Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

mercoledì 1 maggio 2019

Una storia ameriKana (cap 3)



DYLAN

 Scarlett - Vai a Duluth per lavoro? -
Dylan - Si, ho l'ingaggio per una serata. -
Scarlett - Una sola serata? -
Dylan - E' una festa privata. -

Avevano percorso oltre la metà della strada e nel il tragitto non avevano incrociato nessuna macchina o essere umano. E la stanchezza iniziava a farsi sentire. Almeno per Scarlett. Dylan lo aveva intuito dall'andatura rallentata e dai silenzi sempre più lunghi. Anche la fame e la sete iniziavano a mordere, così le aveva proposto una breve tappa, il tempo di fumarsi una sigaretta e riposarsi un po'.

- Ce la faremo ad arrivare per stasera? - Chiese Scarlett, lasciandosi cadere esausta sul bordo del marciapiede. 

- Sicuro. Prima che annotti saremo a Duluth. - Confermò lui, sedendosi accanto e accendendosi una sigaretta.

- Come fai ad esserne così certo? Hai già fatto questa strada? -

- No, ma stando alla cartina non dovremmo essere troppo distanti. -

- Non ti ho visto consultarla. -
C'era una certa apprensione nella voce di lei che Dylan aveva però colto, e toccandosi la fronte disse in tono rassicurante: l'ho memorizzata qui.

- Non mi dire! E su questa cazzo di strada non passa nessuno! -
La stanchezza stava prendendo il sopravvento su di lei. Si tolse le scarpe per massaggiarsi i piedi e si  guardò attorno senza nessuna curiosità. Delusa di ritrovarsi ancora nello stesso silenzioso, solitario paesaggio di erba e di asfalto, mormorò 'fanculo.

- Prendila per il verso giusto - Suggerì Dylan - avresti potuto rimanere seriamente ferita nell'incidente con lo scrambler, e nessuno a soccorrerti. Oppure non incontrare anima viva e dover proseguire da sola, a casaccio. O peggio ancora doverti difendere da un malintenzionato. Invece hai incontrato me e più della metà del percorso l'abbiamo completata in maniera tranquilla, direi, e arriveremo in città prima che faccia buio. Mi pare che non ci sia  nulla di che lamentarsi, almeno dal mio punto di vista. -

Scarlett, non poteva far altro che convenire con quel suo riassunto positivo: - hai ragione, Dylan (era la prima volta che lo chiamava per nome), ti chiedo scusa. -

- Non devi scusarti, un'esperienza nuova comporta sempre alternanza di stati d'animo. Direi che tu la stai affrontando piuttosto bene. Per me, invece, questa  è la normalità. Dopo anni di vita sulla strada riesco a vedere i vantaggi prima ancora che gli svantaggi. A questo devo la mia sopravvivenza. In verità le ipotesi peggiori non le prendo neppure in considerazione, non servono a nulla e mi complicherebbero la vita costringendomi ad una continua tensione. -
 Un discorso rivelatore della sua  filosofia di vita, a cui Scarlett aveva ribattuto divertita: - in sintesi, vivi alla giornata. - 

Lui, in segno di assenso, alzò il pollice.

-  Sono vissuta in un circo per un bel po' di anni e la vita nomade è una realtà che ben conosco, anche se noi eravamo una comunità e così non si era mai da soli ad affrontare gli imprevisti. Nei miei sogni c'erano invece una casa, un marito, un paio di marmocchi e un cane. Le feste di compleanno e il barbecue la domenica. Una vita normale, come quella che intravedevo dalle finestre delle abitazioni presso cui ci accampavamo. Famiglie sedute a mangiare allo stesso tavolo e poi a guardare la tv sullo stesso divano. Per questo ho sposato Bruce e sono andata a vivere a Wawina. Volevo una casa con una cucina, un divano e una tv, e dei figli: volevo una vita normale, e lui era disposto ad offrirmela. -
L'ultima frase era quasi un sussurro.

- Non c'è nulla di sbagliato in questo tuo desiderio. Hai solo sbagliato l'uomo con cui realizzarlo. Il fatto è che ognuno di noi ha le proprie idee e i propri sogni, e non sempre coincidono con quelli dell'altro. Scommetto, però, che tu dei sogni di Bruce non sai nulla. Glielo hai chiesto se ne avesse?  Non ti sto colpevolizzando, ma la verità è che noi, quando si tratta di sogni, diventiamo egoisti. Senza cattiveria, ma lo diventiamo. E quando poi non ci  riesce di realizzarli troppo spesso diamo la colpa all'altro. Così, se non hai preso il brevetto di pilota la responsabilità magari non è tutta di Bruce. Avrà altre colpe nei tuoi confronti, ma forse non quella. -

Scarlett accolse questa constatazione in silenzio. Rifletté, per la prima volta, che in verità lei non sapeva niente dei sogni di Bruce, semmai  ne avesse avuti, di che fortemente dubitava. Il fatto era che suo marito non la incuriosiva più da tanto tempo. Era sempre così scontato! Un tipo come lui non ha sogni ma uccide quelli degli altri, per questo non si sarebbe sentita in colpa per non avergli chiesto dei suoi sogni.

- E tu, Dylan, ne hai di sogni? - 

-  Più che altro ho qualche necessità. Alla mia età i sogni hanno il sapore del rimpianto, ed io non voglio rimpianti. -

- Non mi sembri così vecchio. -

Lui sorrise a quel complimento.

- Ho una buona resistenza fisica e la vita sulla strada, se non ti uccide, ti mantiene in forma. Ma non potrò continuare per sempre, così un giorno pianterò le tende da qualche parte, comprerò una macchina da scrivere e racconterò delle mie esperienze on the road. -

- Allora ce l'hai un sogno! - Esclamò, sorpresa ed entusiasta.

- Non è un sogno, è una necessità. I sogni non hanno limite di tempo, le necessità, invece, sono a scadenza. -

 Scarlett, d'istinto, lo baciò.

- Wow -
Mormorò Dylan, sorpreso da quel bacio inaspettato.

- Ho appena soddisfatto una mia necessità. - Lei puntualizzò con un sorriso. Ma il tono era serio.

- Non devi giustificarti. - Disse lui, sfiorandole la bocca con le dita.

- Non mi sto giustificando. - E a conferma della sua affermazione lo baciò di nuovo.

Avevano fatto l'amore al riparo di un cespuglio, in quel silenzio rarefatto, con fervore ma senza spogliarsi, perché l'aria era gelida e il suolo aspro, mentre la penombra rapidamente infittiva in pallido buio. Raggomitolata fra le sue braccia, Scarlett s'era assopita. Nella luce che andava scurendo risaltavano la sua fronte bianca e l'onda bruna dei capelli. Dylan ne aveva trattenuta una ciocca tra le dita aspirandone il profumo e studiando nella penombra i lineamenti del suo viso, le ciglia folte e la bocca leggermente dischiusa. Gli dispiaceva di non averle potuto offrire l'intimità di una stanza e il calore di un letto, e la complicità di quei piccoli riti, scontati e piacevoli insieme, che si consumano  dopo aver fatto l'amore: fumare una sigaretta, bere un bicchiere di vino, rimanere abbracciati ad ascoltare il ticchettio della pioggia sui vetri. Quella sarebbe stata la perfezione. No... quella sarebbe stata la normalità. quella stessa che aveva spinto Scarlett fra le braccia di Bruce e poi indotta a fuggirne via.
Si andava domandando se in una situazione diversa avrebbe fatto l'amore con lui o se quella fosse stata per lei solo un'esperienza, la prima, della sua nuova vita. Ma in definitiva, qualunque fosse stata la ragione, non avrebbe indagato cosi come aveva fatto con tutte le altre sue occasionali compagne.
 A nessuna di loro aveva dato una ragione per restare. A nessuna aveva chiesto di rimanere.
Ma con Linda, in arte Esmeralda, quella ragione avrebbe voluto dargliela. A lei avrebbe voluto chiedere di rimanere.

 Di lei s'era innamorato dello spirito irrequieto che l'abitava, e della sua innata, quasi selvaggia, propensione all'indipendenza. Linda/Esmeralda, capelli corvini e occhi verdi, la figlia zingara del vento, batteva i mercati e le fiere d'America col suo esiguo bagaglio da chiromante, in compagnia di Devil Dog, un bastardino nero di una bruttezza strepitosa, cieco d'un occhio e zoppo d'una zampa, con le zanne prominenti come quelle di una tigre,  e che quando era troppo stanco per camminare lei avvolgeva in uno scialle e lo trasportava sulla schiena.
 Devil Dog: l'unico compagno a cui Linda sarebbe rimasta fedele per tutta la vita.

Il giorno del loro incontro lei gli aveva letto la mano pronosticando che quel suo lungo viaggio, sarebbe  terminato col sole di mezzanotte. Una profezia ermetica che lei stessa, però, non era stata in grado di chiarire, e a cui Dylan non aveva più pensato fino a quando s'era specializzato in requiem, e allora quella predizione era affiorata vivida alla memoria, minacciosa ed ingombrante, rischiando perfino di condizionarlo.

Lui e Linda erano rimasti insieme circa due mesi, ma quella ragione per rimanere, Dylan non aveva avuto il tempo di proporla che lei, presagendo quel suo sentimento e non volendo umiliarlo con un rifiuto, s'era eclissata tra la folla di una fiera.

Lui aveva capito e non le aveva serbato rancore. Non l'aveva mai cercata. 

 Scarlett aprì gli occhi e gli sorrise .

- Siamo in dirittura d'arrivo. - Annunciò Dylan indicando le luci di Duluth ora visibili all'orizzonte.

Lei d'improvviso si sentì  triste, consapevole che quelli sarebbero stati gli ultimi momenti trascorsi assieme. Alle porte della città si sarebbero separati perché le loro vite diramavano in direzioni opposte, e d'altronde non c'era stato niente che lasciasse presupporre un finale diverso.
E perché avrebbe dovuto esserci? Avevano condiviso un attimo di tenerezza, non s'erano mica giurati amore eterno.
Capita, durante un naufragio, d'innamorarsi del compagno di sventura, ma è una situazione al limite  dove predomina l'incertezza ed ecco che l'amore, o quello che si crede tale, subentra a sopperire al disorientamento emotivo, stabilendo un'apparenza fittizia di normalità.
Ma quando alla vera normalità si farà di nuovo ritorno probabile che anche quell'amore finisca.

giovedì 25 aprile 2019

Una storia ameriKana (cap. 2)


SCARLETT

- ...e avessi visto la faccia del giudice quando ho detto che ero disposta a lasciare interamente a Bruce la proprietà della casa e della terra in cambio del suo giubbotto d'aviatore e dello scrambler! "Signora, se fosse in mio potere ordinerei una perizia psichiatrica", mi ha detto mentre firmavo gli accordi per il divorzio. "La perizia psichiatrica avrei dovuta farla prima di sposarmi con quest' individuo", gli ho risposto, ma non credo di averlo convinto.-
Scarlett scosse la testa sorridendo, e Dylan la guardò ammirato.

- Immagino che il giubbotto e lo scrambler fossero le cose a cui lui tenesse di più. - 

Lai annuì:- Questo giubbotto lo abbiamo comprato insieme ad un  mercatino dell'usato, in realtà lo volevo per me, ma la taglia non c'era e allora lo ha preso lui, così come si è sempre preso tutto quello che mi piaceva. Sogni compresi. Come quello di pilotare un aereo. Riprendendomi il giubbotto mi sono ripresa il mio sogno. Lo trovi stupido? -
Era curiosa di conoscere il suo parere perché lui sembrava all'opposto di Bruce e del giudice. La sua approvazione l'avrebbe gratificata.

- No, non è stupido. E' grande. - Disse lui senza incertezze.

Era parecchio che camminavano, ma ora che s'era rotto il ghiaccio, ed erano entrati in confidenza, la strada sembrava meno faticosa. E il movimento attenuava la sensazione del freddo anche se aumentava quella della fame.

-  Conviene fare una piccola sosta.- Dylan si diresse verso un grosso tronco reciso, dove sedette e si accese una sigaretta. - Attenua la fame. - Disse porgendole il pacchetto di Lucky Strike, che lei però rifiutò.

- Non fumo. Mio padre è morto di cancro ai polmoni. Non è stato bello vederlo morire. Non voglio fare la sua stessa fine. -
Con un gesto della mano respinse le sigarette. E il ricordo.

- Di qualcosa moriremo comunque. Tu stavi per ammazzarti con la moto. - Replicò lui col tono di una verità incontrovertibile

- Hai ragione: uccisa dallo scrambler del mio ex marito. -  Rise. - Ma l'alternativa a quello era il trattore. Bruce la macchina non l'ha mai voluta comprare, ha sempre detto che non ci serviva, che a Wawina eravamo serviti di tutto. Ma figurati! Uno spaccio, una chiesa che funge anche da scuola, una condotta medica funzionante a giorni alterni, e una stazione ferroviaria con un unico treno dove nessuno mai sale e nessuno mai scende: benvenuti a Wawina, l'ombelico del mondo. Almeno a detta di Bruce. -

- Perché lo hai sposato? - La domanda era seria, stavolta.

-  Sono nata e cresciuta in un circo, dove mio padre faceva il domatore di leoni e mia madre, prima che un incidente la rendesse zoppa, l'acrobata cavallerizza. Ho trascorso la mia infanzia e la mia adolescenza sotto un tendone, dove solo un telo garantiva quella privacy che però mostrava in penombra, perché da quel tendaggio filtravano ombre, gesti e voci. Io e mio fratello Lou, abbiamo assistito alle schermaglie amorose dei miei, alle loro liti furibonde e alle loro altrettanto furibonde riappacificazioni. Mio padre domava i leoni e mia madre domava lui. Questo prima dell'incidente che l'aveva resa zoppa e incattivita. Ha iniziato a bere e ad accusare mio padre di tradimenti inesistenti. Un vero inferno per tutti, fino al giorno in cui s'è impiccata nel recinto dei cavalli: la sua ultima acrobazia. Mio padre, perso interesse al suo lavoro (domare i leoni ora che non c'era più mia madre a domare lui, non aveva senso) e alla vita, e passava il tempo a fumare e a parlare col fantasma di lei. La gente del circo, esasperata dalla sua inerzia, un giorno ci ha scaricato in un villaggio mormone dello Utah dove, mio fratello ed io, ci siamo trovati a doverlo accudire. Ormai dipendeva completamente da noi così come noi dipendevamo dalla comunità mormone che, fin dal primo momento, ci aveva adottato. Dopo che mio padre è morto, Lou ha sposato la figlia di un membro della "Church of Jesus Christ of Latter-Day Saints" mentre io ho tagliato la corda quando il suocero, vedovo di fresco, mi ha chiesto in moglie. Ero stanca di situazioni strambe, volevo una vita normale e così ho chiesto ospitalità ad una zia nel Wisconsin, e subito dopo ho incontrato Bruce. L'ho conosciuto ad un rodeo mentre tentava di domare un bronco selvaggio da cui era stato però subito disarcionato. Per niente risentito, una volta a terra, ha iniziato a ridere. Una risata contagiosa che ha coinvolto tutta la platea. Ho pensato a mia madre e a mio padre, domatori indomiti, e alla tragedia delle loro vite, e in quel momento ho deciso che avrei sposato uno come quel ragazzo che nonostante la caduta, e la figuraccia, se la rideva di gusto. Così ho saltato il recinto e gli ho porto la mano per aiutarlo ad alzarsi. Il pubblico è andato in visibilio. Lui ha preso la mia mano e non l'ha lasciata più. -
Scarlett aveva sciorinato il suo racconto senza apparente partecipazione emotiva, con lo sguardo fisso sulla traiettoria dei ricordi, al confine tra il Wisconsin e il Minnesota.

- E così ha preso la tua mano e non l'ha lasciata più. Non ci trovo nulla di strano, sei molto carina ed intraprendente, che non guasta. Ma sarebbe accaduto se fossi stata intraprendente ma brutta? -
La riflessione di Dylan non aveva alcun intento provocatorio, era solo per avere il  punto di vista di lei.

 -  Mia madre era ardita, spericolata ed intraprendente ma non certo bella, eppure mio padre ne era follemente innamorato. Credo che ci si innamori di altre cose oltre l'aspetto fisico. -

- Trovi davvero che io sia carina? -  Domandò lei dopo che s'erano rimessi in cammino.
Dylan assentì con convinzione.

Lei sorrise e indicando i Ray-Ban Wayfarer che gli schermavano gli occhi, chiese: - non li togli mai?-

- Sono refrattario alla luce, e poi ho gli occhi di due colori diversi, uno verde e l'altro nocciola, e  la gente ha la brutta abitudine di fissarmi. Non lo fanno con intenzione, ma non possono farne a meno. Dovrei esserci abituato, ma non è così. Non mi va di essere al centro dell'attenzione. Non per questo dettaglio. -

- Anche a me non piace sentirmi troppo gli occhi addosso. Bruce, invece, ama essere guardato, soprattutto dalle donne.- Nella sua voce non c'era traccia di gelosia.

- Così il tuo ex è un tipo che attira l'attenzione. Ha attirato anche la tua, no? -

- E' il tipo yankee, biondo, occhi azzurri e fisico da surfista, anche se non sa nuotare. Annegherebbe in una pozzanghera -

- Stando al tuo racconto, neanche i puledri sa cavalcare. Disarcionato al primo tentativo! -

- Te l'ho detto che lui ama essere comunque al centro della scena! -
Ribadì Scarlett, ridendo di cuore.

venerdì 19 aprile 2019

Una storia ameriKana (cap. 1)



ALL'INCROCIO TRA ELDES CORNER E PROCTOR

Dylan si svegliò dopo la notte trascorsa nell'incavo di una grotta, scaldato da un fuocherello striminzito e a stomaco vuoto. Si consolò con la metà di una sigaretta, conservata con cura nel fondo di una tasca: rimedio, quello, per i momenti più critici.
Sfidando il freddo si rimise subito in cammino.
A tracolla la custodia di una chitarra, la barba incolta e i capelli arruffati, striati di grigio, gli conferivano, a dispetto degli anni e delle vicissitudini, un'aria giovanile. Cavò di tasca i Ray-Ban Wayfarer che indossò con una certa soddisfazione. Si sentiva a posto. Perfetto.
Procedeva confidando nel suo senso d'orientamento e nella sua prodigiosa memoria, perché la cartina geografica l'aveva smarrita, chissà dove e chissà quando, durante i suoi innumerevoli spostamenti. Lui, però, non se n'era fatto un cruccio, che la sua filosofia esistenziale gli impediva cedimenti per inezie del genere, soprattutto in una mattina limpida come quella, dove tutto appariva ben definito e allo scoperto.
...e alla città di Duluth non doveva mancare poi molto.

Dalla direzione opposta proveniva, invece, Scarlett, alla guida di uno scrambler piuttosto malridotto e del quale aveva rischiato più volte di perdere il controllo Ma pure proseguiva indomita, ristabilendo con audaci acrobazie un fittizio equilibrio destinato, però, a durare solo per poco, nonostante lei  lo incitasse a gran voce come fosse un puledro, ora minacciando ora blandendo, rischiando sempre di essere disarcionata.
La moto, e il giubbotto d'aviatore di almeno due di taglie più grande che indossava sopra pantaloni rosa, costituivano il suo unico bagaglio oltreché la  quota di beni sancita dal contratto di divorzio.
A Bruce, l'ex marito, era andata la casa e il vasto appezzamento di terreno coltivato a mais.  Ma lei, assolutamente soddisfatta di quella suddivisione all'apparenza iniqua, non aveva provato nessun rancore e nessuna nostalgia quando, inforcando la moto e indossando il giubbotto, se n'era andata via da quella che era stata per lungo tempo la sua casa. E la sua vita.
... e all'incrocio tra Eldes Corner e Proctor che Dylan e Scarlett fecero la reciproca conoscenza.

Dylan vide la moto sopraggiungere a gran velocità e in maniera scomposta, impennarsi e disarcionare il centauro a bordo, mandandolo a ruzzolare a terra a qualche metro di distanza dove rimase a giacere immobile. Subito si precipitò in suo soccorso, scoprendo con sorpresa che il motociclista a terra era una donna che imprecava, però, come un uomo.

- Riesci a muoverti ? - Chiese chinandosi su di lei.

- Si...credo di si. - Confermò Scarlett mentre Dylan l'aiutava a rialzarsi.
- Niente di rotto. - Stabilì una volta riconquistata la posizione eretta.

- Beh dopotutto ti è andata bene...forse, non altrettanto però, alla tua moto -. Lui disse indicando lo scrambler dal quale fuoriusciva un sottile filo di fumo.

- Ne sai qualcosa di motori? - Domandò lei dopo aver tentato invano di metterlo in moto.

Dylan scosse la testa. -No. Mi spiace. Mai posseduto né una macchina né una moto.-
Lei lo guardò stupita e poi esclamò: - oddio, da quale pianeta provieni? -

- Dylan. Non è il nome del pianeta, ma il mio. - Specificò sorridendo.

- Scarlett. - Rispose lei

- Dov'eri diretta, Scarlett? -

- Il più lontano possibile da questi paraggi. -

- Il più lontano possibile a bordo di una moto non è lo stesso che a piedi. Duluth è il posto più vicino, là potresti trovare un meccanico che ti ripari la motocicletta in modo da poter poi proseguire. Non hai comunque altra alternativa. Io sono diretto lì, se ti va possiamo fare la strada insieme. -

S'erano incamminati, lui con passo misurato lei, invece, spedita. Dylan consigliò di moderare l'andatura per non bruciare subito tutte le energie perché di strada ne mancava ancora molta.


- E' stato di certo quel bastardo di Bruce a manomettere lo scrambler. Che possa crepare all'inferno! -
Scarlett imprecò.

- Chi è Bruce? Sembri molto arrabbiata con lui. -

- Il mio ex marito. -

 - A quanto pare tutti gli ex sono destinati ad essere dei bastardi. -

Non le era era sfuggito il tono ironico di quella risposta e il sorriso leggermente canzonatorio, così replicò sarcastica: - anche tu un ex? -

A quella domanda Dylan rise divertito, scuotendo la testa in segno di diniego: - No, non mi sono mai sposato. -

- Ma l'avrai avuta una relazione? -

- Più di una. -

 - Allora fai parte anche tu della categoria degli ex.- Ribadì convinta

 - Se valuti come relazione le storie nate e finite nell'arco delle ventiquattr'ore... -

Scarlett lo guardò con un misto di curiosità e disapprovazione, senza più fare domande.


Avevano poi proseguito per un lungo tratto affiancati e in silenzio.
- Conviene fermarci e riposarci un po'. Di strada ancora ne manca - Suggerì Dylan posando a terra la custodia della sua chitarra e sedendosi su un massetto affiorante oltre il bordo del marciapiede, dove fece posto anche a lei.

- Ma su questa strada non passa nessuno? Abbiamo camminato per chilometri e neppure l'ombra di una macchina o di un camion. -

- Credo che questo sia un percorso secondario, almeno a giudicare dallo stato malmesso dell'asfalto. In parallelo c'è la via  principale, una grande arteria molto trafficata, ma questa, sulla cartina, è indicata come la più breve per Duluth. Ed anche la più sicura per chi viaggia a piedi. - Disse Dylan togliendosi le scarpe e invitandola a fare altrettanto.

- Il suolo è freddo e bagnato. - Si lamentò lei. - Non le tolgo. -

- Come ti pare, ma di strada ne abbiamo ancora da fare molta e ai piedi bisogna dare sollievo. Sarebbe stato peggio col caldo, però. -
Le aveva sorriso e poi, dopo essersi inutilmente frugato in tasca, domandò: hai mica una sigaretta?

Scarlett cavò dalla tasca del suo giubbotto un pacchetto di Lucky Strike e porgendogliele disse:-  puoi tenerle. Io non fumo. -

- Immagino siano di Bruce. Come pure il giubbotto. - Dylan sorrise grato, accendendone subito una. 
- Non mi è mai riuscito di smettere. - Aggiunse  aspirando con soddisfazione la sigaretta, e  guardandosi intorno rilassato.

Scarlett, invece, era tesa. Guardava avanti a sé o dietro di sé,  mai intorno. - Staremo fermi ancora per molto?- C'era impazienza nella sua voce. 

Dylan buttò via la cicca, rimise le scarpe e dopo aver tirato su la custodia della chitarra, si predispose a riprendere il cammino.

- Sei un musicista? - Scarlett chiese indicando la voluminosa tracolla che ballonzolava sulla sua schiena, dando per scontata la risposta.

 Dylan confermò con un cenno del capo.

- E che genere suoni? - Chiese lei  più per gentilezza che per un vero interesse.

- Requiem. -

- Ma per quel genere non si usa il violino? E là dentro, invece, scommetto che c'è una chitarra. -

Per la prima volta provò una genuina curiosità nei confronti del suo compagno di viaggio, col quale aveva condiviso parecchia strada e poche parole. Ma anche lei, d'altronde, non era un tipo molto loquace, cioè, non lo era più con tutti. E da un sacco di tempo. Esattamente da quando s'era sposata con Bruce.

- Sono un musicista estemporaneo. Ma alla guida di una moto, però, estemporanea lo sei anche tu.-
L'ironia, volutamente marcata della risposta, la indusse ad un sorriso.

- Che fai, sfotti?- Ribattè Scarlett, ridendo.

lunedì 11 marzo 2019

La porta



"Io solo ho visto le sue vere fattezze e ne ho fatto un ritratto dove lei splende nella luminosità dell'incarnato, nella lucentezza dei capelli, nella sua originale, vergine fisionomia.
Con la pazienza di un restauratore ho ridato splendore alla meravigliosa opera nascosta sotto l'insignificante crosta dove finalmente lei, liberata dagli orpelli, rifulge di vera bellezza."

Quel ritratto lo ha guardato a lungo con la curiosità avida di una bambina. E' andata a posizionarsi nuda davanti allo specchio, confrontando la sua immagine con quella del mio dipinto, ma poi delusa ha detto: questa non sono io.

- Non sono io. -  Ripete ostinata, scuotendo la testa.

- Sei tu, solo che non riesci a vederti. - Le porgo uno scialle che trema di freddo, perché questa soffitta è così calda d'estate quanto gelida d'inverno, ma la luce è divina. Una luce che non inganna.

- Sei tu. E sei bellissima. - Le sussurro abbracciandola.

- Sei pazzo. Non c'è altra spiegazione -  Afferma respingendomi ridendo.

- I pazzi vedono in profondità. Se lo fossi sarebbe solo un'ulteriore conferma alla mia verità. -
Le confido con dolcezza. Non voglio spaventarla, ma che lei si veda così come la vedo io.

- Se lo dici tu. Ma chi è pazzo mai ammetterebbe di esserlo. - Nel suo tono canzonatorio percepisco, però, il disagio. L'incertezza sta facendosi strada in lei. Si avvolge nello scialle mentre esplora con gli occhi la stanza: una parete interamente dipinta con colonne, riquadri ed architravi di una sofisticata scenografia trompe l'oeil, Il muro opposto, invece, è nascosto da un rigido tendaggio spioventi dalla parte più alta del soffitto. Il letto è senza coltri e l'unica finestra, sospesa verso il cielo, riverbera della luce ocra e rossa del tramonto.  Dopo quello scambio di battute sulla pazzia lei mostra un certo disagio. Si siede sulla sponda del letto ispezionando, per la prima volta da quando è entrata, la stanza nella sua interezza. Resa inquieta da quei discorsi strani inizia pentirsi di essersi fidata dell'affascinante artista. Ma nel bistrot, dove s'erano dati appuntamento dopo che lei aveva risposto al suo'annuncio on line dove richiedeva una modella con i suoi requisiti, e la garanzia di un compenso doppio per un'unica seduta, (era in bolletta e almeno un paio di mesi di affitto arretrato) lui sembrava essere di casa. Estroverso e cordiale, palesava confidenza sia col personale che con gli avventori, e poi il suo studio era limitrofo a quella stessa via. Così s'era d'istinto fidata, sedotta dalla sua galanteria quando lui aveva comprato dal venditore di rose tutti i mazzetti per offrirli a lei.

- Dov'è la porta? Non la vedo. - Mi chiede incerta dopo aver perlustrato con gli occhi la stanza in lungo e in largo.  Le sorrido ignorando la domanda.

- La luce a quest'ora è perfetta per le tinte drammatiche. - A questa mia affermazione il suo smarrimento si fa palese.

- Possiamo continuare domani? Si è fatto tardi e a casa mi aspettano. - Una richiesta che ha il tono di una preghiera.

-  Abbiamo contrattato una sola seduta. - Controbatto, certo dell'inoppugnabilità del mio rifiuto

- Ma non ti chiederò un compenso aggiuntivo. Qui dentro si gela e sta facendo buio. Inoltre abito piuttosto lontano. - Mi guarda tentando di sedurmi con un sorriso. Il sorriso è il suo punto di forza.

- Mi spiace ma dobbiamo finire ora che c'è questa meravigliosa luce. Lo sai che la luce, a differenza del buio, non ha mai lo stesso colore? Mai! Ogni sua particella contiene infinite sfumature di cui non ci si accorge. Di cui non si prende nota. Un errore madornale del quale ci si rende conto quando poi capita poi di cercare con gli occhi quello che si è cancellato dallo sguardo. E, per quanti sforzi si facciano, non si riesce più ad individuarlo, pure avendolo sotto gli occhi risulta invisibile. Siamo vittime della cieca distrazione. Della blasfema superficialità. - Concludo guardandola da dietro il cavalletto. Di questo mio discorso lei non ha ascoltato una parola, lo deduco dal suo sguardo vacuo.
Chi è cieco è anche sordo. Mai, però, muto. La voce è l'ultima risorsa per mediare, per convincere.
E in fine per supplicare.

- Per favore, posso rivestirmi? Ho freddo. - Implora timida, stringendosi nello scialle.

- Ancora qualche minuto, ho quasi finito. - In realtà il ritratto l'ho già  terminato e sto solo cincischiando sulla tela godendomi il suo mal dissimulato smarrimento. Sta lottando per non cedere al pianto, per trattenere quella lacrima fuggitiva che riflette le sfumature rosse ed ocra del tramonto.

-  Ferma così! - Le intimo, sedotto dal riverbero fiammeggiante di quella lacrima. Il particolare inedito che farà di questo ritratto il mio capolavoro.

- Non muoverti, per dio! - Il mio ordine la inchioda al suo posto, ma inutilmente, che dopo quella prima lacrima ne scorrono altre. Un rivolo incandescente che le incendia il volto cancellandone i tratti, come in una fotografia arsa dalle fiamme.

- Hai rovinato tutto! - Ho perso il controllo e rotto gli argini. Aspramente inveisco contro la donna seduta sul letto e quella dipinta sulla tela, che deturpo con violente pennellate di rosso ed di ocra.
A questa mia reazione feroce, ed inaspettata, accecata dalla paura si precipita a cercare una via di fuga.  Davanti a questa ingenuità scoppio a ridere. E' sempre interessante, però, osservare i processi  mentali, azioni e reazioni, in una situazione di terrore. La paura può generare situazioni perfino esilaranti. A mio avviso le meno scontate e le più drammatiche.
Eccola infatti prendere in considerazione, come alternativa via di fuga, la finestra, in realtà quasi un lucernario posto così in alto da risultare irraggiungibile senza un supporto adeguato. Dovrebbe avere le ali o una scala adeguata o il tempo per costruirne  una. Supposto che sia nelle sue capacità e supposto che io gliene dia il modo.
Scarta quell'idea per l'ipotesi più fattibile di una porta, un pertugio, fosse anche una gattaiola, nascosta dietro il tendaggio spiovente dal soffitto. Ricerca infruttuosa, e a quanto pare sconvolgente. Ha le mani sulla bocca per silenziare l'urlo che forse potrebbe scatenare la mia ira.
Confesso che sono rimasto ammirato da questo suo, gesto di autocontrollo. Mi ha commosso.
Per questo le darò una chance. O almeno l'illusione.

- Se trovi la porta ti lascio andare. - Le propongo serio.

Lei mi guarda stupita, come se non capisse.
Reitero l'offerta sillabando le parole: se trovi l'uscita ti lascio andare.
Sento il dovere morale di compensare quel suo gesto ingenuo, ma commovente, offrendole una via d'uscita.

- Hai cinque minuti di tempo per trovare l'uscita. -  Le porgo un orologino da polso sincronizzato col mio.
- Cinque minuti: né un secondo più né uno meno. E' un tempo equo per esplorare una parete di queste dimensioni -
Mi premuro di farle notare che entrambi gli orologi sono perfettamente accordati sulla stessa ora.
Giusto che sappia, per una questione di fiducia, che sono uno corretto.
Con garbo le indico la parete da perlustrare. -

 Ma lei, invece, piagnucola. Frasi sconnesse.

- Ti sto già aiutando stupida, ma se continui a frignare ti penalizzo coi minuti. Al mio via. Ok? -
Trova il coraggio per chiedere cosa le accadrà se non trova l'uscita.

- Non è mai buona regola, quando ci si appresta ad un'impresa, soffermarsi sul dopo. Ci si concentra solo sulle possibilità dell'immediato, o altrimenti si è già perso. -
Una frase ad effetto, questa, che sempre raggiunge lo scopo. Anche stavolta.
Ubbidiente si pone davanti alla parete perlustrandola con gli occhi. Dalle mie parti questo si chiama barare, ma generosamente le lascio questo piccolo vantaggio, che non so quanto nitidamente riesca a vedere con gli occhi appannati dalle lacrime.


- Al mio via. Ok? -
Ripeto paziente, accendendomi un sigaretta. Lei tira su col naso e fa un cenno d'assenso.
La osservo da terga: è visibile il tremito delle spalle. Immagino lo sguardo febbrile, il battito furioso del cuore e il respiro affannato di animale in trappola,

- Via! -
Al mio comando lei parte ad ispezionare il centro della parete, laddove più facilmente arriva, scorrendo con i polpastrelli i centimetri di muro coperti dalle architetture trompe l'oeil. Percorre il tracciato di una colonna, indugia sulla sommità di un'architrave, torna indietro attratta dall'inganno di una balaustra. Se potesse la scalerebbe quella parete, mani e piedi aggrappati a quel nulla che si chiama illusione. Finte balaustre e soglie inesistenti, spazi e profondità fittizie, ingannevoli superfici dilatate o compresse  secondo l'esigenza della menzogna. Se le fosse possibile, penetrerebbe, col suo corpo vivo in quel muro per scavare lei stessa la porta. La sua via d'uscita. La sua salvezza.
In una situazione di terrore i processi mentali regrediscono ad uno livello elementare. Esclusivamente corporeo. Di difesa più che di attacco. Si cerca la tana dove nascondersi. Il cespuglio dietro cui mimetizzarsi. Quel tentativo di rendersi invisibili reso nullo dall'odore del sudore e della paura. Secrezioni che un predatore esperto come me facilmente capta.


Lo scialle, malamente legato sui fianchi scivola a terra. Ma lei non se ne cura: è un animale nudo che lotta per la vita. In punta di piedi, con le braccia protese ad ispezionare le parti più alte. Una posizione scomoda. In quello sforzo le braccia e le gambe devono dolerle. Controlla l'orologio. Incalzata dal tempo, quella parete, seppur limitata, le deve sembrare infinita.
Anche gli occhi devono farle male nello sforzo di mettere a fuoco, nell'intrico delle linee, una zona franca. Un'incastonatura. O un piccolo solco intonso. Si sofferma su un punto, lo valuta e passa oltre. Non tiene conto della parte bassa della parete, i suoi sforzi sono tutti incentrati sulle zone medio-alte. Controlla di nuovo l'orologio. Deve fare in fretta che le manca ancora una buona porzione di muro da esplorare, ed è certa che non le verranno concessi minuti supplementari.

Se solo ricordasse un qualche particolare che la riconducesse, anche in modo approssimativo, a ricollocare la posizione della porta quando ha fatto il suo ingresso nella stanza. Ma niente! Pur vero che quando si entra per la prima volta in una stanza si fa caso gli arredi non certo alla porta. E la prima cosa che ha visto è stato lo scenografico tendaggio spiovente dal soffitto. Solo dopo ha notato la parete dipinta dove la porta è scomparsa.
 Ma se anche lei trovasse l'uscita, davvero lui la lascerebbe andare?
E' stanca, e la ragione l'ha in buona parte smarrita in quel labirinto dipinto sul muro.


- Tempo scaduto. - Decreto inflessibile.

Lei neppure controlla l'orologio, sa di aver perso.
Puerilmente sfoga la sua disperazione con pugni e calci al muro. E' così che il suo piede inavvertitamente aziona una minuscola leva sporgente tra il pavimento e il muro, e la porta miracolosamente si spalanca su un pianerottolo buio, dove lei si precipita. E' ancora sulla soglia quando lui l'afferra e la trascina di nuovo dentro.

- Ti prego lasciami andare, starò zitta, te lo giuro. Farò tutto quello che vuoi, ma non farmi del male. - Nuda ai miei piedi, il viso sporco, i capelli arruffati e le ginocchia sbucciate, m'implora accorata.

- Ti ho offerto una possibilità che non hai saputo sfruttare. Non è colpa mia se il rebus lo hai risolto casualmente e a tempo scaduto. Chi perde paga e non chiede sconti. Con te sono stato fin troppo buono, ti ho fornito indizi che tu, ovviamente, non hai saputo cogliere. Come la maggior parte degli sprovveduti hai visto solo ciò che si delineava all'altezza dei tuoi occhi e raggiungibile dall'estensione delle tue braccia, senza prendere in considerazione gli stati estremi. Hai limitato il tuo campo esplorativo alla banale supposizione dell'esistenza di una maniglia dissimulata tra gli elementi raffigurati. Scontato, non credi?  La leva non poteva esser ubicata troppo in alto, poiché me ne servo anch'io per aprire la porta, e mi sarei stupidamente complicato la vita. Ma neppure ad altezza intermedia, troppo facile da intercettare scorrendo con le dita la parete. In basso, invece, è perfetta.
Appena sporgente per non inciamparvi, semplice d'azionare con una leggera pressione del piede. -
Scuoto la testa, dispiaciuto.

 Lei è raggomitolata su stessa in un angolo del pavimento. Piange.
Sono sicuro che non ha sentito una sola parola della mia spiegazione.
Quelli come lei sono senza speranza.

Quelli come lei, unicamente governati dell'emotività, sono nella scala gerarchica dell'umanità  destinati ad assolvere alla funzione di schiavi o di vittime. Senza altra alternativa e possibilità di riscatto. Inadatti a competere, e di conseguenza incapaci ad affermarsi, sono le cavie perfette per attuare la sperimentazione nei processi evolutivi.
Eppure, per un momento mi sono illuso che lei, nel macrocosmo degli inetti, costituisse l'eccezione
quando, scoprendo dietro il panneggio la catasta di tele tutte raffiguranti la medesima donna, è riuscita ad imporsi un ammirevole autocontrollo, impedendosi di gridare.
Sinceramente ho sperato che lei ce la facesse. Fino all'ultimo ho tifato affinché scampasse alla sorte toccata a tutte le altre. Ma la soluzione è giunta casuale e fuori tempo massimo. Non mi resta che passare alla parte conclusiva, la meno divertente ma anche, per fortuna, la più veloce: il  tranello psicologico delle due porte.

- Non piangere. Non tutto è perduto. Ti offro una seconda chance, e fai attenzione a non fallire che non ce ne sarà una terza. La leva che aziona la porta ne apre in realtà due: una conduce all'esterno, l'altra, invece, sigilla all'interno. Entrambi i luoghi sono assolutamente identici a quello che hai visto quando la porta si è aperta. Secondo la direzione in cui la sposti, destra o sinistra, si aprirà l'una o l'altra. Un minuto per decidere. -
Le sollevo il viso.

Mi fissa con occhi vacui, poi inizia a gridare.
Mi s'avventa contro come un'ossessa, sferrando calci e tempestandomi il petto di pugni.
Facilmente la immobilizzo e la trascino davanti alla leva.

- Destra o sinistra!- Intimo perentorio. Ma lei non risponde.
- Destra o sinistra! - Ripeto strattonandola con una certa brutalità. Ancora silenzio.
- Destra o sinistra! - E' la terza volta che lo ripeto. Sto perdendo la pazienza così le sferro un pugno in piena faccia. Perde un dente e sanguina dal naso. Si lamenta, ma non risponde.
- Destra o sinistra! - Se lei è ostinata io lo sarò ancora di più. La getto a terra e le sferro un calcio nel ventre. Faccio attenzione a calibrare la mia forza, non voglio ucciderla.Voglio solo che mi risponda.
- Destra o sinistra! - Lei è a terra, raggomitolata su stessa, respira a fatica, ancora s'ostina, però, nel suo silenzio.
- Destra o sinistra! - L'afferro per i capelli e la volto verso la parete. La leva è a livello dei suoi occhi.
- Destra o sinistra! - Sono ormai completamente fuori di me quando le assesto una pedata tra le scapole, con tale violenza che rimbalzo all'indietro e cado a terra.
- Destra o sinistra! - M'avvento su di lei, sferrando calci alla cieca, e questa volta neppure tento di calibrare la violenza.
- Destra o sinistra! - Ripeto sfinito dalla mia stessa veemenza. Mi lascio cadere a terra, accanto a lei. Le scosto i capelli e quello che resta del suo volto tumefatto è l'enigma di un sorriso.
Un inedito per me.

martedì 26 febbraio 2019

Quasi le sette


Alice : per quanto tempo è per sempre?
Bianconiglio: a volte solo un secondo.
(Alice in Wonderland)


Per quanto tempo è per sempre?
Mi aveva chiuso la bocca con un bacio e poi mi aveva sussurrato: per sempre è per sempre.
Ed io gli avevo creduto.
Mi ero addormentata tra le su braccia, un lungo sonno durato dieci anni, e poi, al risveglio, c'era lui con la valigia in mano che mi guardava, già sulla soglia, con aria colpevole.
Io allora gli avevo sorriso, e lui che quel sorriso non se lo aspettava, mi ha guardato sconcertato.
Gliene sfuggiva il senso e non trovava il coraggio di chiedermelo. Ma forse non avrebbe neppure voluto, molto più brava di lui con le parole, avrei costruito con quelle il tranello di un labirinto psicologico entro il quale si sarebbe smarrito, dibattuto tra i sensi di colpa e la voglia di andarsene.
Per evitare la trappola di quel j'accuse lui s'era mosso silenziosamente, badando di non far nessun rumore per non svegliare la principessa addormentata nella sua bara di cristallo, così non ci sarebbe stata nessuna domanda a cui dar spiegazione.
O peggio ancora bugie, pietose ed imperfette, che la verità può essere troppo dolorosa anche per chi si confessa.
Non tutte le storie terminano con l'ultimo capitolo, ma nel momento in cui il lettore chiude la copertina del libro sulle pagine lette e a sua discrezione decide poi se continuarne o meno la lettura. Pagina 22, pagina 58, pagina 100...ma non si arriva all'ultima se si perde interesse alla trama.

Ma indizi c'erano stati, piccole tracce come granelli di polvere su una superficie lucida.
Orme di una scarpina di cristallo che non era la mia. Non corrispondeva il numero.
Quelle impronte lillipuziane le avevo viste. Ed ignorate. Volutamente. E poi rimosse.
Ripulita la scena del crimine e disposta ad accettare i suoi alibi falsi. Autorizzandoli.
 Perfino suggerendoli, per rendere vera la finzione ed impedire a lui l'imbarazzo della bugia.
Gli suggerivo io stessa, così brava con le parole, il copione, una trama ambigua, perché non giungesse alla battuta finale.
Fermavo in questo modo gli orologi.

«Stai per andar via?» Imprimo alla mia voce un tono normale. Avrò tempo dopo per piangere.

«Si.» Risponde colpevole, abbassando gli occhi.

«E non tornerai.»
Non è una domanda questa mia, piuttosto un'affermazione con cui fargli capire che conosco la storia e non gli chiederò spiegazioni, né dettagli. Non voglio umiliarlo estorcendogli un'inutile confessione

Non risponde subito. Non è certo delle mie reazioni. La mia calma lo destabilizza. Non vuole ferirmi, si sente colpevole di essersi innamorato di un'altra e di non amare più me.

«Che ore sono?» Chiedo dal mio angolo di stanza.

«Cosa?» Mi risponde stupito di rimando.

 «Che ore sono?» Domando di nuovo, paziente.

«Quasi le sette.»
E' a disagio. Non sa dove voglia andare a parare con quella domanda, o se invece contiene un messaggio da decodificare e che a lui sfugge.

Quasi le sette: un'ora solo abbozzata. Un'ora da limbo. L'eternità, chissà perché, l'ho sempre immaginata piena e definita. Rotonda. Senza un prima e senza un dopo. "Quel quasi" stabilisce, invece, un'attesa, una trappola in cui rimanere impantanata per il resto dei miei giorni.
Quei pochi minuti allo scoccare dell'ora compiuta rappresentano il divario tra l'eternità definita e quella solo abbozzata. Non si bada all'ora in cui inizia una storia, ma quando finisce tutto acquista importanza, e allora il tempo lo si soppesa fino all'ultimo secondo. Ingiusto sarebbe che quell'eternità giurata finisse anche solo un secondo prima. Sarebbe quello l'imperdonabile tradimento.

«Che ore sono?» Chiedo di nuovo

Lui guarda l'orologio: «sono le sette.»

«Chiudi la porta, per favore. E non voltarti indietro.»

domenica 24 febbraio 2019

Quella


Nulla si sapeva di lei tranne che abitava da sola nella villetta gialla dalle persiane blu, al confine del paese. La  casa più bella, ma anche la più isolata.
Usciva di rado, occhiali neri e un foulard sulla testa. Nessuno conosceva il colore dei suoi capelli e quello dei suoi occhi. E il tono della sua voce. Seppure lei sempre rispondeva ai buongiorno e ai buona sera, ma con signorile discrezione aveva fatto in modo che non si andasse oltre.
Questo suo estremo riserbo alimentava le chiacchiere e alienava le simpatie, cosicché era stata etichettata come superba. Una snob. Una che di sicuro aveva qualcosa da nascondere.


- Ma se avesse avuto qualcosa da nascondere sarebbe forse andata ad abitare in una grande città, mica in un posto come questo dove tutti alla fine si conoscono e niente resta mai troppo a lungo segreto. -
Aveva provato ad obiettare il giovane medico anch'egli approdato da poco in paese a sostituire il predecessore, appena andato in pensione.

- Quando un segreto non è più segreto ma diventa di tutti, allora è come se appartenesse a ciascuno, e così non se ne parla. -
Aveva sancito il barbiere col rasoio in mano mentre s'apprestava a fargli la barba.

- Al mio paese si chiama omertà.-
La voce che s'era intromessa, con spiccato accento veneto, era quella del commissario di polizia in attesa del suo turno per un taglio di capelli.

- Ih che parolone, signor commissario, un'esagerazione la vostra chiamare omertà i segreti di Pulcinella. -
Il barbiere aveva replicato in tono scanzonato al commissario, irrorando nel frattempo di schiuma le guance del dottore.

- E quindi nei riguardi della signora in questione, Pulcinella non ha scoperto niente. Nessun segreto. Però in paese si mormora di continuo alle sue spalle come se lei, invece, ne avesse. Non lo trovate curioso? -

La domanda del funzionario di polizia era diretta al barbiere che aveva risposto in modo sibillino: - Se ha un segreto lo deve saper nascondere, se invece non ne ha dovrebbe inventarsene uno allo scopo di soddisfare la curiosità della gente e far cessare le chiacchiere. Tutti abbiamo un segreto commissario, che sia di corna o di salute o di una piccola malefatta, uno sgarbo o un debito non saldato, e così si diffida di chi apparentemente non ne ha. E allora, Pulcinella, non smetterà d'indagare fino a quando quel segreto salterà fuori.-


Ma la vita segreta di "Quella" (perché così la chiamavano in paese, anche se il suo nome lo conoscevano tutti) all'interno della piccola comunità non era poi così segreta, che le sue rarissime uscite erano meticolosamente annotate con morbosa curiosità, con occhi attenti e critici dai paesani.
Lei lo sapeva e accettava la sfida. Si sottoponeva ai loro sguardi, apparentemente indifferente, camminando senza fretta, senza dar mostra di accorgersi di essere consapevole di essere il soggetto dei loro muti interrogativi, ma d'istinto, come una cavalla di razza, drizzava la schiena e aggiustava il passo, elegante e sicura. Altera, avrebbero detto i passanti, che gli occhiali scuri e il foulard sui capelli, le conferivano il glamour della diva inavvicinabile.
Al suo passaggio i marciapiedi si svuotavano di corpi e si riempivano di occhi.
Le sue rare uscite pubbliche venivano comunque registrate con precisione esattoriale, data e ora e percorso. Così era noto a tutti che l'itinerario del venerdì (non tutti i venerdì, ma quando accadeva era sempre e solo di venerdì) l'avrebbe condotta verso la stazione delle corriere, che da lì dipartivano  verso la città o i luoghi termali.
Attraversava la piazza del paese passando davanti al bar dove i perditempo sostavano ai tavolini all'aperto, con i giornali sportivi dispiegati, fumando e bevendo caffè, e sentiva i loro sguardi, come punte di spillo, penetrarle dietro le spalle.
L'ammirazione si traduceva, sovente, in un fischio di approvazione.
Passava davanti al sagrato della chiesa dove le pie donne, al suo passaggio, smettevano il chiacchiericcio per poi riprenderlo, ancora più fitto, appena lei svoltava l'angolo.
La diffidenza, nelle frasi biascicate, traslava nella malevolenza.

Il bar, la parrocchia e la stazione degli autobus, il tutto concentrato nel raggio di pochi metri: passaggio obbligato per i mondi limitrofi.


- Gran bella donna, però. -
L'elogio spontaneo del giovane medico aveva sollecitato, all'unisono, l'assenso del barbiere e del commissario.

- Ma voi, signor commissario, davvero non avete nessuna informazione sulla signora in questione? -
Aveva domandato, in tono allusivo, il barbiere, cercando la complicità del poliziotto che, invece, non aveva affatto gradito e freddamente aveva risposto: - seppure ne avessi non le racconterei di certo. -

Il barbiere, alla risposta asciutta dell'altro, aveva scosso il capo in segno di approvazione.
- E fate bene, signor commissario, altrimenti Pulcinella che ci starebbe a fare? -

- Non v'arrendete eh? Magari non c'è niente da scoprire su di lei. Nessun segreto. L'avete mai valutata sotto questo aspetto? -
L'interrogativo conteneva una leggera nota di derisione che il barbiere non aveva captato, ma il giovane medico, invece, si, e per questo aveva ribattuto: - converrete però anche voi che una donna come quella in un posto come questo, scatena la curiosità della gente. Insomma...l'avete vista no? -

- Certo che l'ho vista! E allora? Ognuno è libero di scegliere il posto dove stare e come volerci stare. -

- Eh magari fosse questa regola, io qui ci sono dovuto venire per lavoro, quasi obbligato, ma se avessi potuto decidere avrei scelto una città del nord. Lì c'è una mentalità diversa e...-

- Volete dire che ognuno si fa i cazzi suoi? -
Lo aveva interrotto ridendo il barbiere, frizionandogli le guance e il mento col dopobarba

- La discrezione dipende da noi e non dal luogo. -
Aveva sentenziato il commissario accomodandosi sulla poltrona da cui il medico si era appena alzato.
- Testimonianza diretta, la mia, che sono del nord, Vicenza, per la precisione, seppure sono un bel po' di anni che vivo qui, ma sono sicuro che il vostro Pulcinella su di me sa solo quello che io ho voluto si sapesse.-

- Se lo dite voi, commissario, sarà senz'altro così. Sfumatura alta? -
Gli aveva chiesto, ma solo come proforma, che già conosceva la risposta

- Quella di sempre. -
Aveva confermato il commissario, e poi aveva aggiunto: - che intendevate con quel "se lo dite voi"? Cosa si sa di me che io stesso non so? -
L'ironia pungente della domanda aveva strappato un sorriso all'altro.

- Ma niente, è solo un modo di dire. La verità è, che ci piaccia o meno, i fatti nostri li raccontiamo a tutti, senza neppure rendercene conto. Il nostro vicino, dal bucato steso, conosce il tipo di biancheria che indossiamo, se è di cotone o di seta, se è di pregio o dozzinale. Dalla quantità del bucato saprà se la cambiamo tutti i giorni o se siamo, invece, degli sporcaccioni. Forse non è proprio come la vede, ma intanto quello si è fatto la sua idea e a quella cerca conferma, magari annusandoci quando gli passiamo accanto, per scoprire se profumiamo o mandiamo cattivo odore. -

A questa teoria, enunciata con serietà dal barbiere, il giovane dottore era scoppiato in una risata.
- Ma questi, Gaetano, sono indizi o, se vogliamo dargli un'importanza maggiore, fatterelli secondari. Dalla biancheria stesa non si può certo risalire ai segreti più intimi. -

- Se lo dite voi.-
Questa sintetica obiezione aveva fatto sbottare il funzionario di polizia: di nuovo? Detesto questo modo di dire per non dire. Se sapete qualcosa parlate! -

- Commissario non sono mica sotto interrogatorio! E che diamine...si fa solo per conversare. Ma voi, invece, lo state prendendo come un fatto personale. -
Aveva replicato l'altro in tono canzonatorio.

- Eh no, voi non distinguete fra le illazioni e i fatti. C'è una bella differenza. Se fosse illegale il non lavarsi dovrei arrestare un bel po' di gente, basandomi sulle denunce visive ed olfattive dei denuncianti. Ma la verità è che un giorno capita di stendere stendere decine di calzini, perché quel giorno si è voluto camminare senza scarpe, e un altro neppure un paio, perché si è rimasti a poltrire a letto. Non capisco il vostro modo di ragionare. -

- Il ragionamento di Gaetano basa sulle statistiche. Una scienza anche quella. -
S'era intromesso, con tono discreto, il medico.

- Ma i processi, per fortuna, non si fanno con le statistiche. Fatti concreti, testimonianze dirette e ciò che si definisce assunzione di responsabilità. -

- Abbassate la testa, commissario! -
Alla richiesta imperativa del barbiere stava già per replicare stizzito, ma quello lo aveva anticipato sui tempi specificando bonario: - altrimenti la sfumatura mi viene bassa. -

Nel salone era sceso il silenzio transitorio degli armistizi, quando entrambi i contendenti, ben lontani dal voler sancire la pace, ritemprano le forze, ridisegnano le strategie e nel frattempo innestano le baionette. E il medico stava quasi per congedarsi quando il commissario, con tono beffardo, aveva chiesto: - e nei riguardi della signora in questione, Pulcinella cos'ha da riferire? Cambia la biancheria tutti i giorni? Profuma o emana cattivo odore? -

- A me lo state domandando? -
Il barbiere aveva chiesto di rimando, con aria innocentemente stupita.

-  Magari Pulcinella viene qui pure lui a farsi i capelli ed è noto che quando si fa anticamera, dal medico come dal coiffeur, amabilmente si chiacchiera. Ci si scambiano confidenze. -

- Vi sbagliate, signor commissario, nell'ambulatorio di un medico si parla solo di acciacchi e di  sciagure. Tutt'al più ci si può scambiare il segreto di un qualche intruglio salutista, letto chissà dove e che mai prescriverei. -
Il dottore, ridendo, era tornato a sedersi rimandando il commiato.

- Non vorrei sembrarvi irriverente ma Pulcinella un paio di analogie con la signora pure le ha: un cappello sotto cui nasconde i capelli ed una mascherina dietro cui cela gli occhi. Anche la sig...-

A questa sottile arguzia quello era letteralmente saltato su sibilando: - come vi permettete!-

- Ma perché ve la state prendendo tanto? La mia era solo un'inoffensiva constatazione. Non lo capisco il vostro disappunto. -
Pacato, il barbiere, scuoteva la testa.

-...eppoi la signora la biancheria non la stende. -
Con questa affermazione era intervenuto, a sorpresa, il giovane medico, spiazzando gli altri due.
- Mi sento di poterlo attestare con una qualche certezza dal momento che per motivi di lavoro, spesso e ad orari diversi, mi sono trovato a passare sotto le finestre della sua casa, e panni ad asciugare non ne ho mai visti, né alle finestre e neppure sugli stendini, che le grate del cancello, seppur fitte, permettono di guardare nel giardino. -

- Userà la lavasciuga.-
Aveva decretato ironico il barbiere.

- Tutti Sherlock Holmes in questo paese. -
L'ispettore aveva replicato con fredda ironia

- Ma no, sono solo semplici deduzioni logiche. La signora profuma. E questo lo si può stabilire a vista senza dover ricorrere all'olfatto. Una donna come quella...non può che profumare. Bella, altera, sofisticata...anche lei del nord. Non vorrei sbagliarmi ma mi sembra abbia il vostro stesso accento. Forse è delle vostre parti. Una casualità. Il mondo è così piccolo! -
Gaetano aveva risposto con la stessa ironia.
- Abbiamo quasi finito, commissario, così voi, con tutta calma potete avviarvi alla stazione e prendere la vostra corriera del venerdì. Eh...il lavoro è lavoro, e il vostro non conosce neppure la sacralità del week end. -

- Bè, se per questo anche il mio lavoro. Operativo sempre, nel week end come nei festivi. -
Il giovane medico aveva tenuto a sottolineare

- E avete ragione pure voi. Ma in ogni caso, in vostra assenza si ricorre all'ospedale e invece il commissario, non avendo un sostituto, è costretto a rinunciare al riposo e alle gioie della famiglia, con queste incresciose trasferte. Eh...il lavoro è lavoro! -
Il tono serio di Gaetano s'era colorito però, nell'ultima frase, di una leggera sfumatura d'ironia.

- Dite bene: il lavoro è lavoro. -
Il funzionario di polizia aveva ribadito con voce neutrale, e poi aveva aggiunto: - quanto vi devo? -

- Venti euro, come sempre. -

Il commissario aveva pagato e il barbiere lo aveva accompagnato alla porta, salutandolo con un: - buon lavoro. -  Eppoi sottovoce, ma udibile al dottore, aveva aggiunto: - e buon divertimento. -

- Ma come, Gaetano, quello va a lavorare e voi gli augurate buon divertimento? -

-  Neppure a casa del commissario si stende più la biancheria. E due lavasciuga in un posto così piccolo...tirate voi le somme, che la matematica non è un' opinione. -
Placidamente aveva risposto il barbiere, facendogli l'occhiolino.

giovedì 21 febbraio 2019

Calamity o Marilyn?

 Differenze ci sono tra un risveglio ed un altro, e sono quelle che decidono la giornata.
Sono quelle che t'inducono ad ingollare, invece che gustare, un caffè troppo caldo o troppo freddo, ad indossare stivaletti messicani e palandrana da pistolero piuttosto che decolté tacco 12 ed un vestito sexy.
Calamity o Marilyn?


giovedì 31 gennaio 2019

Racconto

C'è stato un tempo in cui affidavo alle parole il racconto del mio malessere.
Oggi, invece, quel racconto è nel silenzio delle pagine non scritte.


venerdì 25 gennaio 2019

Fleur (cap 15)


L'AMICO MALVAGIO
Dopo esser uscito dalla gioielleria, Ferrer s'era diretto con passo spedito verso casa di Josette allo scopo di farle confessare, con le buone o le cattive, il ruolo da lei espletato all'interno di quella congiura ordita a disonorarlo agli occhi del mondo e a quelli di Fleur. Iniziava da lei non perché la ritenesse la mente strategica di quel diabolico piano volto alla sua distruzione, (la sua intelligenza, modesta quanto la sua fantasia, la  relegava, nella vita come sul set, a ruoli secondari, e semplici comparsate) ma solo perché era quella al momento reperibile, immaginando che Serrano, in quanto fidanzato di Celeste, sarebbe stato trattenuto a casa Petit.
Serrano il traditore, aveva tramato alle sue spalle imbastendo, con pazienza e astuzia, quella sottilissima ragnatela  dove lui, come una mosca cieca, s'era lasciato intrappolare. Approfittando del suo momento di smarrimento, e attraverso un perfetto gioco d'incastro di menzogne, pianificate a tavolino, e verità all'occorrenza distorte, l'amico malvagio, l'aveva messo in cattiva luce agli occhi della famiglia Petit, e per un momento perfino ai suoi stessi, inducendolo, con astuzie psicologiche e raffinati sofismi, a dubitare della purezza del suo amore per Fleur. Con estrema abilità narrativa Serrano aveva mistificato il suo sentimento, traducendolo in qualcosa di orribile e peccaminoso.
Con quell'ingannevole racconto aveva però conquistato la fiducia e il cuore di Celeste.
Così ora immaginarlo seduto al suo posto al tavolo dei Petit lo colmava di una rabbia feroce che gli faceva ribollire il sangue e annebbiare la vista. Lui, da sempre immune dal morbo della gelosia, d'improvviso si scopriva invaso dalle sue metastasi cancerogene.
Infettato, e senza possibilità di cura.

Ferrer aveva bussato alla porta di Josette e, con sorpresa, era venuto invece ad aprirgli un uomo anziano, in veste da camera e  in pantofole, e quando quello gli aveva detto che lì non vi abitava nessuna Josette ma piuttosto che quella era casa sua, lui con spinta lo aveva fatto da parte e facendo irruzione nelle stanze chiamando a gran voce, e con gli epiteti peggiori, la sua ex amante. La vista della finestra della cucina, priva della gabbia dei colibrì da cui mai si sarebbe separata, lo aveva infine convinto che lei non abitava più li.

- 'fanculo Josette, stupida puttana, hai perso la tua unica occasione di salire alla ribalta da protagonista. -
Aveva inveito Ferrer all'indirizzo del fantasma di lei. E poi era scoppiato in una gran risata.


In quello stato di esaltazione emotiva aveva camminato a lungo, e senza meta, preferendo la solitudine della strada a quella della propria casa. In modo confuso rivendicava il suo diritto ad un asilo, a parole di conforto, e perfino aalla solidarietà di un abbraccio. Scoprendosi d'improvviso orfano, il suo pensiero, con una fitta al cuore, era andato a suo figlio Sebastian, l'orfano da lui concepito e la cui salvaguardia, al momento della nascita, aveva affidato a Santa Martha Dominadora, abiurando così, da subito, al suo ruolo di padre, e a quanto poco posto Sebastian occupasse nel suo cuore se di lui s'era ricordato solo nel momento della disperazione. Non aveva così nessuna ragione di chiedere, proprio a lui, quell'abbraccio, quell'intima condivisione che lui stesso, per primo, gli aveva negato.
Troppo tardi per i sensi di colpa e per i rimorsi, così lo avrebbe tenuto fuori, anche stavolta, dalla sua vita, come atto d'amore, però. Il suo unico nei suoi confronti, e di cui mai, forse, avrebbe saputo.

S'era in ultimo risolto ad andare da Blanca, l'avrebbe costretta a confessare la verità sui fatti e sul ruolo da lei rivestito in quella congiura, e poi...poi cosa avrebbe fatto? L'avrebbe uccisa. Non avrebbe avuto altra scelta perché lei non gliel' avrebbe lasciata.

UNA CANZONE PER FLEUR
Le finestre della villetta di Blanca erano tutte illuminate, sagome scure si delineavano al suo interno, coppe di champagne e ventagli, gli invitati ad una festa da cui lui era escluso, e dai vetri aperte trapelavano le note, dolci e struggenti di una canzone che lui non conosceva " Dream a Little Dream Of  Me"

"Dì buona notte e baciami. Solo stringimi forte e dì che ti mancherò. Mentre sarò solo e triste più che mai. Sogna un piccolo sogno di me"

Cantava, nella notte stellata, Ozzie Nelson, consegnandogli le parole giuste da dire a Fleur nel momento dell'addio.

"Dì buona notte e baciami. Solo stringimi forte e dì che ti mancherò. Mentre sarò solo e triste più che mai. Sogna un piccolo sogno di me"

Erano queste le frasi con cui avrebbe confessato il suo amore a Fleur.

S'era seduto su una panchina del giardinetto adiacente la villa di Blanca, la musica giungeva fin lì.
Un buon posto dove attendere il giorno.

SOGNA UN PICCOLO SOGNO DI ME
L'orafo aveva mostrato orgoglioso a Ferrer l'anello commissionatogli  per Fleur: una splendida acquamarina intagliata a forma di cuore al cui centro riluceva la mezzaluna del suo orecchino piratesco, come un cuore spezzato o due cuori ricongiunti. Ma questo lo avrebbe deciso Fleur.
L'avrebbe attesa all'uscita della scuola per darle il suo anello e confessarle il suo amore.
Sogna un piccolo sogno di me, (il resto della strofa lo aveva dimenticato) le avrebbe sussurrato tra i capelli e qualunque fosse stata la sua risposta, Ferrer sapeva che quella sua dichiarazione era la cosa più giusta da fare. La confessione di un uomo l'amava più della sua stessa vita. E del suo onore.
Non un uomo disperato di non poterla forse avere, ma un uomo felice, nonostante tutto, di amarla.
L'aveva, però, attesa invano, che quel giorno Fleur a scuola non era andata perché in lutto per la morte della madre e del fratello.
Stupido a non averci pensato. Ferrer malediceva la sua dabbenaggine, ma non riusciva a ragionare lucidamente, stravolto dagli avvenimenti del giorno prima e dalla veglia notturna sulla panchina.
Era come se tutto gli sfuggisse di mano. Doveva parlare con Fleur prima di chiudere la partita con Serrano. E così s'era appostato nei pressi di casa Petit, intenzionato ad attenderla, se fosse stato necessario, fino alla fine dei suoi giorni. Aveva smesso di sperare negli aiuti divini da quando Santa Martha Dominadora si era fatta così crudelmente beffa di lui, e anche di credere al destino...non esiste nessun destino se non siamo noi a programmarlo. E lui, il suo, lo aveva programmato. Così poteva contare solo sulla sua volontà affinché quello si attuasse. S'era predisposto ad una lunga attesa quando, invece, Fleur s'era materializzata sulla porta e, inaspettatamente da sola. Il cuore di Ferrer aveva iniziato a martellargli forte nel petto e le tempie gli dolevano. E una lacrima di gioia e di orgoglio era sgorgata alla vista di Fleur, vestita nel severo abito del lutto e i capelli raccolti sul sommo del capo. Mai le era parsa così bella e sensuale. Una donna. Il nero le si addiceva molto più delle tinte pastello, aveva pensato guardandola ammirato, meravigliosamente ne sublima la sua bionda bellezza. Quella di una donna e non di una bambina. L'aveva  seguita intenzionato a palesarsi al momento opportuno e, se possibile, l'avrebbe convinta a seguirlo in un luogo tranquillo dove poter parlare. E così quando lei s'era fermata in attesa del verde del semaforo per attraversare la strada, lui le si era affiancato e le aveva detto: devo parlarti Fleur. A quella richiesta lei era sussultata, e lo aveva guardato stupita, quasi non lo riconoscesse

- Francisco, per l'amor di Dio, andate via che mi è proibito parlare con voi. -
Istintivamente s'era scansata da lui.

- Per favore, Fleur, è terribilmente importante. Prometto che sarà una faccenda breve, ma per me è questione di vita o di morte. -
La disperazione trapelava dalla sua voce.

- Non abbiamo niente da dirci. Lasciatemi stare. -
Nella voce di lei, invece, c'era paura e fastidio.

- Ti prego, Fleur. Ti prego. Non t'importunerò più, ho solo bisogno di parlarti per un'ultima volta.-
La implorava e le parole sapevano di lacrime. Ma lei, impaurita, prendeva le distanze cercando rifugio nella folla. E allora lui, per timore di perderla, l'aveva trattenuta per un braccio, ma Fleur s'era liberata e con uno scarto s'era lanciata ad attraversare la strada prima ancora che il semaforo segnasse il via libera pedonale. E una macchina l'aveva travolta.

Ferrer era rimasto paralizzato al suo posto mentre qualcuno, tra i pedoni, s'apprestava a soccorrerla.  Ma non c'era stato nulla da far,e e una donna le aveva coperto il volto col suo foulard.

Ferrer era rimasto immobile nel suo lembo di marciapiede fissando incredulo Fleur distesa sull'asfalto, col suo abitino nero e il viso coperto da quel foulard anonimo, da un lembo del quale fuoriusciva la sua treccia bionda. Poi, a sirene spiegate, erano giunti l'ambulanza e una macchina della polizia. Il medico ne aveva accertato il decesso e un poliziotto aveva tratteggiato con un gesso la posizione terminale del cadavere. E dopo aver raccolto le dichiarazioni dei testimoni presenti all'accaduto, Fleur era stata chiusa in una "body bag" e l'ambulanza era ripartita a sirene spente.

UN MESE DOPO
UNA FESTA  SENZA INVITATI
Nella grande sala priva di mobilio, costeggiata da una sequenza di divani blu china ordinatamente addossati alle pareti, sotto la luce di cristallo degli enormi lampadari liberty, s'aggirava Ferrer, unico partecipante, con in una mano una coppa di champagne e nell'altra il suo ventaglio nero. Nell'angolo concavo, adibito per l'orchestra, Ozzie Nelson cantava, per l'ennesima volta consecutiva,"Dream a little dream for me". Non vi sarebbero state richieste di altre canzoni, e quella sarebbe stata l'esclusiva colonna sonora di quella privatissima festa.

"Dì buona notte e baciami. Solo stringimi forte e dì che ti mancherò. Mentre sarò solo e triste più che mai. Sogna un piccolo sogno di me"

Il colpo di pistola alla tempia, Ferrer, l'aveva magistralmente sincronizzato sull'ultima nota.

FRANCISCO E FLEUR
Il giorno dopo, Arturo Serrano, aveva trovato sulla sua scrivania una lettera sigillata, una voluminosa cartellina, e una scatolina con il logo di una prestigiosa gioielleria. Aveva subito riconosciuto, la grafia, slanciata ed elegante, di Francisco Ferrer. Non aveva più notizie di lui da un bel pò di tempo, ma a dir la verità neppure lo aveva più cercato, che quell'ultimo periodo, per lui e per Celeste, era stato un denso susseguirsi di avvenimenti infausti: la morte di Coralie e di Philippe e subito dopo quella di Fleur.
Conoscendo intimamente Ferrer, immaginava che lo ritenesse responsabile di chissà quali oscure trame per tenerlo lontano da Fleur, e magari di aver brigato alle sue spalle per conquistare Celeste. Ma le cose non erano andate così, lui non aveva approfittato delle debolezze dell'amico per mettersi in luce agli occhi di Celeste, e lei se n'era innamorata forse proprio per questo, intravedendo in lui quelle doti di schiettezza, onestà e lealtà, sintomi della natura superiore di chi non basa i propri successi sulle debolezze altrui, ma esclusivamente sulle proprie forze. Celeste, quando aveva capito che se ne stava innamorando, con naturalezza glielo aveva confessato. Solo allora, Serrano, le aveva detto che l'amava in silenzio dalla prima volta che l'aveva vista. Per questo, lui, baciato dall'amore, pure capiva la sofferenza di Ferrer e la sua disperazione, ma non ne approvava i metodi.
La sua ossessione per Fleur lo stava divorando. Deformando. Trasformando in qualcun altro.

Eppure non si decideva ad aprire quella lettera, che rigirava tra le mani. La grafia, non c'era alcun dubbio, era proprio quella di Ferrer, anche se lui non amava troppo scrivere, un esercizio noioso che di solito delegava alla sua segretaria. Ma  questa, invece, era vergata a mano da lui, così come pure manoscritto che recava, come titolo sul frontespizio, il nome di Fleur.
Con un senso d'angoscia s'era risolto, infine, ad aprire la busta

Arturo, un tempo siamo stati amici ed è in nome di quell'amicizia che io confesso a te il mio delitto, consapevole che la tua cruda, cristallina onestà morale, t'impedirà di farmi sconti di pena, a differenza della giustizia legale che non mi avrebbe mai condannato in quanto materialmente non mandante, e neppure esecutore, del delitto di cui, invece, me ne assumo la piena responsabilità: la morte di Fleur.
Fleur l'ho uccisa io. Fuggiva da me quando la macchina l'ha investita. Fuggiva da me e dal mio amore sbagliato. E' quello di cui l'avete persuasa, e di cui ora ne ho anch'io la convinzione. Quel  giorno ero andato da lei solo per dirle che l'amavo di amore puro ma avrei rinunciato a lei se non fossi stato contraccambiato. Ti confesso che in caso di diniego mi sarei ucciso, cosicché il mio destino, presumo fosse fin da subito tracciato. Inappellabile. Le avevo portato in dono un piccolo anello, un gioiello da collegiale: un cuore di acquamarina con incastonata la mezzaluna del mio orecchino. Un cuore spezzato o due cuori ricongiunti, secondo il verdetto di Fleur a cui io mi sarei attenuto. Non le avrei mai fatto del male. Non intenzionalmente, così come invece è accaduto. Questa mia lettera non vuole essere un j'accuse nei confronti di nessuno, e neppure una richiesta di attenuanti per me, ma solo il racconto della dinamica dei fatti. E la mia ammissione di colpevolezza.  Avrei voluto morire anch'io quel giorno stesso, che senza Fleur la vita per me non ha alcun senso, e invece, come un condannato in attesa del boia nel braccio della morte, mi sono costretto a vivere ancora il tempo necessario per raccontare, in questo manoscritto, la storia della breve vita di  Fleur, del mio amore troppo grande e disperato, che alla fine l'ha uccisa. Il mio tributo a Fleur, perché tutto il mondo la ami così come l'ho amata io. Lascio tutto nelle tue mani, Arturo, fà quello che ritieni giusto, che la mia anima dannata, qualunque cosa tu decida, te ne sarà in eterno riconoscente.


Serrano aveva allora aperto la scatolina dove, all'interno, il piccolo cuore di acquamarina riluceva del bagliore della mezzaluna di Ferrer.
Fleur, senza l'amore disperato di Ferrer, sarebbe passata inosservata al mondo.
Fleur era esistita perché era esistito Ferrer.
E alla luce di questa commovente, veritiera rivelazione, Serrano, s'apprestava a leggere il manoscritto di Ferrer.

"La prima volta che Francisco Ferrer l'aveva vista, Fleur Petit (ma dal suo entourage affettuosamente chiamata Petit Fleur ) indossava un vestito primaverile verde chiaro, dello stesso colore degli occhi, e aveva i capelli biondi, quasi albini, ordinati in un triplice gioco di trecce.
Seduta fra due matrone vestite di scuro (la nonna paterna e quella materna), spiccava non solo per la luminosità della sua aura ma anche per quella veste da bambina che la diversificava dal resto degli invitati, rigorosamente in abito da sera.
Troppo giovane per sfoggiarne uno e troppo giovane per poter ballare, Fleur, visibilmente annoiata, giocherellava con l'orlo della gonna, battendo le mani sulle ginocchia al ritmo della musica, motivo per cui le due nonne, a turno, la riportavano al decoro della postura con invisibili pizzicotti.
Un richiamo, quello delle due generalesse, a cui lei obbediva solo per un momento, per poi subito ricominciare quella sua mimica.
Chiaramente si vedeva che aveva voglia di ballare e che era una sofferenza per lei rimanere seduta, in castigo, a scontare il peccato di essere ancora così giovane.

Ma perché portarla al ballo se poi non le era concesso neppure di potersi muovere?"

lunedì 21 gennaio 2019

Fleur (cap 14)


FLEUR. FLEUR. FLEUR
Il corteo funebre, lento e composto, s'era dipartito dalla Cattedrale di Santa Maria la Menor alla volta del cimitero locale dove, Coralie e Philippe, sarebbero stati tumulati insieme in un unico loculo opportunamente predisposto nella cappella di famiglia.
A far da sfondo al nero corteo, una mattinata tersa e azzurrissima e già dalle prime ore molto calda, che si proponeva beffarda come un insulto ai morti che non avrebbero, di quel cielo e di quel sole, mai più goduto, e una sfida ai vivi che boccheggiavano nelle corazze degli abiti del lutto, quasi fossero chiusi essi stessi in una bara.
Ferrer, dal suo angolo strategico aveva individuato nelle prima fila del corteo funebre, il console Petit al braccio di Celeste e Fleur, (la piccola Fleur, che pure nell'anonimo vestitino nero risaltava su tutti, abbagliante come una stella di mezzogiorno) e sulla stessa fila le due nonne che si sostenevano l'una all'altra, rimpicciolite ed indifese, procedevano come sonnambule sul percorso tracciato dal carro funebre, con i visi nascosti dalle velette nere dei loro antiquati cappellini.
E questo particolare aveva richiamato alla memoria di Ferrer, l'innocente e anacronistico "program du bal" che Fleur gli aveva porto, nel loro primo incontro, affinché lui lo autografasse per Ermelina Hortega.
E la commozione s'era tramutata, dietro gli occhiali neri, nelle lacrime amare del ricordo:
 Fleur, vestita di un abitino primaverile verde chiaro, dello stesso colore dei suoi occhi, e i capelli biondi, quasi albini, ordinati in un triplice gioco di trecce.
Fleur annoiata che giocherella con l'orlo della gonna, battendo le dita al ritmo della musica sulle ginocchia.
Fleur, che ha voglia di ballare ma è costretta, in castigo su una sedia, a scontare il peccato di essere ancora così giovane.

Fleur, che avrebbe voluto stringere tra le braccia senza altro intento se non quello di farla ballare fino a che lei sfinita si sarebbe poi addormentata sul suo petto, dove lui si sarebbe beato solo di vegliarla.. Non chiedeva, e non desiderava altro, se non di condividere con lei l'intimità, silenziosa e mistica degli amanti che oltrepassando il confine del sesso, finalmente affrancati dalle catene dei sensi, vivono nella dimensione, esclusiva e privilegiata, dei sentimenti.
Fleur: stordente, deliziosa perdizione.

Doveva parlare con lei, sentiva la necessità di spiegarle che le orrende illazioni sul suo conto erano frutto di un terribile equivoco, che in lui non albergava l'stinto del corruttore e che, nonostante il disperato bisogno di lei, non l'aveva mai sfiorata, e nè mai l'avrebbe fatto, se non nel fuggevole contatto di un ballo. Era amore puro quel suo sentimento malamente frainteso.
No, nessuno avrebbe mai potuto accusarlo di nulla, che s'era limitato a sognarla e desiderarla nell'oscurità dei suoi sensi ma con la purezza della sua anima, e le supposizioni infamanti di Celeste non costituivano prove di reato. In ogni caso,qual'ora fosse stato, anche lui avrebbe avuto diritto ad una difesa per dimostrare la sua innocenza e ribaltare l'ingiusta condanna a non vedere più Fleur. Addirittura, a questo ipotetico tribunale, avrebbe potuto avanzare la richiesta di un risarcimento per i danni inflitti al suo amore e al suo onore, ma pure non gli sarebbe importato se solo gli fosse stato concesso di poter continuare a ballare con Fleur.
Null'altro chiedeva.
Il giorno dopo sarebbe andato a casa Petit per porgere le sue condoglianze e chiarire quell'imbarazzante fraintendimento.
Questa sua decisione lo aveva tranquillizzato e così, predisponendosi all'attesa, aveva deciso di anticipare il corteo funebre all'ingresso del cimitero per avere ancora la possibilità di scorgere, seppure alla distanza, Fleur.

Il corteo aveva varcato il cancello del camposanto e la folla, all'inizio serrata, s'era poi sparpagliata nei viali adiacenti alla cappella, smembrandosi in piccolo capannelli, mentre il gruppo dei famigliari, in forma privata,  presenziava al suo interno alla tumulazione.
Ferrer, prima ancora d'intercettare Fleur , aveva invece visto Arturo Serrano, inglobato nel gruppo dei famigliari, avvicinarsi a Celeste, parlarle all'orecchio, prenderle la mano e rimanere poi così senza discostarsi da lei.
Un gesto intimo, quello, che prevaricava l'amicizia.

- Nulla è più idoneo di un evento pubblico per rendere noto un fidanzamento. -
Blanca lo aveva colto di sorpresa, meglio ancora in flagranza di reato, ed ora sarebbe stato impossibile liberarsi di lei. Come una mosca sarcofaga, richiamata dall'odore della morte, lei s'apprestava a deporre le sue uova nella carne in putrefazione. Doveva solo scegliere il cadavere.

- Ne sapevi qualcosa? -
Ferrer aveva cercato di dare alla sua voce un tono neutro che il pallore del volto, però, smentiva.
- Ho tentato di dirtelo quando sei tornato da Hollywood, la sera che hai dormito da me, ma tu non me ne hai dato il modo. Non ho mai disatteso al nostro patto. E alla nostra amicizia. -
La risposta sferzante di Blanca gli aveva fatto intendere che lei, invece, aveva capito che lui le stava nascondendo qualcosa.-
- Il buon Serrano, novello Giuda ha rivelato la sua anima criminale, mentre la tua, Francisco, sta rammollendo nel sentimentalismo. Ed eccoti in balia della tua stessa ombra e di quelle dei tuoi amici malvagi. -
La risata di lei era risuonata fredda e cattiva come una scudisciata e lui, d'istinto, s'era ritratto per schivarla. Odiava Blanca con lo stesso fervore con cui odiava Serrano.

- Me ne vado, ma tu rimani pure a goderti lo spettacolo. -
Non c'era ironia nella frase di Ferrer quanto piuttosto una sottile canzonatura, consapevole che lei l'avrebbe colta e non l'avrebbe perdonato, decretando così la fine del loro patto.


LA STRATEGIA DEL RAGNO
Ferrer rifletteva che in  ultimo le persone a lui più care, e nelle quali aveva posto la sua fiducia aprendo perfino il suo cuore, lo avevano tradito. Tramando alle sue spalle, con modi e fini diversi, lo avevano usato per raggiungere i propri obiettivi. Serrano, Blanca e Josette, s'erano serviti di lui per il loro miserabile tornaconto. Forse perfino complici in quell'odiosa congiura.
Era stato cieco e stupido a non aver capito. A non aver visto.
Alla summa dei fatti, però, ad una loro più attenta analisi, la logica degli eventi balzava istantanea agli occhi, senza neppure doversi troppo arrovellare in congetture astratte o ipotesi possibilistiche.
Il ragno quando tende la sua ragnatela lo fa alla luce del sole, non la nasconde ma strategicamente la tesse con fili sottilissimi degli stessi colori dell'aria e della luce. Inganno artistico e psicologico in cui la mosca, inconsapevolmente, e a passo di danza, va ad intrappolarsi.
Tutti loro erano stati molto abili a tessere le geometrie di quella loro ragnatela, e con una tempistica perfetta, approfittando del suo stato di smarrimento lo avevano spinto fra le sue maglie, con gentilezza e senza sforzo alcuno, cosicché benissimo si sarebbe potuto dire che nella trappola ci si era cacciato da solo. E a passo di danza. Coercizione d'incapace, avrebbe stabilito un'ipotetica giuria di un ipotetico tribunale, chiamata ad emanare un verdetto con cui, se si ridimensionava l'eccellenza criminale dei suoi amici malvagi, di contro si attestava la sua menomazione mentale. Inaccettabile per lui.
Si sarebbe allora fatto giustizia da solo.

Ma prima di ogni cosa avrebbe dovuto parlare con Fleur, confessarle il suo amore, facendo attenzione, però, a non spaventarla col subbuglio delle parole, appassionate e struggenti, che nella foga della dichiarazione sarebbero potute implodere incoerenti e folli, che per troppo tempo erano state tenute alla catena, dentro al suo cuore. Una trappola anche quella.

Le parole, soprattutto se pronunciate in uno stato di intensa emotività, di esaltazione, facilmente possono ingarbugliarsi tra di loro, inseguirsi e moltiplicarsi, straripare e insensatamente prendere il sopravvento sui silenzi. E sugli sguardi. Così lui si sarebbe limitato alle sole essenziali: ti amo, Fleur.
E poi le avrebbe messo in mano il suo cuore.

IL COLORE DEGLI OCCHI DI FLEUR
- E' un lavoro non di semplice esecuzione, signor Ferrer, in particolare per l'incastonatura della mezza luna all'interno dell'acquamarina. Un lavoro delicato e che richiede tempo. Impossibile per domani. -
Aveva detto l'orafo in tono dispiaciuto, nell'atto di restituire la mezza luna d'oro bianco, l'orecchino da corsaro che Ferrer s'era sfilato dal lobo dell'orecchio sinistro.
- E' un favore per il quale sono disposto a pagare qualunque prezzo. -
Aveva rilanciato lui ,senza dar modo all'altro di replicare, aveva aggiunto: vi pagherò l'acquamarina allo stesso prezzo di un diamante.
All'refice non era rimasto che alzare le mani in segno di resa, e poi l'inevitabile domanda: toglietemi una curiosità, signor Ferrer, perché l'acquamarina e non un diamante?
- Perché acquamarina è il colore degli occhi di Fleur -