Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

lunedì 19 febbraio 2018

Tra Centocelle e Disneyland (passando per Hollywood)

Esattamente in quel tratto di mondo dove le albe sono più chiare e le notti più scure, e le stagioni sfumano, impercettibili, l'una nell'altra, e il vento che soffia da nord odora di oceano mentre quello che spira da sud sa di deserto.
Un tratto del pianeta non configurato su nessuna mappa perché sconosciuto al Meridiano di Greenwich, esente dalla burocrazia dei calendari e da quella delle ore legali e solari, perché non regolamentato, come tutto il resto del mondo, dalla suddivisione in decimali del tempo e dello spazio

Chiariamo subito che invisibile non è sinonimo di inesistente, e d'altronde basta porre la dovuta attenzione agli indizi, che pure ci sono a comprovarne l'esistenza, per giungervi senza neppure troppo sforzo.
In poche parole, se non trovate la strada è perché non sapete vedere.

La mia casa è ubicata nel centro esatto in cui questi due mondi convergono o confinano, (a seconda di come la si vuol vedere), con una vista mozzafiato su un panorama diurno di nubi e notturno di stelle, se non fosse che talvolta l'intenso traffico aereo di mongolfiere, aquiloni e tappeti volanti, reca qualche disturbo alla visuale, ma poi capita d'intravedere il Barone di Munchausen, viaggiare spedito a cavalcioni di una palla di cannone, e con lui amabilmente conversare
- Ehilà, Barone, le posso offrire una tazza di the?
- La prossima volta, mia cara, che oggi sono di fretta.

Nel respiro della terra puoi sentire il defluire dell'humus nelle sue grosse vene nere, e il pulsare del suo grande cuore, il cui ritmo regola i tempi del letargo e quelli della rinascita, e poi quelli variabili della stagione degli amori
Dietro le fitte colonne degli ebani e dei banani, schierate a ranghi serrati, si spalanca, abbagliante alla vista, la macchia verde smeraldo della foresta Writer Monkey, sul cui confine s'erige, opaco e minaccioso come un bastione militare, DarkRock Castle, impenetrabile dimora del leggendario mago alchimista Angel Devil, l'unico della stirpe degli stregoni ad avere acquisito il dono dell'immortalità, in virtù della sua breve, e tumultuosa liaison, con la bellissima e ambigua vampira, Carmilla.

Ai piedi di DarkRock Castle, nella zona paludosa, si ammassano, le une sulle altre, le casupole color malva e ginestra delle matriarche del posto, le fondatrici della confraternita delle Writer Witches.
All'apparenza è l'irascibile stregone a detenere le redini del potere, ma in realtà sono loro, le matriarche, a gestire questo lembo di terra, non solo in virtù delle arti magiche della seduzione ma, soprattutto, della loro schiacciante maggioranza numerica.
Unico luogo al mondo dove vige una democrazia perfetta mascherata da dittatura.
Le abitazioni delle Writer Witches sono così strettamente connesse tra loro da un coacervo di passaggi  e sottopassaggi, di ponti e di scale, intersecanti in un inestricabile labirinto a più piani, progettato dal genio architettonico di Maurits Cornelis Escher che nacque proprio qui, in questo lembo di terra, tra Centocelle e Disneyland,  e non in Frisia, come erroneamente riportano tutte le enciclopedie e le biografie, mai smentite, però, dallo stesso, un tipo riservato, refrattario al successo, che qui, nella sua casa natale, veniva a ritemprarsi dalle fatiche del suo genio e trovare nuove ispirazioni.

La casa di Escher è una semplice palafitta che poggia su pali altissimi, così come ce ne sono centinaia d'altre nell'entroterra della foresta Writer Monkey, dove le mamme vengono a dare alla luce i propri figli, nel convincimento che i primi mesi di vita trascorsi in quella realtà sospesa stimoli nei neonati l'intelletto, la spiritualità e la fantasia.
La casa è assegnata di diritto al  nuovo nato, così da garantirgli un luogo dove far ritorno in qualsiasi momento della sua vita.

"Writer Monkey"(lo scrittore scimmia) è l'eroe simbolo rappresentativo di questo posto, così come Guglielmo Tell lo è per la Svizzera. La leggenda racconta che durante le riprese del film "La corazzata Potemkin", mentre Eisenstein s'apprestava a girare la famosa scena della carrozzina che precipita lungo le scale, quella gli sfuggì di mano e continuò la sua rovinosa discesa anche dopo l'ultimo gradino. Inghiottita da un gorgo temporale, la carrozzina col suo piccolo passeggero s'era poi materializzata nella foresta Writer Monkey (ma che allora non si chiamava ancora così) dove le scimmie si presero cura del bambino scampato alle scene più cruente del film, allevandolo sulle palafitte come avrebbe fatto una mamma umana, ma pure iniziandolo alle spericolate tecniche delle arti acrobatiche e ai segret dello scautismo. Fu però un grillo parlante (quello stesso al quale Pinocchio non volle dare ascolto) a svelargli i segreti della grammatica e quelli della comunicazione, tanto da indurlo, ormai giovane adulto, ad intraprendere la strada della narrativa. E così, in mancanza di carta, i suoi racconti li scriveva sulle larghe foglie delle ninfee, usando come inchiostro il distillato dei loro fiori. Poi affidava quei suoi manoscritti ai corsi d'acqua affinché qualcuno, trovandoli, li leggesse (prototipo del più moderno bookcrossing) Racconti magnifici, seppure un po strampalati, di certo originali. Talmente affascinanti, che quando una foglia di ninfea giunse nelle mani di Shahrazad, la più seducente affabulatrice di tutti i tempi, questa se ne innamorò perdutamente e, dalla lontana Persia, giunse fino a lui seguendo la traccia di quegli indizi minuti che un cuore innamorato, però, riesce a vedere.
E dall'amore dei due nacque la leggendaria stirpe degli scrittori scimmia, che popolano tutt'oggi la foresta "Writer Monkey" , chiamata così in onore del leggendario capostipite.

Ora, alla fine di questa mia storia (un po stravagante, ne convengo, ma è la bizzarria creativa il  marchio d'autore che autentifica un vero Writer Monkey), qualcuno di certo si sarà incuriosito a voler tentare un incursione in questa regione estranea al Meridiano di Greenwich, e visitare i favolosi luoghi che io ho qui descritto. Ma se a me è vietato dalla Costituzione rilasciare le coordinate geografiche per non svelarne l'ubicazione, a nessuno però è proibita tentare l'impresa di tentare l'avventura seguendo le minuscole tracce, disseminate come le briciole di Pollicino, a tracciarne il percorso.
Quelle stesse seguite da Shahrazad.


sabato 17 febbraio 2018

Un inverno senza fine


Che cosa sto facendo, qui, in questo inverno senza fine?
(Franz Kafka)

Dopo tutti questi anni di freddo interiore non sono riuscita ancora a svilupparne la tolleranza.
Forse è nella natura umana la propensione al calore, così nonostante le filosofie e le dottrine che pure trattano con un qualche fervore questo freddo interiore, l'aspirazione massima rimane il contatto: abbracci, carezze, baci. Anche solo sfiorati. Ma che ci siano e con una qualche frequenza.
Che ci siano, perdio, e in grandi dosi, che il peccato più grande è proprio quella mancanza di calore e il gelo conseguente che ti fa avvoltolare su te stessa, coesa nella tua stessa carne, un informe tutt'uno.

E allora ho riversato la mia intelligenza, e le mie energie, nella costruzione di un mondo parallelo che ottemperasse a questa mia primaria esigenza di calore e condivisione.
In questo mio mondo metafisico gli oggetti hanno così acquisito un'anima, e una ragione d'essere, che trascende la loro reale funzione.
Non più oggetti, ma feticci.

In questa impalcatura cerebrale (una diversa versione, di più ampio respiro, di quel mio informe tutt'uno corporeo) gli oggetti, così come le cose astratte, interagiscono fra di loro e con me, animando una realtà altrimenti priva di attrattiva, se non quella della scrittura.
Piuttosto, sono proprio questi feticci casalinghi a rendere, con la loro surreale esistenza, più sopportabile la mia solitudine, fornendomi strampalati motivi psicologici per andare avanti.

"La caffettiera rosa, già pronta sulla macchina a gas, è la prima a darmi il buongiorno, con la dolcezza del suo aroma: è un'elegante, profumatissima ballerina, in tulle rosa, ritta sulle punte, che piroetta, in perfetta sincronia, con la fiamma del fornello. Ma perché questa pantomima avvenga devo trovarla già posizionata al suo posto, altrimenti le manovre atte alla sua preparazione inesorabilmente la relegherebbero allo status di semplice oggetto. E così, per realizzare quella magia, tra i riti serali, prima di andare a letto, ho inserito anche quello della preparazione della moka"

Condivide, però, questo mio mondo, astratto e bizzarro, Cagliostro, il mio gattone nero che, a differenza di me, meravigliosamente vive nella realtà oggettiva, senza troppi sofismi né vaneggiamenti di sorta, così per lui una caffettiera è una caffettiera, e il freddo è solo quello climatico, a cui facilmente pone rimedio al caldo della sua cuccia o sotto il mio stesso plaid.
Cagliostro non è bastante a se stesso, è bastante al mondo.
Di sicuro, indispensabile al mio.
Marilena


giovedì 15 febbraio 2018

Interrogativi


Tutti i dolori sono sopportabili in una storia, o se si può raccontare una storia su di essi.
(Karen Blixen)

Tante volte, Stefano, mi sono chiesta se dopo aver fatto quelle scelte che ti hanno allontanato da me, hai avuto la forza di guardare a quel nostro passato, con nostalgia, tenerezza, rimpianto, anche rabbia.
Ma non indifferenza.
Per orgoglio non te l'ho mai chiesto, ed ora non posso più chiedertelo.
Non lo saprò mai.
Quello che so è che ti ho voluto bene.
E continuo a volertene.



Non ho voluto narrarla questa mia storia, per pudore, per amore, per rispetto di nostro figlio.
Solo qualche breve accenno, per di più più romanzato, in questo mio diario, e raccontato  con rabbia, ironia, sensi di colpa, rinfacci, e solo alla fine, consapevolezza.
Ma su tutti sempre emerge il sentimento schiacciante dell'impotenza.
E dell'orgoglio.
Non averla messa su carta, però, mi ha rallentato nel processo di elaborazione, e tutte le parole attinenti ad essa sono rimaste ingarbugliate nella mia testa: un groviglio serrato, ancora più difficile e penoso da districare, ora che lui non c'è più.
Così questa storia, che è poi quella della mia vita reale, rimarrà chiusa per sempre nel cassetto della mia memoria, con inevasi tutti i capitoli iniziali dell'amore e quelli ultimi della sua disfatta.
Una storia come tante...no, ogni storia è diversa anche se i finali paiono somigliarsi, perché ognuna è unica e irripetibile nei suoi drammi e nei suoi splendori, nei suoi eccessi e nelle sue miserie.

Quei capitoli che mai scriverò puerilmente riassunti in un unico interrogativo: ti sei mai girato indietro a guardare a quel nostro passato?
E come l'avrei posta questa domanda: con rabbia? con ironia? con dolcezza?
La sua risposta sarebbe stata comunque sincera
...ma io gli avrei creduto?
Marilena

sabato 10 febbraio 2018

Un gatto miracoloso


Il primo incontro era stato una mattina che Sara, dinamica signora di una certa età...

(ehy tu, ti ho autorizzata a raccontare questa storia non a spifferare in giro gli affari miei)

Questa tra parentesi è la voce di Sara, che pure ha un certo caratterino e non le manda mica a dire, è molto permalosa, quindi mi toccherà fare attenzione a quello che scrivo

Sara, quella mattina, era alla guida della sua vecchia utilitaria color ciliegia (unica macchina al mondo di quel colore), quando all'improvviso era balzato fuori dalle grate di un cancello un gatto nero con in bocca un pezzo di pane, di certo rubato alla credenza di qualche casa.

(ehy tu, brutto ladruncolo, per poco non mi mandi fuori strada)

Sara aveva l'abitudine di appellare tutti con un "ehy tu" perfino il marito, pluridecorato colonnello in pensione, non lo chiamava mai per nome ma "ehy tu, colonnello", e sempre in questo modo aveva gridato inviperita alla volta di quel gatto nero che le aveva tagliato la strada, costringendola ad una brusca frenata, ma che lesto, però, se l'era filata prima ancora che lei terminasse l'invettiva.

Il secondo incontro era stato quando Sara, aprendo la portiera della macchina per andare a fare la spesa, il diabolico felino ne era schizzato fuori, cogliendola di sorpresa e facendola quasi cadere.

(ehy tu, diavolaccio, chi ti ha dato il permesso di bivaccare nella mia macchina? Trovo la tua padrona e gliene dico quattro!)
Ma quello di nuovo, senza darle ascolto, s'era eclissato con la velocità di un fulmine.

Il terzo incontro fu il più sorprendente, quando Sara tornando dal consueto the pomeridiano con le amiche, era rimasta sbalordita nel sentire il colonnello dialogare con qualcuno. Davvero strano, perché lui da quando s'era ammalato aveva interrotto i rapporti col mondo e viveva una vita  solitaria, da recluso.

(ehy tu, colonnello, con chi stai parlando?)
Gli aveva chiesto entrando in casa, curiosa di vedere l'ospite di suo marito ed offrirgli un caffè, perché il colonnello soffriva di un tremore alle mani che gli impediva di afferrare le cose e di tenerle senza farle cadere, e così non gli riusciva di fare quasi più niente.

- Sara, guarda chi è venuto a farci visita!
Le aveva risposto allegro. Un evento questo, perché lui se ne stava triste e silenzioso, sulla sua sedia a rotelle, perso dietro a qualche ricordo che però non condivideva con lei. Sara cercava di distrarlo, d'interessarlo alle vicende del mondo, d'incuriosirlo e farglielo riscoprire, ma lui non si mostrava interessato, e allora lei smetteva di parlare. In silenzio passavano le ore, lui a fissare una parete, lei a lavorare all'uncinetto o sfogliare una rivista. Per questo era rimasta sorpresa da quella sua allegria.

Ma ancora più sorpresa quando scoprì che il motivo di quella felicità era proprio quel gatto randagio che ultimamente pareva perseguitarla e che ora beatamente stava dormendo sulle gambe del marito.
Ma alla voce della donna, però, s'era svegliato e istintivamente era scattato verso la porta per darsi alla fuga, ma quella era chiusa e l'unica altra via era data dalla finestra da cui era entrato, e che lui con un salto acrobatico era riuscito a scavalcare, guadagnando l'uscita.

(ehy tu...)
Ma stavolta la minaccia all'indirizzo del felino, Sara non l'aveva neppure terminata perché aveva visto il colonnello ridiventare di nuovo triste e una lacrima brillare nei suoi occhi, e allora lo aveva abbracciato, gli aveva preso fra le sue quelle sue mani che tremavano forte, e dopo avergli dato un bacio sulla fronte lo aveva rassicurato: vedrai che torna o altrimenti te lo vado a cercare io.

Una promessa è sacra, e mai Sara in vita sua ne aveva disattesa una, figuriamoci questa fatta al colonnello che lei amava teneramente, perché nonostante quei suoi modi bruschi, Sara era una donna molto dole e...

(ehy tu, smettila con queste sdolcinature, piuttosto bada a raccontare per benino questa storia senza perderti in chiacchiere)

Su questa sua sollecitazione riprendo il filo del racconto ripartendo da quella sua promessa fatta di ritrovare il gatto transfugo, che pure aveva riportato un momento di gioia nella vita del marito, e così aveva disseminato il cortile di ciotole colme di leccornie feline, e quando usciva lasciava sempre porta e finestre aperte, caso mai quello avesse voluto fare di nuovo visita al colonnello. Pure i finestrini della macchina lasciava abbassati, anche nei giorni di pioggia (anche se poi le toccava sempre asciugare sedili e tappezzeria, ma non se ne lamentava, perché era per una buona causa), semmai avesse avuto bisogno di un riparo come era già accaduto una volta. Aveva allertato anche le amiche a tenere gli occhi aperti ed avvisarla se nei loro paraggi circolava un gatto nero dall'aria malandrina. Una descrizione vaga, verrebbe di pensare, che i gatti neri si somigliano tutti, ma quello era un piccolo posto dove tutti si conoscevano e quel gatto, di certo, non apparteneva a nessuno: un clandestino all'interno di quella comunità.

(ehy tu, per caso ti è capitato di vedere gironzolare da queste parti un gatto nero vagabondo?)
Era questa la domanda che Sara poneva a tutti quelli che incontrava, ma nessuno lo aveva visto. Sparito nel nulla. Volatilizzato. Eppure un effetto positivo quel gatto lo aveva prodotto perché il colonnello ora non fissava più una parete ma guardava la finestra nella speranza di vederlo arrivare. Poi, un giorno, addirittura s'era spinto, con la sua sedia a rotelle, nel cortiletto: era passato così tanto tempo dall'ultima volta che lui era uscito che a Sara quello era parso un miracolo.

(ehy tu, colonnello, che ne dici se lo andiamo a cercare insieme?)
A questa sua proposta Sara s'era aspettata un rifiuto, e invece lui aveva detto si. E così s'erano incamminati insieme, lui sulla sua sedia a rotelle, e lei a spingerlo, verso quell'avventura condivisa. Avevano camminato tanto e ancora avrebbero continuato a farlo, spinti dalla speranza di ritrovare quel gatto speciale che aveva operato il miracolo di restituire suo marito al mondo, se non che stava facendo buio ed iniziava a piovere.

(ehy tu, colonnello, non essere triste, domani riprendiamo la ricerca)
Sara aveva dato alla sua voce un tono incoraggiante per non cedere, lei stessa, al pessimismo, consapevole che le possibilità di ritrovarlo diminuivano col passare dei giorni. Così erano tornati a casa, zuppi di pioggia e di tristezza, e Sara prima ancora di togliersi gli abiti fradici era corsa a serrare porte e finestre per impedire un probabile allagamento, quando aveva intravisto il gatto al riparo sotto la pergola del cortile, e così la finestra del salotto l'aveva lasciata aperta, lasciandogli la possibilità d'accesso. Poi s'era infilata un trench ed era uscita, lasciando però aperta anche la porta d'ingresso.

(ehy tu, colonnello, vado a controllare se ho chiuso i finestrini della macchina. Torno subito)
Sara sapeva che quei due si stavano per ritrovare e chissà quante cose avevano da raccontarsi, e forse la sua presenza sarebbe stata di troppo. Era certa, anzi certissima, che il colonnello lo avrebbe convinto a rimanere, perché era sempre stato un uomo molto persuasivo, soprattutto nel campo degli armistizi, e avrebbe fatto in modo di stabilire, fra lei e il gatto, una tregua, il tempo necessario per conoscersi ed apprezzarsi.
E non ce ne sarebbe voluto molto, che Sara, a quel gatto miracoloso, già voleva un bene immenso.




giovedì 8 febbraio 2018

Tutto scorre

Non è vero che viviamo una sola vita, ma nel corso, lungo o breve, dei nostri anni, viviamo più vite e abitiamo più mondi.
E non parlo di quelli fantastici o paralleli, ma di quelli reali.
Le morti, le partenze, gli abbandoni e le nascite, modificano e plasmano il vecchio in nuovo.
E il nuovo in qualcos'altro.
Assistiamo nel corso dei nostri anni, a nascite e declini di interi universi, trasformazioni minime, o plateali, di interi universi.
E' sempre tutto in movimento, come è giusto che sia.
La vita è fermento e non staticità.
I  ricordi sono importanti, sono la base del nostro essere, è essenziale, però, saperli rielaborare senza il succo amaro della nostalgia o quello tossico del rimpianto: si deve guardare avanti, sempre, alle scelte immediate e progettare le future.
Il passato deve rappresentare punto di partenza per una nostra ricerca personale, proiettando il nostro ieri nell'oggi e poi, ancora, nel domani.
Panta rei: tutto scorre anche quando vorremmo fermare il tempo, perché la nostalgia è così lancinante da far male.

(Amaranta - link fb)

lunedì 29 gennaio 2018

City of Light

Dedico questa fiaba alla memoria di mia nonna Rosa, ipovedente ma meravigliosamente immaginifica, che mi ha preso per mano, come quando ero bambina, per guidarmi lungo il sentiero di questa storia.




NEL PAESE SENZA SPECCHI
C'era una volta una regina molto irritabile, la più nevrotica mai esistita nel mondo reale e in quello fantastico, e terribilmente brutta, seppure, a dire la verità, nessuno l'avesse mai vista in volto, dal momento che lei, le rare volte in cui usciva, si intabarrava in un pesante mantello il cui cappuccio le nascondeva la faccia. Oltretutto, per rendersi ancora più impenetrabile, la regina indossava anche occhiali scuri ( questa favola è ambientata in un regno ancora da scoprire, per alcuni versi moderno per altri, invece, ancora medievale) estendendone l'obbligo a chiunque si trovasse a transitare nel suo palazzo e nelle sue vicinanze. Aveva poi obbligato tutti gli abitanti a vestirsi allo stesso modo, e vietato l'uso degli specchi: nessuno poteva possederne. Aveva persino fatto prosciugare un laghetto, meta di gite domenicali per le famiglie e qualche casuale turista, per impedire che vi si specchiassero. E come se non bastasse aveva preteso, in cucina, l'uso di pentole dal fondo brunito e posate in resina, per impedire qualsiasi tentazione di specchiarsi nell'acciaio. Ovviamente, bandito l'uso dell'energia elettrica, pena i lavori forzati a vita a scavare miniere nel ventre freddo e buio della montagna.
 Avrebbe anche oscurato il sole, se le fosse stato possibile, e costretto tutti a vivere in una impenetrabile notte.
In questo regno, di cui s'ignora nome e ubicazione, (di fatto non appare su Google Maps e neppure menzionato in Wikipedia, quindi per noi, davvero sconosciuto) imperavano oscurità e tristezza, che il mondo filtrato dagli occhiali neri pareva senza contorno e senza colore: un universo notturno, popolato di ombre.
Nessuno avrebbe continuato a vivere lì, se solo gli abitanti avessero saputo in quale altro posto emigrare, ci sarebbe stato un esodo di massa, e 'fanculo (ops) la regina e le sue ingiuste leggi.
Anche se, a onor del vero, a quei divieti gli abitanti di quel regno senza nome, (uno però dovrò trovarglielo, almeno per orientarmi in tutta questa penombra) continuamente trasgredivano, come gli innamorati, ad esempio, che romanticamente passavano ore a rimirarsi nei reciproci sguardi, scoprendosi bellissimi, o i genitori che avevano imparato a stampare nelle pupille le immagini dei propri figli, come fossero foto, e orgogliosamente le mostravano a parenti e amici.
Insomma, come si dice qui da noi: fatta la legge trovato l'inganno.
Un inganno a riparare una palese ingiustizia, per cui, ne sono certa, nessuno punterà il dito contro i trasgressori.

IL GIOVANE SCULTORE CIECO

Ora accadde che qui vivesse anche un giovane Scultore, cieco alla nascita, che pure, nonostante l'handicap, creava opere meravigliose, che un giorno lo avrebbero reso famoso.
Un carattere anticonformista e ribelle che trovava intollerabile l'idea che chi avesse la vista dovesse vivere nel suo stesso mondo di tenebra, solo perché così aveva deciso la Regina.
Lui aveva imparato a vedere attraverso il tatto, ma non lo considerava un privilegio, piuttosto un far di necessità virtù, che ben gli sarebbe invece piaciuto poter usare gli occhi. Ma pur s'era dovuto adeguare e attraverso la sua arte aveva sviluppato una straordinaria sensibilità nelle dita.
Le tende tirate per non far filtrare la luce però enormemente lo infastidivano, seppur averle spalancate o meno non faceva per lui, in ultimo, una grande differenza, ma era quell'imposizione malsana a risultargli intollerabile, così s'era convinto a dover essere lui a rimettere a posto le cose.

- Possono pure condannarmi ai lavori forzati nelle cave della  montagna, vorrà dire che avrò materiale di prima mano per le mie opere, ma questa storia deve finire, che quello della luce è un diritto sacrosanto e nessuno può impedirlo. Nemmeno una Regina -
E con spirito battagliero s'era avviato, a viso scoperto e supportato dal suo bastone bianco, alla volta del Castello, ben determinato a ristabilire la giustizia.

LO SCONTRO CON LA REGINA

S'era quindi incamminato alla volta del Palazzo Reale incespicando spesso lungo la strada, che quello era un percorso a lui sconosciuto e non aveva avuto il tempo di memorizzarne il tracciato, affidandosi all'istinto e alla sua buona stella, per giungere incolume e chiedere udienza, se non che ad un bivio venne letteralmente travolto da qualcuno che veniva correndo dal lato opposto al suo, e nello scontro ruzzolarono entrambi a terra.
Il giovane Scultore s'era rimesso in piedi, sia pur con qualche fatica, e premurosamente s'accingeva a prestar soccorso al suo investitore, che però in malo modo lo respinse facendolo di nuovo cadere a terra.

- Certo le buone maniere vi sono sconosciute -
Aveva ironizzato il giovane
- Non osare toccarmi! -
Aveva risposto perentoria una voce di donna
- Una donna: avevo ben captato la fragranza di un profumo -
S'era trovato a ribadire lo Scultore con un sorriso galante
- Togliti quel sorriso imbecille dalla faccia e preparati a passare il resto dei tuoi giorni in galera -
Aveva sibilato lei in tono duro
- Perché? Cadere non è reato e, se lo fosse, sareste voi, cara signora, a dover scontare la pena, dal momento che mi siete arrivata addosso come una valanga e facendomi perdere l'equilibrio -
Per niente intimorito, lo Scultore, sorrideva di quella rabbia senza senso
- A nessuno è permesso farsi beffe della Regina e tu hai passato ogni limite col tuo atteggiamento irrispettoso, e per di più impunemente trasgredendo alla regola che impone, nelle uscite pubbliche, l'obbligo del mantello e degli occhiali neri -
Nel frattempo lei s'era tirata su e lo sovrastava con tutta la sua regale altezza (in realtà rientrava nella statura media, seppure con la corona e le scarpe coi tacchi sembrasse più alta, ma non quel giorno specifico che, uscendo a fare jogging, indossava scarpe da corsa e un cappellino con la visiera)
- Gli occhiali da sole ad un cieco non  servono, e in quanto al mantello fa troppo caldo per indossarlo. E comunque è proprio al castello che ero diretto per discutere  di questa legge assurda che vieta  specchi e suppellettili in cui ci possa riflettere, solo perché madre natura non è stata generosa e vi ha fatto brutta, o almeno così si vocifera. E se girano queste voci, signora, la colpa è solo vostra che pure le alimentate promulgando questi bizzarri editti -
Lo Scultore, che non aveva peli sulla lingua, aveva colto al volo quella magnifica opportunità per dire alla Regina come stavano le cose e quello che di lei si mormorava
- La gente pensa che non solo dovete essere brutta ma anche matta. Ma brutta non lo siete affatto, ed io posso testimoniarlo -
- La testimonianza di un cieco! E poi la matta sarei io?-
Lo aveva irriso beffarda
- Statura media, capelli mossi, scuri (se fossero stati biondo miele avreste avuto un carattere più dolce) carnagione chiarissima, lentiggini e qualche neo, possibilità di ustioni solari (il mantello serve a proteggervi), occhi oblunghi, di colore violetto o azzurro o verde (non posso essere più preciso, la visiera del vostro cappellino me lo ha impedito). Soffrite d'insonnia e di notte leggete romanzi d'amore su cui versate molte lacrime: l'ho percepito dalle palpebre pesanti e dalle ciglia umide. Le mani non sono troppo curate, odorano di terra e di erba, perché fate giardinaggio, è profumo di fiori quello che che ho sentito quando mi siete ruzzolata addosso. Siete una sportiva perché non vi lamentate di essere caduta né di esservi fatta male. Non siete arrabbiata con me per il capitombolo ma per le mie giuste accuse -

LA REAZIONE DELLA REGINA

La Regina era rimasta senza parole. Per la prima volta in vita sua non trovava di che ribattere. Avrebbe potuto, in virtù del suo potere, con un'accusa qualsiasi mettere in prigione quello sfrontato, ma la meraviglia di quella sua descrizione così perfetta, l'aveva destabilizzata. Che lo Scultore fosse davvero cieco non aveva dubbi, non solo per via del bastone bianco ma perché le pupille erano opache,velate da una patina , si muovevano in maniera involontaria.

- Vi state chiedendo come posso io, un cieco, aver fatto di voi un ritratto così preciso, dal momento che a nessuno mai è stato concesso il privilegio di guardarvi in viso. Non è poi così difficile, oltre la vista abbiamo altri quattro sensi e quando uno di questi viene a mancare subentrano gli altri. Ma essere nati ciechi è tremendo, ancor più tremendo, però, rendere cieco il proprio popolo solo per una vanità personale. L'essere belli o brutti dipende da tanti fattori, come il nascere con il dono della vista o meno, ma in nessun caso si può costringere gli altri a vivere il nostro stesso destino. Io vedo, nonostante la cecità, il sole e le nubi, la luna e le stelle, le rondini come le formiche, il volto di mia madre e quello dei miei amici, e li traduco in sculture. Voi, invece, vi negate questa gioia negandola a tutti gli altri. Mi verrebbe da dire che siete malvagia, che è peggio di esser brutta, ma di notte leggete romanzi d'amore e piangete: quello che a voi manca non è la bellezza ma un sogno in cui credere -

A queste parole lacrime silenziose sgorgarono dagli occhi della Regina, e pure lo Scultore se ne avvide e con la punta delle dita ne aveva asciugata una, sfiorandole la guancia con una carezza.

- Non piangete, non è mai troppo tardi per credere a un sogno o un inventarsene uno. I sogni originano con la luce della luna e vivificano in quella del sole: restituite la luce al vostro popolo, e con quella la possibilità di sognare, e troverete anche voi, ne sono certo, il vostro sogno magnifico -

Piangeva la Regina senza più vergogna di mostrare le proprie lacrime, poi prese la mano del giovane guidando le sue dita sulle decine di piccole cicatrici rugose che le frastagliavano metà del viso
 - Questo particolare deve esserti sfuggito -
Aveva detto in tono amaro, scostandosi bruscamente da lui
- Non mi è sfuggito, ma non è la cosa che maggiormente mi ha colpito. E il rilevarlo vi avrebbe fatto male, per questo l'ho taciuto. Siete bella, Maestà, solo che voi non lo vedete. Date la possibilità a tutti di amarvi come io già vi amo e spariranno anche quelle cicatrici, non le vedranno gli altri e nemmeno più voi -
E si chinò a baciarle, una per una, con infinita dolcezza.

CITY OF LIGHT

Specchi di tutte le dimensioni e forme, e in gran profusione, arredano ora le case di questo regno a cui io, ancora all'ultimo capitolo, non ho dato un nome, ma che ora devo pur trovargliene uno, che Wikipedia e Google Maps, venuti a conoscenza di questa storia straordinaria, lo reclamano a gran voce, per poterlo rendere visibile a tutto il nostro pianeta, a quelli limitrofi e a quelli ancora da scoprire, e così ho pensato a "City of Light", che forse non è il nome più originale del mondo ma di sicuro il più appropriato. Avrei potuto chiamarla anche "City of Love" che la gente che qui vive è incredibilmente felice, oppure "City of Mirrors" che questa è diventata l'attività principale del regno, oppure, più romanticamente "City of the Queen", in onore della donna che con saggezza la governa e che il suo popolo appassionatamente ama, seppure nessun tipo d'amore possa eguagliare quello del suo Re, che non ha mai voluto, però, indossare la corona, trovando antiquata l'etichetta che regola le formalità della Casa Reale, e chissà che la forza del suo amore non possa convincere la Regina a indire un referendum per far scegliere al popolo se tramutare la Monarchia in Repubblica.
Una magia non troppo difficile per chi ha saputo regalare un sogno ad una Regina
...perché quel Re senza corona è proprio lui, lo Scultore.

giovedì 25 gennaio 2018

C'è sempre un punto in cui realtà e fantasia convergono.

E' sempre banale quel risveglio quando la mia parte filmica continua ancora a dormire, perché senza quello spezzone di pellicola, sviluppata nelle stanze notturne della mente, tutto mi appare sbiadito e finto: ne ho quindi bisogno per elaborare la realtà.
Non è una finzione scenica quella in cui poi agisco, ma una realtà parallela che si contrappone a quella evidente, ma abiurata già al primo sguardo.
Traumatici, quei miei risvegli, quando la protagonista della mia vita interiore non vuole proprio saperne di destarsi e stizzita si calca la mascherina nera sugli occhi, rinnegandomi.

- Flaubert, il mio caffè per favore.
(perché ho chiamato Flaubert questo mio maggiordomo immaginario? non saprei dirlo, ma è questo il nome che mi è affiorato alle labbra)
 Flaubert fa il suo impeccabile ingresso nella mia stanza da letto e poi, con un piccolo inchino, depone un micro vassoio sul mio comodino.
E' un vassoio da casa di bambole, con sopra un piattino e una tazzina in miniatura decorati di rosa.
- Cagliostro ha già fatto colazione?
Domando, stiracchiandomi
- Si, Madame, il Conte ha fatto colazione. Ripulito il piatto, se mi è concesso dire
Sorrido a questa sua educatamente ironica precisazione
- Dunque i nuovi bocconcini sono di suo gradimento.
Convengo soddisfatta
- Senza ombra di dubbio.
Asserisce compunto
- Grazie, Flaubert. Non ho bisogno di altro
Lo congedo con un gesto grazioso della mano mentre sorseggio dalla minuscola tazzina un caffè invisibile, ma ottimo.

Indugio ancora un po tra le coltri, lasciandomi avvolgere dal profumo intenso di lavanda che da queste emana, pigramente, nel frattempo, svogliando il carnet degli appuntamenti:
10,00 - selezioni per assunzione nuovo chauffeur
contattare la tata di Cagliostro per la serata
14.00 - pranzo con Joseline e Greta  all'Epicure
5,30 - appuntamento "Salone di Bellezza di Franck Provost"
18,30 - Frenchie e Frenchie Bar, per Aperitivo con Marianne
Atelieur Givenchy per prova sartoriale del nuovo abito da sera
22,00 -  Cena spagnola al Fagon con Jean Luc. Dopo cena al Grand Hotel du Palais Royal

Una giornata indubbiamente piena, e così devo pur risolvermi ad uscire dal letto
- Flaubert
- Madame
- Flaubert, contatti Emanuelle, la tata di Cagliostro, le dica che stasera avrò bisogno di lei. Le onfermI l'orario solito.
- Sarà fatto, Madame
- E avverta lo chauffeur di preparare la Porsche, che avrò bisogno di lui per tutta la giornata

E così mentre Madame esplora la lussuosa cabina armadio alla ricerca dell'abito giusto alle esigenze della giornata, e non trovando nulla di congeniale esclama: non ho niente da mettermi! pure io, frugando nel mio più striminzito armadio, mi ritrovo nello stesso momento a ripetere l'identica battuta: non ho niente da mettermi!
...perché, alla fine, c'è sempre un punto in cui realtà e fantasia convergono.



mercoledì 24 gennaio 2018

La regola di Anna


Si può essere innamorati di diverse persone per volta, e di tutte con lo stesso dolore, senza tradirne nessuna, il cuore ha più stanze di un bordello.
(Gabriel Garcia Marquez)

TU NON FARMI DOMANDE ED IO NON TI RACCONTERO' BUGIE
Tu non farmi domande ed io non racconterò bugie: è questa la regola di Anna che Giuliano accetta per amore, perché averla anche solo per brevi momenti è meglio che non averla affatto.
La storia dell'amore univoco di Giuliano, verrebbe da pensare, ma no, non necessariamente, che Anna non è obbligata a stare con lui, ad amarlo o fingere di amarlo, come può accadere in un matrimonio o in una relazione di altro tipo, in cui per svariati motivi si è costretti, a volte, a rimanere insieme.
Anna lo ama, ma c'è un altro uomo, e ama anche quello.
Eh già vedo molte facce perplesse: se davvero fosse stata innamorata dell'uno o dell'altro, avrebbe fatto una scelta.

ANNA
Non ho potuto scegliere perché li amo entrambi. Il mio amore per Giuliano non diminuisce quello per mio marito. E qui non sono in ballo le troppo abusate, in letteratura come in psicoanalisi, complementarità, l'uno non possiede le doti di cui l'altro difetta, e non ho mai messo in atto il tentativo di creare, attraverso un loro assemblaggio, l'uomo perfetto. Semplicemente mi sono innamorata di Giuliano così come ho continuato ad esserlo di mio marito, per questo non ho mai vissuto questa mia relazione con le stigmate del tradimento, ma non potevo certo pretendere che Giuliano capisse fino in fondo questo mio sentire, che il mio cuore non sarebbe risultato diviso fra loro due, ma unico per entrambi. Avrebbe sofferto di questa situazione, magari rinfacciandomela e, alla fine, esigendo una mia scelta. Non sono una donna egoista, non così sfacciatamente come può sembrare, io Giuliano l'ho amato e continuo ad amarlo, ma pure comprendo quel suo sentirsi tradito e quella sua reazione ultima di disprezzo e di rabbia. Ma se anche gli avessi raccontato la verità credo che l'epilogo ultimo sarebbe stato sempre questo, solo avremmo vissuto giorni tormentati di domande e di rinfacci, a scapito di quelli meravigliosi che pure sono stati. Non pretendo che il mio punto di vista sia condiviso, mi rendo conto di essere io l'anomalia, l'unica onda in quel mare piatto dove i sentimenti, troppo spesso, affondano sotto il pelo dell'acqua, invisibili e repressi, stupidi sacrifici all'amore, che pure, per sua natura, non ne esige di mortali
...allora questa mia regola non ci sarebbe stata

DALLA PARTE DI ANNA
Ora io conosco personalmente Anna, sto dalla sua parte, seppur con qualche riserva, che nonostante tutto il mio voler essere controcorrente i condizionamenti societari sono davvero difficili da smantellare in toto e in un colpo solo, figuriamoci quelli sentimentali, che pure mi viene da empatizzare con Giuliano, col suo dolore e la sua delusione, seppure qualche sospetto sulla  limpidezza del suo amore, io lo nutro, che accettando da subito quella regola imposta da Anna, qualche dubbio pure deve averlo avuto. E allora perché accettare? I motivi possono essere tanti, e fra i tanti non do per scontata la preponderanza dell'amore. Se non ci fosse stato quell'incontro casuale in cui ha toccato con mano una possibile realtà che pure, fino a quel momento aveva potuto (voluto) facilmente ignorare, avrebbe continuato la sua relazione con Anna? Lui stesso s'è trovato ad ammettere che averla anche solo per brevi momenti era meglio che non averla affatto, fin quando la realtà s'è palesata in quell'angolo di strada, e così non ha potuto più ignorarla: scendere a patti con se stesso non gli è stato più possibile
...come quella sua sola, ultima domanda, di cui non ambisce neppure la risposta, è un modo ingiusto di chiudere la storia, addebitando unicamente ad Anna tutte quelle colpe di cui anche lui, in maniera supina, s'è reso complice.

martedì 23 gennaio 2018

Tu non farmi domande ed io non ti racconterò bugie


Giuliano s'era rassegnato a non farle più domande, come Anna gli aveva chiesto, in quel suo modo dolce ma deciso, col quale piegava al suo volere il mondo intero.

Tu non farmi domande ed io non ti racconterò bugie.
Così, lui, non gliene aveva più fatte, perché pure aveva intravisto in quella sua dolcezza il tono di una minaccia.
Non avrebbe sopportato una rottura, il mondo non sarebbe stato più lo stesso senza di lei, e quindi s'era rassegnato al ruolo di amante muto.

Nessuna domanda, così non avrebbe avuto nessuna bugia in risposta.
Ma tu mi ami?
Questo glielo poteva chiedere, era tra le domande fattibili, quelle che non includevano la possibilità di una bugia.

...o forse anche questa?
Ma no, certo che no, Anna non era obbligata a stare con lui, ad amarlo o fingere di amarlo, come può accadere in un matrimonio o in una relazione di altro tipo, perché loro si erano scelti.
Le bugie, che avrebbe dovuto raccontare, erano intenzionalmente riferite alla sua vita reale, non ai sentimenti.
Quella vita che poteva benissimo contemplare un marito, forse dei figli, una famiglia a cui lei non voleva pensare quando stavano insieme, per non alimentare sensi di colpa.
Ma ci si può davvero, anche solo per un momento, dimenticarsi di loro?
S'interrogava Giuliano, che di legami stabili, prima di Anna, non aveva mai voluto sentir parlare, ed ora, invece, si sarebbe volentieri, e fino in fondo impegnato con lei.
...ma forse era già la moglie di un altro, dal quale tornava dopo aver lasciato lui, e chissà se anche a quello aveva imposto la regola di non fare domande, di non chiedere giustificazione alle sue assenze, di accettare in silenzio le sue piccole fughe.

- Contatto un investigatore e così facilmente saprò tutto di te, donna misteriosa.
Le aveva detto una volta in tono scherzoso
- Se ci tieni alla nostra storia non farlo.
Aveva risposto Anna senza sorridere.

...e lui, ubbidiente, non lo aveva fatto.
Averla anche solo per brevi momenti era meglio che non averla affatto

Anna mi è entrata dentro e mi ha fuso il cervello
Irrideva se stesso e la sua incapacità di far prevalere le sue ragioni, legittime, nonostante lei non gli avesse mai fatto promesse o creato aspettative.
O preteso qualcosa.

Si dava a lui con passione, si lasciava andare, pienamente godeva di quei loro incontri, seppure anche mai le era sembrata troppo triste al momento del commiato.
Si staccava leggera da lui, si rivestiva e poi allo specchio ricomponeva i capelli. Espletava questi suoi riti con naturalezza, senza la fretta di chi è condizionato dal tempo e dalle formalità.
O dalle priorità.
Quasi lei non ne avesse, e liberamente potesse disporre del tempo e delle situazioni.

Tu non farmi domande ed io non ti racconterò bugie.
...poi, una mattina, casualmente l'aveva vista uscire da un negozio con le mani ingombre di sacchetti, e sorridendo felice per quell'incontro inaspettato, attraversava la strada per andarle incontro, quando una macchina s'era fermata a pochi passi da lei, un uomo ne era sceso e premurosamente s'era fatto carico del peso delle buste.
Anna gli aveva sorriso nello stesso modo in cui sorrideva a lui, quando facevano l'amore o era felice, eppoi con una carezza gli aveva sfiorato una mano, un gesto inedito per Giuliano.
Un gesto complice, che con lui non aveva mai avuto.

Tu non farmi domande ed io non ti racconterò bugie.
Ora questo non aveva più senso.
Eccolo finalmente davanti a quella verità a cui lei non aveva voluto contrapporre nessuna bugia
Ma quale verità?
Chi era quell'uomo?
Un marito?
Un amante?

Un altro me.
Sentiva forte il bisogno di farsi male, umiliarsi, declassarsi allo stadio infimo di animale da letto, usato e all'occorrenza sostituito.

Un altro me
Questo pensiero s'era inchiodato nella sua mente e non riusciva a distaccarsene
E quanti altri me sono nella tua vita, Anna?
Ecco una domanda che esigeva una risposta schietta.
Vedeva se stesso, in quell'ipotetico interrogatorio che andava in scena nella sua mente, strattonare Anna, scuoterla, farla piangere solo per il gusto di vederla umiliata, di potersi vendicare del dolore provocato da quella sua carezza sulla mano di un altro.

La macchina era ripartita mentre lui era rimasto fermo, come paralizzato, in quell'angolo di strada, incapace di mettere a fuoco i pensieri se non quell'unico di vendicarsi di tutto quel dolore che gli era piombato addosso.
Puerilmente fissava la porta del negozio da cui lei era uscita, un banale negozio di scarpe in cui si risolse ad entrare spinto dal bisogno di verificare se quella che aveva visto era proprio lei o solo una che le somigliava
Era entrato e aveva chiesto alla commessa se una signora, con le caratteristiche fisiche di Anna, fosse stata lì per l'acquisto di un paio di scarpe
La commessa aveva confermato che effettivamente una signora corrispondente a quella sua  descrizione aveva acquistato dei sandali da sera color argento, un modello esclusivo per un'occasione straordinaria
...di cui lui mai avrebbe saputo nulla se non ci fosse stato quell'incontro casuale.


Tu non farmi domande ed io non ti racconterò bugie.
Questo ora non sarebbe stato più possibile, ben lo sapeva Giuliano che testimone di quella conclamata verità, non avrebbe potuto adottare più nessuno stratagemma per ingannare se stesso
...anche se per un momento, pur di negarla quella verità, aveva perfino messo in dubbio che la donna uscita dal negozio di scarpe non fosse Anna ma solo una che le somigliava.

E cosa cambiava, in definitiva, se davvero era lei o un'altra?
Lo shock e il dolore avevano evidenziato il suo stato di subordine all'interno di quel rapporto dove l'unica cosa vera era il suo amore incondizionato per una donna che pure non gli aveva dato accesso alla sua vita, negandogli perfino la possibilità di recriminare per un tradimento, che non era tradimento stando alla logica della regola imposta da Anna e da lui accettata: tu non farmi domande ed io non ti racconterò bugie.

Ti ho visto per caso ed eri in compagnia di un uomo. Chi era?
Era questa la sola, ed ultima domanda che le avrebbe fatto, senza attendere la risposta
...che qualunque fosse stata sarebbe equivalsa ad una bugia.