Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

sabato 9 giugno 2018

venerdì 1 giugno 2018

Il tempo dell'attesa

Tutto inizia per poi finire, e così l'unico asso di tempo che si propone davvero eterno, è solo quello dell'attesa.

(Amaranta - link fb)

giovedì 17 maggio 2018

lunedì 14 maggio 2018

Jérôme Bissailon e Martin Deuxième: una storia d'altri tempi




Il Guascone
All'inizio era"Il Guascone", un racconto del 2010, che avrei dovuto solo correggere dalle troppe incongruenze della trama che ad una lettura, neppure troppo attenta, risultava nebulosa, difficile da districare nella matassa del suo intreccio.
Io stessa per un momento sono entrata in confusione, anche se rileggendo i commenti risultava che i lettori avevano invece correttamente interpretato la storia.
Periodi non ben allineati, concetti ripetuti troppe volte, collegamenti deboli o del tutto assenti tra i vari paragrafi: un disastro.
Occorreva una paziente revisione e un riposizionamento strategico dei vari paragrafi a ristabilire la logica del racconto.
Ho trascorso molte ore a cancellare, ricollocare, introdurre elementi nuovi, espandere o restringere, cercando nel contempo di non stravolgere la storia ma solo di renderla più coerente.
Un lavoro snervante quello spostare e riposizionare i paragrafi o solo le frasi al loro interno, mi costringeva a rileggere continuamente il tutto per essere sicura di aver creato i giusti collegamenti con le restanti parti da inserire.
Il tutto espletato nel mio caotico modus operandi, e con l'aggravante di una memoria sempre troppo poco collaborativa.
E la pretesa di ripristinare l'ordine attraverso il caos.

La trama originale
La trama originale de "IL Guascone" raccontava la storia di Jerome e Martin, amici e compagni d'avventura. Ma mentre Jerome "il guascone" scavezzacollo e affascinante, raccoglie i successi di quella loro storia comune, Martin, per oscuri motivi dalla gloria disconosciuto, vive all'ombra dell'amico, covando invidia ed odio, e alla fine lo uccide avvalendosi della complicità inconsapevole di un adolescente, al quale viene interamente imputato l'assassinio e condannato a morte. Il guascone stesso non sa che ad ucciderlo nel sonno è stato l'amico, e la verità la scopre solo quando, disperatamente invocato dall'adolescente che sta per essere giustiziato, gli viene concessa l'opportunità di ritornare sulla terra per ristabilire la giustizia.

Redistribuzione dei ruoli
Una figura ingiustamente secondaria questa del ragazzo, che pur gli avevo fatto carico d'onerose, gravissime responsabilità all'interno della storia, e che per questo ben avrebbe dovuto essere da me riqualificato personaggio principale.
Cosa che nella fase di riscrittura ho coscienziosamente fatto, dando a questo oscuro giovane maggior rilievo e qualche battuta aggiuntiva, ed introducendo una figura nuova e tragica, quella della madre, della quale mi sarei servita per meglio chiarire il suo ruolo e le dinamiche dell'assassinio di Jerome.
Martin, nella trama originale, pur essendo a dispetto del titolo che attribuiva a Jerome "il guascone" il ruolo principale, era in realtà lui il protagonista, che io però  avevo reso quasi incorporeo, relegato in uno spazio esiguo all'interno della vicenda e interamente raccontato dalla voce di Jerome.

Seppur dopo infinite correzioni la storia risultava molto più  scorrevole, sicuramente più logica, continuavo a rilevare una stonatura che ho individuato nella mancanza dei dialoghi
Le scarne battute della stesura originale non soddisfacevano lo scopo, non colmavano i vuoti della mancate risposte ai presupposti, leciti interrogativi del lettore.
Dopo giorni di lavoro avevo ottenuto un risultato ancora insoddisfacente, assolutamente incongruo alle mie aspettative.

L'ho riletto a voce alta (inusuale per me, seppure al tempo della scuola era mia abitudine studiare ripetendo a voce alta) e allora ho capito cosa non quadrava nella sceneggiatura: la voce narrante non doveva essere quella di Jeremy, ma la mia, perché sua narrazione era soggettiva, di parte, non obiettiva, e la vicenda unicamente raccontata dal suo punto di vista, impediva a Martin di controbattere le sue motivazioni.

Uno squilibrio assoluto.
Un'ingiustizia.
Che anche ai colpevole va garantito il diritto di difesa ed io, invece, avevo già stabilito il mio verdetto influenzando la giuria (i lettori).

E allora, nel ruolo di voce narrante ed imparziale, ho ripreso in mano le file del racconto e i destini, seppur già tracciati, di Jerome e Martin, concedendo ad entrambi gli stessi spazi e le stesse opportunità per evolvere il loro racconto individuale. E portare il lettore dalla propria parte.

Un nuovo titolo. E una nuova trama
Ho praticamente riscritto il racconto partendo da basi già stabilite e col finale invariato, perché anche in questo rifacimento Jerome morirà, e sarà Martin, senza intermediari, ad ucciderlo.
In ultimo ho cambiato anche il titolo in "Una storia d'altri tempi"

Ho cancellato le figure dell'adolescente e della madre, (non ne avevo più bisogno) e introdotto quella di Aida la zingara, la bellissima avventuriera che vive circuendo gli uomini, e di cui entrambi sono innamorati. E la causa per cui Martin romperà il suo sodalizio con Jerome.

La figura di Aida avrei potuto maggiormente svilupparla, evolverla nei suoi rapporti con Martin e Jerome, con un capitolo a parte, tipo "una storia nella storia", per evitare che la bellissima avventuriera, esperta nelle arti della seduzione e degli incantesimi drastici, fagocitasse Jerome e Martin, diventando lei la protagonista assoluta di questo racconto.

mercoledì 9 maggio 2018

Una storia d'altri tempi


Jérôme Bissailon e Martin Deuxième
 Jérôme Bissailon e Martin Deuxième, erano al''epoca in cui accadono i fatti, entrambi giovani e belli, valenti spadaccini. Eroi di una leggenda d'altri tempi, seppur il loro sodalizio e le loro scorribande banditesche non erano mirate al perseguimento di alcun ideale, se non a quello della loro stessa deificazione.
Archetipi. Icone.
Rock star, in largo anticipo sui tempi.

 Jérôme era egocentrico, esibizionista, spregiudicato, quanto invece Martin era schivo, suscettibile e rancoroso. Caratterialmente antitetici, pur si somigliavano nel fisico, tanto da sembrar fratelli. Ma mentre l'intima essenza di Jerome rifulgeva verso l'esterno con la luminosità incandescente di una supernova, quella di Martin, buia ed indecifrabile, confluiva verso il suo interno, nel magnetismo ermetico di un buco nero.

Accomunati dalla stessa sorte che alternava favolose fortune a incredibili rovesci, condividevano il medesimo destino di esiliati e la vita nomade dei banditi, costretti dalla loro stessa leggenda a non sostare mai a lungo nella stessa città. Nella stessa regione.
Una leggenda truffaldina, però, che pure i due agendo di concerto e dividendosi in egual misura rischi e pericoli, la narrazione sbilanciava, per incomprensibili motivi, tutta a favore di Jerome, relegando Martin al ruolo di gregario. Oscuro il motivo di questo inspiegabile, irriguardoso atteggiamento della fama nei confronti di Martin, dove spiccava evidente la partigianeria dell'opinione pubblica nei confronti del suo complice. Scavando così nel suo animo, già predisposto al risentimento, un'ostile trincea. Un barricamento che col passare del tempo, e l'accumulo delle amarezze, sarebbe diventato un bastione inespugnabile.

"Jérôme le magnifique rebelle"
Il romantico appellativo riservato all'amico, mentre a lui toccava l'indegna perifrasi del suo cognome "Martin le second".
Un nomignolo coniato per gioco da Jerome. Diventato poi il suo nome identificativo.
Martin odiava quell'appellativo con la stessa intensità con cui aborriva il suo cognome.

Quel loro brigantesco sodalizio s'era consolidato nella complicità piuttosto che nell'amicizia.
Condividevano avventure, rischi e rappresaglie, ma in modo autonomo, rimanendo indipendenti nel territorio comune. L'intesa perfetta che li accomunava nell'elaborazione di piani e strategie non s'era concretizzata allo stesso modo nel loro privato. Anche se Jerome qualche tentativo di travalicare i confini lo aveva pur fatto, ma senza trovare sponda nell'altro. E così aveva desistito per evitare inopportune forzature e rischi di rottura. Consapevole del valore del suo alleato, nutriva per lui un sentimento sincero d'ammirazione che spontaneamente sarebbe culminato nell'affetto, se l'altro glielo avesse consentito. Ma così non era stato. Poi, col tempo, quel trauma affettivo s'era calcificato.

Era capitato loro d'innamorarsi della stessa donna, una zingara dagli occhi di gatta e i fianchi di gazzella. E il cuore di tenebra. Aida, questo il nome dell'ammaliatrice gitana, un'eminenza nel campo degli incantesimi drastici, con cui scippava alle sue vittime l'anima e la ragione, assoggettandoli al suo volere. Ma con Martin questo incantesimo però non aveva funzionato nella sua pienezza, rendendolo solo  stordito ed insicuro, ma non alienato. S'era spontaneamente innamorato di lei prima che questa mettesse in atto le sue malie, e questo lo aveva reso immune agli ipnotismi e alle strategie subliminali di cui Aida si serviva per raggiungere i suoi scopi. S'era innamorato di lei e della sua anima buia così simile alla sua, che la zingara teneva sotto chiave, inaccessibile come un segreto proibito. Ma lui quel mistero lo aveva scoperto. E follemente se ne era invaghito. Così l'avrebbe amata per come lei era, accettandola nell'interezza della sua natura.Volontariamente assoggettandosene. Ma Aida di questo suo intento ne aveva grandemente riso, e subito dopo, per rappresaglia a quei sentimenti da lui esternati, aveva intrapreso l'opera di seduzione di Jerome che, estremamente sensibile al fascino femminile s'era lasciato irretire, senza troppi scrupoli, dalla donna che ancora abitava il letto del suo amico.
Quello stesso letto dove Martin li aveva sorpresi.

- Martin le second -
Così lo aveva apostrofato Aida. E Jerome ne aveva riso.
Martin, allora, era fuggito via.

Nella stessa direzione
I due ex amici s'erano incontrati per caso dopo molti anni, entrambi ancora alla macchia, clandestini e senza fissa dimora. S'erano limitati ad uno sguardo e senza scambiarsi neppure una stretta di mano, avevano allineato le reciproche cavalcature e proseguito nella stessa direzione.

Jerome Bissailon era imbolsito e ingrigito, e del suo antico splendore non rimaneva altro se non la risata contagiosa in una bocca carente di denti, e lo sguardo malandrino degli occhi occhi grandi, un tempo limpidi ma ora acquosi, bovini.
La sua faccia aveva perso l'originale, delicata cesellatura dei tratti, risultando ora troppo piena di naso e di guance. Una faccia grande e  gommosa, simile a quella di uno gnomo gigante e sproporzionata al corpo, rimpicciolito nell'altezza e con la pancia prominente del bevitore.

Una ispezione impietosa ed asettica, questa di Martin, attenta ai dettagli, ai particolari significativi delle rughe: la loro conformazione, profondità ed estensione, se posizionate agli angoli della bocca, incise nel varco tra le sopracciglia, o massicciamente addensate sotto gli occhi. Le rughe sul viso di Jerome erano la mappa delle iperboli e dei suoi declini esistenziali.
Delle sue verità e delle sue menzogne.

 "Jérôme, le magnifique rebelle" giaceva ormai dimenticato, seppellito nell'ammasso informe del Jerome Bissailon  del presente.

Martin Deuxième, invece, aveva tenacemente perseguito la sua vita di emarginato. Solitario e rissoso, attaccabrighe per futili motivi e castigatore per ancor meno. Aveva continuato a vivere barricato nella sua inaccessibile trincea, in perenne stato d'assedio e pronto a sparare a vista su chiunque avesse tentato di superare il suo confine.
Lui era rimasto lo stesso di un tempo.

La resa dei conti
- Smettila di fissarmi -
Aveva mugugnato Jerome, voltandosi bruscamente verso Martin
- Hai sempre avuto la mania di fissarmi. Lo facevi anche in passato. Credevi non me ne fossi mai accorto? Mi guardavi come se volessi entrarmi dentro. Come se volessi diventare me. E una volta forse c'era un senso a voler essere me. Ma guardarmi ora, sono diventato vecchio e grasso. Incredibilmente brutto. Chi vorrebbe ancora somigliarmi? Non certo tu che conservi una figura agile e tutti i tuoi denti! -
Jerome s'era dato una manata sulle ginocchia e poi era scoppiato in una fragorosa risata
- Ti confesso, però, che in passato anche io ho desiderato essere te, ti ammiravo nel tuo forsennato orgoglio. Se solo ne avessi posseduto una piccola parte di sicuro mi sarei salvato da me stesso. Ma io non ne ho mai avuto di orgoglio, un sentimento a me estraneo, mentre tu ci annegavi dentro come in un mare in burrasca. In cambio di quello ti avrei dato un pò della mia ironia, e avresti smesso l'ossessione del tuo cognome e poi quella del soprannome, che ti ponevano eternamente al secondo posto. A me subalterno. Un baratto che sarebbe stato per entrambi un ottimo affare. Perché mi odiavi così tanto? -
Aveva chiesto Jerome, con voce lamentosa.

- Hai ragione, a quel tempo ti odiavo. Esattamente come ora. Non mi riesce di smettere. All'inizio ti ammiravo. Abbagliato dallo splendore di  "Jérôme, le magnifique rebelle" e poi deluso dalla pochezza di  Jérôme Bissailon, ho iniziato ad odiarti. Le due immagini non erano combacianti.
Ho dovuto fare una scelta, e così ho preso le distanze dall'uomo per non dover rinnegare il mito, che pure nel tempo si è rivelato altrettanto meschino, dopo che tu lo hai corrotto e declassato al tuo livello. Martin Deuxième, avrebbe benissimo potuto fare giustizia appena scoperto l'inganno, uccidere l'imbroglione, il corruttore, ma glielo ha impedito "Martin le second". Uccidere l'impostore avrebbe contribuito ad alimentarne la leggenda. Doveva essere la folla, ad assassinarlo, nel suo modo spiccio, sprezzante e definitivo, con la sua cancellazione dalla memoria collettiva. Questo avrebbe significato anche l'eliminazione di "Martin le second" ma non sarebbe stato infine un abominio così grande, dal momento che quello era solo la propaggine gregaria di "Jérôme, le magnifique rebelle". Un subalterno, però, indispensabile, perché quando me ne sono andato è iniziato il suo declino. E dopo la morte -
L'ultima frase, Jerome, l'aveva pronunciata in tono drastico, come un verdetto definitivo.
Era calato poi un breve silenzio, indispensabile a recuperare la lucidità necessaria per continuare quella loro conversazione. Più simile ad un duello di spade che di parole.
E come in un duello avrebbe vinto colui che sarebbe rimasto vivo.

- Non mi hai chiesto nulla di lei. Aida. Non t'interessa sapere? -
Non c'era stata risposta.
- Io non l'amavo di vero amore. E lei neppure. Il nostro è stato solo un gioco. Una combine. Mentre tu invece ne eri davvero innamorato. Per un breve momento devi aver smesso perfino di odiare. Riposandoti da te stesso. Consegnandoti a lei. Ma i peccatori come noi, Martin, necessitano dell'amore di donne innocenti nelle cui mani rimettere le nostre colpe. Aida era traviata. Esattamente come noi. Ti sei specchiato in lei e hai visto il tuo riflesso. E ne sei rimasto affascinato. Anche lei ha visto quel riflesso. Ma ne è rimasta sconvolta. E ha deciso di salvarti. Perché quello che tu non sai, Jerome, è che anche lei ti amava. Ma quell'amore avrebbe richiesto il sacrificio totale di uno di voi due, dal momento che tu miravi alla fama quanto lei, invece, a rimanere anonima. Uno dei due avrebbe dovuto vivere nell'ombra dell'altro. E lei non era donna da rinunce. Accecato dall'amore avresti accettato il sacrificio di modificarti. Di adeguarti alle sue esigenze. Diventando il suo secondo. E lei non voleva accadesse, perché ti amava profondamente. Sei stato così tanto amato, Martin, come io mai lo sono stato. Dovrei odiarti per questo. Ma non mi riesce. L'odio è un sentimento che non mi appartiene -
Aveva concluso Jerome, visibilmente commosso.

- La versione reale dei fatti è che tu l'hai convinta a lasciarmi perché io restassi con te, per continuare a dar risalto a "Jérôme, le magnifique rebelle". E al suo splendore. Avevi bisogno di me, il tuo secondo. Senza di me non avresti potuto più essere il primo. Sei tu che mi hai inchiodato a questo ruolo, con la tua maledetta ironia, i giochi di parole, i sottintesi, che mi hanno trasformato in"Martin le second" Tu non mi hai distrutto con l'odio, Jerome, ma con la facondia della tua ignobile ironia -

Jerome aveva allora sorriso. Un sorriso appena percettibile. L'antico sorriso di "Jérôme, le magnifique rebelle". Una provocazione insopportabile, per Martin.
E la lama del suo pugnale per vendicarne l'affronto.

-  Quando ti ho rivisto sapevo di andare incontro al mio destino, e non me ne sono sottratto. Solo avrei voluto fosse stato il tuo amore, e non il tuo odio, a darmi la morte -
 Le ultime parole di Jerome. Il suo estremo tentativo di varcare i confini.
Ma ancora una volta senza trovare sponda.

sabato 7 aprile 2018

Strategia Esistenziale

Ci si nasconde, a volte, solo per essere diversamente visibili.
E quasi mai si tratta di un gioco.

(Amaranta - link fb)

sabato 31 marzo 2018

Requiem per un poeta: il capitolo finale



"Requiem per un poeta" è un racconto che risale al 2011, e che per tutti questi anni avevo decretato compiuto, seppure con un non finale, tipico di molte mie storie.
Un giallo con molta poca azione e molte elucubrazioni: un canovaccio che molto mi somiglia.
Più che un poliziesco sarebbe più opportuno definirlo "un caso di mala giustizia".

E' accaduto poi che un amico, leggendolo, con molto garbo e argomentazioni incontrovertibili, mi ha dimostrato la sua incompiutezza.
Ho dovuto dargli ragione, e così ci ho rimesso mano aggiungendo questo 13° capitolo che definitivamente sancisce la storia, di cui non ho rimaneggiato i paragrafi scritti in precedenza, (tranne alleggerire quello iniziale di un inciso superfluo) per rispetto a chi aveva, all'epoca, commentato.

Gli ultimi due paragrafi "Arrivederci all'inferno " e "Questa è una storia in cui nessuno ha mentito", che concludono il racconto, sono gli stessi con cui al 12° capitolo terminava la storia nel 2011.
Il finale è quindi lo stesso.
Non ho modificato la data, seppure al solo scopo d'integrare quest'ultimo capitolo ai precedenti
...anche se ora è condannato a stazionare, come un corpo alieno, solitario e sperduto, in questa area del mio blog.

venerdì 30 marzo 2018

Requiem per un poeta (capitolo 13)



Le “non verità” della giustizia 
Ma era nel presente che si reclamava a gran voce un colpevole: lo esigevano i media e la cultura e il popolo, ed infine Erato, la musa della poesia.

Ma, soprattutto, lo esigeva la giustizia.
Non ci si poteva tappare le orecchie e fingere di non sentire quella richiesta che dal sottofondo presto sarebbe montata in fragore.
 Con questa metafora, il PM aveva esortato il  commissario Sangemini a procedere più celermente, a rivalutare indizi ed alibi, che pure prove concrete per incriminare Oliviero Piscopo, ce ne erano, e ben solide. Circostanziali.
- Manca il movente - aveva ribadito Sangemini.
- Il movente può essere anche nella provocazione: una parola, o un gesto fuori posto. Sa benissimo, commissario, che si uccide anche per futili motivi.
Il tono del PM era annoiato, si capiva che non vedeva l'ora di chiudere il caso.
- Ma non si può asserire un capo d'accusa basandosi su un presupposto! Non c'è nessuno a testimoniare di un ipotetico battibecco tra i due, sfociato poi in tragedia. Piuttosto credo che le cose siano andate esattamente come Oliviero Piscopo le ha raccontate - aveva esclamato esasperato Sangemini.
- Ad ogni modo è l'unico indiziato, inchiodato da quelle che potremmo considerare prove circostanziali, quali le impronte digitali, il dna e la sciarpa sporca di sangue. Non ha testimoni che possano giurare sulla sua permanenza effettiva alla festa, e la signora con la quale ha insinuato di aver avuto rapporti intimi lo ha querelato. Eppoi la telefonata dell'anonimo, col prezioso dettaglio della sciarpa bianca sporca di sangue, quella appartenente ad Oliviero Piscopo, che come lui stesso ha confessato avrebbe voluto distruggere prima di fuggire. Di prove ce ne sono a sufficienza per una sua incriminazione. Ed è in questo senso che intendo procedere. Oggi stesso ne metterò al corrente il GIP - aveva concluso asciutto il PM.

Tante piccole, fragili, verità formali, invece dell’unica, sostanziale, definitiva e cristallina.
Non era questa l'idea di giustizia perseguita dal commissario Sangemini.

Il pitone e il topolino
Ma pur bisognava saziare la voracità dell’opinione pubblica, e per farlo si sarebbe ricorso, anche stavolta, alla collaudata, iniqua strategia, di dare in pasto al pitone affamato un topolino vivo.
Non uno qualsiasi, però, ma quello più alla portata, pescato a caso fra i tanti ammassati nella scatola di cartone. Un destino, questo suo, ancor più esecrabile, perché unicamente determinato dalla casualità, che se il topolino si fosse trovato posizionato in maniera diversa in quel perimetro, anche di soli pochi centimetri, sarebbe scampato a quell’orribile sorte.

Ad Oliviero Piscopo sarebbe toccata, dunque,  la sorte del topolino, della vittima sacrificale che la giustizia, in stato di necessità, avrebbe immolato, con fredda consapevolezza, sul proprio altare.
Una beffa madornale ora che la ruota della fortuna aveva finalmente iniziato a girare dalla sua parte in quel vorticoso crescendo che lo vedeva protagonista sulle pagine dei giornali e dei talk show più popolari, dove andava consolidando quella sua immagine di artista sbandato e maledetto, che pure tanto affascinava il pubblico, soprattutto quello femminile. Destandone la tenerezza e la simpatia.

Una innocente corrispondenza segreta
Perfino la timidissima Helga Malavento ne era rimasta contagiata, non ravvisando in quell’uomo dall’aspetto stropicciato, tipico dei nottambuli impenitenti, le stimmate dell’assassino, ma piuttosto la debolezza dell’autolesionista, sintomatologia di cui lei stessa soffriva.
Così, aveva preso coraggio, e gli aveva scritto una lettera di carta, come si usava un tempo, perché l’indirizzo mail non lo aveva, mentre quello abitativo, invece, era di dominio pubblico.

Oliviero Piscopo era rimasto sorpreso da quella lettera, dal nome del mittente e dal suo tono amichevole, perfino tenero, seppure in alcuni passaggi criptico. Adolescenziale.
 Le aveva risposto, nonostante il parere contrario dell’avvocatessa, che ben temeva che questa corrispondenza, se scoperta, potesse essere usata contro di lui. Anzi, perfino sospettando che potesse far parte di un piano atto ad  incastrarlo, con la complicità, consapevole o meno, di Helga Malavento.

- Ci scriveremo tramite mail, che poi cancelleremo – aveva detto Oliviero Piscopo.
- In rete è tutto rintracciabile. Segua il mio consiglio e tronchi questo carteggio. A lei non serve e neppure alla giovanissima vedova. Non complichi una situazione già molto complicata.
- Ma Helga è dalla mia parte. Crede alla mia innocenza – aveva obiettato lui
- Anche io. Per questo non deve più scriverle – la risposta categorica dell’avvocatessa.

Consiglio di buon senso a cui però lui non aveva dato ascolto, seppure, al contrario di quello che pronosticava l’avvocatessa, non sarebbe stato quello il passo falso che avrebbe determinato la sua caduta, che quella innocente corrispondenza segreta tale non era rimasta troppo a lungo, che Mariana Malavento, venendone incidentalmente a conoscenza e paventando un nuovo, disastroso coinvolgimento emotivo della figlia (nonché una cattiva pubblicità con ripercussioni negative sulle vendite dell’antologia di poesie di Jacopo Imperiale, pubblicate post mortem, e dei cui diritti d’autore Helga ne sarebbe presto stata la depositaria ), e così aveva provveduto a sequestrarle computer e cellulare, e tramite un ceffo prezzolato aveva diffidato Oliviero Piscopo ad intrattenere qualsiasi tipo di frequentazione con sua figlia

Eh sì, Mariana Malavento, da appassionata diffamatrice del genero s’era trasformata nella più fervente custode della sacralità della sua memoria, dal momento in cui si era impegnata con la casa editrice “La Zattera Del Poeta”  a rimanere in silenzio e non rilasciare interviste di nessun genere, pena la rescissione del favoloso contratto stipulato con l’impegno di scrivere insieme ad Helga (per la verità ancora all’oscuro di questa stipula)  una biografia, doppia e contrastante, del poeta Jacopo Imperiale. Fornendo così materiale per una futura sceneggiatura cinematografica.

Argomenti, questi, concretamente convincenti al fair play, e motivo unico per cui non era scattata nessuna denuncia, da parte di Mariana Malavento, nei confronti di Oliviero Piscopo, il quale, a dire il vero, di questo divieto di corrispondenza, alla fine, non ne aveva fatto un dramma, soprattutto dopo quel minaccioso diktat in cui gli si intimava di stare lontano da Helga,  che lo aveva molto spaventato e che trovava piena corrispondenza con il consiglio della sua avvocatessa.
La giovane vedova, in definitiva, non corrispondeva neanche al suo ideale di donna,  troppo cervellotica. Non ben definita, ecco. Da capire.
E di tempo di fermarsi a capire non ne aveva, e neppure troppo gli interessava, preso com’era a girare vorticosamente su quella giostra rutilante che era la sua nuova vita.
L’uomo non smentiva il personaggio.
Il personaggio non smentiva l’uomo.

Sulla ruota del criceto
Oliviero Piscopo aveva continuato ancora per un po’ a vorticare a velocità folle su quella che, a tutta prima, gli era parsa una gran giostra, invitando entusiasta anche gli altri a salirvi,
 senza avvedersi che la folla, invece, andava compattamente diradando facendogli il vuoto intorno. Sgomenti, avevano constato che quella che a tutta prima era sembrata una gran giostra, era in realtà solo la minuscola ruota nella gabbia di un criceto.
Solo Oliviero Piscopo non  s’era accorto di nulla, e ancora la cavalcava, ridendo a gola spiegata, menando, con le braccia e le gambe, fendenti all’aria, puerilmente cercando di catturare il vento e le scintille elettriche residue che, come punte incandescenti, gli voltolavano intorno, ad oscurare il sole.
… e il pitone già spalancava le fauci.

Giustizia è fatta

Guerra tra donne
Il processo mediatico a carico di Oliviero Piscopo aveva fatto da battistrada a quello celebrato poi nell’aula di giustizia, anche se stavolta il paese non s’era diviso tra innocentisti e colpevolisti, perché la vicenda  aveva in definitiva suscitato solo un tiepido coinvolgimento ed era stata seguita dall’opinione pubblica con la curiosità distaccata con cui si segue un film giallo in TV. Un giallo cervellotico, dalla trama nebulosa, confezionato ad hoc per ottenere il consenso della critica intellettuale piuttosto che quello della giuria popolare. Una di quella storie da cinema d’essai o teatro sperimentale: una rappresentazione noiosa, lenta, senza colpi di scena né personaggi memorabili,  tutta incentrata su tormenti interiori dei protagonisti, con pochi dialoghi e molti monologhi .
Seppure nel suo modesto cast, due primedonne s’erano da subito evidenziate, spintonandosi a vicenda per prendersi l’intera scena al fine di conseguire un premio qualsiasi, fosse pure il famigerato “Razzie Award for Worst  Actor”, l’Oscar per il peggior attore cinematografico. Mariana Malavento e l’Avvocatessa, che di loro stiamo parlando, che pure nelle anteprime avevano dignitosamente adempiuto al ruolo imposto dal copione, seppure in entrambe la credibilità del personaggio risultasse risibile, inconsistente. Astratta.
Alla fine il processo s’era trasformato in un duello fra le due donne: Mariana, bellissima, sfacciata, irruenta, i primi piani, e le battute principali erano tutti per lei.
 L’Avvocatessa, pregna di bruttezza e di talento, relegata in zone d’ombra e costretta a recitare un copione criptico, come è quello del codice penale, che lei ben conosceva a memoria e di cui egregiamente, in altri casi, se n’era avvalsa per i suoi obiettivi.  Meravigliosamente sapendosi districarsi nell’intricato sottobosco dei  paralogismi, sofismi, cavilli e sottigliezze, e tessere con quelli raffinate trappole  o, al contrario, con perizia usati per disinnescare ordigni che avrebbero potuto deflagrare nelle mani dei suoi assistiti. E, invece, stavolta, s’era sciaguratamente avventurata in un campo sconosciuto e a lei davvero poco congeniale, quello della competizione con un’altra donna, perdendo di vista il suo ruolo e la sua funzione, proponendosi  nelle vesti dell’avvocato d’accusa per Mariana Malavento anziché in quelle del difensore di Oliviero Piscopo.
E così un processo che facilmente in altri tempi avrebbe potuto concludere con un verdetto di assoluzione completa per il suo assistito, ora ignominiosamente rischiava di perdere.
E nel peggior modo.
Sta di fatto che in un momento di casuale, ritrovata lucidità, aveva visto il baratro in cui stava facendo precipitare Oliviero Piscopo, e proprio sull’orlo era riuscita a fermarsi, rimanendo aggrappata con tutte le sue forze residue all’arboscello del “delitto colposo”.
Una sconfitta quella, la prima della sua carriera, ancor più inaccettabile perché sinceramente convinta dell’innocenza del suo patrocinato.

Nelle storie postume dei protagonisti
 Oliviero Piscopo quella condanna non l’aveva presa affatto bene, che pure aveva creduto nelle grandi doti dell’avvocatessa senza mai dubitare per un istante della sua onnipotenza, e così alla lettura della sentenza, dopo lo stadio dell’annichilimento, contro di lei rabbiosamente aveva inveito, e contro quel mondo che pure lo aveva illuso di una possibilità di rinascita ed ora, dopo la fantasmagoria di quell’inganno, si riprendeva indietro tutto. E con salatissimi interessi.

- Avete avuto il vostro colpevole.
Il commento amaro del commissario Sangemini al PM, subito dopo il verdetto. Altre dichiarazioni non ne aveva volute fare, che quello che lui davvero pensava non avrebbe potuto dirlo per non contravvenire al suo ruolo. Né mettere in discussione quello della giustizia.

Helga, nel chiuso della sua stanza e della sua mente, aveva iniziato a ritagliare e collezionare in un collage foto ed articoli riguardanti Oliviero Piscopo. Con le stesse forbici poi  andava tagliuzzandosi le braccia.

Mariana… Mariana, quasi che fosse ora lei la vedova del poeta Jacopo Imperiale, andava presenziando iniziative e organizzando tributi in memoria del genero, proponendosi come la vestale delle sue memorie e della sua opere. In attesa di pubblicare quella sua, imminente, controversa biografia che pure già gravava minacciosa, al pari di una bomba nucleare, nell’universo della poesia.

La casa editrice “La Zattera del Poeta” cavalcava l’onda  della rinnovata notorietà di cui andava godendo l’opera postuma di Jacopo Imperiale, quello stesso che, ancora in vita, aveva rischiato di essere definitivamente cancellato dai loro cataloghi perché le sue opere non esercitavano più attrattiva. Non si vendevano.

L’anonimo balbuziente aveva seguito ogni fase del processo con morbosità e frustrazione, sentendosi defraudato di quella parte interpretativa all’interno della storia che pure gli spettava di diritto e che invece, in virtù della scelta di rimanere sconosciuto,  aveva lasciato vuota.

L’avvocatessa, dopo questa sconfitta aveva seriamente pensato di ritirarsi dall’avvocatura, schiacciata dal senso di colpa di non avere evitato la galera all’unico vero innocente fra tutti i suoi assistiti. Le parole di rabbia di Oliviero Piscopo continuavano a risuonarle nelle orecchie, incubo notturno e diurno da cui non aveva scampo. Avrebbe ristudiato le carte e inoltrato appello per la revisione del processo. Ben sapeva che s’accingeva al difficile compito di  riconquistare la fiducia del suo patrocinato. E verso se stessa.

 Come sono andate realmente le cose 

Arrivederci all’inferno
Jacopo Imperiale si era recato, come convenuto, presso i cancelli, a quell'ora chiusi, del Parco Comunale, e lei era già lì ad attenderlo, clandestina in un incavo d'ombra, vestita di una guaina di latex nero che completamente la fasciava, le mani guantate, un cappuccio che le copriva il volto e le nascondeva i capelli.
In tutto quel nero rilucevano solo i suoi splendidi occhi di tigre.

- Sei la donna più bella del mondo. Da quando ti ho ritrovata non faccio altro che pensare a te -
le aveva sussurrato eccitato il poeta, traendola a se.

E già la gustava nella sua interezza di gambe, di fianchi, di seni e di vulva.
Lei, allora, lo aveva avvolto nel suo abbraccio fatale, affinché lui non vedesse la lama, ma sentisse solo la sua voce che gli soffiava nell'orecchio il suo freddo messaggio di morte: arrivederci all'inferno, bastardo.
Poi, l'affondo letale.

Questa è una storia in cui nessuno ha mentito
 Se l'esame autoptico avesse potuto rilevare l'eco di quel sussurro nell'orecchio del poeta, ecco, si sarebbe facilmente giunti al nome dell'assassino. Una voce è un indizio tangibile su cui lavorare con l'ausilio di apparecchiature sofisticate in grado di rilevare toni ed accenti, stabilire una nazionalità e forse anche il grado di cultura, ed in base a tutto questo trarne, con buona approssimazione, una sorta d'identikit.
Tutto così semplice, che la voce dell'assassina  non sarebbe risultata neppure contraffatta.
Sapremmo da subito, e con certezza assoluta, che ad uccidere Jacopo Imperiale è stata una donna venuta dal passato,  che solo nell'ultimo atto di questo dramma s'è affacciata alla ribalta, senza però mostrarsi, ma per dare beffarda conferma della sua presenza e della sua innegabile abilità.
Lei, l'assassina, si è riservata una sola scena e una sola battuta.
Ma sufficienti per passare alla storia.