champagne e ventagli, gli invitati ad una festa da cui lui era escluso, e dai vetri aperte trapelavano le note, dolci e struggenti di una canzone che lui non conosceva " Dream a Little Dream Of  Me"

"Dì buona notte e baciami. Solo stringimi forte e dì che ti mancherò. Mentre sarò solo e triste più che mai. Sogna un piccolo sogno di me"

Cantava, nella notte stellata, Ozzie Nelson, consegnandogli le parole giuste da dire a Fleur nel momento dell'addio.

"Dì buona notte e baciami. Solo stringimi forte e dì che ti mancherò. Mentre sarò solo e triste più che mai. Sogna un piccolo sogno di me"

Erano queste le frasi con cui avrebbe confessato il suo amore a Fleur.

S'era seduto su una panchina del giardinetto adiacente la villa di Blanca, la musica giungeva fin lì.
Un buon posto dove attendere il giorno.

SOGNA UN PICCOLO SOGNO DI ME
L'orafo aveva mostrato orgoglioso a Ferrer l'anello commissionatogli  per Fleur: una splendida acquamarina intagliata a forma di cuore al cui centro riluceva la mezzaluna del suo orecchino piratesco, come un cuore spezzato o due cuori ricongiunti. Ma questo lo avrebbe deciso Fleur.
L'avrebbe attesa all'uscita della scuola per darle il suo anello e confessarle il suo amore.
Sogna un piccolo sogno di me, (il resto della strofa lo aveva dimenticato) le avrebbe sussurrato tra i capelli e qualunque fosse stata la sua risposta, Ferrer sapeva che quella sua dichiarazione era la cosa più giusta da fare. La confessione di un uomo l'amava più della sua stessa vita. E del suo onore.
Non un uomo disperato di non poterla forse avere, ma un uomo felice, nonostante tutto, di amarla.
L'aveva, però, attesa invano, che quel giorno Fleur a scuola non era andata perché in lutto per la morte della madre e del fratello.
Stupido a non averci pensato. Ferrer malediceva la sua dabbenaggine, ma non riusciva a ragionare lucidamente, stravolto dagli avvenimenti del giorno prima e dalla veglia notturna sulla panchina.
Era come se tutto gli sfuggisse di mano. Doveva parlare con Fleur prima di chiudere la partita con Serrano. E così s'era appostato nei pressi di casa Petit, intenzionato ad attenderla, se fosse stato necessario, fino alla fine dei suoi giorni. Aveva smesso di sperare negli aiuti divini da quando Santa Martha Dominadora si era fatta così crudelmente beffa di lui, e anche di credere al destino...non esiste nessun destino se non siamo noi a programmarlo. E lui, il suo, lo aveva programmato. Così poteva contare solo sulla sua volontà affinché quello si attuasse. S'era predisposto ad una lunga attesa quando, invece, Fleur s'era materializzata sulla porta e, inaspettatamente da sola. Il cuore di Ferrer aveva iniziato a martellargli forte nel petto e le tempie gli dolevano. E una lacrima di gioia e di orgoglio era sgorgata alla vista di Fleur, vestita nel severo abito del lutto e i capelli raccolti sul sommo del capo. Mai le era parsa così bella e sensuale. Una donna. Il nero le si addiceva molto più delle tinte pastello, aveva pensato guardandola ammirato, meravigliosamente ne sublima la sua bionda bellezza. Quella di una donna e non di una bambina. L'aveva  seguita intenzionato a palesarsi al momento opportuno e, se possibile, l'avrebbe convinta a seguirlo in un luogo tranquillo dove poter parlare. E così quando lei s'era fermata in attesa del verde del semaforo per attraversare la strada, lui le si era affiancato e le aveva detto: devo parlarti Fleur. A quella richiesta lei era sussultata, e lo aveva guardato stupita, quasi non lo riconoscesse

- Francisco, per l'amor di Dio, andate via che mi è proibito parlare con voi. -
Istintivamente s'era scansata da lui.

- Per favore, Fleur, è terribilmente importante. Prometto che sarà una faccenda breve, ma per me è questione di vita o di morte. -
La disperazione trapelava dalla sua voce.

- Non abbiamo niente da dirci. Lasciatemi stare. -
Nella voce di lei, invece, c'era paura e fastidio.

- Ti prego, Fleur. Ti prego. Non t'importunerò più, ho solo bisogno di parlarti per un'ultima volta.-
La implorava e le parole sapevano di lacrime. Ma lei, impaurita, prendeva le distanze cercando rifugio nella folla. E allora lui, per paura di perderla, l'aveva trattenuta per un braccio, ma Fleur s'era liberata e con uno scarto s'era lanciata ad attraversare la strada prima ancora che il semaforo segnasse il via libera pedonale. E una macchina l'aveva travolta.

Ferrer era rimasto paralizzato al suo posto mentre qualcuno, tra i pedoni, s'apprestava a soccorrerla.  Ma non c'era stato nulla da far,e e una donna le aveva coperto il volto col suo foulard.

Ferrer era rimasto immobile nel suo lembo di marciapiede fissando incredulo Fleur distesa sull'asfalto, col suo abitino nero e il viso coperto da quel foulard anonimo, da un lembo del quale fuoriusciva la sua treccia bionda. Poi, a sirene spiegate, erano giunti l'ambulanza e una macchina della polizia. Il medico ne aveva accertato il decesso e un poliziotto aveva tratteggiato con un gesso la posizione terminale del cadavere. E dopo aver raccolto le dichiarazioni dei testimoni presenti all'accaduto, Fleur era stata chiusa in una "body bag" e l'ambulanza era ripartita a sirene spente.

UN MESE DOPO
UNA FESTA  SENZA INVITATI
Nella grande sala priva di mobilio, costeggiata da una sequenza di divani blu china ordinatamente addossati alle pareti, sotto la luce di cristallo degli enormi lampadari liberty, s'aggirava Ferrer, unico partecipante, con in una mano una coppa di champagne e nell'altra il suo ventaglio nero. Nell'angolo concavo, adibito per l'orchestra, Ozzie Nelson cantava, per l'ennesima volta consecutiva,"Dream a little dream for me". Non vi sarebbero state richieste di altre canzoni, e quella sarebbe stata l'esclusiva colonna sonora di quella privatissima festa.

"Dì buona notte e baciami. Solo stringimi forte e dì che ti mancherò. Mentre sarò solo e triste più che mai. Sogna un piccolo sogno di me"

Il colpo di pistola alla tempia, Ferrer, l'aveva magistralmente sincronizzato sull'ultima nota.

FRANCISCO E FLEUR
Il giorno dopo, Arturo Serrano, aveva trovato sulla sua scrivania una lettera sigillata, una voluminosa cartellina, e una scatolina con il logo di una prestigiosa gioielleria. Aveva subito riconosciuto, la grafia, slanciata ed elegante, di Francisco Ferrer. Non aveva più notizie di lui da un bel pò di tempo, ma a dir la verità neppure lo aveva più cercato, che quell'ultimo periodo, per lui e per Celeste, era stato un denso susseguirsi di avvenimenti infausti: la morte di Coralie e di Philippe e subito dopo quella di Fleur.
Conoscendo intimamente Ferrer, immaginava che lo ritenesse responsabile di chissà quali oscure trame per tenerlo lontano da Fleur, e magari di aver brigato alle sue spalle per conquistare Celeste. Ma le cose non erano andate così, lui non aveva approfittato delle debolezze dell'amico per mettersi in luce agli occhi di Celeste, e lei se n'era innamorata forse proprio per questo, intravedendo in lui quelle doti di schiettezza, onestà e lealtà, sintomi della natura superiore di chi non basa i propri successi sulle debolezze altrui, ma esclusivamente sulle proprie forze. Celeste, quando aveva capito che se ne stava innamorando, con naturalezza glielo aveva confessato. Solo allora, Serrano, le aveva detto che lui l'amava in silenzio dalla prima volta che l'aveva vista. Per questo, lui, baciato dall'amore, pure capiva la sofferenza di Ferrer e la sua disperazione, ma non ne approvava i metodi.
La sua ossessione per Fleur lo stava divorando. Deformando. Trasformando in qualcun altro.

Eppure non si decideva ad aprire quella lettera, che rigirava tra le mani. La grafia, non c'era alcun dubbio, era proprio quella di Ferrer, anche se lui non amava troppo scrivere, un esercizio noioso che di solito delegava alla sua segretaria. Ma  questa, invece, era vergata a mano da lui, così come pure manoscritto che recava, come titolo sul frontespizio, il nome di Fleur.
Con un senso d'angoscia s'era risolto, infine, ad aprire la busta

Arturo, un tempo siamo stati amici ed è in nome di quell'amicizia che io confesso a te il mio delitto, consapevole che la tua cruda, cristallina onestà morale, t'impedirà di farmi sconti di pena, a differenza della giustizia legale che non mi avrebbe mai condannato in quanto materialmente non mandante, e neppure esecutore, del delitto di cui, invece, me ne assumo la piena responsabilità: la morte di Fleur.
Fleur l'ho uccisa io. Fuggiva da me quando la macchina l'ha investita. Fuggiva da me e dal mio amore sbagliato. E' quello di cui l'avete persuasa, e di cui ora ne ho anch'io la convinzione. Quel  giorno ero andato da lei solo per dirle che l'amavo di amore puro ma avrei rinunciato a lei se non fossi stato contraccambiato. Ti confesso che in caso di diniego mi sarei ucciso, cosicché il mio destino, presumo fosse fin da subito tracciato. Inappellabile. Le avevo portato in dono un piccolo anello, un gioiello da collegiale: un cuore di acquamarina con incastonata la mezzaluna del mio orecchino. Un cuore spezzato o due cuori ricongiunti, secondo il verdetto di Fleur a cui io mi sarei attenuto. Non le avrei mai fatto del male. Non intenzionalmente, così come invece è accaduto. Questa mia lettera non vuole essere un j'accuse nei confronti di nessuno, e neppure una richiesta di attenuanti per me, ma solo il racconto della dinamica dei fatti. E la mia ammissione di colpevolezza.  Avrei voluto morire anch'io quel giorno stesso, che senza Fleur la vita per me non ha alcun senso, e invece, come un condannato in attesa del boia nel braccio della morte, mi sono costretto a vivere ancora il tempo necessario per raccontare, in questo manoscritto, la storia della breve vita di  Fleur, del mio amore troppo grande e disperato, che alla fine l'ha uccisa. Il mio tributo a Fleur, perché tutto il mondo la ami così come l'ho amata io. Lascio tutto nelle tue mani, Arturo, fà quello che ritieni giusto, che la mia anima dannata, qualunque cosa tu decida, te ne sarà in eterno riconoscente.


Serrano aveva allora aperto la scatolina dove, all'interno, il piccolo cuore di acquamarina riluceva del bagliore della mezzaluna di Ferrer.
Fleur, senza l'amore disperato di Ferrer, sarebbe passata inosservata al mondo.
Fleur era esistita perché era esistito Ferrer.
E alla luce di questa commovente, veritiera rivelazione, Serrano, s'apprestava a leggere il manoscritto di Ferrer.

"La prima volta che vidi Fleur Petit (ma dal suo entourage affettuosamente chiamata Petit Fleur ) indossava un abito primaverile verde chiaro, dello stesso colore degli occhi, e i capelli biondi, quasi albini, ordinati in un triplice gioco di trecce.
Seduta fra due matrone vestite di scuro (la nonna paterna e quella materna) spiccava non solo per la luminosità della sua aura, ma anche per quell'abito da scolaretta che la diversificava dal resto degli invitati, rigorosamente in abito da sera.
Troppo giovane per sfoggiare un abito da sera, ed anche per ballare, Fleur, visibilmente annoiata, giocherellava con l'orlo della sua gonna, battendo le dita al ritmo della musica sulle ginocchia, cosicché le due nonne, a turno, la richiamavano al decoro della postura con invisibili pizzicotti.
Un richiamo, quello delle due generalesse, a cui lei obbediva solo per un momento, per poi subito ricominciare quella sua mimica.
Chiaramente si vedeva che aveva voglia di ballare e che era una sofferenza per lei rimanere seduta, in castigo, a scontare il peccato di essere ancora così giovane.
Ma perché portarla al ballo se poi non le veniva concesso neppure di potersi muovere?"

lunedì 21 gennaio 2019

Fleur (cap 14)


FLEUR. FLEUR. FLEUR
Il corteo funebre, lento e composto, s'era dipartito dalla Cattedrale di Santa Maria la Menor alla volta del cimitero locale dove, Coralie e Philippe, sarebbero stati tumulati insieme in un unico loculo opportunamente predisposto nella cappella di famiglia.
A far da sfondo al nero corteo, una mattinata tersa e azzurrissima e già dalle prime ore molto calda, che si proponeva beffarda come un insulto ai morti che non avrebbero, di quel cielo e di quel sole, mai più goduto, e una sfida ai vivi che boccheggiavano nelle corazze degli abiti del lutto, quasi fossero chiusi essi stessi in una bara.
Ferrer, dal suo angolo strategico aveva individuato nelle prima fila del corteo funebre, il console Petit al braccio di Celeste e Fleur, (la piccola Fleur, che pure nell'anonimo vestitino nero risaltava su tutti, abbagliante come una stella di mezzogiorno) e sulla stessa fila le due nonne che si sostenevano l'una all'altra, rimpicciolite ed indifese, procedevano come sonnambule sul percorso tracciato dal carro funebre, con i visi nascosti dalle velette nere dei loro antiquati cappellini.
E questo particolare aveva richiamato alla memoria di Ferrer, l'innocente e anacronistico "program du bal" che Fleur gli aveva porto, nel loro primo incontro, affinché lui lo autografasse per Ermelina Hortega.
E la commozione s'era tramutata, dietro gli occhiali neri, nelle lacrime amare del ricordo:
 Fleur, vestita di un abitino primaverile verde chiaro, dello stesso colore dei suoi occhi, e i capelli biondi, quasi albini, ordinati in un triplice gioco di trecce.
Fleur annoiata che giocherella con l'orlo della gonna, battendo le dita al ritmo della musica sulle ginocchia.
Fleur, che ha voglia di ballare ma è costretta, in castigo su una sedia, a scontare il peccato di essere ancora così giovane.

Fleur, che avrebbe voluto stringere tra le braccia senza altro intento se non quello di farla ballare fino a che lei sfinita si sarebbe poi addormentata sul suo petto, dove lui si sarebbe beato solo di vegliarla.. Non chiedeva, e non desiderava altro, se non di condividere con lei l'intimità, silenziosa e mistica degli amanti che oltrepassando il confine del sesso, finalmente affrancati dalle catene dei sensi, vivono nella dimensione, esclusiva e privilegiata, dei sentimenti.
Fleur: stordente, deliziosa perdizione.

Doveva parlare con lei, sentiva la necessità di spiegarle che le orrende illazioni sul suo conto erano frutto di un terribile equivoco, che in lui non albergava l'stinto del corruttore e che, nonostante il disperato bisogno di lei, non l'aveva mai sfiorata, e nè mai l'avrebbe fatto, se non nel fuggevole contatto di un ballo. Era amore puro quel suo sentimento malamente frainteso.
No, nessuno avrebbe mai potuto accusarlo di nulla, che s'era limitato a sognarla e desiderarla nell'oscurità dei suoi sensi ma con la purezza della sua anima, e le supposizioni infamanti di Celeste non costituivano prove di reato. In ogni caso,qual'ora fosse stato, anche lui avrebbe avuto diritto ad una difesa per dimostrare la sua innocenza e ribaltare l'ingiusta condanna a non vedere più Fleur. Addirittura, a questo ipotetico tribunale, avrebbe potuto avanzare la richiesta di un risarcimento per i danni inflitti al suo amore e al suo onore, ma pure non gli sarebbe importato se solo gli fosse stato concesso di poter continuare a ballare con Fleur.
Null'altro chiedeva.
Il giorno dopo sarebbe andato a casa Petit per porgere le sue condoglianze e chiarire quell'imbarazzante fraintendimento.
Questa sua decisione lo aveva tranquillizzato e così, predisponendosi all'attesa, aveva deciso di anticipare il corteo funebre all'ingresso del cimitero per avere ancora la possibilità di scorgere, seppure alla distanza, Fleur.

Il corteo aveva varcato il cancello del camposanto e la folla, all'inizio serrata, s'era poi sparpagliata nei viali adiacenti alla cappella, smembrandosi in piccolo capannelli, mentre il gruppo dei famigliari, in forma privata,  presenziava al suo interno alla tumulazione.
Ferrer, prima ancora d'intercettare Fleur , aveva invece visto Arturo Serrano, inglobato nel gruppo dei famigliari, avvicinarsi a Celeste, parlarle all'orecchio, prenderle la mano e rimanere poi così senza discostarsi da lei.
Un gesto intimo, quello, che prevaricava l'amicizia.

- Nulla è più idoneo di un evento pubblico per rendere noto un fidanzamento. -
Blanca lo aveva colto di sorpresa, meglio ancora in flagranza di reato, ed ora sarebbe stato impossibile liberarsi di lei. Come una mosca sarcofaga, richiamata dall'odore della morte, lei s'apprestava a deporre le sue uova nella carne in putrefazione. Doveva solo scegliere il cadavere.

- Ne sapevi qualcosa? -
Ferrer aveva cercato di dare alla sua voce un tono neutro che il pallore del volto, però, smentiva.
- Ho tentato di dirtelo quando sei tornato da Hollywood, la sera che hai dormito da me, ma tu non me ne hai dato il modo. Non ho mai disatteso al nostro patto. E alla nostra amicizia. -
La risposta sferzante di Blanca gli aveva fatto intendere che lei, invece, aveva capito che lui le stava nascondendo qualcosa.-
- Il buon Serrano, novello Giuda ha rivelato la sua anima criminale, mentre la tua, Francisco, sta rammollendo nel sentimentalismo. Ed eccoti in balia della tua stessa ombra e di quelle dei tuoi amici malvagi. -
La risata di lei era risuonata fredda e cattiva come una scudisciata e lui, d'istinto, s'era ritratto per schivarla. Odiava Blanca con lo stesso fervore con cui odiava Serrano.

- Me ne vado, ma tu rimani pure a goderti lo spettacolo. -
Non c'era ironia nella frase di Ferrer quanto piuttosto una sottile canzonatura, consapevole che lei l'avrebbe colta e non l'avrebbe perdonato, decretando così la fine del loro patto.


LA STRATEGIA DEL RAGNO
Ferrer rifletteva che in  ultimo le persone a lui più care, e nelle quali aveva posto la sua fiducia aprendo perfino il suo cuore, lo avevano tradito. Tramando alle sue spalle, con modi e fini diversi, lo avevano usato per raggiungere i propri obiettivi. Serrano, Blanca e Josette, s'erano serviti di lui per il loro miserabile tornaconto. Forse perfino complici in quell'odiosa congiura.
Era stato cieco e stupido a non aver capito. A non aver visto.
Alla summa dei fatti, però, ad una loro più attenta analisi, la logica degli eventi balzava istantanea agli occhi, senza neppure doversi troppo arrovellare in congetture astratte o ipotesi possibilistiche.
Il ragno quando tende la sua ragnatela lo fa alla luce del sole, non la nasconde ma strategicamente la tesse con fili sottilissimi degli stessi colori dell'aria e della luce. Inganno artistico e psicologico in cui la mosca, inconsapevolmente, e a passo di danza, va ad intrappolarsi.
Tutti loro erano stati molto abili a tessere le geometrie di quella loro ragnatela, e con una tempistica perfetta, approfittando del suo stato di smarrimento lo avevano spinto fra le sue maglie, con gentilezza e senza sforzo alcuno, cosicché benissimo si sarebbe potuto dire che nella trappola ci si era cacciato da solo. E a passo di danza. Coercizione d'incapace, avrebbe stabilito un'ipotetica giuria di un ipotetico tribunale, chiamata ad emanare un verdetto con cui, se si ridimensionava l'eccellenza criminale dei suoi amici malvagi, di contro si attestava la sua menomazione mentale. Inaccettabile per lui.
Si sarebbe allora fatto giustizia da solo.

Ma prima di ogni cosa avrebbe dovuto parlare con Fleur, confessarle il suo amore, facendo attenzione, però, a non spaventarla col subbuglio delle parole, appassionate e struggenti, che nella foga della dichiarazione sarebbero potute implodere incoerenti e folli, che per troppo tempo erano state tenute alla catena, dentro al suo cuore. Una trappola anche quella.

Le parole, soprattutto se pronunciate in uno stato di intensa emotività, di esaltazione, facilmente possono ingarbugliarsi tra di loro, inseguirsi e moltiplicarsi, straripare e insensatamente prendere il sopravvento sui silenzi. E sugli sguardi. Così lui si sarebbe limitato alle sole essenziali: ti amo, Fleur.
E poi le avrebbe messo in mano il suo cuore.

IL COLORE DEGLI OCCHI DI FLEUR
- E' un lavoro non di semplice esecuzione, signor Ferrer, in particolare per l'incastonatura della mezza luna all'interno dell'acquamarina. Un lavoro delicato e che richiede tempo. Impossibile per domani. -
Aveva detto l'orafo in tono dispiaciuto, nell'atto di restituire la mezza luna d'oro bianco, l'orecchino da corsaro che Ferrer s'era sfilato dal lobo dell'orecchio sinistro.
- E' un favore per il quale sono disposto a pagare qualunque prezzo. -
Aveva rilanciato lui ,senza dar modo all'altro di replicare, aveva aggiunto: vi pagherò l'acquamarina allo stesso prezzo di un diamante.
All'refice non era rimasto che alzare le mani in segno di resa, e poi l'inevitabile domanda: toglietemi una curiosità, signor Ferrer, perché l'acquamarina e non un diamante?
- Perché acquamarina è il colore degli occhi di Fleur -

domenica 13 gennaio 2019

Ruth Evangeline Tyson "The Devil's Wife"


…e poi, su tutto quell'iniquo bailamme, s’era sovrapposta  la nota distorta, dominatrice, di una chitarra. Una nota alta a competere col muro del suono. Una voce imperativa che aveva ridotto al silenzio ogni altro rumore. La nota s’era ripetuta ancora  nella sua gelida potenza, permanendo sospesa nell'aria, in agguato, minacciosa come una stalattite di ghiaccio. Poi, nel fondo della sala, dietro una grata di ferro, seduta uno scalino di legno s’era materializzata una negra vestita di verde, rannicchiata su se stessa, con in grembo una chitarra. Il collo e il viso della donna erano rigidamente ripiegati verso la spalla sinistra,  nascosti dal vello dei capelli, mentre il braccio destro, visibilmente più corto dell’altro, terminava con una mano deforme, chiusa a pugno, nel cui incavo brillava la lama di un coltello.

 E’ la descrizione che Blaise  Picard, scrittore e giornalista francese in prestito al quotidiano di Chicago“The Daily Herald” fa di Ruth Evangeline Tyson “The Devil’s Wife” dopo aver assistito alla sua incredibile esibizione nel  “Blind Pig” di Onorio Lo Monaco, crudele affiliato alla famigerata organizzazione de “La Mano Nera” sul quale stava indagando, sospettandolo del brutale sterminio, perpetrato con asce e coltelli, di una famiglia di otto persone, di cui tre bambini, perché inadempienti alle richieste del racket. Nessun testimone, nonostante le grida degli adulti e i pianti dei piccoli avessero perforato i muri di mattoni, ma non le coscienze. L’inanità della polizia, nella persona dell’allora capitano Rocky Malone, in odore egli stesso di connivenza con i boss di Chicago, ai quali concedeva libertà d’azione per i loro traffici, ottenendo in cambio il rispetto dei confini tracciati e l’ottemperanza a quelle leggi sotterranee, stabilite sul muto codice dell’onore, ai fini di scongiurare, nella sua giurisdizione, le sanguinarie guerre tra bande rivali e l’invasione delle nuove mafie, soprattutto cinese ed ebraica, lasciando il campo a quella italo-americana in primis, a seguire poi le polacche e le irlandesi. Rocky Malone, garantendo quella pace illecita, s'era così consolidato nel suo incarico da andar valutando perfino l’idea di proporsi alla carica di sindaco.Ma quell'episodio, che pure gli era sfuggito di mano, e di cui non aveva avuto alcun avvertimento, lo aveva indotto a rivedere, almeno momentaneamente, la sua politica acquiescente, così da non dover sottostare ad alcun processo mediatico, individuando in Norman Jason Evans, un diciassettenne negro afflitto da problemi psichici, il capro espiatorio al quale addebitare il massacro. Una storia confezionata con dovizia di particolari e prove fasulle, che pure era stata accolta con sollievo dall'opinione pubblica e stabilita vera dagli organi preposti alle indagini e propagandata dalla stampa. Ci avevano voluto credere tutti a quella falsa verità che metteva a posto ogni cosa. Tutti, tranne Blaise Picard.
Era quello il motivo per cui quella sera era tra gli spettatori del “Blind Pig” di Onorio Lo Monaco.

A quest’apparizione stregonesca  la sala s’era di colpo zittita per poi esplodere invereconda in una ridda di contumelie e di scherno, e lancio di bottiglie verso la gabbia della negra.

La donna dietro la rete, l’attrazione della serata, il fenomeno da baraccone, il maiale cieco, si sarebbe esibita per pochi dollari mentre nelle casse dell’italo-americano ne sarebbe piovuti a centinaia, e con questa qui non era stato neppure necessario far leva su minacce o compromessi, che lei si mostrava non per far sfoggio di quel suo incredibile, diabolico talento, ma piuttosto per il gusto amaro della sfida, e la sua necessità di pareggiare i conti col mondo degli uomini. E quello degli dei. Dei soldi non le importava nulla, aveva solo bisogno di un pubblico, e lo esigeva incattivito e alla sua altezza, anche se nella sua esperienza di animale da palcoscenico non aveva trovato nessuno in grado di contrastarla, e ancor meno di averla vinta su di lei. Non gli importava dei soldi ma piuttosto del luogo destinato alla sua esibizione, perché specificatamente lo esigeva sordido, infimo. Ipogeo. Impenetrabile alla ragione e alla poesia, in una quella sua squilibrata, casuale, attraverso una forsennata route map, che l’aveva vista dipartirsi da Winston-Salem nella contea di Forsyth nella Carolina del nord, dove era nata, e percorrere gli States in tutta la loro estensione alla ricerca del suo “Perfect Hell”.

La donna dietro la gabbia aveva fatto scivolare verso l’alto la chitarra portandola all’ altezza della  mano inerte che serrava la lama del coltello, lo slide col quale modulava sul collo della chitarra un suono acuto, distorto, culminante in una miriade di echi. Un suono ultraterreno, quell’ unica nota sanguinolenta che s’imponeva, potente e beffarda, sulle voci rancorose ed inique della platea. La voce del diavolo a cui bisognava inchinarsi o prendere le distanze, ché qualcuno a quel richiamo pure s’era  impaurito e fatto  il segno della croce. La nota permeava sospesa, profonda e remota, mantenuta in vita dalla determinazione della donna a non lasciarla cadere, e mantenerne inalterate le vibrazioni. Quella nota solitaria ne generava infinite altre, multiple e simmetriche, imprevedibili e variabili ad ogni movimento della sua mano. Accordi ciechi, ché la paralisi del collo la costringeva a guardare  a destra e verso il basso, mnemonicamente eseguiti con la chitarra poggiata sulla spalla come fosse un violino, e gli accordi arpeggiati dal dorso del coltello. Ma pure, in ultimo, la donna aveva dovuto cedere allo sforzo immane di quella sua innaturale postura, e mentre la chitarra le scivolava in grembo lei con la sua voce, all’ inizio solo in un sussurro ipogeo e poi sempre più potente, aggressivo, dominante, precorreva gli accordi formulati con sicurezza dalle dita della sua mano sinistra. Quel distacco di un attimo, tra la voce e lo strumento, era a ribadire alla sala intera che era lei, e solo lei, a condurre il gioco.

Winston-Salem era solo un ricordo sbiadito, uno tra i tanti della sua vita. Li vi era semplicemente nata. Una casualità non determinante ai fini del suo destino, che pure se fosse nata in un altro luogo del pianeta lei, ne era certa, quella notte si sarebbe trovata nel “Blind Pig” di Onorio Lo Monaco a provocare, con la sua presenza aliena, non solo il Diavolo ma il mondo intero. Una sfida iniziata da bambina, ad onta di chi voleva nascondere la sua deformità, come fosse uno spergiuro, testimonianza a negare l’esistenza di Dio a favore di quella del demonio, seppure Ruth aveva captato nelle poche, sommesse voci che dal mondo esterno le giungevano, la paura, ancor prima della repulsione, di trovarsi al suo diretto cospetto. Ruth lo aveva capito e da subito s’era determinata a servirsene. Non necessitava di armi, per sfidare il mondo, per quello bastava la sua sola presenza. L’infanzia, e buona parte dell’adolescenza, trascorse in massima parte nel reparto lunga degenza, attaccata ad un boccaglio dell’ossigeno de “Hospital Of The Incurable” dove la famiglia per lunghi periodi l’andava parcheggiando a causa delle gravi difficoltà respiratorie, e sperando ad ogni suo ricovero in una morte misericordiosa per lei stessa e per tutti loro. Ma Ruth, di morire proprio non ne aveva nessuna voglia, e con la stessa caparbia determinazione di certe piante che pure riescono a germogliare nel substrato di un muro, per sopravvivere s’era abbarbicata a quei suoi polmoni asfittici, e alla fine, aveva vinto lei. Da un certo momento in poi aveva iniziato a respirare autonomamente: respiri ingombranti, faticosi, ma abbastanza regolari. Affrancata dalla museruola del boccaglio dell’ossigeno aveva conquistato una sua autonomia, seppur costretta per via della distorsione del collo a guardare il mondo dall'unico lato che le era concesso, il sinistro.  Ed ecco che il termine “sinistro”,  si proponeva nella vasta gamma dei sinonimi come minaccioso, funesto, cattivo, maligno, rivelatore del suo destino futuro. In quella  trama dove il Diavolo sarebbe stato solo il suo coautore, avocando interamente per sé il ruolo di protagonista.

 Poi, un giorno, qualcuno aveva portato nella corsia dell’ospedale una chitarra e aveva iniziato a suonare, e Ruth aveva sentito le sue dita muoversi, inseguire il ritmo delle vibrazioni: un movimento discontinuo ed impacciato, quasi primitivo, simile a quello di un bambino che sperimenta, per la prima volta, la sua presa su un oggetto, col tatto saggiandone i contorni e solo dopo la consistenza, non riuscendo d'un subito a calibrare la presa, gli cade di mano. Allo stesso modo Ruth tentava di afferrare le note con quelle sue dita che aveva appena scoperto vive e affamate di note, e allora aveva chiesto una chitarra per ingannare l’attesa prima della morte. Inganno il tempo e forse inganno anche lei, s'era detta con feroce ironia per non perdere quella speranza quando ancora, invece, perdeva la presa. Perché prima ancora di scoprire l'alfabeto delle note aveva dovuto imparare il modo di tenere la chitarra senza farla cadere. E poi il nonno s’era intenerito dei suoi sforzi solitari, della tenacia con la quale perseguiva il suo improbabile scopo, che aveva voluto darle una possibilità facendole prendere lezioni di musica da un giovane musicista negro, Ike Zimmerman, squattrinato ed intemperante, in poche parole ingestibile,  l’unico, però, che avesse accettato l’incarico, che tutti gli altri alla vista di Ruth avevano rifiutato. Lui suonava, secondo il suo temperamento, la chitarra in modo muscolare e con assoli aggressivi. Destabilizzanti. Scosse elettriche che facevano vibrare di energia l’aria e le dita di Ruth. Fu lui ad insegnarle ad usare come slide un coltellino, inserito tra le dita contratte della sua mano destra, che le calzava alla perfezione. Stranamente i due andavano d’accordo, o meglio si rispettavano nelle loro personali anarchie, che entrambi possedevano lo stesso carattere, la stessa passione. La stessa follia. Distanti e vicinissimi, accomunati da un sentimento forte, indefinibile e che mai si sarebbero raccontati. Poi un giorno Ike le aveva detto: non ho più nulla da insegnarti. Se n'era andato lasciandole la sua chitarra, così come si lascia un cuore. E non era più tornato.
Fino a quel mattino in cui  giorno Satana aveva bussato alla sua porta.

“Early this morning
When you knocked upon my door
Early this morning, ooh
When you knocked upon my door
And I said “hello Satan
I believe it’s time to go”

Cantava la negra col volto rivolto alla parete. Una voce senza fisionomia, limpida e senza soavità: nessuna indulgenza in quella sua minaccia.

“Me and the Devil
Was walkin’ side-by-side
Me and the Devil, ooh
Was walking side-by-side
I’m going to beat my woman
Until I get satisfied.”

La donna dietro la gabbia s’imponeva con quella sua voce remota sulla platea ipnotizzata. Era lei a governare le note e gli umori. Era lei, la moglie del diavolo, a dettare le regole. Lei, e nessun altro.
“She said “you don’t see why
That I will dog her ‘round”
Now baby you know you ain’t doin’ me right, now
She say “you don’t see why, hoo
That I would dog her ‘round”
It must-a been that old evil spirit
So deep…”

Con sfrontata sicurezza arpeggiava sulla tastiera cieca, irridendo gli spettatori proni ai suoi piedi, ammaliati da quella sua  maledizione che aveva sapore di battesimo.

Come poteva quella storpia suonare la chitarra in quel modo diabolico e con un eccesso di virtuosismi nonostante la sua deformità? Si era chiesto Blaise Picard  mentre lei, contro ogni logica, arpeggiava la chitarra tenendola al contrario, alla mancina, ma senza invertire l’ordine delle corde (le basse in basso e le acute in alto) in una pazzesca incongruenza tecnica che, nell’esecuzione, rivoluzionava l’uso della mano sinistra.
Il giornalista s’era avvicinato alla rete per osservare più da vicino quel prodigio ma, immediatamente respinto dall'energumeno preposto alla sorveglianza, era stato costretto a retrocedere, conquistandosi però un posto nella prima fila da cui con più agio aveva continuato a seguire, fino alla fine, l’esibizione.

“So deep…”
Sfinita, aveva ripetuto l’ultima strofa, eppoi lanciato in un gesto di sfida la chitarra contro la rete, verso il pubblico. Un attimo di silenzio e  la folla incredula, come ridestata da un incubo o da un sogno sublime, era esplosa in un boato incontenibile.

Blaise Picard, aveva d’un tratto dimenticato il motivo per cui si trovava in quel “Blind Pig”, (in definitiva la sanguinosa strage famigliare ordita da Onorio Lo Monaco in quei tempi era cronaca ordinaria, se non fosse per il fatto che era stata consapevolmente addebitata ad un innocente, col beneplacito del capo della polizia e dell’intera comunità, media inclusi, lui non vi avrebbe posto alcun interesse, che il suo soggiorno a Chicago, così come il suo impiego temporaneo presso “The Daily Herald”, erano finalizzati esclusivamente al progetto di un suo racconto noir ambientato nella metropoli americana) e così ora il suo unico desiderio era quello di sapere tutto della donna che aveva stregato…no, più esatto dire, sfidato, la sala e l’intero universo. Avrebbe potuto entrare di diritto come protagonista nel suo romanzo, per lei ne avrebbe  stravolto la trama o perfino ideata  una nuova. Blaise Picard avrebbe realizzato il sogno segreto di ogni scrittore, quello d’incontrare vis a vis un personaggio da romanzo, rubargli l’anima e spacciarlo per una sua creatura.
E quella chitarrista storpia, personaggio da leggenda, lo era. Cristo, se lo era!

Subito dopo quella straordinaria esecuzione, però, complice un black out preordinato, la donna era sparita e il pubblico come risvegliatosi da un incantesimo aveva preso ad inveire e lanciare bottiglie contro la gabbia ora vuota. Sfogavano il rancore verso gli inganni della vita e la delusione di essere stati per l’ennesima volta defraudati del loro diritto alla rivalsa. Blaise Picard aveva incrociato lo sguardo di Onorio Lo Monaco che lo fissava sornione da dietro il bancone del bar mentre i suoi sgherri ristabilivano un ordine fittizio, buttando fuori, e all'occorrenza malmenando, gli avventori più rissosi. Il giornalista s’era avvicinato al bancone e, dopo aver rifiutato il bicchiere di whisky che il malavitoso con fare complice gli porgeva, aveva domandato: chi è quella donna?

- Roba mia. -
Gli aveva risposto Lo Monaco irridendolo da dietro i suoi baffi a manubrio.

- Davvero? Non ne sono affatto convinto, quella non appartiene a nessuno se non al diavolo stesso. Ma è nel tuo locale e vorrei intervistarla senza creare ulteriori casini –
Aveva ribadito il giornalista con un gesto ampio alla volta della sala ancora in subbuglio.

-  E in che modo? Chiamerà la polizia? Qui è pieno di poliziotti. Si accomodi. -
Chiaramente lo stava sfidando.

- Quali sono le condizioni per un’intervista? –
Il giornalista s’era rassegnato a chiedere, riservandosi in un secondo tempo il modo di fargliela pagare. Ma l’intervista valeva la pena di quella sua apparente resa.

- Che lei scriva un articolo in cui riconosce il merito delle forze dell’ordine nell'aver individuato in Norman Jason  Evans, il vero, unico colpevole, della strage di quella sfortunata famiglia. Ovviamente in prima pagina, e lei avrà la sua intervista. Uno scoop, signor Picard, che la signora in questione non ha mai rilasciato interviste ma che io benissimo saprei convincere. -
Sorrideva, il criminale, gustando nel suo cattivo whisky il sapore della vittoria.
Gli stava offrendo il racconto di una leggenda, a cui legare il suo nome, e di cui si sarebbe continuato a favoleggiare nei secoli a venire, in cambio del silenzio sulla verità di un fatto di cronaca, uno dei tanti e del quale, in un beve lasso di tempo, si sarebbe persa la memoria.
- Uno scambio equo. –
Aveva ribadito con un sorriso truce Lo Monaco, vedendolo tentennare e intuendo così di averlo in pugno.

Picard - Barattare una verità con una menzogna non è mai uno scambio equo. -
Lo Monaco - Lo scambio è sempre equo se c'è un guadagno o ci conduce allo scopo –
Picard – E se poi quell'articolo non lo scrivessi? –
Lo Monaco – La donna morirà e l’avrete sulla coscienza. Siete costretto a scriverlo quell'articolo, Picard, anche se io ora non vi concedessi più l’intervista con lei. Siete nelle mie mani. Ma pure sarò di parola perché questa esclusiva sigilla un legame tra noi. A questo nostro scambio equo: la vostra negra per il mio negro. –

Subito dopo l’esibizione la donna era sparita, inghiottita dal black out, ed ora esausta aspirava lunghe sorsate d’aria dal boccaglio dell’ossigeno. Una giovane asiatica si affaccendava, per lei, con la solerzia di un’ape operaia, sistemandole on cura la bombola dell'ossigeno,  mentre un negro enorme se ne stava in disparte ad accordare una serie di chitarre ordinatamene disposte lungo la parete.
Questo era quello che Blaise Picard aveva visto entrando nella stanza.

- E’ un giornalista, il capo lo ha autorizzato a parlare con lei. - aveva detto, con la voce impastata di chewing gum, lo scagnozzo che accompagnava Picard, indicando la chitarrista.

- Parlare con lei? Ti pare che sia in grado di farlo? -
Il gigante s’era fatto sotto ostile, stringendo tra le mani il coltello che la donna aveva usato come slide durante l’esibizione.

- Posso rimandarla a domani l’intervista. Non ho fretta. -
Consapevole della situazione che pareva degenerare, il giornalista  aveva provato a calmare gli spiriti, ma s’era trovato vis a vis col gigante nero che apertamente lo fronteggiava: perché, domani credi che sia diverso per lei? Alle tue domande posso rispondere io.

- L’intervista è con lei, negro. Stai buono, e in silenzio, nel tuo angolino. -
Il tirapiedi di Lo Monaco, niente affatto intimorito dalla preponderanza fisica dell’altro, lo aveva redarguito irridendolo e facendo scoppiare il palloncino del chewing gum a distanza ravvicinata dalla sua faccia..
E mentre il gigante si predisponeva a reagire all' insulto,il giornalista aveva provato di nuovo a temperare gli animi con la ragionevolezza: nessun problema, chiarisco io con Lo Monaco. Lasciamola riposare. Tornerò domani.

- Domani…oh no, non esiste domani. Domani è tardi. Parlerai con lei ora, come stabilito. E voi  – aveva detto rivolto alla ragazza e al negro – fuori dai piedi! E’ una faccenda privata tra questi due signori. –
Fra le sue mani s'era materializzata una pistola che puntava alla testa della giovane asiatica.
Il negro non aveva posto più obiezioni e s’era risolto a lasciare la stanza.

- Sono qui fuori la porta, Ruth. Non mi allontano. -
Aveva detto prima di uscire.

- Fuori anche tu! E’ una faccenda privata, come giustamente hai sottolineato, tra me e la signora. –
E stavolta era stato Picard a metter fuori dalla stanza lo sgherro.

Erano soli, ora, lui e la donna, che in tutto quel trambusto era rimasta immobile al suo posto e solo il suo respiro la rivelava reale in quella sua ombra di tre quarti proiettata sul muro. Picard, improvvisamente intimidito cercava le parole giuste per presentare se stesso e il suo scopo, ma invece fu lei, a sorpresa, a precederlo.

- Lo Monaco mi ha detto che volete un'intervista per svelare al mondo la mia esistenza, e per questo gli avete venduto l'anima. Ah, signor Picard, prima di vendere l’anima al diavolo bisogna accertarsi di averne una. E che quello sia il diavolo giusto. -
La sua risata roca lo aveva colto di sorpresa, così come quella sua voce da negra, profonda, scura, senza sfumature.

Negra, con una voce da negra: questo sarebbe stato il suo incipit alla leggenda della chitarrista storpia.

- Signora…io… -
L’emozione trapelava nella voce del giornalista ma lei, in tono brusco, lo aveva interrotto: mi stanco facilmente a parlare quindi nessuna domanda. Soprattutto nessuna interruzione.  –
Aveva imposto col suo respiro affannato.

- E così, Picard, vorreste rivelare la mia esistenza al mondo, con un articolo o forse un racconto, mostrandomi su un palcoscenico più vasto: la chitarrista storpia, miracolo di Dio o del diavolo, secondo la fede personale o il punto di vista del momento. Ad ogni modo una diminuzione di quella che io sono. Della mia grandezza. Della mia forza. Mesi di durissimo allenamento solo per portare la chitarra all'altezza giusta delle mie dita. Non so leggere né scrivere, nessuno mi ha insegnato, pensavano fosse inutile, che non mi sarebbe servito, che non sarei sopravvissuta. Ma io, invece, sono ancora viva. Non so leggere né scrivere, ma so suonare, ho avuto un buon maestro, il più grande di tutti: Satana. Mi ha insegnato ad arpeggiare la chitarra col coltello laddove le mie dita non arrivavano. E la rabbia necessaria per ricominciare tutte le volte che mi cadeva dalle mani. Non sono abituata ad arrendermi. Io vivo in un posto dove il denaro e la fama nulla contano, ma solo l’istinto di sopravvivenza. E’ il gusto della sfida che rende potenti. Immortali. Abitiamo mondi diversi, Picard, e aspiriamo a cose diverse, così ciò che siete venuto ad offrirmi non m’interessa. Quello di cui ho bisogno non lo chiedo né lo aspetto: lo prendo. Un’altra differenza tra voi e me. Tra il vostro mondo e il mio. Quel vostro mondo che mi schernisce ma al contempo mi teme. Repulsione e paura. E l'ammirazione, capita, che sia subordinata ad esse. Ma pure voi non sembrate spaventato se non sinceramente affascinato da questa mia deformità posseduta dal genio. Un binomio di rilevante entità che non genera invidia (chi vorrebbe essere me?) e neppure amore (chi potrebbe amarmi?) ma solo un gelido, distaccato sentimento di ammirazione che non necessita di essere espresso con un contatto diretto. Intimo.  Verreste a letto con me? Certo che no, anche se lo proponessi come unica condizione a questa vostra intervista, perché in ultimo la ripugnanza avrebbe il sopravvento sull'ammirazione. La storpia sul genio. E così come per il resto del mondo anche voi nutrite la presunzione di voler vendere la vostra anima al diavolo senza però guardarlo negli occhi. Fingere che la transazione non stia avvenendo con lui ma con qualcuno he solo gli somiglia. Ve lo ripeto di nuovo, Picard: verreste a letto con me? Immagino il vostro terrore davanti a questa mia proposta. E allora ditemi per quale motivo dovrei svelarmi a voi?  D'altronde siete uno scrittore, non avete bisogno della verità per le vostre storie. Non vi occorre guardare il diavolo negli occhi per raccontarlo. Se necessita lo inventate. Vi auguro buona fortuna. Credo che ne abbiate bisogno.–
Ruth aveva sancito il congedo portandosi il boccaglio dell’ossigeno alla bocca.

Ma ancora Picard non si risolveva a lasciare la stanza e la percorreva nel suo intero perimetro, con occhi attenti per fissarla nella memoria: la donna, col volto chino sulla spalla destra e il manto scuro dei capelli a farle da velo, come la statua di una Madonna; le chitarre allineate lungo la parete e, ai piedi dello sgabello, dove il gigante nero s'era seduto per accordarle il coltello usato come slide. Non c’era altro. Eppure aveva sentito il bisogno di sincerarsi di non tralasciare nulla,  e così aveva ripercorso di nuovo e a ritroso la stanza: il coltello sul pavimento, lo sgabello del gigante, le chitarre poggiate alla parete, la donna immobile e...la sagoma di un uomo al centro della stanza. Chi era quell’ intruso? Ad uno sguardo più attento, però, s’era accorto di essere lui, Blaise Picard, l'ignoto l cui animo sarebbe stato salvifico, non svelare. Come aveva ironizzato Ruth, lui era uno scrittore e non aveva bisogno della verità per le sue storie.
Tanto più per quella che lo riguardava così da vicino.

Uscito dalla stanza era stato preso in consegna dal tirapiedi di Lo Monaco, mentre il gigante nero lo aveva gratificato di una muta occhiata minacciosa.

Nel frattempo anche il locale s’era sfollato. Dietro il bancone c'era solo Lo Monaco intento ad armeggiare con la sua pistola.
- Vi ho dato quello che avete chiesto, ora tocca a voi: un articolo in prima pagina dove sostenete la colpevolezza di quel negro, Evans, ed elogiate l’operato del capo della polizia. E siate convincente, perché io non avverto mai due volte.-
Aveva pronunciato la frase con un sorriso. Ma il tono smentiva la mimica facciale. E la pistola faceva il resto.


Fuori dal locale, Picard,  era stato accolto da una notte gelida, col vento che soffiava forte e strappava via tutto quello che incontrava sul suo sentiero: ramoscelli d’albero e foglie, gocce di pioggia e una locandina del “Blind Pig”  che preannunciava, in caratteri macro e inchiostro rosso, la straordinaria esibizione di Ruth Evangeline Tyson “The Devil’s Wife”. Il vento l’aveva strappata via dal palo su cui era affissa, soffiandogliela in faccia con la violenza di uno schiaffo. D’improvviso si sentiva smarrito davanti alla trama di quel racconto che non aveva scritto lui, ma che pure avrebbe portato la sua firma. Un plagio che lo inchiodava all'ignoto della stanza di Ruth. Col volantino in tasca s’era così incamminato alla volta del “The Daily Herald” dovrebbe avrebbe scritto il suo j'accuse contro Onorio Lo Monaco e Rochy Malone.
Era questa la cosa giusta da fare. Da dietro la sua gabbia, Blaise Picard, il maiale cieco, avrebbe sfidato il mondo con la sua verità. Era solo questione di ore.
Domani quando il diavolo avrebbe bussato alla sua porta lo avrebbe trovato pronto ad accettare la sfida, consapevole che avrebbe dovuto vincerla per essere degno di raccontare di lei, di Ruth Evangeline Tyson "The Devil's Wife"

“Early this morning
When you knocked upon my door
Early this morning, ooh
When you knocked upon my door
And I said “hello Satan
I believe it’s time to go”


Cantava a gola spiegata Blaise Picard, nella notte negra, incamminandosi verso il suo destino.

domenica 9 dicembre 2018

Fleur (cap 13)


CAPRICCI DA STAR
Ad attenderlo all'aeroporto Ferrer aveva trovato Blanca Gil, che nel lungo periodo della sua assenza pure s'era data un gran da fare per pervenire alla verità sull'accaduto, senza però alcun risultato, che Serrano, prima di partire, prudentemente aveva attivato un'impenetrabile rete protettiva a salvaguardia dell'intera vicenda, allo scopo d'impedire di pregiudicare, con una pubblicità negativa, il film di cui Ferrer sarebbe stato protagonista.
Salvaguardare l'onorabilità dell'attore equivaleva a proteggere anche i suoi stessi interessi, seppure questo gli era costato una cifra considerevole e dovuto contrarre qualche debito di riconoscenza.
Ed era stata questa richiesta di favori la cosa più odiosa a cui Serrano s'era dovuto sottomettere e che il suo carattere, schivo ed orgoglioso, profondamente aborriva, motivo per cui s'era trovato a covare un fondo di risentimento nei confronti dell'amico. Irritazione che però non gli aveva impedito di espletare in modo impeccabile il compito che s'era prefisso: rendere Ferrer irraggiungibile da Blanca Gil e nel contempo tenerlo all'oscuro di ciò che a Santo Domingo andava accadendo. Mentirgli, se il caso lo richiedeva, seppure l'ambiguità e le menzogne non rientravano nel suo modo d'agire, in questo caso particolare vi si sarebbe adeguato, che la faccenda era così delicata che sarebbe bastata una semplice svista per precipitare nello scandalo. D'altro canto, nelle condizioni psicologiche in cui Ferrer versava, i ragionamenti logici s'erano dimostrati fallimentari. Nessuna collaborazione da parte sua ma piuttosto un crescendo d'ostilità sfogata talvolta in maniera adolescenziale, capricciosa e irrazionale, cattiva ed ingiuriosa. La troupe, abituata ai capricci delle star, e completamente ignorando le motivazioni vere da cui scaturivano i comportamenti dell'attore, aveva vissuto queste sue insensatezze come fatto normale, divertendosi perfino e parteggiando, secondo le simpatie, per Ferrer o per la Turner. L'attore, per la sua arguzia e le sue sottili crudeltà, riscuoteva un successo personale che molti dello staff, pur trovando odiosi i suoi cinici sberleffi nei confronti della partner di scena, erano preferiti di gran lunga alle scene drammatiche di lei, che assolutamente priva di fantasia ripeteva lo stesso copione, quello delle invettive, delle lacrime e delle porte sbattute. Ma qualcuno dello staff, pur trovando noiose queste sue performance, s'era provato a consolarla, trovando nel pretesto di un abbraccio, la possibilità di saggiare, con un contatto fisico più diretto, quella sua sensuale burrosità. Gesti contenuti che però avevano scatenato la gelosia del regista, e dopo il licenziamento in tronco di un cameramen e poi di un elettricista, nessuno s'era più azzardato nell'impresa. Scene madri, quelle della Turner, che lasciavano invece indifferenti, o stizzite, tutte le altre donne della troupe, dalle altre attrici alle addette ai lavori, che pur trovando sgradevole il comportamento di Ferrer nei suoi riguardi, non le avevano mai manifestato solidarietà. Né amicizia. La sua totale mancanza di talento artistico, contrapposto a quella sua bellezza mozzafiato, esplicitava in modo palese le ragioni per cui le era stato affidato il ruolo di protagonista. E la gelosia ossessiva del regista lo attestava, tanto che sembrava quasi essere grato a Ferrer della sua ripugnanza nei confronti di lei, unico uomo a respingerla, a non esserne attratto, quando tutti gli altri, invece, se la sarebbero voluta portare a letto. Motivo per cui, il regista, non aveva mai chiesto a Serrano di sostituire Ferrer.


BLANCA 
Blanca Gil lo attendeva con una rosa rossa in mano e una bottiglia di champagne nell'altra.

- Cosa dobbiamo festeggiare, Blanca? -
Le aveva domandato lui in tono sarcastico.

- Il tuo ritorno, Francisco. -
Aveva risposto lei baciandolo lievemente sulla bocca. Ma lui s'era scansato infastidito.

- Non c'è nulla da festeggiare. E anche se ci fosse non sarei dell'umore giusto. -
Aveva ribadito con avversione.

- Un motivo per bere champagne si trova sempre. E dopo, magari, migliora anche l'umore -
Blanca non era tipo da demordere e così lo aveva preso sottobraccio e condotto verso il taxi in attesa.

- Andiamo a casa mia. Si sta più tranquilli. -
Proposta a cui lui non aveva mosso obiezioni, perché ritrovarsi da solo nel suo appartamento, col fantasma irato di Santa Martha Dominadora, lo atterriva.

Dopo aver consumato una cena leggera, Ferrer s'era fatto una doccia e poi nudo aveva raggiunto Blanca nel letto matrimoniale. Sul comodino di lei campeggiava, su un vassoio d'argento, la bottiglia di champagne e due flute di cristallo.

- Stai mettendo su peso. -
Aveva detto Blanca soppesandolo con occhi critici. Lui le si era sdraiato accanto e lei lo aveva accolto carezzandogli il petto, ma Ferrer, con malagrazia l'aveva scansata via.

La giornalista, niente affatto risentita di quella sua irritazione, s'era fatta di lato per studiarlo più attentamente, riflettendo a voce alta.

- Si, Francisco, non solo stai ingrassando ma hai un colorito opaco e borse sotto gli occhi: un aspetto pessimo. Se è una conseguenza del fallimento del film, ricorda che un flop è quantomeno doveroso nella carriera di un attore di successo. Una cattiva recitazione non pregiudicherà i tuoi successi futuri. Ma la devastazione fisica, si. E tu ci sei dentro, amico mio. Ed è una pena constatarlo. Ma non credo che siano stati i mancati incassi di botteghino a produrre questa tua brutta trasformazione, quanto piuttosto una donna. Forse la piccola, glaciale, Celeste Petit? Ci scommetto che è opera sua. Una splendida femmina alfa, quella. Ci avrei perso la testa anch'io e volentieri mi sarei fatta fottere da lei, e non solo in senso letterale. Non ho mai creduto alla storia messa in giro dal tuo amico Serrano, ad uso e consumo della stampa, del tuo ritorno di fiamma per Josette. A proposito dovrò aggiornarti su di lui e le più recenti vicende di nostri comuni conoscenti. Ovviamente le mie informazioni vanno oltre le verità di facciata, ed hanno un prezzo. Mi sono data molto da fare per te quando eri ad Hollywood, e con gran fatica, che Serrano è stato magistrale nel sigillare qualunque accesso potesse condurre a te, rendendoti irraggiungibile. Ed invisibile. E' un uomo diabolico! -
L'ultima frase, intenzionalmente, l'aveva pronunciata in tono ammirato. Poi s'era accesa una sigaretta e aveva aggiunto sibillina: posso aiutarti a fare i tuoi interessi, a riprenderti ciò che era tuo, o che speravi lo fosse, e che con l'inganno ti è stato sottratto. Ma per tutto questo c'è un prezzo da pagare.

Ferrer, a quelle sue parole che sapevano più di minaccia che di promessa, s'era riscosso dal suo torpore e con inaspettata violenza l'aveva afferrata per le braccia strappandole un gemito di dolore.

- Cosa intendi dire? Se sai qualcosa parla! Non sono in vena di risolvere enigmi. -
D'improvviso era diventato ferino. Minaccioso. Dominato da una brutalità istintiva, dirompente, alimentata dalle notti insonni e da quelle etiliche. Stringeva le braccia della donna con forza selvaggia, cosicché lei, sopraffatta, lo aveva implorato di allentare la presa. La sua voce vibrava di paura e di odio. Ma la paura aveva un'intensità maggiore.

Ferrer, stupito da quell'implorazione s'era ritratto, rintanandosi nel suo angolo di letto. Blanca, sconvolta da quell'umiliazione che s'era auto inferta, quando l'aveva liberata lo aveva schiaffeggiato, insultandolo. Lui non aveva reagito: s'era girato di fianco e aveva chiuso gli occhi.
Ma lei, di nuovo padrona del campo, non mollava la presa, verbalmente mortificandolo e psicologicamente assalendolo in un crescendo d'improperi, e indotta poi al silenzio dai singhiozzi proveniente dal lato del letto di Ferrer.
Era la prima volta che lo vedeva piangere. Sconvolta da quella sua vulnerabilità così impudicamente esibita, e sfinita dalla sua stessa furia, Blanca s'era finalmente chetata, scivolando nel buio profondo di se stessa e poi in quello di Ferrer. Era sgusciata verso di lui e lo aveva abbracciato di spalle.

PHILIPPE E CORALIE
Erano diverse notti che Coralie vegliava al capezzale di Philippe, non fidandosi di lasciarlo in custodia a nessun altro, neppure agli infermieri che il consolato aveva messo a sua disposizione, e che avrebbero dovuto alternarsi in turni a coprire l'arco delle ventiquattro ore. Era esausta, ma pure continuava ad affaccendarsi intorno a quel letto dove Philippe giaceva in stato di coma, misericordiosamente deprivato da ogni sensibilità fisica. L'infermiere di turno dormiva su un divano in fondo alla stanza mentre lei andava rimboccando le coperte al figlio, seppure non ce ne fosse bisogno che da giorni giaceva immobile nella stessa posizione. Si era chinata poi con la delicatezza estrema di una farfalla per auscultargli i battiti del cuore talmente lievi, quasi impercettibili, che per riuscirci aveva costretto tutti gli altri suoi sensi ad ammutolire a favore dell'udito. Nella stanza buia si muoveva con la sicurezza percettiva di un cieco, anche se nello spazio circoscritto nel perimetro del letto non c'erano mobili e nessun altro oggetto a far da barriera,  ma solo la piccola poltrona su cui lei, quando era troppo esausta, riposava per brevi momenti, e che di proposito l'aveva voluta scomoda, così da non indugiarvi a lungo e cedere alle lusinghe del sonno. Aveva poi sfiorato la fronte di Philippe che le era parsa più fredda del solito. Anche le labbra nella trasparenza del volto, sotto le ciglia di brina, risaltavano di un blu più intenso, quasi violetto. Con gli occhi asciutti Coralie era scivolata nel letto accanto al figlio, non per rianimarlo, come era accaduto altre volte, col calore del suo corpo ma per assorbire il gelo da quello di lui.

sabato 1 dicembre 2018

Fleur (cap 12)


LA CADUTA DEGLI DEI
- La verità, Arturo, è che hai manipolato la vicenda per salvaguardare i tuoi interessi e non hai neppure per un attimo pensato al danno d'immagine che mi stavi arrecando. La verità è...-

- La verità è che tu miravi a portarti a letto una ragazzina di quindi anni! -
La voce di Serrano s'era alzata di tono. Una dura accusa che non ammetteva repliche.
- E perdio non credi che sarebbe stata proprio la verità a causarti quel danno d'immagine? Il pubblico non la capirebbe questa tua infatuazione. E neppure i produttori del tuo prossimo film. Perfino Josette ha respinto l'idea immaginando che tu fossi preso da Celeste e non dalla sorella quindicenne. Celeste alla verità, però, c'era già arrivata da sola. Quello che cercava da Josette era un'ulteriore conferma, che però lei, essendo all'oscuro delle tue mire, non gli ha dato. Per questo tu non farai nulla per nuocerle. Celeste sapeva benissimo che non era per lei che ti stavi dando da fare con tutte quelle attenzioni alla madre e al fratello malato, e i preparativi per quella festa di compleanno. Il tutto per poter essere accreditato come amico di famiglia e poter più liberamente interagire con la sorvegliatissima Fleur. A parer mio dovresti esserle grato per averti evitato lo scandalo, la prigione e la fine della carriera. Anche se non l'ha fatto per te ma per la sorella. Che ti piaccia o meno, Francisco, sarà la mia versione, quella ufficiale. Ti diffido anche dal confidarti con Blanca Gil, che la piccola iena ha già subodorato odore di cadavere e s'aggira nei pressi fiutando il vento e leccandosi le labbra. E ho l'impressione che quel cadavere sia il tuo. Ho dato così disposizione di non far entrare nessuno, oltre me, in questa stanza, e appena sarai dimesso partiremo per Hollywood -

A questa valanga di parole, profferite in tono imperativo, Ferrer aveva risposto con un gemito doloroso. S'era voltato sul lato sinistro e aveva chiuso gli occhi.


BLANCA E ARTURO
-  Perché mi è vietato di vedere Francisco? E' dunque tuo ostaggio? -

Blanca Gil, sul piede di guerra, aveva affrontato Arturo Serrano all'uscita dell'ospedale.

- La caduta gli ha procurato un trauma cranico, ha bisogno di riposo e tranquillità. Che non debba ricevere visite lo hanno stabilito i medici -
Aveva replicato lui, con calma e senza scomporsi

- E credi davvero che io mi beva questa storiella? Così come neppure credo a quella, ci scommetto sempre da te imbastita ad uso e consumo della stampa, sul ritorno di fiamma di Francisco per quella puttanella di Josette. Lo conosco da una vita, molto prima di te, probabilmente era salito da lei con intenti omicidi, e posso persino immaginarne il motivo. Ovviamente ho bisogno di conferme, ma stanne certo che le troverò -

- Davvero non ti riesce di capire quando è il momento di mollare? Attenta, Blanca, che stavolta potresti essere tu quella a farsi male -

- Mi stai minacciando? -
La voce di lei aveva un tono sprezzante.

- Nessuna minaccia, piuttosto un amichevole avvertimento -
Le aveva risposto voltandole le spalle ed incamminandosi per la sua strada.

DON JUAN E ANITA
Giunto a casa di Ferrer, Serrano aveva spalancato le finestre per far rigenerare l'aria satura del profumo di gelsomino di cui era pregna la candela che ancora ardeva davanti all'immagine della Loa. In camera da letto aveva stipato, in una capace sacca da viaggio, qualche effetto personale dell'amico. Prima di andarsene, con un calcio rabbioso, aveva distrutto il piccolo altare collocato sul pavimento.

Due giorni dopo, Serrano e Ferrer, erano ad Hollywood.


"Don Juan", il film di cui Ferrer era il protagonista si rivelò un fiasco. Il primo della sua carriera.
A contribuire all'insuccesso era stata la sceneggiatura puerile che aveva trasformato quella che doveva essere una storia d'azione in un noioso, sdolcinato minuetto fra "Don Juan" e la sua coorte di donne, mentre invece le sciabolate vere avvenivano a telecamera spenta tra Ferrer e la sua coprotagonista (un'attricetta alle prime armi, amante del regista, bellissima ma priva di qualsiasi talento recitativo) che i due si detestavano senza alcuna cordialità e senza il minimo imbarazzo a manifestarlo. Da cosa fosse generata questa loro ostilità nessuno in realtà lo aveva capito, ma che fosse stato Ferrer a dare fuoco alle polveri non v'erano dubbi. Fin dall'inizio aveva fatto rimostranze sull'aspetto fisico di lei non trovandola consona al personaggio di Anita, essendo la storia ambientata in Messico, si presupponeva che la protagonista dovesse essere bruna di pelle e di capelli, e non certo una pin up rossa e lattiginosa, di chiare origine irlandesi.

- Sono americana. Del Texas - Aveva puntualizzato piccata Dorothy Turner
- Sarete anche americana ma non siete adatta alla parte di Anita. -  L'ostilità di Ferrer era tangibile.
- Neppure voi per quella di "Don Juan" siete troppo vecchio e davvero poco in forma. -
- Forse intendevate dire troppo giovane, visto che Don Juan è un uomo di mezza età. Non solo siete inadatta ma neppure avete studiato il copione. -
- Io posso tingermi i capelli o indossare una parrucca bruna, mentre per camuffare la vostra mollezza non esiste alcun espediente. E ad ogni modo non spetta a voi decidere il cast -
- No di certo... quando è affare di famiglia -
- Ma come osate! - Aveva sibilato inferocita  Dorothy con uno spiccato accento texano e con le unghie snudate pronta a saltargli in viso, trattenuta a stento da Serrano che, attratto dalle voci concitate, s'era fatto sulla porta a sedare la discussione.

- E per di più avete una dizione è tremenda: il vostro accento è orribile - Aveva concluso Ferrer, con sprezzante sarcasmo
E, a quell'ultima ingiuria, Dorothy Turner era scoppiata a piangere tra le braccia di Serrano.


Durante i lunghi mesi delle riprese non c'era stato giorno senza che una qualche incomprensione  accendesse tra i due la miccia.
Vero che Dorothy era assolutamente priva di un qualsiasi talento al di fuori di quella sua strepitosa, ingombrante bellezza, con quella fisicità che s'imponeva come unica attrattiva in un film mortalmente noioso e dalla trama prevedibile, dove anche tutti gli altri attori, fuorviati dalle continue dispute tra Ferrer e la Turner, recitavano svogliati, insensibili alla esigenze del copione e alle urla del regista.
Molto più imprevedibile, invece, la storia parallela che andava in scena, tra una ripresa e l'altra, tra i due attori principali che quando non s'ignoravano s'insultavano. E, in questo campo, Ferrer s'era rivelato estrosamente imbattibile, che mentre lei palesava il suo disprezzo nei suoi riguardi in maniera convenzionale, ricorrendo, secondo il caso, al pianto o all'isteria, lui lo faceva in maniera sottile e ferocemente subdola, come quando dovendo girare la scena di un bacio, per dimostrare il suo disgusto, platealmente s'era umettato le labbra con un tovagliolo intriso di whisky, scatenando le ire di lei.
 Dopo quella volta Dorothy s'era rifiutata di girare con lui sequenze così intime e così s'era fatto ricorso alla controfigura di Ferrer, un atletico spadaccino ingaggiato per le scene di duello, quelle più spericolate, per non compromettere la guarigione del braccio fratturato dell'attore che, nel lungo periodo della terapia, aveva preso chili che non riusciva, o meglio, non gli importava di smaltire. Quella mollezza che Dorothy aveva rilevato al loro primo incontro/scontro, e che andava inesorabilmente cancellando dai suoi lineamenti l'immagine, sensuale e fiera, di un dio azteco. 


Inutilmente Serrano aveva cercato di convincere il regista, (un giovane  di origini polacche dal cognome impronunciabile, che s'era fatto nomea di "visionario" e "sperimentatore" grazie a due film di basso costo, due piccoli capolavori colmi di future promesse) a licenziare l'attrice con un'ingente buonuscita da lui stesso elargita, ma senza riuscirci perché lei mirava alla gloria più che alla ricchezza, che quella, grazie alla sua portentosa avvenenza, se la sarebbe potuta facilmente procurare.

- Se mandate via Dorothy vado via anch'io. Un punto, questo, che non si discute - Aveva puntualizzato con voce ferma il giovane regista pronto a rinunciare alla gloria per l'onore della sua  Musa.

- Non sa recitare, è evidente. Ed è incompatibile con Ferrer, il cui nome dà lustro al cartellone -

- Dorothy è adattissima alla parte... se solo Ferrer non le fosse così ostile. E' lui che dovreste decidervi a licenziare. Spesso arriva sul set abbrutito, ubriaco o in stato di sonnambulismo. Tutta la troupe lo può testimoniare. Dovreste parlargli. Magari a voi darà ascolto perché a me non ne dà. Di certo il suo malanimo verso Dorothy non facilita le riprese. -

E così Serrano aveva convocato Francisco nel suo ufficio e lo aveva messo alle strette.

- Modifica i tuoi intollerabili comportamenti, Francisco, o sarò costretto a sostituirti. Esigo che tu giunga sul set sobrio e nello stato migliore. E cerca di dimagrire. Risparmia al pubblico, se non a te stesso, lo spettacolo della tua trasandatezza. Ho investito in questo film un bel pò di quattrini e si sta rivelando, invece, un disastro. Cerchiamo di salvare quello che si può. -

- Vuoi sostituirmi? Fallo pure! Io sono arcistufo di quell'oca che non sa profferire una battuta e sculetta come fosse su una passerella di un qualsiasi concorso di Miss. Ma sono stufo anche di te, Arturo, dei tuoi opprimenti sermoni e della tua pretesa di dirigere la mia vita. -
Ferrer, furioso, fronteggiava l'amico  sfidandolo

- Vuoi sostituirmi? Accomodati! -

Ferrer non era stato sostituito.
Il film s'era confermato un fiasco.
Il produttore e l'attore avevano fatto rientro a Santo Domingo su due voli diversi.

sabato 17 novembre 2018

E basta!

La solita storia di sempre: un uomo che parla di sesso è un conoscitore, una donna, invece, una puttana.

(Amaranta - link fb)

mercoledì 14 novembre 2018

La notte

...e poi la notte s'accende di stelle e di desideri: l'ora più buia è la più luminosa.

(Amaranta - link fb)

lunedì 5 novembre 2018

Fleur (cap. 11)


LA CASA DEL VAMPIRO
- Avete la fortuna di poter liberamente andar via da questa casa, eppure decidete di rimanere. Meglio ancora: rimanere, è il vostro unico desiderio. Fate attenzione, però, che una volta in cui vi verrà accordato il permesso di asilo, e credo che la mamma ve lo abbia già concesso fin dal primo istante, anche per voi, dopo, sarà poi difficile, se non impossibile, fuggire. Siete già il suo eletto, l'angelo custode di Philippe il Vampiro. Non importa che sia stato solo un fortuito caso il vostro miracolo della resurrezione, lei vorrà illudersi che sia frutto della vostra volontà. Quale sarà la vostra prossima mossa per non deluderla e continuare ad avere accesso alla casa del vampiro, alla stregua di tutti gli altri imbonitori che la frequentano? Ma voi, però, sedete al nostro tavolo mentre loro stazionano nei corridoi e nelle stanze di servizio; non hanno avuto la vostra stessa fortuna nella riuscita della loro messinscena. Vi confido un segreto, Francisco, papà ha una valigia nascosta sotto il letto, pronta all'evenienza qualora gli si presentasse un' occasione di fuga. Quella fuga l'ha tentata in passato, ma la nonna lo ha dissuaso, gli ha tolto il coraggio. Lo ha inchiodato ai suoi doveri. Povero papà! La valigia, però, non l'ha mai disfatta, è nascosta sotto il suo letto e immagino che la notte, prima di coricarsi, ci getti un'occhiata. Il fatto che sia lì pronta, lo rassicura e lo illude con la sua improbabile ipotesi di una fuga solo rimandata -
Celeste parlava in tono tranquillo, senza alcuna ostilità, fissandolo negli occhi.
La sua non era una sfida né una provocazione, ma l'onesto racconto di una realtà freddamente sviscerata senza  alcun'enfasi melodrammatica.
E per questo, forse, ancora più tragica.

Ferrer, che pure aveva rilevato nel tono tranquillo di Celeste la drammaticità del racconto, e ne era rimasto sconvolto, non aveva saputo obiettare altro che un neutrale, perché?

- Perché vi sto raccontando delle miserie della mia famiglia? Per darvi un motivo onorevole per uscire da questa casa, senza nessuna implicazione per voi e per noi. Soprattutto nessuna compromissione per Fleur. Statele lontano. Badate che non vi sto implorando, ve lo sto imponendo -
Il tono della sua voce era, ancora una volta, pacato, ma nello sguardo rilucevano aspre scintille.

- Mi state accusando di qualcosa che io non ho commesso. -

- Non ancora. Ma pure è nelle vostre intenzioni. Onestamente, potete smentirmi? -

- Voglio essere onesto quanto voi lo siete con me, e quindi non vi smentirò. Io amo Fleur, di puro e sincero amore, come mai ho amato nessun'altra. L'amo senza pretendere nulla da lei, mi basta vederla e respirare la sua stessa aria. Non desidero altro. Ma immagino che neppure questa confessione basterà a farvi ricredere e far cadere il vostro pregiudizio su di me-

- No, non mi basta e il mio pregiudizio rimane intatto. La vostra storia parla per voi ed io, a differenza della mamma, non credo ai miracoli. Non vi permetterò di mettere le mani su mia sorella e guastarla. Non entrerà prematura nel novero delle vostre amanti. Il mondo è pieno di donne disposte a farsi amare da voi, una specialità in cui a quanto pare eccellete. Fleur ha solo quindici anni. E' ancora una bambina. Se davvero l'amate, come dite, statele lontano. E, ad ogni modo, non avete altra scelta -

- Vorrei fosse Fleur a dirmi di andar via -

- Vi odia. <non l'avete sentita? Cos'altro c'è d' aggiungere?-

LA RESA DEI CONTI
Ferrer aveva vagato fino a notte fonda nei sobborghi e fatto tappa in tutti i locali incontrati lungo il cammino, poi ubriaco fradicio (aveva rischiato due volte d'essere investito) s'era diretto a casa di Josette. Era arrivata l'ora di chiudere la loro storia una volta per tutte. Già da sotto le finestre aveva preso ad appellarla con nomi inverecondi e poi, sul pianerottolo, a tempestare la porta con pugni e calci con una furia inaudita. Josette, impaurita da quella veemenza inedita nel suo ex amante, aveva finto l'assenza, ma poi sotto quel diluvio di calci inferti alla porta e di male parole inferte al suo orgoglio, aveva iniziato a rispondergli per le rime, surclassandolo nella scelta degli epiteti e delle metafore.
Aveva però avuto cura di rinforzare dall'interno la porta schermandola con un pesante settimino, e poi aveva chiamato la polizia. Ferrer, dai rumori di spostamenti di mobili  e dalla più tenace resistenza della porta, aveva intuito che lei stava barricandosi e allora anche lui aveva cambiato strategia: avrebbe tentato la scalata dalla finestra del primo piano. Talmente ubriaco, però, da fallire più volte l'approccio con l'esile tronco dell'alberello ibrido sottostante la finestra del salotto di Josette. Pure, in qualche modo, era riuscito ad inerpicarsi sulla cima per poi aggrapparsi al ramo più vicino alla finestra accingendosi, con una gran pedata, a romperne i vetri. Ma, offuscato dalla sbronza e dall'ira, agiva più d'istinto che con cognizione di causa, maldestro e incoerente non aveva saputo valutare la resistenza del ramo che avrebbe dovuto sostenerlo e che invece, sotto il suo peso, aveva ceduto, schiantandolo malamente a terra.


MISTIFICAZIONI E VERITA' CONVERGENTI IN UN'UNICA STORIA
Quando Ferrer aveva aperto gli occhi, nel suo letto d'ospedale, Arturo Serrano era al suo capezzale.

- Compadre, te lo dico chiaro e tondo, alla tua prossima stronzata ti mollo. Hai rischiato vita e carriera per vendicarti di una puttanella di serie B come Josette. Mi è costato un bel pò di soldi il convincerla a ritirare le denunce di aggressione e tentato omicidio -

- Ma se non l'ho neppure toccata. Non sono riuscito a mettere le mani addosso a quella puttana che altrimenti ora, in questo letto, ci sarebbe lei. L'ha scampata bella, sai? Ma gliela farò pagare in altro modo. Giuro che non lavorerà più.  E in quanto ai soldi te li restituirò appena sarò in grado di firmare un assegno -
Aveva obiettato, rabbioso ed amaro, mostrando all'amico la pesante ingessatura che dipartiva dal braccio destro fasciando, in un unico blocco, anche la  mano.

-  Puoi sempre firmare con la sinistra -
Serrano aveva ribadito ridendo per sdrammatizzare. Poi facendosi serio aveva aggiunto
- Sai che non ne faccio questione di soldi, seppure la cifra è stata davvero molto alta, motivo per cui tu non farai nulla di quanto minacciato. Alla stampa è stata data una versione diversa dei fatti: sei caduto dall'albero nel romantico tentativo di giungere alla sua finestra per tentare una riconciliazione. Una rivisitazione di Giulietta e Romeo. C'è materiale per un tuo nuovo romanzo, e al pubblico piacerà -

- Non puoi avermi fatto, questo. Non tu, Arturo. Quella puttana passerà alla storia come la donna per la quale avrei perso la testa. No, per me è impossibile d'accettare. Parlerò con Blanca e le racconterò la versione originale. Lei saprà come trattare l'argomento -
Ferrer era fuori di sé, sopraffatto da una collera interna che non poteva scaricare se non con le parole.

Parole cattive. Improperi irripetibili, lanciati come sassi contro Serrano che pure non aveva reagito, lasciando che lui esaurisse la sua micidiale valanga di pietre e scaricare la dose di veleno che ancora intossicava le sue vene. D'altronde benissimo capiva quella sua reazione, che anche lui, al suo posto, non l'avrebbe presa bene la mistificazione programmata dei fatti, dove la malefica puttana sarebbe stata incoronata regina. E, nello specifico, regina di cuori. Josette non gli era mai piaciuta, ma non era peggiore di tutte le altre ex amanti di Ferrer. Ci aveva parlato per convincerla a ritrattare la denuncia, offrendole una cifra astronomica, e poi lei, spontaneamente, gli aveva raccontato del suo rapporto con Celeste Petit.
Era stata quest'ultima a contattarla e a chiederle un appuntamento. Quello stesso a cui Ferrer casualmente aveva assistito. Celeste, senza troppo girarci intorno, le aveva chiesto informazioni su Ferrer, non sul loro rapporto ma sull'uomo, e lei, Josette, l'aveva esaudita descrivendolo con un'unica battuta: un egocentrico che non esce mai dal personaggio di se stesso. E aveva mimato il gesto di sventolarsi con un ipotetico ventaglio. E siccome Celeste le era piaciuta per i suoi modi, diretti e franchi, ma soprattutto per essersi rivolta a lei per quella particolarissima consulenza, ritenendola, senza alcun pregiudizio, fonte sincera ed affidabile, l'aveva alla fine amichevolmente redarguita: Francisco s'annoia facilmente, tutto per lui declina in un batter di ciglia. E' sempre a caccia di novità. Ed ora la novità siete voi. Fate attenzione, non è pericoloso ma nocivo. Sono certa che voi saprete, in questo, rilevare la differenza.
Quindi, non era stata Josette, come tutti avevano immaginato, a contattare Celeste per metterla in guardia dalle mire di Ferrer sulla giovanissima Fleur, ma il contrario. Oltretutto l'attrice era convinta che l'oggetto del desiderio del suo ex amante fosse proprio lei, Celeste, e non Fleur.