Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

venerdì 8 settembre 2017

Il fiore del mio giardino (cap 3)


LA CATTIVA SORTE
E accadde che, a partire da un imprecisato momento, tutte le iatture della cattiva sorte pareva si fossero date appuntamento davanti la porta verde mela del negozio di Veronica Sorrentino. A dir la verità il tutto era iniziato in maniera blanda e all'apparenza casuale, nulla che facesse sospettare qualcosa di preordinato da una volontà di dolo ma piuttosto d'attribuirsi a quell'analfabetismo etico da cui originano quei deprecabili, stupidi atti di vandalismo spiccio, delle bravate adolescenziali o da qualche bicchiere di troppo. Era questa la spiegazione che aveva dato Veronica per il fiorire delle scritte oscene sui muri del negozio e per l'insegna divelta a sassate. Ma quando una mattina trovò la porta scassinata e Van Gogh legato al trespolo, ubriaco fradicio e in preda alla febbre del disorientamento, e tutta la  produzione di piante e fiori decapitata a colpi di roncola, allora fu costretta a prendere in considerazione l'ipotesi del dolo. Sporse denuncia contro ignoti, rimise in ordine tutto, e per una settimana si predispose a dormire nel suo negozio. Non accadde null'altro di spiacevole in quelle notti e neppure nelle seguenti, e così rassicurata riprese la vita di sempre con l'eccezione di portarsi a casa il pappagallo,(che dopo quell'esperienza traumatica avrebbe sofferto di depressione e amnesia prematura, per cui non ricordando più l'esatta sequenza delle strofe di "o sole mio", era costretto ad improvvisare) che troppo spavento s'era presa di vederlo sbandato e delirante da quella sbornia indotta, e ancora non riusciva a perdonarsi di non aver mai preso in considerazione l'ipotesi di Van Gogh vittima di un qualsiasi accidente. Per un certo periodo tutto sembrava essersi di nuovo allineato nella prevedibilità del quotidiano, e di quegli incresciosi incidenti esteriormente non v'era rimasta traccia. Tutto rimesso a nuovo "Il fiore del mio giardino" risplendeva in quella sua rinascita, che molte erano state le dimostrazioni d'affetto e stima ricevute dai clienti locali e da quelli esteri, espresse anche con generose donazioni in denaro che Veronica, però, con infiniti ringraziamenti aveva restituito, che a risarcire i danni aveva provveduto l'assicurazione.
Non c'è nulla di più rassicurante delle certezze della routine, anche se a lungo andare possono generare noia o fastidio, infinitamente si rimpiangono nel momento degli sbandamenti e delle catastrofi, quando la terra frana sotto i piedi e tu non sai se stai cadendo in una buca o in un precipizio. O in una realtà parallela. Che anche questa ipotesi s'era affacciata alla mente di Veronica, quando di nuovo era precipitata nell'incubo del dileggio, attuato stavolta con metodi nuovi e orari diversi. Accadeva così che un ubriaco facesse irruzione nel suo negozio a creare scompiglio tra i clienti, o un gruppo di ragazzotti ostruisse il marciapiede proprio davanti la porta verde mela rendendo difficile l'accesso alle persone e, quando qualcuno di questi aveva osato fare rimostranze s'era ritrovato accerchiato e insultato. Brutti ceffi stazionavano ora in perenne sosta davanti al negozio, e con gesti eloquenti. e all'occasione volgari, inducevano i clienti a non entrare, e ai turisti a cambiar strada. Van Gogh, ormai, definitivamente pensionato, aveva smesso i suoi voli a bassa quota e di recitare "o sole mio" in portoricano, e se ne stava, per tutto il tempo, immobile sul suo trespolo, fissando il vuoto e lasciandosi perfino piluccare di qualche sua penna dai più arditi degli ormai, sempre più radi, visitatori de "Il fiore del mio giardino".


UN'ILLUMINANTE CONVERSAZIONE
Garfiled - La vostra attività, signora Sorrentino, come voi stessa avrete avuto modo di valutare, è diventata il bersaglio prediletto di tutti i balordi di New Eden, che con l'intenzione palese di danneggiare voi danneggiano però anche me. Non voglio indagare i motivi per cui siete fatta oggetto di tanto accanimento, non sono affari miei, ma voglio proporvi una soluzione per liberarvi da questo impaccio e poter io ritornare alla serenità dei miei affari che in quest'ultimo periodo per colpa di queste turbolenze da voi generate, non godono certo di buona salute -

Così, senza troppi preamboli, aveva esordito Max Garfield, tirando fuori dalla tasca il libretto degli assegni ed esibendolo allo sguardo esterrefatto di Veronica.
Il negozio era vuoto, così come sarebbe rimasto fino all'ora di chiusura, disertato ormai da turisti e clienti, dissuasi dalla sua frequentazione dalle intimidazioni esterne, che pur si perpetravano nonostante il pattugliamento costante di un vigilantes.
Si respirava, all'interno, un'aria desolante e spoglia, con Van Gogh appisolato sul trespolo e le poche piante superstiti genuflesse in segno di resa, enfatizzata da Veronica, vestita di nero e seduta  nella penombra con le mani in grembo.
L'irruzione improvvisa di Max Garfield aveva però avuto il beneficio di ridestarla da quell'incantesimo remoto a cui lei pareva soggiacere, ristabilendo un contatto con la realtà.
Le ci vollero però alcuni minuti per realizzare quello che stava accadendo, che già l'ossuto Garfield aveva materializzato una penna, e poi con quella una cifra, con la quale determinato a concludere quella transazione unilaterale.

Garfield - Signora Sorrentino, offro la stessa rilevante cifra che a suo tempo avevo proposto al vecchio proprietario di questa baracca, ma che, invece, per un'antipatia immotivata nei miei confronti ha preferito svendere a lei. Sono perfettamente al corrente, signora, della somma ridicola con la quale avete rilevato questa attività, perché il vecchio ci ha tenuto a farmelo sapere. Accettando questa mia generosissima offerta ci avrete così doppiamente guadagnato, che allo stato attuale, e con la pessima pubblicità a vostro carico, non credo troverete altri acquirenti. Voi ci guadagnate e vi togliete dall'impaccio, e i integro il vostro esercizio nella mia impresa come la naturale espansione costituita dagli addobbi floreali per cerimonie -
Veronica - L'ipotesi che io non voglia vendere non vi ha sfiorato neppure per un attimo? -
Aveva replicato sbalordita, in tono di sfida.
Garfield - A che pro mantenere in vita un'impresa così in perdita? Soprattutto, con quali finanziamenti? L'assicurazione non pagherà una seconda volta, non sono enti di beneficenza quelli, non risarciscono le vittime del malanimo, che è questa, a quanto pare, la causa della sua disgrazia -
Il tono sarcastico di quest'ultima affermazione l'aveva così sgradevolmente colpita che per la prima volta le era balenata alla mente l'ipotesi che benissimo poteva essere lui a capo di quella congiura mirata all'espansione della propria attività
Veronica - Ma venendo a cadere il muro divisorio del mio negozio, il vostro esercizio andrà direttamente a confinare con quello di Perez. Non lo trovate più così sconveniente? Mi sembrava che fosse questo il vostro assillo, la vostra missione: evitare la contaminazione del sacro col profano. Dio e il Diavolo a così stretto contatto! Siete certo di volervene assumere la responsabilità?  –

La domanda irridente aveva punto sul vivo Garfiled che aveva replicato con un freddo: questo è un problema che non vi riguarda.

Veronica - Mi riguarda eccome, perché potrei vendere a Perez, anzi svendere, solo per farvi un dispetto. Ecco un'ipotesi che non avete preso in considerazione e per la quale dovrete rivedere la cifra del vostro assegno, se volete evitare a voi stesso il trauma di uno spiacevole dejavù. -

Amichevolmente poi lo aveva preso sotto braccio e accompagnato alla porta con l'esortazione di valutare la sua proposta, ma in tempi brevissimi, o altrimenti avrebbe interpellato Perez.

Veronica - Perché caro Garfiled, dopo questa illuminante conversazione sono certa che voi appieno comprenderete la mia fretta d'interporre quanti più chilometri possibili tra me e la cattiva sorte. -
             

lunedì 4 settembre 2017

Il fiore del mio giardino (cap 2)



UNA VITA DA RISCRIVERE
E così, Veronica, ancora vestita coi crespi vedovili, conscia di dover ricominciare da capo, s'era gettata con entusiasmo adolescenziale nel commercio dei fiori, una rivalsa sull'allergia congenita ai pollini di cui il marito soffriva e per la quale s'era dovuta privare, negli anni del matrimonio, di quel piacere così femminile.
Una compensazione, dunque, ed un'affermazione di se stessa.
Per questo s'era decisa a rilevare lo stentato negozietto in Browing Street, che il proprietario, un bellicoso ottuagenario che pur di fare un dispetto ai figli e ai nipoti che in anticipo gli stavano scavando la fossa, s'era intestardito a non voler cedere neppure alla generosissima offerta dell'altezzoso Garfield, ma l'aveva invece, e di buon grado, svenduta per un tozzo di pane alla giovane signora in lutto che aveva speso una cifra folle per il più lussuoso, e profumato, cuscino funebre che a memoria d'uomo si ricordasse a New Eden.
 Era entrata nel negozio vestita di nero e n'era uscita guarnita come una Primavera del Botticelli, con fiori sparsi nei capelli e sul decolletè, e un contratto che la ufficializzava proprietaria dell'attività.

VAN GOGH
Tutte le mattine, puntuale alle otto, Veronica, spalancava la porta verde mela del suo negozio, poi vi  sistemava accanto il traballante trespolo dove allocava Van Gogh, un pappagallo dai colori tropicali, libero di svolazzare tra l'interno e l'esterno, che parlava portoricano e, quando era del giusto umore, gracchiava ispirato le prime strofe di"o sole mio"
 Così c'era sempre qualcuno a scattare foto, girare video, cordialmente intrattenersi a conversare con Van Gogh o fare la corte alla giovane signora vestita di nero. Nessuno usciva mai a mani vuote dal minuscolo negozio: chi con una piantina o un piccolo bouquet, chi con un sorriso ritrovato, chi con un'ubriacatura da Eden. Sta di fatto che "Il fiore del mio giardino" era diventato luogo di culto per i turisti, che apprezzavano la sua strampalata scenografia e i voli irruenti di Van Gogh, le cui penne dai colori primitivi erano il souvenir proibito a cui aspiravano; per gli innamorati che si inebriavano di pollini e profumate promesse;  per i solitari, che in quel pur breve perimetro avevano modo di esplorare il mondo a loro precluso, quello delle parole e quello dei sorrisi.
 Perfino un poeta di fama internazionale s'era preso il disturbo di una capatina a New Eden per penetrare il segreto delle attrattive e delle illusioni, di cui Veronica Sorrentino pareva aver decifrato gli enigmi.
Ma aveva poi scritto, al riguardo, un pamphlet velenoso, declassando la poetica del luogo a semplice, e ben riuscita, operazione di marketing.
Quale poesia? Un pappagallo chiassoso e stonato, la proprietaria belloccia ma con una già evidente tendenza alla pinguedine, che pure il noioso nero di cui sempre si veste non riesce a nascondere, e i fiori del tipo a buon mercato, il cui afrore di palude permea l'intera strada: una trappola per i gonzi.
Questo in sintesi il suo articolo che aveva convinto, in ultimo, i due irriducibili rivali, Perez e Garfield, il diavolo e l'acqua santa, a coalizzarsi contro la giovane vedova colpevole di troppa fantasia.


LA SANTA ALLEANZA
A dire il vero, l'ossuto e arrogante Garfield, aveva dovuto faticare un bel po per convincere il riottoso Perez sulla convenienza di quella loro alleanza, motivandola con il lungo elenco delle ottime ragione che reclamavano quella loro sinergia, tra cui il vistoso calo di clienti e la visibilità eccessiva che aveva acquisito il negozio dell'italiana.

Garfield - I clienti disertano il mio negozio per via della marmaglia che affolla, invece, accanto. Quella donna ha trasformato questa via in un mercato, declassando le nostre attività a bazar. Insostenibile -
Aveva sibilato una sera, all'ora di chiusura, sbarrandogli la strada

Perez - Hai definito bazar anche il mio esercizio. Ero io, a tuo dire, a degradare la" tua" strada con l"mia" ciurmaglia da bassifondi. Memoria corta, Garfield? -
La risposta immediata

Garfield - Diciamo che il tuo è un bazar di rango superiore, ma ancora per poco, che quella donna non ci metterà molto a fagocitare anche la tua clientela, se non è già accaduto -
Teatralmente calcando la voce sulle frasi "ancora per poco" e "fagocitare anche la tua clientela"

Perez - Puoi giurarci che succederà dal momento che molti dei miei acquirenti sono gli stessi appartenenti al tuo raffinato pubblico -
L'irridente replica

Garfield - E non intendi fare niente? io ho provato a far ricorso alle vie legali con una dura lettera di rimostranze all'Assessore al Commercio, ma la moglie è un' aficionados della fiorista, delle più devote. Mi ha risposto che al contrario di quello che io recrimino, la signora Sorrentino, con il suo ingegno, ha dato visibilità e fulgore non solo a Browing Street ma a tutta New Eden, rendendola appetibile ai tour operator e alle frotte di turisti che grazie a lei l'hanno scoperta, con un forte incremento dell'economia locale e a costo zero per il Comune. La signora Sorrentino meriterebbe il titolo di filantropa e la gratitudine di tutta la cittadinanza per questo suo operato, e non gli insulti gratuiti contenuti nella mia raccomandata. Come vedi, Perez, le vie legali ci sono precluse!-
E a enfatizzare la sua impotenza aveva abbassato la voce e alzato le mani in gesto di resa.

Perez - Cosa proponi di fare, allora? L'Italiana sta nel suo spazio, non calpesta né il mio né il tuo, non commette alcun illecito, tranne per il pappagallo che ogni tanto viola lo spazio aereo e svolazza nel mio negozio, facendo ridere i clienti. Lei poi...ma l'hai vista? Che tocco di femmina...immaginala vestita di rosso... così  me la sono sognata una notte, vestita di rosso: uno schianto. Appena smette il lutto un pensiero ce lo sto facendo -
Gli aveva confidato complice, dandogli di gomito

Garfield - Quando smetterà il lutto tu starai a far la fame o a spacciar droga, perché quella di certo,   nel frattempo, avrà già provveduto a mandarci entrambi sul lastrico. A meno che...-
E  qui il tono s'era fatto intimidatorio

Perez - A meno che... cosa? -
 Aveva chiesto sulla difensiva

Garfield - Giocando d'anticipo saremo noi a gettare sul lastrico lei, legalmente, avvalendoci dei suoi   stessi metodi: occhio per occhio, dente per dente -
Proferendo quest'ultima frase col tono solenne di un giuramento.

domenica 3 settembre 2017

Il fiore del mio giardino (cap 1)




IL FIORE DEL MIO GIARDINO
Erano l'intonaco color mandarino e la porta verde mela, ancor prima dell’insegna,
un chiassoso tazebau con la scritta in italiano “Il fiore del mio giardino” a lettere irregolari
e colori psichedelici, a reclamizzare l'attività di fiorista di Veronica Sorrentino,
vedova Thompson, in quel di Browing Street, nella cittadina di New Eden,
nello Stato del Maryland.
Un negozio storico, questo, rilevato nel corso del tempo da un numero imprecisato di
gestori, costretti ad abbandonare l’impresa per via degli affari poco fiorenti e della guerra 
recente in corso tra il proprietario del negozio di abiti da sposa e articoli da cerimonia, Max 
Garfield, ubicato alla sua sinistra, e quello del sexy shop, William Perez, alla sua destra.
Il negozio di Veronica Sorrentino, strettamente incassato fra i due, sarebbe risultato
Invisibile ai passanti se non ci fosse stato il richiamo dei colori al neon dell’insegna e quello
dell’intonaco, che lo evidenziava, con la sua tonalità luminosa di ocra incandescente
sull’anonimo sfondo color sabbia del muro.
Una strategia, questa della tinta di un tono diverso, ideata da Veronica per uscire dal cono
d’ombra dove s’era ritrovata relegata dopo aver comprato quel negozio in stato di
perenne fallimento che il proprietario, disperato di trovare ormai un nuovo gestore, le aveva 
venduto ad un prezzo irrisorio.

Dunque, il negozio di fiori progettato da Veronica in un eccentrico stile vintage/italiano,
 (anche se lei dell’Italia, della città di Napoli dov'era nata, non conservava alcun ricordo, 
perché dopo pochi mesi dalla sua venuta al mondo i suoi s’erano trasferiti a New Eden 
per ricongiungersi con quella parte di parentado che già qui s’era stabilita.
E così s’era istintivamente costruita un suo ricordo remoto sull'immagine, romanticamente 
retorica, di una cartolina d’epoca: l’affaccio di un balconcino fiorito sullo sfondo di un paesaggio
 marino, e la mamma che la schermava dal sole  con un cappellino), aveva costituito per tutti
 quei decenni il naturale muro divisorio tra il diavolo e l’acqua santa, metafora forse scontata,
 ma calzante, per designare le due attività rivali allocate ai suoi fianchi: il sexy shop di Perez e 
il negozio di abiti da sposa di Garfield.

A onor del vero c’è da dire che la fiorista non aveva fallito il suo intento, piuttsto era riuscita
nella sua opera di pacificazione a coalizzare i due rivali contro di lei, rea di aver acquisito
la proprietà del negozio, di averlo reso visibile e con una clientela in continuo aumento, 
ma soprattutto di farsi beffe di quella loro ridicola guerra basata essenzialmente sullo
 sbandieramento della reciproca delegittimazione.


LE RAGIONI DELL'UNO. LE RAGIONI DELL'ALTRO
-Signor Garfield, vorrei capire la causa di così tanto malanimo nei confronti del signor Perez –
-Cosa c'è di così difficile da capire, la sua attività è contro producente alla mia. Basta 
guardare gli articoli esposti nella sua vetrina: un insulto alla morale. Un oltraggio alle
 persone perbene ed al mio onesto commercio, che operando nel settore matrimonio fa
 diretto riferimento ai valori di nostro Signore –
-Ma ha una regolare licenza, e gli articoli in vendita non sono illeciti. Inusuali, ma non illeciti.
 Ha diritto quanto lei di esercitare il suo commercio Non ci vedo alcun dolo nei suoi confronti-
-E l’immagine? Parliamo dell’immagine… certo lei non sa neppure cosa sia, con quel suo
 negozio  pacchiano -
-Non esageri ora, se il mio stile non è conforme ai suoi gusti non posso farci niente, siamo
 in un paese libero-
-Già, libero di permettere tutto e il suo contrario: esattamente come accade in questo ristretto
 perimetro-

-Signor Perez, cosa la disturba dell’attività del signor Garfield?-
-Della sua attività niente, anzi gli auguro che prolifichi a dismisura e acquisti sempre più 
nuovi clienti, quelli tanto dopo esser passati da lui vengono a comprare da me. La sua
 attività non mi disturba, è la sua arroganza che mi disturba -


VERONICA SORRENTINO VEDOVA THOMPSON
Tra i due antagonisti le simpatie di Veronica andavano a William Perez, perché in lui ancora
percepiva una genuinità autentica, quella spontaneità un po infantile che ne addolciva il
gergo da pirata e l'aspetto da mangiafuoco: qualche chilo e qualche tatuaggio di troppo, e un
sigaro puzzolente incollato tra le labbra.

Veronica, seppur non era affatto il suo tipo, se ne sentiva diabolicamente attratta, forse
perché era l'esatto contrario del suo defunto marito: ligio alle regole, attento e scrupoloso,
ordinato nell'anima come nei sensi, che far sesso con lui era come andare a un battesimo,
quando, preventivamente con la somministrazione del sacramento, si cerca d'immunizare
l'anima dal bisogno del peccato.
Un uomo così pulito, Martin Thompson, che lei non s'era sentita di sporcare con i suoi impudici
desideri  e di cui il solo racconto lo avrebbe fatto rabbrividire.
A dire il vero un qualche blando tentativo, per capire fin dove su quel terreno potesse spingersi,
lo aveva fatto, ma lui fingendo di non avvedersene aveva così con tatto rifiutato l'invito a
mordere quella mela del peccato che lei, con mano tremante, gli aveva porto.
Era pur certa, Veronica, che lui l'amasse profondamente e teneramente, con discrezione e
ammirazione, e seppure non era a letto l'amante che lei desiderava fosse, era stato un meraviglioso,
affidabile compagno di vita, e così quando un infarto fulminante se lo era portato via (una beffa
quella morte, che lui, morigerato com'era non aveva coltivato in vita alcuno stravizio a cui
addebitare quella sua fine prematura) lei aveva portato il lutto stretto per un anno seppure
 la modernità non lo annoverasse più tra gli obblighi vedovili, ma pure Veronica volontariamente
lo aveva adottato, immaginando che a lui avrebbe fatto piacere quell'omaggio alla sua memoria.

giovedì 24 agosto 2017

L'uomo della pioggia. E gli equilibri del mondo


Recentemente ho riproposto su altre pagine, questo mio racconto "L'uomo della pioggia" pubblicato il 22/05/2011,  e come sempre accade prima di ripubblicare un mio scritto doverosamente lo sottopongo alle fasi di rilettura e di correzione (quelle virgole che sempre dissemino in abbondanza e gli accenti non sempre ben impostati, e non parliamo delle doppie che nella mia romanità aggiungo dove non andrebbero e sottraggo laddove necessiterebbero)
La fase della rilettura, inevitabilmente, comporta anche quella sempre molto più intima della riflessione sul messaggio e la validità dello scritto, la sua ragione d'esistere nella sua compiutezza. Le mie riflessioni vengono di solito stimolate dal finale che quasi sempre prediligo aperto, non tassativo, lasciando al lettore lo spiraglio da cui intravedere il suo finale ideale e magari una versione nuova della storia. Nella veste di lettrice, talvolta questa riscrittura de "la storia a modo mio" capita spesso anche a me di farla, senza per questo abiurare la storia originale: semplicemente la mia versione alternativa. Un esercizio di fantasia da cui sovente ricavo in materiale di scrittura. Perché nulla s'inventa ma tutto si ricrea, che dal vecchio genera il nuovo e così niente davvero muore: il ciclo del mondo e quello della letteratura.
 Credo che in questa sintesi si possa racchiudere anche il concetto di eternità.

La storia si svolge in 3 capitoli: nel primo si racconta di una siccità devastante, per cui si chiede, anzi si pretende, il miracolo non solo dalla santa protettrice del paese ma, come rafforzativo alla sua realizzazione, la collaborazione coatta del prete e della veggente, da sempre ostili l'uno all'altra.
Nel secondo, assistiamo al miracolo bizzarro di una pioggia circoscritta solo nel perimetro della cattedrale, e il conseguente ingenerare di una follia superstiziosa che per ovvie ragioni di sudditanza degli uomini verso le gerarchie più alte, e qui parliamo di quelle celesti, assolve dal misfatto la santa patrona (anche se è palese che solo a lei si potrebbe attribuirne la colpa) col prete, cinico ed opportunista, pronto a cavalcare quel malcontento che facilmente potrebbe sfociare in odio nei confronti della veggente. Una vendetta a cui mira, ritenendola colpevole di avergli, col buonsenso e la perspicacia, scippato anime alla causa della chiesa.
Nel terzo capitolo, dopo che Giustina e Victor hanno consumato la loro prima, appassionata notte d'amore, nello scambio reciproco delle proprie peculiarità (lui, l'insonne, dormirà il suo primo sonno ristorante, e lei, la veggente, lo veglierà dimentica delle sue visioni) finalmente piove.
Ma è una pioggia apocalittica quella che il cielo spurga, che rischia di trasformare la terra in uno sconfinato oceano.
Dunque neppure l'amore è riuscito a compiere il miracolo della salvezza. Non nel giusto modo.
 Eppure in quella notte d'amore, innocente ed appassionato, lo yin e lo yang (la donna che vive nella luce e l'esule giunto dal buio più remoto) correttamente si sono ricongiunti, compenetrandosi, la luna ha ceduto un po della sua freddezza e il sole un po del suo calore, per il conseguimento di quel perfetto bilanciamento meteorologico, indispensabile a ristabilire gli equilibri del mondo.

Ma quant'è irrecuperabile quel mondo se neanche l'amore riesce a salvarlo?
Nessuno vede, o vuol vedere, il baratro su cui si cammina, immaginando per presunzione o per pigrizia, o solo per fatalismo, la terra sotto i piedi, sempre ferma, solida e compatta, e se poi in quel baratro si precipita, la colpa sarà della nebbia troppo fitta, della distrazione divina, di un potente malocchio o di un infausto destino.
Sempre colpa di altri, mai di se stessi.

Se l'uomo non cambia non cambierà neppure il mondo, perché il mondo è governato dagli uomini e non da Dio, né dalla nebbia o dal destino.
E l'uomo, a quanto pure nel presente appare, non è pronto a sinceri quanto onesti cambiamenti, così come dimostra il prete che in ultimo esige con le minacce la collaborazione dalla veggente.
Non c'è speranza di una vera redenzione per un mondo siffatto, e questa amara riflessione che induce Giustina a seguire Victor, del quale porta in grembo un figlio (quell'asso di bastoni che, nella sua visione, germogliava dal suo ombelico) e dar vita ad una stirpe nuova.
D'altronde loro hanno provato a salvare il vecchio mondo, con l'unica arma che avevano, quella dell'amore, l'unico strumento in grado di stabilizzarne gli equilibri. Eppure hanno fallito.

STRUTTURA DEL RACCONTO
Victor Galeno, l'uomo della pioggia, l'esule insonne giunto dal buio più remoto per congiungersi con Giustina Nepanto, la veggente che nella luce vive, per ristabilire, con un atto d'amore innocente e carnale, gli equilibri di un mondo sull'orlo del baratro, pur dando titolo al racconto appare solo brevemente all'interno dei tre capitoli, perché la protagonista di questa storia è la meteorologia e le sue bizzarre performance, in risposta all'arrogante cecità degli uomini, alla malafede e agli egoismi che li governano. E' il cielo che sovrastando quella terra abitata da creature minime, passive e incoerenti, arroganti perfino nella loro palese impotenza a salvare se stessi, insensibili ai suoi avvertimenti, alla fine attua la sua definitiva giustizia.
Dialoghi ed azione sono ridotti al minimo. Una mia scelta questa, avendo voluto dare al mio racconto un'impronta soprattutto psicologica, dove l'azione viene raccontata nelle sue motivazioni e non visivamente inscenata.
Ambientato tra Macondo e il Monte Ararat, dove si suppone fosse arenata l'Arca di Noè: perché nulla s'inventa ma tutto si ricrea, che dal vecchio genera il nuovo e così niente davvero muore: il ciclo del mondo come quello della letteratura.

martedì 22 agosto 2017

Illusioni

Illuditi pure che la crudeltà della vita sia storia d'altri e a te non appartenga, ma al primo addio saprai che così non è.

(Amaranta - link fb)

sabato 19 agosto 2017

Demoni

I miei demoni...i miei demoni, a volte capita che ci troviamo la notte ad accendere falò davanti a cui sostiamo a bruciar feticci e narrare orripilanti storie. Accade, quando sono in vena, d'inventarne di davvero terribili, e allora ecco che quelli fuggono atterriti, perché certe allucinazioni che originano nella mia testa sono di gran lunga più terrificanti delle loro.

(Amaranta - link fb)

mercoledì 16 agosto 2017

Rebecca (cap. 27)



Bisognava, come primo passo, accertarsi che Giandomenico Messinese fosse realmente una pedina, e non un complice della smania paterna di volersi assicurare, tramite la nascita di un nipote maschio, un posto privilegiato tra le memorie postume.

E per questo necessitava a Rebecca un confronto, schietto e diretto, col giovane ebanista, senza testimoni inopportuni e in grado d'influenzarlo.
Occorreva quindi organizzare quest'incontro in gran segreto per non suscitare nessun interrogativo esterno, nessuna curiosità che potesse dar vita a pettegolezzi e illazioni.
Che niente giungesse alle orecchie paterne.
Tutto doveva esser condotto in maniera assolutamente discreta e privatissima.
Bisognava, quindi, aver pazienza ed aspettare il momento giusto, anche se questo non necessariamente avrebbe implicato un'attesa passiva ma piuttosto preparare il terreno facendo in modo che fosse lo stesso Scalavino, seppur involontariamente, a favorirlo.
Evento che si preannunciò quasi nell'immediato, come un segno benigno del destino, attraverso il quale si poteva intravedere la possibilità di beffare quella sorte non voluta, ma da altri decisa.

Dal canto suo, Concetto Scalavino, stava vivendo un periodo assolutamente positivo, sia per gli affari, floridissimi, con un numero eccezionale di commesse sulle quali, traboccando di evidente soddisfazione, aveva il vezzo di scherzare sulla probabilità di non poterle esaudire tutte, e per la prospettiva di realizzare finalmente quel sogno di tramandarsi nell'eternità con la nascita di un nipote maschio, o più di uno, così come ambiva nei suoi desideri più segreti e che mai avrebbe confessato a voce alta per tema d'indisporre quella buona sorte che s'era per lui manifestata munifica oltre ogni aspettativa. Un nipote gli sarebbe di certo bastato, ma una nidiata sarebbe stata una giusta e meritata compensazione a risarcirlo di quei suoi desideri disattesi dalle altrui inettitudini. E il pensiero inevitabilmente andava alla moglie capace di partorire solo femmine, e che in ultimo gli aveva negato la possibilità di ulteriori tentativi. Che altrimenti, prima o poi, un maschio, ne era certo, lo avrebbe generato: un figlio con il suo stesso sangue e la sua stessa attitudine alla vita.
Ma lui, a questa realtà predisposta da Dio o dal fato o da un potente malocchio, non s'era mai definitivamente rassegnato, e da uomo pratico e navigato commerciante qual'era, per prevenire al suo scopo avrebbe aggirato l'ostacolo servendosi proprio dell'ultimo castigo ingiustamente inflittogli: Rebecca, la sua figlia minore.

Concetto Scalavino, dunque, stava godendosi quel suo meraviglioso momento d'estasi, soddisfatto di se stesso e fiducioso di quel mondo esterno che, seppur con un qualche energico aggiustamento, era riuscito a piegare al suo volere,  e di cui a breve avrebbe raccolto i frutti. Così come accade che dopo un'estrema tensione subentri uno spontaneo rilassamento, di fatto aveva abbassato di molto la guardia concedendosi all'oculato riposo del patriarca, il quale però solo dopo essersi assicurato di aver messo in sicurezza famiglia e averi, ricorrendo all'occorrenza all'ausilio di chiavistelli e catene, finalmente s'arrende al ristorante conforto del sonno.

Rebecca, invece, costantemente all'erta per ragioni di sopravvivenza, aveva immediatamente percepito quel cambiamento latente, di cui neppure il diretto interessato s'era accorto.
O, almeno, così trapelava dalla mollezza inedita dei gesti, a cui lui pareva felicemente abbandonarsi, incurante, o forse solo inconsapevole, delle probabili conseguenze.
D'altronde era così sicuro di aver serrato con tripla mandata il chiavistello e aver diligentemente assicurato le catene al gancio più robusto della casa, che famiglia e averi, tutto era responsabilmente tutelato, sotto il suo più stretto controllo.

Ma se così fosse la storia dell'uomo si ridurrebbe a ben pochi capitoli, se davvero catene e lucchetti risultassero così efficacemente intimidatori da dissuadere gli oppressi dai tentativi di libertà, saremmo solo stirpe di padroni e di schiavi, facile da governare perfino a quel potentissimo Padreterno, che pur disponendo di strumenti molto più potenti e sofisticati per l'assoggettamento delle masse, come la terribile minaccia dell'inferno e del suo diavolo e quella sempre incombente della fine del mondo, che a quanto risulta al presente, pure a lui non è riuscito di domare disobbedienze e anarchie.


martedì 15 agosto 2017

Rebecca: ritorno a casa

Riprendo a scrivere "Rebecca", il mio racconto incompiuto, il cui primo capitolo l'ho postato il 1 Maggio del 2013, e il 26° pubblicato il 7 Settembre del 2015.

(In questo link i capitoli precedenti)

Una storia in cui mi sono persa più volte e più volte ritrovata, e ancora persa, ma mai nei intenti abbandonata, e che ambirei portare a termine anche solo per me stessa.
Mi piace la forma del racconto e la figura, anzi le figure delle due protagoniste, seppure in qualche capitolo indugio ripetendomi (ma questo è il rischio di quando si scrive in modo discontinuo, così come è avvenuto per questo mio interminabile racconto, con lunghi intervalli di tempo che al presente non saprei motivare che tante cose sono accadute nel mentre, ma nessuna poi davvero determinante ad un sostanziale cambiamento della mia vita.
Afasia generata dalla stanchezza, dalla noiae dalle paranoie, dal mio pessimismo congenito e da un sempre più radicato nichilismo.
 E da quel mio perenne stagnante stato depressivo.
Fattori, questi, su cui radica il mio malessere esistenziale.

Lo scrivo consapevolmente per me sola, che la storia di Rebecca s'è smarrita perfino dai meandri della mia memoria e quindi dovrò, con qualche fatica, ripartire dal punto dove tutto è cominciato, così sarebbe una pretesa assurda, da parte mia, immaginare che qualcuno ancora si ricordi di lei.
Eppure io sento di doverla completare, darle un finale e con quello un riposo, perché solo allora, quando l'avrò riportata a casa, riuscirò finalmente a riposare anch'io.

Marilena

domenica 13 agosto 2017

giovedì 10 agosto 2017

Irreversibile Abbraccio

Lui il naufrago. Io la zattera.
Abbracciati.
Insieme ci si salva. Insieme si annega.
La logica del suo amore escludeva la possibilità della deriva.

(Amaranta -link fb)


mercoledì 9 agosto 2017

La stanza di Ludwig (cap 9)

Avrei dovuto gettare la spugna, e così feci dopo altri vani tentativi di rintracciare almeno uno dei protagonisti della vicenda. Ma niente, come fossero stati inghiottiti dal buio. Anche Elsa aveva fatto perdere le sue tracce, col sospetto, da parte mia, che lei continuasse ad indagare in maniera, di sicuro, molto più producente della mia, che mezzi e conoscenze non le mancavano.
Di tanto in tanto incontravo Adelina, ci scambiavamo speranzose sempre le stesse domande e le stesse sconsolate risposte.

- Hai avuto altre visioni?
- No. E lei, ha avuto modo di sentire o vedere qualcuno?
- Niente e nessuno. E l'appartamento, a tutt'oggi, è ancora sfitto.

Ancora, di notte, cercavo di captare attraverso gli scuri sbarrati della finestra di fronte, segnali di  vita, seppur metafisica. Ma nulla più mi giungeva.
...come se l'autore di quell'assurda messinscena, che d'impulso me ne aveva mostrato l'anteprima e poi, sempre con lo stesso impulso, avesse deciso non dovesse più riguardarmi, e così avrei fatto bene a farmene una ragione visto che, dall'altra parte non c'era nessun interlocutore con cui rapportarmi.
...ma il senso d'impotenza, che ne scaturiva, era assolutamente devastante.

Per sfuggire al richiamo ossessivo di quella finestra avrei dovuto cambiare casa, ma le mie magre finanze non mi consentivano di attuare il progetto, che l'affitto esiguo e i pochi doveri condominiali, non mi erano stati proposti in nessun'altro caseggiato.
... avrei dovuto, quindi, far leva solo sulla mia capacità di resistenza per sottrarmi a quella subdola malia, e come Ulisse, per sfuggire al canto delle sirene, s'era turato le orecchie con tappi di cera e incatenato all'albero maestro, io, invece, facendo ricorso a mezzi più moderni, m'immergevo in lunghe letture o cercavo d'interessarmi a qualche programma televisivo, oppure mi procuravo il sonno con l'ausilio dei sonniferi.
...ed erano solo questi, in ultimo, a lenire nel profondo quel mio distruttivo senso d'impotenza, facendomi precipitare nel salvifico, solitario buio, dell'incoscienza.
...e fu proprio durante l'attesa di una mia full immersion nell'oblio, quando già il sonnifero si accingeva ad espletare il compito per cui era stato assunto, e con solerzia andava spegnendo tutte le lucine nel mio campo visivo per consegnarmi all'oscurità del sonno, che il viso ingordo di Elsa s'impose a riempire lo schermo televisivo.
...in un riflesso opaco, come di vapore, vidi la sua faccia dilatarsi a dismisura nel riquadro della tv eppoi irrimediabilmente frammentarsi in minuscoli, indecifrabili fotogrammi, che mai sarei riuscita a fissare nella memoria.

Al risveglio, dopo essermi impietosamente maledetta per la mia incapacità, della sera prima, ad oppormi al sonno e seguire il talk che ospitava Elsa, che ogni volta che quella donna si palesava di sicuro c'era in ballo una qualche scottante anteprima.
...e stavolta direttamente mi coinvolgeva.

A fatica avevo dominato l'impulso di precipitarmi a casa di Adelina per chiederle se avesse visto il talk in cui era presente Elsa, e di cosa trattava, facendo, però, molta attenzione a mascherare l'impazienza e la curiosità che mi dilaniavano, dal momento che lei nulla sapeva dei miei abboccamenti con la giornalista.
...così mi ero data un aspetto sufficientemente presentabile e già bussavo alla sua porta pregando che fosse in casa e non già dietro a qualche sua effimera commissione.
Mi venne ad aprire, sorpresa ed entusiasta, di quella visita così mattiniera.

- Ho appena fatto il caffè...
- Grazie, lo accetto volentieri.

- Credo che tu sia qui per il programma di ieri. Lo hai visto? C'era quella giornalista, Elsa comediavolofadicognome, vabbè non importa, parlava di Ludvig, del suo ritiro dalle scene e del tentativo di suicidio, provvidenzialmente sventato dalla sua ex moglie. Sventato per modo di dire, che quando lei ha chiamato l'ambulanza lui era già in stato di coma. Irreversibile, a quanto dicono i medici. Un mix di barbiturici e sonniferi, voleva proprio farla finita.

- Non l'ho visto il programma, cioè avevo già preso i sonniferi e mi sono addormentata. Un mancato suicidio o un tentativo di omicidio? Protenderei benissimo, trattandosi di Elizabeth, per la seconda ipotesi
- Vacci piano anche tu con quella roba. I sonniferi sono come i barbiturici e le droghe, a farne troppo uso ti spediscono all'altro mondo. E già questa sarebbe una fortuna che di sicuro rimanere in coma irreversibile,come è accaduto a Ludvig, è ancor peggio.
- E cos'altro ha detto la giornalista?
- Che scriverà un libro su di lui, promettendo rivelazioni inedite e sensazionali, con l'ausilio della  sua ex moglie, per la precisione la seconda, c'era anche lei in studio, una biondina stralunata, devo confessarti che mi ha fatto pena. Rispondeva solo con un si o con un no alle domande che la conduttrice poneva. Sembrava non fosse in grado di formulare risposte più articolate. Mi ha dato l'idea di una drogata, o di una fortemente depressa, così  al suo posto rispondeva quasi sempre la giornalista. Perché poi avrà portato quella povera creatura in televisione? Lei e Ludvig avevano avuto un figlio che è morto dopo pochi mesi, di una di quelle morti misteriose dei bambini. Ha detto la giornalista che scriveranno un libro a quattro mani...ma che libro vuole scrivere con una così?
- Inventerà. Potrà dire tutto quello che vuole e senza contraddittorio. A chi davvero importerà indagare sulla verità dei fatti, se la menzogna sarà così intelligentemente congegnata da sembrare più vera del vero? Magari Ludvig è colpevole di omicidio, e nessuno lo saprà mai. Ma dovrà espiare, invece, per peccati mai commessi e, forse, più abominevoli di quell'unico.
- E noi cosa possiamo fare?
- Nulla, Adelina. La nostra versione dei fatti, straordinariamente fantastica ma vera, non sarà mai creduta da nessuno: non abbiamo prove né testimonianze, così le mie visioni, e le tue asserzioni, non sarebbero ritenute attendibili da nessun giudice. Abbiamo le mani legate. Rassegnamoci.
- Potremmo rivolgerci a quella giornalista, raccontare a lei tutta la storia, magari lei ci crede
- Se al diavolo racconti la verità quello per dispetto la tramuta in bugia, perché l'unica verità conclamata deve essere sempre la sua. Esattamente lo stile di quella giornalista.
- Ne parli come se la conoscessi
- Forse perché recentemente ne ho conosciuta una che le somiglia davvero tanto.

La salutai con un'amichevole pacca sulle spalle, e poi mesta e sconfitta, ma al contempo sentendomi stranamente libera, me ne tornai a casa.

La storia è questa.
E i protagonisti pure.
Tirate voi le somme, o se vi aggrada, imbastite una morale
Ma io, in questo finale, non salvo nessuno
Neppure me stessa.

mercoledì 2 agosto 2017

La stanza di Ludwig (cap 8)

...incontro che non avvenne mai.
Attesi Elizabeth, nel luogo convenuto, tutto il pomeriggio fino alle prime ombre della sera, ma di lei nessuna traccia.
Avvilita e preoccupata chiesi spiegazione ad Elsa, ma le disse di non avere alcuna spiegazione al riguardo.

Avrà fiutato la trappola
Fu il suo breve commento.

Sta di fatto, però, che una parte di me era pur contenta che l'incontro non si fosse realizzato in base ai presupposti stabiliti da Elsa, che mi avrebbero resa complice dei suoi diabolici piani.
...oppure, era stata Elsa stessa, a far fallire il tutto, perseguendo un suo piano, privato e segreto, che mi escludeva, ritenendomi, probabilmente a ragione, non all'altezza dei suoi macchiavellismi.
Troppo onesta. Troppo ingenua. Troppo emotiva. Questi, ai suoi occhi, i miei difetti.
...seppur determinata ad andare fino in fondo

Ma la determinazione, da sola, non sempre basta, non sempre regge, alla prova dei fatti, con chi ha basato la sua ragione di vita sull'inganno e il raggiro, e forse il ricatto.
...e questo mio ragionamento non riguardava Elsa, ma Elizabeth.
Perché la bellissima bruna dagli occhi viola, la terza moglie di Ludwig era, al pari della giornalista, maestra di mistificazioni e sotterfugi, illusioni ed insidie: una intelligenza fine, votata al male.
Ed anche Anais, la presunta vittima, apparteneva alla loro stessa  malvagia genia?
...non dimentichiamoci che, per far valere le sue ragioni, era andata da Ludwig armata di coltello

Elsa, all'interno del suo racconto, l'aveva però menzionata solo riguardo alla specifica del suo ruolo d'amante, e di socia, di Elizabeth.
Forse perché la riteneva un'attrice secondaria, la spalla di Elizabeth, per intenderci, o semplicemente perché non possedeva informazioni al suo riguardo?

Anche la finestra della stanza di Ludwig era diventata un punto buio nella notte: cieca e muta, aveva cessato il suo racconto.
...vana, la mia attesa, della rivelazione della verità su quel segreto di sangue celato dagli scuri serrati.

Sentinella della notte, trascorrevo le mie ore ad indagare, paziente e passiva, l'oscurità, d'improvviso irrimediabilmente impenetrabile, interrogandomi sul fine per cui ero stata prescelta io, unica spettatrice a poter spiare il sipario dietro cui s'era consumato un dramma, privata, però, della possibilità d'intervenire.

Denunciare Ludwig per omicidio? Ma non avevo nessuna prova che fosse realmente accaduto, e soprattutto non era stato rinvenuto nessun cadavere
Denunciare la sparizione di Anais? Non c'era tra noi nessun legame di parentela, o di amicizia, che mi autorizzasse a muovermi in tal senso, oltretutto, se mi fosse stata richiesta, non sarei stata neppure in grado di fare una sua descrizione fisica. Conoscevo il suo nome, certo, ma questo non sarebbe stato sufficiente a mettere in moto la lenta macchina della giustizia.
Denunciare Elizabeth come testimone del delitto? Non avrei potuto in nessun modo motivare quest'accusa solo sulla base delle mie visioni.

Avevo le mani legate: la mia storia era talmente incredibile che nessuno l'avrebbe presa sul serio.
Inutilmente avevo cercato notizie di Ludwig sui giornali o in rete, ma di lui non si parlava affatto.
Provai a ricontattare Elsa per tentare un nuovo aggancio con Elizabeth, ma s'era resa irreperibile, non rispondeva, o si faceva negare, al telefono.
...non mi rimaneva che arrendermi.


giovedì 27 luglio 2017

La stanza di Ludwig (cap 7)

La cronistoria di Elsa perfettamente delineava tutta la vicenda, dandole un senso, con tutte le tessere del mosaico perfettamente incasellate, dove non c'erano spazi vuoti né margini disgiunti.
Una storia dalla trama neppure davvero originale, e ancor di più immiserita dalla narrazione volgare di Elsa che, fedele al suo stile, aveva tradotto la tragedia in commedia, riducendo i personaggi a semplici clichè da dare in pasto alla canea, perennemente affamata, dei suoi lettori.
...a base di questa prospettiva, era una cosa buona che lei se ne fosse tirata fuori, seppure nutrivo il sospetto che fosse rimasta comunque in agguato in attesa di una mia mossa che le desse l'avvio per la sua micidiale zampata.
Elsa era quel tipo di persona che scende in campo a giocare sporco solo dopo aver acquisito la certezza che qualcun'altro si sporcherà più di lei.
... e, in virtù di questa sua etica, bellamente l'aveva fatta franca nell'ultimo scandalo che l'aveva vista prima sedere sul banco degli accusati e poi su quello delle accusatori.

Ma dovevo darle ragione sul fatto che non avevo alcuna prova con cui supportare una mia denuncia, e l'unica cosa che potevo fare era rintracciare Elizabeth e avere con lei un chiarimento.
Con lei, a differenza di Ludwig che, volontariamente o accidentalmente, era da ritenersi responsabile di quell'omicidio, avevo forse una qualche probabilità di venire a capo dell'intera vicenda, facendole presente che la sua reticenza l'avrebbe posta, invece, su un piano di corresponsabilità con l'assassino.
Rintracciare Anais, invece, sarebbe stato molto più difficile, soprattutto se fosse stata lei stessa a volersi rendere irreperibile.
...ma ancor più difficile nel caso fosse, invece, stata uccisa.

Non s'era neppure rivelato facile contattare Elizabeth, sicché ero dovuta ricorrere di nuovo all'aiuto di Elsa perché favorisse i presupposti per un nostro incontro.
...aiuto per il quale m'ero dovuta impegnare a fornirle il dettagliato resoconto della conversazione doverosamente registrata (cosa a cui mai mi sarei sottomessa, ma che, mentendo, le avevo promesso)

Mi sarei presentata ad Elizabeth con le false credenziali di una giovane regista che aveva come suo progetto d'esordio un film sulla vita di Ludwig, e per questo necessitava di testimonianze dirette e riscontrabili, per non incorrere nel rischio di censure o peggio ancora di denunce.
...specificando, per questa collaborazione, la prospettiva di un lauto guadagno sulle royalty a lei spettanti, perché questo film, c'era da scommetterci, avrebbe sbancato il botteghino.
Avrei dovuto essere estremamente convincente e coerente col mio personaggio, che Elizabeth, dal ritratto che ne aveva fatto Elsa, non era di certo una sprovveduta.

Apprensione, impazienza ed emozione: questi gli stati d'animo con cui mi predisponevo ad incontrare la Elizabeth delle mie visioni.

martedì 18 luglio 2017

La stanza di Ludwig (cap 6)

Una mail coincisa, promettente però di uno scoop sensazionale, inviata tramite il suo sito, mi fece entrare in contatto diretto con Elsa, allettata dal poter imbastire uno scandalo su un soggetto inedito, (anzi vergine, come lo aveva definito lei, proiettata già nell'atto della profanazione).
...quella donna metteva i brividi anche a distanza.

La storia, non importa che sia vera, ma deve essere credibile: è su questo assunto che si basa il  giornalismo scandalistico. Logica e fantasia devono riuscire a convivere all'interno di una stesa frase, coerenti e convincenti, altrimenti il castello di carta miseramente crolla, e il costruttore rimane sepolto sotto le macerie.
...ma nessun castello di carta, per quanto architettonicamente azzardato dall'impavida Elsa, le era mai crollato addosso. Morivano gli altri ma lei, miracolosamente, ne usciva illesa (proprio come era accaduto nell'epilogo dell'ultimo scandalo da lei fomentato)
...così per non rimanere impigliata nei suoi artigli, nel tentativo di estorcerle quante più informazioni potevo sulla vita privata di Ludwig, avrei dovuto propinarle una trama talmente astrusa da risultare incredibilmente priva di ogni logica, perfino a lei, regina delle fandonie.
...e quale trama più insensata della verità stessa?

Come era nelle mie previsioni, Elsa, cestinò in toto la mia storia, nonostante io giurassi e spergiurassi sulla sua veridicità, non potendo esibire testimonianze di una qualche, seppur blanda, attendibilità: non c'è materiale sufficiente a costruire le prove.
Costruire le prove!
Non cercarle, quelle prove, ma costruirle!
Evidentemente un lapsus di cui neppure s'era accorta, intenta com'era a scarnificare, ancora vivo, il povero Ludwig, che seppur fosse stato tutto quello che lei andava, con ferocia, elencando, pure gli avrei concesso la mia pietà, tanto erano micidiali, e mirati ad una lenta agonia, i colpi che lei gli andava, senza alcuna misericordia, assestando.

Elsa mi aveva raccontato di  un uomo ambizioso ma privo di un vero talento artistico (avevano frequentato, per un certo periodo, lo stesso Conservatorio, poi lei insofferente alla prospettiva di una ingiusta gavetta, dove s'era vista preferire, al suo indiscusso talento, colleghe meno brave ma più disponibili alle scorciatoie (seppur sono convintissima che quelle medesime scorciatoie, se anche a lei fossero state proposte, non le avrebbe di certo rifiutate) aveva optato per il giornalismo, che le consentiva un più vasto ventaglio di possibilità con cui poter autonomamente accedere in virtù del proprio talento e senza l'intermediazione di un patrocinante. Ludwig, (il cui vero nome è W. V. H. continuerò a chiamarlo così anche se il suo cognome non è poi così difficile da ricordare), invece, aveva appunto dato un'accelerata alla sua carriera, sposando A. K. sorella del celebre direttore d'orchestra J. K., una donna molto più grande d'età ma in grado di favorire la sua carriera. Un matrimonio durato il tempo necessario alla sua conclamazione di enfant prodige del pianoforte e terminato col suicidio della moglie, causato dalla depressione per una grave malattia diagnosticatale, (questa la motivazione ufficiale) ma, in realtà, per colpa di quell'unione infelice. Tradimenti...non ne erano venuti  a galla, seppur di certo ce ne saranno stati, lui era molto giovane e lei già sfiorita, ma la famiglia della suicida non lo aveva incolpato di nulla per evitare ulteriori scandali, e questo gli aveva
 permesso di andare impunemente avanti e consolidare la sua carriera, anzi, la storia del suicidio della sua prima moglie aveva contribuito a creargli l'aureola dell'artista maledetto, e renderlo popolare soprattutto tra le donne di tutte le età e non solo le appassionate di musica classica, che a far la fila per un suo autografo c'erano anche le rocker. Cosa ci trovassero in lui è un mistero, visto che aveva un carattere ruvido, molto umorale, per cui facilmente disertava perfino le feste organizzate in suo onore. Un' asociale e della peggior specie, di quelli a cui nonostante i modi sgarbati viene permesso, e perdonato, tutto, in nome di quel genio che neppure possiede. Che a sentir bene, il grande Maestro di stecche ne aveva prese, anche se pubblico e critica, succubi del mito, nella foga dei battimano parevano non accorgersene. Si era sposato una seconda volta con una ballerina dell'Opera di Parigi, D. M.  molto bella e talentuosa, (ma io che l'ho conosciuta di persona ho visto solo una biondina acerba, incolore, una ragazzetta qualunque che amava vestire di celeste) stavolta più giovane di lui e che gli aveva dato un figlio, vissuto, però, solo pochi mesi. Si era  parlato di morte in culla, e lei era in una forte depressione da cui non s'era più ripresa, decretando la fine di quella sua brillante carriera di ballerina. In realtà anche di lui, in quel periodo, e anche dopo, per tantissimo tempo, si sono perse le tracce, dando adito ad un suo avvenuto  ritiro dalla musica, ma poi eccolo, invece, intraprendere una lunga tournee nei paesi asiatici (abbastanza deludente, però, stavolta anche secondo la critica e gli addetti ai lavori). Ora, alla luce del tuo racconto, mi chiedo: che fine ha fatto la sua seconda moglie? Dovrò indagare a tal proposito, anche se è scontato che quelle come lei finiscono in convento o si suicidano. E arriviamo alla terza,  E. B. quella che tu chiami Elizabeth ( il cui nome, per caso, è proprio quello), l'avventuriera materializzatasi dal nulla, bellissima ma non più giovane e con la necessità, quindi, di assicurarsi con un matrimonio conveniente, un  benessere per gli anni della vecchiaia. Quando si sono sposati la stella di Ludwig aveva già iniziato ad offuscarsi e la sua mediocrità di pianista diventava sempre più evidente, ma aveva comunque accumulato  un sostanzioso patrimonio col quale benissimo avrebbe potuto campare di rendita. Perché l'abbia sposata rimane un mistero visto che al nostro artista piacevano le donne timide, quelle obbedienti, le sottomesse, insomma, come erano state le sue prime due mogli, perché con loro gli riusciva di mascherare la sua latente impotenza.  Elizabeth, invece, era una dominatrice, era lei a dettare le regole, imponendogli perfino la convivenza con la sua amante storica, una spagnola, sua  socia in affari e compagna di letto. Elizabeth era un osso duro, non si sarebbe suicidata né fatta suora, quindi, per liberarsene, gli  rimanevano due opzioni: l'uxoricidio o il divorzio.
...divorzio che, nonostante gli accordi prematrimoniali, l'aveva  ridotto sul lastrico.

mercoledì 12 luglio 2017

La stanza di Ludwig (cap 5)

Quali ruoli rivestivano i tre attori protagonisti di quel film a episodi ?
Interpretavano una parte o se stessi?
Storia reale o fantasia?

Attendevo alla finestra, speranzosa ed impaziente, la proiezione di altri spezzoni di quel thriller muto, aspettando comodamente seduta in poltrona, che il regista, nella scena finale, fornisse la soluzione dell'enigma.
...o forse non ci sarebbero state più proiezioni perché la scena finale era già andata in onda, quella in cui Anais muore pugnalata dalla lama del suo coltello.
Ma era stata una ferita mortale quella che lei stessa s'era inferta cadendo sulla lama impugnata da Ludwig, o era stata solo la mia frettolosa supposizione a decretarlo?
...perché la scena, magistralmente, s'interrompeva su quella caduta accidentale.
 Stando a questo parziale scenario, la morte di Anais sarebbe stata solo un incidente, omicidio colposo, per dirlo in termini di legge, che alleggeriva Ludwig dalla volontarietà del fatto e non lo bollava col marchio infamante dell'assassino intenzionale.
Ma, come ho già ribadito, la scena s'era interrotta su quella caduta, cosa era avvenuto dopo?
Potevo solo fare congetture:
1) Anais, solo ferita, era caduta a terra, per rialzarsi e andar via
2) Anais, solo ferita, era caduta a terra dove Ludwig l'aveva poi uccisa.
3) Anais, mortalmente ferita, era caduta a terra, dove era spirata.

Un finale aperto, dunque, dove benissimo, nella seconda e terza ipotesi, s'andava incasellando anche l'affermazione di Adelina, pronta a giurare che la donna non era mai più uscita dalla casa.
 Nella sciagurata ipotesi dell'omicidio, colposo o doloso che fosse, dov'era finito il cadavere?
....molto più probabile, invece, che la donna, seppur ferita, avesse lasciato l'appartamento sulle sue proprie gambe, eclissandosi nel buio.

Per saperne di più sarei dovuta tornare indietro di qualche fotogramma, laddove Elizabeth, inciampando, guarda a terra, e con un moto d'orrore si porta le mani alla bocca a reprimere un grido.
Sul pavimento c'era il corpo di Anais o solo il suo sangue?

Il fermo immagine di Elizabeth con le mani premute sulla bocca, mi si era inchiodato nella mente, ma era davvero poco per stabilire la realtà dei fatti e optare per una delle due, parimenti, plausibili ipotesi.

Elizabeth...forse saperne di più su di lei avrebbe contribuito a far luce su questa storia che, perdonate l'ironia, andava in onda col buio.
D'altronde, lei e Ludwig erano, differenza di Anais, evanescente e provvisoria, carnalmente reali.
...e di questo mio proposito d'indagine non ne avrei fatto parola nemmeno con Adelina.

Il primo passo sarebbe stato documentarmi su Internet riguardo la vita, privata e pubblica, di Ludwig. Con un po di fortuna avrei stabilito la sua correlazione con Elizabeth (c'erano troppi forse in questa storia dove procedevo per congetture quando, invece, necessitavo di dati verificabili e circostanziati).
Il primo enigma da sciogliere sarebbe stato quello di risalire al vero nome e cognome di Ludwig, così difficili da pronunciare e memorizzare, il motivo per cui era stato soprannominato il Maestro.
...erano state rimosse anche le etichette dal suo citofono e dalla cassetta della posta.
Senza un nome di riferimento non avrei cavato nulla da Internet, ma piuttosto, come i detective del secolo scorso, avrei dovuto far ricorso ad un informatore.
...informatrice, per la verità, la migliore sulla piazza, una donna dai mille mestieri, giornalista, pianista e animatrice di feste, allo stato odierno ideatrice di bufale per un sito internet, che grazie a lei stava scoprendo l'età dell'oro.
Una donna che sul pettegolezzo e la maldicenza aveva costruito le sue fortune e le sue sfortune.

Elsa, (così chiamerò la mia informatrice, per via delle tante rilevanti attinenze con la più celebre Elsa Maxwell, la penna corrosiva e denigratrice del giornalismo gossip targato USA, tra gli anni ruggenti e la grande depressione), uscita miracolosamente indenne, e con la fedina penale pulita, da una torbida vicenda di politici e prostitute minorenni, che l'aveva vista protagonista dapprima come coimputata eppoi come testimone d'accusa.

...così erano cadute tutte le altre teste, ma non la sua, che fieramente ostentava su quel suo collo grassoccio ed ingordo, come prova inconfutabile d'innocenza.
Innocenza a cui nessuno aveva mai creduto, ma che nessuno avrebbe più osato mettere in dubbio.


mercoledì 5 luglio 2017

La stanza di Ludwig (cap 4)

Il racconto di Adelina, articolato su fatti reali e congetture, non mancava, però, di una sua logica, anche se, a tratti, in balia di una fantasia febbrile, esasperata dalle estenuanti veglie a spiare il mondo dal buco della serratura o dai vetri della finestra.
...due donne, le sue uniche visitatrici: la bruna con gli occhi viola, ed una di corporatura più esile, anche lei mora, capelli lisci cortissimi, lo sguardo ardente e una lingua tagliente, una spagnola (la nazionalità rivelata dall'accento), che indossava un completo severo, dal taglio maschile, cosicché al primo impatto l'aveva scambiata per un uomo.
La spagnola era in stato evidente di esaltazione. Una furia esplosa all'interno della casa
... l'ha vista entrare ma non più uscire.

 L'ombra pugnalata era, dunque, quella della spagnola: il racconto di Adelina tragicamente combaciava con quello della mia visione.

- Come fa ad esser certa che non sia uscita? Magari non l'ha vista -
- No, non è uscita. Il lampione proietta una luce vivida su tutto il cortile, e il portone, quando lo si apre o lo si chiude, cigola, seppur sommessamente, ma le mie orecchie, a causa dell'insonnia, sono diventate sensibili ai rumori anche minimi. La donna non è uscita da quell'appartamento, ci metto la mano sul fuoco -
- Nessun altro, oltre lei, li ha sentiti bisticciare? -
- Come faccio a saperlo? Io testimonio per quello che ho personalmente visto e sentito. Ma non ho prove, e senza di quelle non si va da nessuna parte -
- Prove... di cosa?-
- Dell' omicidio -
- Omicidio! Questa è una supposizione grave e, mi lasci dire, molto azzardata -
- E allora che fine ha fatto la ragazza? Dopo il litigio, di cui poco ho capito perché la ragazza urlava in spagnolo e lui, il Maestro, le rispondeva con altrettanta veemenza in tedesco, o in una lingua simile, è subentrato un silenzio di tomba. Proprio così: di tomba. E lei non è più uscita dalla casa -
- Sono solo supposizioni, le sue, Adelina, ne deve convenire con me. Non si può accusare nessuno di un reato così grave senza esibire alcuna prova -
- Oh certo che lo so, le mie supposizioni sono come le tue visioni: farneticazioni. La giustizia necessita d'impronte digitali e macabri reperti per mettersi in moto, e così tanti criminali la fanno franca e se la ridono. Piuttosto, tu non hai visto più nulla accadere in quella stanza? -
- No, non ho visto più nulla -

... le avevo mentito a fin di bene, che se le avessi raccontato la mia ultima visione, che in definitiva avvalorava tutta la sua storia, avrei contribuito ad esacerbare quella sua morbosa, seppur lucida emotività, che avevo intuito, dal tono acuto della voce e da un esasperato gesticolare, imbrigliata, a stento, in un precario autocontrollo.
Ci salutammo come due cospiratrici, consapevoli, però, che di quel nostro briefing erano già al corrente tutti gli altri condomini.

La descrizione fisica e l'irruenza caratteriale e quella sottile ambiguità di fondo della misteriosa spagnola, m'avevano ispirato il nome di Anais, che per queste sue caratteristiche l'avevo da subito configurata con la celebre scrittrice di romanzi erotici  Anais Nin.
...e così ne avevo disegnato, nella mia fantasia, un ritratto suggestivo: piccola di statura, esile, capelli corti corvini, sguardo enigmatico, vestita con un tailleur pantalone di foggia maschile. Una di quelle donne solo all'apparenza fragile, ma con all'interno il potenziale distruttivo di una santabarbara.

Necessitava stabilire una correlazione reale tra gli evanescenti personaggi, Ludwig, Elizabeth e Anais, protagonisti di un film muto e di cui solo io conoscevo il finale.


giovedì 29 giugno 2017

La stanza di Ludwig (cap 3)

La mia aggressiva irruzione di quella notte mi aveva recato un'inaspettata, quanto bislacca,  popolarità, cosicché quando attraversavo il cortile, o m' affacciavo alla finestra, c'era sempre qualcuno che, a gran voce, mi chiedesse cosa stessi vedendo.
Imbarazzata, affrettavo il passo fingendo di non aver sentito, o mi ritraevo dalla finestra, arrabbiata con me stessa al ricordo della  mia sconcertante performance di quella sera, che m'aveva tolto, agli occhi del vicinato, di ogni credibilità.
Così decisi che mi sarei affacciata solo di notte, quando il resto del mondo dormiva e la stanza di fronte magicamente, solo per me, s'animava.
...seppur dovetti aspettare molto tempo prima che accadesse di nuovo.

Quella sera un vento di burrasca muoveva le tende e faceva tintinnare le gocce del lampadario barocco; un vento teso a spazzar via le ombre del buio e render nitide quelle dei due uomini avvinghiati in una lotta silenziosa.
Individuai, dal bianco dei capelli, l'uno essere Ludwig, dell'altro, invece, non emergevano particolari identificativi, ma sembrava, tra i due, fosse quello più in difficoltà, quello che subiva la predominanza fisica dell'avversario.
...ed ecco, d'un tratto, nelle sue mani, materializzarsi un coltello che nell'enfasi della lotta, gli sfuggì dalla presa, finendo a terra, dove Ludwig fu lesto a raccoglierlo, per poi con quello assediarlo.
 Lo sconosciuto, smarrito e maldestro, incespicò  nella sua stessa ombra e cadde sulla lama,  impugnata dall'avversario a stabilire la distanza.
...cadde a terra, sgomitando il buio, scoordinato come una marionetta a cui sono stati recisi i fili.
Senza più rialzarsi.

Questa volta non agii impulsivamente, non corsi a batter alla porta di Ludwig,  ma piuttosto mi sforzai di far leva sulla razionalità.
Dunque, ciò che accadeva in quella stanza non avveniva in tempo reale ma era una proiezione di atti compiuti nel passato che, non so per quale ragione, me ne era concessa una privata visione.
Ma per dare un senso alla sequenza di quegli eventi, che scorrevano a ritroso (così m'era sembrato di capire che la scena, intravista per la prima volta dalla mia finestra, in realtà fosse l'atto finale) avrei dovuto scoprire l'identità della vittima, della quale, però, non avevo alcun indizio da cui partire.
...interrogare il vicinato, in maniera assolutamente discreta, rimaneva l'unica strategia a cui potessi far ricorso, che consultare i giornali sarebbe stato del tutto inutile poiché di quel misterioso delitto neppure i mass media dovevano saperne nulla.

...e alla prima buona occasione realizzai l'approccio proprio con la vicina di casa di Ludwig, intercettata mentre attraversava il cortile, appesantita da un paio d'ingombranti sporte e impacciata da un grosso ombrello da uomo in cui, a tratti, rischiava d'incespicare.
Finsi di scendere in cortile a raccogliere un tovagliolo cadutomi dalla finestra, eppoi come per caso voltarmi e veder lei col suo pesante fardello, andarle incontro offrendole il mio aiuto, che subito accettò, grata, impartendomi benedizioni e ringraziamenti, fin sulla soglia di casa, dove m'invitò ad entrare per un caffè.
...che io, di buon grado, accettai.

Per un pezzo parlammo del più e del meno, poi, inaspettatamente, fu lei stessa ad imboccare l'argomento Ludwig.
Si vedeva che aveva voglia, ma forse più esatto dire, necessità di parlare, di sgravarsi di un peso che, al pari di quello delle sporte, le urgeva dividere con qualcuno.
...e quale pubblico più attento di me, la ragazza delle visioni, avrebbe ascoltato la sua storia?

Così, io ed Adelina (anche questo un nome di fantasia, ispirato dalla fragilità, fisica ed emotiva, identificativa della vicina di Ludwig, altrimenti una donna senza una storia personale ma con la propensione a vivere quella degli altri, per cui, io stessa, avrei dovuto usare molto cautela per preservarmi da sue probabili invadenze future, come mi aveva fatto presagire quel suo fulmineo passaggio dal "lei" al "tu"), sedute in salotto, con davanti un bricco di caffè fumante e un vassoio di biscotti stantii, avanzo di compleanni mai festeggiati, ci apprestavamo ad officiare al rito della confessione dei peccati altrui: lei la penitente ed io il confessore.

domenica 25 giugno 2017

La stanza di Ludwig (cap 2)

...l'attimo successivo, bussavo trafelata alla porta di quell'appartamento.
Ho picchiato fino a sbucciarmi le nocche delle dita, ma nessuno mi ha aperto.
In compenso, però, si sono spalancate le porte degli altri condomini, qualcuno in pigiama tirato giù dal letto, una donna con un neonato attaccato al seno, un tizio seminudo, a malapena coperto da un' asciugamano, scaraventatosi fuori dalla doccia.
Ne è conseguito un gran bailamme, che tutti volevano sapere cosa stesse succedendo e perché m'accanissi con tanto furore contro la porta di quell'appartamento vuoto.

- Non è affatto vuoto, c'è una donna che ha bisogno d'aiuto. L'ho vista dalla mia finestra -  M'affannavo a spiegare
- Non c'è nessuno in quella casa, e se lo dico io potete starne certa, l'affittuario, il Maestro, mi ha riconsegnato le chiavi qualche settimana fa - Tagliò corto il portiere, che nel frattempo era sopraggiunto
- Ma io l'ho vista, vi dico. Così come qualche giorno fa vidi un uomo. E aveva un coltello - Ribattei testarda
- La verifica è facile, basta prender le chiavi ed entrare - Suggerì, pragmatico, l'uomo seminudo

Già già, verissimo, si può controllare, siate gentile andate a prendere le chiavi così la ragazza si tranquillizza e smette di fare baccano, e noi riprendiamo le nostre faccende.
Spronato dalla piccola folla, il portiere si risolse ad andare a prendere le chiavi in guardiola.

Com'era questa donna?
Cosa faceva?
Perché dici che era in pericolo?

Raccontai quello che avevo visto, in realtà poco e molto confuso, ma che generò svariate congetture.
La signora della porta accanto si ricordò di aver visto una donna uscire da quell'appartamento, e di aver suscitato la sua curiosità perché il Maestro, che godeva fama di misantropo, non riceveva mai visite.
...una donna bellissima, capelli bruni e occhi viola, proprio come quelli dell'attrice, la Elizabeth Taylor. Bella come lei...ma anche più bella.

Forse era la favolosa bruna che altri inquilini avevano notato e di cui s'era ironizzato poter essere una ex moglie, appartenente alla categoria delle sanguisughe.
Nel frattempo era ritornato il portiere con le chiavi e il chiacchiericcio, di botto, aveva lasciato il posto a un silenzio di tomba, quando, con qualche circospezione, aveva varcato la soglia e acceso la luce.
...una breve ispezione in tutte le stanze e poi il responso finale, scandito con enfasi vittoriosa: l'appartamento è vuoto!

Allora siamo entrati in massa a verificare, più per la curiosità di profanare un luogo proibito che per mettere in discussione la parola del portiere.
L'appartamento non solo era vuoto ma non c'era nemmeno il pianoforte né il monumentale lampadario, e le finestre erano sigillate dagli scuri sbarrati.

- Bene, signori, ora che abbiamo verificato che l'appartamento è vuoto, come io avevo detto, possiamo tornarcene a casa -
Andava suggerendo, beffardo e impaziente, il portiere
...ma io sentivo che tutti erano rimasti delusi e che avevano sperato fino all'ultimo in quel colpo di scena che avrebbe movimentato, sia pur per un breve momento, la banalità delle loro vite, ponendoli sotto gli occhi dei riflettori, spettatori e testimoni di un dramma che aveva tutti gli ingredienti di espandersi in leggenda, mentre ora si rifacevano, con battute ironicamente pungenti, su quella mia ingiustificata apprensione che li aveva tutti coinvolti a vuoto, e seppur le mie scuse fossero state benevolmente accolte, non mi vennero risparmiati commenti del tipo: certi cibi è meglio evitarli la sera, sono indigesti; un'insonnia troppo prolungata genera questo tipo di visioni; le droghe sono la rovina del mondo; colpa dello stress e dei ritmi della vita moderna
...e via di questo passo.

Ma io, Elizabeth, l'avevo vista!

venerdì 23 giugno 2017

La stanza di Ludwig (cap 1)

Non importa l'anno, la stagione e la città in cui si svolge questa storia, che alla fine sono solo dettagli che nulla aggiungerebbero alla trama, così come non hanno importanza neppure i nomi dei protagonisti, (da me ribattezzati con nomi di fantasia) se non fosse per via dell'esigenza immediata del riconoscimento, che non potevo certo scrivere lei lui l'altro, in un modo approssimativo, che avrebbe ingenerato confusione.
Così ho scelto i nomi in base alle peculiarità personali, quelle che a me parevano identificative del carattere e  della propensione.

...quella sera ero a caccia di stelle, impresa possibile solo ad una sognatrice, visto che il mio affaccio confluisce nella finestra della casa di fronte, e il passaggio che alla vista si dispiega non è quello misterioso della via lattea, ma di una tappezzeria presuntuosa, un lampadario monumentale, e un pianoforte con sgabello.
Stanza che, fino a quella sera, avevo immaginato disabitata, con le tende spalancate ma mai nessuno all'interno, e invece, con mio grande stupore, nell'interno buio s'è profilata la silhouette di un uomo seduto al pianoforte, le mani in grembo e la testa (una testa possente dai capelli bianchissimi) reclinata sul petto, come stesse dormendo o congetturando.
Dopo un lungo tempo l'uomo si è scosso, ha sfiorato con le mani i tasti, si è alzato ed è uscito dalla stanza.

 Cercavo le stelle ed ho trovato un pianeta.
Un mondo abitato laddove immaginavo un deserto.
Questo ho pensato quando la stanza è tornata di nuovo vuota.
Paziente, ho atteso ancora alla finestra un nuovo ingresso dell'uomo, ma non è accaduto.
Così le sere successive.
E già perdevo interesse alla storia, quando di nuovo si è replicata la stessa coreografia, ma più nitida, cosicché ho capito che l'uomo seduto con la testa reclinata sul petto, non stava affatto dormendo né congetturando, ma fissava un coltello che gli giaceva in grembo. Poi si è alzato, ha  sfiorato i tasti con una carezza sporca di sangue, ed è scomparso oltre la soglia buia.

Mi sono affannata a raccimolar notizie al riguardo del mio misterioso dirimpettaio, ma a quanto pare nessuno lo conosceva e pochi lo avevano visto. Il Maestro (così, con ironia e diffidenza, l'avevano appellato per via del nome difficile e straniero. ) in quell'appartamento non ci abitava in pianta stabile, poiché spesso era in tournée. Nessuna confidenza, non rispondeva neppure ai saluti, forse era sordo o solo arrogante, con la spocchia dei ricchi seppur ricco non doveva essere se abitava in una di  queste nostre topaie, Forse portato sul lastrico da un divorzio sfavorevole, una ex moglie che lo aveva dissanguato, magari la bruna favolosa, una donna di gran classe, che una volta era giunta fin qui a cercarlo.

Di Ludwig, (così chiamerò d'ora in poi il Maestro, per le vere, o presunte, attinenze con Beethoven) quindi, poco o nulla si conosceva, ed io non avevo di certo le credenziali per irrompere nella sua vita ad indagare. Così mi sarei dovuta accontentare dei fotogrammi proiettati all'interno di quella stanza.
Pazientemente mi sarei predisposta all'attesa della visione privata del prossimo spezzone di pellicola.

...e non ho dovuto aspettar molto che gli intervalli, tra un tempo e l'altro, erano diventati sempre più brevi, come se il regista, accortosi di me, unica ma attenta spettatrice, accelerasse i tempi del racconto affinché non mi distraessi e perdessi interesse alla trama. ed ecco, con un colpo di scena, nella stanza buia ha materializzato l'ombra sottile di una donna, della quale nitidamente intravedevo la schiena nuda, le braccia, le spalle, il collo, e una porzione di viso, che l'altro lato era nascosto dalla cascata scura dei capelli. La donna, che immaginavo bellissima ed elegante, camminava spedita verso il pianoforte ma poi è incespicata. Ha perso l'equilibrio ed è caduta. Si è rialzata, infine, con le mani premute sulla bocca a reprimere un grido