Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

martedì 9 ottobre 2018

Anatomia di un racconto: I libri dei defunti



Canone a due voci
Lo stile di questo racconto, didattico e leggermente pedante, non è casuale ma una scelta precisa per configurare, fisicamente e caratterialmente, i profili del padrone di casa e della giovane donna interessata all'appartamento.
I due protagonisti si esprimono in un  linguaggio classico e i dialoghi denotano affinità, interessi comuni e la stessa visione del mondo. Immaginiamo anche l'appartenenza alla stessa classe sociale.

Lui, il padrone di casa, potrebbe essere un professore (un avvocato o un dottore) a fine carriera, forse già in pensione. Un uomo colto, che coltiva l'etica e le buone maniere. Un gentiluomo.
 Un uomo forse non dotato di una fantasia eccessiva ma capace di cogliere nelle sfumature il nucleo  originale del colore. Un lettore dalla cultura umanistica per il quale i libri non sono semplici oggetti ma soggetti, sentinelle della cultura e custodi della memoria. E su questo fondamento quella stravagante collezione acquisisce un valore universale, perché ogni libro contiene la sua storia originale e le infinite altre che da questa sono derivate, e tutte le altre, non ancora scritte, che ne conseguiranno: una genesi letteraria. La stanza, completamente tappezzata di libri, è il fecondissimo utero da cui tutto genera, per poi espandersi, modificarsi, contaminarsi, mai però morire. La morte, intesa come stato definitivo, non esiste se si mantiene in vita la memoria. Ma pure su quella stanza, in ultimo, ne incombe la minaccia perché la figlia del padrone di casa non è interessata a rilevare quell'eredità. Nè a perseguire la missione.

Lei, la ragazza, la immaginiamo vestita in maniera sobria, tinte chiare, tono su tono, i capelli legati a coda di cavallo o raccolti in uno chignon. Dettagli che descrivono una giovane dinamica, sicura di sé, che non necessita di fronzoli aggiuntivi per sentirsi a posto.
Forse una studentessa in procinto di dare la tesi, che noi immaginiamo conseguirà col brillante risultato di centodieci e lode. Una ragazza matura, fornita di un solido bagaglio culturale, comprensivo di principi etici e morali ed indirizzo politico. Consapevole delle sue scelte, si muove in un mondo che non la contrasta. E nella sicurezza delle sue certezze. Affascinata dalla scoperta di quella stanza, sinceramente coinvolta dal racconto delle storie dei defunti, stabilisce da subito un feeling col padrone di casa. La ragazza è un'ascoltatrice davvero interessata, non interrompe mai il racconto dell'uomo con domande o riflessioni che potrebbero spezzarne il filo. O deviarne il corso.
Si lascia guidare da lui all'interno della stanza così come all'interno delle storie. Indirettamente, e con discrezione, si propone come sostituta della figlia a rilevare il testimone e continuare lei la  missione. A riprova che non è la consanguineità a renderci affini ma, piuttosto, l'identica visione della vita.
In ultimo, sarà ancora lei a proporre la soluzione più idonea attraverso cui usufruire del lascito testamentario rispettando le rigide norme che ne sanciscono l'uso: in viva voce e senza l'ausilio di supporti  meccanici, per stabilire un rapporto intimo tra chi racconta e chi ascolta.
You Tube, è la soluzione al problema, di cui il padrone di casa, uomo di altri tempi, ne ignora l'esistenza.
You Tube è il nuovo che non fagocita il vecchio, anzi ne diventa prezioso supporto e strumento di sopravvivenza: l'umanesimo applicato alla tecnologia, perché senza la filosofia umanistica i software, così come gli algoritmi, sono solo stupide macchine, perfino pericolose.

Canone Inverso
Mafalda Ferrante (Sorrento1775 - 1817) e Attilio  Rossetti( Blevio 1901 - Menaggio 1944) nati in epoche diverse, separati da uno spazio temporale di 126 anni, di fatto non si sarebbero mai potuti incontrare se non in quella stanza e su quello scaffale, opportunamente predisposto a mò di panchina, dal vecchio e romantico collezionista di libri (il padre di quel cortese padrone di casa di cui abbiamo fatto la conoscenza nella prima parte di questa storia).

 Immaginiamo ora seduta su quella panchina, sullo sfondo di una mattinata estiva, una giovane donna molto graziosa che indossa un abito leggero color rosa tea, ed è immersa nella lettura del libro di Jane Austen, "Orgoglio e Pregiudizio", al passo dove lizabeth Bennet con convinzione afferma che

solo il vero amore può condurmi al matrimonio, ragion per cui...morirò zitella *
ed alzando lo sguardo scorge, a pochi passi da lei, un uomo alto, vestito di scuro e col fucile in spalla, che la sta osservando.

poi

* Si trovarono a una ventina di passi uno dall'altra, e il suo apparire era così improvviso, ch'era ormai impossibile evitare il suo sguardo. Subito i loro occhi s'incontrarono e a ciascuno il viso avvampò del più intenso rossore *

 Attilio non riesce a staccare lo sguardo da quella donna scaturita da un'epoca remota a fargli dono della voce e del sorriso,, e ad interrompere per un momento il suo solitario cammino.
Avvedendosi del suo turbamento lei gli sorride invitandolo, con un gesto cortese, a sedersi sulla panchina.
- Non passa mai nessuno di qui che è un miracolo poter parlare con qualcuno. Per fortuna che esistono i libri. Senza di loro l'eternità risulterebbe intollerabile.-
Sospira, facendogli posto.
Lui la ringrazia con un buffo inchino.
- Siete gentile quanto bella - mormora lievemente impacciato, sedendole accanto.

 * Le donne credono sempre che l'ammirazione significhi qualcosa di più di quello che è in realtà *
Puntualizza, ridendo, Mafalda.

* L'immaginazione di una donna è molto veloce, salta dall'ammirazione all'amore e dall'amore al matrimonio in un momento *
 Attilio ribatte, divertito da quella schermaglia.

 * Lui se ne sentiva attratto più di quanto gli facesse piacere *

 Lui che non aveva avuto troppo tempo da dedicare alle donne e all'amore, e di quel poco accaduto nel suo passato ne ha perfino dimenticato il calore, ma che ora seduto accanto a Mafalda, estasiato, riscopre esistere.
 La morte solo apparentemente cancella il ricordo delle dolcezze della vita che, invece, ad onta di ogni più radicale pessimismo, viaggiano con noi, magari clandestine, ma pronte a riemergere alla prima sosta propizia, per recarci conforto e speranza.
 Attilio non ha avuto modo, fino a quel momento, di far quella sosta, e così ora, a questa fermata imprevista, tutte le dolcezze del mondo riemergono intatte col profumo della rosa tea che miracolosamente cancella l'odore del sangue, e il fumo degli spari.
Seduto accanto a lei, Attilio intuisce d'esser giunto alla meta, che quel suo lungo viaggio notturno termina su quella panchina calda di sole.
Mai più dovrà uccidere.
Mai più dovrà morire.
E' finalmente libero.

Libero di lasciarsi permeare dall'intensità delle emozioni. Dal calore dell'estate. Dal profumo della rosa tea.
Si è seduto e ha deposto il fucile ai suoi piedi, un simbolico atto di resa alla donna e alla pace, coinvolto nel gioco di quella scaramuccia verbale che li ha resi complici.

 * E' una verità universalmente riconosciuta che uno scapolo facoltoso senta il bisogno di prendere moglie. Per questo, appena un tale uomo appare all'orizzonte, tutte le famiglie del vicinato lo considerano proprietà legittima delle loro figlie in età da marito *
Sentenzia ora lui in tono scherzoso.

- Suppongo, allora, che voi siate scapolo ma...non direi facoltoso, almeno a giudicare dai vostri abiti.-
-  E voi siete una di quelle figlie in età da marito? -
- L'età l'ho superata ormai da un pezzo. La verità è che nutro una seria allergia al matrimonio, ragion per cui, come s'afferma in questo libro, morirò zitella -
- Il matrimonio non è indispensabile all'amore. L'amore vive d'altro, di momenti come questo, di questa panchina, del vostro profumo, del libro che state leggendo e di cui io non conosco la storia, ma che spero vorrete un giorno raccontarmi, se non avete fretta d'andare e se non c'è un altro che v'aspetta. -

Una composizione contrappuntistica
Nella musica classica, un canone è una composizione contrappuntistica che unisce ad una melodia una o più imitazioni che le si sovrappongono progressivamente. Entrano inoltre in gioco la distanza temporale tra ciascuna voce e il fatto che gli intervalli della seconda voce coincidano con quelli della prima, o vengano modificati in base alle esigenze della scala diatonica.
Un canone inverso fa muovere la voce conseguente in moto contrario alla voce antecedente. Ad esempio, se quest'ultima sale di una quinta, la conseguente scende di una quinta, e viceversa.

Così, su uno spartito immaginario, in questa seconda parte, ho intrecciato dialoghi scritti da me a brani, evidenziati dall'asterisco, tratti dal libro di Jane Austen "Orgoglio e Pregiudizio"
Mi piaceva l'idea di questa composizione contrappuntistica dove le storie si narrano a vicenda: da una lontananza remota la voce appassionata di Elizabeth diventa quella scanzonata di Mafalda, allo stesso modo il tono fiducioso di Attilio fa da contrappunto a quello più pessimistico di Darcy.

Storie che raccontano di altre storie, che s'intersecano e interagiscono, ipotesi che prendono forma, trame che s'evolvono in altro, alternativo o contrastante, dove nulla termina con l'ultimo capitolo e la frase finale può benissimo rappresentare l'inizio di un nuovo racconto.

E' anche un tributo, questo mio Canone Inverso, a Jane Austen, scrittrice che immensamente amo.

Particolarità
- Mafalda Ferrante, la prima delle protagoniste del mio racconto "I libri dei defunti" è nata nella stessa epoca e ha la stessa età anagrafica di Jane Austen (Sorrento 1775- 1817), e come lei muore a causa del morbo di Addison, senza essersi mai sposata.

"Un incontro, a raccontarla vera, non facile, che all'inizio pur c'era stata tra di loro una qualche incompatibilità determinata da entrambi da un certo ORGOGLIO e anche da un certo PREGIUDIZIO"
In questo inciso vi è il riferimento al romanzo della Austen "Orgoglio e Pregiudizio" da cui sono anche tratti i brevi dialoghi contrassegnati dall'asterisco.

- La data e i luoghi di nascita e di morte di Attilio Rossetti (Blevio 1901 - Menaggio 1944) sono quelli di un  partigiano realmente esistito e di cui ho incautamente smarrito l'identità.

I libri dei defunti


Entrai.
Era una stanza più lunga che larga, completamente tappezzata di libri che poggiavano su assi grezze  attaccate alle pareti.
Le assi partivano appena sopra il livello del pavimento, salendo verso il soffitto.
Gli unici varchi liberi erano la finestra e la porta.
Niente altro che libri posti in orizzontale e in verticale, in obliquo, pressati ed accatastati in bizzarre geometrie di volumi e accostamenti di colore.
Esaurito lo spazio verso l'alto, alcuni grossi tomi giacevano sul pavimento, sotto le assi più basse, quelle a livello di suolo.
- Nelle condizioni d'affitto troverà la clausola che questa stanza non può essere modificata. Liberamente può, invece, disporre del resto della casa -
- E' una collezione fantastica -
- Lieto che la pensi così. Abbiamo difficoltà ad affittare l'appartamento proprio a causa di questa collezione. Per la maggior parte delle persone è uno spreco di spazio e un ricettacolo di polvere, anche se questa camera rimane piuttosto appartata -
- A chi appartengono tutti questi libri?-
- A mio padre. Era un collezionista, non troppo esigente e alquanto fuori dagli schemi. Qui può trovare edizioni molto vecchie e altre molto dozzinali, ma tutte senza valore di mercato. Non ci sono rarità. Tutti questi libri hanno la particolarità di essere appartenuti a persone decedute. Mio padre leggeva i necrologi e si offriva di acquistare i libri del defunto qualora sussisteva la necessità di disfarsene. La loro particolarità è nell'essere appartenuti a persone morte -
- Perché solo di persone morte? -
- Gliel'ho detto che era un collezionista fuori degli schemi. Ogni libro è stato da lui personalmente visionato e medicato, ed infine, collocato fra gli innumerevoli altri. Qui tutto può apparire disposto secondo la casualità, ma in realtà vige una sua personalissima metodica di collocazione. Dei defunti, a mio padre, non gli interessavano solo i libri ma anche le loro vite: interessi, passioni, idiosincrasie. Tutto questo per creare poi sugli scaffali una giusta armonia finalizzata a favorire rapporti di buon vicinato. Questa stanza per lui, convintamente ateo, era un luogo sacro. Qui si entrava in silenzio e vi si sostava con rispetto. Ci passavamo interi pomeriggi. Era davvero coinvolgente il racconto di quelle vite reali che s'intrecciavano con storie assolutamente fantastiche da lui inventate per spiegarci la metodica del suo ordine.
Come quella del partigiano Attilio Rossetti e della signorina Mafalda Ferrante.

MAFALDA E ATTILIO
"Il rosso" (questo il nome di battaglia di Attilio Rossetti) era a capo di una brigata partigiana, quando una notte i fascisti fecero irruzione nell'accampamento e li ammazzarono tutti. Un tradimento di sicuro. Nessuno di loro aveva avuto il tempo di difendersi. Nessuno di loro l'aveva scampata.  "Il rosso" era morto  a 43 anni senza aver realizzato nessuno dei suoi sogni: quello della liberazione dal nazi fascismo e quello di visitare l'Africa. L'Africa di Hemingway, però, quella de "Le nevi del Kilimangiaro". Ci teneva a precisarlo, restringendo ulteriormente il campo all'incipit che lo aveva stregato:
"vicino alla vetta occidentale c'è la carcassa rinsecchita e congelata di un leopardo. Nessuno ha saputo spiegare cosa cercasse il leopardo a quell'altitudine"
Lui avrebbe scalato il Kilimangiaro e dato risposta a quell'interrogativo. Appena finita la guerra sarebbe partito. Quella sarebbe stata la sua missione di pace.
Mafalda Ferrante era morta a 41 anni colpita dal morbo di Addison, una malattia rara per la quale nel 1817, anno della sua morte, non esisteva diagnosi né cura. Mafalda coltivava velleità di scrittrice e sogni d'indipendenza in un'epoca in cui le donne erano, in tutti i settori societari, subordinate agli uomini. Non s'era mai voluta sposare, anche se le era capitato d'innamorarsi. però mai così follemente da rischiare la sua libertà. Cosi aveva fatto sua la frase del poeta tedesco Friedrich  Holderlin "ti amo, ma la cosa non ti riguarda" e su questa aveva basato la sua filosofia esistenziale e la trama dei suoi racconti, dove le protagoniste erano giovani donne intellettualmente emancipate che anelavano
all'affermazione personale da realizzarsi senza la fede nuziale e senza la protezione di un uomo.
Poter vivere della propria penna: era a questo a cui Mafalda aspirava. Un sogno difficilissimo da realizzare per le donne della sua epoca, ancor di più per quelle come lei nate nel sud del mondo.
I suoi racconti, una raccolta di quaderni dalla copertina rosa tea e mai pubblicati, avevano infine trovato in mio padre, lettore attento e sensibile, una platea simbolica e corrispondente.
Attilio e Mafalda, anime ribelli e di gran temperamento, vissuti a distanza di un secolo mai si sarebbero incontrati, neppure in quello stesso Paradiso, straordinariamente vasto e sovraffollato, dove ad entrambi era stato concesso diritto d'asilo.
Ma quell'incontro s'era alla fine realizzato sullo spazio ristretto di quello scaffale. Un incontro, a raccontarla vera, non facile, che all'inizio pur c'era stata tra di loro una qualche incompatibilità determinata da un eccesso di orgoglio da parte di lei e da un certo pregiudizio da parte di lui.
Non era stato il classico colpo di fulmine a farli innamorare ma quella gragnuola di scaramucce che pure aveva messo in evidenza le loro affinità prima ancora che le loro diversità. Avversari leali e poi amanti appassionati.
Ma per loro, concludeva mio padre, niente matrimonio!

Storie tristi, divertenti, bizzarre. Incredibili, ma tutte profondamente umane. Da mio padre, amorevolmente interconnesse tra loro. Che se in vita si è costretti alla guerra nella morte si riscopra finalmente la pace, amava ripetermi. E come non dargli ragione? La sua missione era quella di favorire tra i defunti rapporti di buon vicinato. Rasserenare la loro memoria e quietare i loro ricordi per  ristabilire l'equilibrio emotivo, che non è solo faccenda dei vivi il cercare la pace. Come era stato per Edvige Levantini e Franco Serra. Mi aveva detto indicandomi uno scaffale dove diversi spartiti musicali poggiavano su due grossi tomi di medicina chirurgica e una copia, piuttosto vissuta, di "Viaggio al termine della notte" di Celine ". 

EDVIGE E FRANCO
Edvige, nata nel 1919, era una giovane, promettente soprano. Bellissima, colta e raffinata, aveva sposato, contro il volere della famiglia, un oscuro violinista, quello che oggi potremmo definire un musicista di strada, di quelli che suonano all'angolo di una via o all'ingresso della metropolitana. Violinista scadente ma convincente affabulatore. L'aveva prima stregata e poi manipolata. Lei perdutamente innamorata anelava per lui un successo più grande del suo, che stentava ad arrivare. S'era allora prodigata per fargli avere un contratto nell'orchestra del teatro dove si sarebbe dovuta esibire, ottenendo solo gentili ma decisi rifiuti, dovuti all'inesistente talento di lui, che pure mal digeriva la popolarità crescente della moglie, che perfino il cinema la richiedeva.
Lei aveva cercato di farlo partecipe del suo successo, offrendogli il ruolo di manager, che lui sdegnosamente aveva però rifiutato. Proposta generosa ma ingenua, quella di Edvige, che un egocentrico, per di più esasperato e al contempo umiliato dal successo prorompente della moglie, mai avrebbe accettato l'oltraggio del dietro le quinte. Così, per stupida ripicca, s'era industriato a renderle la vita difficile, ostacolarla con miseri espedienti o in maniera plateale. Fino a quando lei stremata  aveva minacciato di lasciarlo. Lui allora l'aveva uccisa tagliandole la gola. Edvige aveva solo 32 quando aveva smesso per sempre di cantare.
Franco, invece, nato nel 1976, era stato medico chirurgo di un piccolo ospedale di provincia e cooperante di Emergency, e proprio durante una missione umanitaria a Kabul aveva perso la vita a 39 anni, scivolando su una mina anti uomo. Aveva amato la vita con la stessa intensità con cui aveva odiato la morte, con un'ostinazione quasi eroica nel contrastarla che rasentava il fanatismo.
Era questa sua peculiarità che s'imponeva, come una virtù distorta, su tutti gli altri suoi pregi, cosicché di lui si ricavava l'impressione malevola di un fondamentalista,o quella appena un pò più benigna di un sognatore depresso. Opinione stabilita dall'umore, dalla cultura e dall'ideologia di chi lo stava giudicando. Ma lui se ne era sempre disinteressato di come il mondo affrettatamente lo aveva  etichettato, pur essendo consapevole che questo giudizio di primo impatto creava una distanza. Distanza che Franco quasi mai si curava di colmare, non per indifferenza ma per la necessità di preservare le proprie energie per confronti ben più ardui, come quello quotidiano con la  morte.  Questo suo atteggiamento era preso come scostante, tipico di chi si sente superiore al resto del mondo. Un comportamento, questo, non conforme con la sua missione. Ma questa distanza spariva negli ospedali da campo dove si operava con mezzi di fortuna, tra il fumo degli spari e quello delle macerie. Là ci si aggrappava gli uni agli altri, quelli col bisturi in mano e quelli stesi sulla lettiga. Ci si ritrovava. Ci si riconosceva. Non c'erano fraintendimenti.

Edvige e Franco, al margine di quello scaffale, s'erano trovati e riconosciuti. Lei con la sua cicatrice evidente sulla gola e quella più profonda nascosta nel cuore. Lui naufrago in un deserto di fumo e di detriti, e con addosso l'odore della morte. Lo stesso che pure emanava da lei, solo più dolce, più mansueto. Un odore addomesticato, che anche la morte è permeabile alla bellezza e in qualche modo la preserva. S'erano riconosciuti all'odore prima ancora che alla vista. E poi al tatto, che quando la cicatrice profonda di Edvige aveva cominciato a sanguinare le dita sensibili di Franco l'avevano tamponata e poi sanata. Lei aveva ritrovato la sua voce e lui la ragione delle sue scelte.
S'erano innamorati in silenzio, senza mai pronunciare la parole amore.

Eppoi c'è Maya, l'ultima arrivata, quella alla quale mio padre era più devoto. Mi aveva detto guidandomi verso l'unica finestra sul cui ripiano poggiava un diario scolastico dalla copertina dai colori fluorescenti che rifrangevano la luce in spicchi d'arcobaleno. Accanto, in un allegro disordine,  tutta la serie  de "I racconti del Vampiro", un grande numero di romanzi dark, "Cime tempestose" della Bronte" e "Grandi speranze"di Dickens.

MAYA
 Letteratura classica e contemporanea e un diario di scuola, questa la brevissima biografia di Maya, il cui cuore inspiegabilmente aveva smesso di battere a soli 17 anni. Sindrome di Brugada, che con la morte, pure quando dispone di un nome mai ci si famigliarizza, anche se riconosco che questo suo è un tentativo che merita rispetto, aveva detto la mamma di Maya la prima volta che aveva visto la stanza e disposto sul davanzale della finestra il fagottino dei libri appartenuti a sua figlia. Qui c'è una bella luce, adatta per leggere, aveva poi aggiunto. E prima di andar via aveva chiesto, cosa racconterà di Maya? Diciassette anni non bastano neppure alla stesura di un racconto breve. Non è la lunghezza del capitolo a stabilire l'importanza del racconto, le aveva risposto mio padre. E così lei era tornata a raccontare di Maya, attraverso i caratteri minuscoli dell'infanzia e quelli macro dell'adolescenza. Allungava il racconto con dovizia di particolari e sfumature, per ritardare lo spazio bianco dell'ultimo capitolo. Non erano inopportune confidenze quelle intime rivelazioni sulla vita di Maya che lei andava facendo a mio padre, ma le raccomandazioni di una madre in procinto di affidare la propria figlia a qualcun altro, con l'elenco dettagliato delle cose che a lei piacciono, quelle di cui ha assolutamente bisogno, ed anche quelle sui cui è sacrosanto non dargliela vinta. E' tornata ancora qualche altra volta per completare il racconto con quelle minuzie che andava via via ricordando, ma che per lei erano straordinariamente importanti perché riguardavano Maya, e se avesse potuto ricordare avrebbe raccontato ogni minuto di quei suoi diciassette anni, e mio padre ne avrebbe religiosamente preso nota. E lei lo aveva capito. Sapeva che di lui poteva fidarsi, che l'avrebbe amata e protetta. Sapeva che Maya in quella stanza era al sicuro. L'ultima volta che è venuta è rimasta tutto il tempo in silenzio. Prima di andar via ha stretto la mano a mio padre e lo ha ringraziato.
 Non è più tornata.

- Racconti affascinanti. Storie incredibili. Meravigliose. Suo padre avrebbe dovuto scrivere un libro perché il mondo dovrebbe sapere dell'esistenza di questa stanza.  Ed ora è lei a curare la collezione?-
- Io, anche se presumo che con la mia morte tutto questo finirà in un macero. Ho provato a coinvolgere mia figlia, ma non è interessata. Colpa mia, forse non sono un buon narratore -
- E se raccontasse a me le storie dei defunti?  Potremmo registrarle. -
- Niente meccanica, diceva mio padre, le storie vanno tramandate oralmente, meglio ancora vis a vis, perché i morti per tornare a vivere hanno necessità di uno sguardo e di una voce. Un nastro di registrazione li renderebbe anonimi, irrevocabilmente morti -
- Un modo c'è per non disperdere questo prezioso patrimonio e farlo conoscere al mondo rimanendo fedeli alle regole stabilite da suo padre: ha mai sentito parlare di YouTube?

giovedì 4 ottobre 2018

Delia


LA DISTRAZIONE DI UNA VIRGOLA
La storia di Delia nasce per un fortuito caso dalla distrazione di una virgola che avrebbe dovuto, invece, all'interno di una corretta punteggiatura, esser punto.
O meglio, quella virgola, in origine, era un punto nato con un sottile sbafo che fuoriusciva dal rigo, ingannevole alla vista, così da esser scambiato per una virgola, segno ortografico che anziché chiudere un discorso lo prosegue.
Senza quello sbafo sarebbe potuta essere, questa di Delia, una storia da raccontarsi in un unico paragrafo, senza punto a capo né asterischi di richiamo.
Una biografia davvero breve, quella sua, col nastro rosa a certificarne la nascita e il serto dei lillà ad annunciarne la morte prematura E incastonata fra i due eventi una storia di rose e di spine, così come ce ne sono, appunto, altre migliaia.
... se non ci fosse stato, a modificarla, quel punto col codino.

Delia era nata graziosa, armoniosa e minuta, ma potente sognatrice.

I suoi sogni li ricamava all'uncinetto, preziosi capolavori amanuensi di pazienza e dedizione, che un giorno andarono ad adornare l'altare maggiore dell'antica Basilica della piccola città dove viveva.
Il suo dono a Sant'Anna Madre della Vergine Maria, ringraziamento per averla salvata, ancora adolescente, da una meningite fulminante.
Ed è proprio nell'estremità ricurva di questo suo uncinetto che materialmente si può constatare la trasformazione del punto in una virgola, che altrimenti la storia si sarebbe subito chiusa con null'altro da raccontare.
Ma il miracolo aveva invece permesso il prosieguo della storia trasformando la fine in un inizio. E poi la realizzazione di una candida tovaglia impreziosita dalle balze multiple di finissimo merletto. Un capolavoro da ma estro orafo quella filagrana sottilissima, tappeto per i piedini scalzi della Santa.

Il candore fosforescente del prezioso merletto, esaltato dalla luce solenne dei lampadari e dal bagliore tremulo delle decine di candele accese, non era passato inosservato agli occhi dell'aristocratica sposa genuflessa ai piedi dell'altare, incantata dalla trama di quel complicato, perfettissimo arabesco, al paragone del quale il lussuoso pizzo del suo velo appariva modesto. Dozzinale.
Quali mani, se non quella di una fata o di un angelo, avevano potuto realizzare un simile capolavoro?

UN PUNTO INTERROGATIVO CAPOVOLTO
Un punto interrogativo, che se lo immaginiamo capovolto ci possiamo di nuovo ravvedere l'estremità ricurva dell'uncinetto a ricamare nuovi capitoli alla storia di Delia che nel frattempo, grata a Sant'Anna, andava valutando l'ipotesi di farsi monaca, nonostante il parere contrario dei genitori che pure disapprovavano la sua decisione di seppellirsi viva in un convento dopo essere scampata alla morte per meningite.

S'erano perfino raccomandati alla Santa, affinché inducesse la loro figlia ad un ripensamento.
Una ingratitudine bella e buona questa loro verso la Madre della Madonna, autrice del miracolo.
 Ma questa consapevolezza non impediva la richiesta di un miracolo aggiuntivo. E a suo discapito.

Per Delia, invece, la scelta del convento non rappresentava affatto la rinuncia alla vita, ma piuttosto il suo perfezionamento. La clausura non le avrebbe tolto nulla di ciò di cui abbisognava, tanto meno il sacrificio degli affetti, che quelli sarebbero comunque perdurati in qualunque luogo e in qualunque circostanza. Che l'amore non è un mero fatto di posti o di abitudini, ma di sentimenti.
E non avrebbe dovuto rinunciare neppure alla sua passione per l'uncinetto, quella sua artistica propensione a confezionare delicate ragnatele in cui incastonare petali di fiori, tralci di foglie, ali di farfalla. Promesse di sole. Quella natura che così tanto la incantava e della quale, attraverso i suoi fili di seta sapientemente intrecciati, ne raccontava la poesia. Il ringraziamento per la sua resurrezione.

Ma pure capiva il punto di vista dei suoi genitori, quelle loro obiezioni alla sua scelta, che per loro era come se lei fosse nata due volte, ed ora temevano di perderla di nuovo, e per sempre, inghiottita dalla penombra di una cella di clausura. Allora quel suo desiderio le pareva unicamente dettato dall'egoismo, che la sua felicità basava sulla loro infelicità, e quindi il perseguirla non era poi così giusto. Prendeva tempo, Delia, che non era certo una decisione facile la sua, combattuta tra l'amore per i suoi e la sua vocazione. Seppure era certa che tra le due cose non ci fosse nessun conflitto. Fiduciosa confidava in un segno del cielo che la indirizzasse verso la strada più giusta. Ed era assolutamente certa che quel segno sarebbe arrivato, anche se al momento la sua strada attraversava una miriade di puntini sospensivi.

 UNA MIRIADE DI PUNTINI SOSPENSIVI
Puntini sospensivi che quel giorno l'avevano condotta verso l'altare maggiore, ad onorare con un mazzolino di fiori di campo, la sua protettrice. E così aveva visto che la sua tovaglia di merletto era stata sostituita da un'altra molto bella. Ma non come quella sua.
Quella sostituzione l'aveva profondamente addolorata. Ed anche umiliata.
In quel piccolo capolavoro all'uncinetto Delia aveva profuso tutta la devozione della sua anima, giovane ed incorrotta, in gloria della Santa Madre che l'aveva strappata alla morte, intessendo per lei, con fili di seta, i suoi sogni ancora intatti. Prati di margherite e voli di farfalle. Le immagini della sua resurrezione, dopo che il cielo s'era oscurato e poi le era  piombato addosso a seppellirla in quel suo minuscolo campo di margherite.
Per un anno intero s'era prodigata a tessere all'uncinetto quella splendida tovaglia, un capolavoro liberty di minuti arabeschi e ghirigori floreali. Un lavoro certosino, da maestro orafo anziché d'apprendista merlettaia. Ci si era consumata gli occhi su quella trama così complessa, particolare, che pure aveva riscosso grande apprezzamento, tanto da esser giudicata all'unanimità, la più degna dell'altare maggiore. Ma poi, dopo pochi giorni, sostituita. Comprensibile quindi la sua delusione.

Attenta, Delia, che stai peccando di superbia. E di vanagloria.
Ripeteva a se stessa per ridimensionare la delusione e renderla meno amara. Ma pure non ci si rassegnava, che una spiegazione ci doveva essere così da mettersi il cuore in pace, e magari trarne perfino motivo di gioia. Così rasserenata, Delia, aveva chiesto spiegazioni al prete, ma quest'ultimo, s'era mostrato fuggente. Evasivo. Niente affatto contento di quelle sue domande.
Domande poste con voce garbata e un sorriso timido. Di scusa.
- Un dono, una volta dato, non ci appartiene più. E di quel che se ne fa non ci riguarda.-
Aveva borbottato il prete, senza neppure guardarla in faccia.
- Ma io non lo rivoglio indietro.Vorrei solo sapere perché non è più al suo posto -
Delia aveva obiettato stupita di quei suoi modi
- Il suo posto...il suo posto. Chi lo ha deciso che quello fosse il suo posto. Tu? Pecchi di superbia a pensarla in questo modo e oltraggi Sant'Anna che pure ti ha miracolata. Per quanto bello quel tuo lino è sempre e solo un oggetto a cui tu, stoltamente, stai attribuendo un valore sproporzionato. Di sacralità. Una bestemmia! -
La risposta del prete, secca e definitiva, non ammetteva repliche. Che la spiegazione è quella. La si accetti o meno. Ma quella è. E basta.

Delia, umiliata e volutamente fraintesa (di questo era certa, che il prete si era dimostrato fin dall'inizio ostile) aveva desistito dall'esigere da lui quelle spiegazioni che non le avrebbe dato.
Delusa s'accingeva a lasciare la Basilica, quando una donna, una sconosciuta col capo velato, materializzandosi dall'ombra, le si era affiancata, e con voce bassa, ma chiarissima, le aveva detto: io so come sono andate le cose!

LA RIVELAZIONE DI UN PUNTO ESCLAMATIVO
Nella dolcezza della voce quel punto esclamativo era emerso imperativo. L'affermazione di una incontrovertibile verità

- Il tuo bellissimo merletto è stato venduto a una giovane e facoltosa signora, che proprio il giorno delle sue nozze  adornava l'altare maggiore. Se ne è innamorata e senza stare a contrattare sul prezzo, lo ha comprato. Una cifra davvero molto grande. La storia è questa. Trai tu le conclusioni, Delia -

A sentir pronunciare il suo nome, Delia, istintivamente aveva alzato gli occhi a penetrare il cono d'ombra che nascondeva il volto della donna. Ma gli unici particolari che era riuscita a vedere erano due occhi chiari e una fronte candida.

- Mi conosci? -
Aveva chiesto stupita
- Ti conosco, Delia, e so quanto grande e puro è il tuo cuore. Per questo ho voluto rivelarti la verità e in base a questa valutare le tue scelte per il futuro. Le tue mani sanno tessere la bellezza, e questo è un dono di cui dovrebbe goderne il mondo intero, e non essere appannaggio esclusivo di qualcuno. Neppure di una Santa. Le cose belle devono appartenere a tutti e non solo a chi ha potere e denaro. E quello che è accaduto lo dimostra. Il tuo prezioso dono dalla penombra della Basilica s'è involato in quella di una stanza privata, forse ad adornare un tavolo di pregio o una testiera antica. Per impedire che questo accada di nuovo, Delia, deve propagare la tua arte come seme miracoloso, ai quattro angoli del mondo, affinché prolifichi anche nei terreni più aridi, laddove c'è troppo o niente sole. Semina a piene mani, che della bellezza il mondo necessita. Fanne soprattutto dono agli emarginati, ai disperati. Ai naufraghi. Sono loro che hanno più bisogno della tua arte, per avere tramite questa la possibilità di una speranza. Di una resurrezione. Sarai viaggiatrice instancabile, nomade se occorre, cittadina del mondo. Avanguardia degli invisibili. E' nell'aria aperta che prolificano i pollini e non nel chiuso di una cella. Entrambe abbiamo un compito d'assolvere: il mio è resuscitare i morti, il tuo, invece, i vivi. E il tuo, Delia, è senz'altro il più difficile -

PUNTO FINALE
Punto finale a sancire la conclusione della storia, dopo questo inaspettato, e alquanto rivoluzionario suggerimento, impartito a viva voce da Sant'Anna, che scopriamo esser donna emancipata, pragmatica. Anticonformista. E la giovane Delia, lo avrebbe fatto suo. Nelle limpide parole della sua protettrice non c'era solo il conforto a volerla risarcire dall'odiosa grettezza del prete, che pure aveva fatto mercimonio di un bene che non gli apparteneva, trasformando la Basilica in un bazar (ma di episodi simili abbondano le cronache della Chiesa. Nel passato come nel presente)
Così, come sovente capita, che ai guai causati da un uomo sia sempre una donna a porvi rimedio.
Aveva conclusa Sant'Anna, con un sospiro di rassegnazione.

INCISO A PIE' PAGINA
Nelle limpide parole della Santa, Delia aveva trovato la rivelazione su stessa. Sulla strada da intraprendere. Sul modo più giusto di conciliare arte e vocazione. La sua missione
Aveva così seguito la strada indicatole della sua protettrice. S'era fatta nomade e aveva vestito il mondo coi suoi merletti. Ambiti capolavori in seta, erano andati ad adornare chiese e musei. Dimore reali e palazzi statali. Avevano vestito regine, rock star. First lady e madonne. Per le sue creazioni lei chiedeva sempre il pagamento in mattoni, (più impalpabile era la trama più pesante era il prezzo) così da poter costruire case per gli orfani, ospizi per i vecchi, rifugi per gli emarginati. Ripari per i naufraghi. Per tutti quelli a cui era stata negata la bellezza della vita. E la speranza di poterla un giorno conquistare.
Delia, attraverso la sua arte, offriva loro questa speranza. La possibilità di un riscatto.
E di una resurrezione.

sabato 29 settembre 2018

Fleur (cap. 9)


JOSETTE E CELESTE
Per Ferrer era diventata ormai un'abitudine bighellonare nei luoghi frequentati da Fleur, avendo cura, però, di farlo in maniera discretissima. In realtà, avendo ora la possibilità di frequentarne casa Petit, non c'era più la motivazione preponderante dell'incontro casuale ma, piuttosto, la sensazione di un benessere aggiuntivo, la stessa che si ricava da un pellegrinaggio.
Che quelle sue passeggiate solitarie erano per lui sintomo di una condivisione subliminale: respirare la stessa aria che Fleur aveva respirato, camminare sul medesimo tratto di marciapiede da lei percorso,  attendere lo scatto dell'unico semaforo sotto cui anche lei aveva sostato, entrare nella pasticceria dove l'aveva incontrata con Celeste e sedersi al tavolo dove quel giorno lei era seduta.
E proprio a quel tavolo l'aveva intravista, e già s'apprestava alla recita dell'incontro casuale, ma per fermarsi sorpreso sulla soglia, che sedute allo stesso tavolo c'erano Celeste e Josette.
Quando s'erano conosciute?
Da quanto si frequentavano?
Da quanto erano in confidenza?
Perché?
Nessuna delle due poteva essere per l'altra  il prototipo dell'amica del cuore, della confidente, anche se l'atteggiamento di Josette, proteso ed attento, poteva farlo pensare, (ma Josette era un'attrice seppur non talentuosa comunque scaltra). Celeste, invece, recitava se stessa: l'unico ruolo che potesse interpretare. 

Ferrer era riuscito, con molta fatica, a reprimere l'istinto di mostrarsi (le conosceva entrambe, non ci sarebbe stato nulla di strano che si fosse avvicinato per un saluto, ma temeva l'imprevedibilità emotività di Josette, per cui aveva deciso di non rischiare una sicura, e per lui dannosa esibizione pubblica, della sua ex amante) ma le avrebbe pedinate. Magari sarebbe venuto a capo di qualcosa.

Le aveva così seguite.
Camminavano affiancate ma non sottobraccio, come si usa tra amiche. Un contatto stabilito dall'affetto e dalla complicità. Soprattutto dalla condivisione. Camminare sottobraccio significa fare gli stessi passi sulla medesima lunghezza, letteralmente andare insieme. Sostenersi, anche. E la possibilità, a così stretto contatto, di scambiarsi confidenze senza essere da altri udite.
Sulla base di questo indizio Ferrer aveva concluso che Josette e Celeste non erano amiche, ma questa constatazione che in un primo momento lo aveva confortarlo, lo aveva poi scaraventato in una nuova inquietudine, sollecitando altri interrogativi. E dubbi.
Di cosa stavano parlando?
Troppo preso ad inseguire Fleur s'era quasi dimenticato di Josette, facilmente rimossa dalla sua testa che nel suo cuore mai c'era stata, aveva forse troppo di fretta abbassato la guardia.
Ed ora lei gli si riproponeva, oscura ed intrigante. Sicuramente vendicativa.
Non c'erano, conoscendo Josette, altre motivazioni possibili ad averla indotta a stabilire un approccio con Celeste Petit, anni luce lontana da lei e della quale mai si sarebbe interessata se non per perseguire uno scopo. Una vendetta. Come lui presagiva.
Dopo un breve tratto di strada s'erano poi separate, salutandosi con una semplice stretta di mano, avviandosi verso direzioni opposte.

CONFIDENZE.  CONSIGLI. E VERITA' NASCOSTE.
- Ma davvero, Francisco, hai sperato che Josette si sarebbe silenziosamente fatta da parte? E' una piccola vipera molto velenosa. Fai attenzione. Piuttosto anticiperei la nostra partenza per Hollywood. La tua uscita di scena forse la indurrà alla calma -
Questo l'amichevole, saggio consiglio di Arturo Serrano.
Consiglio che Ferrer non aveva alcuna intenzione di seguire, che mai nessuna donna lo avrebbe costretto alla fuga. Tanto meno una come Josette.
Arturo s'era limitato a scuotere il capo e ad un'affettuosa pacca sulla schiena.
Da quello che gli era dato di conoscere del suo amico, sapeva che nessun ragionamento lo avrebbe indotto a cambiare idea.

Blanca Gil, invece, alla quale Ferrer non aveva fatto alcuna confidenza né chiesto alcun consiglio, lo aveva approcciato lei, di sua iniziativa, e nel suo solito modo crudo e diretto gli aveva chiesto: cosa sta accadendo tra la tua ex amante e quella che invece vorresti lo diventasse? Le ho viste insieme.

- Non so di cosa tu stia parlando, Blanca -
Aveva replicato Ferrer, attento, però, a non far trapelare nel tono della voce, l'inquietudine
- Allora ti sto dando un'informazione di prima mano.Un favore che dovrai restituirmi a tempo debito -
Blanca aveva tenuto a sottolineare
- Sicuro. Come sempre. Raccontami cosa hai visto -
- Le ho viste alla pasticceria Bocados, parlavano fitto, o meglio, Josette, che l'altra pareva solo ascoltare. Sono rimasta lì finché ho potuto, sperando di capirci qualcosa. Poi sono dovuta venir via -

Era stato quindi un puro caso che loro due, Francisco e Blanca, non si fossero visti, intenti a spiare la medesima scena. Questione di attimi: lei andava e lui arrivava. Un simbolico cambio della guardia.
E il fatto che anche Blanca fosse a conoscenza di questa inedita combine tra Josette e Celeste, accresceva la sua inquietudine. Avrebbe dovuto giocare su due fronti: smascherare la sua ex amante e nel contempo fuorviare Blanca. Una partita estremamente difficile, ma che pure lui non rifiutava di condurre perché, come aveva ribadito ad Arturo Serrano, nessuna donna mai lo avrebbe costretto alla fuga.
E se la motivazione in altri tempi era stata quella dell'orgoglio del maschio, dell'attore, del sex simbol, ora c'era quella preponderante del suo amore per Fleur che in qualche modo ristabiliva gli equilibri ponendolo dalla parte del giusto, anche se per questo avrebbe dovuto mentire, manomettere, mistificare, stravolgere.
Nulla sarebbe potuto essere considerato illecito o doloso per salvaguardare un bene così grande.

DONNE
Ma più che le nevrosi di Josette, Ferrer temeva l'ingerenza arbitraria di Blanca, già sperimentata in passato seppure a suo vantaggio, per cui ora, a ragione, ne paventava l'ipotetico ribaltamento qualora si fosse sentita estromessa da quella faccenda. Un'abiura a quel loro rapporto dove lei, che mai era stata sua amante, era diventata l'unica donna stabile della sua vita.

Due donne, dunque, da cui guardarsi e delle quali prevenire le mosse. Un compito arduo, perfino per lui, abilmente avvezzo a districarsi in queste faccende, senza troppo badare al modo, che il suo status di stella del cinema pure glieli concedeva questi strappi al galateo amoroso, perché erano proprio gli strappi più ruvidi, più scandalosi, quelli di cui si cibava la platea dei fans e dei media. Clamore che andava ad alimentare la sua leggenda.
Uno dei motivi per cui era stato scelto per interpretare il film "Don Juan" erano state proprio le sue vicende amorose, recitate in diretta, senza alcun filtro e, soprattutto, nessuna compassione.
Qualunque fosse, però, il tenore delle sue vicende, Ferrer non cadeva mai nel volgare. Nel rozzo.
La sua immagine così non ne usciva mai del tutto compromessa, che pure era capace di gesti eclatanti e generosi, controcorrente, strettamente privati, come quando una sua ex amante (un'attricetta molto bionda, molto giovane e molta bella) era caduta in disgrazia dopo che era stata resa pubblica la sua relazione con un ministro del partito conservatore, noto per il suo moralismo estremo e le sue idee ottocentesche, che in virtù di quella relazione aveva però mandato alle ortiche, svelando prima a se stesso, e poi ai suoi elettori, un lato inedito del suo essere, in netta contrapposizione a quella sua dottrina fino ad allora predicata.
Lo scandalo aveva travolto entrambi e con conseguenze disastrose: il ministro s'era prima dimesso dal suo partito e subito dopo dalla vita, con un colpo di pistola alla tempia. Non prima, però, di aver scritto una lunga, dolorosa, commovente lettera, in cui chiedeva perdono alla famiglia, al suo partito, e al mondo intero, per quel suo unico tradimento di cui avrebbe fatto ammenda col proprio sangue e l'esilio dal Paradiso (che i suicidi non ne hanno accesso)
E di questo suicidio, alla giovane attrice, era stata attribuita la responsabilità etica.
Era stata lei a fuorviare quell'uomo retto, marito e padre esemplare, politico incorrotto, trascinandolo al degrado morale e poi alla rovina. Così aveva deciso l'opinione pubblica confrontando le loro due biografie: scarna e irrilevante quella di lui, un uomo comune, anonimo, se non fosse stata per quella  sua esasperata identità politica che violentemente lo aveva posto sotto la luce dei riflettori per via dell'oltranzismo delle sue posizioni, cosicché quella di lei risaltava, in uno stridente contrasto, tentatrice ed ambiziosa. Una piccola arrivista. Una rovina famiglie. Di questo verdetto ne aveva preso atto anche lo star sistem, che notoriamente, invece, si serve ai suoi fini dei personaggi controversi e discussi, gli eroi maledetti che diventano racconto cinematografico. Ma in quello specifico c'era stato il morto. Una vedova e degli orfani. 
E quella lunga e dolorosa lettera di espiazione, con la rinuncia al Paradiso.
Così lei s'era trovata emarginata, senza lavoro e senza più amici. Perfino quelli che avevano mirato a portarsela a letto ora mostravano riprovazione nei suoi confronti.
Ferrer, che di norma non prestava attenzione ai protagonismi altrui, s'era interessato alla faccenda solo perché lei era stata un tempo la sua amante. Timida, docile, premurosa, niente affatto corrispondente al ritratto dell'ambiziosa arrivista che le era stato incollato addosso (fosse stato pure vero lui non avrebbe cambiato opinione perché era questo che ricordava di lei).
Così era andato a cercarla nella solitudine in cui era stata confinata, con un sostanzioso assegno e un biglietto aereo per l'Australia.

- Lì non faranno caso a te: la condizione giusta per poter ricominciare -
 S'era trattenuto solo il tempo necessario per la consegna. Niente altro.


continua...

venerdì 28 settembre 2018

In my life


Sono molto di più di quello scrivo.
Sono tutto quello che cancello.
(Aurora Nasso)

Dopo mesi riprendo a scrivere, e con molta difficoltà, una pagina di diario.
Un lungo black out, questo mio, dove ho cercato di oscurare me stessa, le mie inquietudini, la mia rabbia. La mia rassegnazione. Sono accadute cose, nel frattempo, per me rilevanti.
Per me sola. Come sempre.

Lunghi periodi d'insonnia.
Nevrosi. Apatia.
Stanchezza fisica.
Sfinimento mentale.
Imprigionata in una ragnatela, vedevo solo lo sfondo del muro e la mia ombra dondolante nella culla di bava.

Ho iniziato così ad ignorarmi. Ad ignorare la mosca prigioniera nella tela del ragno.
Ho cercato di dimenticarmi in tutti i modi.
Ho smesso di guardarmi allo specchio.
Ho raccontato, soprattutto nei miei primi post, la mia idiosincrasia verso gli specchi.
E gli obiettivi fotografici.
L'immagine che ne scaturisce non mi rappresenta.
Non sono io. O, almeno, vorrei non lo fossi.

Poi un amico mi ha scattato una foto.
Una foto che da subito mi ha inquietato.
Non riuscivo a capire il perché.
L'ho guardata da ogni angolatura, facendo uno sforzo, che quella mia immagine profondamente m'inquietava.
Non riuscendo a scoprirne il motivo l'ho cancellata.
Me ne sono liberata con un sospiro di sollievo
...eppoi una mia amica mi ha detto: Marilena, stai perdendo i capelli.

Ho dovuto così affrontare lo specchio e quella realtà che la foto pur mi mostrava, ma che io non ho visto. O, meglio, non sono stata capace di vedere.

Ovviamente questo mi ha gettato ancora di più nella disperazione.
Nuovo stress che si è andato ad aggiungere al vecchio.

Chissà da quanto tempo i capelli mi stavano cadendo e io neppure me ne sono resa conto, così presa ad ignorare gli specchi. E le mie fotografie.
Ad ignorare me stessa.

Da Maggio, periodo in cui ho preso atto di ciò che mi stava accadendo, ho iniziato la mia battaglia contro l'alopecia.
I capelli, fragili come fili di ragnatela, in alcune aree stanno timidamente ricrescendo ma in compenso se ne sguarniscono altre.

Il dottore che mi ha in cura mi ha detto che devo fare uno sforzo e cercare di superare lo stress, ma non è certo facile quando il passato e il presente, in una perversa sinergia, hanno di nuovo scosso, fin nelle fondamenta, il fragile mondo in cui vivo, rimettendo in discussione tutto e ponendomi di fronte ad altre difficili prove esistenziali.

I capelli ricresceranno. Mi ha rassicurato il dottore dopo aver rinforzato, con cortisone aggiuntivo, la sua cura.
Ma io intanto lotto con la mia immagine allo specchio, da cui non mi è più possibile prendere le distanze.
Discostarmene.
Rinnegarla.


Non ho più scritto il mio diario proprio perché la realtà, questa realtà, è per me difficile raccontare.
D'affrontare. Come la mia immagine allo specchio.
Così, in tutto questo tempo, mi son limitata a correggere o scrivere qualche mio racconto.
Mi sono affidata alla fantasia perché la realtà, quella delle parole e dello specchio, risultava  davvero insopportabile.
Ma stamani ho fatto questo tentativo di scrittura del mio diario, incerta fino all'ultimo se questa pagina rimarrà o, come è accaduto per altre, la strapperò via.
Una prova di coraggio che può sembrare stupida ma che a me, invece, costa un doloroso sforzo.

Ma bisognerà pure che io inizi di nuovo a specchiarmi.

Marilena

domenica 16 settembre 2018

Il viaggio di Vincent



VINCENT, IL RAGAZZO CHE SEGUIVA I FUNERALI
All'inizio era nato come un racconto dark questo di  Vincent "il ragazzo che seguiva i funerali": un adolescente che ama la fotografia e la musica di Kurt Cobain, con la peculiarità di essere un frequentatore di cimiteri e un imbucato ai funerali di gente sconosciuta.
Questa sua passione, che non sottende alcuna ossessione, (dei cimiteri ama la scenografia, l'atmosfera di quiete che vi permea e che lo calma da quelle sue inquietudini adolescenziali che coincidono con la visione esistenziale di Kurt Cobain, il suo idolo, mentre i cortei funebri costituiscono per lui un modo di conoscere l'animo umano, che la sofferenza maggiormente predispone all'empatia, alla condivisione) viene però intercettata dal gruppo dei bulli della scuola e Vincent, da questi soprannominato "Il barone del cimitero"diventa oggetto di dileggio. Un dileggio che propaga quando questa sua inclinazione, diventata pubblica, all'inizio suscita  la curiosità delle persone e dei media,  (molti sono quelli che partecipano ai cortei funebri solo per vedere lui "il ragazzo che segue i funerali) e trasformando il tutto in un fenomeno di moda, e lui un animale da baraccone. Ma quando Vincent rifiuta questa trasposizione s'avvia un processo mediatico che coinvolge anche la sua famiglia che pure ha difficoltà a capire, ad accettare Vincent in quella sua innocua peculiarità da cui, con minacce e lusinghe, lo si vuole costringere a guarire.
Quasi quella sua inclinazione fosse una malattia. Una perversione.
Vincent è davvero solo, ha tutti contro: i media, la famiglia, la scuola, dove neppure i professori prendono apertamente le sue parti, lasciandolo in balia del gruppo dei bulli. E' cosciente di non potercela fare in questa immane sfida in cui rischia di smarrire perfino se stesso, di trasformarsi ai suoi stessi occhi in quello che la società ha deciso lui debba essere: un'anomalia.
Da qui matura l'idea del viaggio, prefiggendosi come meta "l'ultima frontiera", che lui la prefigura non come luogo fisico ma piuttosto come un'emozione. Una rivelazione. Un fotogramma anomalo proiettato in un contesto ordinario. Un bagliore da cogliere al volo.
Un viaggio verso cui s'avvia con le cuffiette e la musica di Cobain a fargli da colonna sonora, e la macchina fotografica, per catturare il riflesso di quel bagliore.

Un viaggio esistenziale, questo di Vincent, un'esplorazione del mondo e una verifica di se stesso, espletata dalla conoscenza diretta, non manipolata e né deformata dai media e dalla società.
Un viaggio rivelatore delle contraddizioni e delle mistificazioni attuate dall'uomo a perseguire i suoi scopi, ma anche la scoperta dei sentimenti più alti quali l'amore (Emily) l'amicizia (Adonais) e l'accoglienza (i guardiani dei cimiteri che attrezzano con brande le cappelle e permettono ai profughi di tendere un filo, tra le croci e gli alberi, per stendere il bucato).

Un viaggio verso quell'ultima frontiera che Emily afferma non esistere, o almeno non aver trovato Del viaggio di Emily non sappiamo nulla: lei non racconta e Vincent non domanda. Ma lei vive in una realtà liberal, dove le diverse visioni s'incontrano e non si scontrano. Un confronto democratico, dove vige l'accettazione della diversità e della pluralità (riguardo la morte, ad esempio, i componenti della famiglia di Emily hanno visioni diverse, ma che nessuno tenta d'imporre come le uniche vere, ma legittimandole nel confronto, diventano materia di dibattito, di riflessione. Di scambio di esperienza. Immaginiamo quindi che il viaggio di Emily sia un viaggio interiore, e che lei, vivendo in un mondo ideale improntato sul rispetto, il riconoscimento e l'accettazione delle pluralità
Il nonno di Emily ospita nelle cappelle adibite a dormitori un gruppo di profughi. Non li nasconde. Li rende visibili al vicinato permettendo loro di sciorinare i panni al sole su un filo teso tra le croci, e suonare musica la sera. La pratica dell'accoglienza, e il riconoscimento al diritto d'asilo da parte del nonno di Emily, favorisce l'accettazione e l'integrazione. Una comunità aperta, e in espansione. Si fa musica, si balla, e nascono nuovi amori.

Anche del viaggio di Adonis, il profugo siriano che Vincent incontra nel suo ultimo tratto di strada, sappiamo solo l'essenziale. Lui la sua ultima frontiera l'ha invece trovata in una camera di tortura e da sopravvissuto porterà inciso nel corpo e nell'anima gli orrori che solo la crudeltà umana è in grado di elaborare: una stimmata che mai rimarginerà, mai smetterà di sanguinare, e che permette a Vincent di fotografare in un simbolico passaggio di testimone. In una camera di tortura s'invoca la morte e si maledice la vita. S'implora la pietà della morte e non quella dell'aguzzino. Quella morte che annulla il dolore, lo strazio, il sanguinamento. La morte come via di salvezza: un varco da cui fuggire dalla camera di tortura. Per Adonis, è la tortura e non la morte l'ultima frontiera. Ma è la sua ultima frontiera, sua e di nessun altro. E lo ribadisce più volte affinché Vincent ne penetri il significato. Quell'ultima frontiera che non si prospetta uguale per tutti. E neppure l'imbattervi è nel destino di ognuno. Nella sintesi di Adonis si ripropone la frase iniziale di Cobain, l'incipit di questo racconto:
"Nella nostra vita nulla è programmato al contrario di quello che speriamo, ogni evento può essere portato al suo estremo opposto in una piccola frazione di secondo, cosa condiziona ciò? Il nostro umore, quindi è assolutamente evidente che la nostra vita dipende dalle persone"

Simbolismi e premonizioni nell'ultima notte di Vincent trascorsa con Adonis all'addiaccio in un cimitero violato, tra croci divelte e tombe profanate, quando nel silenzio innaturale percepisce l'odore di urina e di confetti della morte. E quello della solitudine. Il giorno dopo il profugo siriano s'imbarcherà verso la Francia e lui tornerà a casa, facendo sosta da Emily.
Il suo viaggio lo ha comunque compiuto e seppur non ha trovato l'ultima frontiera ha ritrovato se stesso. E forse la sua ultima frontiera è lo smarrimento la sua identità. L'annullamento di Vincent.
 Quel viaggio allora è stato il suo varco verso la salvezza.

... l'ultima frontiera non si prospetta uguale per tutti. E neppure l'imbattervi è nel destino di ognuno. Così smetto di cercare. Torno a casa.
p.s -  Io e Cobain ritardiamo di un giorno la partenza perché siamo capitati in un luogo magnifico dove pare vada in scena il tramonto più bello del mondo. Imperdibile, a quanto mi è stato raccontato. Sarà la nostra ultima sosta"
Questo scrive Vincent nella sua ultima lettera ad Emily.

Quel tramonto imperdibile, il più bello del mondo, rappresenta per lui la bellezza, la poesia, la speranza, e non l'evento non programmato, portato all'estremo opposto in una piccola fazione di secondo a condizionare il suo destino
Ma è quello che accade
Dissolvenza

UNA CASUALITA' MERAVIGLIOSA
ADONIS
Per la figura di Adonis, l'intellettuale rifugiato siriano, compagno nell'ultimo tratto di strada di Vincent, ho fatto riferimento al poeta arabo siriano, Ali Ahmad Sa'id ad Al Qassabin, il cui pseudonimo è Adonis. Esiste davvero. Un incontro fortuito questo mio, che mentre facevo ricerche sul nome mi è apparso lui. A dirla tutta, causa il poco tempo e la necessità di terminare il racconto, non mi ero soffermata sulla sua biografia. Non ho approfondito come di solito faccio. M'interessava il nome e niente altro. Mai però avrei immaginato d'imbattermi in un intellettuale dissidente di nome Adonis, un rivoluzionario che come il mio personaggio trova rifugio in Francia (ma questo l'ho scoperto solo dopo) e che mi ha permesso di creare un collegamento con l'Adonais di Shelley.
E invece è accaduto
Una casualità meravigliosa.
La quadratura del cerchio.
Un bagliore catturato al volo.

TRIBUTO A KURT COBAIN
Questo racconto è anche il mio tributo a Kurt Cobain, leader dei Nirvana e compagno di viaggio di Vincent.
Il suo idolo.
Il suo punto di riferimento.
Lo è stato anche per me, per un lunghissimo tempo.
Ancora oggi amo la sua musica. La sua poesia.
E quella sua voce che graffia a sangue il silenzio.

sabato 15 settembre 2018

Il ragazzo che seguiva i funerali





Nella nostra vita nulla è programmato al contrario di quello che speriamo, ogni evento può essere portato al suo estremo opposto in una piccola frazione di secondo, cosa condiziona ciò? Il nostro umore, quindi è assolutamente evidente che la nostra vita dipende dalle persone.
(Kurt Cobain)

VINCENT
Vincent, fin da bambino subiva l'attrazione per i cimiteri, passione che nel periodo dell'adolescenza s'era trasformata in esaltazione esistenziale, come così come per la maggior parte dei ragazzi avviene per la musica rock o il calcio, i viaggi e le ragazze.
I cimiteri lo ispiravano: la  penombra calmava la sua anima febbrile e dolcemente placava quelle sue inquietudini che originavano improvvise, senza un motivo apparente, da quella zona recondita ed ancora inesplorata della sua anima, e gli toglievano il respiro.
Adorava il cimitero della sua città: piccolo, ordinato, fiorito d'estate, innevato d'inverno.
Vi giungeva con le cuffiette, dove la voce di Kurt Cobain, il suo idolo, irrompeva graffiando a sangue il silenzio, di rabbia violenta e disarmante malinconia.
Una contraddizione in cui Vincent appieno si ritrovava.
Gli piaceva fotografare. Scattava foto che però non pubblicava sui social.
Quegli scatti rappresentavano i suoi stati d'animo. E quelli non erano condivisibili.

Vincent amava i cimiteri. E seguiva i funerali.

Dopo questa affermazione verrebbe da immaginarlo pallido, asociale e forse aspirante suicida.
Nulla di tutto questo. Era un bel ragazzo con un aspetto sano ed una innata propensione alla comunicazione e alla felicità. Una positività che non lo aveva scalfito neppure nel periodo dei brufoli, che per molti adolescenti si prospetta come una prima, durissima prova esistenziale.
E l'aria da poeta, che seduceva le ragazze. Una particolarità che gli era valsa l'ostilità dei bulli, dei fasulli, quelli che si predisponevano a fare il il loro ingresso nella vita con i guantoni da boxe.
Gli stessi che lo avevano soprannominato per scherno "Il Barone del Cimitero", evocando l'iconografia di uno stregone woodoo. Un traghettatore d'anime.
 Un'immagine assolutamente menzognera ma efficace ai fini del dileggio.

Vincent, incurante, assecondava la sua passione partecipando a tutti i funerali di cui veniva a conoscenza, nella sua città e in quelle limitrofe, imbucandosi da clandestino, così come altri fanno alle feste.
Ma a differenza di queste ultime, dove l'intruso viene quasi sempre sbattuto fuori o guardato con riprovazione, ai funerali si veniva più facilmente accettati perché la dimensione del dolore è così vasta che più si è a condividerlo più se ne alleggerisce il peso.
Partecipare ai cortei funebri, sia pure di estranei, gli era valsa un'infinità di amicizie.
E inviti a nuovi funerali.
Qualcuno perfino lo aveva nominato nelle ultime volontà, richiedendone espressamente la presenza.
Ma quando si era reso conto che quella sua partecipazione stava diventando oggetto di curiosità perché s'era sparsa voce di questa sua mania ed ecco che molti ora partecipavano alle celebrazioni luttuose unicamente per vedere lui "il ragazzo che segue i funerali", aveva iniziato a seguirli alla distanza. In incognito. Ma pure c'era sempre qualcuno sulle sue tracce munito di cellulare per testimoniarne la presenza. La faccenda stava degenerando in un fenomeno di moda.
E lui in un animale da baraccone.

Tutta questa fama, inoltre, gli aveva causato enormi problemi a casa (i suoi genitori erano preoccupati, ma anche imbarazzati, per questa sua bizzarria, da cui cercavano di distoglierlo con minacce e con lusinghe, poiché erano diventati oggetto loro stessi di un processo mediatico,  posti sotto accusa nel loro ruolo genitoriale) e poi  a scuola dove apertamente veniva irriso dal gruppuscolo dei bulli e volutamente ignorato dagli insegnanti.
Solo contro tutti, Vincent si trovava in un grosso casino pur senza aver fatto nulla di male.
Aveva capito, però, che quella sua passione era stata intenzionalmente intesa come un'anomalia.
Una specie di perversione sia pure innocua.
Aveva anche capito che doveva reagire a quell'accumulo di menzogne. Tirarsene via. Andarsene.
Sarebbe passato dalla fase contemplativa a quella dell'azione.

EMILY
Emily l'aveva notata subito perché il suo abito rosa spiccava nella piccola folla vestita di scuro. Non  era stato però  il dettaglio del colore a fargliela risaltare, ma lo sguardo.
Quello sguardo la rivelava nella sua vera natura, che era poi la sua stessa.
Le si era avvicinato e si era presentato: mi chiamo Vincent
Io sono Emily. Aveva risposto lei.
Affiancati, avevano seguito il rito della sepoltura e quando la cerimonia era terminata s'erano ritrovati a passeggiare tra le aiuole fiorite e le croci cesellate del piccolo cimitero.
Per un pò erano rimasti in silenzio a studiarsi e ad assaporare le emozioni di quel loro incontro.
Anime gemelle. Spiriti affini. E non solo per metafora.

Emily aveva i capelli neri e gli occhi grandi. Si muoveva con grazia.
Vincent, invece, era impacciato e alla ricerca di una frase non banale con cui iniziare una conversazione.
- Dunque, Vincent, dove sei diretto? -
Gli aveva chiesto lei togliendolo dall'impaccio.
- Verso l'ultima frontiera -

- Non esiste l'ultima frontiera. O almeno io non l'ho trovata -
Aveva affermato con sicurezza  Emily
- Come lo sai? -
Vincent aveva domandato sorpreso di quella sua sicurezza
-  Perché quel viaggio l'ho intrapreso prima di te -
- Allora è una ricerca inutile la mia -
Aveva obiettato lui  sconsolato
- Nessuna ricerca è mai inutile. E quello che io non ho trovato magari tu lo trovi. Seppur si è diretti allo stesso luogo e seguendo lo stesso itinerario, sono tanti i fattori che possono condizionarne il risultato. Ma questo viaggio vale la pena esser compiuto.

VINCENT ED EMILY
Erano rimasti a parlare al riparo di una gronda incuranti della pioggia e della notte imminente, sfamandosi con una mela che Emily magicamente aveva cavato da una tasca, e dissetandosi con l'acqua piovana raccolta nelle mani a coppa.
Parlarono di quella loro passione. Di quell'amore incomprensibile a coloro che nella morte leggevano solo il capitolo finale ignorando tutti gli altri che erano stati scritti prima. E quelli che sarebbero stati scritti dopo. Erano ciechi, e tali volevano rimanere se pure rifiutavano l'idea che qualcuno, come loro due ad esempio, potessero invece amarne la poetica e sentirsene attratti senza per questo covare oscure ossessioni.

Sotto quel riparo di fortuna, Vincent ed Emily si scambiavano confidenze mentre la tempesta imperversava illuminando il paesaggio con l'isteria dei lampi e il rimbombo ultraterreno dei tuoni.
Una scena apocalittica. Intima, invece, per loro.

Lui le aveva raccontato la sua tristezza nell'essere emarginato in quella che ormai gli veniva riconosciuta come una diversità conclamata, una devianza, ma che per lui era solo il suo modo di esprimersi. Di essere. Così era maturata la sua fuga...no, non proprio una fuga ma un distacco necessario per ritrovarsi e ricaricarsi dell'energia vitale per poter continuare ad essere se stesso. Vincent non aspirava ad altro che al diritto di esistere. Sentiva però la mancanza dei suoi luoghi. E di quegli affetti che pure non lo avevano saputo capire, né proteggere. Seppure sua madre, al telefono, non smetteva di chiedergli scusa e piangendo lo implorava di tornare a casa, che le cose sarebbero cambiate.
Ma come fanno le cose a cambiare se non si sono fino in fondo comprese?
 E troppo spesso si confonde l'amore col rimorso. La comprensione col perdono.
Emily, allora, gli aveva stretto la mano.
Ci sono vicinanze che non hanno bisogno di parole. E la loro era proprio di quel tipo.
Erano rimasti così in silenzio sotto la gronda al riparo dalla pioggia battente. Iniziava anche a far freddo. E allora Vincent s'era sfilato il giaccone per offrirlo alla sua compagna che lo aveva accettato grata riservandone un angolino anche a lui. Sotto quell'esigua coperta s'erano addormentati.

Il mattino dopo Vincent s'era svegliato col sole che gli solleticava il viso. Ma Emily, però, non c'era. Aveva esplorato i dintorni ma di lei nessuna traccia. Poi l'aveva vista, fuori dal cancello, giocare con un cucciolo di cane. Aveva tirato allora un respiro di sollievo.
 Non era dunque sparita. Non era un fantasma. E neppure un sogno.
 Emily era reale.

 - Buongiorno Vincent. Dormito bene? -
- Buongiorno Emily. Dormito meravigliosamente. E lui chi è? -
 - Ossian, il guardiano di questo cimitero. Cioè, il guardiano è mio nonno e lui è il suo vice, ma è ancora troppo inesperto per dargli l'intero grado -
Aveva spiegato ridendo mentre Ossian abbaiava festoso, correndo dall'uno all'altra ed esibendosi in buffe capriole canine.

Vincent - Tuo nonno è il guardiano del cimitero? Anche tu abiti qui? -
Emily - Sono nata qui, ma appartengo a questo posto non per un diritto di nascita ma per quello dell'amore. Fin da bambina ho amato questi tristi giardini, come direbbe l'elegiaco poeta, e le croci e gli angeli di marmo e la vita clandestina che brulica al suo interno: i piccoli animali randagi che qui trovano un rifugio; gli uccelli che nidificano nel fitto dei cipressi; le coppie d'innamorati in cerca di privacy. Di recente anche un gruppo di rifugiati che non avevano un posto dove stare. Il nonno li ha rifocillati e permesso di dormire in una cappella attrezzata con delle brande. Avevano teso una corda tra le croci più alte e gli alberi, e vi stendevano i panni ad asciugare. Al mattino sventolavano al suono delle campane. Uno di loro aveva un violino e suonava tutte le sere per ringraziare dell'ospitalità. Poi s'è sparsa la voce e un vicino ha portato la chitarra e la sera dopo un altro è arrivato con la fisarmonica. Melodie improbabili. Ma le donne ballavano e nascevano nuovi amori. Credo che la poetica della morte sia da sempre nel dna della nostra famiglia. Mia madre, professoressa di letteratura, è un'appassionata cultrice della poesia cimiteriale:  "Piango per Adonais... Adonais è morto! Giace il giglio spezzato e la tempesta è oltre". Versi di Shelley, il suo poeta preferito -
Emily aveva declamato quei versi con grande fervore, assumendo una posa drammatica.
Vincent era scoppiato a ridere.
 - Io a dirti la verità non ne vado matta: atmosfere lugubri e macabre descrizioni. Insomma, una visione tetra, alla Edgar Allan Poe. Mio padre, invece, è uno scultore. Tutte le sculture qui sono opera sua. Nell'ultimo viale a destra c'è perfino un angelo con le mie sembianze. La sua idea della morte è leggera, alata e fiorita. Niente terra ma solo nuvole. Preferisco di gran lunga questa sua a quella cupa, nichilista della mamma.-
Vincent - Sembra proprio che tu abbia una famiglia e una vita meravigliose -
Emily - Sono stata fortunata -

SULLA SOGLIA DEL CANCELLO
- Sempre intenzionato a partire? -
Lei gli aveva chiesto
- Perché non vieni con me! -
Vincent le aveva proposto d'impulso
- Quel viaggio io già l'ho compiuto e non mi riserverebbe più alcuna sorpresa. E lo stupore è un accessorio indispensabile nella valigia di un viaggiatore. Ma mi troverai qui se un giorno vorrai tornare -
La voce di Emily tradiva una profonda emozione che pure si rifletteva negli occhi, grandi e luminosi.
Sulla soglia del cancello, in pieno sole, sembrava un'immagine di luce. Quasi irreale.
Era così bella che avrebbe voluto scattarle una foto. Ma lei s'era opposta.
- Niente foto e niente telefonate. Odio gli addii. Le immagini che sbiadiscono e le voci che la distanza rende  irraggiungibili. Sarò sempre qui se avrai voglia di tornare-
Lo aveva salutato sfiorandogli la bocca con un bacio.

VERSO L'ULTIMA FRONTIERA
Percorrendo la sua "mother route" verso l'ultima frontiera, Vincent, aveva appreso dai giornali che i suoi erano in ansia, preoccupati per quella sua assenza che andava prolungandosi, e ne attendevano con trepidazione il ritorno. E l'ultima cosa che lui voleva era quella che si ritornasse a parlare di lui,  "il ragazzo che segue i funerali", anche se, nel frattempo, si era formata una piccola fazione di suoi sostenitori, ma che pure ripeteva lo stesso schema: la richiesta d'interviste, il pressing psicologico, la spettacolarizzazione, e la deformazione, delle sue emozioni. E tanto altro ancora. No, non era ancora il momento di tornare. E non sarebbe tornato finché non fosse cessato tutto quel chiasso intorno a lui. Niente più appelli pubblici. Niente più dichiarazioni. Niente più interviste. Niente di che nutrire la morbosità famelica che il suo caso aveva suscitato. E l'ultimatum ai suoi di non partecipare più a quei cinici talk show dove la sua vita era passata al setaccio e ridotta a brandelli. Persino il gruppo dei bulli aveva usufruito di una visibilità teleguidata che li aveva trasformati in personaggi da romanzo, falsando la realtà della storia.
 Queste erano le sue condizioni, comunicate alla famiglia, per il suo rientro in data da stabilirsi.

VINCENT E COBAIN
 Nel frattempo, Vincent,  prendeva appunti  e scattava foto che inviava ad Emily, che nel suo divieto riguardo i mezzi di comunicazione, non aveva incluso il cartaceo .

"Io e Cobain..."
Le lettere di Vincent iniziavano tutte così.
"Io e Cobain..." stava a significare che in quel suo viaggio non si sentiva solo.

Lettere senza risposta poiché lui si spostava continuamente e quindi non aveva un recapito fisso dove poterle ricevere. Presupponendo che lei avesse intenzione di rispondergli.
Un reportage in realtà un pò squilibrato, colmo di riflessioni che nelle lettere successive acquisivano il valore di certezze incrollabili per poi ancora essere nuovamente smentite. Stati d'animo d'indicibile malinconia che s'alternavano a quelli di gioiosa esaltazione, in un carosello continuo di emozioni e sensazioni e stupori che lo confondevano e lo sfinivano. Lo stordivano e lo inebriavano. Di queste emozioni contrastanti, e all'apparenza incoerenti, non sempre riusciva a venirne a capo, alcune gli rimanevano attaccate addosso, indelebili, e non riuscendo a prenderne le distanze, lo tormentavano. Erano i momenti in cui si sentiva sconfortato, lontano. Rinnegato. Una figura sbiadita e senza contorni. Un fantasma. La maggior parte delle volte non sapeva neppure in quale luogo, in quale regione del mondo stesse vagando. Quasi sempre erano posti in cui capitava per caso dal momento che la sua "mother route" l'aveva definitivamente smarrita. Eppure in quel suo lungo, solitario girovagare, aveva incontrato persone che spontaneamente lo avevano accolto e condiviso con lui cibo ed emozioni. Esperienze.

"Io e Cobain stiamo scoprendo che nel mondo ci sono altri guardiani del cimitero come tuo nonno pronti ad attrezzare con brande le cappelle e permettere all'ospite di tender un filo tra le croci e gli alberi per stendere i panni ad asciugare, e la sera fare un pò di musica. E questo mi riconcilia col mondo. Anche con quello da cui sono fuggito e a cui un giorno farò ritorno. Forse solo per una sosta. O forse per sempre. Non lo so ancora con certezza. L'unica certezza è che ho voglia di rivederti. "

Un viaggio straordinario quello suo che lo aveva portato a un capo all'altro del mondo alla ricerca dell'ultima frontiera, che immaginava non come luogo fisico ma piuttosto come evento straordinario. Seppur non gli riuscisse d'immaginare in che modo si sarebbe manifestato, scartando per principio quello in cui meno credeva: il paranormale. Sarebbe stata un'emozione. Una rivelazione. Un fotogramma anomalo proiettato in un contesto ordinario.
Un bagliore da cogliere al volo.

Ma quel fulgore non s'era però mai materializzato. O forse lui non era stato capace di vederlo. Eppure non ne era rimasto troppo deluso perché in definitiva vi trovava la conferma della testimonianza di Emily che asseriva che l'ultima frontiera non esiste. Ma in compenso di penultime, invece, il mondo era pieno, perché gli uomini strenuamente s'impegnano a delimitare confini, innalzare muri e scavare trincee, seppure nessuna barriera sarebbe mai stata così alta da sovrastare il cielo, oscurare il sole o impedire alla luna di sorgere.
Fortificazioni. Prigioni. Cancelli di filo spinato. Camere di tortura.
Cimiteri a cielo aperto: cadaveri galleggianti sulle onde del mare o emergenti dalle dune del deserto.
Una morte defraudata di ogni poesia.
Soprattutto priva di una qualsiasi giustificazione se non quella del disprezzo per la vita.

ADONIS
"Io e Cobain abbiamo avuto la fortuna d'imbatterci in Adonis, (ti giuro che si chiama proprio così, come il protagonista dei versi di Shelley) un intellettuale siriano in fuga dalla sua terra.
Letteralmente siamo inciampati l'uno nell'altro. Un incontro da romanzo. Un incontro del destino, come sostiene Adonis. Un uomo che ha molto vissuto, profondo conoscitore del genere umano e dei luoghi del mondo. Uno straordinario compagno di viaggio, molto generoso, mi lascia attingere dalla sua forza. Di giorno viaggiamo. Di notte dormiamo in posti di fortuna. Riusciamo a comunicare nonostante il mio inglese scolastico. Parliamo di tutto. Gli ho raccontato anche di te. E del nostro incontro. E di questo mio viaggio verso quell'ultima frontiera che non ho trovato, e che forse, come tu affermi, non esiste. Domani percorreremo l'ultimo tratto di strada insieme, poi Adonis s'imbarcherà verso la Francia dove spera di ottenere lo status di rifugiato politico. Stanotte dormiamo all'addiaccio, in un cimitero. Ci sono croci divelte e tombe violate. E un silenzio pesante. La morte odora di urina e di confetti. Ti confesso che questa sua partenza mi rattrista e, anche se ci siamo scambiati gli indirizzi e la promessa di rimanere in contatto, per la prima volta, in questa mia avventura, mi sento solo. "

"Io e Cobain, stamane, abbiamo trovato l'ultima frontiera. Ce l'ha mostrata Adonis prima di partire. Un geroglifico sul suo petto, scavato così in profondità nelle sue carni che non rimarginerà mai più. Mai  più smetterà di sanguinare. Una ferita orrenda. Una raffinata tecnica di tortura praticata nelle carceri siriane allo scopo di strappare l'anima ad un corpo ancora vivo. Strappare, non liberare
E l'anima urla nello strazio del corpo. Grida silenziose perché la bocca è sigillata dai bavagli. Inudibili all'esterno, si diventa invisibili. Inesistenti. Seppelliti vivi, s'invoca la morte maledicendo la vita. Prima di partire, Adonis mi ha permesso di fotografare il geroglifico sanguinante inciso sul suo petto: il sentiero della sua ultima frontiera. La sua. Non quella di qualcun'altro. Lo ha ribadito più volte per essere sicuro che avessi capito che l'ultima frontiera non si prospetta uguale per tutti. E neppure l'imbattervi è nel destino di ognuno. Così smetto di cercare. Torno a casa.
p.s -  Io e Cobain ritardiamo di un giorno la partenza perché siamo capitati in un luogo magnifico dove pare vada in scena il tramonto più bello del mondo. Imperdibile, a quanto mi è stato raccontato. Sarà la nostra ultima sosta"

L'ULTIMA FRONTIERA
Vincent le aveva scritto in quella sua ultima lettera, che altre Emily non ne aveva più ricevute e inutilmente ne aveva attese.
Sparito nel nulla. Dissolto.
La possibilità che potesse capitargli qualcosa di brutto non aveva sfiorato Emily neppure per un attimo.
Quando si è giovani l'idea della morte è la più remota fra i destini possibili, anche quando se ne subisce il fascino e se ne diventa cultori, è la morte di Adonais che celebriamo, non la nostra e né quella di chi ci è caro.
Una morte poetica. Una morte romantica.
Una morte vissuta all'interno di un racconto
Ma mai una morte davvero reale.
Perché noi, nel nostro pur breve tempo, c'immaginiamo immortali ed eterno il nostro mondo privato, e non possiamo fare diversamente perché quello è il modo meno doloroso per accettare la morte.
La morte è casuale come a volte lo è la vita. Imprevedibile. Legata a troppi fattori esterni da poter essere tutti vagliati, presi in considerazione. Paradossalmente passeremmo l'intera nostra esistenza a vagliarli. Analizzarli. Comprenderli. Assimilarli
.. e poi inciampare in una mina anti uomo, mentre si è intenti a fotografare il riflesso del più bello dei tramonti. Un bagliore da cogliere al volo.
E la voce di Cobain a graffiare a sangue il silenzio.

Giace il giglio spezzato e la tempesta è oltre
(Percy Bysshe Ahelley - Adonais)
In memoria di Vincent




martedì 28 agosto 2018

Fleur (cap 8)




 DIRITTO ALL'AMORE
- Io l'amo, Arturo -
Ti ricordo, compadre, che lei ha solo quattro anni più di tuo figlio e la metà dei tuoi. Faresti bene a rinsavire che uno scandalo non gioverebbe di certo alla tua carriera -
- La carriera! Io ti racconto delle mie sofferenze d'amore e tu contrapponi le necessità della carriera! -
- Oh si, Francisco, perché sei mio amico ed anche perché su di te ho investito un bel pò di soldi. Ti diffido, quindi, dal compiere passi falsi o quanto meno azzardati, ricordandoti anche che tra meno di un mese partiremo per Hollywood per perfezionare il contratto con la Warner Bros per il film "Don Juan" di cui tu sei il protagonista ed io il produttore. Sistema le tue faccende di cuore, compadre. E nel tempo più breve -

Ferrer trovava intollerabili le disposizioni che Arturo Serrano gli aveva impartito. Lui certo ci metteva i soldi, ma senza il suo talento sarebbero serviti a niente. Le posizioni tra loro andavano riviste. E comunque non poteva certo ora che aveva varcato la soglia della casa, no ancor meglio, della stanza di Fleur, tirarsi indietro. Un traguardo che gli era costato interminabili ore di vacue chiacchiere con Ermelina Hortega, e della quale tutto ferocemente detestava: lo sguardo adorante con cui lo guardava, l'umiltà con cui si piegava ai suoi consigli, la voce con cui pronunciava il suo nome.
Eppure, nonostante il suo odio, s'era dato da fare per lei correndo da un posto all'altro per organizzare quella stupida festicciola di compleanno nello stile di una mega festa hollywoodiana, garantendo la sua presenza e quella di nomi al suo stesso livello.
E tutto finalizzato al solo scopo di rivedere Fleur.

Ed ecco che il suo migliore amico, invece di mostrare comprensione e parteggiare per lui, pure cercava di dissuaderlo, di distoglierlo dal suo amore per lei, come se quello fosse un sentimento riprovevole. Perverso. E così aveva tirato in ballo la storia dell'età, ricordandogli i troppi anni che correvano tra di loro. Come se quello fosse bastante dal dissuaderlo dall'amare Fleur.

Ma se solo avesse potuto guardare dentro al suo cuore avrebbe visto la gioia e la follia che lei, con l'inconsapevole seduzione dei gesti, delle sue innocenti provocazioni, in lui scatenava. Come quando fingendo di cadere lui l'aveva afferrata e stringendola fra le braccia aveva sentito i suoi piccoli seni premere contro il suo petto: boccioli bianchi dai capezzoli rosa, intravisti nella trasparenza della blusa, che in Fleur era tutto così chiaro e luminoso. Incontaminato

Sbagliava Arturo nelle sue moralistiche considerazioni che non tenevano in alcun conto della potenza primieva dei sentimenti, riducendo tutto solo al solo principio legale. E ad un calcolo di anni.
Negandogli. di fatto, il diritto all'amore

DIRITTO DI  CITTADINANZA
La festa sarebbe stata la domenica seguente, ed era tutto già predisposto, così Ferrer, finalmente libero dalla obbligatorietà inevitabile di Ermelina Hortega, s'apprestava a trascorrere quei giorni rimanenti pattugliando i dintorni di Fleur nella speranza d'incontrarla o anche solo intravederla, quando la telefonata, imprevista e concitata di Ermelina, gli aveva spianato il percorso, inaspettatamente conducendolo di nuovo a casa dei Petit.

- Coralie vorrebbe vedervi. Non so di cosa si tratti, ma ha chiesto di voi. Andate prima possibile -
E lui era andato quel giorno stesso.

Lo aveva accolto la stessa Coralie che stringendogli la mano aveva detto: avete compiuto un miracolo di cui ve ne sarò in eterno grata. Da quando ho posto al collo di Philippe il vostro scapolare, una nuova linfa lo ha rianimato. Mangia senza poi rigettare il cibo e dorme più tranquillo. Ha acconsentito perfino ad uscire all'aperto, dopo mesi di letto e di penombra. Ah Francisco, non potete immaginare cosa significa per me. Volevo farvene partecipe e ringraziarvi di tutto questo -

Coralie aveva fatto di getto questo suo breve discorso, in uno stato di esaltazione emotiva aveva portato la mano di lui alla bocca per baciargliela, ma Ferrer con dolcezza l'aveva sottratta.

- No, Coralie, non è mio questo miracolo, ma della vostra fede e del vostro amore -
- Ma io vi sarò comunque eternamente grata. Così come Philippe, che vorrebbe personalmente ringraziarvi -

Coralie  aveva aperto la porta della stanza invitandolo ad entrare, mentre Ferrer, che a quell'invito non poteva sottrarsi, avrebbe dovuto far ricorso a tutte le sue forze per vincere la repulsione fisica che da sempre i malati gli ispiravano, gioco forza respirare l'odore malsano della sofferenza e dei liquidi corporei, e perfino dover tendere la mano in una carezza o in un gesto qualsiasi di contatto.
Ma a differenza della prima volta che vi era entrato, nella stanza permeavano odori  più asciutti, meno aggressivi, e la luce, attenuata dai pesanti tendaggi, irradiava morbida e circoscritta sui dettagli essenziali, non calando direttamente sul catafalco del letto e sul moribondo che vi giaceva, e rendendo così tutto meno drammatico. Ed irreversibile.

Ferrer s'era arrestato ai piedi del letto, in quello che poteva essere inteso come segno di rispetto ma, in realtà, per codardia, che la vicinanza col malato lo avrebbe costretto a guardare le devastazioni causate dalla malattia.
Avrebbe voluto scappare da quella stanza, da quella donna. Da quella situazione.
Ma aveva, invece, obbedito a Coralie che con un gesto discreto lo invitava ad avvicinarsi al capezzale così da potersi personalmente accertare della verità di quel miracolo di cui era stato l'artefice.
 S'era allora avvicinato al letto dove, sotto uno spesso strato di coltri, giaceva una figura senza età e senza sesso, che lo guardava con lo stesso sguardo d'acquamarina di Fleur, solo più sfocato, remoto,  proveniente da oltre confine.
Il resto del volto era come avvolto dalla nebbia, senza contorni nè lineamenti, dove s'evidenziavano nitidi solo gli occhi che per un breve istante lo avevano guardato muti, prima di tornarsi a chiudere.
Coralie s'era chinata su di lui, gli aveva accarezzato la fronte e ricomposto le coltri, e poi, lei e Ferrer erano usciti dalla stanza. Ma prima di varcare la soglia era tornata indietro per un ultimo bacio.

- Fermatevi a pranzo con noi, vi prego. Mi farebbe piacere avervi nostro ospite -
L'invito di Coralie era giunto, inatteso ma tempestivo, proprio mentre Fleur uscendo da una camera laterale lo aveva visto e con genuino, irruento entusiasmo, gli era corsa incontro
...e a Ferrer non era rimasto altro che accettare.

Accolto con cordiale ospitalità al desco dei Petit, dove mancava solo Celeste impegnata con la scuola, Armand lo aveva da subito elargito della sua simpatia, e perfino la nonna caffellatte aveva dismesso, in quell'occasione, l'atteggiamento palesemente diffidente nei suoi riguardi, la sua presenza aveva animato quella loro tavola di solito parca di sguardi e di parole, perfino di qualche risata.
E Ferrer, perfettamente a suo agio, s'era dimostrato ospite amabile dissertando con Armand di viaggi e di avventure. Entrambi avevano così scoperto di esser stati protagonisti del medesimo incidente di treno, di aver soggiornato nello stesso periodo a Venezia, città incantevole ma scomoda, e su cui concordarono mai avrebbero vissuto, e di preferire alla vecchia, affascinante, ma troppo lenta Europa, il dinamismo, anche se nevrotico, delle metropoli americane.
- Sono un francese dall'indole newyorkese -
 Aveva concluso Armand suscitando le rimostranze discrete della suocera che pur nutriva rimpianti per Parigi, a cui agognava far ritorno appena Philippe fosse guarito.

- Oh mamma, se hai così tanta nostalgia puoi partire anche domani, che Philippe ha già intrapreso la via della guarigione -
Aveva detto con dolcezza Coralie, indirizzando a Ferrer  uno sguardo di gratitudine
...e allora Fleur, che quello sguardo aveva intercettato, gli aveva stretto la mano sotto al tavolo: un gesto di complicità che lo aveva vivificato, esaltato. Sublimato ai confini dell'estasi.
E così egli aveva aveva stabilito che quella casa, quella stanza, quel tavolo, quella gente, erano l'unico luogo a cui aspirava, e dove aveva appena acquisito diritto di cittadinanza.
Un diritto suggellato da quella stretta di mano clandestina.

continua...