Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

sabato 7 aprile 2018

Strategia Esistenziale

Ci si nasconde, a volte, solo per essere diversamente visibili.
E quasi mai si tratta di un gioco.

(Amaranta - link fb)

sabato 31 marzo 2018

Requiem per un poeta: il capitolo finale



"Requiem per un poeta" è un racconto che risale al 2011, e che per tutti questi anni avevo decretato compiuto, seppure con un non finale, tipico di molte mie storie.
Un giallo con molta poca azione e molte elucubrazioni: un canovaccio che molto mi somiglia.
Più che un poliziesco sarebbe più opportuno definirlo "un caso di mala giustizia".

E' accaduto poi che un amico, leggendolo, con molto garbo e argomentazioni incontrovertibili, mi ha dimostrato la sua incompiutezza.
Ho dovuto dargli ragione, e così ci ho rimesso mano aggiungendo questo 13° capitolo che definitivamente sancisce la storia, di cui non ho rimaneggiato i paragrafi scritti in precedenza, (tranne alleggerire quello iniziale di un inciso superfluo) per rispetto a chi aveva, all'epoca, commentato.

Gli ultimi due paragrafi "Arrivederci all'inferno " e "Questa è una storia in cui nessuno ha mentito", che concludono il racconto, sono gli stessi con cui al 12° capitolo terminava la storia nel 2011.
Il finale è quindi lo stesso.
Non ho modificato la data, seppure al solo scopo d'integrare quest'ultimo capitolo ai precedenti
...anche se ora è condannato a stazionare, come un corpo alieno, solitario e sperduto, in questa area del mio blog.

venerdì 30 marzo 2018

Requiem per un poeta (capitolo 13)



Le “non verità” della giustizia 
Ma era nel presente che si reclamava a gran voce un colpevole: lo esigevano i media e la cultura e il popolo, ed infine Erato, la musa della poesia.

Ma, soprattutto, lo esigeva la giustizia.
Non ci si poteva tappare le orecchie e fingere di non sentire quella richiesta che dal sottofondo presto sarebbe montata in fragore.
 Con questa metafora, il PM aveva esortato il  commissario Sangemini a procedere più celermente, a rivalutare indizi ed alibi, che pure prove concrete per incriminare Oliviero Piscopo, ce ne erano, e ben solide. Circostanziali.
- Manca il movente - aveva ribadito Sangemini.
- Il movente può essere anche nella provocazione: una parola, o un gesto fuori posto. Sa benissimo, commissario, che si uccide anche per futili motivi.
Il tono del PM era annoiato, si capiva che non vedeva l'ora di chiudere il caso.
- Ma non si può asserire un capo d'accusa basandosi su un presupposto! Non c'è nessuno a testimoniare di un ipotetico battibecco tra i due, sfociato poi in tragedia. Piuttosto credo che le cose siano andate esattamente come Oliviero Piscopo le ha raccontate - aveva esclamato esasperato Sangemini.
- Ad ogni modo è l'unico indiziato, inchiodato da quelle che potremmo considerare prove circostanziali, quali le impronte digitali, il dna e la sciarpa sporca di sangue. Non ha testimoni che possano giurare sulla sua permanenza effettiva alla festa, e la signora con la quale ha insinuato di aver avuto rapporti intimi lo ha querelato. Eppoi la telefonata dell'anonimo, col prezioso dettaglio della sciarpa bianca sporca di sangue, quella appartenente ad Oliviero Piscopo, che come lui stesso ha confessato avrebbe voluto distruggere prima di fuggire. Di prove ce ne sono a sufficienza per una sua incriminazione. Ed è in questo senso che intendo procedere. Oggi stesso ne metterò al corrente il GIP - aveva concluso asciutto il PM.

Tante piccole, fragili, verità formali, invece dell’unica, sostanziale, definitiva e cristallina.
Non era questa l'idea di giustizia perseguita dal commissario Sangemini.

Il pitone e il topolino
Ma pur bisognava saziare la voracità dell’opinione pubblica, e per farlo si sarebbe ricorso, anche stavolta, alla collaudata, iniqua strategia, di dare in pasto al pitone affamato un topolino vivo.
Non uno qualsiasi, però, ma quello più alla portata, pescato a caso fra i tanti ammassati nella scatola di cartone. Un destino, questo suo, ancor più esecrabile, perché unicamente determinato dalla casualità, che se il topolino si fosse trovato posizionato in maniera diversa in quel perimetro, anche di soli pochi centimetri, sarebbe scampato a quell’orribile sorte.

Ad Oliviero Piscopo sarebbe toccata, dunque,  la sorte del topolino, della vittima sacrificale che la giustizia, in stato di necessità, avrebbe immolato, con fredda consapevolezza, sul proprio altare.
Una beffa madornale ora che la ruota della fortuna aveva finalmente iniziato a girare dalla sua parte in quel vorticoso crescendo che lo vedeva protagonista sulle pagine dei giornali e dei talk show più popolari, dove andava consolidando quella sua immagine di artista sbandato e maledetto, che pure tanto affascinava il pubblico, soprattutto quello femminile. Destandone la tenerezza e la simpatia.

Una innocente corrispondenza segreta
Perfino la timidissima Helga Malavento ne era rimasta contagiata, non ravvisando in quell’uomo dall’aspetto stropicciato, tipico dei nottambuli impenitenti, le stimmate dell’assassino, ma piuttosto la debolezza dell’autolesionista, sintomatologia di cui lei stessa soffriva.
Così, aveva preso coraggio, e gli aveva scritto una lettera di carta, come si usava un tempo, perché l’indirizzo mail non lo aveva, mentre quello abitativo, invece, era di dominio pubblico.

Oliviero Piscopo era rimasto sorpreso da quella lettera, dal nome del mittente e dal suo tono amichevole, perfino tenero, seppure in alcuni passaggi criptico. Adolescenziale.
 Le aveva risposto, nonostante il parere contrario dell’avvocatessa, che ben temeva che questa corrispondenza, se scoperta, potesse essere usata contro di lui. Anzi, perfino sospettando che potesse far parte di un piano atto ad  incastrarlo, con la complicità, consapevole o meno, di Helga Malavento.

- Ci scriveremo tramite mail, che poi cancelleremo – aveva detto Oliviero Piscopo.
- In rete è tutto rintracciabile. Segua il mio consiglio e tronchi questo carteggio. A lei non serve e neppure alla giovanissima vedova. Non complichi una situazione già molto complicata.
- Ma Helga è dalla mia parte. Crede alla mia innocenza – aveva obiettato lui
- Anche io. Per questo non deve più scriverle – la risposta categorica dell’avvocatessa.

Consiglio di buon senso a cui però lui non aveva dato ascolto, seppure, al contrario di quello che pronosticava l’avvocatessa, non sarebbe stato quello il passo falso che avrebbe determinato la sua caduta, che quella innocente corrispondenza segreta tale non era rimasta troppo a lungo, che Mariana Malavento, venendone incidentalmente a conoscenza e paventando un nuovo, disastroso coinvolgimento emotivo della figlia (nonché una cattiva pubblicità con ripercussioni negative sulle vendite dell’antologia di poesie di Jacopo Imperiale, pubblicate post mortem, e dei cui diritti d’autore Helga ne sarebbe presto stata la depositaria ), e così aveva provveduto a sequestrarle computer e cellulare, e tramite un ceffo prezzolato aveva diffidato Oliviero Piscopo ad intrattenere qualsiasi tipo di frequentazione con sua figlia

Eh sì, Mariana Malavento, da appassionata diffamatrice del genero s’era trasformata nella più fervente custode della sacralità della sua memoria, dal momento in cui si era impegnata con la casa editrice “La Zattera Del Poeta”  a rimanere in silenzio e non rilasciare interviste di nessun genere, pena la rescissione del favoloso contratto stipulato con l’impegno di scrivere insieme ad Helga (per la verità ancora all’oscuro di questa stipula)  una biografia, doppia e contrastante, del poeta Jacopo Imperiale. Fornendo così materiale per una futura sceneggiatura cinematografica.

Argomenti, questi, concretamente convincenti al fair play, e motivo unico per cui non era scattata nessuna denuncia, da parte di Mariana Malavento, nei confronti di Oliviero Piscopo, il quale, a dire il vero, di questo divieto di corrispondenza, alla fine, non ne aveva fatto un dramma, soprattutto dopo quel minaccioso diktat in cui gli si intimava di stare lontano da Helga,  che lo aveva molto spaventato e che trovava piena corrispondenza con il consiglio della sua avvocatessa.
La giovane vedova, in definitiva, non corrispondeva neanche al suo ideale di donna,  troppo cervellotica. Non ben definita, ecco. Da capire.
E di tempo di fermarsi a capire non ne aveva, e neppure troppo gli interessava, preso com’era a girare vorticosamente su quella giostra rutilante che era la sua nuova vita.
L’uomo non smentiva il personaggio.
Il personaggio non smentiva l’uomo.

Sulla ruota del criceto
Oliviero Piscopo aveva continuato ancora per un po’ a vorticare a velocità folle su quella che, a tutta prima, gli era parsa una gran giostra, invitando entusiasta anche gli altri a salirvi,
 senza avvedersi che la folla, invece, andava compattamente diradando facendogli il vuoto intorno. Sgomenti, avevano constato che quella che a tutta prima era sembrata una gran giostra, era in realtà solo la minuscola ruota nella gabbia di un criceto.
Solo Oliviero Piscopo non  s’era accorto di nulla, e ancora la cavalcava, ridendo a gola spiegata, menando, con le braccia e le gambe, fendenti all’aria, puerilmente cercando di catturare il vento e le scintille elettriche residue che, come punte incandescenti, gli voltolavano intorno, ad oscurare il sole.
… e il pitone già spalancava le fauci.

Giustizia è fatta

Guerra tra donne
Il processo mediatico a carico di Oliviero Piscopo aveva fatto da battistrada a quello celebrato poi nell’aula di giustizia, anche se stavolta il paese non s’era diviso tra innocentisti e colpevolisti, perché la vicenda  aveva in definitiva suscitato solo un tiepido coinvolgimento ed era stata seguita dall’opinione pubblica con la curiosità distaccata con cui si segue un film giallo in TV. Un giallo cervellotico, dalla trama nebulosa, confezionato ad hoc per ottenere il consenso della critica intellettuale piuttosto che quello della giuria popolare. Una di quella storie da cinema d’essai o teatro sperimentale: una rappresentazione noiosa, lenta, senza colpi di scena né personaggi memorabili,  tutta incentrata su tormenti interiori dei protagonisti, con pochi dialoghi e molti monologhi .
Seppure nel suo modesto cast, due primedonne s’erano da subito evidenziate, spintonandosi a vicenda per prendersi l’intera scena al fine di conseguire un premio qualsiasi, fosse pure il famigerato “Razzie Award for Worst  Actor”, l’Oscar per il peggior attore cinematografico. Mariana Malavento e l’Avvocatessa, che di loro stiamo parlando, che pure nelle anteprime avevano dignitosamente adempiuto al ruolo imposto dal copione, seppure in entrambe la credibilità del personaggio risultasse risibile, inconsistente. Astratta.
Alla fine il processo s’era trasformato in un duello fra le due donne: Mariana, bellissima, sfacciata, irruenta, i primi piani, e le battute principali erano tutti per lei.
 L’Avvocatessa, pregna di bruttezza e di talento, relegata in zone d’ombra e costretta a recitare un copione criptico, come è quello del codice penale, che lei ben conosceva a memoria e di cui egregiamente, in altri casi, se n’era avvalsa per i suoi obiettivi.  Meravigliosamente sapendosi districarsi nell’intricato sottobosco dei  paralogismi, sofismi, cavilli e sottigliezze, e tessere con quelli raffinate trappole  o, al contrario, con perizia usati per disinnescare ordigni che avrebbero potuto deflagrare nelle mani dei suoi assistiti. E, invece, stavolta, s’era sciaguratamente avventurata in un campo sconosciuto e a lei davvero poco congeniale, quello della competizione con un’altra donna, perdendo di vista il suo ruolo e la sua funzione, proponendosi  nelle vesti dell’avvocato d’accusa per Mariana Malavento anziché in quelle del difensore di Oliviero Piscopo.
E così un processo che facilmente in altri tempi avrebbe potuto concludere con un verdetto di assoluzione completa per il suo assistito, ora ignominiosamente rischiava di perdere.
E nel peggior modo.
Sta di fatto che in un momento di casuale, ritrovata lucidità, aveva visto il baratro in cui stava facendo precipitare Oliviero Piscopo, e proprio sull’orlo era riuscita a fermarsi, rimanendo aggrappata con tutte le sue forze residue all’arboscello del “delitto colposo”.
Una sconfitta quella, la prima della sua carriera, ancor più inaccettabile perché sinceramente convinta dell’innocenza del suo patrocinato.

Nelle storie postume dei protagonisti
 Oliviero Piscopo quella condanna non l’aveva presa affatto bene, che pure aveva creduto nelle grandi doti dell’avvocatessa senza mai dubitare per un istante della sua onnipotenza, e così alla lettura della sentenza, dopo lo stadio dell’annichilimento, contro di lei rabbiosamente aveva inveito, e contro quel mondo che pure lo aveva illuso di una possibilità di rinascita ed ora, dopo la fantasmagoria di quell’inganno, si riprendeva indietro tutto. E con salatissimi interessi.

- Avete avuto il vostro colpevole.
Il commento amaro del commissario Sangemini al PM, subito dopo il verdetto. Altre dichiarazioni non ne aveva volute fare, che quello che lui davvero pensava non avrebbe potuto dirlo per non contravvenire al suo ruolo. Né mettere in discussione quello della giustizia.

Helga, nel chiuso della sua stanza e della sua mente, aveva iniziato a ritagliare e collezionare in un collage foto ed articoli riguardanti Oliviero Piscopo. Con le stesse forbici poi  andava tagliuzzandosi le braccia.

Mariana… Mariana, quasi che fosse ora lei la vedova del poeta Jacopo Imperiale, andava presenziando iniziative e organizzando tributi in memoria del genero, proponendosi come la vestale delle sue memorie e della sua opere. In attesa di pubblicare quella sua, imminente, controversa biografia che pure già gravava minacciosa, al pari di una bomba nucleare, nell’universo della poesia.

La casa editrice “La Zattera del Poeta” cavalcava l’onda  della rinnovata notorietà di cui andava godendo l’opera postuma di Jacopo Imperiale, quello stesso che, ancora in vita, aveva rischiato di essere definitivamente cancellato dai loro cataloghi perché le sue opere non esercitavano più attrattiva. Non si vendevano.

L’anonimo balbuziente aveva seguito ogni fase del processo con morbosità e frustrazione, sentendosi defraudato di quella parte interpretativa all’interno della storia che pure gli spettava di diritto e che invece, in virtù della scelta di rimanere sconosciuto,  aveva lasciato vuota.

L’avvocatessa, dopo questa sconfitta aveva seriamente pensato di ritirarsi dall’avvocatura, schiacciata dal senso di colpa di non avere evitato la galera all’unico vero innocente fra tutti i suoi assistiti. Le parole di rabbia di Oliviero Piscopo continuavano a risuonarle nelle orecchie, incubo notturno e diurno da cui non aveva scampo. Avrebbe ristudiato le carte e inoltrato appello per la revisione del processo. Ben sapeva che s’accingeva al difficile compito di  riconquistare la fiducia del suo patrocinato. E verso se stessa.

 Come sono andate realmente le cose 

Arrivederci all’inferno
Jacopo Imperiale si era recato, come convenuto, presso i cancelli, a quell'ora chiusi, del Parco Comunale, e lei era già lì ad attenderlo, clandestina in un incavo d'ombra, vestita di una guaina di latex nero che completamente la fasciava, le mani guantate, un cappuccio che le copriva il volto e le nascondeva i capelli.
In tutto quel nero rilucevano solo i suoi splendidi occhi di tigre.

- Sei la donna più bella del mondo. Da quando ti ho ritrovata non faccio altro che pensare a te -
le aveva sussurrato eccitato il poeta, traendola a se.

E già la gustava nella sua interezza di gambe, di fianchi, di seni e di vulva.
Lei, allora, lo aveva avvolto nel suo abbraccio fatale, affinché lui non vedesse la lama, ma sentisse solo la sua voce che gli soffiava nell'orecchio il suo freddo messaggio di morte: arrivederci all'inferno, bastardo.
Poi, l'affondo letale.

Questa è una storia in cui nessuno ha mentito
 Se l'esame autoptico avesse potuto rilevare l'eco di quel sussurro nell'orecchio del poeta, ecco, si sarebbe facilmente giunti al nome dell'assassino. Una voce è un indizio tangibile su cui lavorare con l'ausilio di apparecchiature sofisticate in grado di rilevare toni ed accenti, stabilire una nazionalità e forse anche il grado di cultura, ed in base a tutto questo trarne, con buona approssimazione, una sorta d'identikit.
Tutto così semplice, che la voce dell'assassina  non sarebbe risultata neppure contraffatta.
Sapremmo da subito, e con certezza assoluta, che ad uccidere Jacopo Imperiale è stata una donna venuta dal passato,  che solo nell'ultimo atto di questo dramma s'è affacciata alla ribalta, senza però mostrarsi, ma per dare beffarda conferma della sua presenza e della sua innegabile abilità.
Lei, l'assassina, si è riservata una sola scena e una sola battuta.
Ma sufficienti per passare alla storia.

giovedì 29 marzo 2018

Cagliostro: i pensieri segreti di un gatto

Cagliostro: i pensieri segreti di un gatto (in 363 battute, che è il numero di parole usate per entrambi i racconti)
Un racconto doppio, da un idea di Angelo Fabbri e scritto in collaborazione con lui.


Ad Angelo 
al quale vanno tutti i miei più sinceri ed entusiastici ringraziamenti.


"Cagliostro" di Migiani Marilena: ironico, psicologico, manipolatore


Io e lei siamo in sintonia, non proprio come lei vorrebbe ma nelle modalità da me stabilite, consapevole che  le donne bisogna tenerle sempre un po’ in sospeso, sulla corda, che a mostrarsene troppo attratti si rischia di  ritrovarsi con quella corda al collo, o al dito, stretta come una vera nuziale. Io però questo rischio non lo corro perché apparteniamo a razze diverse, seppure come è nella natura congenita delle donne costantemente mi tenta con la trappola al miele delle seduzioni: attrattive (bocconcini, croccantini, snack gran gourmet), ammaliatrici (bacini, grattini, affettuosità a gogò, nomignoli strampalati sussurrati con voce da innamorata) corruttive (palline di ogni dimensione e colore, piccoli giochi felini, e le sue stesse mani). Adoro questo suo gran da fare esclusivamente per compiacermi, e così magnanimamente la illudo di esercitare un qualche potere, concedendomi al suo amore, ovviamente nei modi e nei momenti a me più consoni: reclamando, con insistenza, la sua attenzione, soprattutto quando è intenta al computer, sulla cui tastiera non disdegno esibirmi in una provocatoria passerella, con lei che a tutta prima mostra d’essere in collera per questa mia sfacciataggine e poi, invece, mi prende fra le  braccia e mi coccola, scusandosi perfino di quella sua troppo lunga distrazione nei miei confronti. Non ce la fa proprio ad essere arrabbiata con me. Anche quando è sul divano, intenta a leggere o guardare la tv, e allora io inizio a giocare coi suoi capelli, glieli ingarbuglio tirando via laccetti e mollettine, e lei  ride divertita, fiera che io sia così ardito e sicuro del mio appeal, da prendermi la temeraria confidenza di spettinarla senza tema di rappresaglia. Quando su quello stesso divano poi s’addormenta, mi acciambello su di lei e m’addormento anch’io, lasciandomi cullare dal ritmo del suo respiro e avvolgere dal calore del suo corpo che materno mi accoglie con una carezza amorevole e l’offerta di un lembo di coperta. Adoro questa nostra complicità anche se non glielo dirò mai, perché l’amore deve essere vissuto come una meravigliosa, e mai scontata conquista, da rinnovarsi con entusiasmo ad ogni risveglio e ad ogni bacio della buonanotte.
Insegnare l’amore: è la missione che Dio ha affidato a noi gatti.



"Cagliostro" di Angelo Fabbri: dark, misterioso, notturno


Conte Cagliostro del Vlad


La notte è il mio momento.
Quando le luci si spengono e anche le televisioni tacciono, quando I rumori degli uomini si stemperano sotto il grande manto scuro, quando solo i radi lampioni della strada tentano invano di lacerare il buio con la loro fioca luce, allora, solo allora io mi ridesto.
Infinite leggende sono state scritte su di me: «creatura notturna» mi chiamava il Poeta, «angelo della notte» un innamorato respinto, «messaggero del demonio» un ignorante fanatico nei suoi medievali deliri, ma io non sono niente di tutto questo.
Io sono il padrone della notte, l’ombra che silenziosa s’insinua in ogni cosa, in ogni angolo delle vostre case. Io sono colui che conosce ogni segreto e che vede scorrere davanti ai suoi occhi la vita e la morte, e mai giudica, mai muta la fredda luce dei suoi occhi.
Nomen omen, e mai locuzione fu più appropriata, perché il Latino che la inventò forse non conosceva la magia dei numeri ma sapeva leggere nelle stelle e nell’animo umano, e prestava attenzione alle sue azioni.
Così io, che del Grande Mago assunsi il nome, tanto vituperato dagli ignoranti quanto glorificato da chi conobbe gli arcani e I loro mistici segreti, io vivo nelle vostre case una pigra vita giornaliera, ma di notte spalanco le mie pupille come gialli fanali che sanno scrutare dentro ogni più riposto segreto e vengo da voi, che dormite sonni tranquilli o agitati, o respirate piano.
Allora, camminando con movimenti felpati, scivolo silenzioso sui vostri letti, sui vostri cuscini, e mi adagio vicino ai vostri corpi immoti, sì che sentiate il mio morbido calore avvolgere le vostre membra e i vostri pensieri. E scivolo silenzioso dentro ai vostri sogni, percorro in perfetto equilibrio le intricate vie dei vostri pensieri e con la pazienza di mille e mille anni, la pazienza di chi già era padrone del mondo onirico al tempo dei signori delle grandi piramidi, mescolo speranze e desideri, ricompongo disperazioni, lacero I più ingrovigliati conflitti e carezzo con I miei morbidi polpastrelli i dolori di ognuno di voi, così da lenirli e restituirvi vivi al nuovo giorno.
Io, che sono Cagliostro, il nero compagno delle vostre giornate.

lunedì 19 marzo 2018

Il mestiere di scrivere


Allora, mi toccherà fare il punto della situazione riguardo "Rebecca" la mia incompiuta, da troppo tempo ferma al 27° capitolo, che l'idea sarebbe quella di farne un libriccino, ma prima ancora di riprenderne la trama, al contrario del mio consueto modus operandi che non si avvale di un canovaccio, ma piuttosto si affida alle intuizioni del momento, iniziare a tracciare un percorso su cui indirizzare la storia.

Ma il tempo dove lo trovo?
Perché me ne occorre sempre tanto per buttar giù anche poche righe, e quello mai bastante per la ricerca.
...e poi le energie mentali, in questo periodo sono davvero scarse, spese per lo più ad assicurare me stessa sulla possibilità di sfangarla su quel mio futuro che si prospetta alquanto nebuloso.
Così, non riesco più, come un tempo, a rifugiarmi nella scrittura, unico strumento in grado di controbilanciare la mia instabilità emotiva, ed impedire che sfoci di nuovo nella depressione.

Lo spettro del futuro sta avendola vinta su quella che fino a qualche tempo fa era la mia risorsa vincente: la fantasia
...anche se in realtà in tutti questi anni di scrittura ho prodotto davvero molto poco, e alla rinfusa, senza schemi e con raccordi fortuiti, in quella correlazione tra il mio mondo virtuale e quello reale, e così, se voglio fare un ultimo tentativo per dare un senso a tutto questo, devo darmi una disciplina, seguire uno schema, soprattutto non imbrogliare con me stessa, evitando quegli escamotage puerili che sempre metto in atto per giustificare ai miei stessi occhi quella mia endemica mancanza di costanza, di abnegazione nel perseguire coerentemente lo scopo.

Devo imparare anche un uso più corretto del computer, le possibilità che i software ad hoc offrono in tale ambito, in definitiva  agevolazioni che possono contribuire ad alleviare la fatica dello scrivere
...perché la scrittura è fatica, e ancor di più lo è se la tua mente è in balia di problemi esistenziali, con l'aggravamento dall'insonnia, ormai una costante nella mia vita
...e da quel mio pessimismo congenito, il cui risultato finale è l'azzeramento di ogni prospettiva
Marilena

mercoledì 14 marzo 2018

Incontri



 MORRIS E GERARDINE
(insonnia)

Nulla è di più devastante di una notte insonne, aveva decretato Morris a voce alta, seppure nella sua stanza d'albergo non ci fosse nessuno. Poi era uscito sul balcone a fumarsi una sigaretta consolatoria in attesa dell'arrivo del giorno, e più tardi, dell'arrivo del treno che lo avrebbe ricondotto a casa. Scacciò quel pensiero, che pure lo inquietava, cercando motivi di distrazione nel panorama che si mostrava ancora in chiaroscuro. Spense la sigaretta respingendo la tentazione di accenderne un'altra, e dopo essersi infilato il cappotto sul pigiama scese nella hall, con la prospettiva di un caffè, caso mai il bar fosse già aperto.
Ma il bar, come prevedibile, era ancora chiuso.
Cosa pagherei per un caffè! aveva esclamato a voce alta.
- C'è un piccolo bar in fondo alla strada, apre prestissimo, per i passeggeri e il personale ferroviario.
La voce della donna lo aveva colto di sorpresa, convinto com'era d'esser solo, e nella penombra che permeava la sala, non aveva fatto caso alla sua presenza.
- Ho la pessima abitudine di pensare a voce alta - Aveva risposto, ridendo, Morris
- Anch'io, nel sonno. E credo questo sia anche peggio - Aveva ribattuto, tra il serio e il faceto, la sconosciuta
- Ho voglia anche io di un caffè, possiamo andare insieme - Aveva proposto la donna
Questo approccio così diretto lo aveva un po destabilizzato: di solito era lui a fare la prima mossa
- Con piacere. Devo però tornare in camera e vestirmi, non vorrei dare scandalo uscendo in pigiama -
- E chi ci baderà? Troppo tardi per la notte e troppo presto per il giorno: il cappotto sul pigiama è l'abbigliamento giusto - Aveva replicato la sconosciuta uscendo dall'ombra.
- Io sono Gerardine, piacere di conoscerti -
- Morris - Aveva risposto lui, tendendole la mano, un po impacciato
- Allora andiamo? Devi però spingere tu, che la strada è dissestata e da sola rischierei di cappottarmi -
E così s'erano avviati, con Morris a spingere la sedia a rotelle su cui lei sedeva
- Non è distante, e il caffè è ottimo -
Le promesse di Gerardine s'erano rivelate tutte vere: per strada non avevano incontrato anima viva, il piccolo bar aperto e il caffè davvero squisito
- Buono, vero? I proprietari sono Italiani. Tutte le volte che torno qui una capatina è per me d'obbligo. Siamo diventati amici senza neppure mai esserci scambiati una confidenza. Roberto, il loro figlio, mi viene sempre premurosamente incontro facendomi spazio tra i tavolini. Di solito mi riserva questo stesso posto dove ora sediamo, il mio preferito, ma solo perché il più comodo da raggiungere. Questo mi fa sentire a casa, dove ognuno ha il suo posto, il suo spazio. Confortante, come essere in famiglia. Io sono "la giovane signora sulla sedia a rotelle" e loro "una gentile famiglia italiana". Tra noi c'è rispetto, cordialità e un affetto discreto: non occorre altro per un'amicizia -
- Non hai paura, sulla base di questi pochi indizi, di fidarti delle persone, o degli sconosciuti, come me? - E così dicendo Morris aveva mimato un'espressione truce che l'aveva fatta ridere
- Non rimane per troppo tempo sconosciuto chi pensa a voce alta - Aveva replicato lei, ancora ridendo
- A volte, invece, molto meglio sarebbe rimanere sconosciuti. O limitarsi ad un rapporto di superficie, senza esplorare il fondo. Perché da quel fondo può accadere di non riuscire più ad emergere - Aveva ribadito Morris, con amarezza
- Io ne sono emersa...nonostante l'ingombro di questa zavorra -
Il riferimento alla sedia a rotelle era chiaro
- Insegnami come si fa. Come si fa a morire e poi rinascere? - E subito dopo aveva detto: scusami.
- Non devi scusarti di nulla - E gli aveva sorriso
- Sei bellissima. E quando sorridi, addirittura splendi. Questo, di solito, al primo incontro con una donna, mi limito solo a pensarlo. - L'imbarazzo di Morris era sincero.
- Allora stavi pensando a voce alta - La voce di Gerardine era morbida, con tante sfumature dentro.
- Hai la risposta sempre pronta, tu! - Aveva esclamato lui
- Non potrebbe essere diversamente visto che sono un avvocato -
Allora Morris, ridendo, aveva alzato le mani in segno di resa.

- Tra due d'ore salirò su un treno, e quando sarò giunto a destinazione dovrò prendere una decisione davvero difficile - Le aveva confidato Morris al momento del commiato
- E non vorrei dover prendere nessun treno. E nessuna decisione -
 - Fumi? - le aveva chiesto poi offrendole una sigaretta
Erano rimasti a fumare sul marciapiede dell'albergo, in silenzio, per un lungo momento isolati nei propri pensieri.
- Ma dovrai farlo se non hai altra scelta - Gerardine aveva infine rotto quel silenzio
- Non prendere quel treno sarebbe l'alternativa - La voce di Morris era incerta, colma di stanchezza
- Se ci fosse stata quell'alternativa non avresti trascorso la notte insonne, smaniando all'alba per un caffè. Salirai su quel treno perché quella decisione così difficile l'hai già presa. Non sempre ci è dato di scegliere - Quest'ultima frase Gerardine l'aveva pronunciata in un sussurro, come parlando a se stessa
-  Si, prenderò quel treno e farò ciò che deve essere fatto, anche se questo non mi fa star meglio - Aveva concluso Morris con un sospiro
- Non starai meglio ma starai in pace. O forse neppure. Nessuna certezza -
- Nessuna certezza. Ma quella di poterti rivedere, quella si... mi piacerebbe averla -
- Non hai più paura di esplorare il fondo?- Aveva domandato lei guardandolo negli occhi
- Un rischio che voglio correre -  Morris, aveva ribadito, ricambiando il suo sguardo
Gerardine allora gli aveva porto un cartoncino col suo numero di cellulare
- Grazie - Aveva sussurrato Morris, e sfiorandole il viso con una carezza, aveva detto: a presto
Con quel bigliettino stretto tra le mani si sentiva pronto ad affrontare quel suo viaggio.
Pronto ad esplorare il fondo.


GIULIA E MOHAMMED
(razza lunare)

La cagnolina, dall'altro lato della strada, l'aveva intercettata e, incurante delle auto che sfrecciavano veloci, d'un balzo l'aveva raggiunta, miracolosamente incolume, per rimanere poi avvinghiata alle caviglie di Giulia
- Venus. Venus. Venus - La donna, andava ripetendo all'infinito questo nome, mentre la cagnetta si esibiva in una sorta di folle, entusiastica, bizzarra, danza d'amore.
- E' tua? - La voce dell'uomo l'aveva colta di sorpresa, non si era accorta nemmeno della sua presenza, e neppure dello spago annodato, a mò di guinzaglio, al collo di Venus.
- E' mia! - Aveva risposto Giulia sulla difensiva, guardando in faccia l'uomo, un arabo. O almeno quella le era sembrata l'etnia di appartenenza.
- Ti stava cercando.Sono giorni che ti cerchiamo - Il tono di lui era gentile, pacato, in ottimo italiano, mentre scioglieva dal collo dell'animale lo spago/guinzaglio, e Venus, con gratitudine, gli andava lappando la mano.
- Dove eri finita,Venus? Dove l'hai trovata? - Aveva chiesto poi all'uomo
- Di preciso non so, mi sono accorto, però, che mi seguiva alla distanza, ma era sempre sui miei passi. E allora l'ho presa con me. Che non fosse una randagia questo l'ho capito subito: ben nutrita e pulita, e si fidava delle persone. Si è fidata anche di me - E in questa sua ultima frase, Giulia, aveva colto una punta d'ironia.
- Io sono Mohammed - Le aveva porto, sorridendo, la mano
- Giulia - Aveva risposto lei, stringendo quella mano per dovere di cortesia.
- Allora, Venus, missione compiuta! - S'era chinato per una carezza a cui la cagnolina aveva risposto scodinzolando mesta, quasi avesse capito l'addio imminente.
- Cosa posso fare per sdebitarmi? - La voce di Giulia era incerta
- Tenerla d'occhio e non farla più fuggire. Ho anch'io un cane, Samir, il cui significato è "compagno di confidenze notturne" - Mohammed aveva pronunciato il nome del suo cane con tenerezza, e poi aveva proseguito - L'ho chiamato così perché di notte scrivo e lui mi fa compagnia. Gli parlo della trama dei miei racconti e lui mi ascolta, scodinzola se gli piace, altrimenti guaisce. Avrei voluto portarlo con me, ma poi l'ho lasciato a casa, a Rabat, li è al sicuro. Razza lunare, anche lui, come Venus. Sono i migliori - Aveva aggiunto col pollice alto
Giulia ora guardava in maniera diversa il suo interlocutore, d'improvviso, e suo malgrado, provando empatia per quello straniero che le confidava la nostalgia delle piccole cose segrete del suo mondo lontano. Un uomo gentile che le aveva restituito Venus e poi condiviso quel fotogramma intimo della sua vita a Rabat. Dentro di lei la diffidenza andava tramutando nel sentimento caldo della comprensione.
- Razza lunare? - Aveva chiesto con sincero interesse, perché trovava affascinanti le cose di cui Mohammed parlava.
- I bastardi, quelli senza pedigree, quelli che non sai da quale pianeta provengano: gli stranieri. Anch'io sono razza lunare. Tra simili, invece, ci riconosciamo e ci fidiamo, come ha fatto Venus - E la bastardina, al suo nome, aveva risposto con un guaito festoso.
- Tu non sembri appartenere alla "razza lunare". Insomma, sei diverso dalla maggior parte degli immigrati che vengono qui a cercar fortuna. Tu cosa stai cercando? -
- La verità. Solo quella, per raccontare l'epopea di questa "razza lunare" e per farlo devo condividerne la vita, le delusioni, le gioie, le sconfitte, i tradimenti e la nostalgia degli affetti-
Aveva sottolineato con enfasi Mohammed. Poi aveva aggiunto - Sbagli a vedermi diverso da loro. Io sono uno di loro. Lo testimonia la tua diffidenza iniziale. Non te ne sto incolpando, ma se fossi stato Italiano forse tu ne avresti avuta. Capita tutti i giorni, tutti i momenti. Non è facile doversi continuamente difendere dalla diffidenza. Il rischio di perdere la propria identità è forte, arriva un momento in cui non sai nemmeno più chi sei, non ti riconosci in come ti vedono gli altri, però neppure ti ritrovi in quello che eri e in quello che ora sei.Vivo nella paura di smarrire i miei ricordi, di non riuscire mai più a tornare a casa, a Rabat, dove c'è Samir, il mio cane, il mio compagno di confidenze notturne, e la mia famiglia, i miei amici, i miei libri, la mia vita. Ma non il mio futuro -
Parlavano seduti  su un muretto, mentre Venus ispezionava, intraprendente, il terreno a pochi passi da loro.

- Racconterai anche di Venus nel tuo libro? -
- Racconterò di lei e di te -
- Di me? Neppure mi conosci! -
- Non è vero, ti conosco molto più di quanto tu conosca te stessa -
- E cosa racconterai di me? -
- Del nostro incontro, dei tuoi occhi, e di questo muretto su cui sediamo -
- Cosa c'è da raccontare su questo muretto? - Aveva domandato Giulia ridendo
- Che è uno di quei muri che non divide ma unisce. Un muro onesto, solido, di cui potersi fidare. Su cui sedersi e conversare, come stiamo facendo ora noi. Avrebbe potuto essere una barriera e invece s'è rivelato punto d'appoggio. Non ha nascosto ma mostrato. Io sono grato a questo muro. E sono grato a te per questa conversazione, e della tua fiducia - Aveva detto Mohammed, sorridendo e tendendole la mano nell'atto del congedo.
Quella mano che ora Giulia aveva stretto senza più alcuna riluttanza e che avrebbe voluto trattenere  tra le sue per ritardare il momento del distacco.
 Poi, Mohammed, s'era chinato verso Venus, per un'ultima carezza
 - Fai la brava, Venus: niente più avventure on the road! -
 Giulia, allora, aveva cavato dalla borsa un fogliettino su cui aveva scritto il suo numero di cellulare
- Nel caso avessi bisogno di un'amica con cui parlare nei momenti in cui ti sembrerà di non ricordare chi sei - E poi aveva detto: non perderlo.
- Non lo perderò - L'aveva rassicurata Mohammed, grato di quella fiducia

 SANDRO E LIDIA
(ex)

- Sandro! Ma sei proprio tu! -
La voce femminile alla sue spalle lo aveva colto di sorpreso, perché quella voce l'aveva immediatamente riconosciuta
- Lidia! - Aveva esclamato prima ancora di voltarsi
L'attimo dopo erano l'una nelle braccia dell'altro.
- Quanto tempo è passato...fatti vedere, sei sempre molto bella e meravigliosamente in forma -
Al complimento sincero di lui, lei s'era schernita, leggermente in imbarazzo di non poter contraccambiare, perché il tempo non era stato altrettanto magnanimo con lui. Ma ben sapeva, Lidia, che quel decadimento non era d'attribuirsi all'inclemenza degli anni ma, piuttosto, al modo sregolato in cui aveva sempre vissuto, ed era stata la causa della rottura del loro matrimonio..
- In partenza o in arrivo? Perché il mio aereo decolla tra due ore, e se anche tu hai tempo possiamo prenderci un caffè e scambiare due parole - Le aveva proposto lui
- Sto aspettando mio figlio in arrivo da Londra, dove studia, ma ho tutto il tempo per un caffè e una conversazione - Aveva risposto Lidia, aderendo a quell'invito.
- Dunque hai un figlio? Come si chiama? Ti somiglia? -
Per tutta risposta, Lidia, gli aveva mostrato una foto
- Un bellissimo ragazzo, ti somiglia. Ti sei risposata, allora? -
Le era parso di percepire in quella domanda una nota di delusione
- Si, mi sono risposata, e di nuovo non ha funzionato - C'era stanchezza nella sua voce
- Io invece no, dopo di te nessun'altra! - Aveva esclamato Sandro, con la mano sul cuore
Entrambi erano scoppiati a ridere.

Era questa sua ironia, la leggerezza con cui lui affrontava la vita, quasi fosse un gioco senza rischio, che l'aveva fatta innamorare di lui. Una contrapposizione audace alla sua pesantezza, alle sue insicurezze e paure. Sandro aveva sempre una risposta rassicurante ai suoi cervellotici interrogativi esistenziali, ogni cosa con lui era possibile, fattibile, con una soluzione immediata, a portata di mano. S'era fidata di lui e di quella sua promessa d'infallibilità, e così lo aveva sposato per amore e per tutte quelle altre ragioni, nonostante le obiezioni della famiglia e degli amici più intimi che pure l'avevano messa in guardia sulle evidenti fragilità di lui.

- Lavori sempre nel campo delle comunicazioni? - Gli aveva domandato Lidia
- No, non ci crederai ma ora sono comproprietario di un ranch, in Argentina. Cambio totale di settore...e di vita. Un vivere più sano. Lo avessi fatto allora.. forse non ti avrei persa - Aveva risposto guardandola negli occhi e sfiorandole la mano.
- Vivere sano? Hai appena messo tre cucchiaini di zucchero nel tuo caffè! - Lidia, gli aveva fatto notare, ridendo
- Non me ne sono neppure accorto, ero intento a guardare te. Colpa tua, che mi emozioni sempre -

Colpa mia! Quante volte se l'era ripetuto nel corso della sua vita matrimoniale, quando quella leggerezza di Sandro, di cui pure s'innamorata, s'era rivelata catastrofica nelle scelte da lui perseguite, così da mettere a repentaglio quella loro minima, precaria sicurezza, su cui lei, alla fine, ferocemente vigilava.
Colpa sua di non riuscire a disciplinare le incongruenze di Sandro, quella sua anarchia sfrenata che lo portava a provare tutto abusando di tutto: cibo, alcool, droghe, e le ebbrezze della velocità. Donne...no, non ce n'erano state, non l'aveva mai tradita, era sicura della sua fedeltà . Ma quella, da sola, non era bastata. E così lo aveva lasciato.
Colpa tua! Sandro le inveiva contro, rinfacciandogli quell'abbandono di cui non accettava le ragioni, addebitando unicamente alla disperazione della loro separazione quel suo degrado morale e fisico, che pure andava esibendo in pubblico con il misero spettacolo di se stesso ubriaco fradicio, sporco o in crisi di astinenza.

- Bagaglio leggero? - Aveva domandato Lidia, indicando la piccola borsa da viaggi di lui. In realtà lo aveva detto solo per interrompere il flusso pericoloso di quei ricordi.
- Non ho più molte esigenze: non bevo, non fumo, non mi drogo. Magari potresti di nuovo innamorarti di me! - Sandro sorrideva, ma il tono era serio.
- Sarebbe fantastico - Aveva poi aggiunto sfiorandole una mano
- Non accadrà - L'affermazione categorica di Lidia, educatamente accompagnata da un sorriso, lo aveva raggelato
- Scherzavo. Ma tu continui sempre a prendere tutto maledettamente sul serio - Aveva sottolineato lui tentando una impostazione ironica che, invece, sapeva di rabbia.
Lei era rimasta in silenzio, senza replicare a quell'accusa che pure, facilmente, avrebbe potuto rivoltargli contro. Ma a cosa sarebbe servito rinvangare un passato da cui entrambi erano usciti perdenti e con le ossa rotte?
- Ora devo andare - Aveva detto lei guardando l'orologio
- Possiamo rivederci? O almeno rimanere in contatto? Ti lascio il mio numero di cellulare, decidi tu se e quando chiamarmi. Prometto che non ti farò proposte indecenti - Nel salutarla, le aveva offerto il suo biglietto da visita che Lidia educatamente aveva accettato, e poi stracciato,l'attimo dopo che lui era sparito alla sua vista.

sabato 10 marzo 2018

Obiettivo Primario

Trovare il coraggio di dare risposte a noi stessi prima ancora che al mondo, forse è questo l'obiettivo che dovremmo riconoscere primario ma che, invece, il più delle volte ignoriamo, preferendo perderci in quell'esistenzialismo metafisico, assolutamente astratto ed inconcludente, ondivago, tra il dogma e lo smarrimento.

(Amaranta - link fb)