PICCOLA CLA
Pubblicato da Writer Monkey
Recitata da Andrea Improta
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Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.
giovedì 30 aprile 2020
domenica 26 aprile 2020
Certezze. E Catastrofi
Non c'è nulla di più rassicurante delle certezze della routine, anche se a lungo andare possono generare noia o fastidio, infinitamente si rimpiangono nel momento degli sbandamenti e delle catastrofi, quando la terra frana sotto i piedi e tu non sai se stai cadendo in una buca o in un precipizio. O in una realtà parallela.
giovedì 23 aprile 2020
Rebecca (cap 17)
EN PLEIN AIR
Nel giardino inondato di sole, sedute sotto un patio, c'erano tre donne, che ad un primo sguardo potevano essere la replica di una stessa: capelli ramati, occhi scuri e pelle di porcellana.
Tranne per gli abiti, di colori diversi, verde, lilla e blu, si somigliavano nel tono della voce e nella grazia dei movimenti. Giovanni Basile, ammaliato, s'era fermato ad ammirarle: come in un quadro di Degas, i colori vividi degli abiti e il rosso luminoso dei capelli si fondevano con l'azzurro traslucido del cielo quasi estivo, sullo sfondo di un paesaggio senza tempo.
Alla sua vista, una di loro, quella vestita di blu, s'era staccata dalle altre e gli era andata incontro.
«Signor Basile, vi ricordate di me? Ci siamo incrociati nell'atrio, voi stavate uscendo ed io ero appena arrivata. Sono Rebecca Scalavino, la figlia di Concetto.» Disse, porgendogli la mano.
«Certo che mi ricordo di voi.» Rispose l'uomo togliendosi il cappello e stringendole la mano.
Aveva una voce profonda, capelli lucidi e neri legati in una treccia, e sotto la fronte bassa, nel volto brunito dai lineamenti marcati, risaltavano gli occhi scuri dal taglio a mandorla, che gli conferivano una fisionomia straordinariamente esotica. Come la volta precedente indossava stivali da cacciatore e una camicia quadrettata da montanaro, con le maniche rimboccate sulle braccia.
«Avrei bisogno di parlarvi, ovviamente dopo che avrete fatto visita a mio padre. Non vi porterò via troppo tempo...è una faccenda breve.»
Lui aveva sorriso di nuovo: «Non è il tempo che mi manca, e sono lieto se potrò esservi di aiuto.»
«Grazie per la vostra gentilezza. Vi attenderò sotto il patio.» Rebecca gli indicò la struttura coperta dove era prima seduta con la sorella e la madre.
Giovanni Basile assentì, toccandosi la falda del cappello.
«Allora a dopo.» Si congedò, incamminandosi lungo il vialetto.
CONFESSIONI
«Chi è l'uomo col quale stavi parlando?» Gemma aveva chiesto incuriosita.
«Giovanni Basile, lavora per papà.»
«E tu cosa hai a che fare con lui?»
«Vorrei capirne di più sul commercio del legname.» Aveva risposto Rebecca, suscitando la risata divertita della sorella, a cui aveva replicato seria: «Non c'è nulla da beffeggiare, Gemma. Voglio una vita fuori dalle mura di questa casa e da quella futura, dove immagino sarò la moglie di qualcuno, intenta ad allevare figli, curare il giardino e ricamare centrini. E' questo a cui siamo destinate. Ed io non lo accetto. Voglio essere padrona della mia vita e delle mie scelte. Ti pare un desiderio così insensato? » La domanda era stata accolta dal silenzio di Gemma. Con dolcezza, Rebecca, aveva allora chiesto: «E tu cosa desideri?»
«Essere amata.» Aveva risposto in un sussurro. Ma subito dopo, pentita di quella confessione, s'era allontanata correndo.
Rebecca non aveva tentato di trattenerla e neppure di rincorrerla. Non era stata freddezza la sua, ma rispetto, intuendo da quell'amara, schietta dichiarazione, la tempesta di sentimenti, emozioni e dubbi che albergavano nell'animo della sorella. Una confessione, quella sua, alla cui luce andavano analizzati i suoi recenti comportamenti. Il loro padre l'aveva illusa sulla sincerità del suo affetto, e poi umiliata per consentire a lei di trionfare. L'abietta scala dei valori su cui lui s'era mosso pienamente giustificava quel suo rancore che ora s'era esteso anche lei che s'affannava a prenderne le difese facendosi paladina di quella supposta innocenza paterna, tutt'altro che limpida, sulle cause della morte di Mimì Messinese.
No, averla lasciata andar via senza tentare di fermarla con un gesto o una parola, non era stata una buona cosa: quello che nelle sue intenzioni voleva essere un segno di rispetto doveva esserle sembrare, al contrario, d'indifferenza o di superiorità.
Doveva immediatamente chiarire l'equivoco con Gemma.
UNA CONVERSAZIONE RIMANDATA
«Giovanni Basile, lavora per papà.»
«E tu cosa hai a che fare con lui?»
«Vorrei capirne di più sul commercio del legname.» Aveva risposto Rebecca, suscitando la risata divertita della sorella, a cui aveva replicato seria: «Non c'è nulla da beffeggiare, Gemma. Voglio una vita fuori dalle mura di questa casa e da quella futura, dove immagino sarò la moglie di qualcuno, intenta ad allevare figli, curare il giardino e ricamare centrini. E' questo a cui siamo destinate. Ed io non lo accetto. Voglio essere padrona della mia vita e delle mie scelte. Ti pare un desiderio così insensato? » La domanda era stata accolta dal silenzio di Gemma. Con dolcezza, Rebecca, aveva allora chiesto: «E tu cosa desideri?»
«Essere amata.» Aveva risposto in un sussurro. Ma subito dopo, pentita di quella confessione, s'era allontanata correndo.
Rebecca non aveva tentato di trattenerla e neppure di rincorrerla. Non era stata freddezza la sua, ma rispetto, intuendo da quell'amara, schietta dichiarazione, la tempesta di sentimenti, emozioni e dubbi che albergavano nell'animo della sorella. Una confessione, quella sua, alla cui luce andavano analizzati i suoi recenti comportamenti. Il loro padre l'aveva illusa sulla sincerità del suo affetto, e poi umiliata per consentire a lei di trionfare. L'abietta scala dei valori su cui lui s'era mosso pienamente giustificava quel suo rancore che ora s'era esteso anche lei che s'affannava a prenderne le difese facendosi paladina di quella supposta innocenza paterna, tutt'altro che limpida, sulle cause della morte di Mimì Messinese.
No, averla lasciata andar via senza tentare di fermarla con un gesto o una parola, non era stata una buona cosa: quello che nelle sue intenzioni voleva essere un segno di rispetto doveva esserle sembrare, al contrario, d'indifferenza o di superiorità.
Doveva immediatamente chiarire l'equivoco con Gemma.
UNA CONVERSAZIONE RIMANDATA
Entrata nell'atrio, Rebecca, s'era incrociata con Giovanni Basile che s'apprestava ad uscire.
«A quanto pare è nostro destino incontrarci nel corridoio.» Osservò divertito, ma s'era subito fatto serio davanti all'espressione pensierosa della giovane. «Tutto bene, Rebecca?» Chiese preoccupato.
Lei lo rassicurò: «Sì, tutto a posto, ma dobbiamo rimandare la nostra conversazione in un altro momento, se siete d'accordo.»
«Certo. Quando volete.» C'era un'impercettibile nota di delusione nella sua voce che Rebecca, però, non aveva rilevato.
«La prossima volta che verrete in visita a mio padre, se per voi va bene.»
Giovanni Basile annuì in segno di assenso.
Sulla porta s'erano salutati con una stretta di mano.
LA SCOPERTA DELL'INTIMITA'
Quando Rebecca era entrata nella stanza, Gemma, d'impulso, s'era alzata per uscire, ma stavolta, però, lei l'aveva trattenuta.
«Dobbiamo parlare, chiarire questo mostruoso equivoco che si è creato tra noi.» Aveva detto Rebecca tenendola per i polsi, ma Gemma, furiosa, l'aveva respinta facendola cadere a terra da dove, però, s'era subito rialzata e, per impedire che l'altra guadagnasse l'uscita, l'aveva trattenuta bloccandola sul pavimento. Gemma, con un colpo di ginocchio all'inguine, l'aveva costretta ad allentare la presa, facendola ripiegare su stessa. Di nuovo a terra, dolorante, ma decisa a non mollare, Rebecca l'aveva afferrata per una caviglia. Perdendo l'equilibrio, Gemma le era ruzzolata addosso.
S'erano così ritrovate entrambe a terra, ansanti, esauste e scarmigliate, come un blocco marmoreo in un angolo del pavimento: il loro primo vero, materiale contatto fisico.
D'istinto, Rebecca, tramutò la presa in un abbraccio e baciò la sorella su una guancia.
Sorpresa da quel gesto, inusuale ed inaspettato, Gemma, confusa, si arrese a quell'intimità nuova, lasciandosi andare alle lacrime.
Unite in quell'abbraccio, il cucciolo di lupo e il cucciolo di cane, sperimentavano entrambe, per la prima volta, il calore del contatto fisico. Quell'intimità silenziosa, profonda, che non scaturisce dalle parole o dal legame del sangue, ma dal sentimento, e fino a quel momento a loro precluso perché sconosciuto.
Rebecca, con quell'abbraccio spontaneo, aveva compiuto l'atto materiale del ricongiungimento con la sorella, abbattuto gli steccati dietro cui erano confinate, e legittimato l'accesso illimitato nel proprio territorio: non una resa, quella sua, ma un'offerta che forse Gemma avrebbe accettato oppure respinto. Ma non era quello il momento delle verifiche. In quell'angolo di pavimento, trasformato in una culla, Rebecca e Gemma s'erano addormentate abbracciate.
«A quanto pare è nostro destino incontrarci nel corridoio.» Osservò divertito, ma s'era subito fatto serio davanti all'espressione pensierosa della giovane. «Tutto bene, Rebecca?» Chiese preoccupato.
Lei lo rassicurò: «Sì, tutto a posto, ma dobbiamo rimandare la nostra conversazione in un altro momento, se siete d'accordo.»
«Certo. Quando volete.» C'era un'impercettibile nota di delusione nella sua voce che Rebecca, però, non aveva rilevato.
«La prossima volta che verrete in visita a mio padre, se per voi va bene.»
Giovanni Basile annuì in segno di assenso.
Sulla porta s'erano salutati con una stretta di mano.
LA SCOPERTA DELL'INTIMITA'
Quando Rebecca era entrata nella stanza, Gemma, d'impulso, s'era alzata per uscire, ma stavolta, però, lei l'aveva trattenuta.
«Dobbiamo parlare, chiarire questo mostruoso equivoco che si è creato tra noi.» Aveva detto Rebecca tenendola per i polsi, ma Gemma, furiosa, l'aveva respinta facendola cadere a terra da dove, però, s'era subito rialzata e, per impedire che l'altra guadagnasse l'uscita, l'aveva trattenuta bloccandola sul pavimento. Gemma, con un colpo di ginocchio all'inguine, l'aveva costretta ad allentare la presa, facendola ripiegare su stessa. Di nuovo a terra, dolorante, ma decisa a non mollare, Rebecca l'aveva afferrata per una caviglia. Perdendo l'equilibrio, Gemma le era ruzzolata addosso.
S'erano così ritrovate entrambe a terra, ansanti, esauste e scarmigliate, come un blocco marmoreo in un angolo del pavimento: il loro primo vero, materiale contatto fisico.
D'istinto, Rebecca, tramutò la presa in un abbraccio e baciò la sorella su una guancia.
Sorpresa da quel gesto, inusuale ed inaspettato, Gemma, confusa, si arrese a quell'intimità nuova, lasciandosi andare alle lacrime.
Unite in quell'abbraccio, il cucciolo di lupo e il cucciolo di cane, sperimentavano entrambe, per la prima volta, il calore del contatto fisico. Quell'intimità silenziosa, profonda, che non scaturisce dalle parole o dal legame del sangue, ma dal sentimento, e fino a quel momento a loro precluso perché sconosciuto.
Rebecca, con quell'abbraccio spontaneo, aveva compiuto l'atto materiale del ricongiungimento con la sorella, abbattuto gli steccati dietro cui erano confinate, e legittimato l'accesso illimitato nel proprio territorio: non una resa, quella sua, ma un'offerta che forse Gemma avrebbe accettato oppure respinto. Ma non era quello il momento delle verifiche. In quell'angolo di pavimento, trasformato in una culla, Rebecca e Gemma s'erano addormentate abbracciate.
Riappacificate, come accade sovente alle sorelle dopo un litigio.
martedì 21 aprile 2020
In un angolo di giardino
IN UN ANGOLO DI GIARDINO
Pubblicata da Writer Monkey
Recitata da Valeria Chiani
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Pubblicata da Writer Monkey
Recitata da Valeria Chiani
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domenica 19 aprile 2020
Il pasto nudo dell'orchessa
IL PASTO NUDO DELL'ORCHESSA
Pubblicato da Writer Monkey
Recitato da Andrea Di Vincenzo
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Pubblicato da Writer Monkey
Recitato da Andrea Di Vincenzo
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venerdì 17 aprile 2020
Una storia assurda
UNA STORIA ASSURDA
Pubblicata da Writer Monkey
Recitata da Andrea Di Vincenzo
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Pubblicata da Writer Monkey
Recitata da Andrea Di Vincenzo
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giovedì 16 aprile 2020
Una storia d'amore
UNA STORIA D'AMORE
Pubblicata da Writer Monkey
Recitata da Silvia Vergari
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martedì 14 aprile 2020
Rebecca (cap.16)
IN PUNTA DI PIEDI
Brigida era entrata in punta di piedi nella camera di Concetto Scalavino per chiudere le tende perché il sole, nonostante volgesse all'imbrunire, ancora smerigliava di rosso le pareti, e prendere ordini per la cena e sincerarsi delle sue condizioni, che quel giorno, contrariamente al solito, la campanella di servizio aveva suonato solo una volta perché venisse fornito di pennino e carta da lettere. I fogli, malamente scarabocchiati, erano scivolati a terra quando lui s'era addormentato. Scrivere in quella posizione scomoda non era facile, così come il trascorrere intere giornate immobilizzato a letto.
Quanto doveva pesare ad un uomo d'azione e di controllo come lui quella forzatura e la conseguente dipendenza da lei per le veci nella casa, e da Giovanni Basile per quelle negli affari!
Ma se poteva fidarsi di loro per le pratiche quotidiane così non era per quelle più personali, e a causa dell'incidente, sospese e d'improvviso incerte, e che pure dovevano tremendamente angosciarlo non potendo, per queste, affidarsi ad alcun vice.
Brigida aveva raccolto i fogli, tirato le tende, e senza far rumore era uscita dalla stanza.
Nell'ingresso aveva intercettato Rebecca e ponendole le lettere in mano, aveva detto: «Sono certa che avete una grafia migliore di quella di vostro padre, ricopiatele e, se occorre, correggetele.»
«Cosa sono?» Aveva chiesto sorpresa la ragazza sbirciando i fogli fittamente coperti da una scrittura maschile puntuta e irregolare, a tratti illeggibile.
«Lettere d'affari: il vostro possibile passaporto per l'indipendenza.» Le aveva risposto Brigida seria.
«Davvero siete convinta che copiare in bella calligrafia queste sue lettere, per di più prelevate a sua insaputa dalla sua camera, mi varrà un suo encomio? »
« Avete ragione, sarà molto arrabbiato con voi, ma anche colpito, sbalordito dall'intraprendenza del gesto e dall'audacia di aver osato entrare in un contesto che sicuramente lui giudica non alla vostra portata. Sono altrettanto certa, però, che voi saprete tenergli testa.» Aveva ribadito sicura la governante.
Rebecca la guardò perplessa: «Non riesco a seguirvi: perché mio padre dovrebbe trovare significativo questo mio gesto? Si vede che non lo conoscete e avete avuto poco a che fare con lui. E' un despota che vorrebbe tutti piegati alla sua volontà, e dove non arriva col convincimento usa la coercizione per...»
«Ma è anche un uomo terribilmente solo.» La interruppe Brigida. «Lo attestano quelle sue lettere faticosamente scritte a causa della posizione precaria a cui l'immobilità lo ha costretto. Poteva chiedere aiuto a me, a voi o a Gemma, ma non l'ha fatto. Per stupido orgoglio, direte voi, ma anche perché crede di non avere nessuno di cui potersi fidare. La morte di Mimì Messinese ha reso evidente questa mancanza, accentuando la sua solitudine.»
«C'è quel Giovanni Basile, il suo braccio destro. Di lui dovrebbe fidarsi.» Obiettò seccamente Rebecca.
«Confondete la fiducia con l'intimità. Sono cose diverse. Rifletteteci.» Disse la governante mettendole in mano il pacchetto delle lettere, per sparire poi nella cucina.
CONTRASTI
Assorta nei propri pensieri, Rebecca, non s'era accorta della presenza della sorella rimasta in silenzio ad osservarla disporre in ordine i fogli sullo scrittoio.
Solo dopo, alzando gli occhi, l'aveva vista, e davanti al suo sguardo irridente per la prima volta in vita sua s'era sentita a disagio, come colta in fallo.
Chiaramente, però, aveva intuito che l'intesa su cui s'andava imbastendo il legame con Gemma non era abbastanza consolidata per cui rischiava, alla luce dei recenti malintesi, di lacerarsi, perché sebbene entrambe perseguissero lo stesso progetto, i contrasti erano sul metodo per realizzarlo.
«Ora svolgi per lui mansioni di segretaria? » Domandò ironica, Gemma. Poi, senza darle il tempo di rispondere aggiunse: «Tu e la signora Catalano parlavate nell'ingresso così, mio malgrado, ho ascoltato la vostra conversazione.» Quella puntualizzazione avrebbe potuto avere apparenza di scuse, ma il tono sarcastico, e il sorriso canzonatorio, chiaramente smentivano essere tale.
«Mi ha chiesto di riscrivere in grafia leggibile queste lettere di papà. Tutto qui.» Volutamente, Rebecca, non aveva raccolto la provocazione per non inasprire i toni ed acuire la tensione.
«Farai qualsiasi cosa lei ti chiederà?» La domanda suonava come uno sberleffo.
«No. Solo quello che riterrò opportuno.» Rispose Rebecca, guardandola negli occhi.
«Come immaginavo: hai già dimenticato tutto, mentre io, invece, non dimentico niente.» C'era delusione nella voce di Gemma. Ma anche una sfida.
«Non ho dimenticato neppure io, ma ora la situazione è cambiata. Mimì Messinese è morto e con lui anche il progetto di nostro padre, ma nonostante il suo riprovevole agire, trovo ingiusto che Giandomenico e la sua famiglia lo reputino colpevole della sua morte: non lo ha ucciso lui, Mimì.» Aveva ribadito con forza Rebecca.
«Ne sei davvero convinta? Sbagli a difenderlo, perché lui ha ucciso anche la mamma.» In quella sentenza inappellabile, la voce di Gemma era risuonata gelida, in contrasto, però, con lo sguardo compassionevole rivolto alla sorella prima di uscire dalla stanza.
PUNTI DI VISTA ESTERNI E DISCORDANTI
Rebecca, rimasta sola, aveva gettato un'occhiata pensosa ai fogli sparsi sullo scrittoio chiedendosi se quella silenziosa collaborazione, per altro non richiesta da suo padre, ma caldeggiata dalla signora Catalano, non fosse una trappola.
Abituata a far riferimento solo a se stessa e al suo istinto, si trovava ora a doversi districare in un coacervo d'ipotesi, di verità vere o presunte, di punti di vista esterni e discordanti, eppure tutti allo stesso tempo plausibili.
Aveva ragione Gemma nell'affermare che il loro padre avesse ucciso la mamma, seppure lei era ancora viva e che, al di là dello smarrimento mentale, godeva di una salute di ferro, ma continuava a credere, però, che non fosse responsabile della morte di Mimì Messinese seppure lui fosse realmente morto, stroncato da un infarto provocato dall'ansia, dalle pressioni, e dalla sua incapacità a barcamenarsi in una situazione dove forse non aveva visto via d'uscita, ma che lui stesso, con la sua acquiescenza, aveva contribuito a creare.
In base a questo ragionamento, allora, erano colpevoli anche lei e Giandomenico, che pur non accettando quella situazione, per motivi diversi l'avevano comunque protratta.
E se così fosse, qual era il grado individuale di colpevolezza?
Perché un'intelligenza sensibile come quella di Giandomenico non aveva vagliato questo punto di vista?
O forse lo aveva fatto, e se ne era ritratto inorridito.
Aveva ragione Gemma nell'affermare che il loro padre avesse ucciso la mamma, seppure lei era ancora viva e che, al di là dello smarrimento mentale, godeva di una salute di ferro, ma continuava a credere, però, che non fosse responsabile della morte di Mimì Messinese seppure lui fosse realmente morto, stroncato da un infarto provocato dall'ansia, dalle pressioni, e dalla sua incapacità a barcamenarsi in una situazione dove forse non aveva visto via d'uscita, ma che lui stesso, con la sua acquiescenza, aveva contribuito a creare.
In base a questo ragionamento, allora, erano colpevoli anche lei e Giandomenico, che pur non accettando quella situazione, per motivi diversi l'avevano comunque protratta.
E se così fosse, qual era il grado individuale di colpevolezza?
Perché un'intelligenza sensibile come quella di Giandomenico non aveva vagliato questo punto di vista?
O forse lo aveva fatto, e se ne era ritratto inorridito.
venerdì 21 febbraio 2020
Rebecca (cap. 15)
DIETRO UN MURO D'OMBRA
Giandomenico l'aveva guidata in una stanza disadorna composta da pochi essenziali arredi, quali uno scrittoio, sul cui ripiano era sparsi alla rinfusa dei fogli da disegno, una branda e una sedia. Una luce clandestina filtrava dalle assi delle persiane socchiuse. L'aria era immota, permeata dall'odore dolce del legno e da quello aspro delle vernici. E da quello remoto della disperazione.
In quella penombra da purgatorio lui le aveva indicato quell'unica seggiola: «Perdonatemi, non ho di meglio da offrirvi.» Aveva detto a voce bassa, impacciato.
Rebecca, con gentilezza, respinse l'invito a sedersi: «Perdonate me, piuttosto, non avrei mai voluto importunarvi in un momento così particolare, se non fosse stato per una necessità indifferibile, e che direttamente vi riguarda.»
A questa premessa era seguito un breve silenzio. Erano a pochi passi l'uno dall'altra, ma una distanza infinita li separava. Da quella distanza la voce di Giandomenico l'aveva raggiunta: «Continuate, vi prego.» La sollecitò, con una nota d'impazienza.
«So che ritenete mio padre responsabile della morte del vostro, ma non è così. Al contrario, gli voleva bene e lo stimava. Il dolore per la sua perdita lo ha precipitato nel baratro della depressione. Temiamo per la sua salute.»
«Davvero, Rebecca, siete convinta che la causa della depressione di vostro padre sia la morte del mio, e l'ipotesi di veder ormai fallito il suo progetto... o ancor meglio, il suo indegno affare? Mio padre era un ingenuo che si è fatto irretire dal vostro, così come ora voi state tentando di fare con me. E pensare che vi facevo diversa da lui! Ma io non sono...»
Lo schiaffo era risuonato secco e inappellabile, smorzando la frase sulla bocca di Giandomenico.
«Non sono venuta qui a difendere mio padre, ma siete così pieno di risentimento e di rabbia che nulla di quanto ho da dirvi riuscirà ad indurvi alla ragionevolezza. State cercando un capro espiatorio perché altrimenti dovreste incolpare voi stesso. Ma sbagliereste ancora.»
Quello schiaffo lo aveva sorpreso, così come quell'invettiva, pronunciata, però, senza i toni della collera. Anche questo lo aveva sorpreso. Ma se non era venuta a difendere il suo ignobile padre era venuta ad accusare lui: «Andate via. Non rendete più penosa questa vostra messa in scena. Per un momento mi sono illuso che voi...che tu... che tu fossi diversa da tutti. Ho pensato che valessi la pena della mia rinuncia, che ho brandito come una spada contro il mio stesso padre . E con quella gli ho trafitto il cuore. Hai ragione, non devo cercare un capro espiatorio: mio padre l'ho ucciso io, ma la mia mano l'ha armata il tuo!»
Rebecca, gli si era fatta allora più vicina. A pochi passi da lui, che i loro visi quasi si toccavano: «State delirando. Ma forse il delirio è il vostro ultimo rifugio. Un rifugio sicuro, accessibile solo a voi e alla vostra rabbia. Vi pensavo diverso: ho scambiato la vostra debolezza per la vostra forza. Un errore imperdonabile.»
Queste parole risuonavano accusatorie. Ingiuste. Come quel suo schiaffo. Giandomenico sapeva di dover reagire, di doversi almeno difendere, se non da lei dalla sua stessa impotenza.
«Non riesco a perdonare. Né perdonarmi.» Aveva mormorato dietro il suo muro d'ombra.
Ma Rebecca era già andata via.
ECCESSO D'AMORE
Giovannii Basile e Rebecca Scalavino s'erano incontrati sulla soglia di casa mentre lei stava entrando e lui stava uscendo. L'uomo alto e scuro, che indossava stivali da cacciatore e un cappello da mandriano, cavallerescamente, con un sorriso, s'era fatto di lato per farla passare.
«Chi è l'uomo che ho intravisto nell'atrio?» Rebecca aveva domandato a Brigida.
«Giovanni Basile: il braccio destro di vostro padre. Da quando s'è infortunato viene spesso in visita. E a proposito di visite: come è andata la vostra?»
«Un fallimento. Giandomenico Messinese ritiene, seppur per ragioni diverse, se stesso e papà colpevoli della morte di Mimì. Nello stato d'animo in cui versa non sono riuscita a farlo ragionare.»
Rebecca, succintamente, ma senza omettere nulla, le aveva raccontato la dinamica dell'incontro: una cronaca sintetica ma esaustiva dell'accaduto. Un resoconto esposto con voce ferma, imparziale, all'apparenza priva di emozioni, come se la cosa riguardasse qualcun'altra e non lei. Ma Brigida, che l'andava attentamente osservando, aveva intuito dietro che quel suo ferreo autocontrollo, il turbamento. Una tempesta di emozioni sconosciute, che lei, cucciolo di lupo, andava al momento sotterrando nel fondo della sua anima, per impedire che il loro odore, propagando, venisse inquinato dall'esterno. Poi, quando sarebbe stata sola, le avrebbe dissotterrate, annusate ed assaggiate, supportando con l'istinto la mancanza d'esperienza.
L'istinto, però, non le sarebbe servito a decodificare i sofisticati machiavellismi delle emozioni, soprattutto a livello inconscio.
Brigida, da profonda conoscitrice dell'animo umano, aveva visto la trappola in cui il cucciolo di lupo si sarebbe andato a cacciare e aveva allora provveduto ad erigere una barriera di protezione, instillando il dubbio nelle sue percezioni.
«Non sempre tutto è come appare. Per emergere alla luce, talvolta, è necessario esplorare il buio più profondo. La fiammella che voi avete cercato di far filtrare nell'oscurità impenetrabile in cui Giandomenico si dibatte ha prodotto solo uno squarcio che gli ha ferito gli occhi, paradossalmente acuendo il senso di cecità e di smarrimento. Quel bagliore lo ha spinto a rintanarsi, ancor più se possibile, nel suo fondo. Respingendovi.»
«Se sapevate che la conseguenza era questa, perché non mi avete dissuasa?» Aveva chiesto Rebecca, stupita.
«Il risultato non era affatto scontato. Ad ogni modo era quello che sentivate di dover fare. Ed era quello che andava fatto.»
«Mi disprezza con la stessa forza con cui disprezza papà.»
«Al contrario: vi ama con la stessa disperazione con cui odia vostro padre, e se stesso. Ma lo avete destabilizzato perché vi immaginava dalla sua stessa parte. E così, per rinnegare quella sua illusione, ha dovuto deturpare la vostra immagine per punirsi in maniera ancora più aspra.»
«Mi ama? E da cosa genera questa vostra deduzione? Vi ricordo che a quella cena non c'è stato seguito.»
«Sinceramente, Rebecca, avreste voluto ci fosse un seguito?»
«No, perché questo contemplava il matrimonio.»
«E quale altro seguito avrebbe potuto esserci per una ragazza perbene e di buona famiglia?» Chiese Brigida, con amara ironia.
«L'indipendenza. Il lavoro. Le scelte personali. Una vita come la vostra.»
« L'indipendenza e il lavoro sono conquiste, e le scelte personali una loro conseguenza. E tutto questo esige un prezzo. Io sono stata facilitata, o forse obbligata, in tal senso. Non ho dovuto lottare per avere la mia indipendenza che probabilmente era già insita nel mio destino. Ma non per tutte è così.» Sospirò. e. subito dopo, senza darle il tempo di rispondere, aggiunse: «Non c'è stato seguito a quella cena perché Giandomenico vi ama a tal punto da lasciarvi libera.»
«Amarmi? Come fate ad affermare che si tratti di amore e non piuttosto della sua mancanza? »
Chiese Rebecca stupita da quell'incredibile paradosso. L'amore, che mai aveva conosciuto, lo aveva immaginato fino a quel momento come un sentimento piano ed elementare. Simile a quello che provava per Gemma. Ma ora lo andava scoprendo oscuro, intricato. Indecifrabile.
« Perché solo un eccesso d'amore può provocare un simile dramma.» Sospirò Brigida.
venerdì 31 gennaio 2020
Rebecca (cap.14)
SULL'ORLO DEL PRECIPIZIO
La morte di Mimì aveva provocato terremoti all'interno della famiglia Messinese perché Giandomenico, pur incolpando di quella Concetto Scalavino, se ne sentiva parimenti responsabile. Avrebbe dovuto mostrarsi più clemente con suo padre, mitigare quei suoi toni apertamente accusatori e non arroccarsi nel fortino delle sue ragioni. Era stata la sua supposta superiorità morale contrapposta alla totale assenza in Concetto Scalavino, a condurlo alla morte.
Era giusto che entrambi ora ne pagassero le conseguenze.
Lo avrebbe affrontato inchiodandolo alle sue responsabilità, dopo di che sarebbe partito non alla volta di Roma, ma verso un luogo lontano, irraggiungibile, dove poter espiare la sua colpa.
Avrebbe rinunciato alla sua arte, ai suoi affetti e ai voti, di cui non se ne sentiva più degno, ma prima avrebbe pareggiato i conti con l'uomo che lo aveva condotto sull'orlo di quel precipizio.
Brigida Catalano, intanto, aveva raccontato a Gemma e a Rebecca del suo breve incontro con Pietra Messinese, preoccupata dalle intimidazioni di quest'ultima, ma anche dallo stato di profondo abbattimento in cui il loro padre era caduto dal giorno della morte di Mimì.
Una cronaca asciutta, quella della governante, con cui rendeva partecipi le due giovani della freddezza con cui Pietra aveva accolto la corona di fiori e il messaggio di cordoglio, e l'anteprima della notizia della cessazione di ogni tipo di rapporto con la famiglia Scalavino. Il suo racconto terminava con il minaccioso suggerimento di Pietra "nel frattempo fate in modo che non prenda nessuna iniziativa personale. E' un consiglio per il suo bene."
«Visto lo stato di depressione in cui versa vostra padre non gli ho fatto menzione né della fredda accoglienza né della preannunciata rottura dei rapporti con la famiglia Messinese, e tanto meno di questa intimidazione. Prima di prendere qualsiasi iniziativa ho pensato fosse opportuno discuterne con voi dal momento che il comportamento di Pietra Messinese stride con l'atteggiamento amichevole di Mimì in visita a vostro padre.»
Rebecca e Gemma avevano ascoltato in silenzio, e senza mai interrompere, il racconto di Brigida, e solo quando lei s'era taciuta, Gemma, con voce gelida aveva detto: « Sbagliate a preoccuparvi per lui: il diavolo non teme gli orrori del suo inferno.»
Ma a sorpresa, Rebecca, aveva preso le difese del padre: «Sei ingiusta, Gemma, a tutti dovrebbe essere concesso il diritto di difendersi. E con questo non intendo la facoltà di sottrarsi al giudizio e poi alla pena, ma almeno conoscere i capi d'accusa e potervi replicare, anche se quei capi d'accusa sono noti e le responsabilità evidenti.»
«Una farsa, quindi.» Era stata la fredda replica della sorella.
«L'affetto e la stima di papà verso Mimì Messinese sono vere. E il suo dolore è sincero. Nessuno potrà convincermi del contrario.»
« Alla fine ha corrotto anche te.» Gemma sospirò amara, uscendo dalla stanza.
UNA PROBABILE ALLEATA
Rebecca non aveva fatto alcun gesto per trattenerla, ma era rimasta in silenzio, colpita da quella critica, confusa su se stessa e sulla legittimità della sua affermazione riguardo i sentimenti di suo padre. In definitiva neppure lei lo conosceva nell'intimo per pronunciarsi in una dichiarazione così esplicita, che se anche non lo scagionava dalle sue colpe di certo gli concedeva un'attenuante.
Ma lo stato di prostrazione in cui suo padre era caduto non poteva essere una finzione, perché in realtà lui era un pessimo attore e risultava convincente solo nelle parti in cui poteva genuinamente interpretare se stesso, come in quel caso.
D'altro canto capiva che il risentimento di Gemma scaturiva dall'amarezza delle umiliazioni che lui, incurante dei suoi sentimenti, le aveva inferto per perseguire il suo scopo.
Come si poteva credere che un uomo così profondamente egoista fosse dotato di sentimenti?
...eppure il senso di smarrimento che lo aveva pervaso alla morte di Mimì, e che lo stava precipitando nella depressione, testimoniava di questa sua capacità, per questo trovava ingiusto il comportamento della famiglia Messinese, quel loro prendere freddamente le distanze da lui che li aveva sempre favoriti nel campo degli affari e per i quali nutriva una sincera, incondizionata ammirazione. E per Mimì un affetto vero
...anche se in ultimo, per pervenire ai suoi scopi, l'indole sotterranea del manipolatore aveva preso il sopravvento.
«Pietra Messinese addebita a papà la morte di Mimì.» Aveva confidato Rebecca a Brigida Catalano. E poi dopo una breve riflessione aveva aggiunto: «Ma non è lei ad esserne convinta, quanto Giandomenico. Devo parlare con lui.»
S'era già avviata alla porta ma Brigida l'aveva fermata, trattenendola per un braccio: «Non andrete da nessuna parte senza il mio permesso. Sono responsabile per voi, in assenza di vostro padre, e converrete con me che in questo momento lui è come se non ci fosse. Raccontatemi cosa è accaduto e poi studieremo la maniera opportuna per sistemare la faccenda.» Concluse con dolcezza, liberandola dalla sua stretta.
Rebecca l'aveva guardata stupita perché lei si stava proponendo sua alleata. Dov'era il tranello?
Al pari di Gemma le rimaneva difficile fidarsi degli adulti, delle loro promesse che spesso celavano inganni.
Il cucciolo di lupo che albergava in lei era in allerta, ma pure l'istinto la induceva a fidarsi di Brigida.
...così le aveva raccontato la storia nella nuda sequenza dei fatti. Una narrazione epurata, per quanto possibile, da quell'emotività che avrebbe potuto condizionare il giudizio della governante.
Brigida aveva ascoltato attenta quel resoconto sciorinato senza enfasi anche in quei passaggi che pure intuiva dovessero avere, per la giovane narratrice, un intenso coinvolgimento personale.
Nella compostezza di Rebecca, nei toni pacati della voce, aveva rivisto se stessa poco più che adolescente, all'indomani della morte di sua madre intenta ad asciugare dagli occhi di suo padre le lacrime dello smarrimento, e a indurlo a riprendere la via del mare, rassicurandolo che sul porto della loro casa, e sulla piccola ciurma dei suoi fratelli, avrebbe vigilato lei.
Una promessa mantenuta.
Quando Rebecca concluse il suo racconto, Brigida disse: «Convengo anch'io che dobbiate parlare con Giandomenico, e farlo subito, prima che la situazione degeneri. Sono certa che troverete le parole giuste per indurlo alla ragione.»
DIVIETO D'ACCESSO
S'era avviata, Rebecca, alla ricerca del giovane, riflettendo sui luoghi dove potesse trovarlo, sperando che quell'incontro avvenisse senza testimoni, per poter parlare più liberamente e senza mezzi termini.
D'istinto aveva imboccato la stretta stradina che conduceva al laboratorio d'ebanisteria, immaginando che fosse quello il posto dove lui avesse trovato solitario rifugio: sarebbe stato quello che anche lei avrebbe scelto se fosse stata nel suo stesso stato d'animo. Chiuso per lutto, inaccessibile a tutti.
Per un istante si soffermò a pensare che forse anche lei rientrava in quella categoria. Che anche per lei valeva quel divieto d'accesso. Sarebbe stato, comunque, un diritto di Giandomenico rifiutare la visita della figlia dell'uomo che riteneva responsabile della morte del padre.
Cosa avrebbe fatto se lui l'avesse respinta?
In cerca di risposte, Rebecca si guardò intorno.
Il vicolo in cui ubicava il laboratorio era deserto in quell'ora d'intensa calura pomeridiana. Chiuso il portone dell'atrio e sbarrate le persiane alle finestre. Sembrava non ci fosse nessuno, eppure il suo istinto le diceva che Giandomenico era dietro quella porta, a pochi passi da lei. Batté al portoncino, e i colpi del picchiotto propagarono cupi nel silenzio della strada. Inutilmente. Sottovoce, da dietro quella porta che ostinatamente rimaneva chiusa, lo implorò: «Giandomenico, per favore, aprite, ho assoluto bisogno di parlarvi.» Ma ancora le rispose il silenzio.
Testarda, reiterò di nuovo, ma invano, quella supplica.
Rassegnata, stava per andar via, quando la porta s'aprì.
Ma lo stato di prostrazione in cui suo padre era caduto non poteva essere una finzione, perché in realtà lui era un pessimo attore e risultava convincente solo nelle parti in cui poteva genuinamente interpretare se stesso, come in quel caso.
D'altro canto capiva che il risentimento di Gemma scaturiva dall'amarezza delle umiliazioni che lui, incurante dei suoi sentimenti, le aveva inferto per perseguire il suo scopo.
Come si poteva credere che un uomo così profondamente egoista fosse dotato di sentimenti?
...eppure il senso di smarrimento che lo aveva pervaso alla morte di Mimì, e che lo stava precipitando nella depressione, testimoniava di questa sua capacità, per questo trovava ingiusto il comportamento della famiglia Messinese, quel loro prendere freddamente le distanze da lui che li aveva sempre favoriti nel campo degli affari e per i quali nutriva una sincera, incondizionata ammirazione. E per Mimì un affetto vero
...anche se in ultimo, per pervenire ai suoi scopi, l'indole sotterranea del manipolatore aveva preso il sopravvento.
«Pietra Messinese addebita a papà la morte di Mimì.» Aveva confidato Rebecca a Brigida Catalano. E poi dopo una breve riflessione aveva aggiunto: «Ma non è lei ad esserne convinta, quanto Giandomenico. Devo parlare con lui.»
S'era già avviata alla porta ma Brigida l'aveva fermata, trattenendola per un braccio: «Non andrete da nessuna parte senza il mio permesso. Sono responsabile per voi, in assenza di vostro padre, e converrete con me che in questo momento lui è come se non ci fosse. Raccontatemi cosa è accaduto e poi studieremo la maniera opportuna per sistemare la faccenda.» Concluse con dolcezza, liberandola dalla sua stretta.
Rebecca l'aveva guardata stupita perché lei si stava proponendo sua alleata. Dov'era il tranello?
Al pari di Gemma le rimaneva difficile fidarsi degli adulti, delle loro promesse che spesso celavano inganni.
Il cucciolo di lupo che albergava in lei era in allerta, ma pure l'istinto la induceva a fidarsi di Brigida.
...così le aveva raccontato la storia nella nuda sequenza dei fatti. Una narrazione epurata, per quanto possibile, da quell'emotività che avrebbe potuto condizionare il giudizio della governante.
Brigida aveva ascoltato attenta quel resoconto sciorinato senza enfasi anche in quei passaggi che pure intuiva dovessero avere, per la giovane narratrice, un intenso coinvolgimento personale.
Nella compostezza di Rebecca, nei toni pacati della voce, aveva rivisto se stessa poco più che adolescente, all'indomani della morte di sua madre intenta ad asciugare dagli occhi di suo padre le lacrime dello smarrimento, e a indurlo a riprendere la via del mare, rassicurandolo che sul porto della loro casa, e sulla piccola ciurma dei suoi fratelli, avrebbe vigilato lei.
Una promessa mantenuta.
Quando Rebecca concluse il suo racconto, Brigida disse: «Convengo anch'io che dobbiate parlare con Giandomenico, e farlo subito, prima che la situazione degeneri. Sono certa che troverete le parole giuste per indurlo alla ragione.»
DIVIETO D'ACCESSO
S'era avviata, Rebecca, alla ricerca del giovane, riflettendo sui luoghi dove potesse trovarlo, sperando che quell'incontro avvenisse senza testimoni, per poter parlare più liberamente e senza mezzi termini.
D'istinto aveva imboccato la stretta stradina che conduceva al laboratorio d'ebanisteria, immaginando che fosse quello il posto dove lui avesse trovato solitario rifugio: sarebbe stato quello che anche lei avrebbe scelto se fosse stata nel suo stesso stato d'animo. Chiuso per lutto, inaccessibile a tutti.
Per un istante si soffermò a pensare che forse anche lei rientrava in quella categoria. Che anche per lei valeva quel divieto d'accesso. Sarebbe stato, comunque, un diritto di Giandomenico rifiutare la visita della figlia dell'uomo che riteneva responsabile della morte del padre.
Cosa avrebbe fatto se lui l'avesse respinta?
In cerca di risposte, Rebecca si guardò intorno.
Il vicolo in cui ubicava il laboratorio era deserto in quell'ora d'intensa calura pomeridiana. Chiuso il portone dell'atrio e sbarrate le persiane alle finestre. Sembrava non ci fosse nessuno, eppure il suo istinto le diceva che Giandomenico era dietro quella porta, a pochi passi da lei. Batté al portoncino, e i colpi del picchiotto propagarono cupi nel silenzio della strada. Inutilmente. Sottovoce, da dietro quella porta che ostinatamente rimaneva chiusa, lo implorò: «Giandomenico, per favore, aprite, ho assoluto bisogno di parlarvi.» Ma ancora le rispose il silenzio.
Testarda, reiterò di nuovo, ma invano, quella supplica.
Rassegnata, stava per andar via, quando la porta s'aprì.
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