Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

martedì 18 luglio 2017

La stanza di Ludwig (cap 6)

Una mail coincisa, promettente però di uno scoop sensazionale, inviata tramite il suo sito, mi fece entrare in contatto diretto con Elsa, allettata dal poter imbastire uno scandalo su un soggetto inedito, (anzi vergine, come lo aveva definito lei, proiettata già nell'atto della profanazione).
...quella donna metteva i brividi anche a distanza.

La storia, non importa che sia vera, ma deve essere credibile: è su questo assunto che si basa il  giornalismo scandalistico. Logica e fantasia devono riuscire a convivere all'interno di una stesa frase, coerenti e convincenti, altrimenti il castello di carta miseramente crolla, e il costruttore rimane sepolto sotto le macerie.
...ma nessun castello di carta, per quanto architettonicamente azzardato dall'impavida Elsa, le era mai crollato addosso. Morivano gli altri ma lei, miracolosamente, ne usciva illesa (proprio come era accaduto nell'epilogo dell'ultimo scandalo da lei fomentato)
...così per non rimanere impigliata nei suoi artigli, nel tentativo di estorcerle quante più informazioni potevo sulla vita privata di Ludwig, avrei dovuto propinarle una trama talmente astrusa da risultare incredibilmente priva di ogni logica, perfino a lei, regina delle fandonie.
...e quale trama più insensata della verità stessa?

Come era nelle mie previsioni, Elsa, cestinò in toto la mia storia, nonostante io giurassi e spergiurassi sulla sua veridicità, non potendo esibire testimonianze di una qualche, seppur blanda, attendibilità: non c'è materiale sufficiente a costruire le prove.
Costruire le prove!
Non cercarle, quelle prove, ma costruirle!
Evidentemente un lapsus di cui neppure s'era accorta, intenta com'era a scarnificare, ancora vivo, il povero Ludwig, che seppur fosse stato tutto quello che lei andava, con ferocia, elencando, pure gli avrei concesso la mia pietà, tanto erano micidiali, e mirati ad una lenta agonia, i colpi che lei gli andava, senza alcuna misericordia, assestando.

Elsa mi aveva raccontato di  un uomo ambizioso ma privo di un vero talento artistico (avevano frequentato, per un certo periodo, lo stesso Conservatorio, poi lei insofferente alla prospettiva di una ingiusta gavetta, dove s'era vista preferire, al suo indiscusso talento, colleghe meno brave ma più disponibili alle scorciatoie (seppur sono convintissima che quelle medesime scorciatoie, se anche a lei fossero state proposte, non le avrebbe di certo rifiutate) aveva optato per il giornalismo, che le consentiva un più vasto ventaglio di possibilità con cui poter autonomamente accedere in virtù del proprio talento e senza l'intermediazione di un patrocinante. Ludwig, (il cui vero nome è W. V. H. continuerò a chiamarlo così anche se il suo cognome non è poi così difficile da ricordare), invece, aveva appunto dato un'accelerata alla sua carriera, sposando A. K. sorella del celebre direttore d'orchestra J. K., una donna molto più grande d'età ma in grado di favorire la sua carriera. Un matrimonio durato il tempo necessario alla sua conclamazione di enfant prodige del pianoforte e terminato col suicidio della moglie, causato dalla depressione per una grave malattia diagnosticatale, (questa la motivazione ufficiale) ma, in realtà, per colpa di quell'unione infelice. Tradimenti...non ne erano venuti  a galla, seppur di certo ce ne saranno stati, lui era molto giovane e lei già sfiorita, ma la famiglia della suicida non lo aveva incolpato di nulla per evitare ulteriori scandali, e questo gli aveva
 permesso di andare impunemente avanti e consolidare la sua carriera, anzi, la storia del suicidio della sua prima moglie aveva contribuito a creargli l'aureola dell'artista maledetto, e renderlo popolare soprattutto tra le donne di tutte le età e non solo le appassionate di musica classica, che a far la fila per un suo autografo c'erano anche le rocker. Cosa ci trovassero in lui è un mistero, visto che aveva un carattere ruvido, molto umorale, per cui facilmente disertava perfino le feste organizzate in suo onore. Un' asociale e della peggior specie, di quelli a cui nonostante i modi sgarbati viene permesso, e perdonato, tutto, in nome di quel genio che neppure possiedono. Che a sentir bene, il grande Maestro, di stecche ne aveva prese, anche se pubblico e critica, succubi del mito, nella foga dei battimano parevano non accorgersene. Si era sposato una seconda volta con una ballerina dell'Opera di Parigi, D. M.  molto bella e talentuosa, (ma io che l'ho conosciuta di persona ho visto solo una biondina acerba, incolore, una ragazzetta qualunque che amava vestire di celeste) stavolta più giovane di lui e che gli aveva dato un figlio, vissuto, però, solo pochi mesi. Si era  parlato di morte in culla, e lei era in una forte depressione da cui non s'era più ripresa, decretando la fine di quella sua brillante carriera di ballerina. In realtà anche di lui, in quel periodo, e anche dopo, per tantissimo tempo, si sono perse le tracce, dando adito ad un suo avvenuto  ritiro dalla musica, ma poi eccolo, invece, intraprendere una lunga tournee nei paesi asiatici (abbastanza deludente, però, stavolta anche secondo la critica e gli addetti ai lavori). Ora, alla luce del tuo racconto, mi chiedo: che fine ha fatto la sua seconda moglie? Dovrò indagare a tal proposito, anche se è scontato che quelle come lei finiscono in convento o si suicidano. E arriviamo alla terza,  E. B. quella che tu chiami Elizabeth ( il cui nome, per caso, è proprio quello), l'avventuriera materializzatasi dal nulla, bellissima ma non più giovane e con la necessità, quindi, di assicurarsi con un matrimonio conveniente, un  benessere per gli anni della vecchiaia. Quando si sono sposati la stella di Ludwig aveva già iniziato ad offuscarsi e la sua mediocrità di pianista diventava sempre più evidente, ma aveva comunque accumulato  un sostanzioso patrimonio col quale benissimo avrebbe potuto campare di rendita. Perché l'abbia sposata rimane un mistero visto che al nostro artista piacevano le donne timide, quelle obbedienti, le sottomesse, insomma, come erano state le sue prime due mogli, perché con loro gli riusciva di mascherare la sua latente impotenza.  Elizabeth, invece, era una dominatrice, era lei a dettare le regole, imponendogli perfino la convivenza con la sua amante storica, una spagnola, sua  socia in affari e compagna di letto. Elizabeth era un osso duro, non si sarebbe suicidata né fatta suora, quindi, per liberarsene, gli  rimanevano due opzioni: l'uxoricidio o il divorzio.
...divorzio che, nonostante gli accordi prematrimoniali, l'aveva  ridotto sul lastrico.

mercoledì 12 luglio 2017

La stanza di Ludwig (cap 5)

Quali ruoli rivestivano i tre attori protagonisti di quel film a episodi ?
Interpretavano una parte o se stessi?
Storia reale o fantasia?

Attendevo alla finestra, speranzosa ed impaziente, la proiezione di altri spezzoni di quel thriller muto, aspettando comodamente seduta in poltrona, che il regista, nella scena finale, fornisse la soluzione dell'enigma.
...o forse non ci sarebbero state più proiezioni perché la scena finale era già andata in onda, quella in cui Anais muore pugnalata dalla lama del suo coltello.
Ma era stata una ferita mortale quella che lei stessa s'era inferta cadendo sulla lama impugnata da Ludwig, o era stata solo la mia frettolosa supposizione a decretarlo?
...perché la scena, magistralmente, s'interrompeva su quella caduta accidentale.
 Stando a questo parziale scenario, la morte di Anais sarebbe stata solo un incidente, omicidio colposo, per dirlo in termini di legge, che alleggeriva Ludwig dalla volontarietà del fatto e non lo bollava col marchio infamante dell'assassino intenzionale.
Ma, come ho già ribadito, la scena s'era interrotta su quella caduta, cosa era avvenuto dopo?
Potevo solo fare congetture:
1) Anais, solo ferita, era caduta a terra, per rialzarsi e andar via
2) Anais, solo ferita, era caduta a terra dove Ludwig l'aveva poi uccisa.
3) Anais, mortalmente ferita, era caduta a terra, dove era spirata.

Un finale aperto, dunque, dove benissimo, nella seconda e terza ipotesi, s'andava incasellando anche l'affermazione di Adelina, pronta a giurare che la donna non era mai più uscita dalla casa.
 Nella sciagurata ipotesi dell'omicidio, colposo o doloso che fosse, dov'era finito il cadavere?
....molto più probabile, invece, che la donna, seppur ferita, avesse lasciato l'appartamento sulle sue proprie gambe, eclissandosi nel buio.

Per saperne di più sarei dovuta tornare indietro di qualche fotogramma, laddove Elizabeth, inciampando, guarda a terra, e con un moto d'orrore si porta le mani alla bocca a reprimere un grido.
Sul pavimento c'era il corpo di Anais o solo il suo sangue?

Il fermo immagine di Elizabeth con le mani premute sulla bocca, mi si era inchiodato nella mente, ma era davvero poco per stabilire la realtà dei fatti e optare per una delle due, parimenti, plausibili ipotesi.

Elizabeth...forse saperne di più su di lei avrebbe contribuito a far luce su questa storia che, perdonate l'ironia, andava in onda col buio.
D'altronde, lei e Ludwig erano, differenza di Anais, evanescente e provvisoria, carnalmente reali.
...e di questo mio proposito d'indagine non ne avrei fatto parola nemmeno con Adelina.

Il primo passo sarebbe stato documentarmi su Internet riguardo la vita, privata e pubblica, di Ludwig. Con un po di fortuna avrei stabilito la sua correlazione con Elizabeth (c'erano troppi forse in questa storia dove procedevo per congetture quando, invece, necessitavo di dati verificabili e circostanziati).
Il primo enigma da sciogliere sarebbe stato quello di risalire al vero nome e cognome di Ludwig, così difficili da pronunciare e memorizzare, il motivo per cui era stato soprannominato il Maestro.
...erano state rimosse anche le etichette dal suo citofono e dalla cassetta della posta.
Senza un nome di riferimento non avrei cavato nulla da Internet, ma piuttosto, come i detective del secolo scorso, avrei dovuto far ricorso ad un informatore.
...informatrice, per la verità, la migliore sulla piazza, una donna dai mille mestieri, giornalista, pianista e animatrice di feste, allo stato odierno ideatrice di bufale per un sito internet, che grazie a lei stava scoprendo l'età dell'oro.
Una donna che sul pettegolezzo e la maldicenza aveva costruito le sue fortune e le sue sfortune.

Elsa, (così chiamerò la mia informatrice, per via delle tante rilevanti attinenze con la più celebre Elsa Maxwell, la penna corrosiva e denigratrice del giornalismo gossip targato USA, tra gli anni ruggenti e la grande depressione), uscita miracolosamente indenne, e con la fedina penale pulita, da una torbida vicenda di politici e prostitute minorenni, che l'aveva vista protagonista dapprima come coimputata eppoi come testimone d'accusa.

...così erano cadute tutte le altre teste, ma non la sua, che fieramente ostentava su quel suo collo grassoccio ed ingordo, come prova inconfutabile d'innocenza.
Innocenza a cui nessuno aveva mai creduto, ma che nessuno avrebbe più osato mettere in dubbio.


mercoledì 5 luglio 2017

La stanza di Ludwig (cap 4)

Il racconto di Adelina, articolato su fatti reali e congetture, non mancava, però, di una sua logica, anche se, a tratti, in balia di una fantasia febbrile, esasperata dalle estenuanti veglie a spiare il mondo dal buco della serratura o dai vetri della finestra.
...due donne, le sue uniche visitatrici: la bruna con gli occhi viola, ed una di corporatura più esile, anche lei mora, capelli lisci cortissimi, lo sguardo ardente e una lingua tagliente, una spagnola (la nazionalità rivelata dall'accento), che indossava un completo severo, dal taglio maschile, cosicché al primo impatto l'aveva scambiata per un uomo.
La spagnola era in stato evidente di esaltazione. Una furia esplosa all'interno della casa
... l'ha vista entrare ma non più uscire.

 L'ombra pugnalata era, dunque, quella della spagnola: il racconto di Adelina tragicamente combaciava con quello della mia visione.

- Come fa ad esser certa che non sia uscita? Magari non l'ha vista -
- No, non è uscita. Il lampione proietta una luce vivida su tutto il cortile, e il portone, quando lo si apre o lo si chiude, cigola, seppur sommessamente, ma le mie orecchie, a causa dell'insonnia, sono diventate sensibili ai rumori anche minimi. La donna non è uscita da quell'appartamento, ci metto la mano sul fuoco -
- Nessun altro, oltre lei, li ha sentiti bisticciare? -
- Come faccio a saperlo? Io testimonio per quello che ho personalmente visto e sentito. Ma non ho prove, e senza di quelle non si va da nessuna parte -
- Prove... di cosa?-
- Dell' omicidio -
- Omicidio! Questa è una supposizione grave e, mi lasci dire, molto azzardata -
- E allora che fine ha fatto la ragazza? Dopo il litigio, di cui poco ho capito perché la ragazza urlava in spagnolo e lui, il Maestro, le rispondeva con altrettanta veemenza in tedesco, o in una lingua simile, è subentrato un silenzio di tomba. Proprio così: di tomba. E lei non è più uscita dalla casa -
- Sono solo supposizioni, le sue, Adelina, ne deve convenire con me. Non si può accusare nessuno di un reato così grave senza esibire alcuna prova -
- Oh certo che lo so, le mie supposizioni sono come le tue visioni: farneticazioni. La giustizia necessita d'impronte digitali e macabri reperti per mettersi in moto, e così tanti criminali la fanno franca e se la ridono. Piuttosto, tu non hai visto più nulla accadere in quella stanza? -
- No, non ho visto più nulla -

... le avevo mentito a fin di bene, che se le avessi raccontato la mia ultima visione, che in definitiva avvalorava tutta la sua storia, avrei contribuito ad esacerbare quella sua morbosa, seppur lucida emotività, che avevo intuito, dal tono acuto della voce e da un esasperato gesticolare, imbrigliata, a stento, in un precario autocontrollo.
Ci salutammo come due cospiratrici, consapevoli, però, che di quel nostro briefing erano già al corrente tutti gli altri condomini.

La descrizione fisica e l'irruenza caratteriale e quella sottile ambiguità di fondo della misteriosa spagnola, m'avevano ispirato il nome di Anais, che per queste sue caratteristiche l'avevo da subito configurata con la celebre scrittrice di romanzi erotici  Anais Nin.
...e così ne avevo disegnato, nella mia fantasia, un ritratto suggestivo: piccola di statura, esile, capelli corti corvini, sguardo enigmatico, vestita con un tailleur pantalone di foggia maschile. Una di quelle donne solo all'apparenza fragile, ma con all'interno il potenziale distruttivo di una santabarbara.

Necessitava stabilire una correlazione reale tra gli evanescenti personaggi, Ludwig, Elizabeth e Anais, protagonisti di un film muto e di cui solo io conoscevo il finale.


giovedì 29 giugno 2017

La stanza di Ludwig (cap 3)

La mia aggressiva irruzione di quella notte mi aveva recato un'inaspettata, quanto bislacca,  popolarità, cosicché quando attraversavo il cortile, o m' affacciavo alla finestra, c'era sempre qualcuno che, a gran voce, mi chiedesse cosa stessi vedendo.
Imbarazzata, affrettavo il passo fingendo di non aver sentito, o mi ritraevo dalla finestra, arrabbiata con me stessa al ricordo della  mia sconcertante performance di quella sera, che m'aveva tolto, agli occhi del vicinato, di ogni credibilità.
Così decisi che mi sarei affacciata solo di notte, quando il resto del mondo dormiva e la stanza di fronte magicamente, solo per me, s'animava.
...seppur dovetti aspettare molto tempo prima che accadesse di nuovo.

Quella sera un vento di burrasca muoveva le tende e faceva tintinnare le gocce del lampadario barocco; un vento teso a spazzar via le ombre del buio e render nitide quelle dei due uomini avvinghiati in una lotta silenziosa.
Individuai, dal bianco dei capelli, l'uno essere Ludwig, dell'altro, invece, non emergevano particolari identificativi, ma sembrava, tra i due, fosse quello più in difficoltà, quello che subiva la predominanza fisica dell'avversario.
...ed ecco, d'un tratto, nelle sue mani, materializzarsi un coltello che nell'enfasi della lotta, gli sfuggì dalla presa, finendo a terra, dove Ludwig fu lesto a raccoglierlo, per poi con quello assediarlo.
 Lo sconosciuto, smarrito e maldestro, incespicò  nella sua stessa ombra e cadde sulla lama,  impugnata dall'avversario a stabilire la distanza.
...cadde a terra, sgomitando il buio, scoordinato come una marionetta a cui sono stati recisi i fili.
Senza più rialzarsi.

Questa volta non agii impulsivamente, non corsi a batter alla porta di Ludwig,  ma piuttosto mi sforzai di far leva sulla razionalità.
Dunque, ciò che accadeva in quella stanza non avveniva in tempo reale ma era una proiezione di atti compiuti nel passato che, non so per quale ragione, me ne era concessa una privata visione.
Ma per dare un senso alla sequenza di quegli eventi, che scorrevano a ritroso (così m'era sembrato di capire che la scena, intravista per la prima volta dalla mia finestra, in realtà fosse l'atto finale) avrei dovuto scoprire l'identità della vittima, della quale, però, non avevo alcun indizio da cui partire.
...interrogare il vicinato, in maniera assolutamente discreta, rimaneva l'unica strategia a cui potessi far ricorso, che consultare i giornali sarebbe stato del tutto inutile poiché di quel misterioso delitto neppure i mass media dovevano saperne nulla.

...e alla prima buona occasione realizzai l'approccio proprio con la vicina di casa di Ludwig, intercettata mentre attraversava il cortile, appesantita da un paio d'ingombranti sporte e impacciata da un grosso ombrello da uomo in cui, a tratti, rischiava d'incespicare.
Finsi di scendere in cortile a raccogliere un tovagliolo cadutomi dalla finestra, eppoi come per caso voltarmi e veder lei col suo pesante fardello, andarle incontro offrendole il mio aiuto, che subito accettò, grata, impartendomi benedizioni e ringraziamenti, fin sulla soglia di casa, dove m'invitò ad entrare per un caffè.
...che io, di buon grado, accettai.

Per un pezzo parlammo del più e del meno, poi, inaspettatamente, fu lei stessa ad imboccare l'argomento Ludwig.
Si vedeva che aveva voglia, ma forse più esatto dire, necessità di parlare, di sgravarsi di un peso che, al pari di quello delle sporte, le urgeva dividere con qualcuno.
...e quale pubblico più attento di me, la ragazza delle visioni, avrebbe ascoltato la sua storia?

Così, io ed Adelina (anche questo un nome di fantasia, ispirato dalla fragilità, fisica ed emotiva, identificativa della vicina di Ludwig, altrimenti una donna senza una storia personale ma con la propensione a vivere quella degli altri, per cui, io stessa, avrei dovuto usare molto cautela per preservarmi da sue probabili invadenze future, come mi aveva fatto presagire quel suo fulmineo passaggio dal "lei" al "tu"), sedute in salotto, con davanti un bricco di caffè fumante e un vassoio di biscotti stantii, avanzo di compleanni mai festeggiati, ci apprestavamo ad officiare al rito della confessione dei peccati altrui: lei la penitente ed io il confessore.

domenica 25 giugno 2017

La stanza di Ludwig (cap 2)

...l'attimo successivo, bussavo trafelata alla porta di quell'appartamento.
Ho picchiato fino a sbucciarmi le nocche delle dita, ma nessuno mi ha aperto.
In compenso, però, si sono spalancate le porte degli altri condomini, qualcuno in pigiama tirato giù dal letto, una donna con un neonato attaccato al seno, un tizio seminudo, a malapena coperto da un' asciugamano, scaraventatosi fuori dalla doccia.
Ne è conseguito un gran bailamme, che tutti volevano sapere cosa stesse succedendo e perché m'accanissi con tanto furore contro la porta di quell'appartamento vuoto.

- Non è affatto vuoto, c'è una donna che ha bisogno d'aiuto. L'ho vista dalla mia finestra -  M'affannavo a spiegare
- Non c'è nessuno in quella casa, e se lo dico io potete starne certa, l'affittuario, il Maestro, mi ha riconsegnato le chiavi qualche settimana fa - Tagliò corto il portiere, che nel frattempo era sopraggiunto
- Ma io l'ho vista, vi dico. Così come qualche giorno fa vidi un uomo. E aveva un coltello - Ribattei testarda
- La verifica è facile, basta prender le chiavi ed entrare - Suggerì, pragmatico, l'uomo seminudo

Già già, verissimo, si può controllare, siate gentile andate a prendere le chiavi così la ragazza si tranquillizza e smette di fare baccano, e noi riprendiamo le nostre faccende.
Spronato dalla piccola folla, il portiere si risolse ad andare a prendere le chiavi in guardiola.

Com'era questa donna?
Cosa faceva?
Perché dici che era in pericolo?

Raccontai quello che avevo visto, in realtà poco e molto confuso, ma che generò svariate congetture.
La signora della porta accanto si ricordò di aver visto una donna uscire da quell'appartamento, e di aver suscitato la sua curiosità perché il Maestro, che godeva fama di misantropo, non riceveva mai visite.
...una donna bellissima, capelli bruni e occhi viola, proprio come quelli dell'attrice, la Elizabeth Taylor. Bella come lei...ma anche più bella.

Forse era la favolosa bruna che altri inquilini avevano notato e di cui s'era ironizzato poter essere una ex moglie, appartenente alla categoria delle sanguisughe.
Nel frattempo era ritornato il portiere con le chiavi e il chiacchiericcio, di botto, aveva lasciato il posto a un silenzio di tomba, quando, con qualche circospezione, aveva varcato la soglia e acceso la luce.
...una breve ispezione in tutte le stanze e poi il responso finale, scandito con enfasi vittoriosa: l'appartamento è vuoto!

Allora siamo entrati in massa a verificare, più per la curiosità di profanare un luogo proibito che per mettere in discussione la parola del portiere.
L'appartamento non solo era vuoto ma non c'era nemmeno il pianoforte né il monumentale lampadario, e le finestre erano sigillate dagli scuri sbarrati.

- Bene, signori, ora che abbiamo verificato che l'appartamento è vuoto, come io avevo detto, possiamo tornarcene a casa -
Andava suggerendo, beffardo e impaziente, il portiere
...ma io sentivo che tutti erano rimasti delusi e che avevano sperato fino all'ultimo in quel colpo di scena che avrebbe movimentato, sia pur per un breve momento, la banalità delle loro vite, ponendoli sotto gli occhi dei riflettori, spettatori e testimoni di un dramma che aveva tutti gli ingredienti di espandersi in leggenda, mentre ora si rifacevano, con battute ironicamente pungenti, su quella mia ingiustificata apprensione che li aveva tutti coinvolti a vuoto, e seppur le mie scuse fossero state benevolmente accolte, non mi vennero risparmiati commenti del tipo: certi cibi è meglio evitarli la sera, sono indigesti; un'insonnia troppo prolungata genera questo tipo di visioni; le droghe sono la rovina del mondo; colpa dello stress e dei ritmi della vita moderna
...e via di questo passo.

Ma io, Elizabeth, l'avevo vista!

venerdì 23 giugno 2017

La stanza di Ludwig (cap 1)

Non importa l'anno, la stagione e la città in cui si svolge questa storia, che alla fine sono solo dettagli che nulla aggiungerebbero alla trama, così come non hanno importanza neppure i nomi dei protagonisti, (da me ribattezzati con nomi di fantasia) se non fosse per via dell'esigenza immediata del riconoscimento, che non potevo certo scrivere lei lui l'altro, in un modo approssimativo, che avrebbe ingenerato confusione.
Così ho scelto i nomi in base alle peculiarità personali, quelle che a me parevano identificative del carattere e  della propensione.

...quella sera ero a caccia di stelle, impresa possibile solo ad una sognatrice, visto che il mio affaccio confluisce nella finestra della casa di fronte, e il passaggio che alla vista si dispiega non è quello misterioso della via lattea, ma di una tappezzeria presuntuosa, un lampadario monumentale, e un pianoforte con sgabello.
Stanza che, fino a quella sera, avevo immaginato disabitata, con le tende spalancate ma mai nessuno all'interno, e invece, con mio grande stupore, nell'interno buio s'è profilata la silhouette di un uomo seduto al pianoforte, le mani in grembo e la testa (una testa possente dai capelli bianchissimi) reclinata sul petto, come stesse dormendo o congetturando.
Dopo un lungo tempo l'uomo si è scosso, ha sfiorato con le mani i tasti, si è alzato ed è uscito dalla stanza.

 Cercavo le stelle ed ho trovato un pianeta.
Un mondo abitato laddove immaginavo un deserto.
Questo ho pensato quando la stanza è tornata di nuovo vuota.
Paziente, ho atteso ancora alla finestra un nuovo ingresso dell'uomo, ma non è accaduto.
Così le sere successive.
E già perdevo interesse alla storia, quando di nuovo si è replicata la stessa coreografia, ma più nitida, cosicché ho capito che l'uomo seduto con la testa reclinata sul petto, non stava affatto dormendo né congetturando, ma fissava un coltello che gli giaceva in grembo. Poi si è alzato, ha  sfiorato i tasti con una carezza sporca di sangue, ed è scomparso oltre la soglia buia.

Mi sono affannata a raccimolar notizie al riguardo del mio misterioso dirimpettaio, ma a quanto pare nessuno lo conosceva e pochi lo avevano visto. Il Maestro (così, con ironia e diffidenza, l'avevano appellato per via del nome difficile e straniero. ) in quell'appartamento non ci abitava in pianta stabile, poiché spesso era in tournée. Nessuna confidenza, non rispondeva neppure ai saluti, forse era sordo o solo arrogante, con la spocchia dei ricchi seppur ricco non doveva essere se abitava in una di  queste nostre topaie, Forse portato sul lastrico da un divorzio sfavorevole, una ex moglie che lo aveva dissanguato, magari la bruna favolosa, una donna di gran classe, che una volta era giunta fin qui a cercarlo.

Di Ludwig, (così chiamerò d'ora in poi il Maestro, per le vere, o presunte, attinenze con Beethoven) quindi, poco o nulla si conosceva, ed io non avevo di certo le credenziali per irrompere nella sua vita ad indagare. Così mi sarei dovuta accontentare dei fotogrammi proiettati all'interno di quella stanza.
Pazientemente mi sarei predisposta all'attesa della visione privata del prossimo spezzone di pellicola.

...e non ho dovuto aspettar molto che gli intervalli, tra un tempo e l'altro, erano diventati sempre più brevi, come se il regista, accortosi di me, unica ma attenta spettatrice, accelerasse i tempi del racconto affinché non mi distraessi e perdessi interesse alla trama. ed ecco, con un colpo di scena, nella stanza buia ha materializzato l'ombra sottile di una donna, della quale nitidamente intravedevo la schiena nuda, le braccia, le spalle, il collo, e una porzione di viso, che l'altro lato era nascosto dalla cascata scura dei capelli. La donna, che immaginavo bellissima ed elegante, camminava spedita verso il pianoforte ma poi è incespicata. Ha perso l'equilibrio ed è caduta. Si è rialzata, infine, con le mani premute sulla bocca a reprimere un grido

mercoledì 21 giugno 2017

Certi ricordi

Certi ricordi fanno male come ferite, mai rimarginate, che urlano nella nostra carne appena il sole s'adombra a cambia il tempo.

(Amaranta - link fb)

Le regole del gioco

...e così sono partiti, Amaranta ed Iggy, lasciando uno spazio incredibilmente vuoto nell'antro, oppresso dal caldo e dal silenzio.
 Kilroy, reduce dalla consueta escursione notturna, mi mostra sorridendo il palmo della mano, sopra ci ha dipinto un fiore: ogni petalo un colore diverso. 
Un pensiero gentile.
Ogni volta che sono triste mi regala un fiore, ma questo dipinto sulla sua pelle è davvero speciale.
Mi sta offrendo se stesso e tutto il suo amore.
Lo bacio sulla fronte e lui contraccambia con quel suo sorriso largo che va da un'orecchio all'altro, prima di eclissarsi in un angolo della soffitta e finalmente addormentarsi, appeso a testa in giù, ad una trave.
Robinson, il topolino naufrago, invece si è da poco svegliato, e manifesta con discrezione la sua presenza, dietro il buco intagliato nella tappezzeria, da cui cui intravedo solo un occhio rotondo, intento a verificare, da quella sua visuale ristretta, le presenze, umane ed animali, all'interno della stanza. Lo rassicuro sull'assenza di Cagliostro e lo alletto, per farlo uscire dal suo buchetto, con la  promessa di un biscotto al cioccolato, perché Robinson adora i dolci.
E così, dopo ancora qualche tentennamento, rotola fuori dal suo nascondiglio per sgranocchiare quella promessa che, nel frattempo, si è materializzata nelle mie mani.
Ed ecco, col primo raggio di sole, materializzarsi Lizard/Monnalisa, la lucertolina bionda, esitante sulla soglia, paventando un incontro/scontro con Cagliostro, ma la vista di Robinson intento a sgranocchiare in tranquillità un angolo di biscotto, la tranquillizza inducendola ad entrare.
Mi sguscia sinuosa tra i piedi, leggermente sfiorandomi con la punta della coda: è il suo modo di farmi una carezza, e che sempre mi propaga una nota di dolcezza infinita.
Non ho nulla da offrirle, stamani, ma a lei non importa, le basta il raggio obliquo di sole sulla sua mattonella e la quieta tranquillità delle nostre presenze.
Anche BLOG, in ultimo fa la sua comparsa, col saluto muto del suo sorriso, mi scruta dietro quei suoi occhialoni neri, sorpreso dell'assenza di Cagliostro.
BLOG, sulla soglia dei dieci anni, non ha subito cambiamenti di rilievo, se non una piccola perdita di peso che non lo ha però stravolto nella fisionomia.
Sono consapevole che un giorno, non troppo lontano, ci separeremo, io andrò verso il buio e lui, invece, verso la luce, così come è nelle regole del gioco.

Io gli ho dato la vita e quell'intraprendenza che lui con amore, e determinazione, ora reclama, e che esula da me, che pur l'avrei tenuto per sempre attaccato alle mie vesti, per proteggerlo e amarlo e nutrirlo: essere il suo ombrello e la sua minestra, essere il bacio del buongiorno e quello della buonanotte, essere la sua madre factotum. Essere/esserci, per baciare ogni sua ferita, lenire ogni suo dolore, espandere ogni sua gioia. Ma arriverà il tempo dell'addio e io saprò mascherare le mie lacrime dietro un sorriso entusiasta, augurandogli buon viaggio e buona vita e imprese mirabolanti, oppure, se gli aggrada, un angolino appartato e silenzioso, se questo sarà il suo desiderio.

...perché arriva sempre quel momento che i figli bisogna lasciarli andare, e non provare dispiacere se non si volteranno troppe volte indietro per quell'ultimo, definitivo sguardo, mentre noi di nascosto ci asciugheremo le lacrime pur continuando a sorridere e agitar le mani in segno di festoso saluto.
Vai cuore mio, amore mio sempre bambino, che quando deciderai di voler tornare mi troverai ad attenderti con apparecchiata la tavola e il tuo piatto preferito tenuto in caldo.
...e questo mio cuore innamorato che mai smetterà di battere per te.

lunedì 19 giugno 2017

Necessità



"Vado in cucina  a prepararmi un altro caffè."
Lo dico al mio pubblico immaginario (ho sempre avuto un pubblico immaginario fin dai tempi delle scuole elementari, quando ripetevo a voce alta le lezioni. Lo stesso pubblico al quale ora propino i miei racconti)

Mi rendo conto, però, che stamani i miei spettatori  non sono troppo convinti della mia perfomance, perplessi, non sanno risolversi ad applaudire e restano in silenzio: ce n'è uno nell' ultima fila che tossisce imbarazzato, qualcuno si agita sulla sedia, qualcun'altro esce di sala.

"Vado in cucina a prepararmi un altro caffè."
Ripeto la battuta con più convinzione.
 E, finalmente, arrivano gli applausi.

(Amaranta - link fb)


La consapevolezza dell'amare

Ho avuto la fortuna d'innamorarmi due volte, a venti e a quarant'anni, uomini diversi per carattere e per stile, ma entrambi dotati di una memoria prodigiosa e una spiccata propensione per le scienze matematiche e dell'orientamento, capacità di cui io assolutamente sono sprovvista.

Entrambe le volte, a venti come a quarant'anni, mi sono innamorata con lo stesso slancio e lo stesso ardore, ma con la consapevolezza maturata, nell'età adulta, che nulla davvero è quasi mai come appare, perché la visione origina sempre da un'ottica molto intima e molto personale; che tutto ciò che è umano è soggetto a modifica; che l'eternità si riduce a brevi istanti e forse, proprio per questo, la memoria li fissa nella pietra, anche se la pietra stessa soggiace all'usura dei secoli.

domenica 18 giugno 2017

giovedì 15 giugno 2017

Sull'orlo di un precipizio


Talvolta dobbiamo riposarci da noi stessi, guardando in profondità dentro di noi, da una distanza artistica
(Friedrich Nietzsche)

..ed io, questo, non riesco più a farlo.
Posso, però, ignorarmi, che non è prendere un riposo da me stessa, ma piuttosto un volermi dimenticare, fomentando l'aspirazione a voler essere qualcosa come un oggetto, senza anima né ragione, senza cognizione del tempo, eterno nella propria deteriorabilità e di cui non ha coscienza, relegandolo così nell'unico tempo del presente.

Io, invece, penso spesso alla morte, con angoscia, in termini crudi e con visioni esasperate.
L'idea di un futuro assolutamente immobile e pervaso dal buio, mi annichilisce.
Cammino per strada e penso che un domani prossimo la stessa strada, i passanti, i palazzi, la segnaletica, il piccolo fiore che fa capolino dall'umido di un tombino, la fontanella che spurga acqua residua, il semaforo che lampeggia isterico, e l'auto che inchioda, in estremis, sulle strisce pedonali per lasciarmi passare, la mia voce aggressiva nei confronti dell'automobilista...tutto questo non esisterà più.
...cancellato, inghiottito dal buio.
La stessa strada continuerà ad esistere per tutti gli altri passanti, ma per me non sarà neppure più ricordo.

Ma non esisterà neppure più il dolore, l'angoscia, la solitudine, il male fatto e quello ricevuto, gli orrori del mondo: tutto sarà come fosse mai esistito.
...ma allora a cosa sarà servito tutto questo affanno che chiamiamo vita?

Le mie notti insonni e la fatica di dovermi rigenerare ogni mattina per trovare la forza, e le ragioni, per percorrere quella strada, sempre la stessa, solo negli anni leggermente variata nella segnaletica, ma con la fontanella e il tombino e il semaforo sempre al loro posto, come Colonne d'Ercole a stabilire il confine oltre il quale termina il mondo.
...e s'apre la voragine nera che solo quella provvidenziale frenata d'auto me ne ha ha impedito il precipizio.

Quella frenata, quindi, non era per la mia morte scampata ma per la mia vita risparmiata: c'è sempre un modo alternativo per leggere gli eventi.
...ma importa davvero se poi in quel precipizio ci finiremo comunque?

A quale fine questo farneticante sbattersi, urlare, desiderare, piangere, scendere a compromessi, sporcarsi, chiedere perdono o continuare ad immergere la lama sempre nello stesso corpo?

A che serve?
A chi serve?

Queste piccole vite che noi viviamo nella speranza di un momento buono...se solo l'auto non avesse frenato.
Marilena

mercoledì 14 giugno 2017

Teorema

 L'amore vero è eterno. Ed esclusivo.
Non solo questo assunto è arrogante ma assolutamente privo di ogni razionalità, perché implica il diritto di possesso, fisico, mentale ed emozionale, del nostro partner.
Se ci pensiamo non solo è folle ma, ironizzandoci sopra, anche anticostituzionale: una vera coercizione.

(Amaranta - link fb)


lunedì 12 giugno 2017

Ali

Le ali, quando spuntano, fanno davvero male.
Due piccole ferite nette dietro le spalle, i solchi in cui s'inseriranno, fra le scapole, i ventagli alari.
All'inizio ti sembrerà di portare un peso enorme sulle spalle.
Un fardello che ti piega la schiena.
La leggerezza non sempre è come te la immagini.
Ti daranno perfino impaccio muovendosi, talvolta, al ritmo delle tue braccia.
Non sono ali per il volo, ma per l'equilibrio.
E' questa la cosa fondamentale.
Sono ali per aiutarti a non cadere.
A rimanere stabile sulla superficie.

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domenica 11 giugno 2017

giovedì 8 giugno 2017

Quando ancora tutto deve cominciare

La casa è sempre silenziosa a quest'ora.
E' il momento più intimo, quando ancora tutto deve cominciare: l'ultima stella tardiva si va spegnendo e il primo pigro raggio di sole è ancora lontano a venire.
Si alza il sipario e va in scena il mondo.

(Amaranta - link fb)


mercoledì 7 giugno 2017

Il bacio del mattino

Il bacio del mattino ti lascia nella bocca un piacevole retrogusto di sogni.
Buon antidoto per immunizzare i veleni della giornata.

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martedì 6 giugno 2017

Io sono un istrione

Dissolvenza.
Cambio di scena.
Un testo nuovo.

Ma l'attrice sono sempre io.
Nel corso degli anni ho imparato a recitare, ho acquisito padronanza della scena, disinibita e disinvolta, attenta a cogliere gli umori del pubblico ma, a differenza dagli esordi, oggi liberamente decido se infischiarmene o benevolmente assecondarli.
Regina dell'improvvisazione, non ho intere pagine da mandare a memoria, nessun copione a cui mantenermi fedele, se non questo che io stessa scrivo sul momento, in piena libertà ed in tempo reale.

(Amaranta - link fb)



Relativismo

E' questo che l'esperienza mi ha insegnato: le forze fisiche e mentali devono essere saggiate e dosate, di modo che nella sciagurata ipotesi di finire a bordo ring, se ne abbia sempre una piccola scorta per evitare il ko finale.
Credere in se stessi è essenziale.
Credersi invincibili è distruttivo.

(Amaranta - link fb)


domenica 4 giugno 2017

Democrazia Partecipata

Il sesso, a differenza dell'amore che pare sia piuttosto elitario è, invece, democraticamente di massa: non esclude nessuno.

(Amaranta - link fb)

venerdì 2 giugno 2017

mercoledì 31 maggio 2017

Uno strappo nel copione

C'è un gran trambusto qui nell'antro, quello che sempre precede le partenze di Amaranta, e a cui ognuno di noi contribuisce con la propria personale maniera.
Ma è lei la protagonista assoluta, la mattatrice che ammalia il piccolo pubblico nascosto e disseminato negli angoli della casa, che pur segue ogni suo gesto, con curiosità ed attenzione, in attesa dell'ultima battuta, quella che tutti attendono: Iggy viene con me.

E' questa la battuta del lieto fine che Amaranta, da attrice consumata, pronuncerà solo nell'ultima scena, così da mantenere, fino alla fine, alta la suspense.
L'unico che non mostra particolare interesse all'epilogo è BLOG, che ci osserva indecifrabile dietro i suoi occhiali neri, perché il dopo, qualunque sia la chiusa, è scontato, mentre quello che invece non lo è affatto è l'atmosfera di questa attesa e il modo singolare in cui ognuno di noi la vive.

Tutti presenti, a questa piece.
Tutti, tranne Iggy.
...perché Iggy non sopporta l'ansia dell'attesa e finisce sempre col dare in escandescenze.
Una interpretazione sempre uguale, quella sua, ma che sempre produce il suo sconvolgente effetto, perché quella che mette è in scena è la disperazione che solo un condannato a morte è in grado di esibire così crudamente, con innocenza primitiva e senza alcun pudore, quando è già dentro il buio irreversibile ma ancora non è stato apposto il sigillo tombale, e allora freneticamente scalcia, tira pugni, mostra i denti, morde e graffia, con lo scopo puerile d'impedire all'oscurità che già sente gravargli addosso, di schiacciarlo.
...così, con le gambe e le braccia, forsennatamente fende l'aria nel vano gesto di allontanare quel buio che invece avanza inesorabile, disciplinato e calmo, silenzioso ed invisibile.

- Perché tutte le volte sottoponi Iggy a questa tortura? - Domando infuriata ad Amaranta

- Tortura? La sua è solo una pantomima per piegarmi alla sua volontà. Davvero mi credi così crudele?Iggy già dal primo momento conosce le mie intenzioni. Ci parlo sai? Ma fa parte della sua natura, egocentrica e possessiva, il volersi imporre a tutti i costi, anche quando questo non combacia col suo benessere. Ma Iggy conosce perfettamente la mia irremovibilità così cerca di far leva sul vostro inopportuno pietismo, che non è affatto disinteressato. E' consapevole che anche voi sperate che me lo porti dietro, così conta sulla vostra emotività, sulla possibilità che qualcuno interceda per lui e perori la sua causa. E' molto meno primitivo di quello che pensi, Mari - Mi confida con un sorriso enigmatico

- Allora perché le tue intenzioni non le comunichi subito anche a noi? Perché la tiri così tanto per le lunghe? - Chiedo ancora più infuriata

- Perché...perché...perché? Perché qui dentro non accade niente di veramente rilevante. Questa piccola suspense, mia cara, credo alla fine sia salvifica per voi tutti. Uno strappo nel copione -
Sottolinea ironica

- Uno strappo nel copione! Dimentichi che sono io l'autrice di quel copione e tu sei una mia invenzione. Anche questo tuo strappo, quindi, l'ho prodotto io! Senza di me non avresti neppure un nome, figuriamoci un copione. Saresti solo una macchia d'inchiostro rappresa su un foglio di carta. Una macchia d'inchiostro che mai s'è evoluta in pensiero. Senza di me tu non saresti mai nata. E adesso le regole pretendi di dettarle tu! -
La mia voce d'improvviso è diventata isterica e salirebbe ancora di tono senza il provvidenziale colpo di tosse che pone fine alla discussione.

Nella stanza, però, è calato il gelo.
Percepisco, pur senza vederli, gli sguardi esterrefatti dei miei coinquilini.
Loro adorano Amaranta così quanto odiano Iggy.
...ed ora odieranno anche me.
Perfino Cagliostro ha preso le distanze, allontanandosi per cercare conforto fra le braccia di BLOG.

- Iggy viene con me - Dichiara, Amaranta, dopo aver chiuso la valigia, ammiccando al mio indirizzo

Solo allora la tensione si stempera nell'entusiasmo degli evviva.
...e anche lo strappo è ricucito.

lunedì 29 maggio 2017

Maledetta Primavera

E' una trappola subdola la primavera che induce, in mattine come questa, a fantasticare su ipotesi che mai s'avvereranno, con un entusiasmo così disinibito che neppure l'adulta ragione riesce a frenare.

(Amaranta - link fb)

sabato 27 maggio 2017

L'illusione di un cuore nella bambola di pezza


Da quando ho smesso di scrivere davvero?
Leggo i miei vecchi post e m'assale la nostalgia del periodo di quando fermamente credevo nelle doti della mia scrittura. Era questa la forza che ha tenuto in vita il mio blog (e forse dovrei dire anche me) in tutti questi anni. Non avrei mai dovuto varcare, però, la soglia del mio antro per avventurarmi ad esplorare i mondi limitrofi, limitandomi solo ad esplorare il mio.
...così mi sono persa.

Perché mi ostino ancora a scrivere?
Semplicemente perché se smettessi non avrei altro scopo nella vita
La mia scrittura è diventata nel tempo il mezzo della mia sopravvivenza emozionale, ha riempito gli spazi vuoti e illuminato gli angoli bui, ha sostituito corpi fisici che non c'erano e scaldato il mio freddo interiore, fin quando la certezza, la stupida e formidabile certezza  in questa mia capacità, è crollata, è rimasto solo un doloroso vuoto informe che non riesco a riempire con nulla.

Svanita l'illusione di sentire battere il cuore nella mia bambola di pezza.
..eppure continuo ad allattarla questa tremenda creatura, disidratata ed aliena, che succhia vorace dal mio seno ormai sterile, puerilmente, anche lei illudendosi, sulla mia fertilità.
Entrambe vittime della stessa allucinazione: la bambola di pezza non ha un cuore così come io non ho latte, anche se, per un lunghissimo tempo, abbiamo voluto credere reali le nostre percezioni distorte, fagocitandoci a vicenda.

Ma non è stato difficile vivere in simbiosi finché la finzione ha retto, ma ora?
...ora che ne sarà di noi?
Dovrei trovare il coraggio di disfarmi di questa subdola creatura, murarla in una parete e dimenticarmi di lei e provare a vivere comunque, anche senza l'illusione di quel suo cuore.
Marilena

giovedì 25 maggio 2017

Inguaribili Sognatori

Io e il mio gatto siamo inguaribili sognatori.
Entrambi abitiamo la notte.
 Entrambi rincorriamo le stelle.

(Amaranta - link fb)

mercoledì 24 maggio 2017

Esigenza Personale

Ho liberato la mia scrittura dalla presunzione del genio riconducendola a mera esigenza personale, ed ancora ci ho ritrovata intatta tutta la mia passione.

(Amaranta - link fb)


venerdì 19 maggio 2017

In me

In me, la fragilità della rosa e la crudezza della spina
...all'audacia delle tue dita la pienezza del raccolto.

(Amaranta - link fb)


giovedì 18 maggio 2017

Red (cap 2)

Henry Chinaski, eccolo emergere dal buio più fitto dove lo aveva relegato molto tempo fa, sperando di non sentir più parlare di lui.
Ma dal mondo remoto delle ombre sottili, uomini come lui non fanno fatica a riemergere, a loro piacimento, così abili a lasciar indelebili segni del loro caotico  passaggio perché c'è sempre qualcuno, in questo strampalato mondo, che si pone sulle loro tracce, qualcuno pronto a raccoglierne l'eredità e, se possibile, moltiplicarne perfino i geni.

 - Cos'ha a che fare, Chinaski, con quel vestito? -
Chiedo senza voltarmi, perché ho paura di vedere, come allora, nei suoi occhi la fiammella della follia, mentre il cuore ha iniziato a martellarmi forte nel petto, amplificando il suo battito fino alle tempie.

M - Cos'ha a che fare Chinaski con quel vestito? -
A - E' un suo regalo -
M - Un regalo...non è il tuo compleanno -
A - Come sei schematica, Mari. Non c'è bisogno di una ricorrenza per fare un regalo -
M - Certo che no, ma questo non vale per gli irrecuperabili come Chinaski. Cosa vuole da te? -
A - Sei prevenuta. Uno dei motivi per cui sei sola. Sei tu l'irrecuperabile -
M - Era sparito, Perché si è rifatto vivo dopo tutto questo tempo? -
A - L'unica a crederlo sparito eri tu, Mari. Perché quando ti convinci di qualcosa, quel qualcosa diventa definitivo, la tua unica verità, In realtà, io e Henry, in questi tre anni siamo rimasti sempre in contatto, e ora abbiamo deciso di rivederci. Dov'è la stranezza? -
M - Detto così... la strana sembro io, ma anche tu sai che le cose non stanno proprio in questo modo -
A - Ok, allora dimmelo tu come stanno le cose. Devo ricordarti del tuo tentativo, per altro fallito, di sedurre Bukowshi al solo fine di cancellare questo capitolo dalla vita di Chinashy? Ma Charles se n'è guardato bene, lui è uno spirito libero vero e lascia liberi anche gli altri, al contrario di te che devi sempre avere il controllo della situazione, e così maniacale che devi incasellare tutto e nettare dalle sbavature. La tua creatività si riduce a dipingere le gabbie dei pettirossi, senza trovare il coraggio di spalancarle "che altrimenti, povere anime, si smarrirebbero, o non avrebbero da mangiare, o sarebbero mangiati, o impallinati da qualche cacciatore, o fulminati dai cavi elettrici delle linee aeree, o qualsiasi altra apocalisse la tua mente sia in grado di partorire per lasciare le cose come stanno. Le tue gabbie hanno colori incredibili, peccato, però, che rimangano sempre chiuse. Tu sei l'angelo della morte, Mari! -

Mi giro inviperita per risponderle a tono e la vedo con l'abito indosso,
L'abito più bello sulla faccia della terra indossato dalla donna più bella sulla faccia della terra.
La guardo e le parole lasciano il posto a lacrime di commozione. E di orgoglio.

- Sei bellissima - Riesco solo a dire
Lei mi viene vicina e mi abbraccia sommergendomi nei chilometri di tulle del suo abito fiabesco.

- Come hai fatto ad entrarci? - Domando ridendo
 - Non è stato poi così difficile -  Mi porge un bigliettino vergato  rosso e con grafia anarchica

"My dear, you've come into my heart a little bit at a time, and now that you're all over, I'll keep you forever with me.
The secret of the dress is the same as my heart.
Henry"

- Traduci, per favore, che non conosco l'inglese - Chiedo confusa
Amaranta, allora, traduce per me

"Mio cara, sei entrata nel mio cuore un p' alla volta, e ora che ci sei dentro, ti terrò per sempre con me.
Il segreto del vestito è lo stesso del mio cuore.
Henry"


- L'abito è composto da diversi strati, lo si indossa un pezzetto per volta e, alla fine, ci sei dentro - Mi confida complice

...come dentro al suo cuore.
Concludo per lei.



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mercoledì 17 maggio 2017

Red (cap 1)

Vestita di un abito chiaro e a piedi nudi, in compagnia di  Cagliostro che, controvoglia a dire il vero, sfoggia sulla coda, in onore della primavera, un vistoso nastro turchese, siamo in visita all'antro, seppure in un'ora inopportuna perché di certo tutti staranno ancora dormendo.

Ma non è così.
Dietro i vetri della finestra c'è Amaranta, tazzina di caffè in una mano e cigarillo nell'altra, totalmente immersa nei suoi pensieri, non s'avvede della mia presenza se non dopo il mio lancio di un sassolino contro la persiana.
Allora spalanca la finestra e, sporgendosi a salutarmi, m'invita ad entrare in casa

- Hey, Mari, sali, presto, ho qualcosa da mostrarti -

M'incuriosisce, però, questo suo entusiasmo mattiniero, perché di solito lei carbura molto tardi e tanto meno è incline alle confidenze.
Così entriamo, Cagliostro ed io, accolti dalle fragranze del caffè e del cigarillo...e da un'Amaranta insolitamente sorridente a quell'ora del mattino.

Mi trascina così in camera sua che, seppur ancora avvolta nella penombra, noto un grosso involucro
sul letto.

- Cos'è... il cadavere di qualcuno? - domando con qualche ansietà
- No, il contrario, invece: è la resurrezione di qualcuno - risponde criptica

Temo sempre questo genere di risposta quando è Amaranta a darla, perché posso solo presagire che si tratterà sicuramente di una catastrofe imminente, della quale, però, non mi è subito possibile quantificarne le dimensioni.
La mia alter sorellina è oltretutto dotata di un humor terrificante, e quindi non mi riesce mai di capire a primo acchito di cosa diavolo stiamo parlando.

- Ok. Amaranta, ti prego, illuminami...e non solo in senso metaforico, che fuori è già giorno e qui dentro, invece, siamo in pieno crepuscolo -
Ma non faccio in tempo a finir la frase che Cagliostro si precipita con la furia di un kamikaze sul grosso involto, talmente veloce che nessuna di noi due ha il tempo di fermarlo.
...ed evitare la tragedia che tra meno di un secondo ci coinvolgerà tutti.

Così, mentre io annaspo nel buio cercando di bloccare Cagliostro entusiasticamente lanciato all'arrembaggio dell'involucro, che di mollare la presa non ne vuole proprio sapere, eccitato dal gioco e consapevole della sua agilità felina, supremazia con la quale non posso certo competere,  producendosi in acrobazie sperimentali con la sfacciataggine irridente di un clown, cosicché quando finalmente credo di averlo afferrato mi ritrovo, tra le mani, solo il nastro turchese, quello legato alla sua coda, mentre lui si eclissa nell'attimo stesso in cui la luce del giorno inonda la stanza.

- Cazzo, Mari, ma devi sempre portartelo dietro quel gatto pestifero? Guarda cosa ha combinato!
E con la mano indica un oceano spumoso di tulle rosso trasbordante dal letto, chilometri di onde che dilagano in rivoli a lambire il pavimento come una soffice, irreale, schiuma vermiglia: l'abito più fantastico sulla faccia della terra.

- Non startene lì imbambolata, Mari, aiutami a controllare che il tuo gatto non l'abbia danneggiato -
Mi esorta aggressiva, mentre s'accinge a ripulire, impaziente e nervosa, quell'abito irreale, dai brandelli residui di quella carta velina di cui Cagliostro ha fatto scempio.

Stupita, immergo le dita in quella fiabesca spuma di tulle, pregando tutte le divinità, monoteiste e politeiste, che non ci siano strappi a deturpare quella meraviglia che le mie mani toccano, ma che i miei occhi, ancora increduli, dubitano sia reale.

Così, io e Amaranta, da angoli opposti, con grande attenzione controlliamo e valutiamo l'integrità del tessuto, e se non si rilevano anomalie, lei me ne fa partecipe con teatrali sospiri di sollievo ed io, invece, con sommessi ma udibilissimi "bene".
Un lavoro impegnativo.
Lungo e certosino.
Snervante.

A - Smettila di dire "bene" -
M - E tu finiscila di sospirare -

Così ricominciamo a battibeccare, anche se io non voglio indisporla, riconoscendole tutte le ragioni, e non è neppure colpa di Cagliostro, ma solo della mia distrazione, che conoscendo benissimo la propensione piratesca del mio gatto agli arrembaggi, avrei dovuto non farlo entrare in questa stanza.
...eppoi non voglio litigare con lei perché voglio sapere la storia di quest'abito fiabesco, sul come/dove/quando è arrivato nell'antro.
Ma soprattutto il perché.

- Ho fastidio agli occhi...tutto questo mare di rosso, quasi non vedo più nulla - Butto lì, con tono distensivo
- Hai pure il coraggio di lamentarti? Fossi in te starei zitta! - Ribatte, niente affatto conciliante -
- Hai ragione, colpa mia, ti chiedo scusa. Per fortuna non ci sono danni...almeno sul mio versante -
E stavolta sono io a lasciarmi finalmente andare ad un liberatorio, teatralissimo, sospiro di sollievo.

 - E sul tuo? - Chiedo titubante
- Sul mio... cosa? - Risponde nervosa
- Riscontrato danni sul tuo versante? - Domando preoccupata
- No - La sua risposta coincisa

M - Possiamo parlarne? -
A - Di cosa? Mi hai già chiesto scusa. Finiamola qui -
M - Parlare dell'abito, intendo -
A - Non ho voglia di raccontarti niente -
M - Questo è l'abito più bello del mondo, è giusto che l'abbia tu -
A - Non cercare di blandirmi. Lo sai che non funziona -
M - Nessuna sviolinata. Mi conosci anche tu e sai che non amo adulare -
A - Tu vuoi la storia dell'abito per scriverci poi un racconto. Mi sento fagocitata! -
M - Mi eri sembrata entusiasta di mostrarmelo -
A - Mostrare e basta -
M - Ok., come vuoi -

Non ho voglia di discutere, e posso benissimo inventarlo io un racconto su quell'abito.
Di fantasia abbondo ma è di pazienza che in questo momento difetto, e così per non inasprire ulteriormente la situazione decido di togliere il disturbo, quando la voce di Amaranta, in atto di sfida, mi gela sulla soglia, pronunciando un nome: Henry Chinaski


martedì 16 maggio 2017

Quel che resta del giorno

Meno male che questa giornata volge al termine.
Ho esaurito le energie.
E le munizioni.
E la disponibilità ad intavolare armistizi.

(Amaranta - link fb)

lunedì 15 maggio 2017

Ma ci sarà mai un finale?


Una mattina, questa, che all'apparenza non ha nulla di diverso da tutte le altre: l'attrice, la scenografia e la  trama, sono quelle consuete di una piece, sempre la stessa, che va in scena da anni.
Anche il mio pubblico immaginario non sembra diverso: gli spettatori sono sempre gli stessi, attenti e rigorosi, seduti composti su scomode seggioline,mentre silenziosamente, e pazientemente, continuano ad attendere quel fenomenale colpo di scena che romperà la monotonia di questo interminabile soliloquio, e concederà loro la possibilità di un applauso liberatorio.
...qualunque sia il finale.

Ma ci sarà mai un finale?
Chiedo rivolta al mio pubblico immaginario.
Questa battuta estemporanea gela gli spettatori
Sarebbe stata un'ottima battuta se impostata col tono giusto, avrebbe spalancato inediti scenari, entusiasmato e non deluso, se solo quel punto di domanda lo avessi posto come un probabile si invece di un sicuro no.
...o almeno dare l'illusione.

Ma ci sarà mai un finale?
Ripeto la battuta cercando di sottintendere che si, ci sarà un finale, e sarà uno di quelli che vale la pena della fila al botteghino, dei soldi del biglietto e delle scomode poltroncine.
Glielo devo, al mio pubblico immaginario.
Marilena


giovedì 11 maggio 2017

La parola addio

E' sempre crudele la parola addio, anche quando viene detta in un sussurro, quasi con dolcezza, per mitigare la ferita di quell'improvvisa mancanza d'amore.
E' sempre crudele la parola addio.
Ancor più crudele quando a pronunciarla siamo noi.

(Amaranta - link fb)


venerdì 5 maggio 2017

La mia idea di Paradiso

La mia idea di Paradiso è talmente semplice da sembrare banale: un viale alberato sotto un cielo quasi estivo, intenso profumo di prato, un piccolo caffè all'aperto, noi due seduti a parlare.
Poi lui mi sfiora la bocca con un bacio leggero.
Ed io chiudo gli occhi.
Chiudo gli occhi e tutto ricomincia: il viale alberato sotto un cielo quasi estivo, intenso profumo di prato, un piccolo caffè all'aperto, noi due seduti a parlare.
Poi lui mi sfiora la bocca con un bacio leggero.
 Ed io chiudo gli occhi.
Chiudo gli occhi e tutto ricomincia.
Per l'eternità.
Marilena

giovedì 4 maggio 2017

Nonsenso

Mi guardo intorno
Faccio cose
Vedo gente
Agisco
Interagisco
M'incazzo
M'innamoro
M'appassiono
Inciampo in me stessa
Cerco un senso a questo gran casino
Lo trovo
Lo perdo
Dubito di averlo mai trovato
Dubito che ci sia.

(Amaranta - link fb)

martedì 2 maggio 2017

Un ruvido risveglio

Un ruvido risveglio nel cuore della notte, interamente trascorsa con gli occhi fissi alla finestra e al quadrato di cielo che mai si decide ad albeggiare.
Al primo chiarore sono già in cucina a sorseggiare un caffè irrimediabilmente amaro, nonostante gli svariati cucchiaini di zucchero che hanno notevolmente fatto alzare il livello del liquido all'interno della tazzina e, probabilmente, anche il mio tasso di glicemia.

Fuori è Maggio, mentre io sto cercando il freddo Dicembre e il calore di una casa abitata, nonostante Cagliostro si stia prodigando a creare scompiglio, come ormai è sua abitudine, per rendere imprevedibili i miei risvegli, ruzzolandomi tra i piedi, rovesciando a terra piccoli oggetti o minacciando la scalata delle tende, e quando infine prende atto della vanità di questi suoi tentativi, si ferma al centro della stanza a miagolare sommessamente, fissandomi con uno sguardo da orfano a cui proprio non posso resistere.

- Avrei dovuto chiamarti Charlie Chaplin, attore nato, ecco cosa sei - Gli dico ridendo
Lui mi guarda coi suoi immensi occhi color di foresta e la splendida coda dritta, poi maestoso mi guida verso l'angolino delle ciotole, ad officiare al rito della sua colazione.
Cagliostro ama mangiare in mia compagnia, lui pesca un bocconcino dalla ciotola dei croccantini e poi, dal cucchiaino che io gli porgo, prende un assaggio di cibo umido.
Un boccone per volta, metodicamente in alternanza, attento a non sprecarne neppure una briciola, mentre io gli racconto dei miei progetti della giornata, che sono poi sempre gli stessi di tutti gli altri giorni.
A cambiare è solo il tono della voce, allegra o triste, sommessa o giocosa.
Lui conosce tutta la gamma delle mie tonalità, seppur non ne tiene alcun conto, che quando ha deciso d'imbarcarsi in qualche sua marachella, neppure il tono più minaccioso lo dissuade.

Ma ritornando a questo mio ruvido risveglio, e ai motivi che lo hanno determinato, sono cosciente che qualcosa al mio interno sta di nuovo implodendo, (i motivi ben li conosco e parlarne in questo diario non servirebbe a nulla, se non a crearmi altro caos emotivo) e così dovrò ricorrere a tutte le mie collaudate strategie esistenziali per evitare che accada, o almeno limitarne il fragore.
 Quello che so è che non ho voglia, stamani, né di voci né di presenze.
Ma non posso pretendere che siano gli altri, oltretutto incolpevoli, a rendersi invisibili, così dovrò essere io a diventare incorporea (specialità in cui eccello) per poter scivolare, come fumo, tra le strette maglie di questa giornata, e non permettere a nessuno di potermi anche solo per un momento trattenere.
Marilena

venerdì 28 aprile 2017

Darkness

Le ombre più buie sono quelle visibili nel riflesso degli specchi.
... non esiste buio se davvero si vuol vedere.

(Amaranta - link fb)

lunedì 24 aprile 2017

Le ombre più buie sono quelle visibili nel riflesso degli specchi.

Per riprendere il filo di un racconto, senza fare troppa retro storia, bisogna ritornare ad un punto d'avvio, una virgola all'interno di una frase situata all'interno di un paragrafo situato all'interno di un capitolo.
Un intrigo di fili da dipanare da cui scegliere il capo buono per ricompattare la matassa senza doverla, però, ricomporre tutta di nuovo.
...un'idea di matassa, perché quasi sempre il racconto vero si svolge dentro di noi, quando sentimenti,  dialoghi ed azioni, contrastano con ciò che al momento stiamo mettendo in scena.

Il racconto/romanzo, quello materialmente scritto, ci fornisce, invece, la possibilità del completo disvelamento del nostro io, potendo imputare, quando la situazione lo esige, alla fantasia gli eccessi della trama, dove crudemente ci riveliamo.
Perché anche il racconto più inverosimile, il più fantastico, reca le inconfondibili tracce del nostro dna: le stimmate dello scrittore.
Ecco quindi perché la scrittura è liberatoria e trova un suo postivo riscontro anche come strumento terapeutico.
...e di questo, personalmente, ne posso dare testimonianza.

Scrivere. Scrivere. Scrivere.
Per me è stato uscire dalla mia zona d'ombra più buia e poter vomitare il mio malessere esistenziale davanti agli occhi del mondo.

"Non sono io che vomito, è la protagonista del mio racconto."
Mi premuravo di rassicurare chi mi conosceva per prevenire il solito mantra del "ti stai mostrando troppo" con la variante del "chi legge chissà cosa penserà di te", alimentando in me altri sensi di colpa e vanificando, spesso, la terapia.

Le ombre più buie sono quelle visibili nel riflesso degli specchi.
... non esiste buio se davvero si vuol vedere.
...perché in quel "ti stai mostrando troppo", io ci ho letto la determinazione di non volermi vedere nel momento in cui non mi svelavo solo agli occhi del mondo, ma ai loro stessi.

...o nella migliore delle ipotesi  questo mio disvelamento è stato letto come un egocentrismo estremo, atto più a danneggiarmi che a rivalutarmi.
...perché ci soffermiamo più sulle persone marginali alla nostra vita, incuriositi, stuzzicati, affascinati, attratti, oppure respinti, e non guardiamo con la stessa attenzione chi, invece, ci sta da sempre vicino.
Ma forse è proprio questo l'inganno: la famigliarità.

 E' frettolosa, distratta e svogliata la famigliarità, per questo ci rende alla fine supponenti ed estranei gli uni agli altri.
Impazienti di prendere le distanze
Resettando perfino i ricordi, se fanno troppo male.

Anch'io, un tempo non troppo remoto, ho messo distanze e rimosso ricordi, anche se non è servito a placare il dolore, ma a quel tempo non avevo coscienza dell'inutilità e crudeltà delle mie scelte.
Nessuna consapevolezza.
E non lo affermo, con forza, solo per discolparmi.
...così ho vissuto relazioni all'interno della mia famiglia come un fardello opprimente e doloroso, da cui dovevo sottrarmi per avere una possibilità di salvezza, o così mi pareva, e non ho avuto la pazienza, e la determinazione, di riflettere e capire che in quel fardello c'era una richiesta di aiuto, o di perdono, mal posta perché espressa con la paura di un rifiuto, che l'orgoglio, quando esiste da entrambe le parti, è un sentimento deleterio e vanificante, atto a rendere irrisolvibili  incomprensioni che forse, con una maggiore empatia, non si sarebbero rivelate tali.

Ora è fin troppo facile dire che se mi fosse data una seconda possibilità colmerei quelle distanze, quei silenzi e quei vuoti, e saprei come farlo, che la vita mi ha insegnato la strada e la pratica.
Ora che non ho più paura di guardare il buio riflesso dagli specchi.
...oggi, che è troppo tardi ieri.
Marilena

venerdì 21 aprile 2017

Ai fini della sopravvivenza

Forse, a torto, ci crediamo unici.
O forse lo siamo davvero.
Ma siamo autorizzati a crederlo, ai fini della sopravvivenza.

(Amaranta - link fb)

giovedì 20 aprile 2017

Necessità Esistenziali

Di due sole cose necessito nella vita: del mio gatto e del mio computer.
...perché per esistere si ha bisogno di un cuore e di una memoria.

(Amaranta - link fb)


mercoledì 19 aprile 2017

Scintille di luce

Le cose più difficili le sto facendo ora che gli anni non sono  più dalla mia parte.
...col tempo che scorre veloce, tracimando sensazioni e ricordi in un indistricabile viluppo d'alghe, che sa di mare e di naufragi, cosicché mi riscopro a percepire le emozioni di un tempo lontano come fossero quelle del presente, generando caos in questa me che non è più quella di allora.

Un teatro dell'assurdo dove il pubblico è lo specchio che mi da la possibilità di poter strettamente interagire, in uno strampalato te-a-tete, con l'unica spettatrice presente in sala: io stessa.
Invano cerco, per movimentare la scena, di coinvolgere Cagliostro, il mio gattone nero, che però odia i monologhi e profondamente lo annoia il non sense, così sveltamente si libera da questa mia pretesa di una sua qualsiasi partecipazione, sgattaiolando agile dietro un qualche angolo da cui distrattamente getterà, al mio indirizzo, scettiche occhiate imbarazzate.

Apprezza molto di più le mie interpretazioni esistenzialiste, durante le quali talvolta mi degna di una qualche sua improvvisa comparsa, più per rubarmi la scena che per un'autentica compartecipazione.
Ma io adoro questi suoi cammei, seppur durano un brevissimo tempo, quando poi annoiato dalle mie trame pressoché prive di azione, smette i panni dell'attore e veste quelli dello spettatore, ed eccolo, comodamente seduto, svirgolare la sontuosa coda a mo di punto interrogativo, simbolico compendio a tutti i miei quesiti esistenziali e alla loro ormai certa, definitiva irresoluzione.

Ma Cagliostro, come tutti i gatti, è un pragmatico, vive nell'unico tempo del presente, e a differenza di me, non ha assilli sul futuro né cincischiamenti sul passato, e così tutti i nobili, tormentati, irrisolvibili interrogativi che dimorano nella mia testa, in lui invece convergono nell'irridente punto interrogativo della coda.
...e nel modo commovente in cui guarda, con gli occhi incantati di un bambino, l'ondeggiare della mia collana di perle e le scintille di luce delle paillettes del mio abito.

 Scintille di luce: ecco, forse è questa la risposta a tutti i nostri interrogativi esistenziali.
Una risposta che nei secoli abbiamo forse consapevolmente scartato a causa del nostro cerebrale bisogno di supponenza, ma l'unica che avrebbe misericordiosamente posto fine a quel nostro estenuante, esasperato peregrinare di quesito in quesito, per poi sempre ritornare alla madre di tutte le domande: qual'è il senso della vita?

Il senso della vita è in quelle scintille di luce che non sempre riusciamo a vedere.
Scintille di luce: è questa la risposta.
La più umana.
La più divina.
 ...e il mio gatto la conosceva da sempre.
Marilena

domenica 16 aprile 2017

Complicità

Ci sono giornate come questa in cui mi sento piena d'amore, e felicemente ne trabocco, come un vaso troppo colmo che irrora del suo liquido d'ambrosia l'epidermide del mondo.
Non un coito solitario, ma una complicità perfetta.

(Amaranta - link fb)

martedì 11 aprile 2017

Se non avessi creato questo mio mondo sarei morta in quello degli altri

Credo che se non avessi creato il mio mondo probabilmente sarei morta in quello degli altri.
(Anais Nin)



...e così è stato anche per me: se non avessi creato questo mio mondo sarei morta in quello degli altri.
Anche se faccio sempre più fatica a scrivere, e rischio di perdermi in altri paralleli, sono ostinata a farvi ritorno, a non perdere le coordinate di questo luogo così segreto, (che non basta una cartolina con immagini del paesaggio e minuziose descrizioni, a palesarlo vero) eppur così visibile, con le porte sempre aperte e le tendine tirate a mostrar gli interni a tutti coloro che empaticamente hanno voluto accedervi per una sosta, per un ristoro e la cordialità di una conversazione.
...e così è stato per lungo tempo, perché nel presente solo le tendine sono ancora spalancate, ma le porte chiuse.

Strano come io abbia cancellato (quanto intenzionalmente?) i ricordi della mia vita reale mentre ho, invece, reso indelebili quelli di questa virtuale.
Mi basta scorrere le pagine del mio diario on line, come fossero spezzoni di un film, per ritrovare volti, situazioni, parole e stati d'animo, così gioiosamente, dolorosamente e conflittualmente nitidi, da non lasciare spazio a nessun alibi, a nessuna menzogna, né mia né di altri.

Questo mio mondo, bianco rosso e nero, poi diventato a colori ( perfino con inclusioni al neon), ed oggi in un brillante bianco e nero, la stessa tonalità dei vecchi film restaurati per la visione di un pubblico nuovo.
Nel mio caso, però, non c'è neppure più un pubblico (che non considero certo pubblico i miei spettatori invisibili, che io stessa ho creato, per scongiurare l'ipotesi probabilissima di un parterre deserto, quelli che da sempre mi seguono, come attenti giurati in un processo, e saranno loro, e solo loro, fedeli e incorruttibili, ad emettere il verdetto finale sul mio operato), che io da tempo ho sbarrato le porte alle voci esterne, agli applausi e ai fischi, per poter intimamente riflettere sul finale più giusto di questa mia storia.
...che anche l'Antro un giorno chiuderà i battenti ed io debbo pur collocare i miei coinquilini in un luogo sicuro, che sia pure un altro parallelo, nella speranza che qualcuno (forse un'altra me stessa) in un futuro non databile su nessun calendario, se ne innamori e li faccia rivivere nel restauro pregevole di un brillante bianco e nero, così come avviene con i vecchi film.
Marilena

sabato 8 aprile 2017

Sull'orgoglio

E' una corazza l'orgoglio che non ci mette al riparo dalla sofferenza.
C'impedisce, però, l'umiliazione di noi stessi.
Che non è questione irrilevante.
Si soffre dentro la corazza.
Ma senza supplicare.

(Amaranta - link fb)


giovedì 6 aprile 2017