Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

giovedì 24 agosto 2017

L'uomo della pioggia. E gli equilibri del mondo


Recentemente ho riproposto su altre pagine, questo mio racconto "L'uomo della pioggia" pubblicato il 22/05/2011,  e come sempre accade prima di ripubblicare un mio scritto doverosamente lo sottopongo alle fasi di rilettura e di correzione (quelle virgole che sempre dissemino in abbondanza e gli accenti non sempre ben impostati, e non parliamo delle doppie che nella mia romanità aggiungo dove non andrebbero e sottraggo laddove necessiterebbero)
La fase della rilettura, inevitabilmente, comporta anche quella sempre molto più intima della riflessione sul messaggio e la validità dello scritto, la sua ragione d'esistere nella sua compiutezza. Le mie riflessioni vengono di solito stimolate dal finale che quasi sempre prediligo aperto, non tassativo, lasciando al lettore lo spiraglio da cui intravedere il suo finale ideale e magari una versione nuova della storia. Nella veste di lettrice, talvolta questa riscrittura de "la storia a modo mio" capita spesso anche a me di farla, senza per questo abiurare la storia originale: semplicemente la mia versione alternativa. Un esercizio di fantasia da cui sovente ricavo in materiale di scrittura. Perché nulla s'inventa ma tutto si ricrea, che dal vecchio genera il nuovo e così niente davvero muore: il ciclo del mondo e quello della letteratura.
 Credo che in questa sintesi si possa racchiudere anche il concetto di eternità.

La storia si svolge in 3 capitoli: nel primo si racconta di una siccità devastante, per cui si chiede, anzi si pretende, il miracolo non solo dalla santa protettrice del paese ma, come rafforzativo alla sua realizzazione, la collaborazione coatta del prete e della veggente, da sempre ostili l'uno all'altra.
Nel secondo, assistiamo al miracolo bizzarro di una pioggia circoscritta solo nel perimetro della cattedrale, e il conseguente ingenerare di una follia superstiziosa che per ovvie ragioni di sudditanza degli uomini verso le gerarchie più alte, e qui parliamo di quelle celesti, assolve dal misfatto la santa patrona (anche se è palese che solo a lei si potrebbe attribuirne la colpa) col prete, cinico ed opportunista, pronto a cavalcare quel malcontento che facilmente potrebbe sfociare in odio nei confronti della veggente. Una vendetta a cui mira, ritenendola colpevole di avergli, col buonsenso e la perspicacia, scippato anime alla causa della chiesa.
Nel terzo capitolo, dopo che Giustina e Victor hanno consumato la loro prima, appassionata notte d'amore, nello scambio reciproco delle proprie peculiarità (lui, l'insonne, dormirà il suo primo sonno ristorante, e lei, la veggente, lo veglierà dimentica delle sue visioni) finalmente piove.
Ma è una pioggia apocalittica quella che il cielo spurga, che rischia di trasformare la terra in uno sconfinato oceano.
Dunque neppure l'amore è riuscito a compiere il miracolo della salvezza. Non nel giusto modo.
 Eppure in quella notte d'amore, innocente ed appassionato, lo yin e lo yang (la donna che vive nella luce e l'esule giunto dal buio più remoto) correttamente si sono ricongiunti, compenetrandosi, la luna ha ceduto un po della sua freddezza e il sole un po del suo calore, per il conseguimento di quel perfetto bilanciamento meteorologico, indispensabile a ristabilire gli equilibri del mondo.

Ma quant'è irrecuperabile quel mondo se neanche l'amore riesce a salvarlo?
Nessuno vede, o vuol vedere, il baratro su cui si cammina, immaginando per presunzione o per pigrizia, o solo per fatalismo, la terra sotto i piedi, sempre ferma, solida e compatta, e se poi in quel baratro si precipita, la colpa sarà della nebbia troppo fitta, della distrazione divina, di un potente malocchio o di un infausto destino.
Sempre colpa di altri, mai di se stessi.

Se l'uomo non cambia non cambierà neppure il mondo, perché il mondo è governato dagli uomini e non da Dio, né dalla nebbia o dal destino.
E l'uomo, a quanto pure nel presente appare, non è pronto a sinceri quanto onesti cambiamenti, così come dimostra il prete che in ultimo esige con le minacce la collaborazione dalla veggente.
Non c'è speranza di una vera redenzione per un mondo siffatto, e questa amara riflessione che induce Giustina a seguire Victor, del quale porta in grembo un figlio (quell'asso di bastoni che, nella sua visione, germogliava dal suo ombelico) e dar vita ad una stirpe nuova.
D'altronde loro hanno provato a salvare il vecchio mondo, con l'unica arma che avevano, quella dell'amore, l'unico strumento in grado di stabilizzarne gli equilibri. Eppure hanno fallito.

STRUTTURA DEL RACCONTO
Victor Galeno, l'uomo della pioggia, l'esule insonne giunto dal buio più remoto per congiungersi con Giustina Nepanto, la veggente che nella luce vive, per ristabilire, con un atto d'amore innocente e carnale, gli equilibri di un mondo sull'orlo del baratro, pur dando titolo al racconto appare solo brevemente all'interno dei tre capitoli, perché la protagonista di questa storia è la meteorologia e le sue bizzarre performance, in risposta all'arrogante cecità degli uomini, alla malafede e agli egoismi che li governano. E' il cielo che sovrastando quella terra abitata da creature minime, passive e incoerenti, arroganti perfino nella loro palese impotenza a salvare se stessi, insensibili ai suoi avvertimenti, alla fine attua la sua definitiva giustizia.
Dialoghi ed azione sono ridotti al minimo. Una mia scelta questa, avendo voluto dare al mio racconto un'impronta soprattutto psicologica, dove l'azione viene raccontata nelle sue motivazioni e non visivamente inscenata.
Ambientato tra Macondo e il Monte Ararat, dove si suppone fosse arenata l'Arca di Noè: perché nulla s'inventa ma tutto si ricrea, che dal vecchio genera il nuovo e così niente davvero muore: il ciclo del mondo come quello della letteratura.

martedì 22 agosto 2017

Illusioni

Illuditi pure che la crudeltà della vita sia storia d'altri e a te non appartenga, ma al primo addio saprai che così non è.

(Amaranta - link fb)

sabato 19 agosto 2017

Demoni

I miei demoni...i miei demoni, a volte capita che ci troviamo la notte ad accendere falò davanti a cui sostiamo a bruciar feticci e narrare orripilanti storie. Accade, quando sono in vena, d'inventarne di davvero terribili, e allora ecco che quelli fuggono atterriti, perché certe allucinazioni che originano nella mia testa sono di gran lunga più terrificanti di loro.

(Amaranta - link fb)

mercoledì 16 agosto 2017

Rebecca (cap. 27)



Bisognava, come primo passo, accertarsi che Giandomenico Messinese fosse realmente una pedina, e non un complice della smania paterna di volersi assicurare, tramite la nascita di un nipote maschio, un posto privilegiato tra le memorie postume.

E per questo necessitava a Rebecca un confronto, schietto e diretto, col giovane ebanista, senza testimoni inopportuni e in grado d'influenzarlo.
Occorreva quindi organizzare quest'incontro in gran segreto per non suscitare nessun interrogativo esterno, nessuna curiosità che potesse dar vita a pettegolezzi e illazioni.
Che niente giungesse alle orecchie paterne.
Tutto doveva esser condotto in maniera assolutamente discreta e privatissima.
Bisognava, quindi, aver pazienza ed aspettare il momento giusto, anche se questo non necessariamente avrebbe implicato un'attesa passiva ma piuttosto preparare il terreno facendo in modo che fosse lo stesso Scalavino, seppur involontariamente, a favorirlo.
Evento che si preannunciò quasi nell'immediato, come un segno benigno del destino, attraverso il quale si poteva intravedere la possibilità di beffare quella sorte non voluta, ma da altri decisa.

Dal canto suo, Concetto Scalavino, stava vivendo un periodo assolutamente positivo, sia per gli affari, floridissimi, con un numero eccezionale di commesse sulle quali, traboccando di evidente soddisfazione, aveva il vezzo di scherzare sulla probabilità di non poterle esaudire tutte, e per la prospettiva di realizzare finalmente quel sogno di tramandarsi nell'eternità con la nascita di un nipote maschio, o più di uno, così come ambiva nei suoi desideri più segreti e che mai avrebbe confessato a voce alta per tema d'indisporre quella buona sorte che s'era per lui manifestata munifica oltre ogni aspettativa. Un nipote gli sarebbe di certo bastato, ma una nidiata sarebbe stata una giusta e meritata compensazione a risarcirlo di quei suoi desideri disattesi dalle altrui inettitudini. E il pensiero inevitabilmente andava alla moglie capace di partorire solo femmine, e che in ultimo gli aveva negato la possibilità di ulteriori tentativi. Che altrimenti, prima o poi, un maschio, ne era certo, lo avrebbe generato: un figlio con il suo stesso sangue e la sua stessa attitudine alla vita.
Ma lui, a questa realtà predisposta da Dio o dal fato o da un potente malocchio, non s'era mai definitivamente rassegnato, e da uomo pratico e navigato commerciante qual'era, per prevenire al suo scopo avrebbe aggirato l'ostacolo servendosi proprio dell'ultimo castigo ingiustamente inflittogli: Rebecca, la sua figlia minore.

Concetto Scalavino, dunque, stava godendosi quel suo meraviglioso momento d'estasi, soddisfatto di se stesso e fiducioso di quel mondo esterno che, seppur con un qualche energico aggiustamento, era riuscito a piegare al suo volere,  e di cui a breve avrebbe raccolto i frutti. Così come accade che dopo un'estrema tensione subentri uno spontaneo rilassamento, di fatto aveva abbassato di molto la guardia concedendosi all'oculato riposo del patriarca, il quale però solo dopo essersi assicurato di aver messo in sicurezza famiglia e averi, ricorrendo all'occorrenza all'ausilio di chiavistelli e catene, finalmente s'arrende al ristorante conforto del sonno.

Rebecca, invece, costantemente all'erta per ragioni di sopravvivenza, aveva immediatamente percepito quel cambiamento latente, di cui neppure il diretto interessato s'era accorto.
O, almeno, così trapelava dalla mollezza inedita dei gesti, a cui lui pareva felicemente abbandonarsi, incurante, o forse solo inconsapevole, delle probabili conseguenze.
D'altronde era così sicuro di aver serrato con tripla mandata il chiavistello e aver diligentemente assicurato le catene al gancio più robusto della casa, che famiglia e averi, tutto era responsabilmente tutelato, sotto il suo più stretto controllo.

Ma se così fosse la storia dell'uomo si ridurrebbe a ben pochi capitoli, se davvero catene e lucchetti risultassero così efficacemente intimidatori da dissuadere gli oppressi dai tentativi di libertà, saremmo solo stirpe di padroni e di schiavi, facile da governare perfino a quel potentissimo Padreterno, che pur disponendo di strumenti molto più potenti e sofisticati per l'assoggettamento delle masse, come la terribile minaccia dell'inferno e del suo diavolo e quella sempre incombente della fine del mondo, che a quanto risulta al presente, pure a lui non è riuscito di domare disobbedienze e anarchie.


martedì 15 agosto 2017

Rebecca: ritorno a casa

Riprendo a scrivere "Rebecca", il mio racconto incompiuto, il cui primo capitolo l'ho postato il 1 Maggio del 2013, e il 26° pubblicato il 7 Settembre del 2015.

(In questo link i capitoli precedenti)

Una storia in cui mi sono persa più volte e più volte ritrovata, e ancora persa, ma mai nei intenti abbandonata, e che ambirei portare a termine anche solo per me stessa.
Mi piace la forma del racconto e la figura, anzi le figure delle due protagoniste, seppure in qualche capitolo indugio ripetendomi (ma questo è il rischio di quando si scrive in modo discontinuo, così come è avvenuto per questo mio interminabile racconto, con lunghi intervalli di tempo che al presente non saprei motivare che tante cose sono accadute nel mentre, ma nessuna poi davvero determinante ad un sostanziale cambiamento della mia vita.
Afasia generata dalla stanchezza, dalla noiae dalle paranoie, dal mio pessimismo congenito e da un sempre più radicato nichilismo.
 E da quel mio perenne stagnante stato depressivo.
Fattori, questi, su cui radica il mio malessere esistenziale.

Lo scrivo consapevolmente per me sola, che la storia di Rebecca s'è smarrita perfino dai meandri della mia memoria e quindi dovrò, con qualche fatica, ripartire dal punto dove tutto è cominciato, così sarebbe una pretesa assurda, da parte mia, immaginare che qualcuno ancora si ricordi di lei.
Eppure io sento di doverla completare, darle un finale e con quello un riposo, perché solo allora, quando l'avrò riportata a casa, riuscirò finalmente a riposare anch'io.

Marilena

domenica 13 agosto 2017

giovedì 10 agosto 2017

Irreversibile Abbraccio

Lui il naufrago. Io la zattera.
Abbracciati.
Insieme ci si salva. Insieme si annega.
La logica del suo amore escludeva la possibilità della deriva.

(Amaranta -link fb)


mercoledì 9 agosto 2017

La stanza di Ludwig (cap 9)

Avrei dovuto gettare la spugna, e così feci dopo altri vani tentativi di rintracciare almeno uno dei protagonisti della vicenda. Ma niente, come fossero stati inghiottiti dal buio. Anche Elsa aveva fatto perdere le sue tracce, col sospetto, da parte mia, che lei continuasse ad indagare in maniera, di sicuro, molto più producente della mia, che mezzi e conoscenze non le mancavano.
Di tanto in tanto incontravo Adelina, ci scambiavamo speranzose sempre le stesse domande e le stesse sconsolate risposte.

- Hai avuto altre visioni?
- No. E lei, ha avuto modo di sentire o vedere qualcuno?
- Niente e nessuno. E l'appartamento, a tutt'oggi, è ancora sfitto.

Ancora, di notte, cercavo di captare attraverso gli scuri sbarrati della finestra di fronte, segnali di  vita, seppur metafisica. Ma nulla più mi giungeva.
...come se l'autore di quell'assurda messinscena, che d'impulso me ne aveva mostrato l'anteprima e poi, sempre con lo stesso impulso, avesse deciso non dovesse più riguardarmi, e così avrei fatto bene a farmene una ragione visto che, dall'altra parte non c'era nessun interlocutore con cui rapportarmi.
...ma il senso d'impotenza, che ne scaturiva, era assolutamente devastante.

Per sfuggire al richiamo ossessivo di quella finestra avrei dovuto cambiare casa, ma le mie magre finanze non mi consentivano di attuare il progetto, che l'affitto esiguo e i pochi doveri condominiali, non mi erano stati proposti in nessun'altro caseggiato.
... avrei dovuto, quindi, far leva solo sulla mia capacità di resistenza per sottrarmi a quella subdola malia, e come Ulisse, per sfuggire al canto delle sirene, s'era turato le orecchie con tappi di cera e incatenato all'albero maestro, io, invece, facendo ricorso a mezzi più moderni, m'immergevo in lunghe letture o cercavo d'interessarmi a qualche programma televisivo, oppure mi procuravo il sonno con l'ausilio dei sonniferi.
...ed erano solo questi, in ultimo, a lenire nel profondo quel mio distruttivo senso d'impotenza, facendomi precipitare nel salvifico, solitario buio, dell'incoscienza.
...e fu proprio durante l'attesa di una mia full immersion nell'oblio, quando già il sonnifero si accingeva ad espletare il compito per cui era stato assunto, e con solerzia andava spegnendo tutte le lucine nel mio campo visivo per consegnarmi all'oscurità del sonno, che il viso ingordo di Elsa s'impose a riempire lo schermo televisivo.
...in un riflesso opaco, come di vapore, vidi la sua faccia dilatarsi a dismisura nel riquadro della tv eppoi irrimediabilmente frammentarsi in minuscoli, indecifrabili fotogrammi, che mai sarei riuscita a fissare nella memoria.

Al risveglio, dopo essermi impietosamente maledetta per la mia incapacità, della sera prima, ad oppormi al sonno e seguire il talk che ospitava Elsa, che ogni volta che quella donna si palesava di sicuro c'era in ballo una qualche scottante anteprima.
...e stavolta direttamente mi coinvolgeva.

A fatica avevo dominato l'impulso di precipitarmi a casa di Adelina per chiederle se avesse visto il talk in cui era presente Elsa, e di cosa trattava, facendo, però, molta attenzione a mascherare l'impazienza e la curiosità che mi dilaniavano, dal momento che lei nulla sapeva dei miei abboccamenti con la giornalista.
...così mi ero data un aspetto sufficientemente presentabile e già bussavo alla sua porta pregando che fosse in casa e non già dietro a qualche sua effimera commissione.
Mi venne ad aprire, sorpresa ed entusiasta, di quella visita così mattiniera.

- Ho appena fatto il caffè...
- Grazie, lo accetto volentieri.

- Credo che tu sia qui per il programma di ieri. Lo hai visto? C'era quella giornalista, Elsa comediavolofadicognome, vabbé non importa, parlava di Ludwig, del suo ritiro dalle scene e del tentativo di suicidio, provvidenzialmente sventato dalla sua ex moglie. Sventato per modo di dire, che quando lei ha chiamato l'ambulanza lui era già in stato di coma. Irreversibile, a quanto dicono i medici. Un mix di barbiturici e sonniferi, voleva proprio farla finita.

- Non l'ho visto il programma, cioè avevo già preso i sonniferi e mi sono addormentata. Un mancato suicidio o un tentativo di omicidio? Protenderei benissimo, trattandosi di Elizabeth, per la seconda ipotesi
- Vacci piano anche tu con quella roba. I sonniferi sono come i barbiturici e le droghe, a farne troppo uso ti spediscono all'altro mondo. E già questa sarebbe una fortuna che di sicuro rimanere in coma irreversibile,come è accaduto a Ludvig, è ancor peggio.
- E cos'altro ha detto la giornalista?
- Che scriverà un libro su di lui, promettendo rivelazioni inedite e sensazionali, con l'ausilio della  sua ex moglie, per la precisione la seconda, c'era anche lei in studio, una biondina stralunata, devo confessarti che mi ha fatto pena. Rispondeva solo con un si o con un no alle domande che la conduttrice poneva. Sembrava non fosse in grado di formulare risposte più articolate. Mi ha dato l'idea di una drogata, o di una fortemente depressa, così al suo posto rispondeva quasi sempre la giornalista. Perché poi avrà portato quella povera creatura in televisione? Lei e Ludwig avevano avuto un figlio che è morto dopo pochi mesi, di una di quelle morti misteriose dei bambini. Ha detto la giornalista che scriveranno un libro a quattro mani...ma che libro vuole scrivere con una così?
- Inventerà. Potrà dire tutto quello che vuole e senza contraddittorio. A chi davvero importerà indagare sulla verità dei fatti, se la menzogna sarà così intelligentemente congegnata da sembrare più vera del vero? Magari Ludwig è colpevole di omicidio, e nessuno lo saprà mai. Ma dovrà espiare, invece, per peccati mai commessi, e forse più abominevoli di quell'unico.
- E noi cosa possiamo fare?
- Nulla, Adelina. La nostra versione dei fatti, straordinariamente fantastica ma vera, non sarà mai creduta da nessuno: non abbiamo prove né testimonianze, così le mie visioni, e le tue asserzioni, non sarebbero ritenute attendibili da nessun giudice. Abbiamo le mani legate. Rassegnamoci.
- Potremmo rivolgerci a quella giornalista, raccontare a lei tutta la storia, magari lei ci crede
- Se al diavolo racconti la verità quello per dispetto la tramuta in bugia, perché l'unica verità conclamata deve essere sempre la sua. Esattamente lo stile di quella giornalista.
- Ne parli come se la conoscessi
- Forse perché recentemente ne ho conosciuta una che le somiglia davvero tanto.

La salutai con un'amichevole pacca sulle spalle, e poi mesta e sconfitta, ma al contempo sentendomi stranamente libera, me ne tornai a casa.

La storia è questa.
E i protagonisti pure.
Tirate voi le somme, o se vi aggrada, imbastite una morale
Ma io, in questo finale, non salvo nessuno
Neppure me stessa.

mercoledì 2 agosto 2017

La stanza di Ludwig (cap 8)

...incontro che non avvenne mai.
Attesi Elizabeth, nel luogo convenuto, tutto il pomeriggio fino alle prime ombre della sera, ma di lei nessuna traccia.
Avvilita e preoccupata chiesi spiegazione ad Elsa, ma le disse di non avere alcuna spiegazione al riguardo.

Avrà fiutato la trappola.
Fu il suo breve commento.

Sta di fatto, però, che una parte di me era pur contenta che l'incontro non si fosse realizzato in base ai presupposti stabiliti da Elsa, che mi avrebbero resa complice dei suoi diabolici piani.
...oppure, era stata Elsa stessa, a far fallire il tutto, perseguendo un suo piano, privato e segreto, che mi escludeva, ritenendomi, probabilmente a ragione, non all'altezza dei suoi macchiavellismi.
Troppo onesta. Troppo ingenua. Troppo emotiva. Questi, ai suoi occhi, i miei difetti.
...seppur determinata ad andare fino in fondo

Ma la determinazione, da sola, non sempre basta, non sempre regge alla prova dei fatti, con chi ha basato la sua ragione di vita sull'inganno e il raggiro, e forse il ricatto.
...e questo mio ragionamento non riguardava Elsa, ma Elizabeth.
Perché la bellissima bruna dagli occhi viola, la terza moglie di Ludwig era, al pari della giornalista, maestra di mistificazioni e sotterfugi, illusioni ed insidie: una intelligenza fine, votata al male.
Ed anche Anais, la presunta vittima, apparteneva alla loro stessa  malvagia genia?
...non dimentichiamoci che, per far valere le sue ragioni, era andata da Ludwig armata di coltello

Elsa, all'interno del suo racconto, l'aveva però menzionata solo riguardo alla specifica del suo ruolo d'amante, e di socia, di Elizabeth.
Forse perché la riteneva un'attrice secondaria, la spalla di Elizabeth, per intenderci, o semplicemente perché non possedeva informazioni al suo riguardo?

Anche la finestra della stanza di Ludwig era diventata un punto buio nella notte: cieca e muta, aveva cessato il suo racconto.
...vana, la mia attesa, della rivelazione della verità su quel segreto di sangue celato dagli scuri serrati.

Sentinella della notte, trascorrevo le mie ore ad indagare, paziente e passiva, l'oscurità, d'improvviso irrimediabilmente impenetrabile, interrogandomi sul fine per cui ero stata prescelta io, unica spettatrice a poter spiare il nero sipario dietro cui s'era consumato un dramma, privata, però, della possibilità d'intervenire.

Denunciare Ludwig per omicidio? Ma non avevo nessuna prova che fosse realmente accaduto, e soprattutto non era stato rinvenuto nessun cadavere
Denunciare la sparizione di Anais? Non c'era tra noi nessun legame di parentela, o di amicizia, che mi autorizzasse a muovermi in tal senso, oltretutto, se mi fosse stata richiesta, non sarei stata neppure in grado di fare una sua descrizione fisica. Conoscevo il suo nome, certo, ma questo non sarebbe stato sufficiente a mettere in moto la lenta macchina della giustizia.
Denunciare Elizabeth come testimone del delitto? Non avrei potuto in nessun modo motivare quest'accusa solo sulla base delle mie visioni.

Avevo le mani legate: la mia storia era talmente incredibile che nessuno l'avrebbe presa sul serio.
Inutilmente avevo cercato notizie di Ludwig sui giornali o in rete, ma di lui non si parlava affatto.
Provai a ricontattare Elsa per tentare un nuovo aggancio con Elizabeth, ma s'era resa irreperibile, non rispondeva, o si faceva negare al telefono.
...non mi rimaneva che arrendermi.