Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

lunedì 27 maggio 2019

Una storia amerikana (cap. 5)


IL SOLE A MEZZANOTTE

Una mattinata fredda ma limpida, aveva salutato Scarlett al suo risveglio. C'era perfino un indizio di sole, mentre i marciapiedi di Duluth brulicavano, fin dalle prime ore, della frenetica vita cittadina.
Era tornata alla tavola calda dove aveva cenato la sera prima, per bere una tazza di caffè e scambiare due parole con Dorothy.
 Ma lei non era di turno e al suo posto c'era una donna di mezz'età dai modi bruschi.
Non tutti, appena svegli, hanno voglia di fare conversazione, le era venuto di pensare per giustificare i modi poco cordiali della donna (doveva smetterla, però, di trovare sempre una giustificazione per tutti, soprattutto ora che non era più obbligata nei riguardi di Bruce)
Chissà come sarebbe stato far colazione con Dylan.
Non riusciva a non pensare a lui. Forse era già in viaggio diretto chissà dove.
Nonostante questa quasi certezza non riusciva ad evitare di guardare ogni uomo sperando fosse lui.
Ma con lo scrambler rimesso a posto le possibilità di un incontro sarebbero aumentate.
Ritrovare Dylan sarebbe diventato lo scopo del suo viaggio.

Freddy, meccanico e boy friend di  Dorothy, aveva armeggiato sullo scrambler, cavando dalle profondità del suo furgoncino ogni sorta di attrezzo e spiegandole i vari interventi a cui lo andava sottoponendo. Si capiva che amava il suo lavoro e che ne aveva competenza. In ultimo le aveva perfino tracciato un itinerario alternativo a quella strada così malmessa, raccomandandole di seguire il suo consiglio, che sfidare la sorte, dopo aver da questa ricevuto un benevolo avvertimento, non sarebbe stato sintomo di coraggio ma di stupidità. Lei aveva seguito il suo consiglio e s'era immessa sull'arteria principale per tornare di nuovo a Duluth dove avrebbe fatto rifornimento di cibo e di acqua e di un pacchetto di Luky Strike.
L'acquisto delle sigarette per Dylan trasformava l'ipotesi di un incontro casuale in una certezza.
Prima di partire, però, sarebbe passata alla tavola calda a salutare Dorothy.

- Fossi in te aspetterei ancora un giorno prima di partire - le aveva consigliato la giovane cameriera alla quale Scarlett aveva raccontato la storia - c'è sempre la possibilità che lui torni qui a cercarti,  perlustrando ad esempio le officine meccaniche. Posso chiedere a Freddy di tenerci informate al  riguardo. Rifletti: ha maggiori probabilità lui di trovare te che non viceversa. Ad ogni modo se non tornerà indietro a cercarti credo che non dovresti cercarlo neppure tu. -

Convinta dalla logica di Dorothy, Scarlett aveva deciso di rimanere a Duluth ancora per un giorno, rimandando all'indomani la partenza. Avrebbe nel frattempo, però, cercato d'individuare il luogo dove s'era celebrata quella festa privata allo scopo di ricavare qualche indicazione supplementare che la indirizzasse nella ricerca di Dylan. Ma di quella festa, a quanto pareva, nessuno ne sapeva niente.
Una festa privata, così l'aveva definita, poteva benissimo sottintendere ad un incontro con una donna.
Una piccola punta di gelosia era emersa da questa sua riflessione che lei, però, aveva respinto con fastidio. Non aveva alcun titolo per essere gelosa e la gelosia non era un sentimento che le apparteneva. D'altronde lui era un uomo libero e non doveva render conto a nessuno delle sue azioni. Tanto meno a lei, occasionale compagna di viaggio con la quale aveva condiviso un tratto di strada, qualche sporadica confidenza e un attimo di tenerezza.
Così avrebbe seguito il consiglio di Dorothy, concedendosi il tempo di una breve attesa prima di riprendere il viaggio.




Dylan, nonostante la stanchezza, non aveva dormito granché quella notte, passata in gran parte a contrastare l'oppressione del vuoto che lo aveva colto. In realtà non era quello un sintomo sconosciuto, era accaduto altre volte che lui si sentisse soffocare nonostante lo spazio e l'aria, ma stavolta era stato molto più acuto. Dilaniante. Non aveva paura di morire, ma di morire senza una ragione. Avrebbe potuto cadere dal muro che aveva poc'anzi scavalcato, o essere ucciso dall'uomo che aveva freddato col suo Winchester, ipotesi ascrivibili alle possibilità derivanti dalla meccanica dell'effetto/causa, e non certo dal deterioramento di un tarlo interiore non definito, estraneo, però, al pentimento. Di questo ne era certo. Non uccideva per il gusto di uccidere ma per affermare la giustizia laddove la legge aveva fallito, questa l'unica motivazione per cui impugnava il Winchester e premeva il grilletto. All'inizio "cacciatore di taglie" e  "bounty killer" e poi s'era messo in proprio, che rischiare la vita per poche centinaia di euro non valeva la pena (davvero poco pagava lo stato i suoi sceriffi)e così s'era messo al servizio di quelle organizzazioni che perseguivano nobili ideali su sentieri secondari.
E negli anni, Dylan, s'era fatto un nome e una reputazione: una leggenda per gli addetti del settore.
Nessun pentimento e nessuna abiura per quella sua vita. La possibilità di morire per cause di servizio, o per un qualsiasi altro materiale accidente, rientravano nella sua casistica.
Ma rifiutava l'ipotesi di morire per asfissia aleatoria.
Aveva cavato di tasca le Luky Strike e il suo pensiero era andato a Scarlett. Aveva sorriso al ricordo.
Lei gli era piaciuta subito, e non solo perché era bella, ma perché nell'intraprendenza e nella volontà di un'affermazione personale, gli ricordava Linda. Entrambe rappresentavano il suo ideale di donna.
Chissà dove era ora. La immaginava in sella alla sua moto, col vento nei capelli, correre verso la libertà. Una libertà che ora non contemplava più una casa, una cucina e un divano. E un uomo.
In quanto a lui si sarebbe preso una lunga vacanza.
Con questo progetto s'era immesso sulla strada che costeggiava il Superior Lake disseminata di Hotel per turisti, dove in uno di questi avrebbe potuto ristorarsi e rimettersi in ordine. Respinta l'idea di proseguire in autostop, immaginandosi nell'aspetto piuttosto malmesso, ma anche perché quel modo di viaggiare, che pure aveva praticato nei primi anni della sua vita on the road, non era troppo nelle sue corde, che il passaggio gratis lo pagavi comunque con la conversazione forzata e il prestare ascolto alle storie di chi te lo offriva. Storie noiose, per la maggior parte, e per tanti versi simili. I camionisti, e i commessi viaggiatori, erano i narratori  peggiori, con quella loro aria perennemente assonnata che si rifletteva anche nel tono delle loro voci. Per lo più il loro racconto verteva sui tradimenti, subiti o perpetrati, a causa di quella loro vita fatta di brevi soste e lunghi viaggi. Una giustificazione frettolosa a colmare i vuoti esistenziali. E neppure lì era prevista una sosta più lunga.
Ma anche la sua vita, però, era fatta di brevi soste e di lunghi viaggi, e cominciava ad esserne stanco.
Un giorno si sarebbe fermato, avrebbe comprato una casa e una macchina da scrivere. E preso un cane. Ne avrebbe adottato uno non addomesticato, sfrontato e anarchico, con l'istinto del lupo. Un cane col quale non avrebbe sottoscritto nessun patto di fedeltà ma solo quello di un reciproco riconoscimento.

Dalla finestra della camera del piccolo hotel dove aveva preso alloggio poteva scorgere il verde baluginio del lago che andava smorzandosi sotto la volta opaca di un cielo avaro di luce e di colori. Una notte senza stelle, senza meta e senza sogni.
Una notte randagia, solitaria come le infinite altre trascorse all'addiaccio in attesa dell'alba.
In attesa di rimettersi in viaggio.
Ma quella notte non doveva stare in allerta che nessuno, prima delle prossime quarantotto ore, avrebbe scoperto il cadavere e dato l'allarme. Poteva godersi il tepore della stanza e la morbidezza del letto. Poteva lasciarsi andare all'amarezza di aver rinunciato a Scarlett, per non coinvolgerla in quella sua vita al confine tra il bene ed il male. Vivere su quel confine era stata una sua consapevole scelta di cui s'era assunto la piena  responsabilità, mentre lei, condizionata dal sentimento, l'avrebbe fatta propria sulla cieca fiducia: un atto d'amore, che un giorno, forse, sarebbe stata costretta a giustificare a se stessa prima ancora che al  mondo.
Per questo non le aveva chiesto di restare.
Ma nei suoi sogni l'avrebbe evocata. Nei suoi sogni le avrebbe chiesto di restare.


Quando s'era svegliato il sole stava sorgendo. Un sole maturo, grande e aranciato, simile ad un disco di rame, spiccava alto sulla linea del lago, sullo sfondo del cielo notturno.
Un vero sole (e non l'abile inganno di una luna mascherata) generato dall'incontro clandestino del crepuscolo mattutino con quello serale. E il connubio astrologico aveva dato vita a quel miracolo  e materializzato la profezia di Linda che gli aveva predetto che il suo viaggio sarebbe terminato col sole di mezzanotte.
Quell'oscura predizione l'aveva sempre associata alla sua morte con l'immagine istantanea di uno sparo e di quell'ultima luce sulla linea della notte.
Niente di tutto questo era avvenuto, e quello che andava in scena, invece, era un inno alla vita e alla gioia, che la gente era scesa in strada a  festeggiare quel fantastico sole ibrido che rischiarava il mondo con la sua morbida luce di velluto. Una luce benevola che non feriva i suoi occhi.
Forse, confusa in quella folla, c'era anche Scarlett.
Non poteva averne la certezza ma solo la speranza.
Per concretizzare quella speranza sarebbe tornato indietro a cercarla.
Non avrebbe commesso lo stesso errore che aveva fatto con Linda.
Aveva quarantotto ore di tempo per ritrovarla e portarla nella sua nuova vita.
 

domenica 19 maggio 2019

Una storia ameriKana (cap. 4)


DULUTH

Dylan e Scarlett avevano percorso il tratto di strada che li separava da Duluth, entrambi isolati nei propri pensieri, in un silenzio che sapeva già di nostalgia, scambiandosi di tanto intanto un'occhiata ed un sorriso. La loro breve storia era già finita e ora le strade si sarebbero divise: lui diretto alla sua festa privata, lei alla ricerca di un meccanico che rimettesse in moto lo scrambler.

- Ti avrei offerto da bere ma sono atteso a quella festa che senza di me non può iniziare. -
Aveva detto lui,  molto imbarazzato e sinceramente dispiaciuto. Scarlett aveva però colto nella  sua voce anche un indizio di fretta, che aveva attribuito ad un problema di tempo piuttosto che all'intento di volersi sbarazzare di lei.

-  Arrivederci, Dylan. E' stato bello  averti incontrato. Se avessi un recapito te lo lascerei, ma non ne ho, e neppure tu mi pare, così sarà il destino a decidere per noi. -
Reprimendo l'istinto di baciarlo sulla bocca per trattenerlo, s'era limitata ad un bacio più casto sulla guancia. Dylan le aveva sorriso, scompigliandole con le dita i capelli, e poi abbracciandola aveva detto: abbi cura di te, piccola.
L'addio di due buoni amici che per un momento erano stati anche due buoni amanti.
E così, con gli occhi asciutti, s'erano avviati, senza più voltarsi, ognuno verso la propria strada.
E il proprio destino.

Scarlett, seduta ad una tavola calda, aveva ordinato solo una fetta di torta e un bicchiere di latte, perché la fame che l'aveva assillata per l'intero giorno era svanita, soppiantata da un'indicibile tristezza che neppure la stanchezza era riuscita a neutralizzare in esigenze più fattibili e materiali, come una doccia calda o un  sonno ristoratore, che avrebbero di sicuro contribuito a riequilibrare quel suo sbandamento psicologico.
E quell'insopprimibile  senso di solitudine provocato dall'assenza di Dylan.
A questa sua intima, onesta ammissione, aveva dapprima sorriso di se stessa, schernendosi perfino, ma poi, in ultimo, s'era arresa alla consapevolezza che quel suo malessere aveva il nome e il volto del suo compagno di viaggio. E non avrebbe abiurato a quel suo sentimento corsaro, che il rinnegarlo sarebbe stato tradire se stessa. Ci avrebbe convissuto fino a quando, immaginava, la nostalgia sarebbe dolcemente sfumata in ricordo.
Era uscita dalla tavola calda con l'indirizzo di un meccanico che a detta di Dorothy, la ragazza che serviva ai tavoli, era il migliore in assoluto di Duluth. E che poi fosse anche il suo boy-friend era solo un dettaglio che non inficiava il suo giudizio.
Comprensiva, Scarlett  le aveva promesso che l'indomani lo avrebbe contattato..
Dorothy le aveva fornito anche l'indirizzo di una pensioncina, pulita e a buon mercato, a pochi passi dalla tavola calda. Per Scarlett quella lunga giornata terminava lì. Sapeva che non si sarebbe disfatta dei suoi assilli, ma la prospettiva di una doccia e di un letto caldo, un pò la rincuoravano.
Eppoi chissà, Dylan, magari avrebbe avuto un ripensamento e dopo la festa sarebbe tornato a cercarla.
Una piccola speranza in quella sera di Duluth, fredda e priva di stelle.

Dylan s'era fermato davanti all'imponente portone. L'indirizzo e il cognome coincidevano. Le informazioni essenziali inerenti  il suo incarico le aveva memorizzate. Non era nel suo modus operandi comportarsi alla stregua di un turista, ignaro delle  strade e degli indirizzi, così aveva imparato a registrare mnemonicamente tutto, soprattutto i particolari. Erano i dettagli che sempre facevano la differenza.
L'abitazione era poco fuori città, abbastanza isolata e ubicata in una strada chiusa.
Dalle finestre non filtrava alcuna luce e alcun rumore. E anche intorno dominava il silenzio.
 Con qualche difficoltà aveva scavalcato l'alto muro laterale, scivoloso di muschio e di liquami,  preferendolo al cancello in ferro battuto, più facile da violare ma più esposto alla vista. La chiave, come stabilito, era custodita nell'incavo del penultimo gradino. L'aveva girata senza difficoltà nella serratura, dopo averla però preventivamente oliata, per evitare ogni possibilità di attrito. La camera da letto era al piano di sopra, prima porta a destra, subito dopo la consolle sopra la quale era posizionata una pregiata collezione di  ceramiche. Il pianerottolo era avvolto nella semioscurità, così lui, per evitare d'inciampare nella consolle, procedeva allineato alla balaustra, cosicché da trovarsi  di frontalmente alla porta.
Erano sempre i dettagli a fare la differenza. Per questo, come prima cosa esigeva una descrizione minuziosa del luogo. Non è sufficiente dire la prima porta a destra, se a destra c'è anche un tavolino, di cui non sai nulla, con sopra delle ceramiche che potresti far tintinnare, o peggio ancora far cadere a terra. Così come è necessario sapere del folto tappeto in cui potresti incespicare, appena varcata la soglia della camera.
Accosciato a terra, Dylan, aveva estratto dalla custodia della chitarra un Winchester 308 al quale, con gesti rapidi ed esperti, aveva applicato il silenziatore. Non aveva bisogno della luce per espletare quell'operazione, e neppure per orizzontarsi. Il buio gli era amico, perfino lo facilitava, al contrario della luce che, invece, gli feriva gli occhi, per via di quella sensibilità congenita ricevuta in dote con quelle sue pupille bicolori. Una tara ereditaria. Forse. Non aveva mai però indagato su questa sua peculiarità, adeguandosi a vivere con le modalità di un animale notturno. Ma di quella sua vita non s'era mai lamentato, e in definitiva gli piaceva, altrimenti avrebbe benissimo potuto tentarne un'altra. Non difettava né d'ingegno e né di talento.
Con una leggera pressione sulla maniglia la porta della camera s'era spalancata e nel riquadro era apparso il letto e l'uomo supino sul lato sinistro, placidamente addormentato, inconsapevole di quell'intrusione. Sul comodino di sinistra, come gli era stato riferito, aveva individuato la pistola. Inutile precauzione che Dylan, a distanza ravvicinata,  lo aveva centrato in piena fronte.

"In nomine patris, fillis et spiritus sancti. Amen"
Aveva mormorato premendo il grilletto.

Un lavoro pulito. Ineccepibile. Tanto che quello non s'era accorto di nulla, passando dal sonno alla morte con la stessa espressione rilassata con cui s'era addormentato.

 Terminato il suo compito, rapidamente aveva riposto il Winchester  nella custodia, intraprendendo indisturbato il percorso verso l'uscita.
L'indomani qualcuno avrebbe trovato l'uomo ucciso nel suo letto e nessuna traccia del killer, mentre qualcun'altro avrebbe depositato sul suo conto un assegno con una cifra con molti zeri.

mercoledì 1 maggio 2019

Una storia ameriKana (cap 3)



DYLAN

 Scarlett - Vai a Duluth per lavoro? -
Dylan - Si, ho l'ingaggio per una serata. -
Scarlett - Una sola serata? -
Dylan - E' una festa privata. -

Avevano percorso oltre la metà della strada e nel il tragitto non avevano incrociato nessuna macchina o essere umano. E la stanchezza iniziava a farsi sentire. Almeno per Scarlett. Dylan lo aveva intuito dall'andatura rallentata di lei e dai silenzi sempre più lunghi. Anche la fame e la sete iniziavano a mordere, così le aveva proposto una breve tappa, il tempo di fumarsi una sigaretta e riposarsi un pò.

- Ce la faremo ad arrivare per stasera? -
Scarlett s'era lasciata cadere esausta sul bordo del marciapiede. 

- Sicuro. Prima che annotti saremo a Duluth. -
Aveva confermato lui, sedendosi accanto e accendendosi una sigaretta.

- Come fai ad esserne così certo? Hai già fatto questa strada? -

- No, ma stando alla cartina non dovremmo essere troppo distanti. -

- Non ti ho visto consultarla. -
C'era una certa apprensione nella voce di lei che Dylan aveva però colto, e toccandosi la fronte aveva detto rassicurante: l'ho memorizzata qui.

- Non mi dire! E su questa cazzo di strada non passa nessuno! -
La stanchezza stava prendendo il sopravvento su di lei. S'era tolta le scarpe e massaggiata i piedi. Si  guardava attorno senza alcuna curiosità. Delusa di ritrovarsi sempre nello stesso invariato, silenzioso, solitario paesaggio di erba e di asfalto, aveva biascicato sotto voce 'fanculo.

- Prendila per il verso giusto - le aveva suggerito Dylan - avresti potuto rimanere seriamente ferita nell'incidente con lo scrambler, e nessuno a soccorrerti. Oppure non incontrare anima viva e dover proseguire da sola, a casaccio. O peggio ancora doverti difendere da un malintenzionato. Invece hai incontrato me e più della metà del percorso l'abbiamo completata in maniera tranquilla, direi, e arriveremo in città prima che faccia buio. Mi pare che non ci sia  nulla di che lamentarsi, almeno dal mio punto di vista. -

Scarlett aveva sorriso di quel suo riassunto positivo, e trovandolo ineccepibile, aveva ribadito: hai ragione, Dylan (era la prima volta che lo chiamava per nome) Scusami. -

- Non devi scusarti di nulla, un'esperienza nuova comporta sempre alternanza di stati d'animo. Direi che tu la stai affrontando piuttosto bene. Per me, invece, questa  è la normalità. Dopo anni di vita sulla strada riesco a vedere i vantaggi prima ancora che gli svantaggi. A questo devo la mia sopravvivenza. In verità le ipotesi pessimistiche non le prendo neppure in considerazione, non servono a nulla e mi complicherebbero la vita costringendomi  a vivere in continua tensione. -
 Un discorso rivelatore della sua  filosofia di vita a cui Scarlett aveva controbattuto con ironia : in sintesi, vivi alla giornata.
Lui, in segno di assenso, aveva alzato il pollice.

-  Sono vissuta in un circo per un bel pò di anni e la vita nomade è una realtà che ben conosco, anche se noi eravamo una comunità e così non si era mai da soli ad affrontare gli imprevisti. Nei miei sogni c'erano invece una casa, un marito, un paio di marmocchi e un cane. Le feste di compleanno e il barbecue la domenica. Una vita normale come quella che intravedevo dalle finestre delle abitazioni presso cui ci accampavamo. Famiglie sedute a mangiare allo stesso tavolo e poi a guardare la tv sullo stesso divano. Per questo ho sposato Bruce e sono andata a vivere a Wawina. Volevo una casa con una cucina, un divano e una tv, e dei figli: volevo una vita normale. -
L'ultima frase era quasi un sussurro.

- Non c'è nulla di sbagliato in questo tuo desiderio. Hai solo sbagliato l'uomo con cui realizzarlo. Il fatto è che ognuno di noi ha le proprie idee e i propri sogni, e non sempre coincidono. Ma scommetto che tu dei sogni di Bruce non sai nulla. Glielo hai chiesto mai se ne avesse?  Non ti sto colpevolizzando, ma la verità è che noi, quando si tratta di sogni, diventiamo egoisti. Senza cattiveria, ma lo diventiamo. E quando poi non ci  riesce di realizzarli troppo spesso diamo la colpa all'altro. Così, se non hai preso il brevetto da pilota, la responsabilità magari non è tutta di Bruce. Avrà altre colpe, ma forse non quella. -

Scarlett aveva accolto questa constatazione in silenzio. Rifletteva, per la prima volta, che in verità lei non conosceva nessun sogno di Bruce. Seppure ne avesse mai avuti. Di che fortemente dubitava. Il fatto era che lui non la incuriosiva più da tanto tempo. Era sempre così scontato! No, non si sarebbe sentita in colpa per non avergli mai chiesto dei suoi sogni.

- E tu, Dylan, ne hai di sogni? -
Gli aveva chiesto lei interrompendo il silenzio

-  Più che altro ho qualche necessità. Alla mia età i sogni hanno il sapore del rimpianto. Ed io non voglio rimpianti. -

- Non mi sembri così vecchio. -

Lui aveva sorriso al complimento.

- Ho una buona resistenza fisica e la vita sulla strada, se non ti uccide, ti mantiene in forma. Ma non potrò continuare per sempre, così un giorno pianterò le tende da qualche parte, comprerò una macchina da scrivere e racconterò delle mie esperienze on the road. -

- Allora ce l'hai un sogno! -

- Non è un sogno, è una necessità. I sogni non hanno limite di tempo, le necessità, invece, sono a scadenza. -

 Scarlett, d'istinto, lo aveva baciato.

- wow -
Aveva detto Dylan, piacevolmente sorpreso, da quel bacio inaspettato.

- Ho appena soddisfatto una necessità. -
Lei aveva puntualizzato con un sorriso. Ma il tono era serio.

- Non devi giustificarti. -
Aveva ribattuto lui, carezzandole i capelli.

- Non mi sto giustificando. -
E a conferma della sua affermazione lo aveva baciato di nuovo.

Avevano fatto l'amore al riparo di un cespuglio, in quel silenzio rarefatto, con fervore ma senza spogliarsi, che l'aria era gelida e il suolo aspro, mentre la penombra rapidamente infittiva in pallido buio. Raggomitolata fra le sue braccia, Scarlett s'era assopita. Nella luce che andava scurendo risaltavano la sua fronte bianca e l'onda bruna dei capelli. Dylan ne aveva trattenuta una ciocca tra le dita aspirandone il profumo e studiando nella penombra i lineamenti del suo viso, le ciglia folte e la bocca leggermente dischiusa. Gli dispiaceva di non averle potuto offrire l'intimità di una stanza e il calore di un letto, e la complicità di quei piccoli riti, scontati e piacevoli insieme, che si consumano  dopo aver fatto l'amore: fumare una sigaretta, bere un bicchiere di vino, o rimanere abbracciati ad ascoltare il ticchettio della pioggia sui vetri. Quella sarebbe stata la perfezione. No... quella sarebbe stata la normalità. quella stessa che aveva spinto Scarlett fra le braccia di Bruce e poi indotta a fuggir via.
Si era chiesto, allora, se in una situazione diversa avrebbe fatto l'amore con lui o se quella fosse stata per lei solo un'esperienza, la prima, della sua nuova vita. Ma in definitiva, qualunque fosse stata la ragione, non ne avrebbe chiesto conto, cosi come era accaduto con tutte le altre sue occasionali compagne.
 A nessuna di loro aveva dato una ragione per restare.
Ma con Linda, in arte Esmeralda, la tentazione di quella ragione c'era stata

 Di lei s'era innamorato, dello spirito irrequieto che l'abitava, e della sua innata, quasi selvaggia, propensione all'indipendenza. Linda/Esmeralda, capelli corvini e occhi verdi, la figlia zingara del vento batteva i mercati e le fiere d'America col suo esiguo bagaglio da chiromante, in compagnia di Devil Dog, un bastardino nero di una bruttezza strepitosa, cieco d'un occhio e zoppo d'una zampa, con le zanne prominenti come quelle di una tigre, che quando era troppo stanco per camminare lei avvolgeva in uno scialle e lo trasportava sulla schiena.
 Devil Dog: l'unico compagno a cui Linda sarebbe rimasta fedele per sempre.

Il giorno del loro incontro lei gli aveva letto la mano pronosticando che quel suo lungo viaggio, sarebbe  terminato col sole di mezzanotte. Una profezia ermetica che lei stessa, però, non era stata in grado di chiarire, e a cui Dylan non aveva più pensato fino a quando s'era specializzato in requiem, e allora quella predizione era affiorata vivida alla memoria, minacciosa ed ingombrante, rischiando perfino di condizionarlo.

Lui e Linda erano rimasti insieme circa due mesi, ma quella ragione per rimanere, Dylan non aveva avuto il tempo di proporla, che lei, forse subodorando quel suo sentimento, e non volendo umiliarlo con un rifiuto, nel trambusto di una fiera s'era eclissata. 

Lui aveva capito e non le aveva serbato rancore. E non l'aveva cercata. 



Scarlett aveva aperto gli occhi e gli aveva sorriso.

- Siamo in dirittura d'arrivo. -
Aveva annunciato Dylan indicando la linea antracite dell'orizzonte costellata dalle luci di Duluth.

Lei s'era sentita d'improvviso triste. Consapevole che quelli sarebbero stati gli ultimi momenti trascorsi assieme. Alle porte della città si sarebbero separati, che le loro vite diramavano in direzioni opposte, e poi non c'era stato alcun sottinteso che lasciasse presupporre un finale diverso.
E perché avrebbe dovuto esserci? Avevano condiviso un attimo di tenerezza, non s'erano mica giurati amore eterno.
Capita, durante un naufragio, d'innamorarsi del compagno di sventura, ma è una situazione al limite  dove predomina l'incertezza ed ecco che l'amore, o quello che si crede tale, subentra a sopperire al disorientamento emotivo, stabilendo un'apparenza fittizia di normalità.
Ma quando a quella normalità si farà di nuovo ritorno probabile che anche quell'amore finisca.

giovedì 25 aprile 2019

Una storia ameriKana (cap. 2)


SCARLETT

- ...e avessi visto la faccia del giudice quando ho detto che ero disposta a lasciare interamente a Bruce la proprietà della casa e della terra in cambio del suo giubbotto d'aviatore e del suo scrambler! "Signora, se fosse in mio potere ordinerei una perizia psichiatrica", mi ha detto mentre firmavo gli accordi per il divorzio. "No, signore, la perizia psichiatrica avrei dovuta farla prima di sposarmi con quest' individuo" , gli ho risposto, ma non credo di averlo convinto.-
Scarlett aveva concluso il suo racconto ridendo e Dylan l'aveva guardata ammirato

- Immagino che il giubbotto e lo scrambler fossero le cose a cui lui teneva di più. -
Aveva ribadito riflessivo


- Non solo per quello. Questo giubbotto lo abbiamo comprato insieme ad un  mercatino dell'usato, in realtà lo volevo per me, ma la taglia non c'era e così lo ha preso lui. Ma si è sempre preso tutto quello che era mio. Sogni compresi. Come quello di pilotare un aereo...l'ho sempre desiderato, e vivaddio sono ancora ben intenzionata a farlo. Riprendendomi il giubbotto mi sono ripresa il mio sogno. Lo trovi stupido? -
Si capiva che era curiosa del suo punto di vista, perché lui sembrava all'opposto di Bruce e del giudice. E poi sentiva il bisogno inconfessato di un'approvazione.

- No, non è stupido. E' grande. -
Dylan, aveva risposto, dopo un attimo di silenzio.

Era parecchio che camminavano, ma ora che s'era rotto il ghiaccio, ed erano entrati in confidenza, la strada sembrava meno faticosa. E il movimento attenuava la sensazione del freddo anche se aumentava quella della fame.

-  Conviene fare una piccola sosta.-
Le aveva indicato un paio di tronchi recisi su cui sedersi. S'era poi acceso una sigaretta.
- Attenua la fame. -
Aveva detto porgendole il pacchetto di Lucky Strike, che lei però aveva rifiutato.

- Non fumo. Mio padre è morto di cancro ai polmoni. Non è stato bello vederlo morire. Non voglio fare la sua stessa fine. -
Con un gesto della mano aveva respinto le sigarette. E il ricordo.

- Di qualcosa moriremo comunque. Tu stavi per ammazzarti con la moto. -
Scarlett aveva sorriso di quella constatazione, espressa col tono di una verità incontrovertibile

- Hai ragione: uccisa dallo scrambler di Bruce. Ma l'alternativa a quello era il trattore. Bruce la macchina non l'ha mai voluta comprare, ha sempre detto che non ci serviva, che a Wawina eravamo serviti di tutto. Ma figurati! Uno spaccio, una chiesa che funge anche da scuola, una condotta medica funzionante a giorni alterni, e una stazione ferroviaria con un unico treno dove nessuno mai sale e nessuno mai scende: benvenuti a Wawina, l'ombelico del mondo. Almeno a detta di Bruce. -

- Perché lo hai sposato? -

-  Sono nata e cresciuta in un circo, dove mio padre faceva il domatore di leoni e mia madre, prima che un incidente la rendesse zoppa, acrobata cavallerizza. Ho trascorso la mia infanzia e la mia adolescenza sotto un tendone, dove solo un telo garantiva quella privacy che però mostrava in penombra. Da quel tendaggio filtravano ombre e voci, così, io e mio fratello Lou, abbiamo assistito alle schermaglie amorose dei miei, alle loro liti furibonde e alle loro altrettanto furibonde riappacificazioni. Mio padre domava i leoni e mia madre domava lui.  Questo prima dell'incidente che l'ha resa zoppa e l'ha incattivita, così ha iniziato a bere e ad accusare mio padre di tradimenti inesistenti. Un vero inferno per tutti, fino al giorno in cui s'è impiccata nel recinto dei cavalli: la sua ultima acrobazia. Mio padre, perso interesse al suo lavoro (domare i leoni ora che non c'era più mia madre a domare lui, non aveva senso) e alla vita, passava il tempo a fumare e a parlare col fantasma di lei. La gente del circo, esasperata dalla sua inerzia, un giorno ci ha scaricato in un villaggio mormone dello Utah dove, mio fratello ed io, ci siamo trovati a doverlo accudire. Ormai dipendeva completamente da noi così come noi dipendevamo dalla comunità mormone che, fin dal primo momento, ci aveva adottato. Dopo che mio padre è morto, Lou ha sposato la figlia di un membro della "Church of Jesus Christ of Latter-Day Saints" mentre io ho tagliato la corda quando quello mi ha chiesto in moglie per ampliare il suo harem. Ero stanca di situazioni strambe, volevo una vita normale e così ho chiesto asilo ad una zia nel Wisconsin, e subito dopo ho incontrato Bruce. L'ho conosciuto ad un rodeo mentre tentava di domare un bronco selvaggio da cui era stato però subito disarcionato. Per niente risentito, una volta a terra, ha iniziato a ridere. Una risata contagiosa che ha coinvolto tutta la platea. Ho pensato a mia madre e a mio padre, domatori indomiti, e alla tragedia delle loro vite, e in quel momento ho deciso che avrei sposato uno come quel ragazzo, che nonostante la caduta, e la figuraccia, se la rideva di gusto. Così ho saltato il recinto e gli ho porto la mano per aiutarlo ad alzarsi. Il pubblico è andato in visibilio. Lui ha preso la mia mano e non l'ha lasciata più -
Scarlett aveva raccontato, senza apparente partecipazione emotiva, con lo sguardo fisso sulla traiettoria dei ricordi, al confine tra il Wisconsin e il Minnesota.

- E così ha preso la tua mano e non l'ha lasciata più. Bè non ci trovo nulla di strano, sei molto carina e intraprendente, che non guasta, e questo agli uomini piace, ma sarebbe accaduto lo stesso se fossi stata intraprendente ma brutta? -
La domanda di Dylan, dettata da una genuina curiosità, non aveva alcun intento provocatorio

- Non me lo sono mai chiesta. Mia madre era ardita ma non certo bella, eppure mio padre ne era follemente innamorato. Credo che ci si innamori di altre cose oltre l'aspetto fisico. -
- Pensi davvero che io sia carina? -
Scarlett aveva chiesto dopo che s'erano rimessi in cammino.
Dylan aveva assentito con convinzione.

- Bè, te l'avrà detto più d'uno, immagino, oltre a Bruce. -

Lei aveva sorriso e poi, indicando i Ray-Ban Wayfarer che gli schermavano gli occhi, aveva chiesto: non li togli mai?

- Sono refrattario alla luce, e poi ho gli occhi di due colori diversi, uno verde e l'altro nocciola, e  la gente ha la brutta abitudine di fissarmi. Non lo fanno con intenzione, ma non possono farne a meno. Dovrei esserci abituato, ma non è così. Non mi va di essere al centro dell'attenzione. Non per questo dettaglio.  -

- Anche a me non piace sentirmi troppo gli occhi addosso. A Bruce, invece, piace essere guardato, soprattutto dalle donne.-

- Così il tuo ex è un tipo che attira l'attenzione. Ha attirato anche la tua, no? -

- E' il classico yankee, biondo, occhi azzurri e fisico da surfista, anche se non sa nuotare. Annegherebbe in una pozzanghera -

- Stando al tuo racconto, neanche i puledri sa cavalcare. Disarcionato al primo tentativo! -

- Te l'ho detto che lui ama essere comunque al centro dell'interesse! -
Aveva ribadito Scarlett, ridendo.

venerdì 19 aprile 2019

Una storia ameriKana (cap. 1)



ALL'INCROCIO TRA ELDES CORNER E PROCTOR

Dylan s'era svegliato dopo la notte trascorsa nell'incavo di una grotta, scaldato da un fuocherello striminzito e a stomaco vuoto. Si era consolato con la metà di una sigaretta, conservata con cura nel fondo di una tasca: rimedio, quello, per i momenti più critici.
Sfidando il freddo, s'era rimesso subito in cammino.
A tracolla la custodia di una chitarra, la barba incolta e i capelli arruffati, striati di grigio, gli conferivano, a dispetto degli anni e delle vicissitudini, un'aria giovanile. Aveva cavato di tasca i Ray-Ban Wayfarer che aveva indossato con una certa soddisfazione. Si sentiva a posto. Perfetto.
Procedeva confidando nel suo senso d'orientamento e nella sua prodigiosa memoria, che la cartina geografica l'aveva smarrita, chissà dove e chissà quando, durante i suoi innumerevoli spostamenti. Lui, però, non se n'era fatto un cruccio, che la sua filosofia esistenziale gli impediva cedimenti per inezie del genere, soprattutto in una mattina limpida come quella, dove tutto appariva ben definito e allo scoperto.
...e alla città di Duluth non doveva mancare poi molto.

Dalla direzione opposta procedeva, invece, Scarlett, alla guida di uno scrambler piuttosto malridotto e del quale aveva rischiato più volte di perdere il controllo Ma pure proseguiva indomita, ristabilendo con audaci acrobazie un fittizio equilibrio destinato, però, a durare solo per poco nonostante lei incitasse a gran voce lo scrambler come fosse un puledro, ora minacciando ora blandendo, ma rischiando sempre di essere disarcionata.
La moto, e il giubbotto d'aviatore di almeno due di taglie più grande, che indossava sopra pantaloni rosa, costituivano il suo unico bagaglio oltreché la  quota di beni sancita dal contratto di divorzio.
A Bruce, l'ex marito, era andata invece la casa e il vasto appezzamento di terreno coltivato a mais.  Ma lei, assolutamente soddisfatta di quella suddivisione all'apparenza iniqua, non aveva provato  rancore né nostalgia quando, inforcando la moto e indossando il giubbotto, se n'era andata da quella che era stata per lungo tempo la sua casa. E la sua vita.
... e all'incrocio tra Eldes Corner e Proctor che Dylan e Scarlett fecero la reciproca conoscenza.

Dylan aveva visto la moto sopraggiungere, a gran velocità e in maniera scomposta, impennarsi e disarcionare il centauro a bordo, mandandolo a ruzzolare a qualche metro di distanza dove era rimasto a giacere immobile. Subito s'era precipitato in suo soccorso, scoprendo con sorpresa che il motociclista a terra era una donna che imprecava, però, come un uomo.

- Riesci a muoverti ? -
Aveva chiesto chinandosi su di lei.

- Si...credo di si. -
Scarlett aveva confermato mentre Dylan l'aiutava a rialzarsi.
- Niente di rotto. -
Aveva stabilito una volta riconquistata la posizione eretta.

- Beh dopotutto ti è andata bene...forse, non altrettanto però, alla tua moto. -
Dylan aveva indicato lo scrambler dal quale fuoriusciva un sottile filo di fumo.

- Ne sai qualcosa di motori? -
Gli aveva chiesto lei dopo aver inutilmente tentato di metterlo in moto.

- No. Mi spiace. Mai posseduto né una macchina né una moto.-
Dylan aveva detto scuotendo la testa.
Lei lo aveva guardato stupita e poi aveva esclamato: oddio, da quale pianeta provieni?

- Dylan. Non è il nome del pianeta, ma il mio. -
Aveva specificato sorridendo e porgendole la mano.

- Scarlett. -
Aveva risposto stringendogli la mano

- Dov'eri diretta, Scarlett? -

- Il più lontano possibile da questi paraggi. -

- Il più lontano possibile a bordo di una moto non è lo stesso raggiungibile a piedi. Duluth è il posto più vicino, là potresti trovare un meccanico che ti ripari la moto e poter poi proseguire. Non hai comunque altra alternativa. Io sono diretto lì, se ti va possiamo fare la strada insieme. -

S'erano incamminati, lui con passo misurato lei, invece, spedita, così Dylan l'aveva consigliata di moderare l'andatura per non bruciare subito le energie, che di strada ne mancava ancora molta.


- E' stato di certo quel bastardo di Bruce a manomettere lo scrambler. Che possa crepare all'inferno! -
Scarlett aveva detto mentre cercava di calibrare il suo passo a quello di lui, che l'impazienza la portava ad essere sempre un qualche metro più avanti, cosicché s'era fermata ad attenderlo.

- Chi è Bruce? Sembri molto arrabbiata con lui. -
Aveva domandato lui dopo averla raggiunta

- Il mio ex marito. -

 - A quanto pare tutti gli ex sono destinati ad essere dei bastardi. -
Non le era era sfuggito il tono ironico di quella risposta e il sorriso leggermente canzonatorio, così aveva replicato sarcastica: anche tu un ex?

A quella domanda Dylan aveva riso divertito, scuotendo la testa in segno di diniego.
 - No, non mi sono mai sposato. -

- Ma l'avrai avuta una relazione? -

- Più di una. -

 - Allora fai parte anche tu della categoria degli ex. -
Aveva ribadito decisa

 - Se valuti come relazione le storie nate e finite nell'arco delle ventiquattr'ore. -

Scarlett lo aveva guardato con un misto di curiosità e disapprovazione, senza più fare domande.


Avevano poi proseguito in silenzio, affiancati, che lei aveva spontaneamente rallentato il passo per non bruciare le energie che di strada ne avevano percorsa già parecchia pure all'orizzonte non appariva alcun indizio della città.

- Conviene fermarci e riposarci un pò. Di strada ancora ne manca -
Aveva suggerito Dylan posando a terra la custodia della sua chitarra e sedendosi su un massetto affiorante oltre il bordo del marciapiede, dove aveva fatto posto anche a lei.

- Ma su questa strada non passa nessuno? Abbiamo camminato per chilometri e neppure l'ombra di una macchina o di un camion. -

- Credo che questo sia un percorso secondario, almeno a giudicare dallo stato, pesantemente malmesso, della strada, dove anche la tua moto ne ha subito le conseguenze. In parallelo c'è la via  principale, una grande arteria molto trafficata, ma questa, sulla cartina, è indicata come la più breve per Duluth. Ed anche la più sicura per chi viaggia a piedi. -
Aveva detto togliendosi le scarpe e invitandola a fare altrettanto.

- Il suolo è freddo e bagnato. - S'era lamentata lei. - Non le tolgo. -

- Come ti pare, ma di strada ne abbiamo ancora da fare, e ai piedi bisogna dare sollievo. Sarebbe stato peggio col caldo, però. -
Le aveva sorriso e poi, dopo essersi inutilmente frugato in tasca, aveva chiesto: hai mica una sigaretta?

Scarlett aveva cavato dalla tasca del suo giubbotto un pacchetto di Lucky Strike e porgendogliele aveva detto: puoi tenerle. Io non fumo.

- Immagino siano di Bruce. Come pure il giubbotto. -
Dylan aveva di nuovo sorriso.
- Grazie per il dono. -
Grato, aveva preso il pacchetto accendendosene una.

- Non mi è mai riuscito di smettere. -
Aveva aggiunto in tono sconsolato, al contempo, però, aspirando con soddisfazione la sigaretta, e  guardandosi intorno rilassato.
Scarlett, invece, era tesa. Guardava avanti a sé o dietro di sè,  mai intorno.

- Staremo fermi ancora per molto?-
C'era impazienza nella sua voce. Ed inquietudine.

Dylan aveva buttato via la cicca, rimesso le scarpe e tirata su la custodia della chitarra, predisponendosi a riprendere il cammino.

- Sei un musicista? -
Scarlett aveva chiesto, senza eccessiva curiosità, indicando la voluminosa tracolla che ballonzolava sulla sua schiena, dando per scontata la risposta. Dylan aveva confermato con un cenno del capo.

- E che genere suoni? -
Lo aveva chiesto più per gentilezza che per un vero interesse.

- Requiem. -
La risposta coincisa faceva presupporre di non voler approfondire l'argomento.

- Ma per quel genere non si usa il violino? E là dentro, invece, scommetto che c'è una chitarra. -

Per la prima volta provava una genuina curiosità nei confronti del suo compagno di viaggio, col quale aveva condiviso parecchia strada e poche parole. Ma anche lei, d'altronde, non era un tipo molto loquace, cioè, non lo era più con tutti. E da un sacco di tempo. Esattamente da quando s'era sposata con Bruce.

- Sono un musicista estemporaneo. Ma alla guida di una moto, però, estemporanea lo sei anche tu.-
L'ironia, volutamente marcata della risposta, l'aveva indotta ad un sorriso.

- Che fai, sfotti?-
Lei aveva ribattuto ridendo.

lunedì 11 marzo 2019

La porta



"Io solo ho visto le sue vere fattezze e ne ho fatto un ritratto dove lei splende nella luminosità dell'incarnato, nella lucentezza dei capelli, nella sua originale, vergine fisionomia.
Con la pazienza di un restauratore ho ridato splendore alla meravigliosa opera nascosta sotto l'insignificante crosta dove finalmente lei, liberata dagli orpelli, rifulge di vera bellezza."

Quel ritratto lo ha guardato a lungo con la curiosità avida di una bambina. E' andata a posizionarsi nuda davanti allo specchio, confrontando la sua immagine con quella del mio dipinto, ma poi delusa ha detto: questa non sono io.

- Non sono io. -  Ripete ostinata, scuotendo la testa.

- Sei tu, solo che non riesci a vederti. - Le porgo uno scialle che trema di freddo, perché questa soffitta è così calda d'estate quanto gelida d'inverno, ma la luce è divina. Una luce che non inganna.

- Sei tu. E sei bellissima. - Le sussurro abbracciandola.

- Sei pazzo. Non c'è altra spiegazione -  Afferma respingendomi ridendo.

- I pazzi vedono in profondità. Se lo fossi sarebbe solo un'ulteriore conferma alla mia verità. -
Le confido con dolcezza. Non voglio spaventarla, ma che lei si veda così come la vedo io.

- Se lo dici tu. Ma chi è pazzo mai ammetterebbe di esserlo. - Nel suo tono canzonatorio percepisco, però, il disagio. L'incertezza sta facendosi strada in lei. Si avvolge nello scialle mentre esplora con gli occhi la stanza: una parete interamente dipinta con colonne, riquadri ed architravi di una sofisticata scenografia trompe l'oeil, Il muro opposto, invece, è nascosto da un rigido tendaggio spioventi dalla parte più alta del soffitto. Il letto è senza coltri e l'unica finestra, sospesa verso il cielo, riverbera della luce ocra e rossa del tramonto.  Dopo quello scambio di battute sulla pazzia lei mostra un certo disagio. Si siede sulla sponda del letto ispezionando, per la prima volta da quando è entrata, la stanza nella sua interezza. Resa inquieta da quei discorsi strani inizia pentirsi di essersi fidata dell'affascinante artista. Ma nel bistrot, dove s'erano dati appuntamento dopo che lei aveva risposto al suo'annuncio on line dove richiedeva una modella con i suoi requisiti, e la garanzia di un compenso doppio per un'unica seduta, (era in bolletta e almeno un paio di mesi di affitto arretrato) lui sembrava essere di casa. Estroverso e cordiale, palesava confidenza sia col personale che con gli avventori, e poi il suo studio era limitrofo a quella stessa via. Così s'era d'istinto fidata, sedotta dalla sua galanteria quando lui aveva comprato dal venditore di rose tutti i mazzetti per offrirli a lei.

- Dov'è la porta? Non la vedo. - Mi chiede incerta dopo aver perlustrato con gli occhi la stanza in lungo e in largo.  Le sorrido ignorando la domanda.

- La luce a quest'ora è perfetta per le tinte drammatiche. - A questa mia affermazione il suo smarrimento si fa palese.

- Possiamo continuare domani? Si è fatto tardi e a casa mi aspettano. - Una richiesta che ha il tono di una preghiera.

-  Abbiamo contrattato una sola seduta. - Controbatto, certo dell'inoppugnabilità del mio rifiuto

- Ma non ti chiederò un compenso aggiuntivo. Qui dentro si gela e sta facendo buio. Inoltre abito piuttosto lontano. - Mi guarda tentando di sedurmi con un sorriso. Il sorriso è il suo punto di forza.

- Mi spiace ma dobbiamo finire ora che c'è questa meravigliosa luce. Lo sai che la luce, a differenza del buio, non ha mai lo stesso colore? Mai! Ogni sua particella contiene infinite sfumature di cui non ci si accorge. Di cui non si prende nota. Un errore madornale del quale ci si rende conto quando poi capita poi di cercare con gli occhi quello che si è cancellato dallo sguardo. E, per quanti sforzi si facciano, non si riesce più ad individuarlo, pure avendolo sotto gli occhi risulta invisibile. Siamo vittime della cieca distrazione. Della blasfema superficialità. - Concludo guardandola da dietro il cavalletto. Di questo mio discorso lei non ha ascoltato una parola, lo deduco dal suo sguardo vacuo.
Chi è cieco è anche sordo. Mai, però, muto. La voce è l'ultima risorsa per mediare, per convincere.
E in fine per supplicare.

- Per favore, posso rivestirmi? Ho freddo. - Implora timida, stringendosi nello scialle.

- Ancora qualche minuto, ho quasi finito. - In realtà il ritratto l'ho già  terminato e sto solo cincischiando sulla tela godendomi il suo mal dissimulato smarrimento. Sta lottando per non cedere al pianto, per trattenere quella lacrima fuggitiva che riflette le sfumature rosse ed ocra del tramonto.

-  Ferma così! - Le intimo, sedotto dal riverbero fiammeggiante di quella lacrima. Il particolare inedito che farà di questo ritratto il mio capolavoro.

- Non muoverti, per dio! - Il mio ordine la inchioda al suo posto, ma inutilmente, che dopo quella prima lacrima ne scorrono altre. Un rivolo incandescente che le incendia il volto cancellandone i tratti, come in una fotografia arsa dalle fiamme.

- Hai rovinato tutto! - Ho perso il controllo e rotto gli argini. Aspramente inveisco contro la donna seduta sul letto e quella dipinta sulla tela, che deturpo con violente pennellate di rosso ed di ocra.
A questa mia reazione feroce, ed inaspettata, accecata dalla paura si precipita a cercare una via di fuga.  Davanti a questa ingenuità scoppio a ridere. E' sempre interessante, però, osservare i processi  mentali, azioni e reazioni, in una situazione di terrore. La paura può generare situazioni perfino esilaranti. A mio avviso le meno scontate e le più drammatiche.
Eccola infatti prendere in considerazione, come alternativa via di fuga, la finestra, in realtà quasi un lucernario posto così in alto da risultare irraggiungibile senza un supporto adeguato. Dovrebbe avere le ali o una scala adeguata o il tempo per costruirne  una. Supposto che sia nelle sue capacità e supposto che io gliene dia il modo.
Scarta quell'idea per l'ipotesi più fattibile di una porta, un pertugio, fosse anche una gattaiola, nascosta dietro il tendaggio spiovente dal soffitto. Ricerca infruttuosa, e a quanto pare sconvolgente. Ha le mani sulla bocca per silenziare l'urlo che forse potrebbe scatenare la mia ira.
Confesso che sono rimasto ammirato da questo suo, gesto di autocontrollo. Mi ha commosso.
Per questo avrà una chance. O almeno il suo miraggio.

- Se trovi la porta ti lascio andare. - Le propongo serio.

Lei mi guarda stupita, come se non capisse.
Reitero l'offerta sillabando le parole: se trovi l'uscita ti lascio andare.
Sento il dovere morale di compensare quel suo gesto ingenuo, ma commovente, offrendole una via d'uscita.

- Hai cinque minuti di tempo per trovare l'uscita. -  Le porgo un orologino da polso sincronizzato col mio.
- Cinque minuti: né un secondo più né uno meno. E' un tempo equo per esplorare una parete di queste dimensioni -
Mi premuro di farle notare che entrambi gli orologi sono perfettamente accordati sulla stessa ora.
Giusto che sappia, per una questione di fiducia, che sono uno corretto.
Con garbo le indico la parete da perlustrare. -

 Ma lei, invece, piagnucola. Frasi sconnesse.

- Ti sto già aiutando stupida, ma se continui a frignare ti penalizzo coi minuti. Al mio via. Ok? -
Trova il coraggio per chiedere cosa le accadrà se non trova l'uscita.

- Non è mai buona regola, quando ci si appresta ad un'impresa, soffermarsi sul dopo. Ci si concentra solo sulle possibilità dell'immediato, o altrimenti si è già perso. -
Una frase ad effetto, questa, che sempre raggiunge lo scopo. Anche stavolta.
Ubbidiente si pone davanti alla parete perlustrandola con gli occhi. Dalle mie parti questo si chiama barare, ma generosamente le lascio questo piccolo vantaggio, che non so quanto nitidamente riesca a vedere con gli occhi appannati dalle lacrime.


- Al mio via. Ok? -
Ripeto paziente, accendendomi un sigaretta. Lei tira su col naso e fa un cenno d'assenso.
La osservo da terga: è visibile il tremito delle spalle. Immagino lo sguardo febbrile, il battito furioso del cuore e il respiro affannato di animale in trappola,

- Via! -
Al mio comando lei parte ad ispezionare il centro della parete, laddove più facilmente arriva, scorrendo con i polpastrelli i centimetri di muro coperti dalle architetture trompe l'oeil. Percorre il tracciato di una colonna, indugia sulla sommità di un'architrave, torna indietro attratta dall'inganno di una balaustra. Se potesse la scalerebbe quella parete, mani e piedi aggrappati a quel nulla che si chiama illusione. Finte balaustre e soglie inesistenti, spazi e profondità fittizie, ingannevoli superfici dilatate o compresse  secondo l'esigenza della menzogna. Se le fosse possibile, penetrerebbe, col suo corpo vivo in quel muro per scavare lei stessa la porta. La sua via d'uscita. La sua salvezza.
In una situazione di terrore i processi mentali regrediscono ad uno livello elementare. Esclusivamente corporeo. Di difesa più che di attacco. Si cerca la tana dove nascondersi. Il cespuglio dietro cui mimetizzarsi. Quel tentativo di rendersi invisibili reso nullo dall'odore del sudore e della paura. Secrezioni che un predatore esperto come me facilmente capta.


Lo scialle, malamente legato sui fianchi scivola a terra. Ma lei non se ne cura: è un animale nudo che lotta per la vita. In punta di piedi, con le braccia protese ad ispezionare le parti più alte. Una posizione scomoda. In quello sforzo le braccia e le gambe devono dolerle. Controlla l'orologio. Incalzata dal tempo, quella parete, seppur limitata, le deve sembrare infinita.
Anche gli occhi devono farle male nello sforzo di mettere a fuoco, nell'intrico delle linee, una zona franca. Un'incastonatura. O un piccolo solco intonso. Si sofferma su un punto, lo valuta e passa oltre. Non tiene conto della parte bassa della parete, i suoi sforzi sono tutti incentrati sulle zone medio-alte. Controlla di nuovo l'orologio. Deve fare in fretta che le manca ancora una buona porzione di muro da esplorare, ed è certa che non le verranno concessi minuti supplementari.

Se solo ricordasse un qualche particolare che la riconducesse, anche in modo approssimativo, a ricollocare la posizione della porta quando ha fatto il suo ingresso nella stanza. Ma niente! Pur vero che quando si entra per la prima volta in una stanza si fa caso gli arredi non certo alla porta. E la prima cosa che ha visto è stato lo scenografico tendaggio spiovente dal soffitto. Solo dopo ha notato la parete dipinta dove la porta è scomparsa.
 Ma se anche lei trovasse l'uscita, davvero lui la lascerebbe andare?
E' stanca, e la ragione l'ha in buona parte smarrita in quel labirinto dipinto sul muro.


- Tempo scaduto. - Decreto inflessibile.

Lei neppure controlla l'orologio, sa di aver perso.
Puerilmente sfoga la sua disperazione con pugni e calci al muro. E' così che il suo piede inavvertitamente aziona una minuscola leva sporgente tra il pavimento e il muro, e la porta miracolosamente si spalanca su un pianerottolo buio, dove lei si precipita. E' ancora sulla soglia quando lui l'afferra e la trascina di nuovo dentro.

- Ti prego lasciami andare, starò zitta, te lo giuro. Farò tutto quello che vuoi, ma non farmi del male. - Nuda ai miei piedi, il viso sporco, i capelli arruffati e le ginocchia sbucciate, m'implora accorata.

- Ti ho offerto una possibilità che non hai saputo sfruttare. Non è colpa mia se il rebus lo hai risolto casualmente e a tempo scaduto. Chi perde paga e non chiede sconti. Con te sono stato fin troppo buono, ti ho fornito indizi che tu, ovviamente, non hai saputo cogliere. Come la maggior parte degli sprovveduti hai visto solo ciò che si delineava all'altezza dei tuoi occhi e raggiungibile dall'estensione delle tue braccia, senza prendere in considerazione gli stati estremi. Hai limitato il tuo campo esplorativo alla banale supposizione dell'esistenza di una maniglia dissimulata tra gli elementi raffigurati. Scontato, non credi?  La leva non poteva esser ubicata troppo in alto, poiché me ne servo anch'io per aprire la porta, e mi sarei stupidamente complicato la vita. Ma neppure ad altezza intermedia, troppo facile da intercettare scorrendo con le dita la parete. In basso, invece, è perfetta.
Appena sporgente per non inciamparvi, semplice d'azionare con una leggera pressione del piede. -
Scuoto la testa, dispiaciuto.

 Lei è raggomitolata su stessa in un angolo del pavimento. Piange.
Sono sicuro che non ha sentito una sola parola della mia spiegazione.
Quelli come lei sono senza speranza.

Quelli come lei, unicamente governati dell'emotività, sono nella scala gerarchica dell'umanità  destinati ad assolvere alla funzione di schiavi o di vittime. Senza altra alternativa e possibilità di riscatto. Inadatti a competere, e di conseguenza incapaci ad affermarsi, sono le cavie perfette per attuare la sperimentazione nei processi evolutivi.
Eppure, per un momento mi sono illuso che lei, nel macrocosmo degli inetti, costituisse l'eccezione
quando, scoprendo dietro il panneggio la catasta di tele tutte raffiguranti la medesima donna, è riuscita ad imporsi un ammirevole autocontrollo, impedendosi di gridare.
Sinceramente ho sperato che lei ce la facesse. Fino all'ultimo ho tifato affinché scampasse alla sorte toccata a tutte le altre. Ma la soluzione è giunta casuale e fuori tempo massimo. Non mi resta che passare alla parte conclusiva, la meno divertente ma anche, per fortuna, la più veloce: il  tranello psicologico delle due porte.

- Non piangere. Non tutto è perduto. Ti offro una seconda chance, e fai attenzione a non fallire che non ce ne sarà una terza. La leva che aziona la porta ne apre in realtà due: una conduce all'esterno, l'altra, invece, sigilla all'interno. Entrambi i luoghi sono assolutamente identici a quello che hai visto quando la porta si è aperta. Secondo la direzione in cui la sposti, destra o sinistra, si aprirà l'una o l'altra. Un minuto per decidere. -
Le sollevo il viso.

Mi fissa con occhi vacui, poi inizia a gridare.
Mi s'avventa contro come un'ossessa, sferrando calci e tempestandomi il petto di pugni.
Facilmente la immobilizzo e la trascino davanti alla leva.

- Destra o sinistra!- Intimo perentorio. Ma lei non risponde.
- Destra o sinistra! - Ripeto strattonandola con una certa brutalità. Ancora silenzio.
- Destra o sinistra! - E' la terza volta che lo ripeto. Sto perdendo la pazienza così le sferro un pugno in piena faccia. Perde un dente e sanguina dal naso. Si lamenta, ma non risponde.
- Destra o sinistra! - Se lei è ostinata io lo sarò ancora di più. La getto a terra e le sferro un calcio nel ventre. Faccio attenzione a calibrare la mia forza, non voglio ucciderla.Voglio solo che mi risponda.
- Destra o sinistra! - Lei è a terra, raggomitolata su stessa, respira a fatica, ancora s'ostina, però, nel suo silenzio.
- Destra o sinistra! - L'afferro per i capelli e la volto verso la parete. La leva è a livello dei suoi occhi.
- Destra o sinistra! - Sono ormai completamente fuori di me quando le assesto una pedata tra le scapole, con tale violenza che rimbalzo all'indietro e cado a terra.
- Destra o sinistra! - M'avvento su di lei, sferrando calci alla cieca, e questa volta neppure tento di calibrare la violenza.
- Destra o sinistra! - Ripeto sfinito dalla mia stessa veemenza. Mi lascio cadere a terra, accanto a lei. Le scosto i capelli e quello che resta del suo volto tumefatto è l'enigma di un sorriso.
Un inedito per me.

martedì 26 febbraio 2019

Quasi le sette


Alice : per quanto tempo è per sempre?
Bianconiglio: a volte solo un secondo.
(Alice in Wonderland)


Per quanto tempo è per sempre?
Mi aveva chiuso la bocca con un bacio e poi mi aveva sussurrato: per sempre è per sempre.
Ed io gli avevo creduto.
Mi ero addormentata tra le su braccia, un lungo sonno durato dieci anni, e poi, al risveglio, c'era lui con la valigia in mano che mi guardava, già sulla soglia, con aria colpevole.
Io allora gli avevo sorriso, e lui che quel sorriso non se lo aspettava, mi ha guardato sconcertato.
Gliene sfuggiva il senso e non trovava il coraggio di chiedermelo. Ma forse non avrebbe neppure voluto, molto più brava di lui con le parole, avrei costruito con quelle il tranello di un labirinto psicologico entro il quale si sarebbe smarrito, dibattuto tra i sensi di colpa e la voglia di andarsene.
Per evitare la trappola di quel j'accuse lui s'era mosso silenziosamente, badando di non far nessun rumore per non svegliare la principessa addormentata nella sua bara di cristallo, così non ci sarebbe stata nessuna domanda a cui dar spiegazione.
O peggio ancora bugie, pietose ed imperfette, che la verità può essere troppo dolorosa anche per chi si confessa.
Non tutte le storie terminano con l'ultimo capitolo, ma nel momento in cui il lettore chiude la copertina del libro sulle pagine lette, e a sua discrezione decide poi se continuarne o meno la lettura.
Pagina 22, pagina 58, pagina 100...ma non si arriva all'ultima se si perde interesse alla trama.

Ma indizi c'erano stati, piccole tracce come granelli di polvere su una superficie lucida.
Orme di una scarpina di cristallo che non era la mia. Non corrispondeva il numero.
Quelle impronte lillipuziane le avevo viste. Ed ignorate. Volutamente. E poi rimosse.
Ripulita la scena del crimine e disposta ad accettare i suoi alibi falsi. Autorizzandoli.
 Perfino suggerendoli, per rendere vera la finzione ed impedire a lui l'imbarazzo della bugia.
Gli suggerivo io stessa, così brava con le parole, il copione, una trama ambigua, perché non giungesse alla battuta finale.
Fermavo in questo modo gli orologi.

- Stai per andar via? -
Imprimo alla mia voce un tono normale. Avrò tempo dopo per piangere.

- Si -
Risponde colpevole, abbassando gli occhi.

- E non tornerai. -
Non è una domanda questa mia, piuttosto un'affermazione con cui fargli capire che conosco la storia e non gli chiederò spiegazioni, né dettagli. Non voglio umiliarlo estorcendogli un'inutile confessione

Non risponde subito. Non è certo delle mie reazioni. La mia calma lo destabilizza. Non vuole ferirmi, si sente colpevole di essersi innamorato di un'altra e di non amare più me.

- Che ore sono? -
Chiedo dal mio angolo di stanza.

- Cosa? -
Mi risponde stupito di rimando.

- Che ore sono? -
Domando di nuovo, paziente.

- Quasi le sette. -
E' a disagio. Non sa dove voglia andare a parare con quella domanda, o se invece contiene un messaggio da decodificare e che a lui sfugge.

Quasi le sette: un'ora solo abbozzata. Un'ora da limbo. L'eternità, chissà perché, l'ho sempre immaginata piena e definita. Rotonda. Senza un prima e senza un dopo. "Quel quasi" stabilisce, invece, un'attesa, una trappola in cui rimanere impantanata per il resto dei miei giorni.
Quei pochi minuti allo scoccare dell'ora compiuta rappresentano il divario tra l'eternità definita e quella solo abbozzata. Non si bada all'ora in cui inizia una storia, ma quando finisce tutto acquista importanza, e allora il tempo lo si soppesa fino all'ultimo secondo. Ingiusto sarebbe che quell'eternità giurata finisse anche solo un secondo prima. Sarebbe quello l'imperdonabile tradimento.

- Che ore sono? -
Chiedo di nuovo

Lui guarda l'orologio: sono le sette.

- Chiudi la porta, per favore. E non voltarti indietro.-

domenica 24 febbraio 2019

Quella


Nulla si sapeva di lei tranne che abitava da sola nella villetta gialla dalle persiane blu, al confine del paese. La  casa più bella, ma anche la più isolata.
Usciva di rado, occhiali neri e un foulard sulla testa. Nessuno conosceva il colore dei suoi capelli e quello dei suoi occhi. E il tono della sua voce. Seppure lei sempre rispondeva ai buongiorno e ai buona sera, ma con signorile discrezione aveva fatto in modo che non si andasse oltre.
Questo suo estremo riserbo alimentava le chiacchiere e alienava le simpatie, cosicché era stata etichettata come superba. Una snob. Una che di sicuro aveva qualcosa da nascondere.


- Ma se avesse avuto qualcosa da nascondere sarebbe forse andata ad abitare in una grande città, mica in un posto come questo dove tutti alla fine si conoscono e niente resta mai troppo a lungo segreto. -
Aveva provato ad obiettare il giovane medico anch'egli approdato da poco in paese a sostituire il predecessore, appena andato in pensione.

- Quando un segreto non è più segreto ma diventa di tutti, allora è come se appartenesse a ciascuno, e così non se ne parla. -
Aveva sancito il barbiere col rasoio in mano mentre s'apprestava a fargli la barba.

- Al mio paese si chiama omertà.-
La voce che s'era intromessa, con spiccato accento veneto, era quella del commissario di polizia in attesa del suo turno per un taglio di capelli.

- Ih che parolone, signor commissario, un'esagerazione la vostra chiamare omertà i segreti di Pulcinella. -
Il barbiere aveva replicato in tono scanzonato al commissario, irrorando nel frattempo di schiuma le guance del dottore.

- E quindi nei riguardi della signora in questione, Pulcinella non ha scoperto niente. Nessun segreto. Però in paese si mormora di continuo alle sue spalle come se lei, invece, ne avesse. Non lo trovate curioso? -

La domanda del funzionario di polizia era diretta al barbiere che aveva risposto in modo sibillino:
se ha un segreto lo deve saper nascondere, se invece non ne ha dovrebbe inventarsene uno allo scopo di soddisfare la curiosità della gente e far cessare le chiacchiere. Tutti abbiamo un segreto commissario, che sia di corna o di salute o di una piccola malefatta, uno sgarbo o un debito non saldato, e così si diffida di chi apparentemente non ne ha. E allora, Pulcinella, non smetterà d'indagare fino a quando quel segreto salterà fuori.


Ma la vita segreta di "Quella" (perché così la chiamavano in paese, anche se il suo nome lo conoscevano tutti) all'interno della piccola comunità non era poi così segreta, che le sue rarissime uscite erano meticolosamente annotate con morbosa curiosità, con occhi attenti e critici dai paesani.
Lei lo sapeva e accettava la sfida. Si sottoponeva ai loro sguardi, apparentemente indifferente, camminando senza fretta, senza dar mostra di accorgersi di essere consapevole di essere il soggetto dei loro muti interrogativi, ma d'istinto, come una cavalla di razza, drizzava la schiena e aggiustava il passo, elegante e sicura. Altera, avrebbero detto i passanti, che gli occhiali scuri e il foulard sui capelli, le conferivano il glamour della diva inavvicinabile.
Al suo passaggio i marciapiedi si svuotavano di corpi e si riempivano di occhi.
Le sue rare uscite pubbliche venivano comunque registrate con precisione esattoriale, data e ora e percorso. Così era noto a tutti che l'itinerario del venerdì (non tutti i venerdì, ma quando accadeva era sempre e solo di venerdì) l'avrebbe condotta verso la stazione delle corriere, che da lì dipartivano  verso la città o i luoghi termali.
Attraversava la piazza del paese passando davanti al bar dove i perditempo sostavano ai tavolini all'aperto, con i giornali sportivi dispiegati, fumando e bevendo caffè, e sentiva i loro sguardi, come punte di spillo, penetrarle dietro le spalle.
L'ammirazione si traduceva, sovente, in un fischio di approvazione.
Passava davanti al sagrato della chiesa dove le pie donne, al suo passaggio, smettevano il chiacchiericcio per poi riprenderlo, ancora più fitto, appena lei svoltava l'angolo.
La diffidenza, nelle frasi biascicate, traslava nella malevolenza.

Il bar, la parrocchia e la stazione degli autobus, il tutto concentrato nel raggio di pochi metri: passaggio obbligato per i mondi limitrofi.



- Gran bella donna, però. -
L'elogio spontaneo del giovane medico aveva sollecitato, all'unisono, l'assenso del barbiere e del commissario.

- Ma voi, signor commissario, davvero non avete nessuna informazione sulla signora in questione? -
Aveva domandato, in tono allusivo, il barbiere, cercando la complicità del poliziotto che, invece, non aveva affatto gradito e freddamente aveva risposto: seppure ne avessi non le racconterei di certo.

Il barbiere, alla risposta asciutta dell'altro, aveva scosso il capo in segno di approvazione.
- E fate bene, signor commissario, altrimenti Pulcinella che ci starebbe a fare? -

- Non v'arrendete eh? Magari non c'è niente da scoprire su di lei. Nessun segreto. L'avete mai valutata sotto questo aspetto? -
L'interrogativo conteneva una leggera nota di derisione che il barbiere non aveva captato, ma il giovane medico, invece, si, e per questo aveva ribattuto: converrete però anche voi che una donna come quella in un posto come questo, scatena la curiosità della gente. Insomma... l'avete vista no? -

- Certo che l'ho vista! E allora? Ognuno è libero di scegliere il posto dove stare e come volerci stare. -

- Eh magari fosse questa regola, io qui ci sono dovuto venire per lavoro, quasi obbligato, ma se avessi potuto decidere avrei scelto una città del nord. Lì c'è una mentalità diversa e...-

- Volete dire che ognuno si fa i cazzi suoi? -
Lo aveva interrotto ridendo il barbiere, frizionandogli le guance e il mento col dopobarba

- La discrezione dipende da noi e non dal luogo. -
Aveva sentenziato il commissario accomodandosi sulla poltrona da cui il medico si era appena alzato.
- Testimonianza diretta, la mia, che sono del nord, Vicenza, per la precisione, seppure sono un bel pò di anni che vivo qui, ma sono sicuro che il vostro Pulcinella su di me sa solo quello che io ho voluto si sapesse.-

- Se lo dite voi, commissario, sarà senz'altro così. Sfumatura alta? -
Gli aveva chiesto, ma solo come proforma, che già conosceva la risposta

- Quella di sempre. -
Aveva confermato il commissario, e poi aveva aggiunto: che intendevate con quel "se lo dite voi"? Cosa si sa di me che io stesso non so? -
L'ironia pungente della domanda aveva strappato un sorriso all'altro.

- Ma niente, è solo un modo di dire. La verità è, che ci piaccia o meno, i fatti nostri li raccontiamo a tutti, senza neppure rendercene conto. Il nostro vicino, dal bucato steso, conosce il tipo di biancheria che indossiamo, se è di cotone o di seta, se è di pregio o dozzinale. Dalla quantità del bucato saprà se la cambiamo tutti i giorni o se siamo, invece, degli sporcaccioni. Forse non è proprio come la vede, ma intanto quello si è fatto la sua idea e a quella cerca conferma, magari annusandoci quando gli passiamo accanto, per scoprire se profumiamo o mandiamo cattivo odore. -

A questa teoria, enunciata con serietà dal barbiere, il giovane dottore era scoppiato in una risata.
- Ma questi, Gaetano, sono indizi o, se vogliamo dargli un'importanza maggiore, fatterelli secondari. Dalla biancheria stesa non si può certo risalire ai segreti più intimi. -

- Se lo dite voi.-
Questa sintetica obiezione aveva fatto sbottare il funzionario di polizia: di nuovo? Detesto questo modo di dire per non dire. Se sapete qualcosa parlate! -

- Commissario non sono mica sotto interrogatorio! E che diamine... si fa solo per conversare. Ma voi, invece, lo state prendendo come un fatto personale. -
Aveva replicato l'altro in tono canzonatorio.

- Eh no, voi non distinguete fra le illazioni e i fatti. C'è una bella differenza. Se fosse illegale il non lavarsi dovrei arrestare un bel pò di gente, basandomi sulle denunce visive ed olfattive dei denuncianti. Ma la verità è che un giorno capita di stendere stendere decine di calzini, perché quel giorno si è voluto camminare senza scarpe, e un altro neppure un paio, perché si è rimasti a poltrire a letto. Non capisco il vostro modo di ragionare. -

- Il ragionamento di Gaetano basa sulle statistiche. Una scienza anche quella. -
S'era intromesso, con tono discreto, il medico.

- Ma i processi, per fortuna, non si fanno con le statistiche. Fatti concreti, testimonianze dirette e ciò che si definisce assunzione di responsabilità. -

- Abbassate la testa, commissario! -
Alla richiesta imperativa del barbiere stava già per replicare stizzito, ma quello lo aveva anticipato sui tempi specificando bonario: altrimenti la sfumatura mi viene bassa.

Nel salone era sceso il silenzio transitorio degli armistizi, quando entrambi i contendenti, ben lontani dal voler sancire la pace, ritemprano le forze, ridisegnano le strategie e nel frattempo innestano le baionette. E il medico stava quasi per congedarsi quando il commissario, con tono beffardo, aveva chiesto: e nei riguardi della signora in questione, Pulcinella cos'ha da riferire? Cambia la biancheria tutti i giorni? Profuma o emana cattivo odore? -

- A me lo state domandando? -
Il barbiere aveva chiesto di rimando, con aria innocentemente stupita.

-  Magari Pulcinella viene qui pure lui a farsi i capelli ed è noto che quando si fa anticamera, dal medico come dal coiffeur, amabilmente si chiacchiera. Ci si scambiano confidenze. -

- Vi sbagliate, signor commissario, nell'ambulatorio di un medico si parla solo di acciacchi e di  sciagure. Tutt'al più ci si può scambiare il segreto di un qualche intruglio salutista, letto chissà dove e che mai prescriverei. -
Il dottore, ridendo, era tornato a sedersi rimandando il commiato.

- Non vorrei sembrarvi irriverente ma Pulcinella un paio di analogie con la signora pure le ha: un cappello sotto cui nasconde i capelli ed una mascherina dietro cui cela gli occhi. Anche la sig...-

A questa sottile arguzia quello era letteralmente saltato su sibilando: come vi permettete!

- Ma perché ve la state prendendo tanto? La mia era solo un'inoffensiva constatazione. Non lo capisco il vostro disappunto. -
Pacato, il barbiere, scuoteva la testa.

-...eppoi la signora la biancheria non la stende. -
Con questa affermazione era intervenuto, a sorpresa, il giovane medico, spiazzando gli altri due.
- Mi sento di poterlo attestare con una qualche certezza dal momento che per motivi di lavoro, spesso e ad orari diversi, mi sono trovato a passare sotto le finestre della sua casa, e panni ad asciugare non ne ho mai visti, né alle finestre e neppure sugli stendini, che le grate del cancello, seppur fitte, permettono di guardare nel giardino. -

- Userà la lavasciuga.-
Aveva decretato ironico il barbiere.

- Tutti Sherlock Holmes in questo paese. -
L'ispettore aveva replicato con fredda ironia

- Ma no, sono solo semplici deduzioni logiche. La signora profuma. E questo lo si può stabilire a vista senza dover ricorrere all'olfatto. Una donna come quella... non può che profumare. Bella, altera, sofisticata...anche lei del nord. Non vorrei sbagliarmi ma mi sembra abbia il vostro stesso accento. Forse è delle vostre parti. Una casualità. Il mondo è così piccolo! -
 Gaetano aveva risposto con la stessa ironia.
- Abbiamo quasi finito, commissario, così voi, con tutta calma potete avviarvi alla stazione e prendere la vostra corriera del venerdì. Eh...il lavoro è lavoro, e il vostro non conosce neppure la sacralità del week end. -

- Bè, se per questo anche il mio lavoro. Operativo sempre, nel week end come nei festivi. -
Il giovane medico aveva tenuto a sottolinear.e

- E avete ragione pure voi. Ma in ogni caso, in vostra assenza si ricorre all'ospedale e invece il commissario, non avendo un sostituto, è costretto a rinunciare al riposo e alle gioie della famiglia, con queste incresciose trasferte. Eh...il lavoro è lavoro! -
Il tono serio di Gaetano s'era colorito però, nell'ultima frase, di una leggera sfumatura d'ironia.

- Dite bene: il lavoro è lavoro. -
Il funzionario di polizia aveva ribadito con voce neutrale, e poi aveva aggiunto: quanto vi devo?

- Venti euro, come sempre. -

Il commissario aveva pagato e il barbiere lo aveva accompagnato alla porta, salutandolo con un: buon lavoro. Eppoi sottovoce, ma udibile al dottore, aveva aggiunto: e buon divertimento.

- Ma come, Gaetano, quello va a lavorare e voi gli augurate buon divertimento? -

-  Neppure a casa del commissario si stende più la biancheria. E due lavasciuga in un posto così piccolo...tirate voi le somme, che la matematica non è un' opinione. -
Placidamente aveva risposto il barbiere, facendogli l'occhiolino.

giovedì 21 febbraio 2019

Calamity o Marilyn?

 Differenze ci sono tra un risveglio ed un altro, e sono quelle che decidono la giornata.
Sono quelle che t'inducono ad ingollare, invece che gustare, un caffè troppo caldo o troppo freddo, ad indossare stivaletti messicani e palandrana da pistolero piuttosto che decolté tacco 12 ed un vestito sexy.
Calamity o Marilyn?

(Amaranta - link fb)