Dedico questo blog a mia madre, meravigliosa farfalla dalle ali scure e dal cuore buio, totalmente priva del senso del volo e dell'orientamento e, per questo, paurosa del cielo aperto. Nevrotica. Elusiva. Inafferrabile.

mercoledì 25 maggio 2016

Maddy

Non la incontravo quasi mai di giorno, e le poche volte che mi sono imbattuta in lei ho solo avuto la visione fugace di lunghi capelli rossi, divisi in bande ordinate, ed il viso nascosto da enormi occhiali da sole, una via di mezzo tra Milva e Janis Joplin,
 Di quest'ultima  aveva l'aria traballante dei nottambuli, di quelli che vanno giù pesante con le esperienze di vita e di droga.
Si chiamava Maddalena, e della Joplin aveva anche la voce roca che fuoriusciva come un fumo invisibile da quelle sue labbra laccate rosso natalizio, che brillavano sul suo viso come l'insegna di un negozio sempre aperto.
Di notte diventava Maddy, con i capelli gonfiati dal phon e dal vento, in bilico su tacchi esasperati che instancabili calpestavano, nel loro monotono andirivieni, sempre lo stesso tratto slabbrato di marciapiede.
Poi Maddy è sparita nel nulla, inghiottita da una notte più buia delle altre, ma se concentro lo sguardo su quel suo pezzo di asfalto vedo il calco delle orme dei suoi passi, proprio come quelle impresse a Hollywood Boulevard, dalle star del cinema.

martedì 24 maggio 2016

Non è questa una giornata di eclissi

Direttamente catapultata dal buio del sonno alla penombra del risveglio, in quella terra di mezzo dove l'alba è solo una promessa che non è detto si avveri, e così, assolutamente sprovvista di qualsiasi punto di riferimento, sono costretta a procedere a tentoni, con l'intuito di una cieca che avanza circospetta, tastando le pareti e sperando nella compattezza uniforme del suolo, per non inciampare.
Un lunghissimo momento di sospensione e poi la vertigine finale che mi scaraventa nella realtà.
Un modo brusco, e per nulla piacevole, di svegliarsi.
Attraverso le fessure della serranda cerco di captare gli umori del tempo, se sarà una giornata di sole o di pioggia.
O una di eclissi.

Sono convinta che le giornate di eclissi siano le migliori, perché enigmatiche.
Non ti offrono né scelta né alibi.
Le devi semplicemente subire.
Ma il lato positivo, però, è che non ti lasciano dentro sensi di colpa perché tutto accade al di fuori del tuo controllo, in modo che tu non puoi farci niente.
Non  puoi opporre resistenza né escogitare nulla per riportare il tutto alla logica, al razionale.
Al fattibile.
Si è magnificamente impotenti e al contempo leggeri.
Inconsapevoli, come bambini nel bosco delle fiabe.

Ma non è questa una giornata da eclissi.
Dalle fessure penetra un'ammiccante luce torbida, ed io mi sento troppo inquieta ed elucubrativa.
Ho dentro il caos.
E l'esigenza di ricostruire un ordine.
Marilena

domenica 22 maggio 2016

L'uomo cactus

L'uomo cactus mi stava di fronte, rigido e livido, perfetta imitazione del rigor mortis, se non fosse stato per lo sforzo evidente di dover parlare, per esporre il suo problema.

Sono una strega, non un dottore, magari le soluzioni potrebbero risultare eccentriche. E il risultato non sempre garantito.
Questa è la formula che recito tutte le volte ai neofiti.

Qualcuno ci ripensa e non tenta neppure.
L'uomo cactus, invece, m'implorava di provare qualsiasi rimedio che lo scongelasse da quella iattura che lo aveva paralizzato durante un incontro d'amore.
Lei era così bella e consenziente.
Un angelo.
E nessun ostacolo verso il Paradiso.

Così, con passione e tenerezza, s'era predisposto a scalare, per lei, il cielo.
Causa, però, un eccesso di poesia aveva miseramente fallito l'impresa.
Precipitando a terra.
Disarticolato.
Immobilizzato.
E dal suo Angelo ripudiato.

Curiamo per prima l'anima o il corpo?

Il corpo.
Mi aveva risposto lui, dall'abisso insondabile di quel suo dolore.

Grano saraceno.
Rabarbaro.
Plumbago.
Amaranto.
Blossfeldia liliputiana.

Questi gli ingredienti della pomata miracolosa con la quale, delicatamente, avevo asperso ogni sua spina, carezzando e rinvigorendo, spronando e predisponendo, ogni singolo bulbo, ad una entusiasta fioritura perenne.
Al tocco delle mie dita gli aculei rinvenivano turgidi e sensibili, vigorosamente maschili.
Baldanzosi, puntavano tutti verso l'alto: un capolavoro assoluto di architettura stregonesca.

Da quel giorno, tutti gli anni, l'uomo cactus, viene a trovarmi, grato per quella fioritura che mai avvizzisce.

Perenne. Proprio come mi avevi predetto
Sottolinea, con un largo sorriso.

mercoledì 18 maggio 2016

Gli estremi

Perché è vero, verissimo, che gli estremi si toccano, ma non succede nulla se non c'è una donna a tirare i lembi.
(Antonio Giardi)


Così, ad avvicinare i lembi, ci aveva pensato lei, la strega.
Lembi di lenzuolo, per la precisione.
E lui, senza sapere come, ci si era ritrovato avvolto.
La strega lo doveva aver fatturato.
Spesso l'aveva vista dietro i vetri della finestra, ombra solitaria, con i capelli legati alla bene e meglio, avvolta in uno scialle striminzito, e gli occhi oscuri, eternamente assetati.
Quanti anni poteva avere la strega?
Una domanda che adesso non si poneva più.
Ora che lei aveva tirato i lembi, lui era completamente preso.
Gli estremi si toccano...e non c'è niente di più vero.
Cosa aveva a che vedere lui, acclamato direttore d'orchestra, con quella specie di sfinge senza età dagli occhi eternamente assetati?
Ma era proprio questo l'incantesimo: i suoi occhi.
Grigi, verdi, azzurri, neri...secondo la luce.
Secondo l'umore.
Una donna diversa tutte le volte.
Parca di parole, servendosi lei, invece della voce, di ben altri argomenti.
Una voce avara, la sua: grigia, verde, azzurra, nera...secondo la sua voglia.
Secondo il suo capriccio.
La strega aveva avvicinato i lembi: gli estremi ora erano parte indissolubile di un unico nodo.
Per quanto ancora?
E lui già tremava all'idea di quel giorno che non avrebbe più visto la sua ombra solitaria palesarsi dietro i vetri.
Quel giorno in cui la strega avrebbe sciolto il nodo e ristabilito gli opposti.

lunedì 16 maggio 2016

Sonia

Il rosa di un paio di slip da donna sbuca, come un bocciolo, dalla finta siepe di lauro che delimita i due terrazzi.
Il vento della mattina lo ha staccato dal filo a cui pendeva per trasformarlo in un fiore.
Tra un po Sonia uscirà sul terrazzo ancora in pigiama, con i capelli in disordine, stringendo tra le labbra la prima sigaretta del mattino.
Guarderà verso il mio balcone, oltre la siepe.
Un'occhiata fuggevole, da ladra.
Non le riesce proprio di non guardare verso il mio balcone.
Quando si accorge di farlo volta la schiena ed abbassa la testa, in un gesto di penitenza.
Sonia, prima che mio marito morisse, stendeva la sua biancheria come un richiamo festoso, di bianco e di rosa.
Un richiamo d'amore.
Un richiamo per lui.
Merletti e trasparenze in cui il sole e il vento allegramente penetravano, allusivi e colmi di promesse.
Mutandine bianche significavano, questa mattina non vado al lavoro e così non possiamo vederci.
Quelle rosa, le stesse imprigionate nella finta siepe di lauro, significavano, confermo l'appuntamento al solito posto.
La biancheria di Sonia fioriva, bianca o rosa, di notte sui fili del suo terrazzo.
Al mattino era già asciutta per essere indossata, ed il segnale inviato.

 Lui mi dirà che oggi non torna a pranzo, che ha una colazione di lavoro o una riunione.
Ed era così.
Non c'era da sbagliarsi.

Non aspettarmi per pranzo, mi diceva mentre usciva di casa, ed io sbirciavo dal terrazzo la sparizione degli slip rosa.
Ora che lui è morto, Sonia si sente in colpa, è convinta che io la odi.
Ma non è così.
Mi sono interrogata a lungo sul perché io non nutra alcun sentimento negativo nei suoi confronti, e la risposta è la consapevolezza che tra le due la più fortunata sono stata io, perché a me è toccato il ruolo più facile ed onesto, quello della moglie.
Ho amato alla luce del sole.
E  pianto alla luce del sole.
A lei, invece, è andata in sorte una felicità rubata e un dolore clandestino.
Occhi asciutti ed espressione neutra, anche quando il suo cuore è andato in pezzi.

Ma dal mio punto di vista non credo sia giusto espiare tutta la vita un peccato d'amore.
Semmai l'amore è da considerarsi peccato.
Così una di queste mattine le offrirò un sorriso e l'appiglio di una parola.
E forse entrambe ci sentiremo  meno sole


domenica 15 maggio 2016

A guardar le nuvole

A GUARDAR LE NUVOLE
Un ragazzo e una ragazza
distesi sul prato a guardar le nuvole
nel cielo pasticciato del dopo pioggia.
Difficile districare figure
nell'intrigo delle nubi
così la ragazza s'annoia
a guardar quel film muto e confuso
allora dice al ragazzo, fammi il muscolo
E lui già tende il braccio
per farla ridere
che ha braccia esili da studente
e non da lottatore
Ma lei gli dice seria
è il muscolo del cuore
quello a cui mi riferisco
solo così potrò capire
quanto è grande il tuo amore
E il ragazzo allora pompa aria
e sentimento
tutta l'aria
e tutto il sentimento di cui è capace
E il cuore si gonfia
enorme
a dismisura
in quel petto fragile
ancora da bambino
fino a sfondare la cassa toracica
Quando ne fuoriesce
balena rosso
sullo sfondo perlaceo del cielo
come un grosso uccello
troppo pesante
per spiccare il volo
Un piccolo salto
un tentativo goffo
di muovere ali invisibili
e plana,
ancora pulsante
di vita
e d'amore,
nella mano tesa della ragazza.
Un ultimo battito.
Poi ricomincia a piovere.


sabato 14 maggio 2016

Disperato bisogno di un lieto fine

E' soprattutto nelle giornate di pioggia che m'assale il bisogno di un lieto fine.
(Amaranta)


Sto tentando di riprendere in mano le fila dei destini di Rebecca, ma la mancanza, ormai cronica, delle energie mentali, mi getta in uno stato di deprimente impotenza, e così, ecco, che mi ritrovo in un circolo vizioso nel quale inutilmente mi dibatto alla ricerca di una via d'uscita.
 O almeno di un'alternativa.

Racconto che si è rivelato una trappola: così facile da scrivere all'inizio, con le parole giuste che spontaneamente s'andavano allineando sulle righe, eppoi il subentro delle pause, tra un capitolo e l'altro, sempre più lunghe ed ostinate.
Una distanza di anni intercorre tra il primo (1 maggio 2013) e il 26° capitolo (7 settembre 2015)
Fino all'odierna estraneità.

Eppure le idee, sia pur avaramente e con molta circospezione, si evidenziano nel vuoto, ormai stabile, di questa mia anoressia mentale, a causa della quale vomito l'ispirazione nel momento stesso che mi sazia la mente.
Troppi pensieri, e per lo più pessimisti (non guarirò mai da questo mio talento).
E tanta stanchezza fisica.

Così il destino di Rebecca sarà forse quello di rimanere una creatura incompiuta, un abbozzo nella creta a cui non mi riuscirà di dare il soffio della vita.
E, a causa di questo, tutto ciò che fino ad oggi ho scritto perde, ai miei occhi, di valore e di consistenza, nella presa d'atto di questo mio ennesimo fallimento.
La certezza che quel racconto sarebbe stato il mio migliore in assoluto, m'inibisce da ulteriori tentativi di scrittura, che null'altro mi pare alla sua altezza

Giorni difficili, questi.
Ed oggi, furiosamente, diluvia.
Ho un disperato bisogno di un lieto fine, se non per me almeno per lei

lunedì 9 maggio 2016

La realtà si annulla al cospetto di una finzione raffinatamente sofisticata.

Accade che la mia alter sorellina ha preso il mio posto in fb.
Il profilo di Amaranta va sempre più delineandosi nitido e reale, a discapito del mio, relegato ormai al ruolo di alter ego della mia alter ego.
La mia ormai perdurante mancanza d'ispirazione mi ha posto in posizione di subordine dinnanzi allo straripante dinamismo di Amaranta, ormai padrona assoluta dei destini di quello che fino a ieri era stato un mio spazio indiscusso, seppur magnanimamente con lei condiviso, e dove oggi, per il suo possesso, s'inscena un primo atto di alta scuola drammatica, filone, questo, che ci ha rivelato entrambe spregiudicate protagoniste.
In sintesi la storia è quella della figlia che divora la madre, non per essere lei o sostituirsi a lei, ma piuttosto per rigenerarla, con un atto estremo di fuorviante generosità.

Un parto, quindi, e non un aborto.
Un atto d'amore,

Poi sull'ultima scena calano buio e silenzio, e quando di nuovo le luci riaccendono il palco, a prender gli applausi degli spettatori in visibilio, c'è solo lei, la figlia, con la bocca ancora sporca di sangue e un sorriso, al contempo, crudele e celestiale,
Esegue un inchino perfetto alla platea entusiasta che non cessa di applaudire e raccoglie una rosa, tra le decine lanciate sul palco, che dopo averne aspirato il profumo stringe a sé, come atto di ringraziamento al pubblico che così calorosamente ha decretato il suo successo.

La realtà dell'orrore, invece, spietatamente si è consumata in quell'attimo di buio.

Nessuno ha visto la paura accendersi negli occhi della madre quando ha capito che la finzione andava tramutandosi in realtà.
A nulla è valsa la muta supplica delle sue labbra, e la breve silenziosa lotta che, vista la disparità di energie, non le avrebbe comunque lasciato scampo.
Per un momento la consapevolezza della disfatta dell'una è diventata la consapevolezza della vittoria dell'altra.
...poi di nuovo i riflettori e lo scroscio degli applausi.
E la beffa finale di quella pioggia di rose: un tributo all'assassina e non alla vittima.

La realtà si annulla al cospetto di una finzione raffinatamente sofisticata.

Ovviamente, anche questo copione è stato scritto a quattro mani, in quella collaudata reciprocità nella quale, io e Amaranta, amiamo confonderci.
E confondere.

Applausi.

giovedì 5 maggio 2016

Sullo sfondo

Mi sono svegliata, stamani, con la percezione della luce dietro le palpebre ancora chiuse.
Sensazione meravigliosa che mi ha catapultata dal caos di un sogno confuso alla realtà ordinata di questa mattinata primaverile.
Un risveglio armonioso, quindi, e pregno di buoni auspici, scaturiti senza alcun  motivo apparente sul perché di questa positiva premonizione, che io però avidamente aspiro come una rigenerante boccata d'aria buona, tanto buona da riempirmi i polmoni per i futuri periodi d'apnea.

Finestre spalancate sul mondo e su di me, minuscola particella armoniosamente posizionata sulla grande, michelangiolesca tela di quel racconto che inizia col capitolo uno della creazione dell'universo e prosegue nel paragrafo di questa mattinata fantareale, proiettata in 3D.
Nella composizione oggettiva di questa ipotetica tela, in primo piano ci sono gli elementi mobili, quali le nuvole, le api, i pollini e il pulviscolo atmosferico, dei cui turbinii s'anima il quadro, e  quelli immobili, come le zolle di terra e i minerali vetrosi, le rocce e le pietre pesanti, paradossi indispensabili per esaltare la leggerezza dell'insieme.
Ma ad uno sguardo più attento, sullo sfondo, nell'artistico gioco di ombre e di luci, s'intravede una donna affacciata ad una finestra, i capelli spettinati, il sorriso largo e gli occhi luminosi, nei quali la genialità certosina del pittore ha riprodotto, nei minimi particolari, tutti gli elementi composti nel primo piano, quasi il suo intento fosse stato quello d'ideare un quadro nel quadro, una sorpresa nascosta, visibile solo agli sguardi più concentrati.
...e non c'è null'altro da aggiungere a questa perfezione.
Marilena