Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

mercoledì 9 maggio 2018

Una storia d'altri tempi


Jérôme Bissailon e Martin Deuxième
 Jérôme Bissailon e Martin Deuxième, erano al''epoca in cui accadono i fatti, entrambi giovani e belli, valenti spadaccini. Eroi di una leggenda d'altri tempi, seppur il loro sodalizio e le loro scorribande banditesche non erano mirate al perseguimento di alcun ideale, se non a quello della loro stessa deificazione.
Archetipi. Icone.
Rock star, in largo anticipo sui tempi.

 Jérôme era egocentrico, esibizionista, spregiudicato, quanto invece Martin era schivo, suscettibile e rancoroso. Caratterialmente antitetici, pur si somigliavano nel fisico, tanto da sembrar fratelli. Ma mentre l'intima essenza di Jerome rifulgeva verso l'esterno con la luminosità incandescente di una supernova, quella di Martin, buia ed indecifrabile, confluiva verso il suo interno, nel magnetismo ermetico di un buco nero.

Accomunati dalla stessa sorte che alternava favolose fortune a incredibili rovesci, condividevano il medesimo destino di esiliati e la vita nomade dei banditi, costretti dalla loro stessa leggenda a non sostare mai a lungo nella stessa città. Nella stessa regione.
Una leggenda truffaldina, però, che pure i due agendo di concerto e dividendosi in egual misura rischi e pericoli, la narrazione sbilanciava, per incomprensibili motivi, tutta a favore di Jerome, relegando Martin al ruolo di gregario. Oscuro il motivo di questo inspiegabile, irriguardoso atteggiamento della fama nei confronti di Martin, dove spiccava evidente la partigianeria dell'opinione pubblica nei confronti del suo complice. Scavando così nel suo animo, già predisposto al risentimento, un'ostile trincea. Un barricamento che col passare del tempo, e l'accumulo delle amarezze, sarebbe diventato un bastione inespugnabile.

"Jérôme le magnifique rebelle"
Il romantico appellativo riservato all'amico, mentre a lui toccava l'indegna perifrasi del suo cognome "Martin le second".
Un nomignolo coniato per gioco da Jerome. Diventato poi il suo nome identificativo.
Martin odiava quell'appellativo con la stessa intensità con cui aborriva il suo cognome.

Quel loro brigantesco sodalizio s'era consolidato nella complicità piuttosto che nell'amicizia.
Condividevano avventure, rischi e rappresaglie, ma in modo autonomo, rimanendo indipendenti nel territorio comune. L'intesa perfetta che li accomunava nell'elaborazione di piani e strategie non s'era concretizzata allo stesso modo nel loro privato. Anche se Jerome qualche tentativo di travalicare i confini lo aveva pur fatto, ma senza trovare sponda nell'altro. E così aveva desistito per evitare inopportune forzature e rischi di rottura. Consapevole del valore del suo alleato, nutriva per lui un sentimento sincero d'ammirazione che spontaneamente sarebbe culminato nell'affetto, se l'altro glielo avesse consentito. Ma così non era stato. Poi, col tempo, quel trauma affettivo s'era calcificato.

Era capitato loro d'innamorarsi della stessa donna, una zingara dagli occhi di gatta e i fianchi di gazzella. E il cuore di tenebra. Aida, questo il nome dell'ammaliatrice gitana, un'eminenza nel campo degli incantesimi drastici, con cui scippava alle sue vittime l'anima e la ragione, assoggettandoli al suo volere. Ma con Martin questo incantesimo però non aveva funzionato nella sua pienezza, rendendolo solo  stordito ed insicuro, ma non alienato. S'era spontaneamente innamorato di lei prima che questa mettesse in atto le sue malie, e questo lo aveva reso immune agli ipnotismi e alle strategie subliminali di cui Aida si serviva per raggiungere i suoi scopi. S'era innamorato di lei e della sua anima buia così simile alla sua, che la zingara teneva sotto chiave, inaccessibile come un segreto proibito. Ma lui quel mistero lo aveva scoperto. E follemente se ne era invaghito. Così l'avrebbe amata per come lei era, accettandola nell'interezza della sua natura.Volontariamente assoggettandosene. Ma Aida di questo suo intento ne aveva grandemente riso, e subito dopo, per rappresaglia a quei sentimenti da lui esternati, aveva intrapreso l'opera di seduzione di Jerome che, estremamente sensibile al fascino femminile s'era lasciato irretire, senza troppi scrupoli, dalla donna che ancora abitava il letto del suo amico.
Quello stesso letto dove Martin li aveva sorpresi.

- Martin le second -
Così lo aveva apostrofato Aida. E Jerome ne aveva riso.
Martin, allora, era fuggito via.

Nella stessa direzione
I due ex amici s'erano incontrati per caso dopo molti anni, entrambi ancora alla macchia, clandestini e senza fissa dimora. S'erano limitati ad uno sguardo e senza scambiarsi neppure una stretta di mano, avevano allineato le reciproche cavalcature e proseguito nella stessa direzione.

Jerome Bissailon era imbolsito e ingrigito, e del suo antico splendore non rimaneva altro se non la risata contagiosa in una bocca carente di denti, e lo sguardo malandrino degli occhi occhi grandi, un tempo limpidi ma ora acquosi, bovini.
La sua faccia aveva perso l'originale, delicata cesellatura dei tratti, risultando ora troppo piena di naso e di guance. Una faccia grande e  gommosa, simile a quella di uno gnomo gigante e sproporzionata al corpo, rimpicciolito nell'altezza e con la pancia prominente del bevitore.

Una ispezione impietosa ed asettica, questa di Martin, attenta ai dettagli, ai particolari significativi delle rughe: la loro conformazione, profondità ed estensione, se posizionate agli angoli della bocca, incise nel varco tra le sopracciglia, o massicciamente addensate sotto gli occhi. Le rughe sul viso di Jerome erano la mappa delle iperboli e dei suoi declini esistenziali.
Delle sue verità e delle sue menzogne.

 "Jérôme, le magnifique rebelle" giaceva ormai dimenticato, seppellito nell'ammasso informe del Jerome Bissailon  del presente.

Martin Deuxième, invece, aveva tenacemente perseguito la sua vita di emarginato. Solitario e rissoso, attaccabrighe per futili motivi e castigatore per ancor meno. Aveva continuato a vivere barricato nella sua inaccessibile trincea, in perenne stato d'assedio e pronto a sparare a vista su chiunque avesse tentato di superare il suo confine.
Lui era rimasto lo stesso di un tempo.

La resa dei conti
- Smettila di fissarmi -
Aveva mugugnato Jerome, voltandosi bruscamente verso Martin
- Hai sempre avuto la mania di fissarmi. Lo facevi anche in passato. Credevi non me ne fossi mai accorto? Mi guardavi come se volessi entrarmi dentro. Come se volessi diventare me. E una volta forse c'era un senso a voler essere me. Ma guardarmi ora, sono diventato vecchio e grasso. Incredibilmente brutto. Chi vorrebbe ancora somigliarmi? Non certo tu che conservi una figura agile e tutti i tuoi denti! -
Jerome s'era dato una manata sulle ginocchia e poi era scoppiato in una fragorosa risata
- Ti confesso, però, che in passato anche io ho desiderato essere te, ti ammiravo nel tuo forsennato orgoglio. Se solo ne avessi posseduto una piccola parte di sicuro mi sarei salvato da me stesso. Ma io non ne ho mai avuto di orgoglio, un sentimento a me estraneo, mentre tu ci annegavi dentro come in un mare in burrasca. In cambio di quello ti avrei dato un pò della mia ironia, e avresti smesso l'ossessione del tuo cognome e poi quella del soprannome, che ti ponevano eternamente al secondo posto. A me subalterno. Un baratto che sarebbe stato per entrambi un ottimo affare. Perché mi odiavi così tanto? -
Aveva chiesto Jerome, con voce lamentosa.

- Hai ragione, a quel tempo ti odiavo. Esattamente come ora. Non mi riesce di smettere. All'inizio ti ammiravo. Abbagliato dallo splendore di  "Jérôme, le magnifique rebelle" e poi deluso dalla pochezza di  Jérôme Bissailon, ho iniziato ad odiarti. Le due immagini non erano combacianti.
Ho dovuto fare una scelta, e così ho preso le distanze dall'uomo per non dover rinnegare il mito, che pure nel tempo si è rivelato altrettanto meschino, dopo che tu lo hai corrotto e declassato al tuo livello. Martin Deuxième, avrebbe benissimo potuto fare giustizia appena scoperto l'inganno, uccidere l'imbroglione, il corruttore, ma glielo ha impedito "Martin le second". Uccidere l'impostore avrebbe contribuito ad alimentarne la leggenda. Doveva essere la folla, ad assassinarlo, nel suo modo spiccio, sprezzante e definitivo, con la sua cancellazione dalla memoria collettiva. Questo avrebbe significato anche l'eliminazione di "Martin le second" ma non sarebbe stato infine un abominio così grande, dal momento che quello era solo la propaggine gregaria di "Jérôme, le magnifique rebelle". Un subalterno, però, indispensabile, perché quando me ne sono andato è iniziato il suo declino. E dopo la morte -
L'ultima frase, Jerome, l'aveva pronunciata in tono drastico, come un verdetto definitivo.
Era calato poi un breve silenzio, indispensabile a recuperare la lucidità necessaria per continuare quella loro conversazione. Più simile ad un duello di spade che di parole.
E come in un duello avrebbe vinto colui che sarebbe rimasto vivo.

- Non mi hai chiesto nulla di lei. Aida. Non t'interessa sapere? -
Non c'era stata risposta.
- Io non l'amavo di vero amore. E lei neppure. Il nostro è stato solo un gioco. Una combine. Mentre tu invece ne eri davvero innamorato. Per un breve momento devi aver smesso perfino di odiare. Riposandoti da te stesso. Consegnandoti a lei. Ma i peccatori come noi, Martin, necessitano dell'amore di donne innocenti nelle cui mani rimettere le nostre colpe. Aida era traviata. Esattamente come noi. Ti sei specchiato in lei e hai visto il tuo riflesso. E ne sei rimasto affascinato. Anche lei ha visto quel riflesso. Ma ne è rimasta sconvolta. E ha deciso di salvarti. Perché quello che tu non sai, Jerome, è che anche lei ti amava. Ma quell'amore avrebbe richiesto il sacrificio totale di uno di voi due, dal momento che tu miravi alla fama quanto lei, invece, a rimanere anonima. Uno dei due avrebbe dovuto vivere nell'ombra dell'altro. E lei non era donna da rinunce. Accecato dall'amore avresti accettato il sacrificio di modificarti. Di adeguarti alle sue esigenze. Diventando il suo secondo. E lei non voleva accadesse, perché ti amava profondamente. Sei stato così tanto amato, Martin, come io mai lo sono stato. Dovrei odiarti per questo. Ma non mi riesce. L'odio è un sentimento che non mi appartiene -
Aveva concluso Jerome, visibilmente commosso.

- La versione reale dei fatti è che tu l'hai convinta a lasciarmi perché io restassi con te, per continuare a dar risalto a "Jérôme, le magnifique rebelle". E al suo splendore. Avevi bisogno di me, il tuo secondo. Senza di me non avresti potuto più essere il primo. Sei tu che mi hai inchiodato a questo ruolo, con la tua maledetta ironia, i giochi di parole, i sottintesi, che mi hanno trasformato in"Martin le second" Tu non mi hai distrutto con l'odio, Jerome, ma con la facondia della tua ignobile ironia -

Jerome aveva allora sorriso. Un sorriso appena percettibile. L'antico sorriso di "Jérôme, le magnifique rebelle". Una provocazione insopportabile, per Martin.
E la lama del suo pugnale per vendicarne l'affronto.

-  Quando ti ho rivisto sapevo di andare incontro al mio destino, e non me ne sono sottratto. Solo avrei voluto fosse stato il tuo amore, e non il tuo odio, a darmi la morte -
 Le ultime parole di Jerome. Il suo estremo tentativo di varcare i confini.
Ma ancora una volta senza trovare sponda.

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