Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

martedì 21 novembre 2017

Isabel, scrittrice per amore (cap 2)


LUI
Dopo qualche settimana mi giunse uno spettacolare bouquet di rose screziate, accompagnate da un bigliettino: Grazie, Isabel  per aver quel giorno scongiurato la terza guerra mondiale.
Rose screziate, le mie preferite: un semplice caso, oppure, molto più probabilmente, s'era edotto sui miei gusti floreali?
Mi era già accaduto altre volte di ricevere ringraziamenti postumi per il mio lavoro, per cui questo rientrava nella norma, così come che i clienti soddisfatti consigliassero la mia agenzia a parenti ed amici in procinto di sposarsi, per cui quando lui mi contattò per prendere appuntamento per un suo amico intenzionato al grande passo, io non ci trovai nulla di strano.
Ma strano trovai che ad accompagnare il suo amico, invece della futura sposa, fosse lui.
Ad ogni modo, io e il  mio nuovo cliente, facilmente ci accordammo sulle linee guida della cerimonia, fissando un secondo appuntamento per definire i dettagli, questa volta insieme alla sposa.

Le andrebbe un caffè, Isabel?
Eravamo rimasti soli, che l'altro, dovendo prendere un aereo, s'era già congedato.

- Come sta la sposina? E la gravidanza, procede bene?
- A meraviglia, se non fosse per la sciagura di dover prender chili e della necessità conseguente di ritornare al peso forma, dell'allattamento che rovina il seno e delle odiose smagliature che deturpano la pelle, per cui è già stato provveduto ad una nutrizionista, un personal trainer e una baby sitter.
- E' ancora così giovane, le dia tempo
- E' semplicemente molto viziata e molto infantile. Non crescerà mai.
- Non è una buona previsione questa sua. L'aiuti lei a maturare
- E' sempre così ottimista, Isabel?
- E allora perché l'ha sposata?
- Non ho avuto alternative.
- C'è sempre un'alternativa
- Visto che avevo ragione? Lei è un'ottimista e della specie peggiore, quella degli inguaribili.
...e su questa sua verità incontrovertibile scoppiamo entrambi a ridere.

Iniziò così uno scambio serale di messaggi, piccoli incisi sull'andamento della giornata correlati da brevi riflessioni personali. Niente di intimo, ma quello scambio di pensieri era diventato un piacevole appuntamento, così quando per un paio di sere consecutive non avvenne, constatai, con una qualche,
inquietudine, quanto per me fossero diventati, invece, indispensabili, e quando la terza sera sul mio cellulare si materializzò il suo messaggio, mi sono innamorato di te, risposi, anch'io.

NOI
E fu amore, passionale, travolgente, esclusivo.
Ogni momento libero era finalizzato allo stare insieme, e per questo iniziammo ad inventare pretesti e bugie e alibi, e a costruire una sorta di vita, segreta e parallela, a quella pubblica.
Avevamo comprato una piccola casa in riva a un lago, in un posto sperduto per evitare incontri inopportuni, dove trascorrevamo le giornate senza neppure mai uscire, appagati solo di poter stare insieme, gelosi di quella nostra meravigliosa solitudine, e del racconto intimo che da essa scaturiva.
Ma per essere felice dovevo costringermi ad ignorare la montagna di bugie su cui poggiava la nostra relazione, quel costante dover vivere nell'ombra per poter essere vicini al sole, in quella concertata finzione esistenziale dove pure, in caso di necessità, era contemplata l'abiura.
Niente a che vedere con il limpido, onesto, vittorioso amore dei miei genitori, felicemente esplicitato alla luce del sole ad onta di ogni meschinità intellettuale e societaria.
Loro non avevano mai avuto bisogno di ritrovarsi per ricostruirsi in una vita parallela, perché mai si erano persi né allontanati da quella loro reale, che di certo non contemplava, neppure in caso estremo, il ripudio.

Eppure le poche, isolate persone, con le quali ci capitò di rapportarci nel nostro status di coppia clandestina, ci percepivano perfetti e indivisibili, che la nostra somiglianza fisica contribuiva a supportare l'idea di una più intima somiglianza spirituale.
E lo era, oh si, lo era, senza ombra di dubbio, all'inizio così è stato: presagire desideri, necessità, aspettative, accadeva sovente a livello telepatico, tanto eravamo in sintonia, così profondamente compenetrati che niente di mio era ignoto a lui, e viceversa.
Presagivo la sua chiamata l'attimo precedente lo squillo del telefono, anticipavo la disdetta di un nostro appuntamento ancor prima che me lo comunicasse, così come preconizzavo la gioia di un suo arrivo non annunciato.

Ero talmente piena della certezza di quell'amore che non ho mai provato gelosia nei confronti di sua moglie, che mai a tal riguardo gli ho fatto una scenata, né tenuto il broncio, seppur come talvolta capitava accadesse di non poterci vedere per un motivo a lei contingente.
Lei, era la sua vita di facciata.
Io, quella vera.
Per cui, su quella sua vita di facciata, non facevo domande né pressioni: mi bastava averlo nel modo in cui lo avevo. Nel modo appassionato in cui mi desiderava. E la certezza che solo con me così  potesse essere.

Follemente innamorata, respingevo la tentazione delle lacrime e quella dei rimproveri, che pure m'assalivano nei momenti di solitudine, immaginando che per lui, sposato e presto padre, fosse molto più difficile che per me gestire quella nostra storia clandestina, e ancor di più lo sarebbe stato se l'avessi condita con le mie lagnanze.
In realtà avevo paura di perderlo, e questa la vera ragione del mio silenzio supino, di tutti i miei "non ti preoccupare" anestetico alle sue ansie, ma non alle mie.

VERSO L'AUTODISTRUZIONE
Un uomo che ti costringe a vivere nell'ombra non è davvero innamorato, almeno non così tanto da desiderare di riscattare, per te, il sole.
Mi diceva mio padre, carezzandomi i capelli e asciugandomi con la mano quelle mie lacrime che non sgorgavano, ma che lui vedeva.

Pragmatico, invece, l'avvertimento di mia madre: non si va lontani, Isabel, se le ruote non convergono nella stessa direzione, prima o poi sarai costretta ad una sosta forzata e consapevolmente dovrai decidere se equilibrare i pneumatici e proseguire il viaggio, oppure accettare la piazzola d'emergenza, in cui ti sei fermata, come il tuo approdo finale.

Più si avvicinava il tempo del parto più diradavano i nostri incontri: inevitabile che così fosse, e il fitto scambio di messaggi serali non colmava il vuoto fisico e il senso di distanza.
Quel vuoto dove io sempre più rimpicciolivo e ingigantiva, solida e consistente, quella che fino ad allora avevo considerato la sua vita di facciata.
Così, per la prima volta dall'inizio della nostra relazione, presi ad immaginare, animandoli, quegli intimi scenari di vita famigliare che fino a quel momento m'ero costretta ad ignorare.
Fu per me devastante.
Iniziai, allora, un silenzioso pedinamento, di cui profondamente mi vergognavo come di un gesto meschino, che insozzava me prima ancora che lui.
Mi ero convinta di dovermi sporcare fin dentro l'anima se volevo uscirne purificata, attraverso l'acquisizione della realtà, da cui avrei tratto quelle motivazioni e quella forza indispensabili alla mia consapevole accettazione della sua altra vita.
Un tentativo, questo mio, per arginare quel rancore che nelle sue sempre più frequenti defezioni, sentivo montarmi dentro come un fiume in piena che mi avrebbe travolto.
Ci avrebbe travolti.

Ma non ci riuscii, e mi lasciai sopraffare dall'emotività.
Presi a rinfacciargli, con voce stridula e meschine insinuazioni, la sua risposta tardiva ad un mio messaggio o ad una mia telefonata; un suo "Isabel, non mi è davvero possibile oggi, raggiungerti" innescava, da parte mia, estenuanti interrogatori a cui all'inizio, con pazienza cercava di controbattere ma che poi, raggiunto l'estremo grado di sopportazione, si limitava a chiudere la comunicazione.
I miei approcci divennero allora minacciosi, feroci, ingiuriosi.
Così non rispondeva più alle mie chiamate al cellulare né al fisso, e allora ripresi più intensamente i miei pedinamenti.
Durante uno di questi mi vide e capì ciò che stavo facendo: mai dimenticherò lo stupore, e poi il disprezzo, nel suo sguardo.
Mi vidi con i suoi occhi, sciatta e disperata, appiattita contro il riparo di un muro, mentre avida lo spiavo per alimentare il mio bisogno quotidiano di rancore: un pane che non sazia ma affama.

Fino a quel momento non m'era importato più nulla, né di me stessa, ridotta ormai ad un'ombra ostile, né del mio lavoro, di cui avevo decretato il fallimento, né dei miei genitori, che inutilmente avevano tentato di arginare, con la ragionevolezza, questa mia follia autodistruttiva.
Fino a quel momento non m'era importato più di niente e di nessuno,  prima di quel suo sguardo, stupito e sprezzante, che aveva misurato, per me, la profondità dell'abisso in cui ero precipitata.

VERSO LA GUARIGIONE
Con le ultime forze residue raccolsi ciò che rimaneva di me, accingendomi ad intraprendere un percorso di guarigione tramite la terapia psichiatrica, che mi ha incentivata, attraverso la scrittura terapeutica, a recuperare il senso di me stessa riconvertendo in parole le mie emozioni, per non farmi inghiottire dal loro peso, e ritrovare, tramite il pensiero scritto, quella chiarezza che avevo smarrito.
Pensieri che hanno trovato eco in tanti altri cuori e rispecchiato altre storie come la mia, che ciò che a noi pare esclusivo poi si rivela storia comune.
Le storie scritte diventano memoria collettiva e condivisa, indelebile.
Chi ha vissuto un'intensa storia d'amore non vuole davvero cancellarla, non del tutto almeno.
Si è indotti, quasi sempre su sollecitazioni esterne, a credere di voler dimenticare, ma questo solo per proteggersi dal giudizio del mondo che quasi sempre rigetta le pur sincere, appassionate motivazioni, alla base di quelle storie d'amore  ritenute sbagliate.
Ma esistono, poi, amori sbagliati?
Non esistono, era  quello che mi andavano svelando i racconti nelle mail che ricevevo in grande numero, tante storie diverse eppure così simili, che ho iniziato a raccontarle per loro, ovviamente col consenso dei protagonisti.
E poi tutte quelle loro storie hanno destato l'interesse di un editore e sono diventate un libro di grande successo, un vademecum, una carta planetaria piena di punti di partenze e nessun punto d'arrivo.

ISABEL, SCRITTRICE PER AMORE
Se nella mia altra vita, con la mia professione di wedding planner, ho contribuito a materializzare il coronamento di tanti sogni d'amore, ora, in questa nuova, mi cimento con le morti e le rinascite, gli inferni e i paradisi, e gli inevitabili purgatori.
E tutto diventa racconto.
 Quel racconto salvifico che aiuta a far luce nel nostro buio interiore.

Ho iniziato a raccontarmi in una lucida autobiografia, correlata ad ogni capitolo da una poesia.
Poesie dedicate a lui, perché non sono ancora guarita da quell'amore, e forse non lo sarò mai del tutto,
 ma sono però riuscita ad epurarlo dai veleni del rancore e da quelli dell'ossessione, riconducendolo sul piano della ragionevolezza, per merito della fredda, salvifica analisi, a cui io, lo confesso, all'inizio del mio percorso ho opposto strenua resistenza, come chi malato da lungo tempo ha terrore della guarigione perché ormai avvezzo a vivere in simbiosi coi sintomi della malattia da cui ha scaturito una sorta di sicurezza, di prevedibilità. Una routine senza la quale si sentirebbe perso.
Estirpando il male avrei anche estirpato la causa che lo aveva generato, ed era a questo che io mi opponevo.Tutta la mia disperazione, ma anche tutto il mio amore, sarebbero stati svuotati del loro solenne senso, ridimensionati nel loro valore, ridotti a semplice parentesi esistenziale: un'abiura.
Ma si può guarire senza doversi rinnegare, nella consapevolezza di se stessi, ritrovando le proprie certezze interiori, quell'orgoglio che ci rende liberi dal giudizio morale del mondo, sia esso di condanna o di assoluzione.
Perché la guarigione non è mai un miracolo, ma una conquista.

Ti amo, ma la cosa non ti riguarda.
Sarà questo il titolo della mia prossima raccolta di poesie, ovviamente dedicata a lui.
L'ultima.
...forse.

venerdì 17 novembre 2017

Isabel, scrittrice per amore (cap 1)




Capita che l'amore faccia male, ma senza quel dolore, per alcuni, la vita non ha senso.
...e per continuare a sentire quel dolore, senza cui non avrei potuto vivere, ho iniziato a scrivere.
(Isabel, scrittrice per amore)

LA PERFEZIONE DI UN'AMORE
Mio padre costruiva aquiloni, mia madre, invece, imbullonava auto, sono cresciuta, così, con la certezza che al mondo tutto fosse possibile per amore, rivoluzionare, modificare, reimpostare, visto che per i miei era stato possibile farlo attraverso questo stravolgimento dei ruoli, che lungi dall'esser metafora era vita reale.
Quando tornavo da scuola c'era mio padre intento ai fornelli a prepararmi il pranzo, che il suo lavoro di costruttore di aquiloni lo svolgeva nella mansarda di casa, per essere più vicino al vento, come amava puntualizzare.
Non saremmo di certo sopravvissuti con la sua effimera arte, a cui sopperiva, invece, mia madre, con il suo lauto stipendio di meccanico specializzato.
Questa situazione, ritenuta anomala perché antitetica agli standard societari, mio padre faceva un non-lavoro e mia madre, invece, un mestiere da uomo, era stata lungamente osteggiata dalle reciproche famiglie, ma poi mia madre era rimasta incinta e sono nata io, evento che forse ha contribuito a ristabilire una seppur illusoria correttezza dei ruoli, anche se durata solo il breve periodo della gravidanza, perché lei poco dopo il parto è tornata a lavorare, affidandomi, per la maggior parte del tempo, alle cure di mio padre.
Lui trascorreva ore a saggiare la velocità del vento per collaudare i suoi meravigliosi aquiloni, e lei, invece, stesa sotto la pancia di un'auto per accertarsi della sua tenuta su strada.
Ad ognuno la propria realizzazione nella certezza della reciproca condivisione: è questo l'amore.

Mio padre e mia madre, così diversi e al primo sguardo incompatibili, insieme erano perfetti, ma non così io e lui, seppure addirittura ci somigliassimo perfino fisicamente, tanto da esser scambiati per parenti, fratelli o cugini, e dare l'idea di possedere non solo lo stesso dna ma anche lo stesso cuore.
E così è stato all'inizio della nostra storia.

Per esigenze di privacy continuerò a chiamarlo "lui" omettendo il suo nome, per rispetto e pudore di quel sentimento che ancora testardamente nutro, e scongiurare una sua, seppur remota identificazione, affinché nessuno possa fargli addebito della mia infelicità.
Sarà questo il mio ultimo atto d'amore.

UNA STORIA SBAGLIATA
Ho respirato amore fin dal primo giorno della mia vita, ed è stato quasi naturale, da adulta, che io diventassi una "wedding planner" pianificatrice di matrimoni, professione che paradossalmente  mi ha catapultata nel mondo del reale, strappandomi all'atmosfera idilliaca nella quale ero cresciuta maturando la distorta convinzione dell'infallibilità dell'amore, e consegnandomi ad una più equilibrata consapevolezza della sua, invece, fragilità, avvallata poi dall'esperienza professionale, che però non è servita a preservarmi dall'infelicità.
Personalmente credo che non sia il sacramento del matrimonio a sancire l'amore, io ho sempre pensato, per quel che mi riguarda, che pur incontrando l'uomo della mia vita non mi sarei mai sposata, o se l'avessi fatto avrei optato per una cerimonia scarna e molto intima, perché conosco troppo bene i retroscena e gli inganni di questa messa in scena per volerla adattare a me stessa, anche se questo non mi depotenzia nel mio entusiasmo professionale, che mi è valso notorietà e clientela.
In quest'ambito ho incontrato tante coppie e conosciuto le loro storie, di alcuni mi sono giunti anche i finali, e non tutti degni dei fasti dell'altare, che l'amore per alcuni è finzione, per altri illusione e per molti un inganno.
Ed è sempre in quest'ambito, e in base a statistiche neppure troppo azzardate, che ho incontrato lui, proprio ad un matrimonio: il suo.
Una storia sbagliata, che mai sarebbe dovuta iniziare, ma quando ci si trova intimamente coinvolti non sempre si riesce lucidamente a riflettere, anche se dio sa quanto ho tentato di farlo.
Matrimonio anticipato e di gran fretta, che la sposa, già al secondo mese di gravidanza, scalpitava, che se fosse aumentata anche di una sola taglia non avrebbe potuto indossare l'abito dei suoi sogni.
Una sposa molto giovane, molto bella, molto ricca, molto prepotente, di quelle abituate ad avere il mondo ai piedi, a non sentirsi mai dire no, ma alla fine destinate a non avere più alcun desiderio d'avverare, nessun progetto da realizzare. Nessun sogno su cui fantasticare.
Sembrerà strano, ma per lei, viziatissima ragazza, ho provato tenerezza e tristezza, l'ho vista come una reclusa a cui, però, venendo concesso tutto, la si priva della volontà di voler evadere.
Ed eccola, allora, futilmente dispiegare tutte le sue energie al solo fine di poter indossare un principesco abito bianco che non l'avrebbe resa di certo più bella, perché su di lei anche la più semplice delle sottane sarebbe stata incantevole.
Un abito che non avrebbe mai più indossato, dimenticato nel fondo di un armadio, sommerso da  una miriade di altri abiti principeschi.
Erano la sposa e la madre, una donna dallo sguardo mansueto sotto la fronte spianata dal lifting,  ad occuparsi, con me, dell'organizzazione della cerimonia e anche del viaggio di nozze, che tutto doveva essere pianificato nei minimi dettagli, così da scongiurare  imprevisti ed avventure, insomma quelle cose che, a parer mio, amplificate nella narrazione con effetti speciali, sarebbero state invece ricordate negli anni futuri con un sorriso, dolce o amaro, e avrebbero notevolmente arricchito di un'eredità aggiuntiva, figli e nipoti.
A saldare i conti, invece, erano incaricati il padre della sposa, un anziano uomo grintoso, e il futuro marito, un giovane dai modi cordiali: lui.

CONTATTI TELEFONICI

Isabel, non è che il suo albero genealogico vanta parenti texani?
Una faccina sorridente a siglare questo suo messaggino.

Anche lui aveva rilevato la nostra somiglianza fisica: stessi occhi verdi dal taglio allungato, sopracciglia ben distanziate, fronte e zigomi alti, capelli bruni e ribelli, ad incorniciare il viso dai tratti regolari e dalla carnagione chiara.

Le mie origini sono inglesi, Londra, per la precisione. E i miei genitori sono gli unici immigrati della famiglia. Escludo qualsiasi parentela texana.
La mia risposta corredata di smile.

Ho un fratello maggiore, ma ho sempre desiderato una sorella. Isabel, posso adottarla come tale?
A seguire un'intera fila di smile.

Ha la fortuna di avere un fratello, se lo tenga stretto, glielo suggerisce una figlia unica.
A chiudere la conversazione un ok e uno smile.

CONTATTI MECCANICI
E forse non ci sarebbe stato seguito se non che il giorno stesso delle nozze, l'auto nuziale, una "Limousine Extra Lusso President", non si riusciva a mettere in moto, e questo aveva scatenato l'isteria della sposa poiché il meccanico di famiglia risultava irraggiungibile al cellulare, e allora sono stata interpellata d'urgenza per trovare un rimedio.
La soluzione l'avevo pronta, in casa, e seppure con qualche fatica avevo convinto mia madre, ormai in pensione, ad accompagnarmi in veste di meccanico.
Ovviamente la sua apparizione, in tuta da lavoro e cassetta degli attrezzi, aveva destato scetticismo ed imbarazzo, che pur è vero che qualunque sia il secolo in corso riaffiorano sempre gli stessi pregiudizi, ma che lei, la mia incredibile madre, chinata sul motore come un chirurgo sul torace di un cardiopatico, concentrata ad auscultare battiti e vibrazioni per individuare il contatto fallace che generava l'aritmia, aveva spazzato via con un'alzata di sopracciglio, quando il motore, senza neppure un tentennamento, aveva ruggito tutta la sua potenza.
Alla fine, per lei, applausi e strette di mano, per quel duplice miracolo: la messa in moto dell'auto e neutralizzato la collera della sposa.

martedì 14 novembre 2017

Isabel


Isabel che non dorme mai e passa le sue notti alla tastiera del computer, come fosse a comporre melodie a un pianoforte ma, in realtà, limitandosi a raccontare dei suoi incubi o di quei sogni magnifici, destinati a rimanere desideri.

Isabel, avrei voluto chiamarla in altro modo che già, nello scarno carniere dei miei racconti, una Isabella esiste, (la diabolica bambina protagonista nella storia "Latte")  ma lei fieramente si è opposta: il mio nome è questo e tale rimane! e a questo suo imperativo io non ho più addotto obiezioni, che lei, la Isabel in questione, ha subito fatto mostra di un carattere deciso in contrapposizione ad un aspetto minuto.

 Isabel, dunque, l'ho incontrata nello studio medico dove anch'io ero a far la fila per la prescrizione di un farmaco, possibilmente potente, che mi guarisse dal morbo dell'insonnia, sedute vicine è stato quasi naturale prender chiacchiera, che pure mi aveva colpito questa donna dall'età indefinibile, il cui fisico asciutto, e ben proporzionato, benissimo poteva essere quello di una ragazza, in contrasto con le mani ed il viso che, invece, rivelavano un qualche inganno.
...e gli occhi, di un verde ombroso, velati dalla patina dell'insonnia, che pure scrutavano intorno attenti e senza fretta, con la pazienza tipica di chi è abituato a confrontarsi con l'eternità e non calcola più il tempo sui normali parametri dei secondi, perché l'insonnia, alla fine, diventa stile di vita.

 Sono una scrittrice.
L'ha detto quando la conversazione stava languendo.

Anch'io!
Ho risposto con un sorriso largo e l'entusiasmo nella voce (in verità io non sono una scrittrice intesa nel senso classico del termine, io scrivo in un blog, ma sull'onda dell'eccitazione non ho saputo trattenermi).

Lo so.
Ribatte con un sorriso Isabel.

Lo sai?
Esclamo meravigliata
Come fai a saperlo? Non sono mica famosa, e non ho mai neppure pubblicato nessun libro.
Aggiungo, incredula

Isabel -  Al pari di te, l'unica motivazione per cui scrivo è quella di alleggerire l'anima, e per questo non occorre un editore, poi qualcuno si è interessato ai miei scritti e si è proposto di espanderli, tutto qui il segreto del mio successo, che personalmente non mi sarei mai dannata per la notorietà. A dirla tutta pensavo che nessuno leggesse le mie cose, e che pure ci fosse stato, per me sarebbe stato secondario, che ho sempre scritto per una persona sola, un uomo, che probabilmente non avrà mai letto un mio rigo. Scrittrice per amore, era questa la sola motivazione del mio scrivere, per tentare di penetrare l'indifferenza del suo cuore con la magnificenza della poesia, ma ho fallito nonostante mi sia, invece, giunta la fama, che se ti dico chi sono, il mio nome d'arte, tu davvero stupiresti, ma non te lo dirò, perché in questa mia storia che andrò a raccontarti io voglio essere solo Isabel, e solo come tale raccontata, e solo come tale giudicata.
Io - Perché hai scelto proprio me che non avendo pubblico sarà ancora più difficile che a lui giunga il tuo messaggio?
Isabel - Perché questo racconto sarà solo per me...e forse anche per te, che molto di più, oltre l'insonnia, abbiamo in comune
Io -  Hai già un titolo per questa tua storia?
Isabel - Isabel, scrittrice per amore.

Questa la storia del nostro incontro, mentre quella di "Isabel, scrittrice per amore"...date il tempo a lei di raccontare e a me di scrivere.

domenica 12 novembre 2017

L'amore. L'amore. L'amore.



Cosa stiamo festeggiando?
Chiedo stupita ad Amaranta, dopo aver accolto la sua richiesta perentoria di scendere nell'antro e partecipare anch'io alla festa.

Niente che riguardi singolarmente qualcuno di noi, ma qualcosa che ci riguarda tutti: l'amore.
E la sua voce diventa morbida, così come morbide sono le sue labbra che mi sfiorano la bocca.

L'amore. L'amore. L'amore.
Continua a ripetere ridendo, mentre piroetta con un Iggy stralunato ma felice, inconsapevole della parola amore ma al settimo cielo di essere lui il prescelto per quella giostra vorticosa.

Iggy emette brevi suoni appena percettibili e subito risucchiati all'interno, credo sia il suo modo di ridere o di manifestare entusiasmo, mentre vortica tra le braccia di Amaranta a cui innocentemente s'abbandona con lo sguardo perso dell'innamorato.
Il piccolo serial killer defraudato del suo destino, d'improvviso si ritrova catapultato nel girotondo delle possibilità infinitesimali, di cui tutto ignora e a cui, però, istintivamente ancora il suo primitivo desiderio d'amore.
...amore, anche se solo per un momento corrisposto.

L'amore. L'amore. L'amore.
 Non è la magia a cui tutti aspiriamo? Quel miracolo moltiplicato per l'eternità?
...a quel miracolo a cui un tempo anch'io ho aspirato e, seppur per alcuni momenti, ho creduto realizzato, e i cui fallimenti, invece, sono stati i fattori determinanti alle mie complicazioni esistenziali, che se oggi, nell'età matura, ho scoperto benissimo poter sopravvivere senza, decisamente che questa constatazione, solo recentemente acquisita (che la mia ricerca, anzi la mia speranza, nel corso degli anni si è auto alimentata nonostante le mie negative previsioni) m'avrebbe, invece, enormemente giovato nel passato.

Ma queste congetture non cambiano di un'acca il mio presente, quindi tanto vale lasciarsi travolgere dall'entusiasmo del momento, che pure è bello partecipare a questa festa odierna, non programmata, e in onore di nessun'altro che noi stessi, una comunità di orfani rigenerata in virtù di quell'amore che pure un tempo ci è sfuggito, o non abbiamo saputo trattenere.

E tutti partecipiamo, a nostro modo, a questa festa meravigliosa: Lizard/Monnalisa, la lucertolina bionda, con movimenti aggraziati svirgola la sua codina, assecondando il ritmo della musica, mentre Robinson, il topolino naufrago, a pochi passi da lei, timidamente, e poi sempre più sicuro, si esibisce in un canone inverso. Mai stati così vicini, quei due, e così in sintonia, che quella loro è solo un'apparente discordanza armonica, quella stessa degli innamorati che fingono reciproca indifferenza ma che in realtà appassionatamente si desiderano.

L'amore. L'amore. L'amore.
E come evocato da una magia, o dal richiamo del mio cuore, Cagliostro, il mio gattone nero, si materializza sulla soglia, e mi guarda coi suoi occhioni tondi di bambino, incerto se varcare l'uscio o più prudentemente, vista la presenza di Iggy, rimanere sul limite e lasciarsi una via di fuga.
... un impasse che dura solo un breve attimo, perché lo prendo tra le braccia e insieme ci lanciamo nel vortice della festa.

mercoledì 8 novembre 2017

Uno strampalato Olimpo


Rileggendo i miei racconti più vecchi mi sono resa conto, con divertita sorpresa, della presenza costante, e con ruoli di un qualche rilievo, di pennuti di varie specie: un uccello delle tempeste e un gallo orbo ne "L'ISOLA",  un fagiano ammaestrato  ne "LA STORIA DI ANDRES RUBIO", una gallina nevrotica in "UNA STORIA ASSURDA", un'allodola sacra presente in ben due racconti, "ULTIONEM" e "L'UOMO DELLA PIOGGIA" , il superbo pavone di "HEUROPA", e l'ultimo arrivato, il pappagallo Van Gogh ne "IL FIORE DEL MIO GIARDINO"
...e mentre sto scrivendo quest'annotazione sento un pur sommesso frullio d'ali provenire dalle pagine più interne del mio blog, che in questa mattinata di diluvio universale costituiscono l'allegro controcanto al frustrante, monotono scrosciare della pioggia.

A questa piccola, pestifera accozzaglia di umili animali da cortile, (tra cui ascrivo anche il meraviglioso pavone di Heuropa che, nonostante l'aspetto esotico, appartiene alla stessa famiglia degli altri gallinacei) ho affidato ruoli di rilevanza, se non addirittura da protagonista, come è stato per la gallinaccia isterica  di"Una storia assurda", che rocambolescamente ha sfidato la più potente ed invincibile di tutte le creature: La Morte, adempiendo al suo compito, con valoroso eroismo.
...ma in quanto ad acrobatiche peripezie non è da meno l'enorme fagiano addestrato nell'arte del controcanto come in quella del borseggio, compagno di avventure di Andres Rubio, cerusico, sperimentatore ed ipnotista, e del suo compare, il nano Galeno, in una storia a minaccia inquisizione.
..nessuna minaccia, invece, per l'uccellino delle tempeste e il gallo orbo, il cui ruolo di sentinelle su "L'Isola", non comporta altro rischio se non quello del loro innamoramento per Kalifa.
...mentre solo, apparentemente, alcun rischio pare correre il meraviglioso pavone di "Heuropa", che fedele al suo stereotipo si limita a far meravigliosa mostra di sé all'interno di una voliera, seppur questa sua  presenza, anche solo passiva, influirà sul destino finale della protagonista.
...destino che, invece, l'allodola sacra a Santa Lucrina, in felice sinergia con Lucrina, la protagonista che porta lo stesso nome della santa, si realizzerà in maniera benigna, per ripristinare la giustizia a lei negata in "Ultionem". La stessa sacra allodola che, all'opposto, rifiuterà il miracolo della pioggia ai pavidi, opportunisti seguaci di Don Saverio, ne "L'uomo della pioggia", condannandoli, senza possibilità di riscatto, al loro irreversibile destino.
...destino a cui pare miracolosamente esser scampato l'ultimo arrivato, il pappagallo Van Gogh, reduce dalla sua disavventura in "Il fiore del mio giardino", amorevolmente curato da Veronica Sorrentino, che a far da coprotagonista in una storia dove ci s'infila il malanimo, qualche rischio sempre si corre.

...eppoi l'immagine della civetta che magnificamente correla questo mio post, ma di lei non troverete traccia in nessun mio racconto, (non ancora, almeno) che pure un animale così controverso, amato e odiato, malefico o benefico secondo l'ora in cui si mostra, simbolo di sapienza, perché sacro alla dea Atena) o anima nera di strega, è tutto e il contrario di tutto, affascinante metafora di tutte le nostre mai risolte, umane contraddizioni
 ...di certo anche lei meriterebbe un posto di riguardo in questo mio strampalato Olimpo.

domenica 5 novembre 2017

Ritorno al dark

...eppure le ore vuote bisogna riempirle, e qualunque cosa abbia un volume può fare al caso, anche il dolore. Soprattutto il dolore, fra tutti gli stati d'animo, è il più invasivo. L'opzione più facile ed immediata. Quella che subito dentro s'insedia non lasciando posto a null'altro che non siano le sue stesse maligne ramificazioni.

Questo dolore indotto è il cilicio col quale espiamo la colpa di esser vivi e il desiderio di non esserlo, che non è un rigettare la vita in senso generale, ma solo quella che è la nostra vita e la nostra incapacità a poterla cambiare.
...ma togliersela, quella vita, per quanto pesante ed inutile, è davvero difficile, ci vuole il coraggio della disperazione estrema, quella serranda ermeticamente chiusa da cui non trapela più nessuno spiraglio di luce.
Buio assoluto. Sigillato. Insondabile.
Ed è in quel buio che si consuma, con la disperazione, la certezza di aver fallito la propria vita.
...quando non sortiscono nemmeno più nessun effetto palliativo, gli inganni psicologici, quelle favole raccontate a noi stessi, nelle lunghe ore di solitudine a cui, nonostante l'enorme sforzo mentale profuso nella cura dei particolari e in quello delle sequenze logiche, non riusciamo più a credere.


Ritorno al dark, al buio della mia remota disperazione esistenziale, che un tempo ha trovato qui il conforto delle parole, ma che oggi, invece, tragicamente muta, si rifugia nell'eremo inaccessibile della mia testa, rifiutando, annoiata, l'esternazione e confronto, di questo inutile, sfinente, controinterrogatorio allo specchio.
Marilena

mercoledì 1 novembre 2017

Le ali di Icaro

Come Icaro progettiamo ali per scalare il cielo, e come lui precipitiamo, invece, negli abissi.

(Amaranta - link fb)

martedì 31 ottobre 2017

L'ultimo baluardo



Non riesco più a scrivere, confido ad Amaranta, mentre continuo a rimestare col cucchiaino nella tazzina di caffè.
Non riesco più a vivere, rettifico d'impulso.

Siamo sedute sui gradini esterni la porta dell'antro: lei a fumare un cigarillo, io a rimescolare all'infinito il mio caffè.

E sono tanto stanca, aggiungo con un sospiro.
Lei, allora, mi toglie la tazzina dalle mani e mi offre il suo cigarillo.

Fai un tiro, mi dice, dopo, vedrai, che starai meglio.
Aspiro avida aspettando il miracolo promesso di quel suo "dopo, vedrai, che starai meglio", ma quello che sento è solo un sapore acido, che mi disgusta.

Come fai a fumare questa roba? fa schifo! esclamo, restituendoglielo nauseata.
Lei ride divertita, scuote la testa e dice, ricominciamo da capo, mentre tra le sue mani si è materializzata l'elegante scatola dei suoi Moods.

Quando ti predisponi a fumare un cigarillo, non devi aver fretta, perché è un piacere quello che andrai ad assaporare.
Mi spiega paziente.
Lo annusa e poi con un fiammifero lo accende tenendolo in mano, e solo quando la fiamma annerisce l'estremità, tira due brevi boccate per completarne l'accensione.
Tirate lente, delicate, opportunamente distanziate tra una pausa e l'altra.

...e senza fretta e senza nervosismo, per evitare il surriscaldamento del tabacco e ricavarne poi quel sapore acido, sgradevole, che ti ha così disgustata. E non scenerare, aspetta che la cenere cada da sola, perché è quella a far bruciare in modo ottimale il cigarillo.
Mi spiega porgendomi un nuovo sigaretto.

Diligentemente ripeto la sua mimica, ma il risultato non cambia: il sigaretto continua a non piacermi.
...ma non glielo dico perché non voglio deluderla.
E invece lei ha capito e me lo toglie dalle mani.

Smettila di cincischiare, Mari, se una cosa non piace, non piace, punto. Hai questa fottuta mania di non voler dispiacere che rasenta l'autolesionismo. Non riesci a scrivere, e allora prenditi un momento di pausa, senza doverla necessariamente quantificare in ore o giorni, e paradossalmente accrescere così la tua ansia. Scrivere è necessario. Vivere è necessario. Sinergie che si completano, meglio, completavano, che ormai siamo tutti sul punto di non ritorno, ma solo tu, Mari, non ne hai cognizione. Se solo smettessi di auscultare te stessa e guardarti intorno. Gettalo, quello sguardo sull'esterno, magari troverai gli stimoli necessari a tentare, per tutti noi, un salvataggio in extremis.

Ma il mio sguardo circolare non rileva nulla di strano o d'incoerente: il giardino fiammeggia nei colori autunnali dell'arancio, dell'oro e del bronzo, e l'esterno della casa ha l'aspetto ordinato di sempre. Splende perfino un tiepido sole ad irrorare di calore il sasso casalingo sopra cui è distesa cui Lizard/Monna Lisa, la lucertolina bionda, a pochi passi dal gradino su cui  noi siamo sedute.
Lizard, però, pare ipnotizzata, con gli occhi fissi su un punto indefinito al di là del cancello. Allora seguo la direzione del suo sguardo e così m'avvedo di un chiarore accecante che, dall'orizzonte remoto, lentamente avanza verso di noi, dissolvendo, lungo il suo tragitto, tutti gli elementi del paesaggio, quelli terrestri e quelli aerei.

Guarda!
Esclamo, sbigottita, ad Amaranta, puntando il dito verso quella che pare essere, in lento avanzamento, una nebbia corrosiva al cui contatto tutto si abrade, tutto si cancella.

Fiat lux!
Si limita a rispondermi sarcastica.

Cosa sta accadendo? Che fenomeno è mai quello che avanzando cancella l'orizzonte, e i prati e le nuvole e tutto ciò che gravita nella sua orbita?
Domando incredula.

E' il punto di non ritorno. Finalmente lo hai visto. Finalmente dovrai occuparti di qualcos'altro che non riguardi solo te stessa. Devi reagire, Mari, o tra breve non esisterà più niente di quello che faticosamente hai costruito: questo posto e la magnificenza del sogno che lo ha generato. Il tuo pessimismo lo sta distruggendo. Il tuo pessimismo è la nebbia corrosiva che lo sta cancellando. Ora che ne hai preso atto ha di molto rallentato il suo avanzare. Guarda!
Dice, indicandomi l'orizzonte

Torno a guardare per accertarmi dell'avvenuto rallentamento, e scoprire che è vero, il chiarore ha un po diminuito la sua intensità, è ancora molto vivido ma non più accecante, lascia spazi per intravedere i dettagli sullo sfondo, ciò che rimane di quell'incantevole paesaggio metafisico brutalmente mutilato.
...e sono io l'artefice di questa devastazione.

Prenditi quella pausa, Mari, ma poi torna qui da noi, non abbandonarci al buio destino dell'oblio, non cancellarci dalla tua memoria né da quella del mondo. Torna a raccontare di noi e di quella tua allucinazione benigna che, generandoci, ti ha salvato. La tua acquisita consapevolezza impedirà alla nebbia di avanzare ancora e di avvolgere, nelle sue spire di fumo, questo meraviglioso avamposto, l'ultimo baluardo prima del punto di non ritorno.

sabato 21 ottobre 2017

L'insonnia dei sobri

Questa notte l'ho passata nell'antro, sullo scomodo, vecchio divano, davanti la finestra, a scrutare quel cielo notturno, squilibrato da troppe stelle e solo da un esile accenno di luna: un cielo da presepe a sovrastare l'universo degli insonni.
 Notte in trasferta, fuori dalla mia casa, dove ho passato gli ultimi giorni ad invocare, perfino ad alta voce, il suo fantasma, per un chiarimento e per una compagnia, e per non soccombere alla triste esigenza di una sbornia solitaria.
...che solo di quello si ha talvolta bisogno, di alcool che vivifichi il sangue e annebbi la mente, così da creare i presupposti per la salvifica entratura nel limbo dei non vedenti, da cui ne sarei poi emersa con un intollerabile mal di testa e un'inconfessabile smania suicida.

Ma nulla di tutto questo è accaduto: sono rimasta sobria nonostante lui non sia venuto.
E' stata una veglia faticosa, quella di questa notte, più di tante altre, colma d'interrogativi e supposizioni e speranze.
...e di tutti quegli inganni, da me stessa perpetrati a scopo lenitivo, per la mia testa e per la mia anima.
Inganni che stavolta, però, non hanno funzionato, lasciandomi in balia dell'unica realtà del buio, nonostante lo sfolgorio beffardo delle stelle.

Non sono stata brava ad evocare il suo fantasma, o forse non sono fino in fondo sincera nel volere che questo confronto davvero avvenga, che lui si materializzi così come l'ho visto nel presente, che una forma di morte era già avvenuta tanti anni fa quando lui si chiuse la porta alle spalle, ed anche allora, come adesso, subii l'aggressione del silenzio e l'invasione del buio. Solo che a quel tempo, silenzio e buio, costituivano un unico, duro viluppo, compresso e strozzato nei miei recessi più profondi, impossibilitato a fuoriuscire ma pur costretto a trovare uno spazio di luce e uno scampolo d'aria, cosicché invisibile potesse, con un qualche agio, vigilare l'esterno attraverso la feritoia dei miei occhi, condannandomi così all'insonnia.
...l'insonnia dei sobri, delle menti analitiche, quelle che non conoscendo il riposo non conoscono neppure la stanchezza, e girano girano girano all'infinito su stesse, come le rotelline all'interno di un sofisticato, quanto inutile meccanismo, perfettamente predisposte a non fuoriuscire mai dal proprio circuito, per continuare ad incasellare un numero infinito di dati di cui nessuno chiederà mai conto, di cui a nessuno importa.
 E così come sempre, anche stanotte le rotelline hanno continuato, inesauribili, ad incasellare dati, intanto che schiariva e le stelle, ad una ad una, andavano spegnendosi.
Marilena

martedì 17 ottobre 2017

Quell'ultimo tentativo



Se non riesci a spargere lacrime, spargi inchiostro
(Amaranta)


Quante volte, in questi giorni, ho dovuto respingere la tentazione di scrivere i miei pensieri più bui,
quello che davvero ho nel cuore, ma non l'ho fatto per pudore, per paura di ferire chi, come me coinvolto, avrebbe forse letto.
La verità è che non si può raccontare davvero tutto, se quello che ci matura dentro ha toni troppo cupi o troppo criptici, difficili da decifrare, e per chi scrive, terribilmente penosi, da spiegare.
...seppure, nella mia testa, quella lettura interiore scorre facile, che con i termini giusti, non troppo scremati, sarebbe un'agevole stesura, una pagina di diario fittamente scritta, con le parole che colano fluide come inchiostro, in soccorso di quell'angoscia che non riesce a tramutare in lacrime.
...perché io ho difficoltà a piangere, e questo è tremendo, perché quel grumo, di lacrime e disperazione, mi ostruisce la gola, mi toglie il respiro, mi soffoca...mi soffoca.
...e poi l'insonnia, di nuovo sopraggiunta prepotente, ad azzerare quel minuscolo, salvifico intervallo di amnesia notturna, dalla devastazione psicologica delle malinconie irreversibili, così come un'acrobata mi cimento su un filo teso, sul quale posso solo camminare, senza, però, la  possibilità di una sosta, quando, invece, dovrei trovare uno spiazzo tranquillo dove fermarmi, guardarmi intorno e riscoprirmi ancora parte della realtà esistente.

Questa sua morte improvvisa mi ha profondamente sconvolta, come nessun'altra: ho toccato con mano la crudele caducità a cui tutti siamo irreversibilmente soggetti, e saggiato tutta la nostra impotenza, quando si può solo guardare e piangere e maledire, e scrutare dentro l'oscuro baratro quando piuttosto se ne vorrebbe solo distogliere lo sguardo, e come bambini essere rassicurati che si è trattato di un brutto sogno dal quale ci risveglieremo e tutto sarà come prima, immutato nel bene e nel male, che anche le cose negative, in questo frangente, acquisirebbero un tono meno riprovevole, perché ancora si avrebbe la possibilità di una spiegazione, di un cambiamento, di un'assoluzione.
Di un ultimo tentativo.

Quell'ultimo tentativo che forse non avrebbe cambiato i destini, ma mi avrebbe dato, ora, la pace.
Marilena

giovedì 12 ottobre 2017

lunedì 9 ottobre 2017

Amo l'autunno

Amo l'autunno, con quei suoi solo apparentemente innocenti incendi, che dalla natura propagano ai sensi.
Stagione voluttuosa e sensibile.
Stagione femmina, nonostante il nome.

(Amaranta - link fb)

venerdì 6 ottobre 2017

lunedì 2 ottobre 2017

Folie de femme

I tacchi donano all'altezza ciò che tolgono all'equilibrio.
Eppure, noi donne, siamo abbastanza folli d'accettare questo scambio.

(Amaranta - link fb)


domenica 1 ottobre 2017

Sul confine

Certi ricordi fanno male come ferite, mai rimarginate, che urlano nella nostra carne appena il sole s'adombra e cambia il tempo.
(Amaranta)

La morte ha di nuovo bussato alla mia porta e si è portata via un altro pezzo della mia vita. Un pezzo importante, anche se la nostra storia comune era finita ormai da circa 20 anni, non si era mai del tutto spezzata perché continuava ad unirci l'amore per nostro figlio.
Non sono stati quelli anni assolutamente facili quelli per me, quando il nostro matrimonio è finito ho esplorato tutta la vasta gamma della rabbia, del rancore, della disperazione e della solitudine, fino all'inferno della depressione.

...ed ora sto qui a rinvangare di nuovo fra quelle macerie, consapevole che non dovrei farlo, che pure avevo riportato in superficie qualcosa di bello e positivo, ed ora rischio di rovinare di nuovo tutto, di dover ricominciare a martoriarmi con la mia maledetta introspezione, o ricorrere allo psicologo, perché questa ridda confusa di sentimenti ed emozioni che sta sobbollendo dentro di me, e che minaccia di eruttare con la violenza esplosiva di un vulcano, non riesco a gestirla
...e un nuovo tipo di solitudine sta sopraffacendomi.

Di cosa gli faccio debito, stavolta?
Di essersene andato troppo presto, ancora troppo giovane? di non aver opposto una più strenua resistenza alla morte? di non aver mai chiarito abbastanza quello che tra noi era successo ? (ah, noi donne, abbiamo sempre bisogno di miliardi di parole per essere rassicurate o invelenite, e ancora cerchiamo di leggere tra le righe, nei silenzi, nei puntini sospensivi), di essere stato felice senza di me e di aver ricostruito laddove io, invece, ho miseramente fallito?

Chi ho commemorato in quella ventosa mattina di primo autunno mentre spargevamo le sue ceneri?
Il ragazzo che conoscevo, quello del mio passato, o l'uomo del presente, quello della cui vita quasi nulla sapevo e che d'improvviso, brutalmente, mi è stata svelata?

Sinceramente non avrei voluto sapere niente di questa sua vita, ma gli eventi, in qualche modo, mi hanno costretta, e così ho dovuto materialmente saggiare la grande distanza che c'era tra noi e che nessun miliardo di parole avrebbe mai potuto colmare.
Una vita a me estranea, fatta di volti e nomi e progetti che non mi riguardano, e di cui niente avrei voluto conoscere per preservarmi almeno un ricordo personale, solo mio, l'unico al quale credere, respingente di ogni altro confronto.
...consolatorio.

In quella fredda, piovigginosa giornata di Settembre, io stavo sul confine tra il presente e il passato, confusa e ancora una volta tradita, messa da parte, nonostante avessi creduto per un momento che la morte me lo avesse restituito.

Marilena

giovedì 28 settembre 2017

Il mestiere di vivere

La vita è una bellissima puttana che esercita fin troppo bene il suo mestiere, e dal cui letto mai vorremmo uscire.

(Amaranta - link fb)

martedì 26 settembre 2017

Il fiore del mio giardino (cap 4)


MAI DIRE MAI
Dopo aver messo alla porta un frastornato Garfield, Veronica s'era presentata al sexy shop e, senza troppi preamboli, aveva intimato: ed ora, Perez, voglio la tua versione dei fatti!
L'imperativo lo aveva colto di sorpresa mentre era piegato su un imballo e nel rialzarsi aveva cozzato la testa contro la sporgenza di un ripiano, e così la risposta immediata era stata quella di un'intraducibile bestemmia che subito, però, alla vista di Veronica aveva tramutato in scuse multiple ed ossequiose. Ed un sorriso disarmante, da simpatica canaglia.

Veronica - E' lampante che per l'odiosa messinscena che ogni giorni si replica in questo angolo di Browing Street, la regia è di Garfield ma il casting è tuo. Quello che però mi sfugge è il motivo del rancore -
Perez - Davvero, Veronica, non so di cosa tu sia parlando., ma vedo con piacere che siamo passati a darci del tu -
E, su questa frase, la simpatica canaglia s'era esibito in un sorriso concupiscente, seppur carente di qualche molare.
Veronica - Ti sto dando la possibilità di raccontare la tua versione della storia, che se il malanimo di Garfield nei miei confronti ha motivazioni concrete, anche se meschine, quelle tue, invece, proprio mi sfuggono. Non hai mai avuto mire di espansione né condotto guerre di religione, hai accettato perfino le incursioni di Van Gogh all'interno delle tue mura, e credo che della piccola, momentanea  popolarità di cui ha goduto "Il fiore del mio giardino" te ne sia anche tu avvantaggiato. Chiudo e mi trasferisco a Napoli, nella città dove sono nata, voglio ricominciare da capo e dimenticare questa brutta storia, ma non me ne andrò a mani vuote, sicura che Garfield sarà disposto a sborsare fino all'ultimo centesimo della somma da me richiesta per l'acquisizione del negozio che, altrimenti, ho minacciato di svendere a te. Però...-
Perez -  Davvero hai intenzione di partire? -
S'era fatto serio ora, senza però smettere di armeggiare, con fili e lucchetti, intorno al grosso imballo.
Veronica -  Van Gogh ha bisogno di ritrovare la memoria ed io l'ottimismo: impresa ormai impossibile qui a New Eden, dove per noi s'è consumata la irreversibilità di una morte ed il fallimento di una rinascita, non me la sento di ritentare l'impresa ma vorrei almeno capire le ragioni di tanto malanimo. Quelle di Garfield non ho bisogno d'indagarle, ma le tue...ecco, quelle mi sfuggono -
Perez - Non ho partecipato a questa ignobile messinscena, ma non l'ho neppure impedita. Non ho potuto far nulla, perché se avessi tentato una qualsiasi contro partita con l'aiuto di certe mie conoscenze sarebbe scoppiata una guerra tra bande che non avrebbe risolto il problema ma, piuttosto, si sarebbe scatenata  un vera e propria guerriglia per il possesso di Browing Street. I figuri a cui si è rivolto Garfield sono lacchè d'infimo grado, paria che espletano lavori di basso profilo per il capo banda, lui si molto potente. Garfield non sa neppure in che guaio si è cacciato nonostante, fin dal principio, ho cercato di dissuaderlo. Io...-
Veronica  - Tu...cosa? Oltre il tentativo di dissuasione. di concreto cos'hai fatto per impedire questa follia? Tu sei rimasto fermo a guardare, magari divertendoti pure. Sei esattamente come lui -
Perez - Esattamente come lui! No, io sono forse peggiore, ma non sono come lui. Non devi neppure pensarlo che io sia come lui. Sono colpevole, ai tuoi occhi, di non aver agito come ti saresti aspettata, perché un po ti piaccio e allora mi hai idealizzato, immaginando che sarei corso in tuo soccorso, ed ora alla deludente luce dei fatti vedi che mi sto, invece, comportando esattamente da quel bastardo quale immaginavi fossi. Ho tentato di dissuadere Garfield provando inutilmente a farlo ragionare, a retrocedere da questa assurdità che purtroppo pagherà a caro prezzo perché colui a cui si è rivolto non s'accontenterà degli spiccioli per la messinscena, ma esigerà quote e compartecipazioni nella gestione dei negozi in attesa di espropriarli del tutto, dopo di che resterà solo il nome di Garfield sull'insegna. Un nome pulito, incensurato, e di cui si servirà per gestire, per altri scopi, quella che sarà poi solo la facciata fittizia dell'attività di Garfield. Lo hanno in pugno, il coglione, con registrazioni ed altro, così dovrà piegarsi a fare il loro volere o finirà, nella migliore delle ipotesi in galera e nella peggiore ammazzato. -
Aveva sottolineato quest'ultima frase con un gran pugno sul tavolo. Quello stesso pugno poi s'era  dischiuso scivolando, vuoto e arrendevole, lungo i fianchi
Veronica - E tu, invece, non corri rischi? Te non ti toccheranno? -
Non era di certo sfuggito a Perez il pungente sarcasmo della domanda, e l'increspatura del sorriso con cui l'aveva formulata
Perez - Non mi toccheranno solo perché sto tagliando la corda anch'io. E senza nemmeno un'assegno di buona uscita. Ci tengo a salvare pelle e tatuaggi. A proposito hai già intascato l'assegno?
Veronica - No, eravamo ancora in trattativa -
Perez - Temo che non ci sarà più tempo per nessuna trattativa -
Veronica - Ma cosa significa? Cosa diavolo stai armeggiando? -
Perez - Sto salvando la pelle a quel coglione di Garfield ma puoi scommetterci che non me ne sarà neppure grato. Fammi da palo, controlla che la strada sia deserta, devo trascinare questo scatolone all'angolo dei vostri negozi, e poi farlo esplodere. -
Veronica -  Sei completamente pazzo. Non puoi farlo -
S'era frapposta a sbarrare l'accesso alla porta, ma Perez con delicatezza l'aveva spintonata di lato e con un calcio deciso aveva spalancato l'uscita.
Perez - Si che posso e lo farò, con o senza il tuo aiuto. Ma se collaborassi te ne sarei grato. Avanti, stiamo facendo un'opera buona, anche se Garfield non merita niente, ma sarà il Signore a giudicare. Ci credi in Dio? Io non ne sono sicuro, ma se mi chiedi del diavolo ti rispondo di si, soprattutto dopo averlo visto all'opera, e t'assicuro che Garfield sarà davvero fortunato a non passargli tra le mani. Si farà qualche anno di galera quando lo incolperanno di questo disastro, ma sarà comunque vivo. Soprattutto nessuno si farà troppo male.Tu comunque volevi andartene ed io pure. Sarò costretto a sparire subito che se qualcuno mi riconosce come l'autore della trama di questo inghippo, tra le mani di quel diavolo ci finisco io, e non ne ho nessuna intenzione. A te, invece, converrebbe rimanere, ci sarà l'Assicurazione a risarcirti, quello che non prendi da Garfield lo prenderai da loro, magari non la stessa cifra ma pur sempre qualcosa di sostanzioso per ricominciare. -
Con molta cautela aveva sollevato lo scatolo che aveva poi accostato al muro de "Il fiore del mio giardino" avendo cura, però, di posizionarlo sulla parete contigua al negozio di Garfield: l'esplosione avrebbe dovuto danneggiare anche quello, per dare l'idea dell'opera messa in atto da un principiante.
Veronica - Perché stai facendo tutto questo per Garfield? Cosa te ne viene in tasca? -
Lo pungolava ostinata, per coglierlo nella fragranza di una bugia
Perez - E' inutile, non riesci proprio a vedermi come l'eroe buono! Mettiamola così, che senza un avversario non mi diverto e, seppur Garfield non è mai stato alla mia altezza, devo riconoscergli alcune non disprezzabili, perverse, intuizioni. Eppoi anche tu e Van Gogh eravate in procinto di partire: senza la mia madonnina italiana vestita di nero, sarei rimasto proprio solo.
Veronica - Io? -
Perez - Ti confesso che volevo andarmene già da un pezzo, la vita stanziale e le beghe del fisco non fanno per me, ma se non fosse accaduto tutto questo casino io sarei rimasto almeno fino al giorno in cui tu avresti smesso il lutto per vederti indossare un altro colore. Credo di essere rimasto solo per questo. Una volta ho sognato che eri vestita di rosso. Il rosso è il mio colore preferito. Magari a te ne neppure piace. Ma nel mio sogno eri vestita di rosso, ed eri bellissima -
Veronica - Il rosso... sono anni che non lo indosso, non piaceva al mio defunto marito, lo trovava  appariscente e inopportuno nella maggior parte delle circostanze. Un colore profano. -
Perez - Un colore profano? Davvero? E tu gli hai creduto? -
Veronica - No, ma gli ho dato retta. -
Perez -Non sembri di quelle che danno facilmente retta: O eri troppo innamorata o non lo eri abbastanza, per cui hai espiato rinunciando al colore rosso. Si, deve essere andata proprio così -
Veronica - Sei un tipo pieno di certezze -
Perez - In alcuni campi ho acquisto una certa esperienza -
Aveva ribadito col suo disarmante sorriso obliquo.

Perez - Dobbiamo ora separarci. Dovrai rimanere ancora un qualche tempo qui a New Eden per raccontare la tua versione dei fatti, che è poi la tua unica verità.Non ti accadrà nulla di male e non potrai essere accusata di niente: d'altronde eri tu il bersaglio. L'Assicurazione dovrà risarcirti, non so in che misura, ma qualcosa ti spetta, e magari sarà sufficiente per realizzare il tuo viaggio a Napoli. Garfield sarà al sicuro in prigione, seppure una volta uscito dovrà ricominciare da capo ad incasinare qualche altro luogo.
Veronica - E tu cosa farai? Dove andrai? -
Perez - Taglio la corda prima di essere accusato di essermi rammollito. Ho anch'io una reputazione da difendere. Del negozio se ne occuperà il mio socio, ne farà quello che vuole perché quello che mi spetta l'ho già preso, il resto non mi riguarda. Dove vado è top secret -
Veronica - E' un addio, questo. Non ci rivedremo più? -
Nel tremito della sua voce s'intuiva un'emozione, anche per lei, nuova
Perez -  Mai dire mai. Ovunque io sia ti ritroverò seguendo la scia rossa del tuo vestito.Ti ritroverò, perché è l'unica cosa che davvero voglio. L'unica possibilità a cui aspiro -
Glielo aveva sussurrato nell'orecchio prima di sparire nella notte che di li a poco si sarebbe colorata di rosso.

venerdì 8 settembre 2017

Il fiore del mio giardino (cap 3)


LA CATTIVA SORTE
E accadde che, a partire da un imprecisato momento, tutte le iatture della cattiva sorte pareva si fossero date appuntamento davanti la porta verde mela del negozio di Veronica Sorrentino. A dir la verità il tutto era iniziato in maniera blanda e all'apparenza casuale, nulla che facesse sospettare qualcosa di preordinato da una volontà di dolo ma piuttosto d'attribuirsi a quell'analfabetismo etico da cui originano quei deprecabili, stupidi atti di vandalismo spiccio, delle bravate adolescenziali o da qualche bicchiere di troppo. Era questa la spiegazione che aveva dato Veronica per il fiorire delle scritte oscene sui muri del negozio e per l'insegna divelta a sassate. Ma quando una mattina trovò la porta scassinata e Van Gogh legato al trespolo, ubriaco fradicio e in preda alla febbre del disorientamento, e tutta la  produzione di piante e fiori decapitata a colpi di roncola, allora fu costretta a prendere in considerazione l'ipotesi del dolo. Sporse denuncia contro ignoti, rimise in ordine tutto, e per una settimana si predispose a dormire nel suo negozio. Non accadde null'altro di spiacevole in quelle notti e neppure nelle seguenti, e così rassicurata riprese la vita di sempre con l'eccezione di portarsi a casa il pappagallo,(che dopo quell'esperienza traumatica avrebbe sofferto di depressione e amnesia prematura, per cui non ricordando più l'esatta sequenza delle strofe di "o sole mio", era costretto ad improvvisare) che troppo spavento s'era presa di vederlo sbandato e delirante da quella sbornia indotta, e ancora non riusciva a perdonarsi di non aver mai preso in considerazione l'ipotesi di Van Gogh vittima di un qualsiasi accidente. Per un certo periodo tutto sembrava essersi di nuovo allineato nella prevedibilità del quotidiano, e di quegli incresciosi incidenti esteriormente non v'era rimasta traccia. Tutto rimesso a nuovo "Il fiore del mio giardino" risplendeva in quella sua rinascita, che molte erano state le dimostrazioni d'affetto e stima ricevute dai clienti locali e da quelli esteri, espresse anche con generose donazioni in denaro che Veronica, però, con infiniti ringraziamenti aveva restituito, che a risarcire i danni aveva provveduto l'assicurazione.
Non c'è nulla di più rassicurante delle certezze della routine, anche se a lungo andare possono generare noia o fastidio, infinitamente si rimpiangono nel momento degli sbandamenti e delle catastrofi, quando la terra frana sotto i piedi e tu non sai se stai cadendo in una buca o in un precipizio. O in una realtà parallela. Che anche questa ipotesi s'era affacciata alla mente di Veronica, quando di nuovo era precipitata nell'incubo del dileggio, attuato stavolta con metodi nuovi e orari diversi. Accadeva così che un ubriaco facesse irruzione nel suo negozio a creare scompiglio tra i clienti, o un gruppo di ragazzotti ostruisse il marciapiede proprio davanti la porta verde mela rendendo difficile l'accesso alle persone e, quando qualcuno di questi aveva osato fare rimostranze s'era ritrovato accerchiato e insultato. Brutti ceffi stazionavano ora in perenne sosta davanti al negozio, e con gesti eloquenti. e all'occasione volgari, inducevano i clienti a non entrare, e ai turisti a cambiar strada. Van Gogh, ormai, definitivamente pensionato, aveva smesso i suoi voli a bassa quota e di recitare "o sole mio" in portoricano, e se ne stava, per tutto il tempo, immobile sul suo trespolo, fissando il vuoto e lasciandosi perfino piluccare di qualche sua penna dai più arditi degli ormai, sempre più radi, visitatori de "Il fiore del mio giardino".

UN'ILLUMINANTE CONVERSAZIONE
Garfiled - La vostra attività, signora Sorrentino, come voi stessa avrete avuto modo di valutare, è diventata il bersaglio prediletto di tutti i balordi di New Eden, che con l'intenzione palese di danneggiare voi danneggiano però anche me. Non voglio indagare i motivi per cui siete fatta oggetto di tanto accanimento, non sono affari miei, ma voglio proporvi una soluzione per liberarvi da questo impaccio e poter io ritornare alla serenità dei miei affari che in quest'ultimo periodo per colpa di queste turbolenze da voi generate, non godono certo di buona salute -

Così, senza troppi preamboli, aveva esordito Max Garfield, tirando fuori dalla tasca il libretto degli assegni ed esibendolo allo sguardo esterrefatto di Veronica.
Il negozio era vuoto, così come sarebbe rimasto fino all'ora di chiusura, disertato ormai da turisti e clienti, dissuasi dalla sua frequentazione dalle intimidazioni esterne, che pur si perpetravano nonostante il pattugliamento costante di un vigilantes.
Si respirava, all'interno, un'aria desolante e spoglia, con Van Gogh appisolato sul trespolo e le poche piante superstiti genuflesse in segno di resa, enfatizzata da Veronica, vestita di nero e seduta  nella penombra con le mani in grembo.
L'irruzione improvvisa di Max Garfield aveva però avuto il beneficio di ridestarla da quell'incantesimo remoto a cui lei pareva soggiacere, ristabilendo un contatto con la realtà.
Le ci vollero però alcuni minuti per realizzare quello che stava accadendo, che già l'ossuto Garfield aveva materializzato una penna, e poi con quella una cifra, con la quale determinato a concludere quella transazione unilaterale.

Garfield - Signora Sorrentino, offro la stessa rilevante cifra che a suo tempo avevo proposto al vecchio proprietario di questa baracca, ma che, invece, per un'antipatia immotivata nei miei confronti ha preferito svendere a lei. Sono perfettamente al corrente, signora, della somma ridicola con la quale avete rilevato questa attività, perché il vecchio ci ha tenuto a farmelo sapere. Accettando questa mia generosissima offerta ci avrete così doppiamente guadagnato, che allo stato attuale, e con la pessima pubblicità a vostro carico, non credo troverete altri acquirenti. Voi ci guadagnate e vi togliete dall'impaccio, e io integro il vostro esercizio nella mia impresa con la naturale espansione costituita dagli addobbi floreali per cerimonie -
Veronica - L'ipotesi che io non voglia vendere non vi ha sfiorato neppure per un attimo? -
Aveva replicato sbalordita, in tono di sfida.
Garfield - A che pro mantenere in vita un'impresa così in perdita? Soprattutto, con quali finanziamenti? L'assicurazione non pagherà una seconda volta, non sono enti di beneficenza quelli, non risarciscono le vittime del malanimo, che è questa, a quanto pare, la causa della sua disgrazia -
Il tono sarcastico di quest'ultima affermazione l'aveva così sgradevolmente colpita che per la prima volta le era balenata alla mente l'ipotesi che benissimo poteva essere lui a capo di quella congiura mirata all'espansione della propria attività
Veronica - Ma venendo a cadere il muro divisorio del mio negozio, il vostro esercizio andrà direttamente a confinare con quello di Perez. Non lo trovate più così sconveniente? Mi sembrava che fosse questo il vostro assillo, la vostra missione: evitare la contaminazione del sacro col profano. Dio e il Diavolo a così stretto contatto! Siete certo di volervene assumere la responsabilità?  –

La domanda irridente aveva punto sul vivo Garfiled che aveva replicato con un freddo: questo è un problema che non vi riguarda.

Veronica - Mi riguarda eccome, perché potrei vendere a Perez, anzi svendere, solo per farvi un dispetto. Ecco un'ipotesi che non avete preso in considerazione e per la quale dovrete rivedere la cifra del vostro assegno, se volete evitare a voi stesso il trauma di uno spiacevole dejavù. -

Amichevolmente poi lo aveva preso sotto braccio e accompagnato alla porta con l'esortazione di valutare la sua proposta, ma in tempi brevissimi, o altrimenti avrebbe interpellato Perez.

Veronica - Perché, caro Garfiled, dopo questa illuminante conversazione sono certa che voi appieno comprenderete la mia fretta d'interporre quanti più chilometri possibili tra me e la cattiva sorte -
             

lunedì 4 settembre 2017

Il fiore del mio giardino (cap 2)



UNA VITA DA RISCRIVERE
E così, Veronica, ancora vestita coi crespi vedovili, conscia di dover ricominciare da capo, s'era gettata con entusiasmo adolescenziale nel commercio dei fiori, una rivalsa sull'allergia congenita ai pollini di cui il marito soffriva e per la quale s'era dovuta privare, negli anni del matrimonio, di quel piacere così femminile.
Una compensazione, dunque, ed un'affermazione di se stessa.
Per questo s'era decisa a rilevare lo stentato negozietto in Browing Street, che il proprietario, un bellicoso ottuagenario che pur di fare un dispetto ai figli e ai nipoti che in anticipo gli stavano scavando la fossa, s'era intestardito a non voler cedere neppure alla generosissima offerta dell'altezzoso Garfield, ma l'aveva invece, e di buon grado, svenduta per un tozzo di pane alla giovane signora in lutto che aveva speso una cifra folle per il più lussuoso, e profumato, cuscino funebre che a memoria d'uomo si ricordasse a New Eden.
 Era entrata nel negozio vestita di nero e n'era uscita guarnita come una Primavera del Botticelli, con fiori sparsi nei capelli e sul decolletè, e un contratto che la ufficializzava proprietaria dell'attività.

VAN GOGH
Tutte le mattine, puntuale alle otto, Veronica, spalancava la porta verde mela del suo negozio, poi vi  sistemava accanto il traballante trespolo dove allocava Van Gogh, un pappagallo dai colori tropicali, libero di svolazzare tra l'interno e l'esterno, che parlava portoricano e, quando era del giusto umore, gracchiava ispirato le prime strofe di "o sole mio"
 Così c'era sempre qualcuno a scattare foto, girare video, cordialmente intrattenersi a conversare con Van Gogh o fare la corte alla giovane signora vestita di nero. Nessuno usciva mai a mani vuote dal minuscolo negozio: chi con una piantina o un piccolo bouquet, chi con un sorriso ritrovato, chi con un'ubriacatura da Eden. Sta di fatto che "Il fiore del mio giardino" era diventato luogo di culto per i turisti, che ne apprezzavano la strampalata scenografia e i voli irruenti di Van Gogh, le cui penne dai colori primitivi erano il souvenir proibito a cui aspiravano; per gli innamorati che si inebriavano di pollini e profumate promesse;  per i solitari, che in quel pur breve perimetro avevano modo di esplorare il mondo a loro precluso, quello delle parole e quello dei sorrisi.
 Perfino un poeta di fama internazionale s'era preso il disturbo di una capatina a New Eden per penetrare il segreto delle attrattive e delle illusioni, di cui Veronica Sorrentino pareva aver decifrato gli enigmi.
Ma aveva poi scritto, al riguardo, un pamphlet velenoso, declassando la poetica del luogo a semplice, e ben riuscita, operazione di marketing.
Quale poesia? Un pappagallo chiassoso e stonato, la proprietaria belloccia ma con una già evidente tendenza alla pinguedine, che pure il noioso nero di cui sempre si veste non riesce a nascondere, e i fiori del tipo a buon mercato, il cui afrore di palude permea l'intera strada: una trappola per i gonzi.
Questo in sintesi il suo articolo che aveva convinto Garfield, l'acqua santa, a tentare una coalizione con Perez, il diavolo, contro la giovane vedova colpevole di troppa fantasia.

UN TENTATIVO DI ALLEANZA
A dire il vero, l'ossuto e arrogante Garfield, s'era dato da fare un bel po per tentare di convincere il riottoso Perez sulla necessità di quell'alleanza, motivandola con il lungo elenco delle ottime ragioni che reclamavano quella loro sinergia, tra cui il vistoso calo di clienti e la visibilità eccessiva che aveva acquisito il negozio dell'italiana.

Garfield - I clienti disertano il mio negozio per via della marmaglia che affolla, invece, quello accanto. Quella donna ha trasformato questa via in un mercato, declassando le nostre attività a bazar. Insostenibile -
Aveva sibilato una sera, all'ora di chiusura, sbarrandogli la strada

Perez - Hai definito bazar anche il mio esercizio. Ero io, a tuo dire, a degradare la" tua" strada con la "mia" ciurmaglia da bassifondi. Memoria corta, Garfield? -
La risposta immediata

Garfield - Diciamo che il tuo è un bazar di rango superiore, ma ancora per poco, che quella donna non ci metterà molto a fagocitare anche la tua clientela, se non è già accaduto -
Teatralmente calcando la voce sulle frasi "ancora per poco" e "fagocitare anche la tua clientela"

Perez - Puoi giurarci che succederà, dal momento che molti dei miei acquirenti sono gli stessi appartenenti al tuo raffinato pubblico -
L'irridente replica

Garfield - E non intendi fare niente? io ho provato a far ricorso alle vie legali con una dura lettera di rimostranze all'Assessore al Commercio, ma la moglie è un' aficionados della fiorista, e delle più devote. Mi ha risposto che al contrario di quello che io recrimino, la signora Sorrentino, con il suo ingegno, ha dato visibilità e fulgore non solo a Browing Street ma a tutta New Eden, rendendola appetibile ai tour operator e alle frotte di turisti che grazie a lei l'hanno scoperta, con un forte incremento dell'economia locale e a costo zero per il Comune. La signora Sorrentino meriterebbe il titolo di filantropa e la gratitudine di tutta la cittadinanza per questo suo operato, e non gli insulti gratuiti contenuti nella mia raccomandata. Come vedi, Perez, le vie legali ci sono precluse!-
E a enfatizzare la sua impotenza aveva abbassato la voce e alzato le mani in gesto di resa.

Perez - Cosa proponi di fare, allora? L'Italiana sta nel suo spazio, non calpesta né il mio né il tuo, non commette alcun illecito, tranne per il pappagallo che ogni tanto viola lo spazio aereo e svolazza nel mio negozio, facendo ridere i clienti. Lei poi...ma l'hai vista? Che tocco di femmina...immaginala vestita di rosso... così  me la sono sognata una notte, vestita di rosso: uno schianto. Appena smette il lutto un pensiero ce lo sto facendo -
Gli aveva confidato complice, dandogli di gomito

Garfield - Quando smetterà il lutto tu starai a far la fame o a spacciar droga, perché quella di certo,   nel frattempo, avrà già provveduto a mandarci entrambi sul lastrico. A meno che...-
E  qui il tono s'era fatto intimidatorio

Perez - A meno che... cosa? -
 Aveva chiesto sulla difensiva

Garfield - Giocando d'anticipo saremo noi a gettare sul lastrico lei, legalmente, avvalendoci dei suoi   stessi metodi: occhio per occhio, dente per dente -
Proferendo quest'ultima frase col tono solenne di un giuramento.

domenica 3 settembre 2017

Il fiore del mio giardino (cap 1)




IL FIORE DEL MIO GIARDINO
Erano l'intonaco color mandarino e la porta verde mela, ancor prima dell’insegna,
un chiassoso tazebau con la scritta in italiano “Il fiore del mio giardino” a lettere irregolari
e colori psichedelici, a reclamizzare l'attività di fiorista di Veronica Sorrentino,
vedova Thompson, in quel di Browing Street, nella cittadina di New Eden,
nello Stato del Maryland.
Un negozio storico, questo, rilevato nel corso del tempo da un numero imprecisato di
gestori, costretti ad abbandonare l’impresa per via degli affari poco fiorenti e della guerra 
recente in corso tra il proprietario del negozio di abiti da sposa e articoli da cerimonia, Max 
Garfield, ubicato alla sua sinistra, e quello del sexy shop, William Perez, alla sua destra.
Il negozio di Veronica Sorrentino, strettamente incassato fra i due, sarebbe risultato
invisibile ai passanti se non ci fosse stato il richiamo dei colori al neon dell’insegna e quello
dell’intonaco, che lo evidenziava con la sua tonalità luminosa di ocra incandescente,
sull'anonimo sfondo color sabbia del muro.
Una strategia, questa della tinta di un tono diverso, ideata da Veronica per uscire dal cono
d’ombra dove s’era ritrovata relegata dopo aver comprato quel negozio in stato di
perenne fallimento, che il proprietario per un'antipatia personale verso Garfield, che pur
di rilevarlo aveva offerto una cifra ragguardevole, aveva preferito svenderlo a lei
ad un prezzo irrisorio.

Dunque, il negozio di fiori progettato da Veronica in un eccentrico stile vintage/italiano,
 (anche se lei dell’Italia, della città di Napoli dov'era nata, non conservava alcun ricordo, 
perché dopo pochi mesi dalla sua venuta al mondo i suoi s’erano trasferiti a New Eden 
per ricongiungersi con quella parte di parentado che già qui s’era stabilita, e così
 s’era istintivamente costruita un suo ricordo remoto sull'immagine, romanticamente 
retorica, di una cartolina d’epoca: l’affaccio di un balconcino fiorito sullo sfondo di un
 paesaggio marino, e la mamma che la schermava dal sole con un cappellino), aveva
costituito il naturale divisorio tra il diavolo e l’acqua santa, metafora forse
scontata, ma calzante, per designare le due attività rivali allocate ai suoi fianchi:
il sexy shop di Perez e il negozio di abiti da sposa di Garfield.

A onor del vero c’è da dire che la fiorista  s'era a lungo spesa nella vana opera di 
pacificazione tra i due, ma fallendo nel suo intento era riuscita a coalizzare
i due rivali contro di lei, rea di aver acquisito la proprietà del negozio, di averlo reso
visibile e con una clientela in continuo aumento, ma soprattutto di essersi fatta beffe
di quella loro ridicola guerra basata essenzialmente sullo sbandieramento della
 reciproca delegittimazione.

LE RAGIONI DELL'UNO. LE RAGIONI DELL'ALTRO
Veronica - Signor Garfield, vorrei capire la causa di così tanto malanimo nei confronti di Perez-
 Garfield - Cosa c'è di così difficile da capire, la sua attività è controproducente alla mia. Basta 
guardare gli articoli esposti nella sua vetrina: un insulto alla morale. Un oltraggio alle
 persone perbene ed al mio onesto commercio, che operando nel settore matrimonio fa
 diretto riferimento ai valori di nostro Signore -
Veronica - Ma ha una regolare licenza, e gli articoli in vendita non sono illeciti. Inusuali, ma non
 illeciti. Ha diritto quanto lei di esercitare il suo commercio. Non ci vedo alcun dolo nei
suoi confronti -
Garfield - E l’immagine? Parliamo dell’immagine… certo lei non sa neppure cosa sia, 
con quel suo negozio  pacchiano -
Veronica - Non esageri ora, se il mio stile non è conforme ai suoi gusti non posso farci niente, 
siamo in un paese libero -
Garfield - Già, libero di permettere tutto e il suo contrario: esattamente come accade in questo
 ristretto  perimetro -

Veronica - Perez, cosa la disturba dell’attività di Garfield?-
Perez - Della sua attività niente, anzi gli auguro che prolifichi a dismisura e acquisti sempre più 
clienti, quelli tanto dopo esser passati da lui vengono a comprare da me. La sua
 attività non mi disturba, è la sua arroganza che mi disturba. E' un vero stronzo -


VERONICA SORRENTINO VEDOVA THOMPSON
Tra i due antagonisti le simpatie di Veronica andavano a William Perez, perché in lui ancora
percepiva una genuinità autentica, quella spontaneità un po infantile che ne addolciva il
gergo da pirata e l'aspetto da mangia fuoco: qualche chilo e qualche tatuaggio di troppo, e un
sigaro puzzolente incollato tra le labbra.

Veronica, seppur non era affatto il suo tipo, se ne sentiva diabolicamente attratta, forse
perché Perez era l'esatto contrario del suo defunto marito: ligio alle regole, attento e scrupoloso,
ordinato nell'anima come nei sensi, che far sesso con lui era come andare a un battesimo,
quando, preventivamente con la somministrazione del sacramento, si cerca d'immunizzare
l'anima dal bisogno del peccato.
Un uomo così pulito, Danny Thompson, che lei non s'era sentita di sporcarlo con i suoi impudici,
fantasiosi desideri, di cui il solo racconto lo avrebbe fatto arrossire.
A dire il vero un qualche blando tentativo, per capire fin dove su quel terreno potesse spingersi,
lo aveva fatto, ma lui fingendo di non avvedersene aveva così con tatto rifiutato l'invito a
mordere quella mela del peccato che lei, con mano tremante, gli aveva porto.
Era pur certa, Veronica, che lui l'amasse profondamente e teneramente, con discrezione e
ammirazione, e seppure non era a letto l'amante che lei desiderava fosse, era stato un
gentile, affidabile compagno di vita, e così quando un infarto fulminante se lo era portato
via (una beffa, quella morte, che lui, morigerato com'era non aveva coltivato alcuno stravizio
a cui addebitare quella sua fine prematura) lei aveva portato il lutto stretto per un anno
seppure la modernità non lo annoverasse più tra gli obblighi vedovili, ma pure Veronica
volontariamente lo aveva adottato, immaginando che a lui avrebbe fatto piacere
quell'omaggio alla sua memoria.